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comedonchisciotte

TTIP e TPP: chi raccoglierà l'ira popolare?

Thomas Fazi intervista Walden Bello

Portrait de Suzanne Valadon par Henri de Toulouse LautrecParallelamente all'accordo commerciale attualmente in discussione con l'Unione Europea (il TTIP), gli USA stanno negoziando un accordo analogo con 11 paesi dell'Asia e del Pacifico: l'accordo TransPacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP). Walden Bello, uno dei critici più importanti della globalizzazione neoliberista delle multinazionali, identifica qual è la strategia globale che sostiene i due trattati. Il giornalista italiano Thomas Fazi l'ha intervistato per il sito web Open Democracy.

 

Thomas Fazi: Oggi gli accordi di libero commercio bilaterali e regionali (o meglio, gli accordi megaregionali, come il TTIP e il TPP) hanno di fatto sostituito i negoziati nel seno dell'OMC. Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

 Walden Bello: Si. Credo che la fase trionfale della globalizzazione, che ebbe il suo zenith negli anni '90 e poi cominciò a decadere dopo le mobilitazioni di Seattle del 1999, sia definitivamente finita.

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orizzonte48

Città globali e denazionalizzazione-globalizzazione "buona"

La "cosmesi finale"

di Quarantotto

jean francois rauzier yatzer 1I. Che il trilemma di Rodrik sia così facilmente dimenticato, o piuttosto ignorato, a sinistra, è un fatto di cui, in qualche modo mi stupivo  nell'ultimo post.

Poi, interagendo con voi nei commenti, mi è sovvenuta la spiegazione.

Il punto è presto detto: esiste l'idea di una globalizzazione buona, tale perchè:

a) lo Stato abbraccia l'internazionalismo e denazionalizza la sua azione e ciò ne potenzia l'efficienza per qualunque obiettivo voglia raggiungere: questo è un corollario dell'idea che l'internazionalismo (dell'indistinto) sia sempre e comunque cooperativo, (mentre l'assetto di Westfalia sarebbe intrinsecamente "inefficiente");

b) lo Stato ne risulta depotenziato e destrutturato e questo pure - in aggiunta all'internazionalismo che si espande- sarebbe un bene in sè

Forse perchè lo Stato nazionale può essere solo autoritario, fascistoide e guerrafondaio, mentre invece gli Stati de-sovranizzati e filo-globalizzazione, adeguandosi alle privatizzazioni e liberalizzazioni imposte da FMI, UEM e troike varie, sarebbero altamente libertari e progressisti;

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manifesto

I predatori del sistema

Benedetto Vecchi intervista Saskia Sassen

Parla l’economista e sociologa autrice di molti saggi sulla globalizzazione, in Italia per partecipare domani a un incontro del meeting torinese «Biennale Democrazia»

27cultLa con­ver­sa­zione è ini­ziata lad­dove era stata inter­rotta alcuni anni fa. Anche allora la crisi domi­nava la scena. Ma Occupy Wall Street era molto più che una debole spe­ranza, men­tre gli indi­gna­dos sem­bra­vano inar­re­sta­bili. Per Saskia Sas­sen erano segnali di una pos­si­bile inver­sione di ten­denza rispetto alle poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di matrice neo­li­be­ri­sta. E Barack Obama negli Stati Uniti, dove vive e inse­gna, sem­brava ancora capace di sfug­gire alle grin­fie della destra popu­li­sta. Ad anni di distanza, Saskia Sas­sen non ha per­duto l’ottimismo della ragione che ha carat­te­riz­zato molti suoi libri, ma è però con­sa­pe­vole che alcune ten­denze indi­vi­duate sono dive­nute realtà corrente.

Nota per il libro sulle Città glo­bali (Utet), ma anche per le sue ana­lisi sulla glo­ba­liz­za­zione, cul­mi­nate nel volume Ter­ri­to­rio, auto­rità e diritti (Bruno Mon­da­dori), dove Saskia Sas­sen non si limita a foto­gra­fare la glo­ba­liz­za­zione, ma ne ana­lizza la genesi, le tra­sfor­ma­zioni indotte nel sistema poli­tico nazio­nale e la for­ma­zione di cen­tri deci­sio­nali poli­tici sovra­na­zio­nali, messi al riparo dalla pos­si­bi­lità di con­trollo dei «gover­nati», da poco ha pub­bli­cato un nuovo volume (Expul­sions, Bel­k­nap Press; in Ita­lia sarà pub­bli­cato dall’editore il Mulino). La con­ver­sa­zione pre­cede la sua par­te­ci­pa­zione alla Bien­nale Demo­cra­zia di Torino, dove par­te­ci­perà domani a una tavola rotonda con Dona­tella Della Porta e Colin Crouch.

