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marx xxi

Club Bilderberg e classe capitalistica transnazionale

di Alexander Höbel

Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio “complottistico” che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell’attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.

Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite (e del “ritorno delle élite” parla anche l’ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell’attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.

Se partiamo da quest’ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della “democrazia organizzata”, della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l’Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta.

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I beni comuni urbani [The creation of the urban commons]*

di David Harvey

In attesa dell'edizione italiana, alcuni stralci dell'ultimo libro del geografo marxista, tradotti da Fabrizio Bottini per eddyburg. I temi trattati  (il concetto di bene comune, multiscalarità nel processo delle decisioni, rapporto tra dimensione "verticale" e "orizzontale" della democrazia, o tra città e lotta di classe) ci sembrano di particolare interesse per il dibattito, anche in Italia

La città è il luogo in cui persone di ogni tipo e classe si mescolano, per quanto in modo conflittuale e con riluttanza, per produrre un’esistenza comune, anche se in continuo cambiamento e transitoria. La comunitarietà di questa vita è stata da molto tempo oggetto di osservazione da parte degli urbanisti di ogni provenienza, e l’ avvincente soggetto di scritti e altre forme di comunicazione assai evocative (romanzi, film, quadri, video ecc.) che cercano di fissarne i caratteri (o quelli particolari di una certa città, in un determinato contesto ed epoca) e il suo significato più profondo. E nella lunga storia delle utopie urbane troviamo traccia di ogni genere di aspirazione umana a costruire una certa città, per usare le parole di Park “più vicina al nostro cuore”. La recente ripresa di interesse per la ipotizzata scomparsa dei beni comuni urbani corrisponde a quelli che appaiono come profondi effetti dell’ondata di privatizzazioni, costruzione di barriere all’accesso, controlli spaziali e di polizia, e di sorveglianza sulla qualità generale della vita urbana, specie sulla possibilità di costruire o ostacolare nuove forme di relazione sociale (un nuovo spazio comune) all’interno di processi fortemente influenzati, per non dire dominati, dagli interessi della classe capitalista.

Quando Hardt e Negri, ad esempio, sostengono che dovremmo considerare “la metropoli in quanto fattore di produzione di beni comuni” intendono indicare il punto di inizio di una critica anticapitalista per l’azione politica. Allo stesso modo del diritto alla città, questa idea appare coinvolgente e intrigante, ma cosa significa davvero?

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Interpretazioni del capitalismo contemporaneo

di Daniele Balicco e Pietro Bianchi

1. Fredric Jameson

Nel secondo dopoguerra, il marxismo ha occupato un ruolo importante nel campo della cultura politica europea, soprattutto in Italia, Germania e Francia. Ma è solo a partire dagli anni Sessanta che la sua influenza travalica gli argini tradizionali della sua trasmissione (partiti comunisti e socialisti; sindacati e dissidenze intellettuali) per radicarsi come stile di pensiero egemonico nell’inedita politicizzazione di massa del decennio ’68/’77. Tutto cambia però, e molto rapidamente, con la fine degli anni Settanta: una serie di cause concomitanti (cito in ordine sparso: la sconfitta politica del lavoro, l’esasperazione dei conflitti sociali, l’uso della forza militare dello Stato conto i movimenti, una profonda ristrutturazione economica, la rivoluzione cibernetica, il nuovo dominio della finanza anglo-americana) modifica non solo l’orizzonte politico comune, ma, in profondità, le forme elementari della vita quotidiana. In pochi anni, tutta una serie di nodi teorici (giustizia sociale, conflitto di classe, redistribuzione di ricchezza, industria culturale, egemonia etc…) escono di fatto dal dominio del pensabile; e in questa mutazione occidentale il marxismo, come forma plausibile dell’agire politico di massa, semplicemente scompare. Sopravviverà contro se stesso come teoria pura, protetta in alcune riviste internazionali prestigiose (New Left Review; Monthly Review; Le Monde Diplomatique), in un eccentrico quotidiano italiano (Il Manifesto) e in alcuni i fortilizi accademici minoritari, per lo più americani (come per esempio Duke, CUNY e New School). La maggior parte degli studi pubblicati in questo nuovo contesto sradicato e internazionale non riesce, come è ovvio, a superare il confine minoritario nel quale è imprigionato. E tuttavia esistono alcune eccezioni, come, per esempio, Postmodernism (1982-1991) di Jameson, Limits to Capital (1982) di Harvey, The Long Twentieth-Century (1994) di Arrighi.

