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altraparola

Jean Luc Nancy e il non finito della democrazia

di Alessandro Simoncini

Screenshot 2024 09 26 alle 15.49.04 1140x641.pngLa democrazia neoliberale di cui oggi sperimentiamo l’ormai lunga crisi, non è mai stata la democrazia trionfante e compiuta che si sarebbe dovuta affermare sulla spinta della vittoria epocale del mercato. Dopo quella che in modo hegelianamente perverso Francis Fukuyama definì la fine della storia, la sconfitta del “socialismo reale” e di ogni comunismo inteso come possibile alternativa politica, economica e sociale, non ha portato a una felice fine della democrazia[1]. Al contrario – sopravvissuta come uno zombie alla “fine della fine della storia” – più che realizzare una democrazia senza fine, almeno a partire dalla crisi degli anni ’70 la democrazia neoliberale ha covato a lungo in seno tutte le contraddizioni che rischiano oggi di condurre a una fine della democrazia di segno del tutto opposto a quella gaudente ed espansiva auspicata da Fukuyama[2]. Di tutto ciò era pienamente consapevole Jean-Luc Nancy, quando nel 2019 scriveva: “trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro i conti con i sogni sull’estensione mondiale della democrazia non tornano”[3]. A fare i conti con quei sogni, del resto, Nancy ha dedicato una parte significativa sua riflessione politica e testi molto rilevanti. Le pagine che seguono prendono in esame solo una piccola parte dell’una e degli altri.

 

  1. Critica dello spettacolo e della democrazia “gestionale”

Già alla metà degli anni ’90, nel suo Essere singolare plurale, un libro che non trattava ancora direttamente il tema della democrazia, Nancy sosteneva che le società democratiche capitalistiche realmente esistenti erano svuotate di ogni “«sociazione», di ogni «mettersi in società», per non parlare – aggiungeva senza nostalgie –, delle «comunità» e delle «fratellanze» con cui si forgiavano un tempo le scene primordiali”[4].

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La rivoluzione culturale

di Alain Badiou

Tratto da Alain Badiou, Pietrogrado, Shangai. Le due rivoluzioni del XX secolo, Mimesis, 2023, Titolo originale: Petrograd, Shanghai, La Fabrique Éditions, 2018. Traduzione italiana di Linda Valle

cultural revolution students1. Perché?

Perché parlare della “Rivoluzione culturale” – il nome ufficiale di un lungo periodo di gravi disordini nella Cina comunista tra il 1965 e il 1976? Per almeno tre motivi.

Primo motivo. La Rivoluzione culturale è stata un riferimento costante e vivo per l’azione militante in tutto il mondo, e in particolare in Francia, almeno tra il 1967 e il 1976. Fa parte della nostra storia politica, ha fondato l’esistenza della corrente maoista, l’unica vera creazione degli anni Sessanta e Settanta. Posso dire “noi”, io c’ero e in un certo senso, per citare Rimbaud, “sono qui, sono sempre qui”. Nell’instancabile inventiva dei rivoluzionari cinesi, ogni genere di traiettoria soggettiva e pratica ha trovato la sua nominazione. Già cambiare la soggettività, vivere in modo diverso, pensare in modo diverso, i cinesi – e poi noi – lo chiamavano “rivoluzionamento”. Dicevano: “cambiare l’uomo in ciò che ha di più profondo”. Ci hanno insegnato che nella pratica politica bisogna essere sia “l’arciere che il bersaglio”, poiché la vecchia visione del mondo è ancora molto presente in noi. Alla fine degli anni Sessanta siamo andati ovunque, nelle fabbriche, nelle case popolari, nelle campagne. Decine di migliaia di studenti diventavano proletari o vivevano in ostelli operai. Anche per questo c’erano le parole della Rivoluzione culturale: “grandi scambi di esperienze”, “servire il popolo” e, ancora fondamentale, “legame di massa”. Combattevamo contro la brutale inerzia del Partito comunista francese, il suo violento conservatorismo. Anche in Cina veniva attaccato il burocratismo del Partito, per cui si utilizzava l’espressione “lotta al revisionismo”. Anche le scissioni, gli scontri tra rivoluzionari di diverso orientamento, si dicevano alla cinese: “stanare la banda nera”, sbarazzarsi di coloro che “sembrano di sinistra e in realtà sono di destra”.

