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controlacrisi

Le gabbie sociali della globalizzazione

Intervista a Dario Leone

E' uscita l’opera sociologica di Dario Leone “Le gabbie sociali della Globalizzazione” nella collana Multitudo per Susil edizioni. Il testo analizza la completa scomparsa della dimensione collettiva, il distacco del potere dalla politica ed il trionfo del libero mercato che sono solo alcune delle caratteristiche del nuovo e trionfante Capitalismo globalizzato

Il tuo libro affronta un tema complesso, come quello della cosiddetta globalizzazione e delle sue implicazioni sulla sfera sociale. Una tematica già affrontata da diversi studiosi, non ultimo Bauman da cui hai tratto molto per questo tuo lavoro. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?

Dopo la scomparsa della sinistra dal parlamento italiano e la sua evidente crisi sul piano dell’elaborazione politica e sociale sono stato spinto alla ricerca di una forma di militanza differente da quella classica fino a quel momento intrapresa. Penso che questa crisi sia innanzitutto dovuta alla tendenza ad utilizzare strumenti di analisi tardo ottocenteschi che vanno aggiornati perché siamo in una società che ha superato le dicotomie classiste, ha “nebulizzato” il potere reale staccandolo dalla politica, rendendo il sistema impermeabile al mutamento dal basso (o da sinistra). Se il capitalismo, vestendo i panni della globalizzazione, ha normalizzato la contraddizione capitale/lavoro vestendola di libertà, vuol dire che gli strumenti del cambiamento finora inseguiti devono rimodularsi. In altre parole a questo capitalismo postmoderno va contrapposto un marxismo postmoderno che non può continuare ad essere quello elaborato ai tempi della rivoluzione industriale. Questo libro è il primo di una lunga serie di contributi che vanno in questa direzione e che penso occuperanno gran parte della mia esistenza con la consapevolezza che questa fase storica (leninisticamente intesa), non produrrà significativi cambiamenti sociali (a meno che non siano fisiologici e quindi endogeni), ma potrà produrre pensatori, teorie e progetti che possono costituire i semi sui quali le prossime generazioni potranno fare il raccolto.


La tesi centrale del tuo lavoro è che in quest’epoca in cui il “capitalismo globalizzato” è “trionfante” è venuta meno la dimensione collettiva. Secondo la tua analisi, quali ambiti di comunità sono stati intaccati dalla globalizzazione?

Direi tutti. La comunità oggi si regge su un localismo sterile e vuoto rispetto ad un potere reale e concreto che è globale. E gli aspetti psico-sociali terribili che questa condizione produce sull’individuo sono i veri protagonisti di questo mio lavoro.


Affermi che “il risultato è che il dissenso non si canalizza verso una piattaforma d’azione collettiva per un cambiamento, ma diventa un semplice e passeggero sfogo collettivo." Quali sono secondo te le conseguenze di questo risultato?

Il nemico non è più il classico padrone o il caporale. E’ l’agenzia interinale (percepita come una benedizione), sono gli azionisti, i mercati finanziari. Manca un nemico in carne ed ossa, con un nome; un nemico riconoscibile come il male comune contro il quale combattere. La rabbia dunque, viene espressa contro l’assassino, il pedofilo, il ladro, il rom… Insomma viene espressa attraverso nemici in carne ed ossa, gli unici che in modo riconoscibile possono supplire all’assenza apparente del nemico autentico. Dunque, essendo questi nemici protagonisti di eventi passeggeri, lo scagliarsi contro uno di loro è niente più che uno sfogo passeggero ed è collettivo solo per il fatto che temporaneamente viene condiviso. Le grandi questioni come il cambiamento politico e sociale non producono più piattaforme di azione collettiva durature e granitiche come un tempo a causa dell’assenza della dimensione collettiva che porta l’attore sociale ad avere ritmi così pressanti a causa della ridefinizione del mercato del lavoro che lo investe e che lo porta a pensare che qualsiasi battaglia comune autentica e politica sia solo una mera perdita di tempo. Tempo che preferisce riservare alla coltivazione del suo orticello. Orticello che non produce nulla se non ansia, negazione del presente e assenza di futuro che sono le patologie sociali che avrebbero come unica cura la rinascita della dimensione collettiva alla cui costruzione l’individuo si sottrae.


La tua analisi ti porta a considerare l’individuo come un soggetto che finisce per ‘tornare a capo e ricominciare’ e che questa condizione è causa del rigetto di qualsiasi impegno costante, di qualsiasi coinvolgimento. La crisi dei soggetti collettivi (partiti, sindacati, ecc.) è da considerare, secondo te, come conseguenze di questa condizione?