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“Dialectics of liberation”

di Elisabetta Teghil

La fase dell’attuale modo sociale di produzione, il neoliberismo, è lo stadio del capitale nella sua dinamica auto espansiva, caratterizzato dalla guerra fra gli Stati e fra le multinazionali per la ridefinizione dei rapporti di forza, che vede all’offensiva le multinazionali anglo-americane e i loro rispettivi Stati. Questi, usati come braccio esecutivo, in attesa che gli USA diventino lo Stato del capitale. Lo aveva già previsto Stokely Carmichael, nel luglio del ’67, nel Convegno di Londra “Dialectics of liberation”, per il quale l’occidente avrebbe teso in futuro a identificarsi e/o a subire lo strapotere egemonico degli Stati Uniti e la contrapposizione non sarebbe stata tanto tra l’occidente e il terzo mondo, quanto fra gli USA e il resto del globo.

I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo.

La borghesia transnazionale acquisterà i tratti e i connotati di una nuova aristocrazia.

La restante parte della borghesia sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva prima della rivoluzione francese.

I paesi europei non sono in grado di resistere e/o di ostacolare questo processo. Ma, siccome c’è spazio solo per una super potenza e una multinazionale per settore, lo scontro finale avrà i caratteri di una resa dei conti particolarmente cruenta.

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2060

di Antiper

Nel novembre scorso, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE - o OECD in inglese -) ha pubblicato una previsione di lungo termine [1] su quello che ritiene sarà l'andamento della distribuzione della ricchezza prodotta a livello globale da qui al 2060.Lo studio, ovviamente, non tiene conto di fattori ed eventi che oggi non possono essere previsti in termini quantitativi anche se sono piuttosto prevedibili in quanto a possibilità di accadere (come, ad esempio, una serie di crack finanziari, forse altrettanto e più virulenti di quello del 2008). Possiamo dunque dire che lo studio costituisce una stima ottimistica degli andamenti globali che si determineranno nei prossimi 50 anni e che la previsione formulata dall'OCSE di una crescita globale media del 3% all'anno deve essere significativamente corretta al ribasso (anche se al momento nessuno è in grado di quantificare l'entità di tale correzione [2].

Lo studio costituisce una proiezione statica, basata sulle linee di tendenza che si possono intravvedere a partire dai dati storici (passato e presente). Del resto, è difficile valutare fattori che non sappiamo se e come si verificheranno; prendiamo, solo per fare un esempio, l'innalzamento relativo dei costi di produzione (e dei salari, in particolare) che può avvenire nelle “economie emergenti” o in altri contesti per effetto dello sviluppo delle lotte dei lavoratori e l'impatto che questo può avere sulla scelta, nei prossimi anni, dei paesi verso cui indirizzare gli investimenti diretti esteri di capitale (diciamo, per semplificare, le delocalizzazioni).

