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L’Unione Europea nella globalizzazione

di Franco Russo

Unione Europea deforma le cose 720x300USA: lo stato profondo

Quest’articolo ha uno scopo delimitato: esaminare gli orientamenti e le iniziative degli organi dell’Unione Europea (UE), o di suoi influenti rappresentanti, relativamente all’attuale fase della globalizzazione, dopo che dagli USA il presidente Trump ha fatto risuonare il grido America first! Una prima reazione di commentatori, di esperti e anche di militanti della sinistra anticapitalista hanno frettolosamente reagito affermando che il ciclo della globalizzazione si era ormai chiuso e hanno profetizzato il ritorno al protezionismo a difesa degli interessi nazionali. Dunque, fine imminente della globalizzazione e rinascita dei conflitti tra Stati nazionali, chiamati a sostenere i rispettivi capitalismi. Paradossalmente queste posizioni tradiscono una visione tipica dell’ideologia liberale che da Montesquieu in poi ha esaltato il dolce commercio come base per costruire relazioni armoniche e pacifiche tra nazioni ad economia capitalistica, dimenticando che nel mercato mondiale da sempre si sono svolti e, nella sua attuale fase di globalizzazione, si svolgono azioni sia di cooperazione sia di conflitto, anche militare, tra grandi spazi economico-politici. Il secondo paradosso di chi prevede il risorgere dei capitalismi nazionali è che si confonde la globalizzazione dell’età contemporanea con quella di fine Ottocento. Non volendo ergermi a esperto della materia, né ridurmi a utilizzare facili slogan mi rifaccio alle parole usate, in una conferenza alla Bocconi il 13 marzo 2017, da Richard Baldwin che, da indefesso sostenitore del capitalismo globalizzato, ne ha saputo mettere in luce le nuove caratteristiche: “La vecchia globalizzazione riguardava prodotti finiti che varcavano i confini, era una competizione tra settori industriali di paesi diversi. Nella nuova globalizzazione non è semplicemente un settore ad essere sfidato dalla concorrenza straniera, ma è una singola fase della produzione, che infatti viene spostata all’estero. A varcare i confini è il know how non il prodotto”. Ciò sta a significare che a varcare i confini, oltre alle merci finite, sono i prodotti semilavorati, infatti per prime le aziende USA non producono più in patria le merci, e anche molti servizi legati alle TLC, realizzandovi solo alcune fasi quali la progettazione, la logistica, a volte l’assemblaggio finale, il marketing. Per questo, conclude Baldwin, se Trump eleva barriere tariffarie rende più costose le merci di cui le imprese USA hanno delocalizzato la produzione. Se Trump innalzerà barriere tariffarie l’effetto sarà che le imprese statunitensi produrranno le merci per il mercato interno in patria e “sposteranno all’estero le produzioni per i mercati asiatici ed europei”. La delocalizzazione, con la creazione di catene produttive lunghe, è stata resa possibile dalla mobilità dei capitali, i cui vincoli vennero meno con la fine del sistema di Bretton Woods tra il 1971 e il 1973.

L’uso di misure per danneggiare i concorrenti sono una costante della storia del capitalismo, e  anche in questa epoca di globalizzazione rappresentano un’arma, nei limiti delle regole del WTO e degli accordi commerciali bilaterali, per fiaccare la concorrenza delle merci ‘straniere’ nei mercati nazionali. Come risulta dagli studi dell’OCSE, è difficile però distinguere le merci di produzione completamente autoctona da quelle che risultano da produzioni in cui le imprese locali hanno dato il loro contributo. Un computer o uno smartphone, o un auto non sono il prodotto di una singola impresa in un singolo paese: è il risultato di una filiera produttiva transnazionale. Quale parte del prodotto nazionale si protegge elevando tariffe ai confini?

