
Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
di Eugenio Donnici
1.
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro».
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.
Le proteste degli operai davanti alle fabbriche, ogni volta che si presenta una crisi aziendale, possono essere considerate come un rifugiarsi in degli interessi corporativi, stando alle conclusioni a cui giungono gli studiosi del calibro di Dahrendorf?
Non è proprio così! Un tale epilogo ci restituisce le convinzioni di colui che non ha mai sperimentato sulla propria pelle la condizione di disoccupato e che si accosta al problema della disoccupazione in modo astratto.
L’attaccamento al mondo del lavoro salariato ha le sue fondamenta nella cultura che abbiamo ereditato e trova una sponda formidabile nel sistema formativo, quindi, se da un lato non si possono biasimare e rimproverare coloro che si trovano in questa condizione che trascende la libera scelta degli individui, dall’altro lato, non si può negare che la difficoltà a riprodurre la forma del lavoro salariato si presenti come un problema oggettivo, con il quale fare i conti.
La nonchalance con la quale Dahrendorf pensa di spezzare le “catene del lavoro salariato” richiama gli atti volontaristici, che trasudano di onnipotenza. Non basta una semplice esortazione a spingersi oltre la società del lavoro, ma è necessario delineare il processo di disgregazione dei rapporti sociali di produzione, che annaspano non solo nella creazione di lavoro salariato aggiuntivo ma anche nella riproduzione di quello già esistente.
Nelle società capitalisticamente avanzate, la difficoltà a espandere il lavoro salariato è alla base della crisi in cui siamo immersi da circa mezzo secolo, ma ci sono altre contraddizioni rilevanti in questa forma determinata di socialità.
Dahrendorf, nel suo Per un nuovo liberalismo, – puntualizza Mazzetti – rileva che il lavoro non ha mai avuto una dimensione particolarmente piacevole nella vita. Esso, infatti, viene associato a una necessità per vivere, alla fatica, al sudore, all’allontanamento dei progenitori dal Giardino dell’Eden.
Nel modo di produzione capitalistico, la mediazione del denaro ha modificato la relazione tra il lavoro e la vita, li ha separati, resi estranei.
Ecco un frammento del pensiero di Marx a proposito di quest’ultimo punto: «Il denaro ha questo di particolare, che una volta lasciato andare, acquisisce una sorta di autonomia. Questa autonomia è il frutto di una reificazione, di una alienazione, di una cessione alla cosa di un potere che all’origine è un potere condiviso.» (1)
Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, in particolare nel capitolo dedicato al denaro, Marx, sulle virtù e vizi di questo rapporto sociale, riprende Goethe (Faust, Mefistofele): «Se sono zoppo e posso comprarmi 6 stalloni, allora posso disporre di 24 gambe.»
Dunque, il denaro libera gli individui dai legami feudali, ma li separa, aumentando il grado di indifferenza reciproca: se il proprietario dei mezzi di produzione riduce il volume delle merci, destinate alla vendita sul mercato, è molto probabile che sia costretto a ristrutturare le linee di produzione, quindi a licenziare una parte dei dipendenti, rispetto ai quali non agisce in solido, dato che persegue il proprio interesse privato. Ma vi sono altre implicazioni: tanti dei salariati che lavorano nelle industrie che producono armi, non si pongono il problema che con il denaro, che ricevono per vivere, hanno contribuito e contribuiscono a trucidare i bambini palestinesi.
Dahrendorf vede la disumanizzazione, cioè la separazione tra la vita e il lavoro, come qualcosa di accidentale, rimanda alla casualità, al caso.
Per Mazzetti, invece, la disumanizzazione dell’attività produttiva è la base della separazione tra il lavoro e la vita.