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Un protezionismo universalista*

di Alain Lipietz**

Inutile nasconderselo: la questione del protezionismo (in particolare nei confronti del sud del mondo) ha sempre posto problemi formidabili alle forze progressiste in Europa, e anche agli uomini e alle donne di buona volontà. A mettersi dal punto di vista degli interessi immediati delle classi popolari, il dilemma è evidente: il protezionismo protegge il lavoro di quelli che lo hanno, ma, garantendo un monopolio ai produttori nazionali, privano le famiglie con il reddito più basso di beni a cui potrebbero avere accesso. Il protezionismo è la vita più cara, e questo è spesso il motivo per il crollo delle politiche protezionistiche, sotto la pressione di chi faceva balenare l’accesso a merci a basso costo. Marx ha combattuto contro la politica protezionistica dei Tories e sostenuto il liberoscambismo dei Whigs, che sostenevano l’apertura del mercato britannico al frumento prussiano o russo. Se si aggiungono considerazioni di solidarietà con lo sviluppo del Sud del Mondo, è difficile fare le  barricate contro i prodotti dei paesi meno ricchi, che non hanno altri vantaggi da offrire se non precisamente i loro bassi salari. Ma a questo arriva ad opporsi oggi un nuovo argomento: quello dell’ecologia. Tutti i trasporti implicano energia e quindi inquinamento, effetto serra …


La resistenza “di sinistra” al protezionismo

Dopo 30 anni di un modello liberal-produttivista ormai in crisi, i discorsi a favore della demondializzazione e per la rilocalizzazione sembrano sbattere contro il buon senso e la giustizia.

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L'ipocrisia del Fondo Monetario Internazionale

di Riccardo Achilli

Da quando la signora Lagarde si è installata alla guida del FMI, numerosi osservatori, ovviamente di parte o superficiali, hanno sottolineato un presunto cambio di passo e di filosofia del FMI, un allontanamento dal cinismo neomonetarista ed iperliberista che da sempre caratterizza l'impostazione, più ideologica che tecnico/professionale, dell'Istituto, e che si trova scolpita nei punti del Washington Consensus, che puntualmente si traducono in “programmi” di austerità finanziaria e riforme strutturali sui mercati monetario e del lavoro e nei sistemi di welfare pubblico suggeriti ai Paesi iper-indebitati, e quindi in terribili recessioni economiche, spaventose e rapide fasi di impoverimento degli strati popolari, aumento delle diseguaglianze distributive, ulteriore avvitamento dei problemi di finanza pubblica.

Certo su una revisione dell'ortodossia del FMI hanno influito le pesanti critiche provenute anche da economisti borghesi come Joseph Stiglitz, che sulla critica alle ricette del FMI ci ha costruito un best seller: La Globalizzazione E I Suoi Oppositori (edito da Einaudi in italia), in cui analizza gli errori delle istituzioni economiche internazionali – e in particolare del Fondo Monetario Internazionale – nella gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche standardizzate venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.

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Dalla fine delle sinistre nazionali ai movimenti sovversivi per l’Europa

Toni Negri

I. Quando si dice globalizzazione dei mercati si intende che con essa vanno imponenti limiti alla sovranità dello Stato-nazione. Il fatto di non aver compreso la globalizzazione come un fenomeno irreversibile costituisce l’errore essenziale delle sinistre nazionali nell’Europa occidentale. Fino alla caduta dell’Unione Sovietica la leadership americana consistette nel combinare, prudentemente ma con continuità, le specificità nazionali dei paesi compresi nelle alleanze occidentali (e nella Nato soprattutto) e la continuità dell’imperialismo classico, raggruppandoli dentro un dispositivo di antagonismo con il mondo del “socialismo reale”. Dal 1989 in poi, crollato il mondo sovietico, allo hard power della potenza americana si è man mano sostituito il soft power dei mercati: la libertà dei commerci e la moneta hanno subordinato, in quanto strumenti di comando, il potere militare e di polizia internazionale – il potere finanziario e la gestione autoritaria dell’opinione pubblica hanno d’altra parte costituito il campo sul quale soprattutto si è esercitata la nuova impresa politica di sostegno alla politica dei mercati. Il neoliberalismo si è fortemente organizzato a livello globale, gestisce l’attuale crisi economica e sociale a proprio vantaggio avendo verosimilmente davanti a se un orizzonte radioso…. A meno di rotture rivoluzionarie, non essendo immaginabile una trasformazione democratica e pacifica degli attuali ordinamenti politici del neoliberalismo sull’orizzonte globale.