Per quanto si possano utilizzare le tariffe per proteggere produzioni locali, sarà difficile ergere dei muri scavalcati dalle imprese capitalistiche globalizzate. È naturale che queste cerchino tutte le vie per rafforzarsi e se in alcuni settori è possibile ergere barriere per impedire a imprese concorrenti di mettere piede nei propri mercati, le si costruiscono. In quest’ottica, a mio parere, si devono leggere i dati sulle misure protezionistiche che, soprattutto, durante la Grande Recessione sono state adottate. Da Info Data, sul sito de Il Sole 24 Ore, risulta che dal 2008 al 2016 nei paesi del G20 siano state elevate ben 3550 misure protezionistiche, ma si badi bene, esse per circa un quarto esonerano quei prodotti o servizi realizzati per almeno una certa percentuale all’interno del paese. Queste esenzioni riguardano soprattutto i mezzi di trasporti e l’elettronica. In altri casi, laddove si cerca di proteggere le produzioni locali, si è fatto ricorso a strumenti non strettamente tariffari ma di natura regolamentare quali l’etichettatura o le moltiplicazione delle prescrizioni doganali. A essere attivi  sono proprio i paesi che più sono immersi nel processi di globalizzazione come gli USA e la Cina, che dunque provano a meglio posizionarsi nella competizione economica.

Trump, se mai riuscirà a durare nel suo mandato presidenziale superando le trappole che tende a sé stesso, ha condotto la campagna elettorale sulla base di un programma di acceso protezionismo – opzione ribadita anche nel suo discorso di insediamento. Tuttavia le imprese statunitensi sono tra quelle più internazionalizzate, da Apple a Walmart passando per le grandi banche, per questo in successive dichiarazioni si avverte un cambiamento di tono sotto l’influenza del deep state, lo stato profondo, come lo si chiama per indicare l’establishment parlamentare, le Corti, le grandi Agenzie pubbliche, il Dipartimento di Stato, il Pentagono e le lobbies economico-finanziarie dalla cui interazione scaturisce la politica USA nel lungo termine.

In ogni caso la politica di Trump è l’espressione della volontà di accentuare la competizione tra il capitalismo transnazionale statunitense e quello degli altri grandi spazi, al fine di perpetuare con la minaccia del potenziale economico e militare la supremazia degli USA. Difficile sarà per gli USA sottrarsi alle regole internazionali a cominciare da quelle del WTO. A queste tutti devono sottostare, anche se Trump preferirebbe siglare accordi con singoli paesi senza la clausola di ‘nazione preferita’ per evitare, come prescrive la normativa del WTO, l’estensione a tutti i paesi i livelli tariffari concordati bilateralmente. Gli sarà possibile realizzare la distruzione degli accordi commerciali multilaterali? Molto difficile. La difficoltà traspare già in una delle tante, quanto fluttuanti, dichiarazioni come nell’intervista rilasciata l’11 maggio all’Economist, sul cui sito se ne può leggere la trascrizione integrale. Trump, assistito da Steve Mnuchin, segretario di Stato al Tesoro, e da Gary Cohn, presidente del National Economic Council, ha usato quest’occasione per innestare la retromarcia sulla cancellazione del Trattato  NAFTA annunciando di aver dato sei mesi al Messico e al Canada per ricontrattarne le clausole, a suo avviso squilibrate a svantaggio degli USA. Trump si professa sostenitore del libero commercio, le cui regole però vorrebbe a dettarle lui a nome degli USA. Nell’intervista all’Economist  Trump non rivolge più alla Cina le accuse di manipolare la sua valuta per favorire le esportazioni; anzi, con l’assenso di Mnuchin, Trump la elogia per aver abbandonato la politica manipolatoria del cambio da quando lui è presidente. E alle parole sono seguiti i fatti: il 12 maggio è stato annunciato un accordo commerciale USA-Cina in dieci punti. L’accordo tocca settori sensibili, perché oltre allo scambio delle carni (manzi statunitensi contro polli cinesi), si aprono i confini alle esportazioni USA di gas naturale e a quelle dei servizi finanziari finora chiusi a doppia mandata dalla Cina. A loro volta gli USA aprono le frontiere agli investimenti diretti della Cina, indispensabili a questa per venire in possesso delle tecnologie produttive di cui gli USA sono all’avanguardia. Nonostante il deficit commerciale di ben 347 miliardi, gli USA hanno siglato un accordo commerciale proprio con quella potenza economica in grado di mettere in discussione la secolare supremazia economica statunitense.

