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quadernidaltritempi

Le rivoluzioni di Kuhn e i molti mondi della scienza

di Roberto Paura

“L’incommensurabilità della scienza” chiarisce il pensiero del filosofo delle rivoluzioni scientifiche

in rilievo letture kuhn A.jpgPer quanto possa apparire un’ovvietà, vale sempre la pena ricordare che in nessun’epoca della storia gli uomini si sono sentiti “antichi”. Poteva accadere – ed è accaduto quasi sempre finché la moderna ideologia delle “magnifiche sorti e progressive” non si è affermata – che ci si percepisse in un’epoca di decadenza; ma ogni generazione si considera moderna e attribuisce alle precedenti errori e concezioni superate, anche se questo può farci sorridere se pensiamo a coloro che credevano nella fissità della Terra o nell’etere luminifero. Di quest’ovvietà si rese conto Thomas S. Kuhn nell’estate del 1947 quando, giovane dottorando venticinquenne, meditando sul testo della Fisica di Aristotele, all’improvviso ebbe una illuminazione:

“Improvvisamente i frammenti nella mia testa si sono riordinati in modo nuovo e ognuno è andato al proprio posto. Sono rimasto a bocca aperta, perché tutto d’un tratto Aristotele mi sembrò davvero un ottimo fisico, ma di un tipo che non avevo mai sognato fosse possibile”

(Kuhn, 2024).

Era accaduto che Kuhn, chiedendosi come fosse possibile per il più grande filosofo dell’età antica credere nell’inesistenza del vuoto e in generale a tutta una serie di concezioni scientifiche del tutto errate rispetto alle nostre conoscenza moderne, comprese che la fisica di Aristotele si reggeva su concetti che avevano per lui significati del tutto diversi da quelli che hanno oggi e che, all’interno di quella tassonomia, la fisica aristotelica era non solo perfettamente sensata, ma corretta. Quell’epifania aveva proiettato per un attimo Kuhn nel mondo di Aristotele, vale a dire che gli era riuscito di vedere il mondo esattamente nello stesso modo in cui lo vedeva lo Stagirita, e non piuttosto – come sempre avviene – con gli occhi di noi “moderni” di oggi. Nell’opus magnum di Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), questa idea è trattata nel capitolo decimo, intitolato Le rivoluzioni come mutamenti nella concezione del mondo. Il cambio di paradigma che rappresenta, nell’opera di Kuhn, il processo con cui si verifica una rivoluzione scientifica, è un vero e proprio cambiamento di mondo:

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collettivomillepiani

Il “punto di vista di classe”, la dialettica e il partito

di Jacques Bonhomme

94B1FA21 AD18 49CC 8C8E 1047ED278AD9.jpeg1. Tra passato e presente: “il punto di vista di classe”

Le locuzioni che fanno parte del vocabolario marxista novecentesco, di quel marxismo che è stato la lingua parlata e accomunante – pur con tutti i suoi dialetti – delle Rivoluzioni che vi hanno preso avvio, si usano spesso con timida circospezione, con molta esitazione e quasi chiedendo il permesso. La formula “punto di vista del proletariato” entra subito e facilmente in questo repertorio. E quindi, per poterla recuperare, per poterla incorporare in una “lingua ritrovata”, in una lingua che articoli le pratiche delle lotte sociali e politiche, serve, ineludibilmente, uno sforzo di traduzione. In prima istanza, traduzione da un libro cruciale, da Storia e coscienza di classe di György Lukács, del quale il concetto di “punto di vista del proletariato” è l’architrave filosofico. In seconda istanza, traduzione dai contesti in cui quella teoria di Lukács e importanti forze storiche si sono vicendevolmente rispecchiati e più o meno direttamente sostenuti.

Qualunque sforzo è tuttavia un prezzo sempre troppo basso in proporzione all’importanza dei problemi, dei contenuti teorici e delle prospettive pratiche che l’espressione e, inseparabilmente, il concetto di “punto di vista del proletariato” hanno seminato durante un lungo tempo storico, dalla Terza Internazionale all’emergere del cosiddetto “marxismo occidentale”, dai movimenti studenteschi a Fanon. Infatti, le traduzioni sono avvenute attraverso le pratiche, poiché le continuità hanno beneficiato delle critiche e le situazioni hanno incessantemente riconvertito le idee. Comunque, non è mai crollato il ponte filosofico tra il “punto di vista di classe”, che altro non è che il modo di conoscere il mondo sociale nella sua storicità - la coscienza di esso -, e la classe antagonistica della borghesia imperialista; per quanto quella classe non abbia più il volto del proletariato della guerra civile rivoluzionaria degli anni Venti, delle Repubbliche dei Consigli in Germania e in Ungheria e del Biennio Rosso in Italia.