Di contro, al rafforzamento del sistema capitalistico nella forma neoliberale, lo sbandamento delle forze politiche della sinistra dopo ’89 è stato massiccio.

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Shipping globale: Zeus batte Wotan

Sergio Bologna

Il capitale greco che fotte il capitale tedesco. Sembra una barzelletta, invece non lo è e la signor Merkel, così severa, certe volte, con gli stati "birichini" che spendono e spandono mentre la loro economia va a picco e produce milioni di disoccupati, dovrebbe oggi dimostrare la stessa, se non maggiore, severità verso i "birichini" di casa sua.

Stiamo parlando di shipping, di navi. Che c'entra la Germania con la Grecia? Cominciamo da quest'ultima. E' noto che lo shipping è l'unico settore dove la Grecia ha una leadership mondiale. Sono leggendari gli armatori greci, soprattutto per la loro abilità nel non pagare le tasse. Mentre milioni di greci stringono la cinghia, loro a dicembre hanno festeggiato le loro fortune in un ricevimento di mille persone in un grande hotel di Londra. La loro specialità tradizionale sono le petroliere ma ormai da un po' di tempo si sono allargati anche ad altri settori, le «bulk carrier», le container carrier, le Ro Ro. Se la sono vista molto brutta qualche anno fa, con la crisi del 2007/2008 ma, a differenza di altre volte, il Salvatore non ha assunto le modeste vesti del contribuente greco ma quelle ben più ricche della moneta cinese. Scriveva il Telegraph del 13 agosto 2012: «Le società greche stanno facendo squadra con le banche cinesi. Il premier Wen Jiabao ha consentito due anni fa che venissero erogati prestiti per 5 miliardi di dollari all'industria dell'armamento greca».

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Ricchezza e povertà, i successi della globalizzazione

Bruno Amoroso*

I. INTRODUZIONE

La produzione e riproduzione continua della povertà avviene oggi su scala globale dentro un sistema di potere che comprende l`economia, le istituzioni, i mass media e anche una parte importante dei centri di ricerca e formazione.

Questo sistema è stato chiamato Globalizzazione ed ha prodotto in cinquanta anni i recinti che delimitano gli ambiti delle nuove ricchezze e dei nuovi privilegi, a scapito degli impoveriti e degli esclusi. Un sistema di apartheid globale che ha trasformato la società dei 2/3 costruita con i sistemi di welfare (dove gli esclusi, i poveri, erano un terzo) nella società di 1/6, mediante la caduta verticale delle condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale (Petrella 1993, Amoroso 1999).

Il fenomeno più eclatante, via via accresciutosi nel corso degli ultimi trenta anni, è stato il crescere della povertà, anche nelle forme più manifeste, all`interno dei paesi industrializzati e dei sistemi di welfare europeo a fronte dell`ulteriore impoverimento e finanche della distruzione fisica delle aree remote e rurali e dei ghetti urbani. Il fallimento del Millennium Development Goal (MDG) che si proponeva di dimezzare la povertà nel mondo è riconosciuto dagli stessi organismi delle Nazioni Unite.

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Giovanni Arrighi e l’eterno ritorno del Capitale

di Fabio Milazzo

I Cicli di accumulazione del Capitale

“Crisi” è uno di quei termini che quotidianamente vengono fatti rimbombare nelle nostre orecchie e che, proprio per questo, spesso diventano “impercettibili” alle nostre strutture cognitive. Assumendo lo statuto di “rumore di fondo” non li si discrimina più percettivamente e cognitivamente.

Porre sotto attenzione questo “silenzio del rumore” equivale a significarlo, a riscoprirlo, ad indagarlo nelle sue componenti troppo spesso celate nelle pieghe dell’abitudine.

