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Il Paradosso della Inclusione Linguistica

di Davide Carrozza

whatsapp image 2025 01 02 at 00.30.09.jpegÈ difficile parlare di un tema così divisivo e spiegare il perché del mio rifiuto di ə asterischi e compagnia cantante, senza per questo avere il timore di essere tacciato di poca inclusione e/o di intolleranza. Dopo le serie sul “caso del caso Moro” e delle avventure nella Gallipoli degli anni ’90, saltando volutamente di palo in frasca sento ormai il bisogno di affrontare il tema, nonostante sia trito e ritrito e più volte rigirato in mille salse. Spero comunque di contribuire alla discussione in maniera proficua.

 

L’inclusione

È già il concetto stesso di inclusione che mi mette in difficoltà perché presuppone qualcuno che include e qualcuno che viene incluso, qualcuno che da normale allarga le braccia e qualcuno che divergente dalla normalità si lascia abbracciare e viene accettato nel meraviglioso mondo della massa, che orrore. L’inclusione ha per me lo stesso senso del cielo blu e del sole che sorge ogni mattina, qualcosa di naturale che avviene a prescindere, badate bene che avviene non che dovrebbe avvenire. Ora penserete…esistono molti atteggiamenti in molti ambienti poco inclusivi e discriminatori, ne è piena zeppa la storia dell’umanità e oggi si continua a discriminare ANCHE su base gender, sicuramente è così. Più che altro però tali atteggiamenti (che tuttavia anche io mio malgrado ho testimoniato) più che poco inclusivi sarebbe più appropriato definirli autoescludenti. Vale a dire, in qualsiasi realtà scolastica, lavorativa, sociale che si ponga in un’ottica di ovvia inclusione reciproca in cui tutti includono tutti indistintamente perché tutti appartenenti al genere umano, chi discrimina si autoesclude. Possiamo e sicuramente dobbiamo puntare il dito, se necessario denunciare e sanzionare tali atteggiamenti ma è bene tenere a mente che ciò contribuirà per una percentuale irrisoria a ché tale atteggiamento non si ripeta. Sono convinto che ogni tipo di discriminazione provenga fondamentalmente da una condizione della mente (e quindi dell’anima) di poca o mancata evoluzione.

Per combattere le discriminazioni quindi il lavoro da fare sulle nuove generazioni (come prof oggi come non mai il fardello è pesante) è appunto sullo sviluppo, sulla civiltà, sul progresso delle menti, sulla raffinatezza (hai detto niente) tutte cose che esulano dalla banalità del giudizio immediato del singolo episodio.

 

Lo ə e suoi derivati

Ma torniamo alla ə e a tutti i segni grafici che si porrebbero l’obiettivo di includere. Bisogna partire da lontano. Durante i miei ormai datati studi universitari di linguistica, ho imparato che il cambiamento nel tempo di una lingua e la sua evoluzione riguarda fondamentalmente il lessico, non la grammatica. Con i cambiamenti che i tempi portano è ovvio che la lingua abbia bisogno di adattarsi per rappresentare nuovi concetti che prima non c’erano o non si sentiva il bisogno di esprimere, spesso e a volte impropriamente ricorrendo ad altre lingue. Basti pensare ai nuovi ingressi di termini stranieri quali computer, drive, cloud e prima ancora internet, modem ecc…o termini che indicano nuove tendenze e/o nuovi disturbi (impiattare, apericena, nomofobia). Tutti questi però sono sostantivi e come dice lo stesso nome attengono alla categoria della sostanza, laddove c’è il bisogno appunto sostanziale di verbalizzare un concetto interviene il sostantivo.