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perunsocialismodelXXI

Se due secoli vi sembran pochi

La storia della rivoluzione secondo Traverso

di Carlo Formenti

A mo' di premessa

COPERTINA TRAVERSO.jpgA volte succede di adocchiare il titolo di un libro appena uscito e dirsi “questo lo devo leggere”. Così mi è capitato con il libro di Enzo Traverso, Rivoluzione 1789-1989. Un’altra storia (Feltrinelli). Dopodiché l’incombere di altre priorità di lettura, associate a un lavoro impegnativo di cui stavo per licenziare la versione definitiva (1), ma soprattutto l’esauriente presentazione del saggio di Traverso che ho potuto consultare sul blog dell’amico Alessandro Visalli (2), mi hanno fatto rimandare l’acquisto e poi dimenticare il proposito di effettuarlo. Tuttavia questa estate, mentre traducevo il libro di Kevin Ochieng Okoth, Red Africa (l’edizione italiana sarà in libreria per i tipi di Meltemi il prossimo novembre, con una mia postfazione), mi sono imbattuto in una citazione dell’edizione inglese del testo di Traverso, e il mio interesse si è riacceso, soprattutto perché la citazione si inserisce nel contesto di una critica – condivisa da chi scrive - nei confronti di un movimento comunista occidentale che ha pressoché ignorato il contributo delle lotte di liberazione del Sud del mondo al rinnovamento del marxismo. Dal momento che mi è parso di ricordare che anche Visalli attribuisce a Traverso interessanti spunti di riflessione sul tema, ho rimediato al mancato acquisto di un paio d’anni fa, ed eccomi dunque qui a ragionare sul contributo dell’autore all’analisi di due secoli di esperienze rivoluzionarie.

Prima di avviare il discorso, faccio un paio di premesse per facilitare al lettore tanto la comprensione del punto di vista di chi scrive, quanto la decisione di acquistare o meno il libro. In primo luogo, devo confessare che sono rimasto piacevolmente sorpreso nel verificare che Traverso ha pubblicato un lavoro che può (anche) essere considerato una approfondita ricerca iconografica sulla produzione di simboli, immagini e figure (quadri, opere d’arte, fotografie, bandiere, manifesti, divise, ecc.) associati ai vari eventi rivoluzionari dei secoli XVIII, XIX e XX. Uno straordinario repertorio visivo che, a mio avviso, vale da solo l’acquisto del volume.

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dialetticaefilosofia

Il dibattito teorico-politico su Gramsci negli anni Settanta

di Guido Liguori*

9a9a2e30a04da58e167330127d494192 XL.jpg1. Cagliari 1967

Per la comprensione del dibattito su Gramsci in Italia negli anni Settanta, conviene probabilmente dividere il decennio in due parti. Una prima parte, che arriva fino alla pubblicazione nel 1975 dell’edizione critica dei Quaderni del carcere a cura di Valentino Gerratana, è contraddistinta da una serie di studi per il tempo innovativi, che reagivano per alcuni aspetti al convegno gramsciano di Cagliari del 1967 (di cui dirò) e che fecero compiere alla conoscenza di Gramsci e soprattutto del suo pensiero un vero e proprio salto di qualità. Una seconda parte del decennio, invece, che è più rilevante dal punto di vista politico, ovvero del dibattito pubblico, e si interseca: a) con la cosiddetta “questione comunista”, cioè con la speranza di un sorpasso elettorale del Pci sulla Dc, e poi con i governi di solidarietà nazionale e le polemiche che ne derivarono; b) con la crescente polemica tra comunisti e socialisti del tempo, a partire dal “nuovo corso” craxiano, una polemica a tutto campo, in cui fu coinvolto anche Gramsci.

Alle spalle degli anni Settanta vi era l’onda lunga del secondo biennio rosso 1968-1969, che determinò in Italia una inedita e prolungata fortuna di tutti o quasi gli autori della tradizione marxista, e con essi anche di Gramsci. Sul piano degli studi gramsciani propriamente detti, l’antecedente più immediato era il convegno di Cagliari del 1967, i cui atti vennero pubblicati due anni dopo1. Un convegno che, benché non fosse stato in realtà univoco, fin dal titolo – Gramsci e la cultura contemporanea – rischiava di incasellare Gramsci in quel ruolo di “grande intellettuale” che gli era stato assegnato dopo la guerra e fino a metà degli anni Cinquanta, quando sia la pubblicazione degli scritti del Biennio rosso, sia le novità del XX Congresso avevano concorso a far ritornare sulla scena, giustamente e inevitabilmente, il Gramsci militante, dirigente e pensatore politico.