Egli sostiene che lo «svuotamento di significato» che interviene nei rapporti di lavoro salariato, tramite l’intermediazione del denaro, costituisce «una specifica forma di socialità, che porta con sé un determinato senso della vita».(2)
In queste coordinate si diramano due direttrici strettamente interconnesse tra di loro: la prima fa riferimento al fatto – spiega Mazzetti – che gli individui, nei rapporti di lavoro salariato, tendono a trattare il proprio lavoro particolare come se fosse naturale, invece di riconoscere – aggiungerei io – che è il risultato di un processo storico e pertanto è necessario acquisire la consapevolezza che non sono relazioni produttive eterne; la seconda si muove lungo la direzione, come ci fa notare Mazzetti, che: «La richiesta di un denaro esplicita che l’attività lavorativa ha la natura di un costo, e in quanto tale si esprime come determinata da uno scopo che è meramente esteriore, rispetto a colui che la pone in essere.» (3)
Di conseguenza – continua Mazzetti – il salariato non agisce intenzionalmente come se perseguisse uno scopo proprio e quindi può estrinsecare quell’attività senza che abbia un senso per lui.
I lavoratori e le lavoratrici dipendenti percepiscono, anche se ne sono parzialmente consapevoli, che il tempo di lavoro salariato non è tempo per loro stessi, in quanto nel momento in cui viene acquistato diventa tempo per gli altri. Da questo punto di vista lo Stato si pone sullo stesso piano delle imprese private.
Tuttavia, il lavoro salariato non è solo un costo, esso è anche uno strumento mediante il quale i lavoratori dipendenti riescono a riprodurre le loro condizioni di esistenza.
Mazzetti, nell’esplicitare questo passaggio, cerca di rendere evidente che il lavoro è il salario, inteso come mezzo per vivere, per potersi riprodurre e del quale non si può fare a meno. Ciò non toglie, però, che quel lavoro, di cui si appropria l’acquirente, appartenga al singolo individuo. Infatti, come ha spiegato Marx, a suo tempo, la merce forza lavoro ha una duplice determinazione: essa ha un valore di scambio (lavoro astratto) e un valore d’uso (lavoro concreto), vale a dire che la determinazione astratta, che è alla base del processo di valorizzazione, non può prescindere dal lavoro concreto, da quel lavoro che è espletato e appartiene alla persona in quanto tale.
Questa duplice determinazione produce una continua lacerazione dei singoli individui, coinvolti nei rapporti di lavoro salariato, lacerazione che deriva dai contrasti, spesso inconciliabili, tra lo scopo esterno, definito da chi acquista il lavoro, e la motivazione interna del lavoratore, il quale, pur trovandosi nella condizione di svolgere un’attività priva di senso per lui, è costretto a portarla a termine, in quanto ha alienato il suo tempo di lavoro, in relazione al salario che riceve, per la riproduzione dei mezzi di sussistenza o, in generale, per vivere una vita dignitosa, come sancisce la nostra Costituzione.
Beninteso, nel modo di produzione capitalistico, tale scissione è una caratteristica intrinseca del sistema: il lavoratore (l’individuo) è spinto a uscire dal proprio sé, dalla sua particolarità, mediante l’intermediazione del denaro, che gli consente di connettersi socialmente al lavoro degli altri. Nella divisione sociale del lavoro, il lavoratore salariato, prima di acquistare i prodotti del lavoro degli altri, deve vendere la propria forza lavoro.
Proprio perché il tempo di lavoro del salariato è tempo di lavoro per gli altri, egli rinuncia, sacrifica una parte consistente della sua vita, per soddisfare i bisogni delle persone che vivono in prossimità oppure dall’altra parte del globo.
Ecco, nei rapporti di lavoro salariato, non si può prescindere dalla separazione tra vita e lavoro, essi si presentano come una forma produttiva, che ha determinato uno sviluppo rispetto ai legami feudali o a quelli schiavistici.
In questo modo di procedere, il lavoro salariato, inteso come privazione di sé, ha avuto lo scopo di far uscire la società dalla penuria, in virtù del processo di accumulazione del capitale. Il sudore, la fatica, l’intelligenza, il saper fare che ogni lavoratore ha alienato, in cambio di un corrispettivo monetario, sono stati parzialmente o totalmente incorporati nelle macchine, dando luogo a un processo di espansione del lavoro salariato, a spirale, nei settori produttivi trainanti, maturi ed emergenti.