Ciò che molti scriventi presunti inclusivi invece fanno nell’usare termini quali tutt* e tuttə come saluto iniziale delle loro email, non è altro che la sovversione della regola grammaticale, grammatica che come detto, a differenza del lessico non cambia (o se lo fa lo fa con la velocità di un pachiderma). Di fatto viene letteralmente inventato dal nulla un genere neutro che non sia maschile o femminile e che funga da “agente inclusore” anche per coloro che non si sentono rappresentati dal genere binario maschile/femminile. Il problema è che però i generi grammaticali non corrispondono ai generi “naturali”, per riferirsi a tutti senza alcuna distinzione l’italiano usa il plurale maschile il quale appunto non si riferisce ad alcun genere “naturale”. Come commento ad un video delirante sull’uso della ə l’utente youtube Luca Meneghetti fornisce un esempio illuminante: In una classe il professore viene insultato in coro dagli studenti e studentesse, la preside entra e chiede “chi ha insultato il professore”, la risposta “tutti” non fa venire a nessuno in mente che siano stati solo gli studenti di sesso maschile. Se infatti volessimo specificare una parte in base al sesso dovremmo dire “solo gli studenti maschi” o “solo le studentesse femmine”. Badate a come nel secondo caso non sia sufficiente dire “le studentesse” perché se la maggioranza fossero donne si potrebbe comunque pensare che quel solo maschio presente in classe sia stato partecipe degli insulti.”

 

Il genere non genere

Il genere grammaticale quindi non possiede in sé una prerogativa di natura sessuale ma è soltanto una categoria binaria dentro la quale tutti i sostantivi italiani ricadono laddove tertium non datur, la sedia è femminile e il tavolo è maschile e ciò non ha nulla a che vedere con l’orientamento sessuale o con il genere che meglio ci rappresenta. Per non parlare poi della confusione linguistica che l’uso di un simbolo fonetico come ə usata al posto di una lettera (o,a) genera in chi legge. Il suono ə è appunto un suono, non una lettera (o meglio era una lettera dell’alfabeto latino). La lingua inglese ne è piena e spesso l’uso corretto del fonema ə distingue 9 volte su 10 parlanti nativi da non nativi. Non seguendo alcuna regola precisa come ogni fonema che si rispetti lo troviamo in parole insospettabili come again, teacher, station, example, adventure, ecc… a volte riproduce una vocale, due lettere o anche tre lettere, insomma, uno spauracchio non da poco per chi voglia davvero parlare bene questa lingua. Come sia venuto in mente quindi di prendere il simbolo fonetico di un suono e usarlo al pari di una lettera, per “inventare” un nuovo genere grammaticale davvero non riesco a capirlo. La soluzione inglese in cui non si cambia il genere (perché non esiste) ma si ricorre al pronome plurale they è senz’altro più digeribile. Pur comunque intervenendo sulla grammatica quanto meno non la si altera, inventando una categoria che non esiste. Per quanto mi riguarda tuttavia sarebbe preferibile, come anche in italiano, intervenire sui sostantivi, proprio perché trattasi di un problema sostanziale. Se ad esempio voglio invitare il mio amico e la sua dolce metà a cena ma ignoro quale sesso e/od orientamento abbia la sua dolce metà, posso sempre dire why don’t you bring your partner anziché un antipatico why don’t you bring them.

 

Facts, facts, facts…nothing but facts

Cosi come prima abbiamo detto che il sostantivo attiene appunto alla sostanza delle cose, allo stesso modo la grammatica attiene alla forma, l’aggiunta dello ə e con esso appunto di un genere non genere è convenzione puramente formale. Nella sostanza quindi, non aiuta minimamente a includere chicchessia. Banalmente, ciò che davvero fa la differenza non nel creare una società inclusiva, termine che per i motivi di cui sopra eviterei, ma totalmente egualitaria sono i fatti, non le parole. O per meglio dire i non fatti, l’assenza di atti discriminatori verbali e non. Sarebbe interessante chiedere a tutte le persone che non si riconoscono nel genere binario, di cui si ha conoscenza, quanto realmente abbiano a cuore l’uso di ə e di asterischi e quanto di più siano interessate invece ad avere un trattamento equo su un posto di lavoro, adottare figli come coppie o come singoli, non subire vessazioni implicitamente o esplicitamente legate al proprio orientamento sessuale ecc…ecc…Come detto altre volte su altre questioni in altri articoli quindi, anche questa pratica risponde a un malcostume tutto nostrano e moderno (di cui la scuola italiana ad esempio è piena zeppa): prediligere la natura formale delle cose e non badare alla sostanza, di fatto una specie di supercazzola. In un futuro distopico alla Black Mirror quindi potremmo avere posti di lavoro dove sarà obbligatorio usare le ə e gli asterischi ma si perpetueranno davanti agli occhi di tutti i più beceri atteggiamenti sessisti, magari anche peggiorati.