L’uomo postmoderno non è “l’uomo senza qualità” di Musil, ma un uomo con troppe qualità. Ne ha così tante che si annullano a vicenda. Parlo nel libro del concetto dell’uomo modulare che adatta i suoi moduli identitari a seconda del momento. Questo porta l’individuo in una condizione di continua costruzione della propria identità. Un processo che non ha fine. Pertanto la sua adesione a partiti e sindacati è fragile e momentanea. I partiti sono diventati dei taxi. Quando uno di questi rimane senza benzina se ne prende un altro. Basti osservare come ad esempio l’Italia dei valori abbia svolto il ruolo del taxi nei confronti di tanti nostri ex compagni. Le conseguenze sulla credibilità dei soggetti politici è sotto gli occhi di tutti. Ma aggiungo anche che i partiti delegando il proprio ruolo decisionale al libero mercato non sono oggi più nelle condizioni di offrire risposte autenticamente risolutive. Sono semplicemente esecutori materiali di ordini indirettamente imposti da questo nuovo e inedito capitalismo. La loro crisi ha come causa la perdita della loro funzione più che il loro malcostume.


Tu vieni da una formazione marxista. Eppure noto che nel tuo libro le classi sociali rimangono sullo sfondo e la tua analisi si concentra sull’individuo osservato da un punto di vista sociologico. Da cosa deriva questa impostazione analitica?

Nel libro ho dimostrato durkhenianamente la presenza di una forza extrasociale più che extraindividuale (e cioè la globalizzazione e chi la determina) attraverso l’individualismo metodologico popperiano. Questo perché penso che alla base di tutto vi sia la percezione individuale degli eventi. Il superamento delle classi in questo contesto storico ha prodotto una babele di miserie inedite e di oppressi così differenti e numerosi che definire una classe oppressa è difficile così come definire una classe di oppressori che si perdono nella nube del libero mercato. Venendo meno la dimensione collettiva che è la classe, l’unico modo per partire nell’analisi è l’individuo. Cerco di capire quali sono gli ostacoli che gli impediscono di comprendere il suo essere sociale e quindi la sua coscienza. Pertanto lo sforzo è proprio quello di ricercare (o ritrovare) una dicotomia di classe sulla quale poter lavorare politicamente (nel mio caso teoricamente). L’idea di una nuova dicotomia postmoderna che ho ricavato è nell’ultimo capitolo del libro intitolato “risoluzioni o sogni”.

Le gabbie sociali della globalizzazione
di Dario Leone
Susil
ISBN 8897880177
Pagine 176
Euro 13,00


Di seguito un estratto del volume:

Eide Spedicato Iengo, osservando il saggio di Dario Leone scrive che questo libro introduce, in modo chiaro e puntuale, all’accidentata lettura di una realtà-ragnatela, la globalizzazione, un processo di interconnessioni e di interdipendenza fra realtà geografiche, sociali e culturali differenti, che ha dato luogo a mutamenti strutturali di portata planetaria nella sfera della politica, nel terreno dell’economia, nei modi di pensare, nell’allestimento delle forme di conoscenza, nella vita di relazione, nella fattualità della vita sociale. Quantunque nella storia delle idee la globalizzazione, che rinvia ai concetti di “mondo” e di “mondo come un tutto”, non sia un processo nuovo (basti pensare alla progressiva espansione dei modelli del Vecchio Continente tesi a unificare i destini del pianeta, già a seguito della scoperta dell’America), oggi si esprime in forme decisamente inedite a fronte del passato.

Indica, infatti, il passaggio dall’ordine sociale della modernità verso una sua nuova versione. Una versione che esprime la realtà di un soggetto collettivo (dalle proprietà di sistema) impegnato a favorire spazi e legami trans-nazionali, a promuovere reti globali tese allo sviluppo e al perfezionamento di nuove tecnologie, a reperire le condizioni migliori di valorizzazione del capitale, ad orientare l’organizzazione produttiva verso modelli e criteri gestionali improntati sempre più alla privatizzazione e al profitto. Da qui derivano la coesistenza nello stesso tempo di strati temporali diversi e realtà culturali inconciliabili, la messa in crisi degli equilibri geo-politici del pianeta e, non da ultimo, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, la trasformazione della storia umana in contemporaneità. In sintesi, e detto altrimenti, con la globalizzazione la società viene, per così dire, stirata nello spazio-tempo, e chi la abita non riesce più a controllare direttamente le condizioni delle proprie azioni. In tale cornice è inevitabile- ad eccezione delle minoranze che non si riconoscono nel dettato globalizzante o le élite che fanno parte dell’ordine dei globalizzatori- l’omologazione delle donne e degli uomini globalizzati ad uno stesso sistema di valori, linguaggi, gusti, opinioni sulla realtà o, meglio, è inevitabile l’affermarsi di un soggetto eguale a tutte le latitudini pur a dispetto delle apparenti diversità.