Da una parte risparmio di lavoro, dall’altra produzione aggiuntiva nei settori trainanti e in quelli destinati alla realizzazione di nuovi prodotti.
Quindi, se in una situazione di penuria di risorse aveva un senso espandere i rapporti di lavoro salariato, in una situazione di abbondanza, il tentativo di persistere sulla stessa strada – spiega Mazzetti – diventa controproducente.
Alla scissione che ho cercato di descrivere qui sopra, si aggiunge una perdita del “senso collettivo”, in quanto perde valore lo scopo del processo di accumulazione. Nella corsa forsennata ad aumentare le attività salariate, si finisce con il dar vita non solo a relazioni produttive inutili ma addirittura dannose, che si scagliano contro gli stessi produttori.
I venditori dei contratti per la fornitura di energia elettrica, del gas, delle Sim mobili per i cellulari, del traffico dati fisso e così via, assumono comportamenti da stalkers e non esitano a truffare altri lavoratori, pur di ottenere un misero stipendio e contribuire alla realizzazione dei profitti della loro azienda.
Dunque, se è vero che nelle società capitalisticamente avanzate lo sviluppo, nella fase attuale, sia collegato soprattutto al settore dei servizi, è altrettanto vero che da esso pervengano segnali di crisi, che si preannunciano sempre più invasivi e pervasivi, se teniamo conto degli impatti e implicazioni, disseminati dalle recenti applicazioni dell’IA nel settore terziario, sia privato che pubblico.
2.
Il Quaderno 3 del 2016 di G. Mazzetti inizia con il tramonto della grande industria: «Prima della Seconda guerra mondiale quasi la metà dell’occupazione scaturiva, nei paesi economicamente maturi, dall’industria, mentre oggi meno di un quinto si colloca in quel settore di attività.» (4)
In riferimento alla riduzione progressiva del peso dell’industria sull’occupazione complessiva, qual è la chiave di lettura rispetto ai rapporti di lavoro salariato?
Nell’industria, cioè nel settore secondario, si sono verificate dinamiche analoghe a quelle che hanno interessato l’agricoltura: nei paesi industriali come l’Italia, la popolazione attiva, che è meno del 5%, produce derrate alimentari non solo per il resto della popolazione, ma anche per le esportazioni in altri paesi.
In secondo luogo, la contrazione della manodopera nel settore industriale invia un messaggio chiaro, anche se la ricezione, a livello di riconoscimento sociale, continua a rimanere disturbata, se non addirittura ostacolata implicitamente dalla stragrande maggioranza delle forze politiche in campo: successivamente alla Seconda guerra mondiale, è stato possibile aumentare notevolmente la quantità prodotta di beni strumentali e di consumo e ridurre in modo rilevante la forza lavoro impiegata, in virtù delle innovazioni tecnologiche e di più efficienti modelli organizzativi.
In terzo luogo, vale la pena sottolineare che Mazzetti, nel procedere della sua analisi, nella prima parte del suo lavoro appena citato, riprende un concetto di Marx connesso con il fenomeno dell’espansione della grande industria e con il quale sostanzialmente afferma che «la ricchezza reale» dipende sempre meno «dal tempo e quantità di lavoro impiegato», mentre diventano rilevanti le macchine e i processi produttivi che il lavoro mette in moto.
