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“Sequencing" e disperazione strategica

di Salvatore Minolfi

Screen Shot 2017 08 31 at 14.09.43 1000x651 1.pngNon sappiamo ancora (e dubito che lo sapremo a breve) se sia o meno fondata la notizia messa in circolazione da Larry Johnson e Pepe Escobar, secondo i quali il presidente iraniano, Mahmud Pezeshkian, avrebbe incaricato il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif (mediatore nella crisi), di mettere in guardia gli Stati Uniti circa l’intenzione iraniana di reagire a un’eventuale ripresa della guerra di aggressione israelo-americana, con l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare in un’area desertica del paese.

Certo, sarebbe una svolta e segnerebbe, con ogni probabilità, l’inizio di un processo di proliferazione orizzontale.

Ma che sia vero o meno, un’epoca della storia del moderno Medio Oriente si è comunque già chiusa, con la messa in onda, in mondovisione, dello spettacolo dei sopraggiunti limiti del potere americano e della sostanziale impotenza del “Central Command”, la creatura istituita nel 1983 e alla cui ombra si è svolto l’ultimo quarantennio della storia della regione (una vicenda che ho sinteticamente ricostruito un paio di anni fa (https://fuoricollana.it/il-martello-di-maslow/) .

Con sei anni di anticipo rispetto alla fine della guerra fredda (1989), quel nuovo comando strategico doveva offrire, su scala locale, un’anticipazione di cosa sarebbe stato un mondo unipolare. Considerati i quarant’anni di inferno che ne sono derivati, possiamo ben dire che la sua missione è stata portata a termine con una certa completezza.

Tuttavia, a determinare la sconfitta politica della mastodontica struttura strategica non sono stati i militari, né tanto meno il “Guappo di cartone” (https://fuoricollana.it/the-donald-o-guappo-e-cartone/) che, grazie al suo patologico narcisismo, è diventato il presidente più manipolabile dell’intera storia americana.

La recente sconfitta in Medio Oriente è il prodotto di un processo involutivo molto più complesso. Essa chiama in causa in primo luogo l’avventatezza strategica che sta imperversando nel sovraffollato mondo dei “defense intellectuals”, figure tipicamente americane che – partendo dall’accademia e dall’universo quasi infinito dei Think Tanks – hanno prosperato per otto decenni, consigliando i leaders governativi e militari in materia di sicurezza nazionale, fornendo loro analisi e teorie che condizionavano il momento decisionale, in modalità per lo più indifferenti al processo di legittimazione democratica delle scelte.

Non di rado, il “defense intellectual” finisce per assumere un ruolo diretto in qualche “advisory committee” della pletorica amministrazione americana. I più fortunati accedono direttamente ai ranghi dell’esecutivo.

Da circa un decennio questo mondo è in subbuglio. L’erosione della condizione unipolare (ufficialmente riconosciuta per la prima volta nella “National Security Strategy” del 2017 e nella “National Defense Strategy” del 2018) li ha colti intellettualmente, sociologicamente, antropologicamente e, direi, emotivamente impreparati.

Il tipico “defense intellectual” oggi cinquantenne (che rappresenta la categoria più ampia di quel mondo) aveva appena finito le scuole medie nel 1989, quando finì la guerra fredda (o poco più, nel 1991, quando scomparve l’URSS).

Cresciuto e socializzato in un mondo privo di competizione strategica, ha finito (comprensibilmente) per credere che l’eccezionale condizione americana rappresentasse un dato quasi naturale e dunque immodificabile. La sveglia ha rappresentato un trauma profondo di natura culturale. E un trauma – com’è noto – ognuno lo elabora come può.

Una minoranza, più avveduta e colta, ha iniziato a orientarsi verso lo “strategic restraint”, una forma di moderazione, variamente declinata, che nasce dalla consapevolezza (non così tanto ‘audace’) che gli Stati Uniti non sono propriamente l’alfa e l’omega della storia umana. La forma più estrema della moderazione strategica è rappresentata dal “retrenchment”, la convinzione che sarebbe meglio rinunciare agli ambiziosi impegni internazionali, per dedicarsi alla ricostruzione di una società nazionale profondamente malata e bisognosa di cure.

La maggior parte, però, si distribuisce nelle varie articolazioni di quella prospettiva di pensiero che – con maggiore o minore realismo – punta ad individuare le “strategic priorities”, alle quali ancorare le scelte del paese.

