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sinistra

La formazione di un rivoluzionario comunista sotto il fascismo: Giacomo Buranello

di Eros Barone

buranelloMa in ogni tempo il progresso della totalità è ostacolato dai
pregiudizi e dagli interessi dei singoli.
Gli ignoranti
hanno i pregiudizi, i delinquenti i propri interessi da
difendere.
Ed oggi il principale ostacolo all’unificazione
del mondo (non dico alla felicità degli uomini) non è certo
l’ignoranza:
sono gli interessi e le ambizioni dei singoli,
dei delinquenti.
Questi (o quelli fra questi che già hanno un
bottino da conservare) son sempre
contrari ad ogni forma
di progresso: quando nazione significava civiltà erano
i peggiori nemici dei patrioti; ora che nazione significa regresso
sono
i più validi sostenitori della nazione.
Dal Diario di Giacomo Buranello, 19 ottobre 1938.

Se nella storia delle forze antifasciste il 1938 fu l’anno della passione per la Spagna repubblicana, della Cecoslovacchia, della conferenza di Monaco e della fine del Fronte Popolare di Léon Blum, nonché della promulgazione, in Italia, della legislazione razziale, nella storia dell’amicizia tra quattro giovani, che si chiamavano Giacomo Buranello, Walter Fillak, Ottavio Galeazzo e Orfeo Lazzaretti, il 1938 fu l’anno dei libri e della nascita delle rispettive biblioteche.

Buranello cominciò a scrivere il suo “Diario” nello stesso anno, facendone lo specchio fedele, da un lato, del confronto con gli amici e con la madre e, dall’altro, delle sue personali riflessioni sui libri che leggeva. Al centro di tali riflessioni vi era il problema delle scelte con cui si proponeva di dare un senso alla propria vita.

palermograd

Come fare la rivoluzione senza prendere il potere  ...a luglio

di Daniel Gaido (*)

1 lenin trong cach mang thang 10 nam 2017 wikipidiaNel 1917 la Russia contava 165 milioni di cittadini, dei quali solamente 2 milioni e 700 mila vivevano a Pietrogrado. Nella capitale abitavano 390.000 operai – un terzo erano donne –, tra i 215.000 e i 300.000 soldati di guarnigione e circa 30.000 marinai e soldati di stanza nella base navale di Kronstadt.

Dopo la Rivoluzione di Febbraio e l’abdicazione dello zar Nicola II, i Soviet, guidati dai Menscevichi e dai Socialisti Rivoluzionari, cedettero il potere a un governo provvisorio non eletto che era deciso a mantenere la Russia belligerante nella Prima Guerra Mondiale e a ritardare la riforma agraria fino all’elezione dell’Assemblea Costituente, rimandata a data da destinarsi.

Inoltre i Soviet avevano richiesto la creazione di commissioni di soldati e avevano dato istruzioni di disubbidire a ogni ordine ufficiale che andasse contro gli ordini e i decreti del Soviet dei Deputati, degli Operai e dei Soldati.

Queste decisioni contraddittorie provocarono una duplice e precaria struttura di potere, caratterizzata da crisi di governo ricorrenti.

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Storia, prudenza ed urgenza

di Ottone Ovidi

studiare storiaLa storia con le sue vicende, le sue guerre, le sue rivoluzioni e controrivoluzioni, con le sue sconfitte e vittorie nazionali nonché con la lotta di classe affascina e ispira i cittadini tutti, ed è non solo un faro che illumina l’esistenza umana ma un riflettore intorno a cui ruota l’esistenza umana tutta e rende visibile anche quelle cose che possono sembrare nascoste o invisibili. Comprendere il carattere dialettico della storia significa leggerla come processo. La dialettica come processo storico ci permette di conoscere nel corso della storia stessa nuovi contenuti, nuovi oggetti. Nel momento in cui leggiamo la storia come processo dialettico ci appropriamo di questa come parte del processo dello sviluppo sociale e perciò questa stessa ci permette di capire che il cosa, il come e il fino a che punto della nostra conoscenza è determinato dagli stadi di sviluppo del processo della società.

La legge dell’identità mediata di soggetto e oggetto, forma e contenuto, essere e divenire è la forma razionale, per altri versi l’unica forma possibile, di realizzazione della storia.