Se nella visione prospettica di Marx, “il tempo di lavoro erogato” non può più essere la misura della ricchezza reale, a maggior ragione, ai nostri giorni, scrive Mazzetti: «Questa misura andrebbe piuttosto ricercata nel tempo che viene reso disponibile per ognuno grazie allo sviluppo della produttività; uno sviluppo che può essere ulteriormente favorito proprio dalla maggiore libertà economica acquisita.» (5)
Ma il tempo di lavoro “liberato” assume forme contraddittorie, in quanto coloro che lavorano sperimentano un peggioramento delle loro condizioni di vita: allungamento dell’orario di lavoro, crescita dei lavori sottopagati, aziende che utilizzano i tirocini per ridurre i costi del lavoro, politiche governative ultraliberiste che aumentano vertiginosamente la concorrenza tra i lavoratori, etc.
Le difficoltà a riprodurre il lavoro salariato su scala allargata o meglio di riprodurlo in misura maggiore di quello che viene distrutto, non vengono elaborate per interrogarsi sul come utilizzare il tempo reso disponibile in forme produttive che si elevino al di sopra dei rapporti di lavoro salariato o quantomeno di riduzione dell’orario individuale. Anzi, il senso comune prevalente continua a sostenere che il tempo reso disponibile, che nelle forme più drastiche si presenta come disoccupazione e in quelle mascherate come precarietà lavorativa, sia «privo di valore e necessariamente improduttivo» – scrive Mazzetti.
Rispetto alla prospettiva di valorizzare il tempo reso disponibile, condividendo il lavoro necessario tra tutti ovvero ridurre l’orario di lavoro di chi sgobba otto ore al giorno (come minimo) e dare un lavoro a chi è disoccupato oppure migliorare le condizioni lavorative di chi è sottoccupato, le persone, nella maggior parte dei casi, vedono un peggioramento delle condizioni di vita di tutta la classe lavoratrice salariata, in quanto si avrebbe come conseguenza una caduta delle retribuzioni.
3.
Anche quando la tesi viene proposta da una persona autorevole come G. Parisi, Nobel per la Fisica, è molto facile che l’interlocutore associ ad una riduzione dell’orario di lavoro una riduzione del salario. In generale, l’aumento del tempo reso disponibile, che si presenta come disoccupazione, viene percepito come un processo di immiserimento della società, pertanto se diminuisce l’orario di lavoro, in base a questa distorsione percettiva, deve corrispondere una diminuzione del salario. (6)
Ci troviamo in una situazione paradossale: ad un aumento della capacità produttiva della società nel suo complesso, in relazione all’introduzione di tecnologie più potenti e sistemi organizzativi più efficienti, che di fatto riducono il tempo socialmente necessario, per produrre l’insieme dei beni e servizi, idonei a garantire un tenore di vita decente a tutta la popolazione, ma con una percentuale più bassa di forza lavoro, segue un aumento dei lavoratori che diventano ridonanti e che dunque rappresentano una sorta di immiserimento della società.
La tendenza del capitale è quella di ridurre il lavoro socialmente necessario ai minimi termini e in questo processo è possibile evidenziare una riduzione dei costi e una conversione del tempo reso disponibile (tempo “liberato”) in plusvalore.
In una fase espansiva, generalmente, i capitalisti ritornano ad impiegare i loro profitti in investimenti, destinati a produrre nuovi prodotti e servizi o prodotti e servizi più sofisticati, quindi cercheranno di assorbire la manodopera che è stata espulsa.
I guai per il sistema capitalistico cominciano, quando questi cicli espansivi s’interrompono, ossia nel momento in cui non si riesce a creare nuovo lavoro salariato e quindi non si riesce a dare un senso al processo di valorizzazione.
In queste circostanze emerge il segnale delle crisi dei processi di accumulazione e si percepisce, uscendo dalla logica formale ed entrando in quella paradossale, che tanto più sono devastanti tanto più si recede dalla penuria. Eppure, l’effetto immediato è un pugno negli occhi e una sensazione di essere travolti dalla miseria.
Su questo versante, Luxemburg, più di un secolo fa, nel sottolineare l’errore metodologico di Bernstein, rimarca il ruolo degli investimenti produttivi nell’espansione dei rapporti capitalistici e le conseguenti crisi a cui danno luogo. (7)
Tuttavia, ancora oggi è molto diffusa l’idea che le crisi siano da aborrire e non si colgono le spinte al cambiamento che da esse promanano o meglio viene meno qualsiasi riferimento alla crisi come momento di uno sviluppo del sistema economico-sociale di cui si fa parte, come risultato di un processo storico.