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collettivolegauche

Gli strateghi del capitale: uno stimolo pessimista per ripensare la transizione

di Collettivo LeGauche

Il libro di Gianfranco La Grassa Gli strateghi del capitale. Una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin rappresenta il punto di arrivo della lunga parabola intellettuale di La Grassa e del suo personale ripensamento della teoria marxista

18 321. Ripensare il marxismo

Per La Grassa la scienza disantropomorfizza e per questo motivo le scienze naturali si sono dovute liberare di ogni forma di animismo. Concetti come forza o magnetismo possono portare ad alcuni errori perché fanno credere all’esistenza di qualità intrinseche alla materia di cui sono costituiti i corpi fisici. Si tratta, invece, di caratteristiche delle funzioni che esercitano in determinate condizioni di intreccio e interazione reciproca. La matematica aiuta, esattamente come il linguaggio, a sfuggire da ogni punto di vista sostanziale. Esiste una fondamentale unitarietà di metodo tra tutte le scienze, incluse quelle sociali. Concetti come formazione sociale o modo di produzione non fanno eccezione. Lo scienziato deve limitarsi alle funzioni di dati soggetti e descriverne i caratteri per costruire l’intelaiatura della società. La scienza non serve a rispondere alle domande essenziali che l’uomo si pone circa la sua esistenza o i fini ultimi della sua vita ma deve forgiare strumenti per orientare le nostre azioni in una realtà complessa come la società umana. Quindi la scienza non risponde a domande sull’essenza umana e neanche deve porsi simili questioni ma allo stesso tempo lo scienziato sociale non deve indagare la realtà per imbrigliarla in schemi teorici che orientano l’interpretazione e l’azione nella società con lo stesso spirito che guida il lavoro degli scienziati che interpretano la natura. Analizzare le forme storiche delle relazioni sociali ha bisogno di strumentazioni teoriche tanto quanto l’analisi del moto degli astri o delle reazioni chimiche ma lo spirito che muove le analisi nei vari rami delle scienze non è uguale.

In Marx è sempre stata presente una pulsione all’oggettività scientifica che nasceva dal suo essere un rivoluzionario e dal non volersi limitare ad analizzare il mondo in cui viveva ma a trasformarlo. Per conseguire un simile scopo non era sufficiente l’adesione morale ad un progetto politico ma studiare le sue condizioni di possibilità attraverso l’analisi della struttura interrelazionale e interazionale tra le varie classi.

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antiper

Il capitalismo è incapace di auto-espansione?

di Anwar Shaikh

Tratto da Anwar Shaikh, Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi, in U.S. Capitalism in crisis, U.R.P.E New York, 1978, Traduzione 2012 a cura di Antiper

borsa nySin dall’inizio, la visione del laissez-faire di un capitalismo armonioso e privo di crisi è stata tormentata da una altrettanto vecchia e persistente visione di un capitalismo strutturalmente incapace di accumulazione. [In questa visione] si assume che le forze interne del sistema possano al più riprodurlo in modo stazionario: ma, se stagnante, il capitalismo degenera rapidamente. La competizione mette gli uni contro gli altri, e non c’è crescita che qualcuno possa realizzare se non a discapito di qualcun altro. Capitale contro capitale, lavoratore contro lavoratore, classe contro classe. O l’antagonismo diventa troppo intenso e il sistema esplode oppure degenera in una società (come la Cina di una volta) nella quale una ristretta élite di potere grava su una condizione di povertà di massa e di miseria umana. In entrambi i casi, un capitalismo che non accumula non dura a lungo.

È interessante osservare come questo argomento a confutazione si basi sullo stesso assunto originario della teoria che attacca. La teoria ortodossa ha sempre sostenuto infatti che lo scopo finale di tutta la produzione capitalistica è quello di produrre per il consumo: ciò che non viene consumato viene ora reinvestito nella produzione allo scopo di garantire un consumo futuro. In tutti i casi è il consumo che detta legge. Nell’oscurità della teoria sotto-consumista, questa stessa nozione dovrebbe diventare un’arma per attaccare il capitalismo.