È in uno dei segmenti di questo campo che si annidano i cultori del “sequencing” (inteso, naturalmente, come “strategic sequencing”).

Il ragionamento è semplice: oggi gli Stati Uniti non sono più potenti come un tempo e devono fronteggiare dei rivali sistemici che sono cresciuti e tendono per giunta a cooperare tra di loro. In ordine di scala e di potenza, si tratta della Cina, della Russia e dell’Iran, per limitarsi solo a quelli più importanti. Allo stato attuale, una guerra con la Cina non è assolutamente immaginabile (la maggior parte dei “war games” dà esiti negativi). Ma, più in generale, la lunga eredità dell’unipolarismo ha spinto gli Stati Uniti a specializzarsi in guerre con soggetti periferici (Serbia, Irak, Siria, Libia, ecc.) o attori non-statali (il terrorismo) che non richiedevano quella base industriale e quel tipo di mobilitazione delle forze militari che occorrono invece in un conflitto con una grande potenza. In breve: gli Stati Uniti, volendo (e di solito volevano), potevano “vincere facile” (ma non sempre ci riuscivano).

Il punto di partenza dei cultori del “sequencing” è il problema della simultaneità, l’incubo di un conflitto nel quale gli Stati Uniti si troverebbero ad affrontare tutti i rivali sistemici in un sol colpo.

Per i nostri “sequencers”, che aborrono il “retrenchment”, l’unica via è quella del “sequencing”. Essi leggono affascinati la lunga storia degli imperi (con una netta preferenza per quello romano e per quello britannico) dalla quale sentono di poter trarre luminosi insegnamenti su come fronteggiare i nemici, uno alla volta, costruendo trappole fantasiose e manipolando con saggezza la risorsa “tempo”.

Ma l’attrazione per la storia è vissuta senza senso storico, ragion per cui due millenni di vicende si trasformano in un deposito indifferenziato e atemporale di ricette dal quale estrarre a piacere i casi più suggestivi e clamorosi, come da un famoso ricettario (del tipo “Il talismano della bellicosità”).

Uno dei più apprezzati “strategist” americani è A. Wess Mitchell, tipico “defense intellectual” (49 anni), analista, studioso di storia, con all’attivo un’esperienza di “Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs” nella prima Amministrazione Trump. Nel 2019 ha fondato il milionesimo Think Tank insieme a Elbridge Colby, altro studioso di strategia ed attuale sottosegretario al Dipartimento della Guerra della seconda Ammnistrazione Trump. Il Think Tank lo hanno chiamato”The Marathon Initiative”, un omaggio alla “Storia” (senza storia) e all’idea di una “protracted competition” che, pertanto, richiede una saggia e ragionata gestione del fattore tempo.

Wess Mitchell e Elbridge Colby rappresentano il segmento di punta del mondo dei “defense intellectual”: quello che fa da trait d’union tra il mondo dell’elaborazione strategica e quello dell’esecutivo (e dunque del decision making). Entrambi si esprimono con rigore analitico e con una franchezza che sorprende. Per entrambi il problema vero è quello della Cina e ogni sforzo va fatto per preparare adeguatamente il paese a uno scontro con Pechino. Ma per spostare risorse nel Pacifico occidentale bisogna sottrarle all’Europa, i cui paesi devono assumersi il grosso del carico strategico, liberando parzialmente gli Stati Uniti.

Wess Mitchell non fa mistero di considerare la guerra russo-ucraina una “guerra per procura”, che nasce dall’esigenza americana di indebolire gravemente la Russia, prima di affidare agli europei la gestione del Vecchio Continente, affiancati da un’Ucraina forgiata nel frattempo dalla guerra e trasformata in una specie di Israele del mondo slavo.

In breve, lo schema del “sequencing” in questo caso è: attacca e indebolisci la Russia, cioè il n. 2 dei rivali, rendendo in tal modo meno rischioso e impegnativo lo scontro futuro con il n. 1 (la Cina).

Le cose, com’è noto, sono andate piuttosto male. Alla fine del 2024, Wess Mitchell, in un’analisi scritta per “The Marathon Initiative”, prendeva atto che l’ “opportunità strategica” offerta dalla guerra in Europa non era stata sfruttata e che, di consequenza, bisognava rifare i conti. Il bello del “sequencing” è proprio questo: puoi sempre rimodulare e riadattare la tua iniziativa. Il saggio aveva un titolo eloquente: “Strategic Sequencing, Revisited”.