Ad essere impigliati in questa rete non sono solo gli imprenditori, ma anche i lavoratori e i disoccupati, infatti sebbene le ripetute crisi comunichino il messaggio che una determinata forma produttiva si stia disgregando, ognuno cerca di ritornare alla situazione precedente, senza che emerga il bisogno di apportare cambiamenti significativi nel sistema produttivo: il disoccupato vive nell’incertezza e nella disperazione, il sottoccupato si aggrappa con tutte le sue forze a un lavoro che non gli consente di vivere, mentre l’imprenditore cerca di ripristinare l’ordine esistente, in quanto sa che il licenziamento dei propri dipendenti rappresenta il segnale che la sua attività produttiva possa cessare di esistere.
4.
Dunque, c’è un’altra faccia della disoccupazione che rimane nascosta e quindi il tempo reso disponibile, che poi è la stessa cosa, diventa un problema quasi insormontabile.
Il cambiamento assume forme contraddittorie: si produce la ricchezza reale e si deve negare che esista, poiché continuano a prevalere i vincoli dell’accumulazione, nonostante il capitale complessivo sia sovrabbondante.
In questo contesto, c’è da sottolineare un aspetto rilevante, che stenta ad affiorare in superficie, in quanto rappresenta il tessuto connettivo dei rapporti di produzione capitalistici, i quali, seppur in crisi, continuano ad esercitare un peso gravitazionale nelle società economicamente più avanzate. A tal proposito – scrive Mazzetti – vale la pena delineare che: «Il tempo disponibile non si presenta immediatamente come “tempo libero”, per i singoli, appunto perché esso è il prodotto del capitale, il quale, per sua natura, non riconosce altra forma di ricchezza che la merce e altra forma dell’attività produttrice di ricchezza che il lavoro salariato.» (8)
Il lavoro salariato, nel modo di produzione capitalistico, da una parte, ha assunto la veste sociale congeniale al capitale, per la produzione della ricchezza reale e, contemporaneamente, la “liberazione” dell’individuo dai legami feudali, mediante la vendita della forza lavoro come una merce, dall’altra, ha storicamente rappresentato e continua a rappresentare l’abnegazione, il sacrificio, una sorta di maledizione, in quanto, il salariato, cioè il soggetto a cui appartiene la forza lavoro, è obbligato ad eseguire le direttive del suo acquirente.
Nonostante il rapporto di indifferenza reciproca che si viene a costituire nella relazione tra acquirenti e venditori della forza lavoro, il salariato, in virtù del corrispettivo monetario che riceve, si obbliga a “fare” anche attività disgustose, che nella prassi limitano fortemente la sua libertà.
Quando gli individui precipitano nel “tempo libero”, involontariamente, come i disoccupati e i cassi integrati, ma anche come i pensionati, che ci arrivano dopo tanti anni di attività e dunque in vista di un meritato riposo, si vengono a trovare «in un mondo oggettivo che non è immediatamente appropriabile da parte loro, perché si è costituito nella sua generalità nella forma della proprietà privata: cioè non è più immediatamente disponibile per nessuno come propria potenziale natura.»(9)
Pertanto, nelle situazioni di crisi economica acuta, collegate ad un’eccedenza strutturale della produzione rispetto al consumo, il “tempo libero” più che il risultato di scelte consapevoli assume la forma disgregante di un “precipitare” in una condizione nuova, che non conferma la riproduzione del rapporto di lavoro salariato.
I licenziamenti individuali o collettivi alimentano la paura e il futuro si presenta minaccioso, non solo perché si perde la garanzia di un reddito, ma anche perché, nonostante esistano gli ammortizzatori sociali a cui hanno diritto i lavoratori esclusi dal processo produttivo, si passa da una situazione in cui domina l’obbligo di “fare” alla «libertà di non fare.»