Attraverso la lunga e complessa storia di questo ramo di teoria della crisi, ricorre di continuo il seguente argomento: sì, il regolatore finale di tutta la produzione è nei fatti il consumo, attuale o futuro; d’altra parte, la produzione capitalistica non risponde ai bisogni, ma al potere di acquisto; non alla domanda, ma alla domanda “effettiva” (cioè a dire, la domanda solvibile). E tale è la natura contraddittoria della produzione capitalistica che, ove lasciata a sé stessa, è incapace di generare sufficiente domanda effettiva per supportare l’accumulazione. I meccanismi intrinseci del sistema, in altre parole, tendono a condurlo verso la stagnazione: esso necessita pertanto di fonti esterne di domanda effettiva – esterne ai suoi meccanismi fondamentali – al fine di continuare a crescere.

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poliscritture

Marx e la Crisi della Fisica

di Paolo Di Marco

crisi fisicaa) Tecnica e lotta di classe

In una intervista/dibattito su YouTube con Varoufakis, David Wengrow, archeologo e uno dei due autori de ‘L’alba di tutto’ (v. 1), porta una critica radicale alla teoria dell’evoluzione umana basata sui salti della tecnologia (bronzo, ferro, agricoltura…) che non è compatibile, dice, coi dati che abbiamo accumulato negli ultimi vent’anni.

Le svolte vere sono state invece nelle forme di organizzazione sociale, da ventimila anni fa in poi; e la cosa interessante, sottolinea, è il fatto che non hanno seguito un percorso lineare (come nella vulgata sette-ottocentesca: dai cacciatori primitivi poveri e malaticci agli agricoltori col surplus e di qui a salire trionfalmente fino al capitalismo..) ma hanno seguito tanti rami diversi, spesso anche in modo ciclico (un ramo viene abbondanato da un parte e ripreso da un’altra).

Solo in epoca moderna questo va a coincidere con l’affermazione di Marx, ‘la storia è storia delle lotte di classe’, il che se da una parte è una conferma dall’altra mostra il depauperamento della storia stessa, il suo appiattimento in termini di gradi di libertà.

Ed è proprio la fase capitalistica che vede il più stretto legame tra rapporti sociali di produzione e scienza e tecnica: se la lunga fase dell’accumulazione primitiva crea la forza-lavoro libera per le fabbriche, è la macchina a vapore che crea il dominio dell’industria; anche se con un piccolo aiutino imperiale, dato che la concorrenza delle tessiture bengalesi viene eliminata non grazie alla ‘mano invisibile del mercato’ ma tagliando il pollice dei capifamiglia. Questo connubio forza tecnica-forza militare è carattere precipuo del capitalismo, seppure in dosi diverse in periodi diversi. Rispetto alla tecnica la scienza è insieme madre e figlia: le conoscenze scientifiche generano le tecniche, la tecnica propone le domande di cui la scienza si alimenta; anche se per tutto l’ottocento c’è un vortice continuo che mescola scienziati, inventori, artigiani arrivando solo a fine secolo ad una chiara distinzione dei ruoli e delle sedi.