Ancora fatti, a segno che gli USA non si isolano dal mondo: il viaggio in Arabia Saudita. Al centro delle discussioni con la monarchia reazionaria è il progetto di una NATO araba sotto la guida di Riad che potrebbe vedere l’adesione di 32 paesi, con il risultato di alleggerire il peso economico e militare USA nella regione, e con l’effetto collaterale di promuovere la vendita di armamenti ai paesi della nuova alleanza. Attraverso il discorso di Trump del 21 maggio di fronte a 55 leader arabi, il deep state ha enunciato la sua nuova dottrina: il principled Realism, il ‘realismo di principio’, a significare che gli USA non vogliono esportare i valori occidentali e la ‘democrazia’ (linea Clinton-Obama), garantendo però la sicurezza nel Medio Oriente da perseguire con la sconfitta dell’ISIS e la messa all’angolo dell’Iran.

A Riad, con la geopolitica si sono intrecciati gli affari, con contratti per 110 miliardi per la fornitura all’Arabia Saudita di sistemi missilistici, aerei e navi militari. Affari non solo per l’industria degli armamenti, perché Trump era accompagnato dai rappresentanti di colossi statunitensi come General Electric, Dow Chemical, Honeywell per nominare i più famosi. Gli Usa non si isolano e vogliono continuare a tessere affari in tutto il mondo. Come ha spiegato Gary Cohn, lo stesso che assisteva Trump durante l’intervista con l’Economist: “l’idea è di avere i sauditi che investono molto negli Stati Uniti e aziende americane che investono qui, in particolare in progetti infrastrutturali. Big dollars” (Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2017). E i big dollars  per le imprese USA ammontano a 290 miliardi, stando alle cifre fornite da Trump nel discorso del 21 maggio. Gli USA vogliono promuovere la presenza delle proprie imprese in ogni parte del mondo, dettando anche le regole degli scambi: più che isolazionismo, parlerei di un rilancio dell’egemonismo.

La Cina ha difeso la globalizzazione non solo nei fori internazionali di Davos e del G20 con le parole (che pure contano), ma volendo imprimerle il proprio segno con il ‘progetto del secolo’: la nuova Via della Seta – One Belt One Road – con investimenti giganteschi per costruire infrastrutture per il  trasporto di merci e persone per mare e per terra, per la produzione e distribuzione di energia (dal petrolio al gas). Il progetto abbraccia quasi l’intero globo e coinvolge 4,5 miliardi di persone, che vivono in paesi che rappresentano il 30 % del PIL mondiale, con investimenti di un valore complessivo stimato in 1400 miliardi di dollari. L’Italia è tra i primi paesi ad avere aderito al progetto e conta di inserirvi il proprio sistema portuale che potrebbe riservarsi il ruolo di hub logistico per l’intera Europa.

Nel G7 di Taormina la strategia del deep state è emersa ancor più chiaramente: globalizzazione sì ma commercio ‘equo’, a dire che gli USA si propongono di riequilibrare a favore delle proprie imprese il commercio mondiale e per questo contrasteranno quelle politiche che a loro avviso ne minano la competitività. Per questo Trump ha usato toni duri verso la Germania, rea di esportare troppo, e ha accettato i giudizi positivi del Communiqué  sulla globalizzazione, mentre ha imposto quelli sul riequilibrio commerciale e fatto sancire una politica fortemente restrittiva e repressiva verso i migranti; soprattutto, ha messo nero su bianco che sulla questione clima e i relativi Accordi di Parigi c’è un dissenso netto perché questi determinano costi eccessivi per le imprese USA, a vantaggio di quelle dei paesi emergenti quali la Cina e l’India.

Insomma la globalizzazione lungi dall’approssimarsi alla sua fine, diviene sempre di più il terreno di un’aspra competizione economica innanzitutto, che può tuttavia giungere al confronto militare come nei mari asiatici, e in guerra come nel caso del Medio Oriente. La globalizzazione non ha istituito spazi aperti per il libero e pacifico commercio, sono spazi in cui si svolgono competizioni economiche e conflitti politici, e quando necessari militari.  Per essere attori sulla scena globale occorrono sistemi capitalistici che dominino grandi spazi – USA, Cina, UE – o siano in possesso di potenti apparati militari come la Russia.