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appelloalpopolo2

ISDS, l’insopportabile leggerezza degli acronimi

Mauro Poggi

chapter3ISDS è l’acronimo di Investment-State Dispute Settlement,  uno strumento di diritto pubblico internazionale per risolvere le vertenze che possono sorgere fra uno stato e i suoi investitori stranieri.

Il primo accordo del genere risale al 1959, e fu stipulato fra Germania e Pakistan. Inizialmente concepito per proteggere gli investitori stranieri da discriminazioni o espropri arbitrari, si è trasformato in un’arma che le multinazionali usano in modo sempre più invasivo per citare in giudizio gli Stati ogni volta che giudichino un provvedimento di legge lesivo dei loro diritti  (o interessi, se vi pare più appropriato).

La causa viene giudicata da tribunali sovranazionali dotati di potere sanzionatorio contro gli stati, davanti a un collegio giudicante composto da avvocati d’affari che in una causa successiva (o in quella precedente) possono assumere (o hanno assunto) il ruolo di avvocato della “parte lesa”.

Nell’estensiva e fantasiosa interpretazione che le multinazionali danno ai concetti di “espropriazione” o “discriminazione”, ogni misura di legge successiva all’insediamento dell’investitore estero è suscettibile di richiesta di risarcimento, se cambiasse in senso per lui peggiorativo il quadro delle norme entro cui opera. Parliamo di qualunque cosa: salute pubblica (vedi Phillips Morris contro l’Australia e contro l’Uruguay), ambiente (Vattenfall contro Germania, Ethyl Corporation contro Canada), politica economica (Occidental contro Ecuador) e così via. Un aumento dei minimi salariali, ad esempio, potrebbe dar luogo a un contenzioso,  perché il maggior costo del lavoro comporterebbe una diminuzione degli utili attesi dall’investitore.

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domenico de simone

Che succede al prezzo del petrolio?

Domenico De Simone

269 cartoon 110 dollar bill small overMolti amici ed estimatori mi hanno chiesto delucidazioni sulla improvvisa caduta verticale del prezzo del petrolio e sulle sue origini. Ringrazio tutti per la fiducia, ma francamente non posso fare molto di più che formulare delle ipotesi, probabilmente vaghe e forse vere solo in parte. Per le previsioni, poi, non ne parliamo nemmeno, osservatori ed analisti potenti ed accreditati e sbagliano regolarmente, nonostante dispongano di mezzi di analisi e di strumenti di calcolo decisamente potenti ed affidabili. Proviamo a ragionare.

La prima idea che viene in mente, e che peraltro è stata sostenuta ed è tuttora sostenuta da diversi osservatori, è che la caduta del prezzo del petrolio è una manovra voluta dagli americani per mettere in ginocchio la Russia e far precipitare il consenso e il potere di Putin e del suo gruppo. A mio avviso, però, questa è un’idea sbagliata, o meglio, in buona parte sbagliata. Intanto la caduta verticale del prezzo del petrolio è certamente riconducibile alla decisione dell’Opec di non tagliare la produzione, seppure in presenza di una domanda mondiale debole  e con prospettive persino di riduzione. L’Opec, com’è noto, è politicamente condotto dall’Arabia Saudita che, dall’alto dei suoi dieci milioni di barili al giorno di produzione ne determina di fatto le scelte.

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euronomade

A proposito del concetto di Stato-nazione

di Antonio Negri*

imag41«Nazione» è stato, per molto tempo, un concetto difficilmente definibile al di fuori di quell’altro concetto che era lo Stato-nazione. Oggi le cose sono molto differenti.