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collettivolegauche

Introduzione al pensiero di Gianfranco La Grassa

di Collettivo Le Gauche

hq720 11. Introdurre La Grassa a chi non lo conosce

Per introdurre il pensiero di Gianfranco La Grassa è utile prendere in mano Il meccanico del marxismo. Introduzione critica al pensiero di Gianfranco La Grassa scritto da Piotr Zygulski. Il termine “meccanico del marxismo” è di Costanzo Preve e serve a descrivere il lavoro dell’economista veneto come un tentativo orientato non alla rianimazione della teoria di Marx bensì alla sua analisi per provare a smontare e rimontare, anche con pezzi nuovi, questa dottrina politica che avrebbe bisogno più di un nuovo motore che di nuovi autisti. Questa operazione richiede di individuare con precisione le parti difettose per poi apporre delle modifiche efficaci che possono produrre un risultato poco lontano dall’originale o la creazione di una vettura del tutto nuova e difficilmente distinguibile dal punto di partenza. Per capire come e perché è stato realizzato tutto ciò è bene presentare qualche dato biografico. Gianfranco La Grassa nasce nel 1935 a Conegliano da una famiglia di origini siciliane che possedeva un’azienda in Veneto specializzata nella produzione di vini e vermut. Nel 1953 approda al marxismo e si avvicina al PCI dopo una vacanza a Palermo dove scopre i libri di Marx e di Stalin. Dopo il diploma presso la scuola enologica di Conegliano si iscrive all’Università Ca’ Foscari di Venezia e inizia a partecipare alle riunioni del PCI pur non prendendo la tessera del partito. Nel 1959, dopo uno scambio epistolare, il suo maestro italiano, Antonio Pesenti, lo convince a trasferirsi all’Università di Parma dove aveva la cattedra di Scienza delle Finanze e di Diritto Finanziario. Nello stesso periodo inizia a prendere le distanze dal PCI e dalla “via italiana al socialismo” di Togliatti e non accetta le conclusioni del XX congresso del PCUS colpevole, secondo La Grassa, di incolpare dei crimini dello stalinismo unicamente la figura di Stalin e per questo iniziò ad avvicinarsi al maoismo. Nel 1963 rompe in maniera definitiva con il PCI dopo una complicata riunione di partito con il Comitato Federale di Treviso a cui fa seguito l’inizio della scrittura di una serie di ciclostilati di analisi politica tramite cui accusava di “neorevisionismo” sia il PCUS che il PCI.

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citystrike

Braverman, il capitale monopolistico e l’IA: il lavoratore complessivo e la riunificazione del lavoro

di John Bellamy Foster

Screenshot 2024 05 28 alle 10.12.19 300x186.pngNota Redazionale. Questo testo è stato originariamente pubblicato su Monthly Review dal direttore John Bellamy Foster nel dicembre 2024. E’ stato poi ripubblicato, tradotto in italiano da Antropocene.org. Lo riprendiamo in quanto rientra nel dibattito centrale sull’introduzione delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, con particolare riferimento al dibattito sull’intelligenza artificiale. Riprendendo un vecchio testo di Braverman, Bellamy Foster mette in evidenza come l’introduzione della tecnologia informatica nel lavoro sia il compimento di un lavoro che il capitalismo ha introdotto fin dall’inizio del suo percorso attraverso il meccanismo della divisione del lavoro.

In tal senso, il capitalismo ha introdotto la scienza al servizio della produzione con l’unico scopo di produrre di più e a minore costo, aumentando il profitto. In perfetta concordanza con gli obiettivi descritti nel Capitale di Marx. Ovviamente, tale scelta, ha portato in dono alcuni elementi fondamentali tra cui l’aumento dei beni prodotti.

Contemporaneamente, il compimento di questo lavoro ha portato a livelli sempre maggiori di alienazione nei lavoratori.

Di particolare interesse, nell’analisi qui sviluppata, la ripresa dei concetti di “general intellect” e di “lavoratore complessivo”. Nella analisi giovanile di Marx, il frammento sulle macchine presente nei “Grundrisse” è stato generalmente interpretato come la previsione di Marx sul fatto che lo sviluppo delle tecnologie e dell’automazione avrebbero, in qualche modo, abolito la legge del valore.

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coku

Le ragioni del cuore e l’uomo borghese

di Leo Essen

lutero 1220x600.jpgLutero ha un problema, e questo problema si chiama Peccato. Ciò che cerca è la Salvezza, una via che lo porti verso una vita giusta.

Secondo i più è stato il viaggio di Lutero nella Città Eterna, compiuto nel 1510, che condusse allo scisma dalla chiesa di Roma.

Cosa vide Lutero a Roma? Vide Babilonia maledetta, le sue cortigiane, i suoi sgherri, i suoi ruffiani, il suo clero simoniaco, i suoi cardinali senza fede e senza moralità. Vide che la via della pace prevedeva il pagamento di un pedaggio.

Quando ritornò in Germania, portò in cuore l’odio inestinguibile verso la grande prostituta. Gli eccessi, quegli eccessi che la cristianità unanimemente bollava d’infamia, egli li aveva visti, incarnati, vivere e prosperare insolentemente sotto il cielo romano. Soprattutto, lo aveva colpito lo scandalo dei soldi raccolti attraverso la politica delle indulgenze e spesi per alimentare la corruzione delle anime e delle menti.

