Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

ilpungolorosso

Stati Uniti. Un’ondata di mobilitazioni di lavoratori e lavoratrici

E’ l’inizio di una fase post-pandemica?

di J. Furnam, G. Winant

Riprendiamo dal sito statunitense The Intercept. Una versione in francese di questo articolo è sul sito www.alencontre.org

stati uniti scioperi ottobre 2021Un materiale interessante che, insieme con i due testi sulla massa dei lavoratori che si sono dimessi in questi mesi dal proprio lavoro o si rifiutano di tornare ad un lavoro quale che sia, aiuta a comprendere come al declino storico dell’imperialismo statunitense corrisponda un degrado nelle condizioni medie di salario, negli orari di lavoro e nelle prestazioni di welfare che pare inarrestabile, con una stratificazione di condizioni accentuata tra anziani e giovani. E come si stia da qualche mese innescando una reazione operaia e proletaria che, incoraggiata dalla riduzione dei tassi di disoccupazione prodotta dalla ripresa economica in corso, prende due forme differenti: un’ondata nuova di scioperi e di mobilitazioni, un’altrettanto nuova ondata di dimissioni volontarie dai posti di lavoro – due fenomeni che giustamente in un articolo su Counterpunch Sonali Kolkhatar collega.

Questa duplice reazione sta assumendo dimensioni tali da imporsi anche al dibattito politico interno al partito democratico, che da un lato vuole presentarsi, con Biden, come il partito più sensibile alle istanze dei lavoratori e dei sindacati, e dall’altro disattende regolarmente le illusioni che crea con le proprie promesse – ad esempio il trio Biden/Jellen/Pelosi ha già lasciato cadere il tema del salario minimo, mentre delle misure di riforma e riduzione dei poteri della polizia non c’è traccia. Nel corso di questa esperienza i proletari statunitensi, così come la grande massa dei partecipanti al movimento Black Lives Matters, dovranno convincersi che il solo modo per realizzare le loro aspirazioni è assumersi autonomamente questo compito, che non può essere delegato a nessun Biden né a nessun Trump – e comporta la lotta per la distruzione del sistema sociale capitalistico, prima che questo distrugga le precondizioni di una formazione sociale nuova, senza sfruttamento e senza oppressione.

* * * *

Print Friendly, PDF & Email

bollettinoculturale

Conricerca: uno sviluppo dell'inchiesta operaia

di Bollettino Culturale

romano alquati worker with boss on kneeSteve Wright ci dice che se il primo tema dell'operaismo era quello dell'autonomia, il secondo riguardava la “possibile utilità della sociologia 'borghese' come mezzo per comprendere la realtà della moderna classe operaia”. La riflessione sulla sociologia, infatti, ha avuto una forte presenza nella ripresa del marxismo italiano del dopoguerra, presenza che si riscontra anche tra i collaboratori dei Quaderni Rossi, che più volte nei loro incontri hanno trattato questo tema. Nel settembre 1964, nella città di Torino, Panzieri presentò un seminario dal titolo “Uso Socialista dell'inchiesta operaia”. Con questo seminario il fondatore dei Quaderni intendeva raggiungere due obiettivi: da un lato, “portare qualche chiarimento al tema «Scopi politici dell'inchiesta»” e dall'altro “la precisazione di un certo metodo di lavoro dei «Quaderni rossi».” Quanto al primo ambito, la domanda centrale di Panzieri potrebbe essere così sintetizzata: è possibile costruire una sociologia del lavoro e dell'industria che non sia al servizio dello sviluppo tecnologico ma delle lotte operaie? Per rispondere, l'autore ricorrerà a una considerazione del lavoro di Marx, confrontandolo con le esperienze degli stessi lavoratori. Panzieri spiega che sebbene Marx abbia affrontato a suo tempo un'economia politica al completo servizio del capitale, il pensatore tedesco, invece di rifiutarla come scienza a causa del suo uso borghese, l'ha sottoposta a critiche. La base di questa critica starebbe nell'”accusa riccamente, se non sempre sufficientemente e persuasivamente, documentata del carattere unilaterale dell'economia politica.”