 

L’UE sulla scena globale

Come reagisce l’oligarchia UE a questi avvenimenti? Non supinamente. L’epoca della supremazia protettiva statunitense sull’Europa occidentale è trascorso. Da alcuni decenni i paesi europei, prima attraverso la Comunità e poi l’UE, apertamente contrastano l’egemonia economica USA, di sicuro da quando Nixon nell’agosto del 1971 dichiarò la fine della convertibilità del dollaro in oro che li spinse a costruire meccanismi monetari per sottrarsi alla volatilità dei cambi con il Serpente monetario nel 1972, con lo SME nel 1979, e infine con l’euro. Di questi ultimi tempi, anche sotto la richiesta USA di un più consistente contributo alle spese militari della NATO (il 2% del PIL per paese), l’UE sta rafforzando il suo dispositivo militare comune, pur sempre nell’ambito dell’Alleanza, per acquisire autonomia in campo militare. Certo la Brexit indebolisce il progetto militare perché la Gran Bretagna è potenza nucleare e siede tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ciò tuttavia non ha scoraggiato i piani del Comando unico, della collaborazione nella ricerca militare e negli armamenti. L’UE non può sottrarsi a questi compiti militari se vuole competere nell’arena globale. Queste vicende andranno ben monitorate, perché se negli anni ’50 del Novecento la politica di difesa comune bloccò il ‘progetto europeo di integrazione’, oggi essa può essere la fucina di nuovi equilibri nell’Unione e nel mondo. Questo scenario è ben presente alla Commissione che nel suo Libro Bianco sul Futuro dell’Europa del primo marzo 2017 ribadisce il ruolo chiave della NATO e sprona le classi dirigenti europee a non essere ‘ingenue’ perché l’UE ha la necessità di “provvedere alla propria sicurezza”. Essa non può più contare sul ‘soft power’ dato che oggi, è scritto ancora nel Libro Bianco, esso “non basta più quando la forza può prevaricare le regole”. La Commissione è consapevole che la competizione su scala globale richiede una UE sempre più grande poiché “a mano a mano che le altre parti del mondo si espandono, il peso mondiale dell’Europa diminuisce”. E si portano cifre a sostegno di questa tesi: “nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% circa della popolazione mondiale, cifra che scenderà a meno del 5% entro il 2060, anno in cui nessuno degli Stati membri conterà da solo più dell’1% della popolazione mondiale circa. Il rapido aumento dell’influenza delle economie emergenti accentua la necessità per l’Europa di parlare con una sola voce e di agire sfruttando il peso collettivo delle sue singole componenti”. Si noti sia l’accento posto sulle limitatissime dimensioni dei singoli paesi europei per influire sulle vicende mondiali, sia la considerazione che sarà una sfida sempre più ardua “battersi per un commercio libero e sempre più aperto e orientare la globalizzazione in modo che sia vantaggiosa per tutti”.

Ecco chiarita la direzione di marcia che le élite vogliono imboccare: rafforzare l’UE in quanto grande spazio economico, coincidente con il suo mercato unico, aperto alla competizione commerciale, per guidare e non subire la globalizzazione. Il disegno  di rafforzare l’UE sulla scena globale non poggia sulla sabbia, infatti la Commissione ricorda che già oggi il mercato UE è il più ricco del mondo e l’euro rappresenta il 30% a fronte del 43% del dollaro e dell’11% dello yuan, del paniere di monete utilizzato come riferimento dall’FMI per i ‘diritti speciali di prelievo’. Inoltre, se si consulta il 2017 KOF Index of Globalization, elaborato con dati relativi a commercio investimenti e redditi prodotti all’estero oltre all’indice sulle restrizioni dei movimenti di capitali, si constata che tra i primi venti paesi ben 18 sono membri dell’UE, sono cioè tra i primi al mondo per integrazione nei mercati globali. Già questo, insieme agli orientamenti della leadership cinese, rende ingiustificato il giudizio sulla fine imminente della globalizzazione, dato che due attori di primo piano sono determinati a proseguire su quella via, agendo di conseguenza con progetti e alleanze di ad ampio spettro.

Tutto ciò non toglie che l’UE viva una crisi profonda: sociale, politica e istituzionale. Oltre alla questione epocale delle migrazioni, agli attacchi del terrorismo ISIS, essa deve rispondere alla Brexit, alla sfiducia di larghi settori popolari verso le istituzioni comunitarie, al perdurare di una crisi sociale, e non soltanto economica, che difficilmente conoscerà una ‘svolta’ perché l’asprezza della competizione non dà margini a un nuovo ‘compromesso tra le classi’ volto ad attenuare disoccupazione, precarietà e vera e propria povertà. Come risponde l’oligarchia UE? Il Libro Bianco della Commissione è solo una prima base di discussione che coinvolge il Consiglio Europeo, la BCE, le organizzazioni degli imprenditori e la Confederazione Europea dei Sindacati (CES).