Era la spaventosa miseria morale della Chiesa che gli si era mostrata nella sua nudità e che lo aveva turbato. Abusi materiali: commercio di beni sacri, traffico di benefici in urgenze, vita licenziosa del clero, rapida dissoluzione dell’istituto monastico; e, dall’altra parte, dissolutezza nel campo morale: decadenze, miserie di una teologia che riduceva la fede viva a un sistema di pratiche morte.

Questo è quello che si racconta di Lutero, dice Lucien Febvre (Martin Lutero). Ma le cose non andarono in questo modo. I problemi di Lutero non erano la lussuria della Chiesa e la vendita delle indulgenze, non erano la decadenza di Roma e la perdita di una purezza primitiva. Per Lutero non c’era un’origine intatta da ripristinare, un’unità con Dio prima della caduta di Roma. Per Lutero c’era il Peccato, e il tormento di non riuscire a trovare la via dal peccato alla salvezza.

Come posso, con le mie gambe, con le mie mani, con questo mio misero corpo, tendermi verso Dio e toccarlo, partecipare della sua grazia? Come posso io, misero peccatore, piccolo verme strisciante, ammasso finito di pelle o ossa, cloaca di peccati e miserie pretendere di innalzarmi a Lui, il puro, il vero, l’infinito?

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mondorosso

Prefazione al libro "Metalibro su logica dialettica e l'essere del nulla" di V. Melia e A. Pascale

di Alessandro Pascale

0c9fd6c0 f063 4d87 aa7a f41366728a3c.jpgHo accolto con piacere la proposta di Vanna Melia di collaborare a questo metalibro di riflessione e rafforzamento dell’opera Logica dialettica e l’essere del nulla recentemente pubblicata dai compagni Sidoli, Burgio e Leoni, per la primaria constatazione della natura profondamente politica, oltre che teoretica, dell’argomento.

Il tema potrebbe in effetti sembrare a molti compagni e militanti secondario in un contesto caratterizzato dalla guerra e dalle urgenze organizzative dettate dalla crisi del movimento comunista occidentale, ma in realtà occorre ribadire il nesso profondo che lega la crisi del marxismo occidentale proprio alla perdita dei fondamentali della teoria filosofica rivoluzionaria elaborata oltre 150 anni fa da Marx ed Engels, via via sviluppati da altri importanti maestri del socialismo. In tal senso ho ribadito più volte in altre sedi (rimanderei al recente Comunismo o barbarie. Un manuale per ribelli rivoluzionari, L’AntiDiplomatico 2023) l’importanza basilare, anzitutto per i quadri dirigenti, ma non secondariamente anche per i militanti e i simpatizzanti, della necessità di recuperare una forma mentis alternativa rispetto alla rigida logica “metafisica” prevalente nel senso comune. Ribadire, come fa la logica formale, che A = A, e fermarsi a questo, appiattisce la realtà percepita a una razionalità che appare inamovibile, statica, eterna, rendendo vano non solo lavorare per una realtà diversa, ma perfino riuscire a concepirla mentalmente, tale realtà diversa. La logica dialettica apre quindi il campo alla possibilità di pensare a una realtà in divenire continuo, obbligando i singoli e le organizzazioni a lavorare continuamente all’aggiornamento della propria analisi e della propria proposta cercando di infilarsi nelle contraddizioni che caratterizzano costantemente, costitutivamente, l’intera realtà, compresa la società in cui viviamo. Contraddizioni in cui sono già presenti, seppur spesso appena accennati o invisibili, i germi della società futura che vorremmo costruire. Contraddizioni che non scompariranno mai del tutto, nemmeno nella società socialista e comunista, obbligandoci a uscire da visioni dogmatiche e definitive del percorso rivoluzionario e di una ipotetica “fine della storia” che non potrà mai caratterizzare né alcuna società capitalista, né comunista.

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cassettiaperti.png

Il Paradosso della Inclusione Linguistica

di Davide Carrozza

whatsapp image 2025 01 02 at 00.30.09.jpegÈ difficile parlare di un tema così divisivo e spiegare il perché del mio rifiuto di ə asterischi e compagnia cantante, senza per questo avere il timore di essere tacciato di poca inclusione e/o di intolleranza. Dopo le serie sul “caso del caso Moro” e delle avventure nella Gallipoli degli anni ’90, saltando volutamente di palo in frasca sento ormai il bisogno di affrontare il tema, nonostante sia trito e ritrito e più volte rigirato in mille salse. Spero comunque di contribuire alla discussione in maniera proficua.

