Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

effimera

Toni Negri | Toni Negri vincente

di Sergio Fontegher Bologna

Operai e Stato 1200x600.jpgMi riesce difficile scrivere un necrologio. Forse perché ne ho scritto troppi in questo horribilis 2023. Troppi, da quello per Danilo Montaldi su “Primo maggio”, 1975. O forse perché Toni continua a vivere. L’energia che ha sprigionato e si è accumulata ha prodotto una forza inerziale che chissà quando si spegnerà.

Ogni volta che muore un compagno si apre un nuovo capitolo di “politica della memoria”, strumento indispensabile per proteggere la continuità. La prima cosa che mi viene da dire è: liberiamo la figura di Toni Negri dalla divisa di carcerato del 7 aprile! Anche se si continua a evocarla per cancellare la maschera del “cattivo maestro” (lui era orgoglioso di essere chiamato così), o per demolire il teorema Calogero, è pur sempre un modo subalterno di parlare di lui, è il terreno su cui ci fa scendere l’avversario e lì saremo sempre perdenti, sempre in difesa. Lo ha capito Cacciari, che ha parlato, da par suo, degli scritti di Negri, evitando di cadere nel troppo frequentato genere “devozionale”.

Vale la pena invece scoprire il lato vittorioso dell’azione militante di Toni Negri. Dobbiamo ricordare che l’operaismo per un periodo ha visto avverarsi le proprie previsioni, ha assaporato, almeno per qualche anno, la vittoria. Toni Negri ha avuto la fortuna di vedersi incarnare la sua immagine della “moltitudine”: una forza non massificata ma composta di innumerevoli individualità che un giorno convergono in un unico grido, che è di protesta ma anche di programma, convergono in un’unica volontà di vita contro un modo di produzione che ormai è capace solo di morte e distruzione. Toni ha avuto la soddisfazione di vederla passare sotto le sue finestre, la moltitudine, durante le grandi manifestazioni francesi della primavera 2023.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Due o tre cose che vanno dette su Toni Negri

di Francesco Piccioni

negri processoE’ tradizione soprattutto mediterranea, almeno a far data dall’Eneide, quella del parce sepulto, ossia l’invito a non parlar male dei defunti, anche se hanno avuto delle colpe.

L’invito è rispettabile sotto molti aspetti, ma non può essere esteso oltre misura, fino a cancellare ogni critica per quanto fatto o detto o scritto dal dipartito. Altrimenti ogni progresso storico specifico sarebbe congelato come le lapidi di un cimitero.

Nel caso di Toni Negri, in questi giorni, abbiamo visto molte “dimenticanze” da parte dei vecchi o seminuovi protagonisti della stagione dei “movimenti”, i soliti insulti da parte della destra trinariciuta, qualche ricordo non demonizzante anche su alcuni media mainstream.

Ci sta. I ricordi di gioventù sono sempre più dolci che non i sentimenti in tempo reale. E l’odio da parte del nemico spinge a mettere da parte le critiche, a suggerire “compattezza” anche quando questa non c’è stata, neanche in pieno conflitto.

Ma onestà intellettuale vuole che il parce sepulto, nel suo caso, non sia applicabile almeno per quanto riguarda le due principali influenze che a Negri vengono riconosciute: quella sul pensiero politico e sulle pratiche politiche “di movimento”.

Perché la sua influenza è stata – sì – decisamente importante, ma altrettanto decisamente negativa.

E mi sembra necessario che quel poco o tanto di nuova mobilitazione antagonista sia perlomeno informata sugli aspetti più critici, in modo da decidere liberamente su come e se farci i conti. Non c’è infatti nulla di meno rivoluzionario dell’accodarsi a una “narrazione” edulcorata, priva di rilievi critici, accomodante… Inevitabilmente fasulla.

Print Friendly, PDF & Email

machina

Intervista a Toni Negri

di Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero

Schermata del 2023 12 20 14 53 51.pngL'intervista a Toni Negri che pubblichiamo oggi è tratta da Gli operaisti (DeriveApprodi, 2005), curato da Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero.

È un documento importantissimo per capire la storia e il pensiero di Toni Negri: nell'intervista, infatti, si parla dei nodi principali delle sue esperienze politiche, dai «Quaderni rossi» all'Autonomia; del suo percorso di formazione; sul rapporto movimenti-progettualità; sull'attualità, sulla ricchezza e sui limiti del pensiero operaista.