Ma cominciamo dall’inizio, dunque precisamente dal concetto di Stato-nazione. Due elementi gli hanno dato forma: il primo, politico e giuridico, era quello di Stato; il secondo, storico, etnico e culturale, era il concetto di nazione. Tuttavia, è a partire dal concetto di Stato-nazione che la nazione è diventata una realtà, che la forza sovrana ha dato origine alla nazione. Quando parliamo di nazione, dobbiamo sempre ricordare questa genesi. In ogni caso, la «nazione» è un concetto del quale sono stati proposti vari criteri di definizione, con differenti radici ideologiche. Di solito si prova ad afferrarlo sotto tre profili.

In primo luogo, una categoria che comprende i dati naturali, per esempio l’elemento etnico (la popolazione) e l’elemento geografico (il territorio). L’elemento etnico è stato talvolta collegato con l’idea di razza, anche se il concetto di razza non dà luogo che raramente, secondo i teorici della nazione, a un’applicazione biologica. Quando era questo il caso, si trattava – non solo nel caso ignobile del nazismo – di operazioni politiche prive di ogni fondamento scientifico, in ogni caso terroriste, distruttive e aggressive.

La seconda categoria comprende fattori culturali come la lingua, la cultura, la religione e/o la continuità dello Stato. In alcuni casi può esserci una stretta relazione tra la prima e la seconda categoria: il criterio etnico e il criterio linguistico possono, per esempio, confondersi, così come il criterio politico e il criterio religioso.

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manifesto

L’alternativa radicale alla globalizzazione

Guido Viale

«Riterritorializzare» i processi economici. Se è stata la globalizzazione a spalancare le porte alla competitività universale, noi dobbiamo pensare e praticare alternative che valorizzino i benefici dell’unificazione del pianeta in un’unica rete di rapporti di interdipendenza e di connettività

27-intervento-viale-mondo-790401Molte delle minacce che incom­bono sul nostro pia­neta – e di cui poco si parla – sono già fatti. Innan­zi­tutto la data che ren­derà irre­ver­si­bile un cam­bia­mento cli­ma­tico radi­cale e deva­stante si avvi­cina. A que­sto vanno aggiunte tutte le altre forme di inqui­na­mento e di deva­sta­zione, sia a livello glo­bale che locale, che lasce­ranno a figli e nipoti un debito ambien­tale ben più gra­voso dei debiti pub­blici su cui poli­tici ed eco­no­mi­sti si strac­ciano le vesti.

Governi e mana­ger hanno per lo più can­cel­lato il pro­blema dalla loro agenda: la green eco­nomy pro­mossa a quei livelli non è un’alternativa al trend in atto, ma una serie scol­le­gata di misure, spesso dan­nose, che ne occu­pano gli inter­stizi. L’Italia, che ha una stra­te­gia ener­ge­tica (Sen) rece­pita dal governo Renzi, ne è un esem­pio: ha impe­gnato cifre astro­no­mi­che nelle fonti rin­no­va­bili a bene­fi­cio quasi solo di grandi spe­cu­la­zioni che deva­stano il ter­ri­to­rio, ma den­tro un piano ener­ge­tico incen­trato su tri­vel­la­zioni e tra­sporto di metano in conto terzi. È una visione miope che distrugge, insieme all’ambiente, anche l’agognata com­pe­ti­ti­vità, e chiude gli occhi di fronte al futuro.

Viviamo ormai da tempo in stato di guerra: l’Italia – ma non è certo un’eccezione – è già impe­gnata con diverse moda­lità, tutte con­trab­ban­date come «mis­sioni di pace», su una decina di fronti.

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euronomade

La Comune della cooperazione sociale

F.Tomasello intervista Antonio Negri sulla metropoli

Lavoratori-uniti(Domanda). Ormai diversi anni fa, alcuni tuoi scritti riguardanti l’oggetto di questa intervista sono stati raccolti in un testo il cui titolo, Dalla fabbrica alla metropoli, rimanda all’adagio secondo cui la metropoli sta alla moltitudine come, una volta, la fabbrica stava alla classe operaia. Vorrei oggi parlare con te di cosa le trasformazioni, i movimenti e la crisi globale di questi anni ci dicono rispetto all’analisi della metropoli intesa come griglia analitica attraverso cui è possibile rileggere e interpretare molte categorie di lettura del presente. Recentemente – in particolare nell’intervento Per la costruzione di coalizioni moltitudinarie in Europa – hai fatto cenno all’esigenza di sottoporre a verifica critica alcune categorie consolidate dell’esperienza post-operaista: vorrei chiederti anzitutto se ritieni che anche questo schema di lettura del rapporto fra metropoli e moltitudine debba essere sottoposto a verifica e aggiornamento.