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labalenabianca.png

Vulnerabili all’allucinazione. Dalla tv ai social sulle orme di Neil Postman

di Andrea Sartori

nam june paik video flag.jpgNell’agosto dello scorso anno, Luiss University Press ha opportunamente ripubblicato la traduzione in italiano del saggio del 1985 del sociologo e teorico dei media americano Neil Postman (1931-2003), dal titolo Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo (Prefazione di Matteo Bittanti).

Quaranta anni fa, all’epoca dell’uscita per Viking (Penguin Random House) di Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business, Postman faceva sedere la televisione al banco degli imputati della critica dei media. Questo non significa che rileggere il suo lavoro oggi equivalga a una mera operazione archeologica sui mezzi della comunicazione. Divertirsi da morire, infatti, ci fornisce obliquamente delle indicazioni anche circa quel che sta accadendo nella nostra contemporaneità, segnata dal predominio dei social media, dei relativi codici comunicativi, e dei poteri economici che li alimentano (a partire da quelli di Mark Zuckerberg ed Elon Musk).

La tesi sostenuta in queste righe, ricavata da alcune riflessioni che Postman svolge su un testo di Northrop Frye (Il grande codice. Bibbia e letteratura [1981], Vita e Pensiero, 2018), è che i socialintensificano fino al parossismo una predisposizione o affordance che è propria della TV e già della parola scritta, benché in quest’ultimo caso essa sia sviluppata in misura minore.

Frye, come riporta Postman (p. 27), sostiene che «la parola scritta è molto più potente che non il semplice ricordare: essa ricrea il passato nel presente, e ci dà, non solo la cosa ricordata, ma l’intensità eccitante di un’allucinazione» (The Great Code: The Bible and Literature, Academic Press, 1981, p. 227).

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illatocattivo

Persistenze e metamorfosi della questione ebraica

Una rilettura di Abraham Léon

di Il Lato Cattivo

vncldx bmb.jpg«Ma in realtà la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella società,
che vestigia del passato sopravvivono nel presente».
(Lenin, Stato e rivoluzione)

La presente nota mira a presentare e attualizzare il contenuto dell'opera di Abraham Léon, La concezione materialistica della questione ebraica (scritta nel 1942, pubblicata postuma nel 1946, e meglio nota in Italia con il titolo: Il marxismo e la questione ebraica1), in un'ottica non slegata dalla congiuntura internazionale attuale e, più specificatamente, dai rivolgimenti che hanno caratterizzato il contesto mediorientale dopo il 7 ottobre 2023. L'interrogativo soggiacente a cui ci si propone non già di rispondere, ma di fornire un impianto concettuale, concerne nientemeno che la perennità dello Stato di Israele. Con gli occhi incollati alle immagini dei massacri e delle vessazioni inflitte ai palestinesi, rischiamo di non vedere il dispiegarsi di macro-processi al tempo stesso più sotterranei e più potenti. Il contrattacco iraniano della notte fra il 13 e il 14 aprile 2024 in risposta al bombardamento del consolato d'Iran a Damasco, non è che il più eclatante, e senz'altro non l'ultimo, di una serie di episodi recenti che stanno via via svelando le numerose fragilità di Israele – fragilità che non sfuggono ai commentatori delle più varie estrazioni, israeliani compresi. Alcuni titoli apparsi recentemente, provenienti da voci anche eminenti, sono perlomeno sintomatici in questo senso: Israel is losing this war2; Israel's Self-Destruction3; The Collapse of Zionism4; Hamas is winning5. Nonostante la loro diversità, queste analisi trovano un terreno d'incontro nel constatare che la supremazia su cui Israele può far leva, sia in termini di alleanze internazionali che di autonoma force de frappe, non basta a dissolvere il grande punto interrogativo che ha cominciato ad aleggiare sul suo futuro.

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collettivolegauche

Che cos’è la transizione al socialismo?