Dunque, se –come si accennava- sul versante economico, la globalizzazione domanda movimento di capitali che fluttuano in tempo reale sui mercati finanziari integrati, esasperazione della dimensione simbolica del danaro, disponibilità di connessioni comunicative e informative attraverso le nuove tecnologie, crescente rapporto tra aziende, adattabilità e mobilità della forza-lavoro alle esigenze produttive; se sul piano delle tecnologie della comunicazione, concorre alla diffusione di scenari che, poggiando su identiche realtà virtuali, favoriscono l’omologazione ai modelli della cultura dominante; sul terreno della politica, la globalizzazione comporta il collasso delle istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa. Infatti, se l’impegno dello stato-nazione è quello di rendere il suo territorio sempre più seduttivo per gli imprenditori internazionali e, nel contempo, gestire scelte effettuate da organismi non elettivi come il Fondo monetario, ne discende ineluttabilmente che il vecchio partito di massa si trasforma fatalmente in un comitato elettorale a servizio di “politici” che potranno, comunque e in ogni caso, incidere poco o nulla sulle scelte politico-economiche, dato che a governare sono le banche centrali.

In questo nuovo assetto socio-economico-culturale c’è, e non potrebbe essere altrimenti, chi valuta con preoccupazione questo processo che ha infranto l’alleanza storica fra economia di mercato, Stato sociale e democrazia, che finora ha integrato e legittimato il progetto della modernità, fondato sullo Stato-nazione; e chi, per contrappunto, la auspica come strumento utile a liberare i mercati dai lacci di qualsivoglia regolazione.

E’ all’interno di questo quadro composito e complesso che si inscrive l’analisi di Dario Nicolangelo Leone. Un’analisi attenta, compatta, puntuale che, muovendo dalla rassegna critica delle principali teorie della globalizzazione e della società liquida, si apre a ventaglio sulla lettura critica della nostra contemporaneità alla maniera di Bauman; disegna il percorso della crisi epocale della società occidentale che opacizza la propria autocoscienza e la propria capacità di azione politica, rendendo poroso il cemento sociale; allerta sullo scollamento delle configurazioni identitarie individuali e collettive da territori specifici che costringono a convivere stabilmente con l’incertezza; invita a rifiutare l’omologazione culturale sempre più incontrastata e arrogante del nord-est del mondo per riscoprire i concetti di equità e di equilibrio; prende le distanze dalla influenza sottile dei media e della realtà virtuale che possono affascinare ed orientare verso un mondo onirico e rovesciato rispetto a quello della concretezza diurna; insiste sull’inderogabilità del giudizio critico e sull’onestà intellettuale che aiutano a non praticare sconti per nessuno; mette in guardia sulle trappole legate agli aspetti mitici e illusori dei processi globalizzanti che non vanno lasciati in mano al mercato, ma avrebbero bisogno di una regolamentazione vincolante che, tuttavia, al momento non sembra essere messa all’ordine del giorno nelle agende internazionali.

Già questi brevi cenni precisano che quello che qui si presenta è un testo dialogico, mondano e militante che, nel denunciare il carattere irrazionale e mortificante della società globalizzata che asservisce l’individuo entro uno schema di colonizzazione economica, politica, civile e culturale, aiuta a riflettere sulle contraddizioni, le derive, le tensioni del nostro oggi e a ribadire l’essenzialità di non ridurre il pensiero a puro strumento di produzione.

Ma queste pagine sono anche altro: sono la registrazione di una delusione. La delusione di chi ha assistito al crollo delle grandi narrazioni e al collasso delle sintesi collettive che costituiscono il tessuto connettivo dei rapporti sociali. La delusione di chi ha visto la politica diventare altro da sé, i partiti trasformarsi non di rado in comitati di affari tesi ad inseguire seggi e meccanismi elettoralistici, il Parlamento tradursi in uno spazio ininfluente e senza peso a seguito del trasferimento di gran parte della sua sfera decisionale al libero mercato. Sono, insomma, la documentazione di una delusione seguita al cambio di marcia di una società che, per dirla con le parole dell’Autore, si vanta di essere post-ideologica e post-utopica e, privilegiando lo schema della buona vita piuttosto che quello della buona società, trascura che l’assenza di un’immagine salda e chiara del modello di società ideale, è un modello che propaganda la felicità come un supermercato propaganda i suoi saldi. E’ all’interno di questa cornice che hanno agio e spazio di diffondersi le espressioni dell’individualismo radicale, il cosmopolitismo utilitarista, l’area dei diritti senza doveri, l’assenza di garanzie, le malintese libertà.

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