(Risposta). Ci troviamo oggi di fronte a una situazione completamente aperta per quanto riguarda la metropoli: per questo credo che il discorso vada sottoposto a verifica, ma continuerei comunque a insistere sul tema metropoli-fabbrica, pur senza interpretarlo in modo lineare. Evidentemente la metropoli è qualcosa di radicalmente diverso dalla fabbrica, è un luogo di produzione che va analizzato in tutta la sua specificità, ma è altrettanto vero che essa è il luogo di produzione per eccellenza.

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controlacrisi

Le gabbie sociali della globalizzazione

Intervista a Dario Leone

E' uscita l’opera sociologica di Dario Leone “Le gabbie sociali della Globalizzazione” nella collana Multitudo per Susil edizioni. Il testo analizza la completa scomparsa della dimensione collettiva, il distacco del potere dalla politica ed il trionfo del libero mercato che sono solo alcune delle caratteristiche del nuovo e trionfante Capitalismo globalizzato

Il tuo libro affronta un tema complesso, come quello della cosiddetta globalizzazione e delle sue implicazioni sulla sfera sociale. Una tematica già affrontata da diversi studiosi, non ultimo Bauman da cui hai tratto molto per questo tuo lavoro. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?

Dopo la scomparsa della sinistra dal parlamento italiano e la sua evidente crisi sul piano dell’elaborazione politica e sociale sono stato spinto alla ricerca di una forma di militanza differente da quella classica fino a quel momento intrapresa. Penso che questa crisi sia innanzitutto dovuta alla tendenza ad utilizzare strumenti di analisi tardo ottocenteschi che vanno aggiornati perché siamo in una società che ha superato le dicotomie classiste, ha “nebulizzato” il potere reale staccandolo dalla politica, rendendo il sistema impermeabile al mutamento dal basso (o da sinistra). Se il capitalismo, vestendo i panni della globalizzazione, ha normalizzato la contraddizione capitale/lavoro vestendola di libertà, vuol dire che gli strumenti del cambiamento finora inseguiti devono rimodularsi. In altre parole a questo capitalismo postmoderno va contrapposto un marxismo postmoderno che non può continuare ad essere quello elaborato ai tempi della rivoluzione industriale. Questo libro è il primo di una lunga serie di contributi che vanno in questa direzione e che penso occuperanno gran parte della mia esistenza con la consapevolezza che questa fase storica (leninisticamente intesa), non produrrà significativi cambiamenti sociali (a meno che non siano fisiologici e quindi endogeni), ma potrà produrre pensatori, teorie e progetti che possono costituire i semi sui quali le prossime generazioni potranno fare il raccolto.

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Globalizzazione, capitale, lavoro

di Giovanna Cracco

“Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è dunque il libero scambio? È la libertà del capitale. quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che raffrenano ancora la marcia del capitale, non avrete fatto che dare via libera alla sua attività. […] Il risultato sarà che l’opposizione fra le due classi [capitalisti e lavoratori salariati, n.d.a.] si delineerà più nettamente ancora. […] signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. Libertà di chi? non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. È la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore.” Karl Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, pronunciato il 9 gennaio 1848 all’Associazione democratica di Bruxelles.

Ci sono parole che fanno la loro comparsa nei ristretti circoli economici, migrano nei discorsi politici e vengono infine proposte e riproposte dai mass media fino a farle diventare parte del lessico comune dei cittadini; ma ogni passaggio le semplifica, le riveste con l’abito adatto allo scopo e all’occasione. Così, i primi utilizzatori sono e restano ben consapevoli del loro nudo significato, gli ultimi ne hanno appena una vaga idea. E quando il tempo sbiadisce i lustrini e lacera il vestito, quando presenta il conto, gli ultimi si ritrovano a non capire per cosa pagano. Ed è ben difficile contestare il risultato di una somma quando non si è in grado di fare le addizioni.