* * * *

Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale? Ci sono state persone e figure che hanno avuto una particolare importanza in tale percorso?

lo vengo da un’esperienza assai specifica che è quella di una famiglia laica nel Veneto, una famiglia di origini emiliano-lombarde.

Mia madre è mantovana e mio padre è bolognese, piccoli proprietari terrieri fascisti la famiglia di mia madre e comunisti quella di mio padre, famiglia di operai. Mio padre è morto quando avevo due anni, era un comunista che era stato perseguitato a lungo per questa tradizione, mia madre era praticamente neutrale dal punto di vista politico. La tradizione comunista me l'ha insegnata mio nonno con il quale ho vissuto parecchio a Bologna. Dopo di che ero un bravissimo studente, e nel Veneto degli anni Quaranta e Cinquanta praticamente trovai un’apertura di sinistra (ma piuttosto tardi, intorno alla maturità, in seconda liceo credo) in un gruppo di amici che erano più o meno cattolici, perché in realtà il Partito comunista, poco di più il Partito socialista, non esisteva a Padova, avevano una bassissima rilevanza dal punto di vista culturale all'interno dell'università, e io cominciai allora, alla fine del liceo vissuto a Padova, a parlare di politica con questi compagni, che erano cattolici di sinistra assai radicali.

Print Friendly, PDF & Email

euronomade

L’eternità ci abbracci

di Toni Negri

Con queste parole, quattro anni or sono, concludendo Storia di un comunista 3 – Da Genova a domani, Toni parlava con serenità della propria morte

Toni Negri RebibbiaMi sembra talora di essere completamente estraneo al mondo che mi sta attorno. Curiosa sensazione per qualcuno che ha riempito tre volumi di una storia di intensa immersione nell’esistente. Probabilmente, mi dico, avviene perché sono vecchio – per quanto mi agiti nel cercare di tenere aperta la comunicazione con amici più giovani e svegli, la mia percezione è ottusa. Poi però mi chiedo: non può darsi che questa mia considerazione del mondo e questa convinzione di estraneità non siano vere? Vere? Intendo che quella percezione di estraneità non dipenda da me, dalla mia insufficiente o ridotta attenzione, ma che il mondo che mi circonda sia davvero brutto e inconsistente. Non sarà che alla mia fiducia nell’essere, alla mia ammirazione per quello che è vivo, non corrisponda più qualcosa che si possa amare?

Brutto, bello, vivo, amato… sono aggettivi di difficile definizione e di altissima relatività. Forse allora, per confermare il mio dubbio, a questi termini non dovrei affidarmi. Forse l’unico aggettivo che vale, fra i molti che fin dall’inizio utilizzo, è “estraneo”. Un effetto di straniazione è quello che provocano in me linguaggi e umori, non importa se individuali o collettivi, che risuonano nella società, fuori di me. Penso di esser sordo e di sentire suoni confusi. In realtà, un po’ sordo sono ma i suoni confusi non li sento con l’orecchio ma con l’anima, con il cervello. Mi sfugge il mondo attorno. Ho avuto una lunga vita, ho conosciuto contraddizioni enormi e conflitti mortali, sempre tuttavia sapevo di che si trattava, gli elementi della contraddizione e del conflitto stavano dentro un quadro noto, comunque significante – perché allora il significato degli eventi che oggi si dànno attorno a me s’iscurisce e mi sfugge? In cosa consiste la loro insignificanza? A rappresentare questa estraneità c’è un mondo nuovo. Un mondo nuovo ma affaticato, prostrato davanti alle difficoltà fisiche, politiche e spirituali, della propria riproduzione.

Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

Sulla condizione dei comunisti in Italia: che fare?