Per proseguire l’elaborazione del futuro dell’UE, la Commissione ha pubblicato il 10 maggio 2017, un Reflection Paper on Harnessing Globalisation, con una premessa di Frans Timmermans e Jyrki Katainen. Si parte da una considerazione avanzata nella Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017 per cui dinnanzi alle sfide dei conflitti armati, delle migrazioni e del terrorismo, “l’unità è sia una necessità sia una nostra libera scelta” perché – qui ritorna implicito il tema dei grandi spazi – “presi individualmente, noi saremo messi da un canto dalle dinamiche globali. Stare insieme  è la nostra migliore chance di influenzarle, e di difendere i nostri comuni interessi e valori”.

Quale esempio paradigmatico dei processi di globalizzazione la Commissione prende a riferimento proprio le piccole e medie imprese italiane riferendosi specificamente, pur senza nominarla, a un’impresa che vende macchine per la pulizia di precisione alle industrie aerospaziali, sanitarie e del lusso in Europa, Israele, Cina e India, procurandosi input produttivi a basso costo e tecnologie all’estero: un chiaro esempio di ‘catena transnazionale del valore’. Nel complesso l’80% delle importazioni UE sono materie prime, beni capitali e componenti semilavorate necessarie per le produzioni; mentre la quota UE delle esportazioni globali è del 15%, mantenendosi negli ultimi anni a questo livello nonostante l’ascesa della Cina.

L’UE non si presenta disarmata in quest’arena globale, e come prima ho ricordato, anch’essa usa l’arma delle tariffe per contrastare in primo luogo l’avanzata cinese nei settori della cantieristica e dell’acciaio a difesa delle proprie imprese. Un segno di questa volontà di protezione è la questione del Market Economy Status della Cina – se essa sia un libero mercato o meno. Intorno ad essa sta avvenendo un duro confronto tra Commissione e lobbies industriali che temono, quale conseguenza dell’attribuzione dello Status, un generalizzato abbassamento delle barriere tariffarie per le merci cinesi. Il settore dell’acciaio, tra quelli più impegnati nel premere per  interventi di salvaguardia contro la Cina (con produzione di acciaio più di quanto ne utilizzi), al tempo stesso chiede all’UE politiche per favorire la sua espansione in Africa e nella stessa Asia dove la Federacciai prevede avverrà la massima espansione della domanda. Ciò a ulteriore prova che la globalizzazione è terreno irto di conflitti dove tutti i mezzi vengono usati per far prevalere le proprie imprese, che nell’UE non sono più ‘nazionali’, bensì transnazionali o comunque inserite nelle ‘catene transnazionali di valore’. Che questo provochi ulteriore fratture territoriali e sociali con l’emarginazione di intere aree geografiche e settori di popolazione, è  cinicamente dato per scontato dalle élite europee.

Per guidare la globalizzazione sono necessarie, a parere della Commissione, più regole globali e una maggiore governance, mentre a livello dei singoli paesi occorre far crescere la competitività attraverso una maggiore flessibilità di imprese e lavoratori.

Flessibilità necessarie per seguire l’evolversi della divisione internazionale delle produzioni, che richiede continua capacità di adattamento. Torna ossessivamente nelle proposte della Commissione il tema della necessità per i lavoratori di acquisire nuove specializzazioni se vogliono mantenere o trovare un’occupazione. Per questo si ripete che sì la globalizzazione genera ineguaglianza, che le istituzioni pubbliche devono farsi carico della protezione sociale dei disoccupati e dei poveri, ma al centro del discorso è sempre il pregiudizio che siano i lavoratori la causa della propria disoccupazione perché poco flessibili e poco disposti ad acquisire nuove qualifiche, new skills. Si esalta il ‘modello europeo’ con i suoi livelli di protezione sociale, però se lo si vuole preservare nell’epoca della globalizzazione occorre camminare lungo la strada della flexisecurity. Questa è fondamentale per il buon funzionamento del mercato interno, “il più largo nel mondo … il trampolino delle imprese europee per espandere il loro business a livello globale”.