Il metodo storico non è qualche cosa di formale e preliminare, ma si identifica con l’unità tra teoria e prassi, e richiede di schierarsi dalla parte del soggetto che non rinuncia a fare coscientemente la propria storia.

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Norman Bethune

di Eros Barone

La fusione organica tra medicina e comunismo nel crogiuolo ardente della passione internazionalista

3101 180dpi1. Una vita breve e straordinariamente intensa

Norman Bethune: chi era costui? L’‘incipit’ di carattere interrogativo e di sapore manzoniano non è fuori luogo quando un nome ricompare dopo tanto tempo. La risposta è la seguente: Norman Bethune ha un posto nella storia per il contributo che ha dato, in qualità di medico, oltre che alla ricerca scientifica, alla causa dell’emancipazione dei popoli oppressi.Eppure, quando il Nostro nasce il 4 marzo 1890, figlio di un pastore protestante presbiteriano e nipote di un nonno medico, a Gravenhurst, tranquilla cittadina sulle rive di un bel lago a nord di Toronto, nulla fa presagire la sua futura carriera. Sennonché ciò che affascina il giovane Norman è la medicina come ricerca scientifica e impegno sociale: un binomio che è la chiave di lettura della sua personalità e di tutta la sua attività. Nel 1915 Bethune interrompe gli studi all’università di Toronto per partire volontario come portantino infermiere nella prima guerra mondiale. Nel 1917, a causa di una ferita, viene trasferito in Inghilterra; qui presterà servizio nella marina britannica come tenente medico sino al completamento degli studi e al conseguimento della laurea in medicina (1919).

palermograd

Violenta, non troppo

di Mike Haynes (*)

1917 10 25 winter palaceViviamo in un mondo violento e non possiamo evitare di affrontare da un punto di vista politico questo problema.

Nel 1917, la violenza della guerra si era propagata in ogni dove. Nell’ultimo capitolo della sua Storia della rivoluzione russa, Trotsky scrive:

«Non è forse significativo che il più delle volte a indignarsi per le vittime delle rivoluzioni sociali siano gli stessi che, se pur non sono stati fautori diretti della guerra mondiale, ne hanno almeno preparato ed esaltato le vittime, o quanto meno si sono rassegnati a vederle cadere?»[1].

Si stima che il numero dei morti durante la prima guerra mondiale, fra militari e civili, ammonti a una cifra tra quindici e diciotto milioni. Alla fine del 1917, un medico socialista calcolò che “la folle corsa della giostra della morte” aveva portato a “6.364 morti al giorno, 12.726 feriti e 6.364 disabili”. Probabilmente, la precisione che dimostra non è corrispondente alla realtà, ma il suo senso delle proporzioni lo è. La gente moriva in battaglia, nonché per le privazioni e le malattie che ne conseguivano.

rifonda

Riflessioni sui bolscevichi

di Alexander Rabinowitch*

La Rivoluzione d’Ottobre e l’inizio della costruzione dello stato sovietico a Pietrogrado

9788807889981 quartaE’ annunciata per il prossimo 14 settembre l’uscita del libro dello storico americano Alexander Rabinowitch “1917. I bolscevichi al potere” (Feltrinelli). Si tratta della riedizione di quello che è diventato ormai un classico tradotto in tutto il mondo della storiografia sulla rivoluzione russa già pubblicato in Italia nel 1978 dalla Feltrinelli. Nel 1989 fu il primo lavoro di uno storico occidentale sulla rivoluzione bolscevica a essere pubblicato in Russia con grande successo tra gli storici e i lettori (oltre 100.000 copie della prima edizione andarono rapidamente esaurite). Purtroppo è l’unico testo disponibile in italiano di uno dei più importanti studiosi della Rivoluzione del 1917. Dà l’idea di quale sia stato il clima culturale nel nostro paese negli ultimi decenni il fatto che dagli anni ’70 non siano stati tradotti gli altri suoi lavori, in particolare gli altri due volumi della sua trilogia sulla rivoluzione: Prelude to revolution e The Bolsheviks in Power: The First Year of Bolshevik Rule in Petrograd che nel 2007 uscì in contemporanea in edizione russa e inglese. Vi proponiamo la traduzione della conferenza che Alexander Rabinowitch ha tenuto presso la Humboldt University di Berlino il 14 ottobre 2010 in occasione della ripubblicazione in Germania del libro. (M.A.)