L’esperienza cinese secondo Deng-yuan Hsu e Pao-yu Ching

di Collettivo Le Gauche

1118770383e147d59b31c789defbe4981. Introduzione

Rethinking Socialism: What is Socialist Transition?” di Deng-yuan Hsu e Pao-yu Ching è un pamphlet che racchiude un articolo scritto alla fine degli anni ‘90 sulla transizione al socialismo. Con le due rivoluzioni più importanti del XX secolo, quella russa e quella cinese, centinaia di milioni di persone accettarono di intraprendere la strada del socialismo con le sue molti sfide, lasciandoci, dopo la loro sconfitta, concetto che Ching preferisce a quello di fallimento, in eredità delle lezioni da apprendere per il futuro. Queste due rivoluzioni ci hanno mostrato come sia possibile costruire una società senza sfruttamento e come la borghesia potesse strappare il potere politico con la forza al proletariato e interrompere bruscamente lo sviluppo di rapporti di produzione socialisti. Questo modo di inquadrare il problema è possibile a partire dall’individuazione della contraddizione principale, ovvero focalizzarsi sulle cause della sconfitta e non del suo fallimento che porta, ad esempio, a indagare gli elementi capitalistici durante la transizione del socialismo in Cina.

 

2. La transizione al socialismo

La transizione al socialismo è il periodo di tempo in cui una società non comunista si trasforma in una società comunista. Non esiste un percorso predeterminato da applicare durante la transizione socialista con cui giudicare la bontà della transizione socialista. L’analisi deve essere fatta sulla sua direzione generale e un singolo evento non può determinare se la transizione sarà verso il comunismo o il capitalismo.

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sinistra

Per il 60° anniversario della morte di Palmiro Togliatti

di Eros Barone

togliatti foto img interna«Ogni cosa si trasforma. Ogni cosa si trasforma secondo le sue proprie leggi. Anche noi siamo oggetti e soggetti delle trasformazioni, ne siamo parte passiva e parte attiva, consapevole, con nostri obiettivi e piani.

Ogni cosa si trasforma in un’altra e questa in un’altra ancora e poi ancora, costituendo gli anelli di una catena. Se prendiamo un anello della catena, esso è attaccato al primo, ma solo attraverso gli anelli intermedi. Se vogliamo comprendere il legame che unisce una cosa a un’altra da cui proviene, se vogliamo comprendere come sta trasformandosi una cosa, dobbiamo ricostruire nella nostra mente le fasi intermedie attraverso le quali la prima si è trasformata in quella che stiamo esaminando.

Ogni cosa diviene secondo le sue leggi e tramite le circostanze esterne e accidentali che incontra. Se vogliamo comprendere come mai una cosa si è trasformata proprio in quest’altra e non in qualcosa di diverso, dobbiamo non solo conoscere le leggi proprie di quella trasformazione, ma anche ricostruire nella nostra mente le circostanze esterne e accidentali che hanno determinato passo dopo passo quel percorso.

Si dice che una cosa è divenuta un’altra attraverso la mediazione degli anelli intermedi e delle circostanze esterne. La mediazione è un aspetto universale della trasformazione.

Chi non riconosce la mediazione, in campo politico cade nell’opportunismo di sinistra o di destra. La lotta contro gli opportunisti di sinistra (gli estremisti di sinistra) è una lotta interna alle nostre fila. Anche la lotta contro gli opportunisti di destra è una lotta interna alle nostre fila, ma solo fino ad un certo punto. Dove sta la differenza tra i due fronti?

Gli opportunisti di sinistra negano le mediazioni (le fasi, i passaggi, i processi) attraverso cui si svolge ogni trasformazione reale. Essi politicamente sono ostili all’imperialismo e alla borghesia, ma in campo culturale, dell’orientamento e della concezione del mondo si limitano a negare le posizioni della borghesia, non le superano, le conservano rovesciate, vedono il mondo come la borghesia solo dal lato opposto.

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perunsocialismodelXXI

Aporie dell'utopia comunitaria

Il Marx di Preve fra Hegel e Aristotele

di Carlo Formenti

copertina preve.jpgPremessa

Il secondo volume delle Opere (Inschibbolleth Editore, a cura di Alessandro Monchietto) di Costanzo Preve raccoglie due testi, il primo postumo e parzialmente incompleto (Manifesto filosofico del comunismo comunitario), il secondo (Elogio del comunitarismo) originariamente editato da Controcorrente (2006). Il tutto è preceduto da una Introduzione ("Comunità e comunismo nell’ultimo Preve") di Mimmo Porcaro, alla quale rinvio per tutti gli argomenti che non riuscirò a trattare nel presente articolo, dato che i problemi sollevati da questi due scritti sono numerosi e complessi, tanto da non poter essere esaurientemente affrontati in un articolo che deve rispettare gli standard di lunghezza che mi sono autoimposto per i materiali di questa pagina.