Note per una discussione aperta

di Salvatore Tinè

121813582 85a375af fe85 418b 8de9 26996bfaff32.jpgL’intervento del compagno Sorini sulla crisi drammatica del movimento comunista italiano e sulle prospettive di una sua possibile ripresa ha già sollecitato una discussione importante tra comunisti sparsi in varie associazioni o piccole formazioni politiche e impegnati nell’opera di ricostruzione di una loro soggettività politica organizzata, intorno ad alcuni temi fondamentali riguardanti sia l’analisi delle cause profonde del fallimento di Rifondazione comunista nella fase storica successiva al crollo dell’Urss, sia le prospettive di ripresa del nostro movimento in Italia come a scala mondiale posto di fronte all’odierna crisi del sistema capitalismo mondiale e alla conseguente politica di guerra dell’imperialismo che segna il passaggio di fase ancora in atto. Appare evidente, nel contesto di questa crisi, certo la più grave dalla fine della guerra fredda, per molti aspetti analoga a quella degli anni ’30 che avrebbe trascinato l’umanità nella seconda guerra mondiale, l’assenza drammatica, particolarmente in Italia, di un movimento comunista in grado di elaborare su una base analitica sia un orientamento politico strategico che una linea di massa sul terreno della lotta sociale e di classe e su quello, oggi più che mai cruciale e decisivo, della lotta contro il pericolo di guerra e per la pace. E’ in primo luogo tale assenza a spiegare l’estrema difficoltà delle lotte sociali pure importanti e significative che periodicamente scandiscono le dinamiche della crisi capitalistica, a partire da quelle perfino imponenti dei lavoratori francesi contro la controriforma sulle pensioni di Macron, a trovare un adeguato sbocco politico, ad incidere concretamente nelle dinamiche generali della crisi, imprimendo a esse una direzione politica, spostando nel loro complesso i rapporti di forza tra le classi.

Print Friendly, PDF & Email

rete dei com

La crisi del Modo di Produzione Capitalistico e la Rivoluzione in Occidente

di Giacomo Marchetti

Festa ANC.jpgNel quadro dell’annuale Fête de l’Association National des Communistes si è svolto il dibattito “Di fronte alla militarizzazione dell’economia globale, come lottare per la pace e il progresso sociale?” con gli interventi di Charles Hoareau (ANC de France), Saïd Bouamama (Rassemblement Communiste), Marie-Josée Ngomo e Mariam Bah (Dynamique Unitaire Panafricaine). Un dibattito ricco, interessante e proficuo sul ruolo dei comunisti nella nuova fase della competizione internazionale e di crisi dell’egemonia dell’imperialismo occidentale. Di seguito l’intervento di Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti).

* * * *

Nell’agosto del 2021, commentando la precipitosa fuga dell’Occidente dall’Afghanistan, scrivevamo nell’editoriale del nostro quotidiano Contropiano.org: «I talebani hanno vinto, le potenze occidentali hanno perso. Gli sconfitti si portano dietro quel sistema di relazioni, ormai oggettivamente indebolite, che aveva caratterizzato la fine del mondo bipolare.

Perde quindi un mondo che aveva scommesso sul complesso militar-industriale e le “guerre infinite” come motore principale di sviluppo – tagliando sul Welfare e aumentando il Warfare – in una mutazione castrense e poliziesca della funzione dello Stato. Gli USA avevano pensato che quel meccanismo inaugurato di fatto dalla Reagan-Economics, con la corsa agli armamenti contro l’Unione Sovietica, avrebbe pagato all’infinito.

Un mondo che, come riflesso culturale indotto, non si accorgeva che oltre il suo Limes mentale un paese della periferia integrata – la Cina – stava diventando “la fabbrica del mondo” di prodotti ad alto valore aggiunto, mentre la Russia cessava di essere una “potenza regionale”, come la definì Obama in maniera quasi spregiativa, per diventare un global player cui non è conveniente pestare i piedi».

Print Friendly, PDF & Email

perunsocialismodelXXI

Preve a dieci anni dalla morte

Luci e ombre di un'eredità

di Carlo Formenti

adorno e il 68.jpegIl decennale della morte è uno stimolo per ragionare sul lascito di Costanzo Preve in merito all’attualità di Marx e del suo pensiero. In questo articolo mi occupo di tre testi, La Scuola di Francoforte, Adorno e lo spirito del Sessantotto (Opere, vol. III ; Shibboleth, Roma 2023), La filosofia imperfetta. Una proposta di ricostruzione del marxismo (Franco Angeli, Milano 1984, prossimamente ripubblicato da Shibboleth) e “Demos e Libertà” un articolo apparso sulla rivista “Eretica”. Ho strutturato l’articolo in cinque paragrafi dedicati, rispettivamente, al rapporto fra Preve e Lukács, alla critica del postmodernismo, alla critica della sinistra, al presunto idealismo di Marx, ai limiti del pensiero sociologico e politico di Preve.