“Per assicurare un ambiente favorevole al business e rafforzare le economie degli Stati membri”, l’altro strumento è il Semestre Europeo necessario per coordinare le politiche economiche e fiscali dell’UE: “Gli Stati membri devono – si afferma nel Reflection Paper on Harnessing Globalization – sviluppare politiche che innalzino la produttività, favoriscano l’inclusione, e dirigano più risorse agli investimenti per l’innovazione, l’educazione e per gli elementi di traino della competitività nel lungo termine”.

Si vuole una ulteriore prova del cinismo delle élite europee? Si legga il Reflection Paper on the Social Dimensiono of Europe, reso noto il 26 aprile 2017, dove si parla dell’inevitabile ‘reskilling’ dei lavoratori che devono impadronirsi di nuove professionalità, se vogliono reintegrarsi nel mercato del lavoro. Pur tornando utili gli schemi per il salario minimo, la via maestra sono le riforme del mercato del lavoro, che mancherebbe tuttora di flessibilità, nonostante le ‘riforme’ in Spagna, Grecia, Italia Francia dove sono stati liberalizzati assunzioni e licenziamenti e moltiplicate le forme contrattuali. Queste  riforme hanno avuto come guida la Germania del cancelliere Schröder, che tagliò i sussidi di disoccupazione e le misure di welfare, e introdusse i mini-job e le clausole di opting-out di singole imprese dai contratti collettivi.

Il Paper a più riprese parla delle trasformazioni del mondo del lavoro sotto la spinta della globalizzazione, dell’innovazione tecnologica e dell’esplosione del settore dei servizi. E son sempre i lavoratori i primi colpevoli della loro disoccupazione o di occupazione a basso contenuto professionale perché restii a tenere il passo con i cambiamenti, ad adattarsi ai nuovi modelli di business. Invece “ai lavoratori di ogni età sarà richiesto di adattare le proprie professionalità ai cambiamenti tecnologici e ad aggiornarle continuamente”.

La Commissione, sempre il 26 aprile, ha pubblicato una Proposta per una Proclamazione Interistituzionale sul Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. Qui si declina in forma di diritti l’ideologia della flessibilità, perché i diritti vengono spostati dal lavoro all’interno dell’impresa al mercato, dove solo grazie alla continua riqualificazione e adattamento alle esigenze produttive – la famosa occupabilità –  si potrà sopravvivere. Bastano i titoli per capire di che si tratta: supporto attivo per l’impiego; impiego sicuro e adattabile; salari equi ma rispondenti alle condizioni economiche dei singoli paesi, e sussidi di livello tali da non scoraggiare comunque la ricerca del lavoro. Insomma tutto l’armamentario del workfare.

Al lavoratore impaurito e indebitato della Grande Recessione segue il lavoratore colpevolizzato in quanto unico responsabile della  sua disoccupazione, precarietà, povertà.

 

La maggioranza silenziosa

La strategia della Commissione di proseguimento delle politiche di globalizzazione è pienamente condivisa dai ‘partner sociali’, cioè dalla CES e da BusinessEurope. Anzi, per quanto riguarda le imprese, non solo quelle europee bensì l’insieme delle Organizzazioni Imprenditoriali del G7,  in una Dichiarazione del 31 marzo, si sono apertamente schierate per continuare le politiche volte a globalizzare i mercati e a salvaguardare il libero commercio, fattori cruciali a loro avviso della crescita economica.

La CES ha ripetutamente manifestato il suo sostegno ai processi di integrazione UE perché necessari a reggere “la competizione nel mondo” (Risoluzione del Comitato esecutivo del 27 ottobre 2016); inoltre, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, ha firmato con BusinessEurope una Dichiarazione, il 24 marzo 2017, dove si invitano i leader dell’UE a essere uniti perché “solo uniti si è forti a livello globale”.

Potrebbe sembrare che questo profluvio di parole esprima solo intenzioni. Le parole così come le intenzioni di proseguire nella difesa e nel rafforzamento del capitalismo transnazionale europeo, si basano su fatti: l’UE ha salvato le banche, immettendo migliaia di miliardi per il loro bail-out, attivato risorse per le grandi reti e le infrastrutture, e per il settore industriale, il più esposto alla concorrenza, ha messo a disposizione risorse con l’obiettivo di incentivare i processi innovativi per innalzare la sua quota di PIL dal 16% al 20%. L’industria è il macrosettore dove più diffuse sono le produzioni transnazionali e dove più veloci e continui sono le innovazioni tecnologiche. Proprio da questi settori dell’imprenditoria viene il più forte sostegno all’UE perché persegua il completamento del mercato interno – unione bancaria e mercato dei capitali – e si batta per far avanzare la globalizzazione.