In questo senso, la critica marxiana indicherebbe non la falsità teorica della scienza economica, ma i suoi limiti: “l'economia politica pretende di chiudere la realtà sociale dentro lo schema limitato di un particolare modo di funzionamento, e assume poi questo modo di funzionamento come il migliore e quello naturale.”

Print Friendly, PDF & Email

cumpanis

Scala mobile, questa sconosciuta

Cronaca di una morte annunciata e soprattutto desiderata

di Stefano Tenenti

“Le politiche economiche degli ultimi dieci anni hanno portato alla disoccupazione e all'impoverimento di molti e agli esiti elettorali, che non solo in Italia, hanno sanzionato le forze politiche tradizionali, responsabili di quelle scelte” Dalla quarta di copertina di Lavoro e Salari un punto di vista alternativo alla crisi di Antonella Stirati

2mjiuvg4wuC’era una volta un tempo nel quale il mondo del lavoro, quello di fabbrica ma anche dei servizi, in definitiva quello dei Lavoratori, godeva della considerazione, oserei dire del rispetto, da parte di una intera società. Rispetto che si addiceva a chi stava sorreggendo, pagando prezzi altissimi, lo sforzo collegato allo sviluppo del Paese così come si andava strutturando nel secondo dopoguerra. Bisogna dire, per onestà intellettuale, che per una certa, non trascurabile fase dell’industrializzazione italiana, anche pezzi rilevanti della pur sgangherata borghesia nostrana, furono in grado di comprendere (obtorto collo) la necessità di poggiare lo sviluppo, dentro il conflitto capitale-lavoro, su solide basi redistributive. Nella fattispecie quelle garantite, oltre che dai Contratti Nazionali di categoria, dal “meccanismo” del quale ci occupiamo in questa sede: la Scala Mobile e il “punto di Contingenza”.

Conviene però precisare, da subito, per non farsi soverchie illusioni, che nel breve volgere di tempo che ci separa da quella stagione i due strumenti sopra citati sono stati largamente sterilizzati.

Il CCNL di categoria è ormai, da anni, diventato un sacco vuoto tanto che i lavoratori più che auspicarne il rinnovo, lo temono. I sindacati concertativi infatti, a partire dall’ormai lontano 1993 con la firma del famoso accordo interconfederale, hanno assunto una posizione ancillare rispetto a Confindustria e barattano, da anni, la loro sopravvivenza con il cedimento totale sul terreno rivendicativo. Si strutturano così, con precise responsabilità i due pilastri propedeutici alla distruzione del welfare e alle conseguenti inevitabili privatizzazioni.

Print Friendly, PDF & Email

gliasini

A Firenze, la lotta operaia della Gkn

di Silvia Giagnoni

DSCF3055 1536x1229Nelle vite dei 422 lavoratori della Gkn Driveline Firenze, c’è un prima e un dopo e lo spartiacque è la mattina del 9 luglio 2021. La giornata è di sole e alcuni hanno pensato di approfittarne per andare al mare, magari con la famiglia, visto che l’azienda ha messo tutti in permesso collettivo. “Un piccolo calo di lavoro”, la giustificazione; niente di anomalo, vista la crisi in cui versa da tempo il settore automobilistico. Lo stabilimento di via fratelli Cervi a Campi Bisenzio produce materiali (assi e semiassi) di alta qualità e soprattutto è situato in una posizione strategica per il suo principale cliente, Stellantis-FCA, la multinazionale di cui fanno parte Fiat Chrysler Automobiles e il francese PSA Group.

Intorno alle 10, la RSU riceve un’e-mail che annuncia la chiusura dello stabilimento: è un fulmine a ciel sereno. Parte subito il messaggio agli operai, e poi i vocali concitati: non chiamate, per favore. Ci troviamo davanti alla fabbrica!

Nel giro di pochi minuti decine di lavoratori accorrono in via fratelli Cervi. Dentro, gli uomini di Sicuritalia, tutti vestiti di nero, si mettono subito al telefono. Continua ad arrivare gente, ci sono anche amici, mogli, bambini. Poi, una trentina di operai solleva il cancello dalle guide, lo sposta, un centinaio di persone entrano. Arrivano i carabinieri, la Digos, la sicurezza se ne va. L’occupazione dello stabilimento della Gkn comincia prima che rintocchi il mezzogiorno. È assemblea permanente.