 

L’inclusione

È già il concetto stesso di inclusione che mi mette in difficoltà perché presuppone qualcuno che include e qualcuno che viene incluso, qualcuno che da normale allarga le braccia e qualcuno che divergente dalla normalità si lascia abbracciare e viene accettato nel meraviglioso mondo della massa, che orrore. L’inclusione ha per me lo stesso senso del cielo blu e del sole che sorge ogni mattina, qualcosa di naturale che avviene a prescindere, badate bene che avviene non che dovrebbe avvenire. Ora penserete…esistono molti atteggiamenti in molti ambienti poco inclusivi e discriminatori, ne è piena zeppa la storia dell’umanità e oggi si continua a discriminare ANCHE su base gender, sicuramente è così. Più che altro però tali atteggiamenti (che tuttavia anche io mio malgrado ho testimoniato) più che poco inclusivi sarebbe più appropriato definirli autoescludenti. Vale a dire, in qualsiasi realtà scolastica, lavorativa, sociale che si ponga in un’ottica di ovvia inclusione reciproca in cui tutti includono tutti indistintamente perché tutti appartenenti al genere umano, chi discrimina si autoesclude. Possiamo e sicuramente dobbiamo puntare il dito, se necessario denunciare e sanzionare tali atteggiamenti ma è bene tenere a mente che ciò contribuirà per una percentuale irrisoria a ché tale atteggiamento non si ripeta. Sono convinto che ogni tipo di discriminazione provenga fondamentalmente da una condizione della mente (e quindi dell’anima) di poca o mancata evoluzione.

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coku

Adorno: lettera agli Anti-Capitalisti

di Leo Essen

adorno 1220x600.jpgLe scienze naturali non sono altro che edifici di concetti falsi. Offrono concetti elaborati per ragioni pratiche. Dove la pratica è ridotta alle questioni del mangiare, bere, vestire e abitare, dimenticando che l’uomo non vive di solo pane.

Il loro carattere empirico o pratico è evidente in quelle scienze che si occupano direttamente di classificazione, quali la zoologia, la botanica, la mineralogia, la chimica in quanto enumera specie chimiche, e, sotto questo medesimo aspetto, la fisica. L’universale di ciascuna di queste scienze, dice Croce (Logica), è arbitrario. È posto a discrezione di chi lo impone. Non c’è una distinzione rigorosa tra animale (l’universale della zoologia) e vegetale (l’universale della botanica) – e nemmeno, dice, tra il vivente e il non vivente, tra l’organico e il materiale. Perfino la cellula – il sommo concetto della scienza biologica – si differenzia dai fatti chimici per aspetti meramente esteriori, per caratteri empirici.

Non solo queste scienze, dice Croce, sono in balia delle infinite e individuali forme del reale, come è il caso della zoologia, che dei 15 milioni di specie (stimate) si limita a studiarne solo 400 mila; esse devono cedere anche al fatto che le specie (molte o poche che siano) fluiscono l’una nell’altra, per l’innegabile esistenza di forme intermedie graduali, anzi continue, che rendono evidente l’arbitrarietà del taglio netto che si compie quando si distacca il lupo dal cane o la pantera dal leopardo.

Alla catalogazione, momento propedeutico, può esser perdonato un certo arbitrio – bisogna pur esser pratici, se si vuol mangiare, dice Croce. Quando invece si passa alle leggi scientifiche vere e proprie la musica dovrebbe cambiare, e l’arbitrio lasciare il posto alla necessità e alla verità. Ma così non è, dice Croce. Perché la legge scientifica è la stessa cosa della catalogazione e della descrizione empiriche. In filosofia, dice, la legge è concetto puro, nelle scienze è concetto empirico: la legge del lupo è il concetto empirico di lupo.