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Banche, crisi, porti. La vecchia talpa scava ancora

di Girolamo De Michele

Sergio Bologna,  Banche e crisi. Dal petrolio al container, Postfazione di Gian Enzo Duci, Derive Approdi, Roma 2012, pp. 198, € 17.00

Le lotte degli anni ’60-’70 sono state attraversate, in un rapporto di reciproca produzione e rilancio, da alcuni importanti testi “teorici” (chiamiamoli così, per comodità), che avevano all’epoca una finalità militante, e che sono oggi dei classici, nel senso autentico del termine: testi che non hanno ancora smesso di dirci qualcosa, veri e propri scrigni del tesoro nei quali si trova sempre qualcosa di nuovo. Testi che ci parlano del tempo presente pur essendo stati scritti in anni talmente lontani da sembrare epoche, o ere. Operai e Stato di Mario Tronti, Crisi dello Stato-piano e Marx oltre Marx di Toni Negri, e Moneta e crisi di Sergio Bologna (gusti miei, sia chiaro, senza alcuna pretesa di completezza e di gerarchia): non certo per caso, testi che attraversano i Grundrisse di Marx, un altro classico la cui attualità continua a sorprendere1.

Tempo fa, noi carmilli eravamo sul punto di ripubblicare il lavoro di Sergio Bologna, perché ci pareva ingiusto che un testo di tale importanza fosse irreperibile2: e lo avremmo fatto, se non ci fosse giunta notizia dell’imminente riedizione da parte di DeriveApprodi.

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Cina: epicentro emergente del conflitto mondiale tra capitale e lavoro?

Beverly J. Silver - Lu Zhang

Nel modo in cui è spesso presentata, l'ascesa della Cina sarebbe parte di quel più grande, ed incontenibile, processo di globalizzazione che spinge le aziende ad internazionalizzarsi alla ricerca di bassi costi della manodopera. I lavoratori di tutto il mondo sarebbero così messi in competizione tra loro in una "corsa verso il fondo". Quello che Beverly Silver e Lu Zhang mostrano bene in questo articolo scritto nel 2008 è come anche nel caso cinese i lavoratori invece dimostrino di essere qualcosa di più che meri soggetti passivi di questi processi: "laddove va il capitale, segue il conflitto", come mostrano seguendo le lotte portate avanti dagli operai in Cina negli ultimi anni e di fatto anticipando la crescente importanza, innanzitutto numerica, dei conflitti operai nel gigante asiatico dimostrata dall'ondata di scioperi del 2010.

Una valutazione del ruolo della Cina nella divisione internazionale del lavoro e dei limiti che incontra la capacità del Capitale di governare la classe lavoratrice attraverso le classiche strategie di "riorganizzazione tecnologica e di prodotto",  mostra come le lotte dei lavoratori cinesi stiano mettendo in discussione alcuni degli assi portanti dell'ordine capitalistico globale – come la competizione internazionale tra lavoratori e l' "ingannevole patto sociale del Neoliberismo" che garantisce la sostenibilità sociale della compressione dei salari reali proprio attraverso l'afflusso di merci a prezzo stracciato dalla Cina ed altri luoghi. Che questo poi si traduca in un miglioramento nelle condizioni di vita dei proletari di tutto il mondo, e che non si rischi piuttosto di passare "dalla padella alla brace", dipende anche da quello che noi, qui, sapremo farci degli effetti di queste lotte.


Dove va il Capitale, là corre il conflitto


Un tema diffuso nella letteratura sulla globalizzazione è che la rapida crescita dell’industria in Cina segna la fine della capacità di resistenza collettiva dei lavoratori nel Nord e nel Sud globalizzati.