E qui viene il bello (e ritorniamo al punto di partenza di questo post). Nell’ottobre del 2024, Wess Mitchell – in una sorta di riepilogo a beneficio dell’ampia comunità dei “defense intellectuals” – faceva il punto del dibattito sul fallimento del progetto di indebolimento strategico della Russia.

Esclusa l’ipotesi del “Turn inward” e, dunque, della rinuncia alla competizione strategica, secondo Mitchell non restavano che tre strade aperte su cui discutere:

1) “OUTGROW THE PROBLEM”. Ricominciare a spendere per riarmarci come negli anni di Reagan e tutto si risolverà da sé. La prospettiva della “simultaneità” non sarà più un problema. Purtroppo, riconosceva Mitchell, gli Stati Uniti avevano ormai accumulato un debito enorme e i margini fiscali per una tale decisione erano piuttosto risicati (per non parlare del consenso politico).

2) “PRIORITIZE ASIA”. Spostare tutto in Asia (la soluzione di Colby), mentre l’Europa e il Medio Oriente potevano pure andare al diavolo. Era pur sempre una questione di priorità! Al tempo stesso, Mitchell riconosceva che il collasso ucraino, che certamente ne sarebbe conseguito, avrebbe arrecato un danno “reputazionale” (attenzione: “reputazionale”, non “strategico”) agli Stati Uniti, superiore a quello derivante dall’abbandono dell’Afghanistan nell’agosto del 2021).

3) “OFFENSIVE SEQUENCING”. Siamo nell’ottobre del 2024 e Mitchell ci fa sapere che una delle proposte di cui si discute nella “comunità” è quella di un attacco militare contro l’Iran. Fallito l’obiettivo in Ucraina, il “sequencing” ripartirebbe in questo caso colpendo il n. 3, cioè il più debole dei rivali strategici degli Stati Uniti. Una sconfitta decisiva dell’Iran allevierebbe la pressione su Israele e consentirebbe agli americani di liberare risorse per il Pacifico Occidentale. Nell’indicare gli artefici della proposta, Mitchell per brevità si riferisce solo a Matthew Kroenig, vicepresidente dell’Atlantic Council, ma è noto che assieme a lui, a sostenere l’obiettivo di un attacco militare all’Iran si erano pubblicamente espressi tra gli altri anche Mark Dubowitz e Behnam Ben Taleblu della Foundation for Defense of Democracies; Michael Rubin e Frederick W. Kagan dell’ American Enterprise Institute; Michael Eisenstadt del Washington Institute for Near East Policy; Richard Goldberg, ex-National Security Council. Insomma, un consenso forte ed ampio, contro il quale l’accorto Mitchell fa valere l’avvertimento di prudenza che una tale iniziativa potrebbe ritorcersi contro “con risultati potenzialmente catastrofici”. L’Iran moderno –mette in guardia Mitchell – non è l’Iraq degli anni ’90; è una potenza quasi nucleare e attaccarla potrebbe innescare una guerra più ampia in Medio Oriente che potrebbe degenerare in modi imprevedibili e richiedere agli Stati Uniti di riorientare le scarse risorse militari dall’Europa e dall’Indo-Pacifico. Quello che poi è realmente successo sul campo di battaglia.

Tre brevi conclusioni.

La prima è che la “teoria del pazzo” è una sciocchezza per banalizzare e depoliticizzare la tragedia della guerra. Trump è una pura maschera: il mondo che lo manipola ha progettato l’aggressione all’Iran nell’ultimo anno dell’Amministrazione Biden. Trump passerà. Quel mondo resterà.

La seconda è che la follia della guerra all’Iran nasce – come quella russo-ucraina – dal “sebatoio” impazzito del pensiero strategico americano e dalla crisi antropologica del ”defense intellectual”, cresciuto e allevato nell’irrealistico vivaio dell’unipolarismo. E un “defense intellectual”, ora cinquantenne, rimarrà un pericolo sociale per almeno un altro ventennio.

La terza è che tutte le brave persone che continuano a inserire questi conflitti nel “frame” sbagliato (la libertà dei popoli, l’autodeterminazione nazionale, i diritti) farebbero bene a svegliarsi e a leggere direttamente ciò che scrivono (e pensano) i “pupari” che governano da lontano le nostre vite, tenendo in ostaggio il futuro dei nostri figli.


https://themarathoninitiative.org/…/Strategic…
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