 

Discriminazione

Come detto prima però gli atti discriminatori sono di fatto (non dovrebbero essere) auto escludenti, coloro che li mettono in opera automaticamente si tirano fuori da un contesto che non bada a differenze di sorta. Se questo è vero, come credo, anche questi goffi esperimenti linguistici, per osmosi, sarebbero di per sé autoescludenti, o almeno così dovrebbero considerarsi. Essi infatti pretendono di colmare un vuoto evolutivo e fattuale, la discriminazione, con un espediente formale irrisorio, cosa che risulta altrettanto discriminatorio quanto l’atto o la parola. Allora sorge la domanda, se le ə sono autoescludenti perché semplicemente non ignorarle anziché scriverci un articolo? Semplice, tengo molto alla lingua italiana e mi dispiace vederla deturpata, tutto qui.

Ultima questione: in che senso gli atti discriminatori nei confronti di chicchessia sono autoescludenti? Propongo un esempio limite per essere più comprensibile, la parola frocio usata con abbondanza fino agli anni ’70 e ’80 per indicare una persona con preferenze sessuali per persone del suo stesso sesso, porta con sé una forte componente discriminatoria e offensiva. Tale componente (almeno in forma così esplicita) non appartiene al nostro tempo. Prima ancora di essere offensiva quindi la parola frocio è desueta. Se si riuscisse a sospendere il giudizio morale, tale parola si rivelerebbe nella sua natura di oggetto fuori dal tempo e dallo spazio al pari di eristico, gaglioffo, meditabondo ecc. Per chi la usa non ci sarebbe più rabbia ma solo compassione, compassione per chi per una serie molteplici di concause è tagliato fuori dal tempo che sta vivendo, essendosene autoescluso. Esattamente come si fa per vecchi oggetti non più utili, a cui l’evoluzione del tempo ha tolto ogni funzione, come la mietitrice o il calamaio, la parola frocio si potrebbe quindi riporre nel cassetto degli oggetti che non ci appartengono più, un passo in più del semplice ignorare. Del resto, prima ancora di ogni regolamento o norma, ci pensarono i nostri padri costituenti a chiarire le cose scrivendo all’art. 3 “Tutti i cittadini HANNO pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua ecc….”. La nostra Costituzione quindi afferma che tutti hanno pari dignità, non che dovrebbero averla. In altre parole la Costituzione sancisce una realtà già esistente che chi discrimina semplicemente non è in grado di vedere. E’ come se i padri costituenti ci dicessero che la realtà è questa e al massimo chi ne è fuori ne andrebbe tirato dentro. Dovrebbe essere questo quindi il fine ultimo della sanzione.

In definitiva quindi, l’uso di espedienti linguistici azzardati che non si limitano a modificare il lessico (sarebbe più comprensibile) ma addirittura la grammatica (!!!) fanno ciò per puntare il dito su un qualcosa che non esiste, e qualora esistesse si autoescluderebbe. Nel tentativo di includere quindi qualcuno che con ogni probabilità non sente il bisogno di esserlo e che si sentirebbe ugualmente rappresentato dal tutti, si finisce con dare sostanza a qualcosa che sostanza non ne ha, con il risultato involontario di alimentare la discriminazione.

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