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La Comune della metropoli

di Benedetto Vecchi

«Città ribelli», il nuovo libro del geografo americano da oggi nelle librerie. Un ambizioso exursus teorico su come la città sia il luogo del dominio, ma anche della resistenza

Questo nuovo libro di David Harvey - Città ribelli, Il saggiatore, pp. 224, euro 20 - consente di fare il punto sul suo percorso teorico e politico, dove la città ha sempre avuto un ruolo da protagonista, in quanto forma dell'abitare e del produrre società. Harvey ha infatti già scritto sulla città in molti dei suoi primi lavori, perché vi vedeva, siamo al giro di boa tra gli anni Settanta, il luogo imprescindibile per una critica dello sviluppo capitalistico. Ma questo suo ultimo lavoro è però un passaggio obbligato per comprendere come il generoso e ambizioso tentativo di Harvey di innovare, in continuità, la tradizione marxiana che ha nutrito la sua prassi teorica-politica abbia raggiunto o meno il suo obiettivo. È dal dal détournement che produce leggendolo che va quindi valutato il volume. Poche le conferme dell'efficacia del pensiero politico della sinistra che si ricavano dalla sua lettura, molte invece le aperture di credito, mantenendo, va da sé, la debita distanza, alla tradizione libertaria di Murray Bookchin sulla confederazione delle municipalità quale forma politica alternativa allo Stato o alla riappropriazione del comune proposta da Toni Negri e Michael Hardt nel loro Commonwealth.


Lo Stato del comunardo

Entrambe le tesi sono, per Harvey, utili per spiegare le dinamiche sociali e politiche dei movimenti sociali che vedono la classe operaia tradizionale componente minoritaria, mentre il sindacato e il partito politico non sono le forme organizzative adeguate per figure lavorative erratiche, nomadi, intermittenti come sono i flussi lavorativi nelle metropoli che producono il «comune».

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L'imperialismo globale del nuovo secolo

di Ernesto Screpanti

Si può ancora parlare di imperialismo? E come? Pubblichiamo un'anticipazione del libro di Ernesto Screpanti, L'imperialismo globale e la grande crisi

La tesi centrale di questo libro è che con la globalizzazione contemporanea sta prendendo forma un tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento.

La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante all’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli Stati possono porre ai suoi movimenti. Mentre in passato il capitale monopolistico di ogni nazione traeva vantaggio dalla spinta statale all’espansione imperialista, in quanto vi vedeva un modo per estendere il proprio mercato, oggi i confini degli imperi nazionali sono visti come degli ostacoli all’espansione commerciale e all’accumulazione. E mentre in passato il capitale monopolistico aveva interesse all’innalzamento di barriere protezionistiche e all’attuazione di politiche mercantiliste, in quanto vi vedeva un modo per difendersi dalla concorrenza delle imprese di altre nazioni, oggi il capitale multinazionale vota per il libero scambio e la globalizzazione finanziaria. La nuova forma assunta dal dominio capitalistico sul mondo la chiamo “imperialismo globale”.

Una seconda novità è che nell’impero delle multinazionali cambia la natura della relazione tra Stato e capitale.

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Il diritto del comune

di Girolamo De Michele

G. Allegri, A. Amendola, A. Arienzo, M. Blecher, M. Bussani, P. Femia, A. Negri, U. Mattei, G. Teubner, Il diritto del comune. Crisi della sovranità, proprietà e nuovi poteri costituenti, a cura di Sandro Chignola, Ombre Corte, Verona 2012, pp. 236, € 20,00

Questo volume, che raccoglie parte dei materiali prodotti in occasione di una giornata di studi nel marzo 2011, ha la sua ragion d’essere in almeno due temi: la crisi del diritto e della sovranità, e la pratica necessità di processi costituenti messi all’opera dai movimenti globali.

Che in un’epoca di crisi dell’economia globale siano entrate in crisi tanto gli istituti della rappresentanza politica “democratico-costituzionale”, quanto il diritto in quanto tale; che si debba parlare di una crisi delle costituzioni sia dal lato teorico (fondamenti formali dell’architettura giuridica che regolamenta la produzione di leggi e la loro applicazione), sia dal lato materiale (garanzia dell’inviolabilità dei diritti fondamentali iscritti nelle carte costituzionali e tutela sostanziale del cittadino), non è una novità per gli studiosi di questi argomenti.

Meno comune è la comprensione di questa crisi da parte della (cosiddetta) opinione pubblica, e le sue conseguenze nella precaria quotidianità di questo lungo fine secolo.

Partiamo da alcuni concreti casi esemplari di violazione dei diritti umani da parte di società multinazionali: «l’inquinamento ambientale e il trattamento disumano di gruppi di popolazione locale, come nel caso della Shell in Nigeria;