Gli obiettivi che Preve si è posto in questi lavori sono a dir poco ambiziosi: si tratta, fra le altre cose, di abbozzare un bilancio storico-critico della teoria marxista e dei tentativi, condotti dai partiti comunisti novecenteschi, di metterne in atto i principi per realizzare formazioni sociali postcapitaliste; di riscattare dalla damnatio memoriae questi grandiosi esperimenti, evitando di buttare il bambino con l'acqua sporca, evitando, cioè, di liquidare quello che Preve - pur considerando la velleità di restaurare il “vero” pensiero di Marx impresa al tempo stesso vana e impossibile (1) - considera il progetto marxiano originario, vale a dire il sogno di realizzare non uno stato socialista, bensì una comunità di individui liberi e uguali; di contestare il dogma che inchioda Marx al ruolo di filosofo “materialista”, di colui che ha “rimesso con i piedi per terra” la dialettica di Hegel, e di descriverlo invece come il punto più alto di una linea di pensiero che si dipana da Aristotele a Hegel per culminare appunto con il maestro di Treviri;

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sinistra

La necessità di eliminare il sovra-prodotto

di Luciano Bertolotto

0 0 52.jpgBisogni, consumo, surplus

Vivo. Io, come altri otto miliardi. Perché? Non lo so. Come, invece si: soddisfacendo i bisogni essenziali. Cibo, vestiti( se il clima o la morale li richiedono), un tetto. Ah, dimenticavo: un po' di sesso(se non per altro, per la riproduzione della specie...).

Il processo di civilizzazione ha reso tutto ciò un po' più complesso e sofisticato: gastronomia, moda, architettura, seduzione... Sono il fondamento del piacere o, in mancanza, della sofferenza.

A questi si aggiungono gli oneri del vivere sociale. Il prezzo della (parziale) repressione degli istinti primordiali. Trovano spazio nella psiche individuale e collettiva. Relativi e mutevoli formano, comunque, l'habitat culturale.

Hanno origine con la necessità di cooperare. Il noi ne è l'elemento fondante. In contrasto con la dottrina prevalente che esalta l'interesse individuale. Io, io, io … Fino all'ultima frontiera del neo-liberalismo: ciascuno è imprenditore di se stesso. Tutti contro tutti

Il bisogno impone di procurarsi il necessario. Non basta la natura. Siamo condannati al lavoro. Almeno quasi tutti... Grazie alla tecnologia il processo di produzione si è evoluto nel tempo. E con esso la vita umana. Mente e corpo... e, anche, le idee. Il frutto di tanto tribolare è il prodotto sociale che, pur iniquamente, viene distribuito. Ma non tutto è consumato. Quel che rimane è il sovra-prodotto (o surplus).

 

La sovrapproduzione e le forme ordinarie di eliminazione del surplus

Di questo voglio scrivere. Sostenendo, in particolare, che la sua eliminazione è stata, ed è, per i potenti (non trovo un termine più consono...), una necessità storica. La penuria di molti per il dominio di pochi.

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lafionda

Uno schema di ricerca su Operai e Capitale

di Lorenzo Serra

0e99dc 7aa60b066c054d7ab8458168ffafe69cmv2.jpgNon dovremmo più considerare Operai e capitale un testo di esclusivo attacco, puramente escatologico – ciò, infatti, continua-a-significare il fraintendimento non solo di quest’ormai classico dell’operaismo italiano, ma anche, e soprattutto, un equivoco dell’intera opera trontiana: del suo stile o carattere – o, per esprimersi in termini lukácsiani, del suo pensiero solo. Sì, Operai e capitale è stato anche questo: una possibilità esperita – un tentativo di offensiva da portare nel cuore del Capitale, che doveva esser esplorato fin dentro i suoi limiti. Ma è stato anche altro, quell’altro che costituisce, poi, la cifra stilistica del pensiero di Tronti, dai caratteri, mai abbandonati, del malinconico, della scissione, della crisi: e, cioè, un pensiero rivoluzionario, dai tratti anche eretici, che diffida di marce trionfali o progressiste – eppure, forse in virtù di questo, mantenutosi, nel profondo, sempre, comunista.