Print Friendly, PDF & Email

bollettinoculturale

Economia delle piattaforme e uberizzazione del lavoro

di Bollettino Culturale

antunes1 1Negli ultimi cinquant'anni abbiamo assistito alla devastazione delle forme tradizionali di lavoro. Non c'è dubbio che la forma del lavoro salariato, sotto il modello taylorista-fordista, caratteristico del XX secolo, contenesse sfruttamento, alienazione e costrizione. Tuttavia, era stato forgiato e regolato da innumerevoli lotte portate avanti da coloro che lavoravano per sopravvivere, fin dalla Rivoluzione Industriale. La crisi dell'accumulazione di capitale, iniziata negli anni '70, è stata momentaneamente superata da una serie di ristrutturazioni produttive che sono state chiamate postfordismo, toyotismo o accumulazione flessibile. Dalla crisi del 2009, il modello che si è diffuso in tutto il mondo è stato l'economia delle piattaforme e il lavoro uberizzato, usate per il superamento della crisi dell'accumulazione. Questi due elementi possono essere studiati molto bene nel settore dei servizi, a causa dell'intensificarsi della flessibilità, della precarietà, dell'informalità e dell'ideologia dell’autoimprenditorialità.

La discussione sulla flessibilità deve considerare il processo di ristrutturazione produttiva, basato sull'incorporazione di nuove tecnologie basate sulla “microelettronica e connettività di rete al sistema produttivo”, nonché nuove modalità di organizzazione, gestione e controllo del lavoro. Ciò implica un intenso aumento dell'uso delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) nell'organizzazione del lavoro, con il risultato di lavoratori sempre più sfruttati, isolati e sempre più precari.

Print Friendly, PDF & Email

officinaprimomaggio

La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso

di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante

facchini protestaUn anno in cui le lotte non si sono fermate

Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi.

Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali.

Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia.

Print Friendly, PDF & Email

ilpungolorosso

Su un capolavoro di F. Engels (La situazione della classe operaia in Inghilterra) e una onesta ricerca sui “morti per disperazione” nell’Amerika di oggi

di Luca Bistolfi

“Morti per disperazione”: uno studio e un classico fanno riflettere sul sistema capitalistico. Che non aumenta il benessere, ma esalta disparità e dolore

engels giovaneQuesto bell’articolo di L. Bistolfi (che francamente conosciamo poco, o nulla) stabilisce un accostamento interessante tra il massimo capolavoro (forse) di Federico Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (al 1844), appena ripubblicato da Feltrinelli – un libro da leggere e da rileggere ! -, e un’onesta ricerca di due accademici statunitensi su tre flagelli che imperversano negli Stati Uniti di oggi, e spingono i più disperati, in genere proletari o proletarizzati, verso la morte: l’alcool, la droga, il suicidio.

In tempi come questi, fatti di messaggi brevi, con tempi di lettura minimi e cronometrati (2, 5, 8 minuti), invitare alla lettura di libri e allo studio, ed in particolare allo studio dei nostri classici, è controcorrente. Lo sappiamo bene. E nondimeno invitiamo, incitiamo i frequentatori di questo blog a leggere i libri indispensabili (quello di Engels è tale) e, se si ha tempo, anche quelli utili a comprendere gli implacabili antagonismi del capitalismo.

* * * *

Bisogna elevare un grande plauso alla recente pubblicazione per i tipi di Feltrinelli della Situazione della classe operaia in Inghilterra, l’opera di Engels che lasciò ammirato Marx e che di fatto segnò l’inizio del loro sodalizio umano e politico. Un lavoro denso e preciso edificato sulla stampa e sulle relazioni delle commissioni dell’epoca e sulla diretta osservazione dell’autore, che schiude le porte dell’inferno sulla terra mostrando con spietatezza la realtà dei lavoratori e delle lavoratrici, bambini inclusi, a mezzo dell’Ottocento.