* * * *

Questa sera, voglio condividere con voi alcuni punti di vista sui bolscevichi, la Rivoluzione d’Ottobre e l’inizio della costruzione dello stato sovietico a Pietrogrado sviluppate durante quasi un’intera vita trascorsa a studiare i vari aspetti di questa materia ancora molto controversa.

trad.marxiste

Un nazionalismo vestito di rosso

di Grant Evans e Kelvin Rowley

Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”

1200px Vientianne1973Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia.

A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi.

I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente.

sinistra

Le pulsioni antirisorgimentali dei nostalgici del regime borbonico e di quello austriaco

di Eros Barone

1 Guttuso Renato Battaglia di ponte dellAmmiraglio H3706«…nel momento in cui il passato
diveniva l’avvenire e l’avvenire il passato…»
Victor Hugo, “L’uomo che ride”,
Parte seconda, Libro primo.

«L’Unità d’Italia è avvenuta con una feroce guerra di occupazione da parte dell’esercito sabaudo con un milione di morti e milioni di emigranti.» Così scriveva nel 2011, senza alcun timore di apparire ridicolo o delirante, un nostalgico del regime borbonico e delle ‘piccole patrie’ pre-unitarie in una lettera pubblicata dal quotidiano online “VareseNews”1 . Capisco, naturalmente, che l’uso politico-propagandistico della storia a fini di mistificazione e di falsificazione escluda l’obbligo della ricerca e della consultazione di fonti documentali affidabili e di testi storiografici seri; è sufficiente, infatti, per questo tipo di rigattieri della cultura prelevare dati da siti web privi di qualsiasi attendibilità e orientati in senso antirisorgimentale: puro folclore, che però rivela il carattere bifido di Internet (torbida fogna dell’ignoranza e, insieme, strumento prezioso di indagine), oltre che la deriva intellettuale di alcune fasce dell’opinione pubblica di questo Paese.

blackblog

La sinistra desolata

di Tim Barker

Klett Small piece of border fence full 2000px7Non è un segreto che il collasso del comunismo internazionale, avvenuto dal 1989 al 1991, abbia costretto su posizioni difensive molti marxisti. Ciò che viene meno compreso è il perché siano stati così tanti altri a cogliere l'opportunità per abiurare alcuni di quelli che erano i principi più venerati del marxismo. Perry Anderson, in un saggio sorprendentemente ammirativo su Francis Fukuyama, scritto nel 1992, concludeva valutando sobriamente quello che rimaneva del socialismo. Al centro della politica socialista - egli scriveva - c'era sempre stata l'idea che un nuovo ordine di cose sarebbe stato creato da una classe operaia militante, «la cui auto-organizzazione prefigurava i principi della società a venire.» Ma nel mondo reale, questo gruppo «era diminuito in dimensioni ed in coesione.» Non è che si fosse semplicemente spostato dall'Ovest sviluppato ad Est; anche a livello globale, notava, «la sua ampiezza relativa proporzionalmente all'umanità diminuisce costantemente.» La conclusione era che uno principi fondamentali del marxismo era sbagliato. Il futuro ci offriva una sempre più piccola, disorganizzata classe operaia, incapace di realizzare il suo ruolo storico.

resistenze1

Cosa ci insegnano le "Tesi di Lione"

di Eros Barone

gramsci 5Se il socialismo scientifico segnò una svolta dì portata decisiva nella storia del movimento operaio internazionale, scoprendo l'"algebra della rivoluzione", non vi è dubbio che le tesi del III congresso del P.C.d'I. (denominazione, questa, che non è affatto equivalente a quella di PCI, giacché indica non un partito nazionale, ma la sezione nazionale di un partito mondiale), tenutosi in condizioni di illegalità a Lione tra il 20 e il 26 gennaio 1926, costituiscano la più avanzata e matura formulazione, attraverso un organico sistema di equazioni, del problema della rivoluzione proletaria nella storia del movimento operaio italiano.