Ora, se da un lato gli individui anelano a liberarsi dai rigidi vincoli del lavoro salariato, dall’altro, non appena si presentano le condizioni per praticare tale “libertà”, i lavoratori dipendenti finiscono per l’essere inibiti nelle loro azioni, in quanto, in primo luogo, emergono gli aspetti negativi, ovvero il degrado di una determinata forma di riproduzione della vita.
Per un insieme di ragioni strettamente connesse ai rapporti di proprietà – spiega Mazzetti – «il tempo di cui la società entra in possesso» non diventa automaticamente tempo disponibile per gli individui.
5.
Come in altri contesti storico-sociali, la ricerca della libertà che ancora manca, non può prescindere dal percorrere un terreno ignoto e soprattutto non è costituita dall’assenza di ostacoli, non ci troviamo di fronte al dato bello e pronto, ma c’è bisogno di «superare gli ostacoli» che si frappongono al cambiamento del paradigma.
Di fronte al fenomeno della disoccupazione che dilagava negli anni Trenta, del secolo scorso, cioè di fronte alla scarsità di lavoro salariato, Keynes si rese conto che il processo di accumulazione del capitale e quindi dell’espansione del lavoro salariato urtava fortemente contro un limite, quindi formulò la teoria, secondo la quale, l’assorbimento dei milioni di disoccupati sarebbe potuto avvenire non mediante il “lavoro capitalisticamente produttivo” ma tramite quello “improduttivo”.
L’accettazione che si potesse espandere il lavoro salariato in contrasto al modello di valorizzazione D-M D’, cioè «derivante da una spesa di reddito, invece che una spesa di capitale» implica – rileva Mazzetti – il riconoscimento che «la penuria stava recedendo e, conseguentemente, l’accumulazione non avrebbe più potuto svolgere la funzione di fulcro dell’intero sistema sociale.»(10)
Il nuovo paradigma keynesiano ha consentito un enorme aumento del lavoro salariato, in quanto le politiche espansive dello Stato hanno determinato, attraverso l’azione del moltiplicatore, un aumento del reddito complessivo e un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, in generale, di tutti i paesi capitalisticamente avanzati.
La Spesa pubblica, che sino agli anni Trenta era considerata improduttiva e dissipatrice di risorse, ha assunto il ruolo di settore trainante, in quanto permise di dare un impiego ai disoccupati e di creare nuovi posti di lavoro, per coloro che continuavano a essere espulsi dal settore privato. Le politiche economiche del pieno impiego hanno dato luogo, per circa un trentennio, a una conferma, per un numero crescente di lavoratori, nella «proprietà statale.»
Rispetto ai cambiamenti che sono intervenuti con l’affermarsi dello Stato sociale, Mazzetti mette a fuoco la sintesi della nitida posizione di Keynes:
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Per allargare l’attività produttiva è necessario riorganizzare i rapporti di proprietà sui quali l’attività poggia;
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Lo stato deve anticipare tutte le risorse necessarie a mettere in moto il lavoro disponibile, senza subordinare questa anticipazione, come fanno i capitalisti, alla realizzazione di un profitto (plusvalore).
Su questa strada, è stata superata, in qualche modo, l’indifferenza nei confronti di coloro che rimanevano esclusi dal processo produttivo, per sottostare al movente del profitto, pertanto – scrive Mazzetti – si è potuta affermare «una proprietà privata generale, in grado di affrontare i limiti della proprietà di tipo capitalistico.»(11)
6.
A partire dalla prima metà degli anni Settanta, del secolo scorso, com’è stato ribadito in altri articoli, connessi a questa breve ricerca, il paradigma keynesiano dello Stato sociale è andato in crisi, in primo luogo, per le difficoltà legate all’espansione della base del lavoro salariato e il conseguente riesplodere del fenomeno della disoccupazione.