Print Friendly, PDF & Email

centroriformastato

Il lavoro al tempo delle piattaforme

di Giulio De Petra

Intervento per la sessione “L’egemonia delle piattaforme" del convegno “Rileggere il Capitale”, organizzato da ARS e CRS

home office 4996834 1920 1 1536x854Un conflitto necessario

La traiettoria del capitalismo, delle sue crisi e dei suoi sviluppi, si intreccia inestricabilmente con quella del lavoro, della sua forma e delle sue lotte.

È la riorganizzazione continua del modo di produzione capitalista che determina la forma del lavoro, i modi e l’intensità dello sfruttamento, le caratteristiche della sua alienazione.

E, nello stesso tempo, sono i conflitti prodotti dall’organizzazione politica del lavoro a determinare i tempi e i modi dei passaggi della riorganizzazione del capitalismo.

Ed è un conflitto necessario, senza il quale il meccanismo di sviluppo del capitalismo rischia di avvitarsi su se stesso, di procedere per inerzia, proseguendo sulla propria traiettoria senza adeguata consapevolezza delle conseguenze sociali, economiche, ambientali che determina.

Questa reciproca implicazione di lavoro e capitalismo vede nell’utilizzo delle tecnologie storicamente disponibili la risorsa determinante, quella che consente determinate forme di produzione e quella che influenza l’organizzazione politica del lavoro.

La comprensione di come le tecnologie digitali, la forma attuale delle tecnologie di produzione e di organizzazione sociale, modificano e determinano la forma del lavoro è quindi centrale per comprendere la forma attuale del capitalismo.

Ma è centrale anche da un altro punto di vista, che è una delle motivazioni (la principale?) di queste due giornate di analisi e confronto.

Print Friendly, PDF & Email

linterferenza

Appunti sulla cultura del lavoro tra liberalcapitalismo e postmodernismo

di Gerardo Lisco

industria Imagoeconomica 1525975 kFKB 1020x533IlSole24Ore WebLa proposta di Letta di istituire un’imposta patrimoniale per costituire un fondo a favore dei giovani, che dovrebbe servire per l’Università o per avviare un’attività imprenditoriale, è da inserire nel cambio di paradigma che vuole il lavoro non più un diritto ma un dovere, secondo la logica del Ministro Fornero. La proposta è stata respinta dal Presidente del Consiglio Draghi, la destra Conservatrice si è opposta alla proposta avanzata da Letta sostenendo la decisione del Presidente del consiglio. La destra conservatrice si è schierata a difesa dell’idea che solo riducendo il prelievo fiscale sui patrimoni e sui redditi alti è possibile liberare risorse utili al rilancio dell’economia, in sostanza la teorie del trickle-down rappresentata dalla curva di Laffer; la destra Liberale, il PD e il ceto di opinionisti e intellettuali che gravitano nella sua orbita si sono immediatamente affannati a sostenere la proposta di Letta come di sinistra e a sottolineare come essa fosse stata sostenuta da Liberali come Einaudi e Keynes.

La proposta avanzata da Letta non molto tempo fa è l’altra faccia della medaglia rispetto all’idea avanzata da Renzi di un referendum per abrogare il reddito di cittadinanza. Entrambi gli istituti vanno inquadrati nel contesto economico e sociale nel quale devono operare. Come spiegano Van Parijs e Vanderborght [1] l’idea di introdurre strumenti quali reddito di base, nel caso specifico il reddito di cittadinanza, o una dotazione di base secondo la proposta avanzata da Letta sono rintracciabili a partire dalla fine del XVIII secolo interessando sia la destra che la sinistra ( solo per memoria le categorie politiche di destra e sinistra nascono proprio sul finire del 700 durante la Rivoluzione francese). I due autori, per inciso, appartengono alla schiera di coloro che da Sinistra sostengono la necessità di introdurre istituti quali il reddito di cittadinanza.

Print Friendly, PDF & Email

officinaprimomaggio

Tra conflitto e pratica dell’obiettivo

Riccardo Emilio Chesta intervista la Tech workers coalition italiana

external content.908785g74Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.