 

Preve e Lukács

Preve è uno dei pochi filosofi italiani che abbia colto la portata del contributo dell’ultimo Lukács, raccolto nei quattro volumi della Ontologia dell’essere sociale (1). Negli anni Ottanta e Novanta - allorché la cultura neoliberale celebrava il funerale del comunismo - i marxisti ortodossi, ridotti a un manipolo di nostalgici, associavano il filosofo ungherese quasi esclusivamente a Storia e coscienza di classe (2), opera giovanile parzialmente ripudiata dall'autore (3), al contrario di Preve, il quale aveva capito il potenziale dirompente dell’Ontologia, un’opera monumentale che faceva giustizia dei dogmi del “materialismo storico e dialettico” senza accodarsi al liquidazionismo eurocomunista, mentre cercava di ridefinire e attualizzare le linee fondamentali del pensiero marxiano, sfrondandole dagli equivoci associati a certi “regimi narrativi” - così li definiva Preve (4) – presenti in alcune opere dello stesso Marx.

Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

In risposta a una lettera aperta

di Bruno Steri

Bolshevik Kustodiev.jpgSeguo con una certa continuità quello che pubblicano i compagni e le compagne di marx21. In particolare, sulla prima pagina del loro sito, mi è stato segnalato (con richiesta di risposta) un impegnativo contributo di Fausto Sorini: una lettera aperta, come l’ha definita lo stesso autore, il cui titolo esemplifica bene l’argomento: Sulla condizione dei comunisti in Italia. Che fare? Note per una discussione aperta. Certamente, per chi nel nostro Paese è comunista non è purtroppo difficile riconoscere la condizione di marginalità politica in cui oggi si trova a operare, “la palude in cui siamo immersi, tutti”: una palude - annota Sorini – che rischia di vanificare il sacrificio di tanti militanti, impegnati in “gruppi, associazioni, reti, istanze partitiche comuniste, che a tale militanza sacrificano tanta parte della loro vita”. Di qui la proposta, rivolta “a tutte le compagne e i compagni italiani”, di un Forum di discussione tra comunisti, tra quanti ritengano “del tutto insoddisfacente la situazione attuale” e conseguentemente vedano l’urgenza di indagare a fondo le sue cause e le prospettive per un eventuale ripresa. Beninteso, l’autore si affretta a escludere, nominandola esplicitamente, qualunque pretesa di creare con questa sua iniziativa “nuovi cenacoli”, qualunque scorciatoia organizzativa di breve periodo. Dovrebbe trattarsi al contrario di un percorso da impostare – egli dice – “come processo storico-politico di lunga durata”.

Raccogliamo la sollecitazione e seguiamo il ragionamento proposto. Prima di arrivare al cuore di tale ragionamento, quello sul “che fare”, è bene procedere a una verifica dei suoi “fondamentali” politici, caratterizzati dalla critica nei confronti dell’involuzione che ha condotto dal Pci all’attuale PD, con la connessa “mutazione genetica”.

Print Friendly, PDF & Email

marxismoggi

“Terza via” e rifondazione della sinistra nel pensiero di Lucio Magri

Fra la tradizione comunista italiana e la novità del ’68

di Mattia Gambilonghi*

SimoneOggionni LucioMagri tmb 620x330.jpgRicordare la figura di Lucio Magri a dieci anni dalla sua scomparsa è non solo un atto politico dovuto e obbligato, in quanto volto a preservare e onorare la memoria di un dirigente politico dotato di una profondissima cultura politica e di un’elevatissima capacità analitica e progettuale; ma è, soprattutto, un atto utile e necessario politicamente, per noi tutti e per la più ampia comunità della sinistra italiana: se un futuro e una capacità propositiva ed egemonica per questa disastrata sinistra possono essere immaginati, ciò può avvenire proprio ripartendo da figure dotate della statura di Lucio Magri, raccogliendo la sua eredità intellettuale e tentando di metterla a frutto nell’oggi.

E’ evidente come non sia facile scegliere – vista l’ampiezza delle tematiche affrontate da Lucio e degli spunti di riflessione che nella sua esperienza politica più che cinquantennale ci ha lasciato – da quale nodo e da quale questione partire e muoversi al fine di ragionare sull’oggi e sulle prospettive future della nostra area politica (quella della sinistra).