Operai e capitale, allora, si potrebbe leggere come quel momento in cui – anche grazie ad una differente Storia – queste sue differenti anime si sono avvicinate, fino a toccarsi: il carattere gioioso di un tentativo, pensiero vissuto insieme a compagni e compagne con cui non smetterà di dialogare anche in seguito, che non riesce – perché non vuole – mai, fino in fondo, a liberarsi di quel suo lato pessimista, o tragico. Una questione insieme esistenziale e storica: vi è, infatti, come vedremo, l’embrionale intuizione che siamo già alle soglie di una possibile fine, o quantomeno di un arresto, del sogno operaio, ma, al contempo, vi è anche un’altra questione, più difficile e liminare – e, cioè, il fatto che anche a rivoluzione compiuta il mondo, e la società, non avrebbero raggiunto alcun Senso definitivo, e, allora, si sarebbe dovuto continuare a camminare, insieme, impossibilitati ad abbandonare, una volta per tutte, quel mondo di malinconia.

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carmilla

Kamo, Lenin e il “partito dell’insurrezione”

di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, DeriveApprodi, Bologna 2024, pp. 208, 18 euro

20 settembre.jpgOratori silenzio!
A voi la parola
compagno Mauser.
(Vladimir Vladimirovic Majakovskij, Marcia di sinistra)

 

Sono numerosi i contributi e le ricerche di Emilio Quadrelli sullo sviluppo e la storia dei movimenti antagonisti e rivoluzionari, così come sulle problematiche che gli stessi, anche in situazioni di riflusso sociale come quella che accompagna i nostri giorni, devono costantemente prepararsi ad affrontare. Per questo motivo si è scelto di aggiungere in coda alla presente recensione una bibliografia, certamente ancora incompleta, dell’opera e degli articoli dello studioso e, soprattutto, militante genovese che nel corso degli ultimi anni ha fornito anche alla nostra testata.

Detto e sottolineato questo, però, va detto che a giudizio di chi scrive il testo da poco pubblicato da DeriveApprodi può costituire una specie di summa dell’interpretazione data dall’autore dell’azione di classe e del rapporto intercorrente tra questa e lo sviluppo di una coerente teoria rivoluzionaria, capace di fornire ai militanti dei movimenti e al processo destinato a superare lo stato di cose presenti una cassetta degli attrezzi non permeata dall’ideologia e dai suoi evidenti limiti, ma capace di resistere alle chimere di questo tempo infame per superarlo.

Non per nulla il volume si intitola L’altro bolscevismo e rovescia, nel sottotitolo ma non soltanto, quel Kamo, l’uomo di Lenin che era stato il titolo della più celebre opera pubblicata in Italia1 sulla figura del militante, bandito e combattente irriducibile che dal 1903 al 1922, anno della sua morte per una banale caduta dalla bicicletta, avrebbe dato prova di una fedeltà totale alla causa della Rivoluzione proletaria e comunista. Motivo per cui avrebbe trascorso, in fasi e periodi diversi, una buona parte della sua vita nelle carceri zariste.

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Un partito per unirci, per lottare e per vincere1

di Eros Barone

Death of a Commissar Petrov Vodkin.jpgLo sviluppo delle sette socialiste e quello del vero movimento operaio sono sempre in proporzione inversa. Sino a che le sette hanno una giustificazione, la classe operaia non è ancora matura per un movimento storico indipendente. Non appena essa giunge a questa maturità, tutte le sette diventano essenzialmente reazionarie.

K. Marx, Lettera a Friedrich Bolte del 23 novembre 1871.

L’unità è una grande cosa e una grande parola d’ordine! Ma la causa operaia ha bisogno dell’unità dei marxisti, e non dell’unità tra i marxisti e i nemici e travisatori del marxismo.

V. I. Lenin, Pravda, n. 59, 12 aprile 1914.

 

1. La teoria della rivoluzione comanda la teoria del partito

Da tempo è all'ordine del giorno nell’agenda dei militanti comunisti, non solo in Italia ma su scala europea e mondiale, la ricerca di una strategia rivoluzionaria atta in primo luogo a difendere gli interessi materiali del proletariato dall’attacco generale e via via crescente della borghesia e, in secondo luogo, a preparare, già nel corso di questa azione difensiva, quelle condizioni di avanzata verso il socialismo che s’identificano con la costruzione di un blocco storico alternativo al capitalismo e con la conquista del potere politico di Stato. L’esperienza del movimento operaio russo insegna, infatti, che la questione dell'organizzazione di un partito di classe può essere posta organicamente solo sulla base di una teoria della rivoluzione stessa: le ragioni della scissione del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico di Russia), da cui trassero origine la corrente bolscevica e la corrente menscevica, derivarono proprio dalla diversa visione del carattere della strategia di lotta di classe (coalizione con la borghesia liberale o alleanza con i contadini) e dal modo conseguente d’impostare e risolvere le questioni di organizzazione.