Già l’adozione del termine “coalizione” li identifica come un soggetto aperto, non corporativo che tenta di andare oltre un’opera pur necessaria di sindacalizzazione e organizzazione, ponendosi come obiettivo un’opera più generale di acculturazione all’azione collettiva e alla costruzione di solidarietà tra i lavoratori tech, in primis sul proprio posto di lavoro ma anche al di là, invitando a riflettere sui legami tra la propria professionalità e le implicazioni più generali in società.

Print Friendly, PDF & Email

la citta futura

L’utopia della de-mercificazione della forza-lavoro

di Domenico Laise

La mercificazione della forza-lavoro è una condizione necessaria per l’esistenza del modo di produzione capitalistico. Di conseguenza, la “de-mercificazione” della forza-lavoro è incompatibile con il modo di produzione capitalistico. È, cioè, la sua negazione

7e4a56645e0956469242b759988ca5b2 XLDal tempo in cui Marx scriveva il Capitale ad oggi sono mutati molti aspetti nel modo in cui il lavoro viene organizzato ed erogato. L’introduzione di tecnologie come le piattaforme digitali, per esempio, ha generato quello che, da molti autori, viene chiamato il “capitalismo digitale”. Ma, nonostante queste “mutazioni”, alcuni aspetti essenziali del modo di produzione capitalistico non hanno subito modifiche sostanziali. Uno di questi aspetti è la “mercificazione della forza-lavoro”, ovvero la riduzione della forza-lavoro a merce. Da questo dato di fatto occorre ripartire per dare solide basi teoriche anche alle analisi delle forme moderne di erogazione e organizzazione tayloristiche del lavoro. Da questo incontestabile dato di fatto occorre ripartire per illustrare scientificamente l’esistenza dello sfruttamento del lavoro umano, anche nel capitalismo digitale

Per illustrare la natura di alcune forme moderne del lavoro conviene prendere le mosse da un caso concreto e abbastanza noto: il lavoro con piattaforma digitale del food delivery. Attraverso l’uso di algoritmi di ottimizzazione, la piattaforma digitale Deliveroo è in grado di gestire le attività di un’ampia rete di lavoratori (una rete di fattorini o rider), disponibili just in time. Altri noti esempi di lavoratori impiegati e coordinati su piattaforme digitali sono gli autisti di Uber e i lavoratori dei magazzini di Amazon.

Una prima difficoltà che emerge nell’analisi del lavoro del food delivery è quella di individuare la natura del lavoro del driver che consegna il cibo. Sorge il seguente quesito: il driver è un lavoratore subordinato, etero-diretto dalla piattaforma, oppure è un lavoratore autonomo che sceglie quando e quanto lavorare e che si auto-dirige come un imprenditore di sé stesso?

Print Friendly, PDF & Email

coniarerivolta

Confindustria attacca il lavoro, i sindacati confederali applaudono

di coniarerivolta

grandeaccordoNonostante l’Italia si trovi ancora in una profonda crisi occupazionale, con il numero di lavoratori occupati calato di circa 800 mila unità tra febbraio 2020 e giugno 2021 e con un tasso di disoccupazione aumentato dal 9,5% di fine 2019 al 10,5% di maggio 2021, la scadenza del blocco dei licenziamenti è arrivata. Con il decreto-legge n. 99/2021 il Governo pone fine, a partire dal 1° luglio 2021, al blocco dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo introdotto nel marzo 2020, escludendo dallo stop solo il comparto della moda (ritenuto uno dei settori che più ha subito la crisi per effetto delle misure di contrasto alla pandemia) e la filiera produttiva ad esso collegata come calzature, pelletteria e tessile.

A corredo della misura governativa, martedì 29 giugno Governo, sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL) e Confindustria hanno siglato un accordo. Si tratta, in realtà, di una mera presa d’atto di cui non si comprende il valore giuridico e l’effetto vincolante che potrà esercitare, ma che il segretario della CGIL Landini non ha esitato a definire un grande risultato per tutto il Paese. Nell’accordo si afferma testualmente quanto segue: “le parti sociali alla luce della soluzione proposta dal Governo sul superamento del blocco dei licenziamenti, si impegnano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro”.