In maniera forse un po’ ardita, cercherò di ragionare sulla macro-tematica che forse le ingloba tutte, e che proprio per questo ha rappresentato la costante, il grande filo rosso della riflessione teorica di Magri e della sua attività di dirigente politico. Mi riferisco al tema e al nodo (insieme teorico, strategico e politico) che nella storia del PdUP per il comunismo ha preso il nome di “terza via”: il tentativo, cioè, di individuare un nuovo paradigma della trasformazione sociale e della transizione al socialismo

Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

Sulla condizione dei comunisti in Italia. Un contributo collettivo alla lettera aperta di Fausto Sorini

a cura di: Demostenes Floros, CER-Centro Europa Ricerche, Orestis Floros, medico psichiatra e ricercatore in Neuroscienze, Stoccolma, Luigi-Alberto Sanchi, CNRS Parigi (Centro Nazionale di Ricerca Scientifica), Andrea Zirotti, docente

159827 sd.jpgRingraziamo il compagno Fausto Sorini per la proposta di un forum di discussione tra comunisti e speriamo che essa inneschi una risposta adeguata.

Il periodo critico dei “comunismi” in Italia, comunque lo si voglia individuare, dura ormai da molto tempo e l’assenza dal Parlamento, non certo ricercata e iniziata ben quindici anni fa, è riflesso di una condizione di enorme debolezza, quando non di sostanziale irrilevanza.

Ci pare che le recenti accelerazioni della storia abbiano reso ancor più urgente l’esigenza di una discussione e di un chiarimento di cui crediamo siano non pochi a sentire la mancanza, specialmente di fronte alla risposta che nell’insieme abbiamo dato in questi anni. A sospingere questo processo possono essere compagne e compagni, cui è rivolta la proposta, che come anche noi “ritengono del tutto insoddisfacente la situazione attuale” (Sorini); pensiamo però che una tale esigenza possa oggi essere avvertita, e magari trovare sbocco in percorsi diversi ma comunicanti, da tutti i comunisti in Italia: almeno i molti in cui non prevale la “boria di partito” o di gruppo (incluso quello dei non-partito, cui a malincuore apparteniamo, che può anche essere vissuto con boria). Non sarebbe, questo, un modo appropriato per interloquire con le nuove generazioni, piuttosto diverse dalle precedenti?

I profondi e vasti cambiamenti intercorsi in questi ultimi decenni, con un salto di qualità negli ultimi tempi, pensiamo impongano, a coloro che vorrebbero far vivere in Italia un marxismo non rituale, una riflessione di fondo; allo stesso tempo, pongono già su un nuovo terreno la discussione in cui le passate e presenti inadeguatezze, divisioni, separazioni dovrebbero essere passate al vaglio.

Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

Sulla condizione dei comunisti in Italia: che fare?

Note per una discussione aperta

di Fausto Sorini

comunisti indiani.jpgCredo che abbia fatto bene Marco Pondrelli, direttore del nostro sito, ad aprire tempo fa con un editoriale una riflessione sulla questione comunista, con particolare attenzione all’Italia. Perché se è vero – come scriveva – che “oggi nell’Unione europea la forza dei comunisti è marginale … se guardiamo al caso italiano la situazione è ancora peggiore, desolante… Di scissione in scissione oramai gli iscritti ed i militanti dei tanti partiti sono sempre meno e i gruppi dirigenti sono sempre più litigiosi e lontani dal mondo del lavoro”, privi di autentico radicamento nella società e nei luoghi del conflitto sociale.

In presenza di una situazione foriera di importanti sviluppi nazionali e internazionali ritengo utile riprendere la discussione con questa lettera aperta per cercare di suscitare, certo non da solo, una discussione in maniera organizzata nei prossimi mesi; senza nessuna pretesa, ma con un metodo che ci consenta di capire meglio la situazione e agire di conseguenza. Ritengo infatti che l’apertura di una tale discussione sia la premessa per il cambiamento. L’obiettivo non è quello di creare nuovi cenacoli, ma di lavorare per ricomporre collettivamente un rapporto corretto tra conoscenza e azione politica dei comunisti.