A questo punto, le forze neoliberiste hanno creduto di poter restaurare l’ordine preesistente alla rivoluzione keynesiana, ma il tentativo di ristabilire, nei paesi OCSE, quelle politiche economiche che hanno portato alla catastrofe degli anni Trenta, hanno creato una situazione inedita, con un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori dipendenti, di quelli con partita IVA, di tutti coloro che rientrano nelle forme di lavoro parasubordinato, senza dimenticare coloro che gravitano nel Terzo settore.
Tanto per rendere l’idea: se agli inizi degli anni Settanta, una famiglia monoreddito, appartenente alla classe lavoratrice, che vive in una grande città, può permettersi di acquistare una casa o pagare un affitto, senza indebitarsi per il resto della vita e senza aver paura di cadere in povertà, nella malaugurata ipotesi di perdere il lavoro, in quanto c’è un altro posto di lavoro che aspetta nei paraggi; oggi, possiamo assistere a un contesto là dove, per sbarcare il lunario, in una città di medie dimensioni, è necessario che entrambi i conviventi lavorino e se poi ci sono due figli, non solo si fatica a pagare la rata del mutuo o il canone dell’affitto, ma la percezione di cadere in povertà è dietro l’angolo, soprattutto se si tiene conto della crescente incidenza che assumono le spese sanitarie sul reddito complessivo della famiglia.
Per certi versi, ci troviamo in una situazione più complicata degli anni Trenta, poiché non è facile leggere la crisi del capitalismo neoliberista, se si perdono di vista gli intrecci con la crisi dello Stato sociale.
Il pensiero neoliberista, che ormai è diventato un punto di riferimento anche delle cosiddette forze politiche del centro-sinistra o progressiste, è riuscito a convincere la maggioranza della popolazione che il processo di privatizzazione del settore pubblico porti ad un innalzamento del tenore di vita di tutte le componenti della società. A ben guardare, invece, si assiste a una diffusione del degrado, a un aumento della forbice delle disuguaglianze sociali e a un aumento dell’indice della povertà assoluta, che si attesta intorno al 10% della popolazione totale.(12)
Il punto dolente è che tali fenomeni finiscono per essere relegati alla Divina Provvidenza oppure evidenziati come “dati morti”, cioè che non attivano un nucleo di pensiero critico, che abbia un terreno comune, e quindi si continua a procedere per inerzia, sulla base dei vecchi assiomi liberisti.
Tuttavia, a produrre la ricchezza reale non contribuiscono solamente i nostalgici del «Laissez faire», anzi la Spesa pubblica, in Italia nel 2025, è intorno al 51% del PIL, il che significa che più della metà del Reddito complessivo è generato dal Bilancio Dello Stato. Il danno, oltre la beffa, consiste nel fatto che stiamo assistendo da più di un trentennio allo smantellamento dello Stato sociale, in seguito al fenomeno della privatizzazione degli enti pubblici e alla svendita del patrimonio pubblico.
La proprietà privata di tipo capitalistico ha ri-preso il sopravvento sulla proprietà statale, appropriandosi delle risorse e concentrandole nelle mani dei parassiti della finanza e di quelle imprese private che sbavano per acquisire il controllo di gestione di quei servizi collettivi come la sanità, i trasporti, la previdenza e di recente anche l’istruzione, reimponendo la legge del profitto.
Un secolo fa, l’incapacità di riconoscere che non era più possibile espandere i rapporti di lavoro salariato, all’interno dello schema della valorizzazione, spinse le società capitalisticamente avanzate a catapultarsi nel conflitto della Seconda guerra mondiale.
Ai giorni nostri, la capacità produttiva, quasi in tutti i settori, è 10 volte superiore a quella dei primi anni Settanta del secolo scorso, eppure siamo circondati dai conflitti armati, mentre le spese per il riarmo crescono in tutto il mondo.
Siamo di fronte alla «coazione a ripetere» di freudiana memoria?
