Lavori culturali senza rappresentanza?
di Mattia Cavani e Anna Soru
Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.
Luoghi di aggregazione
Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.



Un materiale interessante che, insieme con i 
Steve Wright ci dice che se il primo tema dell'operaismo era quello dell'autonomia, il secondo riguardava la “possibile utilità della sociologia 'borghese' come mezzo per comprendere la realtà della moderna classe operaia”. La riflessione sulla sociologia, infatti, ha avuto una forte presenza nella ripresa del marxismo italiano del dopoguerra, presenza che si riscontra anche tra i collaboratori dei Quaderni Rossi, che più volte nei loro incontri hanno trattato questo tema. Nel settembre 1964, nella città di Torino, Panzieri presentò un seminario dal titolo 
C’era una volta un tempo nel quale il mondo del lavoro, quello di fabbrica ma anche dei servizi, in definitiva quello dei Lavoratori, godeva della considerazione, oserei dire del rispetto, da parte di una intera società. Rispetto che si addiceva a chi stava sorreggendo, pagando prezzi altissimi, lo sforzo collegato allo sviluppo del Paese così come si andava strutturando nel secondo dopoguerra. Bisogna dire, per onestà intellettuale, che per una certa, non trascurabile fase dell’industrializzazione italiana, anche pezzi rilevanti della pur sgangherata borghesia nostrana, furono in grado di comprendere (obtorto collo) la necessità di poggiare lo sviluppo, dentro il conflitto capitale-lavoro, su solide basi redistributive. Nella fattispecie quelle garantite, oltre che dai Contratti Nazionali di categoria, dal “meccanismo” del quale ci occupiamo in questa sede: la Scala Mobile e il “punto di Contingenza”.
Nelle vite dei 422 lavoratori della Gkn Driveline Firenze, c’è un prima e un dopo e lo spartiacque è la mattina del 9 luglio 2021. La giornata è di sole e alcuni hanno pensato di approfittarne per andare al mare, magari con la famiglia, visto che l’azienda ha messo tutti in permesso collettivo. “Un piccolo calo di lavoro”, la giustificazione; niente di anomalo, vista la crisi in cui versa da tempo il settore automobilistico. Lo stabilimento di via fratelli Cervi a Campi Bisenzio produce materiali (assi e semiassi) di alta qualità e soprattutto è situato in una posizione strategica per il suo principale cliente, Stellantis-FCA, la multinazionale di cui fanno parte Fiat Chrysler Automobiles e il francese PSA Group.
Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito alla devastazione delle forme tradizionali di lavoro. Non c'è dubbio che la forma del lavoro salariato, sotto il modello taylorista-fordista, caratteristico del XX secolo, contenesse sfruttamento, alienazione e costrizione. Tuttavia, era stato forgiato e regolato da innumerevoli lotte portate avanti da coloro che lavoravano per sopravvivere, fin dalla Rivoluzione Industriale. La crisi dell'accumulazione di capitale, iniziata negli anni '70, è stata momentaneamente superata da una serie di ristrutturazioni produttive che sono state chiamate postfordismo, toyotismo o accumulazione flessibile. Dalla crisi del 2009, il modello che si è diffuso in tutto il mondo è stato l'economia delle piattaforme e il lavoro uberizzato, usate per il superamento della crisi dell'accumulazione. Questi due elementi possono essere studiati molto bene nel settore dei servizi, a causa dell'intensificarsi della flessibilità, della precarietà, dell'informalità e dell'ideologia dell’autoimprenditorialità.
Un anno in cui le lotte non si sono fermate
Questo bell’articolo di L. Bistolfi (che francamente conosciamo poco, o nulla) stabilisce un accostamento interessante tra il massimo capolavoro (forse) di Federico Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (al 1844), appena ripubblicato da Feltrinelli – un libro da leggere e da rileggere ! -, e un’onesta ricerca di due accademici statunitensi su tre flagelli che imperversano negli Stati Uniti di oggi, e spingono i più disperati, in genere proletari o proletarizzati, verso la morte: l’alcool, la droga, il suicidio.
Un conflitto necessario
La proposta di Letta di istituire un’imposta patrimoniale per costituire un fondo a favore dei giovani, che dovrebbe servire per l’Università o per avviare un’attività imprenditoriale, è da inserire nel cambio di paradigma che vuole il lavoro non più un diritto ma un dovere, secondo la logica del Ministro Fornero. La proposta è stata respinta dal Presidente del Consiglio Draghi, la destra Conservatrice si è opposta alla proposta avanzata da Letta sostenendo la decisione del Presidente del consiglio. La destra conservatrice si è schierata a difesa dell’idea che solo riducendo il prelievo fiscale sui patrimoni e sui redditi alti è possibile liberare risorse utili al rilancio dell’economia, in sostanza la teorie del trickle-down rappresentata dalla curva di Laffer; la destra Liberale, il PD e il ceto di opinionisti e intellettuali che gravitano nella sua orbita si sono immediatamente affannati a sostenere la proposta di Letta come di sinistra e a sottolineare come essa fosse stata sostenuta da Liberali come Einaudi e Keynes.
Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.
Dal tempo in cui Marx scriveva il Capitale ad oggi sono mutati molti aspetti nel modo in cui il lavoro viene organizzato ed erogato. L’introduzione di tecnologie come le piattaforme digitali, per esempio, ha generato quello che, da molti autori, viene chiamato il “capitalismo digitale”. Ma, nonostante queste “mutazioni”, alcuni aspetti essenziali del modo di produzione capitalistico non hanno subito modifiche sostanziali. Uno di questi aspetti è la “mercificazione della forza-lavoro”, ovvero la riduzione della forza-lavoro a merce. Da questo dato di fatto occorre ripartire per dare solide basi teoriche anche alle analisi delle forme moderne di erogazione e organizzazione tayloristiche del lavoro. Da questo incontestabile dato di fatto occorre ripartire per illustrare scientificamente l’esistenza dello sfruttamento del lavoro umano, anche nel capitalismo digitale
Nonostante l’Italia si trovi ancora in una profonda crisi occupazionale, con il numero di lavoratori occupati calato di circa
In questa nota si sosterrà che ci sono validi motivi per ritenere che lo smart working sopravvivrà oltre il tempo della pandemia. Esso, è, infatti, uno strumento a disposizione dei capitalisti per “destrutturare, frammentare e atomizzare” la residua resistenza della classe dei lavoratori proletari, nella lotta per la difesa delle conquiste che essi hanno realizzato nel passato [1].
Nel Capitale Marx analizza il settore dell'“industria domestica” che, non avendo più nulla in comune con l'antico artigianato, è diventato un “reparto esterno della fabbrica, della manifattura o del grande magazzino”, disperso nelle campagne e nelle città, e collegata da “fili invisibili” al capitale. Assumendo le differenze storiche e tecnologiche tra il settore nel periodo in cui scrive l'autore tedesco e quello attuale, è rilevante notare come le conseguenze di questo tipo di lavoro per il lavoratore fossero evidenti e possono aiutare l'analisi del lavoro a distanza:




