Un ruolo di vera guida politico-ideologica l’ha assunta la BCE sotto la presidenza di Mario Draghi. Parlando a Losanna, il 4 maggio, Draghi enuncia concetti analoghi a quelli della Commissione sullo scarso peso negli affari globali dei paesi europei singolarmente presi, peso che possono invece acquisire agendo integrati attraverso l’UE. In più ribadisce una visione politica che fa perno su un concetto di sovranità legittimata non dai cittadini, ma dalla capacità ed efficacia di esercitare potere reale. È un invito a non farsi distogliere dal perseguimento degli obiettivi dell’UE – completamento del mercato unico, competitività delle economie – a causa del deficit di democrazia, partecipazione e trasparenza. L’invito è a concentrarsi su azioni che rafforzino invece l’efficacia nell’esercizio del potere: in un mondo globalizzato “diviene perfino più importante che i paesi europei siano in grado di mettere insieme le loro risorse e sfruttare le economie di scala”. La dissociazione del potere dalla democrazia trova la sua espressione nell’ideologia dell’output democracy che, si badi bene, cancella completamente il costituzionalismo democratico del Secondo dopoguerra, fondato sui diritti della persona e sulla democrazia rappresentativa.

Di recente, davvero pugnaci, e alquanto insoliti, sono divenuti gli accenti politici di Draghi. Si legga il suo discorso, tenuto a Tel Aviv il 18 maggio, e si coglieranno toni ‘gramsciani’: l’economia capitalistica europea, a suo parere, potrà reggere la competizione solo conquistando di nuovo l’egemonia politica. La crisi è alle nostre spalle, sostiene Draghi (anche se milioni di persone ne sono ancora dentro), tuttavia l’UE ha dinnanzi a sé altre sfide quali la sicurezza, le migrazioni, la difesa che richiedono di mettere in comune altre e più ampie sfere di sovranità, progetto attuabile se si acquisisce finalmente la consapevolezza del consenso della maggioranza dei cittadini verso l’UE, che non si avverte perché coperto da un’opposizione vociante. Il riferimento alla vittoria di Macron, pur non citata, trapela dalle righe. Quale strategia politica seguire per battere i nemici dell’UE? Puntare a mobilitare la maggioranza silenziosa, che ha “guadagnato di nuovo la sua voce, il suo orgoglio, la fiducia in sé stessa”. Le classi dirigenti UE non stanno con le mani in mano, non assistono passivamente al corso degli avvenimenti, sono in grado di intervenirvi e di indirizzarli, come dimostrano le elezioni politiche in Olanda e in Francia e quelle presidenziali in Austria. Nei consessi internazionali l’UE non subisce più i ricatti degli USA, difende le sue posizioni di potere e le sue strategie, prendendo atto al massimo del dissenso di Trump, come accaduto sulla questione del clima al G7 di Taormina. Angela Merkel, nel suo discorso a Monaco di Baviera il 28 maggio, confermando la sua centralità sulla scena europea, ha chiamato a raccolta i paesi membri perché “noi europei dobbiamo prendere realmente il nostro destino nelle nostre proprie mani”, accettando così la sfida di Trump sul clima e ancor di più sia sulle scelte complessive della politica commerciale sia sulle strategie geopolitiche. A prescindere dai piani segreti della Merkel per andare avanti nella strada dell’integrazione politica economica e militare, di cui ha parlato Ralph Bollmann sulla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung (28 maggio 2017), l’UE non è più solo uno spazio economico con il mercato più ricco nel mondo, ha acquisito la statura di attrice politica in grado di contrastare i suoi avversari interni, e quelli esterni sulla scena mondiale. Nel corso della crisi, per governarla, le classi dirigenti europee hanno trasformato le istituzioni per tenere in vita e rafforzare il disegno di integrazione. Sperare che l’UE evolverà per spinta interna verso forme democratiche e dimensioni sociali, o credere che crollerà perché incapace di superare le sue crisi sono pure illusioni.


Il presente saggio è stato pubblicato anche sulla rivista Alternative per il Socialismo, nr.45.
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