Forse, si! Anche se ci troviamo in un contesto inedito.
Era il 1992, quando Mazzetti, nel prendere atto della crisi dell’approccio ideologico del Comunismo e dell’implosione del Socialismo reale nei paesi dell’Europa dell’Est, rielabora in modo analitico quegli avvenimenti e nel contempo rilancia la prospettiva per affrontare la doppia crisi a cui ho accennato qui sopra.
La sua tesi, come ho cercato di rilevare, mira ad approcciare, nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici, una condizione paradossale dirimente: dato che il lavoro salariato è difficile da espandere, anzi regredisce sempre di più e quindi è divenuto scarso, nello stesso tempo, esso è divenuto molto prezioso.
Siccome si produce molto di più rispetto a prima e il lavoro socialmente necessario, a produrre quantità di beni e servizi superiori rispetto a prima, si contrae sempre di più, allora è necessario ridurre, proporzionalmente, il tempo e la quantità di lavoro di ogni singolo individuo, in modo da ripartire il lavoro sociale complessivo tra coloro che continuano a lavorare e coloro che rimangono disoccupati.
Questo passaggio non può avvenire spontaneamente, esso richiede la messa in discussione dei rapporti di proprietà privata, che caratterizzano il modo di produzione capitalistico, ma anche della «proprietà statale», su cui poggia ciò che rimane dello Stato sociale.
Il discorso di Mazzetti va oltre gli angusti limiti di queste forme di proprietà, tant’è che in quel periodo chiede: «È praticabile una libera attività senza una libera proprietà?»
Nel lasciar spazio al pensiero di quei lettori coraggiosi, che arriveranno alla fine di questo breve testo, su questa domanda di lungo respiro, che richiede ulteriori approfondimenti, concluderei con il dire che, nella fase attuale, la strada della riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, necessiti una trasformazione dei rapporti di proprietà, oltre che una trasformazione di se stessi.
NOTE
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G. Mazzetti, E se il lavoro fosse senza futuro? Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato, p. 6, https://www.redistribuireillavoro.it/quaderno-3.html;
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Ibidem, p. 7;
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A remare contro la tesi della riduzione dell’orario di lavoro ci sono anche tanti giornalisti che gravitano nella galassia della sinistra. D. Bianchi, nella puntata di Propaganda live, del 17 ottobre del 2025, ha intervistato G. Parisi ed a un certo punto, di questi tempi, non poteva mancare la domanda sull’IA. Il Nobel per la Fisica, nel sottolineare le implicazioni dell’IA, afferma, tra le altre cose, che essa distruggerà tanti posti di lavoro, pertanto è necessario ridurre l’orario di lavoro almeno a 32 ore settimanali. Parisi, in poche battute argomenta il suo pensiero e asserisce: «Un secolo e mezzo fa si lavorava 72 ore a settimana, poi si è passati a 60, in seguito a 48 e ci siamo fermati a 40 ore, da più di 50 anni.» Qui emerge l’aspetto più interessante dell’intervista, poiché il suo interlocutore casca nella trappola dei luoghi comuni ed afferma: «Non si può fare, altrimenti bisogna ridurre i salari!» Parisi segue il suo ragionamento e con il sorriso gli dice: «Non è proprio così! Dovremmo cambiare!» ;
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R. Luxemburg, Riforma sociale o Rivoluzione?, https://www.marxists.org/italiano/luxembur/1899/rif-riv/index.htm;
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G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Ivi, p- 199;
-
Ivi, p. 203;
-
Ivi, p. 199;
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Ivi, p- 200;
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Oltre 5,7 milioni di persone (circa il 9,8% della popolazione) vivono al di sotto della soglia della povertà, secondo i dati Istat del 2024 (pubblicati nel 2025); il tasso era del 4,3 % nel 2000, cioè di 2,7 milioni di persone.








































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