La sfida ai tanti ‘comunismi’ esistenti in Italia è questa: una sfida con se stessi. Ed è arrivata l’ora (anzi, siamo in grande ritardo) che si esca dalla falsa coscienza e si accetti, senza guerre di religione, il confronto in campo aperto sulle questioni che sono sul tappeto. Per questo mi sembra necessario arrivare, in tempi brevi, ad un forum di discussione tra comunisti, che sia uno strumento, anche se transitorio, con cui si vadano a vedere le carte di chi ci ha provato e i limiti delle esperienze fatte.

Print Friendly, PDF & Email

coku

Ribellarsi è jest

di Leo Essen

EiWYilxXkAE rmu.jpgIl 9 Settembre 1970, su un numero speciale, Il Manifesto pubblica le Tesi con le quali intende aprire una fase costituente tra tutte le forze rivoluzionarie e proporre una piattaforma per l’unità della sinistra rivoluzionaria.

La necessità di un nuovo partito nasce da due spinte: 1) la necessità di staccarsi dall’Unione Sovietica, avviata a formare con gli Usa un unico blocco imperialista; 2) evitare di essere catturati dal riformismo del PCI e del PSIUP pienamente inseriti nel sistema.

Il terreno sul quale il nuovo partito dovrà posizionarsi sarà quello dei Nuovi Bisogni, dei consumi sociali, della casa e della salute, della scuola, del movimento studentesco, della contestazione femminista dei ruoli, senza dimenticare, ovviamente, il terreno dei bisogni più tradizionali della lotta antimperialista, della pressione sul salario, della riduzione dell’orario di lavoro e dello straordinario, dell’estensione degli organismi elettivi.

Le Tesi contengono elementi di riflessione molto interessanti. Raccolgono e riassumono temi prodotti nella sinistra italiana a partire dalla fine degli anni Cinquanta: New Deal, Fabbrica diffusa, lavoro produttivo vs lavoro improduttivo, femminismo, eccetera. Assumono pienamente anche le indicazioni che vengono dal nuovo marxismo influenzato dalla lettura dei Grundrisse, dalla Scuola di Francoforte, da Marcuse.

In particolare, nella Tesi 72, viene integrato un tema caro a Marcuse e ripreso da un passo dei Grundrisse destinato a diventare arci-famoso – un pensiero-guida.

Print Friendly, PDF & Email

lacausadellecose

Caro Mario Moretti

di Michele Castaldo

anni 70.jpgTitolo questo scritto non per parlare a Mario Moretti, no, ma per prender spunto dalla sua situazione per parlare a una doppia generazione, quelle del ‘68/9 e del ’77 del secolo passato. Due generazioni ormai attempate che non hanno più niente da dire.

L’articolo patrocinato dalla Rivista Contropiano e pubblicato su sinistrainrete.info fornisce una serie di spunti per una riflessione più generale e sbaglieremmo a soffermarci solo sull’esperienza delle Brigate Rosse o dei gruppi che si definirono combattenti, perché essi furono solo una parte di tanti gruppi e esperienze che la fase produsse. Dunque la riflessione va fatta a largo raggio e non isolando i gruppi “combattenti”, né da parte di chi aderiva ad essi, né da parte di chi a tali gruppi non aveva aderito. Lo dico semplicemente per affermare un principio: una fase storica è fatta di relazioni fra uomini e classi all’interno della temporalità che attraversa il modo di produzione. Pertanto tutte le formazioni politiche sorte in quegli anni furono l’espressione di una fase che dobbiamo definire con chiarezza e collocare correttamente le formazioni politiche e il loro ruolo. Altrimenti parliamo di nulla.

Fatta questa premessa è necessario poi inquadrare la fase del modo di produzione capitalistico dove si sviluppa quella temporalità di cui accennavo e provare a tracciare un bilancio sia della fase che delle esperienze teoriche e politiche che in essa si svilupparono.

Era una fase rivoluzionaria? A questa domanda – ma ce ne sono tante altre a cui bisogna rispondere – anche se col senno di poi dovremmo rispondere con estrema lealtà guardandoci in faccia prima che le nostre vecchie carcasse vengono affidate alla grigia terra.