Print Friendly, PDF & Email

la citta futura

Lo smart working sopravviverà alla pandemia?

di Domenico Laise

Cos’è lo smart working? È una formula organizzativa che i capitalisti utilizzano per accrescere lo sfruttamento dei lavoratori (plusvalore). È la finalizzazione dello smart working allo sfruttamento del lavoro che va combattuta e non la formula dello smart working in quanto tale

aFArrbYqd8yGZo783XkntnIn questa nota si sosterrà che ci sono validi motivi per ritenere che lo smart working sopravvivrà oltre il tempo della pandemia. Esso, è, infatti, uno strumento a disposizione dei capitalisti per “destrutturare, frammentare e atomizzare” la residua resistenza della classe dei lavoratori proletari, nella lotta per la difesa delle conquiste che essi hanno realizzato nel passato [1].

La pandemia, dovuta al virus Covid-19, ha incentivato il ricorso allo smart working. Ciò, come è noto, è dipeso, principalmente, dal fatto che lo smart working può essere svolto senza vincoli stringenti di spazio e di tempo, permettendo il distanziamento richiesto per ridurre il rischio di contagio.

Ora, all’interno della disputa sui vantaggi e gli svantaggi dello smart working ci si domanda: “dopo la fine della pandemia lo smart working continuerà a svilupparsi oppure ritornerà ad essere un fenomeno relativamente marginale come nel passato?”

Per dare una risposta a questo quesito, bisogna analizzare nel dettaglio la natura dello smart working [2].

Nel dibattito tra gli “addetti ai lavori”, alcuni autori, di orientamento neo-liberista, sostengono che lo smart working si svilupperà ancora di più nel post-pandemia, poiché esso è uno strumento che soddisfa il bisogno naturale e primario di auto-organizzazione del lavoratore, bisogno che il lavoro tradizionale (taylorista-fordista) non è in grado di soddisfare perché è etero-organizzato dal capitalista.

Print Friendly, PDF & Email

officinaprimomaggio

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

PAT 13.Cavani Soru lavori culturali 1024x800Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

 

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

Print Friendly, PDF & Email

bollettinoculturale

"Conversando sul lavoro - I limiti dello smartworking"

di Bollettino Culturale

Presentazione dell'incontro sul libro di Savino Balzano "Contro lo smartworking"

324hduuNel Capitale Marx analizza il settore dell'“industria domestica” che, non avendo più nulla in comune con l'antico artigianato, è diventato un “reparto esterno della fabbrica, della manifattura o del grande magazzino”, disperso nelle campagne e nelle città, e collegata da “fili invisibili” al capitale. Assumendo le differenze storiche e tecnologiche tra il settore nel periodo in cui scrive l'autore tedesco e quello attuale, è rilevante notare come le conseguenze di questo tipo di lavoro per il lavoratore fossero evidenti e possono aiutare l'analisi del lavoro a distanza:

“Lo sfruttamento di forze lavoro immature e a buon mercato assume aspetti più sfrontati nella moderna manifattura che nella vera e propria fabbrica, perché la base tecnica qui esistente, — sostituzione della forza muscolare con macchine e semplificazione del lavoro —, là manca in gran parte e, nello stesso tempo, il corpo femminile o ancora immaturo è lasciato senza il minimo scrupolo in balia degli influssi di sostanze venefiche ecc.; ed è più sfrontato nel cosiddetto lavoro a domicilio che nella manifattura, perché la capacità di resistenza degli operai diminuisce con la loro dispersione, perché tutta una serie di parassiti e predoni si inserisce fra il vero e proprio datore di lavoro e l’operaio, perché il lavoro a domicilio lotta dovunque con l’azienda meccanizzata o almeno manifatturiera nello stesso ramo di produzione, perché la miseria deruba l’operaio delle condizioni di lavoro più necessarie, lo spazio, la luce, la ventilazione ecc., perché l’irregolarità di occupazione aumenta, e infine perché, in questi ultimi rifugi di coloro che la grande industria e la grande agricoltura hanno reso «superflui», la concorrenza nel lavoro raggiunge necessariamente il massimo.”