Crisi, capitalismo e finanza, sono termini che devono essere tratti fuori da quello stato di invisibilità dovuto alla “troppa visibilità”. Al pari della “lettera” di E.A.Poe queste parole ci si celano proprio perché ci stanno sempre davanti.

Quando Giovanni Arrighi (foto), per anni docente di sociologia alla prestigiosa Johns Hopkins University di Baltimora, iniziò ad indagare l’oggetto “crisi economica”, le sue lenti di osservazione si diressero verso la stasi degli anni 70; questo nella consapevolezza che la comprensione del fenomeno passasse per un’analitica di ampio respiro che traesse fuori l’evento dalla contingenza per relazionarlo alla congiuntura di riferimento, quella del “lungo secolo XX”.

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znet italy

Il capitalismo globale e la sinistra

Jamie Stern-Weiner intervista Leo Panitch

sole fumoIn quale senso il capitalismo è un sistema ‘globale’?

Il nostro mondo è tuttora in gran parte costituito da stati nazione con economie e strutture di classe e sociali molto diverse.

Detto questo, molte delle economie sono integrate nelle reti di produzione delle imprese multinazionali (MNC) che producono, esternalizzano o appaltano in molti paesi diversi. Molti stati sono oggi altamente dipendenti, per una percentuale elevata del loro PIL, dalle esportazioni e dagli scambi che, a loro volta, sono inestricabilmente collegati a sistema bancario internazionale (attraverso i crediti al commercio, i derivati del mercato delle divise, e così via). Le banche commerciali e d’investimento sono diventate interamente internazionalizzate. Da questo punto di vista si può dire che ciò di cui parlava Marx intorno al 1850 – del capitalismo come sistema con tendenze globalizzanti – si è più o meno avverato.


Quale ruolo svolgono gli stati nel sostenere questo ordine capitalista globale?

Il nostro libro inizia con due citazioni. Una è di David Held, già della London School of Economics, che nei primi anni ’90 parlò di una crescente economia mondiale transnazionale che scavalcava anche gli stati più potenti. La seconda è di Eric Hobsbawm, nel suo magnifico ‘Age of Extremes’ [L’epoca degli estremi], e afferma che le MNC preferirebbero un mondo ‘popolato da stati nani o da nessuno stato del tutto’.

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Per le Elites saremo tutti abitanti di Gaza*

Chris Hedges

Gaza è una finestra sulla nostra prossima distopia. Il crescente divario tra l'élite mondiale e le miserabili masse dell'umanità  è mantenuto da una spirale di violenza. Molte regioni povere del mondo, sprofondate nella crisi economica, stanno cominciando ad assomigliare a Gaza, dove 1,6 milioni di Palestinesi vivono nel più grande campo di internamento del pianeta. Queste zone sacrificate, piene di poveri penosamente intrappolati nelle baraccopoli o tra gli squallidi muri di fango dei villaggi, sono circondate da recinti elettronici, controllate da telecamere di sorveglianza, droni e guardie di confine o unità militari che sparano per uccidere. Queste distopie da incubo si estendono dall'Africa sub-sahariana, al Pakistan, alla Cina. Sono luoghi dove avvengono assassinii mirati, brutali attacchi militari contro popoli inermi, privi di esercito, marina o aviazione. Qualsiasi tentativo di resistenza, benché inefficace, è colpito con i massacri indiscriminati che caratterizzano la moderna guerra industriale.

Nel nuovo panorama mondiale, nei territori occupati di Israele come nei progetti imperiali degli Stati Uniti in Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen e Afghanistan, massacri di migliaia di nnocenti inermi sono etichettati come guerre. La resistenza è chiamata provocazione, terrorismo o crimine contro l'umanità. Lo stato di diritto, nonché il rispetto delle fondamentali libertà civili e il diritto di autodeterminazione, sono una finzione utilizzata nelle pubbliche relazioni per placare le coscienze di coloro che vivono nelle aree di privilegio.