Print Friendly, PDF & Email

kamomodena

L’assalto al cielo. Militanza e organizzazione dell’Autonomia operaia

di Valerio Guizzardi e Donato Tagliapietra

Parte I

1933630 10151067455043204 359700220 o.jpegCome dare, e organizzare, percorsi di rottura al cuore dello sviluppo capitalistico? Quali i comportamenti potenzialmente sovversivi su cui costruirli, oggi? Quali punti di metodo ancora inattuali trarre dall’esperienza militante di quella generazione politica che per ultima ha tentato l’“assalto al cielo”?

Sono le domande implicite che hanno mosso il terzo incontro del ciclo MILITANTI, tenuto a Modena sabato 13 maggio. Una bella, intensa, arricchente chiacchierata con Valerio Guizzardi e Donato Tagliapietra, militanti autonomi degli anni Settanta – di Rosso, la prima e più originale formazione dell’Autonomia operaia, e dei Collettivi politici veneti per il potere operaio, la più larga, radicata e duratura organizzazione politica dell’Autonomia – autori dei due libri che troverete in fondo a questa prima parte del loro intervento.

Una chiacchierata che fin da subito non ha voluto essere sul passato, per “reduci” o “nostalgici” fuori tempo massimo, ma immediatamente sul presente, per ragionare su alcuni dei nodi che chiunque abbia l’ambizione di conquistare una prassi militante adeguata ed efficace dentro e contro il proprio tempo si trova inevitabilmente a dover affrontare.

I comportamenti di rifiuto e il salario sganciato dalla produttività. La società che diventa fabbrica e la ricerca della soggettività operaia. Il radicamento nel territorio e nella composizione di classe, e l’esercizio del contropotere. La spontaneità di movimento e la disciplina di progetto politico. L’organizzazione autonoma e l’autonomia di classe. L’uso materiale della forza e la forza materiale del significato vivo dell’essere “compagni”.

Print Friendly, PDF & Email

ilpungolorosso

Ancora Tronti? Ma 100 volte Panzieri (con i suoi limiti)!

di effesse

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota polemica sulle commemorazioni di Tronti, che contiene diversi spunti interessanti per un bilancio critico dell’operaismo italiano. (Red.)

basta.pngCi ha lasciato Mario Tronti. È stato un onore lavorare insieme in Parlamento e potermi confrontare con lui anche negli ultimi anni, imparando sempre qualcosa. Una mente raffinata, una vita coerente coi suoi ideali, un difensore della buona politica, avversario di ogni populismo. Un amico affettuoso, una persona fuori dall’ordinario. Ciao Mario, ci mancherai. Mi mancherai.” – Maria Elena Boschi

Il 7 Agosto si è spento a 92 anni l’ex senatore (del Partito Democratico) Mario Tronti omaggiato nel comunicato Ansa come “uno dei principali fondatori ed esponenti del marxismo operaista teorico degli anni sessanta”1. Sull’onda della conferma di questa notizia, si sono susseguiti commiati e celebrazioni del noto filosofo romano da tutti i principali esponenti, politici, sindacali e sociali riconducibili all’area di centro-sinistra (leggasi, in proposito, il commosso ricordo di Maria Elena Boschi riportato all’inizio). Come avviene in questi casi, anche ciò che rimane della “sinistra radicale” – istituzionale o movimentista che sia – non si è fatta scappare l’occasione per strappare qualche trafiletto giornalistico cercando di opporre una visione alternativa del defunto in questione presentato come uno dei più importanti intellettuali “innovativi” ed “eretici” del ‘9002. In questo marasma di dichiarazioni, tipico di chi da decenni ha ormai abbandonato qualsivoglia rapporto con la lotta di classe – e le sue asprezze – per l’estensione di commenti sui social network, proveremo a ricostruire, sia pur sommariamente, la parabola teorica e politica (perché per i marxisti questi due aspetti non possono essere considerati separatamente) di Mario Tronti per tirare, infine, delle conclusioni sullo stato di confusione che sembra ancora regnare tra i diversi epigoni – alcune volte anche con vezzi intellettuali – che cercano di ricondursi indebitamente alla tradizione comunista.

Una volta terminato il Secondo Conflitto Mondiale, il “rifondato”- con la “Svolta di Salerno” – Partito Comunista Italiano (sottolineiamo italiano) togliattiano uscì enormemente rafforzato dalla guerra di liberazione nazionale contro i nazisti ed i fascisti italiani.