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carmilla

György Lukács, un’eresia ortodossa / 3 – Dal “popolo” al popolo. Il proletariato come classe dirigente

di Emilio Quadrelli

assalto.jpgNel paragrafo “Il proletariato come classe dirigente” Lukács ripercorre tutto il lavoro compiuto da Lenin all’interno del movimento rivoluzionario dell’epoca per far emergere il proletariato come classe dirigente dentro la rivoluzione russa. Sulla scia di quanto argomentato in precedenza, l’attualità della rivoluzione, Lenin combatte una battaglia teorica, politica e organizzativa per costruire l’autonomia politica del proletariato in quanto classe dirigente del processo rivoluzionario. È bene ricordare che ciò non avviene nel corso delle giornate insurrezionali del 1905 e, tanto meno, dopo il febbraio del ’17, ma piuttosto in anni apparentemente cupi come quelli che caratterizzano la fine dell’ottocento e il primo novecento russo. Anni in cui, per un verso, si osserva lo sviluppo industriale e agrario del capitalismo all’interno del sistema feudale russo, dall’altro la crisi politica del populismo e l’affermarsi di un movimento borghese che, nel contesto, userà il marxismo come ideologia del capitalismo. In contemporanea a ciò si assiste alla nascita delle prime forme di organizzazione operaia.

Il dibattito politico del movimento rivoluzionario e democratico è ancora pesantemente egemonizzato da quell’idea di popolo che aveva fatto da sfondo al populismo e alle sue diverse anime. Una continuità storica che, in qualche modo, si protrae sin dai tempi dei decabristi. L’irrompere del modo di produzione capitalista dentro l’apparente immobilismo dell’impero zarista mette in crisi quell’idea di particolarità che la Russia si era a lungo portata appresso e che tanto aveva incuriosito e attratto il mondo politico e culturale europeo. Il mistero russo aveva necessariamente coinvolto lo stesso movimento rivoluzionario tanto che gli stessi Marx ed Engels sulla Russia si erano soffermati in più occasioni1. Agli occhi degli europei la Russia si mostrava, al contempo, come bastione solido e inamovibile della controrivoluzione ma anche, per non secondarie schiere di rivoluzionari delusi dagli insuccessi del ’48 europeo, come il luogo maggiormente prono a un radicale processo rivoluzionario. L’autocrazia per gli uni, il popolo per gli altri, diventavano tanto i poli quanto l’esemplificazione del rapporto rivoluzione/controrivoluzione.

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coku

L’invenzione della proprietà privata

di Leo Essen

il cuore 1220x600.jpgLa volontà libera – sapersi nell’assoluto – può volere solo in quanto partecipa di quella verità, è sussunta sotto di essa, e ne consegue. L’eticità è lo spirito divino in quanto dimorante nell’autocoscienza, nella sua presenza effettiva. Se la volontà è pensata come il contenuto della libertà, e si parla pertanto di volontà libera, questa volontà non può essere considerata come esterna, come proveniente da fuori. Se così fosse, e il volere venisse dall’esterno, la volontà non potrebbe pensarsi come volontà libera, ma sempre e soltanto dipendente da questo fuori. Dunque, tra il contenuto e la forma deve esserci comunione, identità – auto-coscienza. Questa comunione, dice Hegel (Enciclopedia, Spirito oggettivo §552), si riscontra nel seno stesso della religione cristiana, nella quale non è l’elemento naturale a costituire il contenuto di Dio, o a entrare in tale contenuto come suo momento: il contenuto è Dio, saputo in spirito e verità.

Nella religione cristiana è Dio che si fa uomo. È Dio stesso che si conosce come uomo – o è l’uomo che, in Gesù, si conosce come Dio stesso, che si fa Universale Concreto (concreto, cioè cresciuto insieme, unito nello stesso). Il Finito – l’uomo empirico – è unito (è la stessa identica cosa) dell’Infinito – l’uomo logico. In Gesù la libertà – ovvero l’essere sciolto da ogni dipendenza, l’assoluto, l’infinito, la sovranità – proviene da sé stesso, perché è egli stesso a essere Dio.

Non è un oggetto esterno, un feticcio, un’immagine, un totem a dettare la legge, a dire cosa è vero e giusto. La verità sgorga direttamente dal cuore – la verità è la verità del cuore, e al centro del cuore c’è Dio.

L’uomo può ora specchiarsi in Gesù, in quanto Gesù è Dio che si fa uomo, vive, si fa esperienza. Ognuno può esperire l’assoluto, specchiarsi in Gesù e apprendere di essere anche lui figlio di Dio, di avere un cuore e di avere al centro del cuore questa verità, la verità di essere, come tutti gli altri uomini, figlio di Dio. Non ha bisogno di ricevere dal di fuori, dal padre, dalla natura, delle condizioni economiche e sociali esterne, dal feudatario, dalla corporazione, dalla famiglia, dal re, dal principe, eccetera; non ha bisogno che un potere esterno gli dica chi è veramente e quale è il suo rapporto rispetto agli altri, in quale struttura è collocato e può agire.