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"Temperare" il capitalismo, la più vecchia delle illusioni

di  L.Vasapollo- J. Arriola -R.Martufi

Una divaricazione sempre più evidente sulle vie d'uscita dalla crisi del capitalismo. Una, di rottura, viene da esperienze come l'Ecuador, l'altra, all'insegna della compatibilità, è riemersa al Social Forum di Firenze. Il contributo di tre economisti marxisti che indicano come necessaria la “rottura”, anche in Europa

Nei primi giorni di novembre abbiamo verificato la divaricazione strategica (oltrechè pratica e teorica) sulle soluzioni e le alternative alla crisi delle principali economie capitaliste. Mentre a Milano il presidente dell'Ecuador Correa riaffermava che il debito non va pagato, che occorre procedere alle nazionalizzazioni e a forme di integrazione tra i vari paesi che rompano i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie del capitale, al Social Forum di Firenze, ancora una volta, una serie di economisti riformisti lanciano attraverso la Rete europea degli economisti progressisti proposte in chiave tardo-keynesiana come cura possibile della crisi sistemica del capitalismo in atto. Dimostrando così ancora una volta o di essere in mala fede, e quindi non meriterebbero in tal senso alcuna risposta, o di essere speranzosi in una futura uscita dalla crisi in chiave riformista (ma di quale riformismo sono figli?), ignorando che non ci sono più i presupposti economici, politici e sociali per una crescita equilibrata e con capacità redistributive attraverso i vecchi e non più proponibili modelli di Stato sociale; improponibili sia per le dinamiche del conflitto capitale-lavoro che vedono avanzare sempre più un conflitto di classe dall’alto, sia poiché si tratta di politiche economiche incompatibili con la strutturazione stessa della competizione globale interimperialistica.

Anche questa volta associazioni, sindacalisti ed economisti hanno discusso a tavolino, fuori dai problemi di vita reali e quotidiani reali del mondo dei lavoratori in carne ed ossa , contro le politiche della Troika per esaminare le possibilità alternative alla crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire “a sinistra” dalla crisi, come si trattasse di un bel gioco a Risiko per i dopocena della sinistra salottiera.

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Dopo il cenacolo del Matese: l’esodo dalla crescita

Franco Piperno

immigrazione italiana nel mondo internaLa crescita economica come “ragione d’essere” della società capitalistica è un idolo pubblico relativamente recente; infatti, è venuto diffondendosi nell’opinione dopo la crisi del 29, con l’affermarsi della politica economica di tipo keynesiano e del contemporaneo emergere del PIL come misura dell’accumulazione capitalistica. Proprio perché in quegli anni la crisi capitalistica ha luogo in presenza di un mercato rivale, sottratto agli scambi capitalistici – ovvero, l’Unione Sovietica – proprio per questo, dicevamo, l’accumulazione di capitale s’incentra sul cittadino consumatore; e cioè, in ultima analisi, sul reddito pro-capite.

Questo modello entra in crisi già negli anni 70 del secolo appena trascorso, per ragioni che qui sarebbe lungo elencare in dettaglio, ma che possiamo riferire, per brevità, a quell’indimenticabile ondata di lotte operaie e studentesche che ha caratterizzato quell’epoca.

La prima manifestazione politica di questa crisi è il tentativo della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan negli Usa di smantellare i dispositivi keynesiani a favore di una finanziarizzazione dell’economia.

Possiamo dire che la fase inaugurata dal duo Thatcher–Reagan s’incentra questa volta sul debito, con tutti gli attributi ideologici che una permanente “condizione umana debitoria” porta spontaneamente con sé: l’introduzione spasmodica di continue innovazioni di prodotto create dall’attività di ricerca tecnico-scientifica messa al servizio dell’accumulazione, la fiducia superstiziosa nel nuovo, il farsi carico di nipoti ancora non nati, il privilegio sentimentale accordato al futuro remoto, quando saremo tutti morti.