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machina

La «guerra civile» in Francia

di Maurizio Lazzarato

8pWng51 .jpegLa tendenza contemporanea all'alleanza tra liberali e fascisti, che abbiamo visto all'opera nel Novecento e che in questi anni è ricomparsa sotto i nostri occhi, è stata messa in discussione, in Francia, da quanto le lotte degli ultimi anni sono riuscite a sedimentare. Ma la situazione è tutt'altro che risolta: Macron, che resta Presidente della Repubblica, vuole continuare a portare fino in fondo l'espropriazione di salari, reddito e servizi, il genocidio, la guerra; Hollande e il Partito Socialista sono già pronti a pugnalare il programma del Nuovo Fronte Popolare; il Rassemblement National ha aumentato la sua forza parlamentare. In parole povere, la Francia è un paese diviso. In questa situazione, i movimenti giocheranno un ruolo decisivo: solo una lotta di classe incalzante potrà costruire rapporti di forza che ora sono in bilico e spingere La France Insoumise.

* * * *

Durante la notte dei festeggiamenti per la vittoria elettorale sui fascisti, la saggezza popolare ha scritto su un muro «Notre sursaut est un sursis» il nostro sussulto è una tregua. Più vero ancora la mattina dopo. Ma è un qualcosa di più di un sussulto e la tregua dipenderà dai rapporti di forza che si costruiranno nelle prossime settimane e mesi.

La lunga sequenza di lotta di classe senza classe e senza rivoluzione (cominciata sotto la presidenza Hollande), nonostante nessuna delle rivendicazioni dei vari movimenti (Loi travail, Gilets Jaunes, retraite, banlieues etc.) sia riuscita a imporsi, ha determinato un terremoto che sta facendo tremare le istituzioni della Repubblica, messo a terra elettoralmente il feroce blocco degli interessi del grande capitale rappresentato da Macron e aperto la strada a una prima rottura del consenso destra/ sinistra intorno alla contro-rivoluzione liberal-capitalista che ha governato praticamente dal Mitterand del 1983 fino a Macron.

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marxismoggi

Riflessioni su alcune ideologie contemporanee

di Alessandra Ciattini*

nascita delle nuove ideologie politiche origPer alcuni viviamo in una fase storica radicalmente nuova – cosa di cui era fortemente convinto, come si vedrà, l’autorevole Zbigniew Brzezinski - che ha scavato un abisso con la fase storica precedente, caratterizzata dalla presenza consistente nei paesi occidentali dello Stato del benessere, dalla crescita economica, dalla forte presenza della grande industria anche di Stato, dall’esistenza di ben radicate organizzazioni di massa (partiti e sindacati).

Con le radicali trasformazioni che si sono realizzate sul piano economico e industriale, con l’infelice dissolvimento del cosiddetto socialismo reale e la cosiddetta fine della guerra fredda, in realtà ammorbidita da fasi di coesistenza pacifica, sarebbe emersa una nuova forma di società, nella quale i suoi apologeti scorgevano promesse di maggiore libertà, di maggiore rispetto delle specificità individuali[1], di minore conflittualità tra le diverse ‹‹culture››, che si incontrano oggi più intimamente per la magnitudine del fenomeno migratorio, per la velocità degli spostamenti e per la rapidità delle comunicazioni[2].

Negli articoli che raccolgo in questo libro e che ho scritto in occasioni diverse, in parte per un giornale on line ispirato ad Antonio Gramsci, La Città futura, ho cercato di analizzare alcune tendenze che percorrono l’attuale fase e che al contempo rappresentano sia elementi di continuità che di discontinuità rispetto al passato nel quadro di una prospettiva, che non sbriciola la storia in frammenti né si fa abbagliare dalle cosiddette novità. Prospettiva che certamente non ha la pretesa di essere nuova, se non rispetto a certe forme di relativismo estremo adottate da certi ambienti intellettuali, e che riprende l’idea della contrapposizione tra aspetti sociali di lunga durata e aspetti che in cicli storici più brevi si consumano e scompaiono in maniera relativamente rapida.