In effetti, a chiunque chieda quali siano i testi con cui sia possibile formarsi un'idea esatta dell'autentica tradizione comunista, proletaria ed internazionalista, del nostro Paese non si può che consigliare di leggere e rileggere, cioè studiare, questo scritto fondamentale che segnò la vera nascita teorico-politica del P.C.d'I., sia come attiva sezione dell'Internazionale Comunista sia come fattore operante della dinamica nazionale, attraverso la rottura con l'estremismo settario ed opportunista di Bordiga [1].

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Perchè Lenin?

di Tariq Ali

Pubblichiamo la traduzione di un estratto dal nuovo libro di Tariq Ali “The Dilemmas of Lenin

lenin at finland station nthe arrival of russian communist leader FF7RPEPerchè Lenin? Per prima cosa quest’anno è il centenario dell’ultima più grande rivoluzione d’Europa. A differenza di quelle precedenti la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 trasformò le politiche mondiali e, nel processo, trasformò il ventesimo secolo con l’assalto frontale al capitalismo ed al suo impero, accelerando la decolonizzazione. Secondariamente l’ideologia dominante odierna e le strutture di potere che difende sono talmente ostili alle lotte sociali e di liberazione del secolo scorso che la riscoperta di quanta più memoria politica e storica possibile è di per sé un atto di resistenza. In questi brutti tempi persino l’anticapitalismo in offerta è limitato. E’ apolitico e non storico. Il vero scopo della lotta contemporanea non dovrebbe essere di imitare o ripetere il passato ma di assorbire le lezioni sia positive che negative che offre. E’ impossibile raggiungere questo scopo però se si ignora il soggetto dello studio. A lungo, nello scorso secolo, coloro che onoravano Lenin per lo più lo ignoravano. Lo santificavano ma raramente ne leggevano gli scritti. Più spesso che non, e in ogni continente, Lenin è stato male interpretato e usato in malo modo per scopi strumentali proprio dai suoi sostenitori: partiti e sette, grandi e piccoli che ne reclamavano il mantello.

palermograd

L’eccezione esemplare. La Rivoluzione Finlandese

di Eric Blanc

La dimenticata rivoluzione finlandese è forse fonte di maggiori insegnamenti che gli stessi avvenimenti del 1917 in Russia, stando alla ricostruzione di Eric Blanc*, che presentiamo nella traduzione di Valerio Torre del blog Assalto al cielo (assaltoalcieloblog.wordpress.com)

rivoluzioneNel secolo appena trascorso, i lavori di ricerca storica sulla rivoluzione del 1917 si sono per lo più concentrati su Pietrogrado e sui socialisti russi. Ma l’impero russo era prevalentemente composto da non-russi, e le convulsioni nella periferia erano solitamente esplosive come quelle del centro.

Il rovesciamento dello zarismo nel febbraio del 1917 scatenò un’ondata rivoluzionaria che inondò immediatamente tutta la Russia. Forse la più eccezionale di queste insurrezioni è stata la rivoluzione finlandese, che uno studioso ha definito «la più esemplare guerra di classe nell’Europa del XX secolo».

 

L’eccezione finlandese

I finlandesi costituivano una nazione differente da qualsiasi altra sotto il dominio zarista. Appartenuta alla Svezia fino al 1809, quando fu annessa alla Russia, la Finlandia godeva di autonomia governativa e libertà politica ed ebbe infine anche un parlamento proprio, democraticamente eletto. Benché lo zar tentasse di limitarne l’autonomia, la vita politica di Helsinki somigliava più a quella di Berlino che di Pietrogrado.

In un’epoca in cui i socialisti nel resto della Russia imperiale erano costretti ad organizzarsi in partiti clandestini ed erano perseguitati dalla polizia segreta, il Partito socialdemocratico finlandese (Psd) faceva politica legalmente.

contropiano2

Dopo la rivoluzione: i primi atti del potere sovietico

di Vladimiro Giacchè*

Uno stralcio dell’introduzione di Vladimiro Giacché al volume Lenin, Economia della rivoluzione, Milano, Il Saggiatore, 2017, da oggi in libreria; sono state riprodotte le pagine 14-19, eliminando poche righe di testo, nonché alcune note e riferimenti testuali. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore questa parte del libro è stata pubblicata da Marx XXI e condividiamo su Fattore K

economia della rivoluzionePer creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo?
LENIN, Sulla nostra rivoluzione, 17 gennaio 1923

Quando Lenin, il 30 novembre 1917, licenziò per la stampa Stato e rivoluzione, accluse un poscritto in cui informava il lettore di non essere riuscito a scrivere l’ultima parte dell’opuscolo originariamente prevista. E aggiunse: «la seconda parte di questo opuscolo (L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917) dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare “l’esperienza di una rivoluzione” che non scrivere su di essa».