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blackblog

Globalismo contro democrazia

di Wolfgang Streeck

Globalismo contro democrazia.jpgCon l'avvento del globalismo neoliberista, la democrazia, come mezzo per l'intervento politico egualitario nell'economia, è caduta in discredito. Su entrambe le sponde dell'Atlantico, sono state le élite ad aprire la strada a questo processo. Vedevano la democrazia, tecnocraticamente, come "poco complessa" a fronte della "accresciuta complessità" del mondo; propensa com'era a sovraccaricare lo Stato e l'economia, oltre a essere politicamente corrotta a causa della sua riluttanza a insegnare ai cittadini "le leggi dell'economia". Secondo tale linea di pensiero, la crescita non proviene dalla redistribuzione dall'alto verso il basso: da incentivi più forti al lavoro, ma dal basso verso l'alto: in quella che è l'estremità inferiore della distribuzione del reddito, attraverso l'abolizione dei salari minimi e la riduzione delle prestazioni di sicurezza sociale; e nella fascia più alta, per contro, attraverso migliori opportunità di profitto e di guadagno, sostenute da una minore tassazione. Il processo che sottendeva a tutto questo era una transizione verso un nuovo modello di crescita, hayekiano, destinato a sostituire il suo predecessore keynesiano, nell'ambito della rivoluzione neoliberista. Come avviene per ogni dottrina economica, queste idee devono essere intese come rappresentazioni camuffate di vincoli e opportunità politiche derivanti da una distribuzione storicamente contingente del potere, travestite da manifestazioni di leggi "naturali". La differenza è che nel mondo hayekiano la democrazia non appare più come una forza produttiva, ma come una macina al collo del progresso economico. Per questo motivo, l'attività distributiva spontanea del mercato deve essere protetta dall'interferenza democratica di ogni tipo di muraglia cinese o, meglio ancora, sostituendo la democrazia con la "governance globale". La disintegrazione del modello standard del capitalismo democratico nel bel mezzo dell'avanzare della globalizzazione, è stata molto analizzata. Nel corso di circa due decenni, dalla scomparsa del comunismo sovietico, il neoliberismo ha fatto un ritorno sorprendente: Hayek, a lungo ridicolizzato e deriso in quanto leader di un culto settario, ha eclissato figure importanti degli affari mondiali, come Keynes e Lenin.

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ilponte

Economia, politica e diritto dell’imperialismo. Quale spazio per la democrazia

di Roberto Passini

Imperialismo senza copyright.png1. La vecchia critica della statualità propria di un certo pensiero marxiano e radical-libertario del Novecento non ha in gran parte più senso nell’evo della globalizzazione dei grandi oligopoli del capitale transnazionale in assetto di guerra permanente.

Nella fase di disgregazione culturale, politica, economica e sociale in cui siamo immersi lo Stato nazionale e in special modo i suoi territori, in primis le autonomie locali, sono il luogo della convivenza civile reale tra le persone e tra queste e gli enti locali di riferimento, dove la democrazia è il modo in cui si vive la vita di ogni giorno. Non appare pertanto praticabile né opportuno scindere in locali e nazionali le diverse, e talvolta eroiche, istanze aspiranti alla ripubblicizzazione di molte attività, funzioni, beni che sono germogliati in alcuni Stati e territori, tra cui il nostro paese.

La scelta di fondo comune alle diverse istanze, più o meno esplicita, è quella per il rilancio del pubblico in tutte le sue articolazioni e declinazioni (statuale, locale, non statuale-sociale) in luogo dell’onnipervasivo privato, unico totem del liberal-capitalismo che si impone dall’alto del sovrastatuale fin nei più piccoli villaggi periferici: dopodiché è giusto verificare, volta per volta, quale sia la dimensione soggettiva e territoriale ottimale al fine di tutelare e valorizzare il bene della vita in questione (per esempio acqua, beni pubblici-comuni, lavoro, ambiente, energia, infrastrutture, opere pubbliche).

Si tratta, in sostanza, di porre in essere una strategia consapevole di difesa e rilancio della sovranità popolare e delle prerogative democratico-sociali all’interno degli Stati nazionali (lo Stato sociale di diritto, o lo Stato pluriclasse con una significativa tutela del lavoro secondo Costantino Mortati).