L’esperienza in questione era iniziata il 25 ottobre 1917 (7 novembre secondo il calendario gregoriano, che dal marzo 1918 sarebbe stato adottato anche in Russia). La notizia era stata comunicata ai cittadini russi attraverso un appello, scritto dallo stesso Lenin, in cui si dava notizia dell’abbattimento del governo provvisorio guidato da Kerenskij e del passaggio del potere statale «nelle mani dell’organo del Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado, il Comitato militare rivoluzionario».

la citta futura

Un “ponte sull’abisso”. Lenin dopo l’Ottobre

di Alexander Höbel

Cent’anni dalla grande rivoluzione sovietica: un bilancio storico, un’indicazione per l’oggi

ad8de5425148aa32777950338f4d11f6 XLIn occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre, si sta opportunamente riaprendo la discussione sul significato e il valore storico di quella straordinaria svolta che ha segnato di sé l’intero XX secolo e che si riflette, per alcuni aspetti, a partire dal mutamento dei rapporti di forza tra aree del mondo, sulla nostra stessa contemporaneità. In questo quadro è essenziale approfondire il significato ma anche i problemi di quella esperienza. Se l’obiettivo della Rivoluzione socialista era quello di sottomettere i meccanismi dell’economia alla volontà cosciente e organizzata delle masse, in vista del benessere collettivo, Lenin fu sempre consapevole della difficoltà di tale sfida, in particolare in un paese arretrato come la Russia del 1917. La consapevolezza di tale difficoltà andò crescendo nei mesi e negli anni successivi alla presa del potere, senza però trasformarsi mai in una diversa valutazione sulla svolta dell’Ottobre, anzi sempre ribadendo la giustezza della scelta fatta, l’opportunità di aver colto il momento, di aver sfruttato al meglio le possibilità offerte da una eccezionale contingenza storica.

All’indomani dell’Ottobre, Lenin individua come “uno dei compiti più importanti” quello di “sviluppare il più largamente possibile questa libera iniziativa degli operai [...] e di tutti gli sfruttati [...] nel campo dell’organizzazione. Bisogna distruggere ad ogni costo – dice – il pregiudizio assurdo [...] secondo il quale soltanto le cosiddette ‘classi superiori’ [...] possono dirigere lo Stato [...].

maelstrom

Una foto in via De Amicis

L'immagine "icona" degli anni Settanta quarant'anni dopo il 14 maggio 1977

di Damiano Palano

Questa recensione del volume Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena, a cura cura di Sergio Bianchi (Derive Approdi, pp. 166, euro 20.00), venne pubblicata su "Maelstrom" circa sei anni fa e viene riproposta oggi, a quarant'anni dal giorno in cui la foto fu scattata, il 14 maggio 1977

pistolero MGzoomNel corso dei decenni, l’espressione «anni di piombo» - entrata nel nostro lessico dopo il film omonimo di Margarethe von Trotta – è andata progressivamente a identificare quel lungo periodo della storia italiana che inizia con il 1968 e giunge fino all’inizio degli anni Ottanta. Nel dibattito pubblico, e nella memoria collettiva, la durata degli «anni di piombo» si è così progressivamente dilatata. Ha cessato di identificare soltanto la stagione del terrorismo e della lotta armata – quel periodo in cui il conflitto sociale e politico si trasforma in una dolorosa, nichilista, «guerra civile a bassa intensità» - ed è diventato qualcosa di più, la formula con cui rappresentare un decennio di follia, in cui l’Italia si muta in una fucina di violenza incontrollabile, di odio viscerale, di follia ideologica. Una simile dilatazione distorce, almeno in parte, la realtà. Quantomeno perché, proprio negli anni a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, l’Italia vive forse uno dei periodi più vivaci della sua storia, una stagione di straordinaria creatività pressoché in tutti campi della sua vita culturale.