Il cybercapitalismo e le tre varianti di tecnocrazia
di Moreno Pasquinelli
Ciò che ci distingue, ciò da cui non si può prescindere
Il FRONTE del DISSENSO — vedi Il Manifesto — pare essere l’unico movimento politico che abbia segnalato come ineludibile comprendere l’enorme portata sociale della “rivoluzione tecnologica” in atto, e che abbia posto come politicamente essenziale la lotta contro l’ideologia che indossa: il Transumanesimo.
Il CyberCapitalismo è il sistema sociale che sta prendendo forma grazie al combinato disposto della Quarta Rivoluzione Industriale (caratterizzata dalla correlazione strettissima tra sfera fisica, digitale e biologica) e della visione del mondo macchinica e postumana. Il suo avvento non implica solo la nascita di un nuovo sistema sociale — al quale corrisponderanno nuove sovrastrutture politiche e istituzionali; esso comporta profondi mutamenti e ribaltamenti sul piano antropologico. Se il capitalismo ha trasformato l’essere umano in una merce, in una cosa tra le cose, genuflesso (auri sacra fames) ai piedi del più maledetto dei feticci, il denaro — il denaro non solo mezzo ma simbolo di una ricchezza materialistica che si accumula a spese dell’umana sfera spirituale, culturale e intellettuale —; il CyberCapitalismo spingerà i fenomeni della reificazione e dell’alienazione ai loro più estremi e autodistruttivi limiti, di qui l’inevitabile inasprimento, in forme certamente inedite, dei contrasti sociali.
Ad apertura della nostra inchiesta sul Transumanesimo abbiamo lasciato parlare i demiurghi del balzo di tigre cybercapitalistico in atto per ben capire il mondo dove vorrebbero portarci:
«E’ ora di domandarsi se un corpo da bipedi respiranti con una visione binoculare e un cervello da 1400cc sia una forma biologica adeguata”. (Manfred E. Clynes, Nathan S.Kline). “Il salto tecnologico basato sull’interazione tra genetica, nanotecnologie e robotica, consentirà già dal 2030 individui ibridi che trascenderanno le nostre radici biologiche”. (Ray Kurzweil). “Tutto questo richiede che la vita subisca un ultimo aggiornamento a Vita 3.0, che può progettare non solo il proprio software ma anche il proprio hardware.
In altre parole, Vita 3.0 è padrona del proprio destino, finalmente del tutto libera dai vincoli dell’evoluzione”. (Max Tegmark). “I postumani saranno liberi da malattie, dall’invecchiamento, dall’ineluttabilità della morte”. (Max More). “Certo che le macchine possono pensare; noi possiamo pensare e siamo macchine di carne”. (Marvin Minsky). “Il futuro è così luminoso che devo indossare occhiali da sole … Gli umani devono diventare cyborg se vogliono rimanere rilevanti in un futuro dominato dall’intelligenza artificiale”. (Elon Musk). “Se vogliamo vivere in paradiso, dovremo progettarlo da soli. Se vogliamo la vita eterna, allora dovremo riscrivere il nostro codice genetico pieno di bug e diventare come un Dio”. (David Pearce)»
Il FRONTE del DISSENSO ha avanzato e descritto la sola possibile visione del mondo per tenere testa al mostro del Transumanesimo: un Nuovo e Rivoluzionario Umanesimo che rinviene proprio nella natura dell’essere umano l’arma essenziale per fondare un ordine sociale liberato dalle catene dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’alienazione.
Saremo più chiari: se le idee di bene, giustizia, fraternità, pietas e amore non fossero connaturati all’essere umano; se quindi fosse vera la sua antitesi secondo cui l’uomo è lupo per l’altro uomo; allora ogni progetto che come fine si pone un giusto ordine sociale e politico, sarebbe una chimera, un’idea campata per aria priva di verace fondamento.
Ci viene chiesto di essere più espliciti, di dare una forma ed un nome al sistema sociale che finalmente rimuova le cause delle ingiustizie e degli antagonismi sociali. Non daremo, perché non c’è, una risposta univoca, monosemica. Nel secolo che ci lasciamo alle spalle era sembrato che non si potesse sfuggire al bipolarismo capitalismo versus socialismo. Il socialismo, ovvero la sua versione staliniana a economia verticale di comando, né usci sconfitto, e una delle cause di quella irrevocabile batosta fu che, diversamente dal capitalismo, quel modello si dimostrò incapace di riformarsi, di autocorreggersi, di adeguarsi alle nuove condizioni storiche, di recepire e soddisfare i nuovi e multiformi bisogni sociali prodotti dalla modernità. In poche parole i socialismi reali non ebbero capacità autopoietiche. Il termine capitalismo si diffuse solo nella metà dell’800 quando il modo capitalistico di produzione era sorto, tra dolorosissime doglie, dal seno della società feudale. Dobbiamo chiederci: ove popoli e civiltà dovessero vincere la lotta contro il CyberCapitalismo che forma sociale e politica essi si daranno? E quale popolo aprirà per primo la strada della liberazione? Non lo sappiamo, sappiamo tuttavia che immaginare il cosa precede l’attribuirgli un nome; sappiamo, quale che sarà il nome, che esso emergerà nel fuoco della battaglia; sappiamo infine che la cosa non potrà che essere erede della gigantesca tradizione del socialismo il quale, a sua volta, raccolse trasformandolo l’anelito antico degli oppressi verso un mondo più giusto.
Rivoluzione digitale, sovversiva ma reazionaria
Ci si deve porre una domanda: quali potrebbero essere le forme, i tipi ideali o i modelli di dominio politico che corrisponderanno all’incombente sistema cybercapitalistico? Quali ipotesi stanno maturando nei circoli dell’élite trasumanistica occidentale?
Una premessa epistemologica è necessaria. Sappiamo che non c’è mai stato alcun automatico rispecchiamento tra la struttura economica capitalistica e la sua sovrastruttura istituzionale e statuale. La medesima sostanza può rivestirsi di diverse forme, che vengono a dipendere da molteplici fattori. E vale il principio di codeterminazione, ovvero l’esistenza di una correlazione biunivoca tra determinante e determinato. La forma politico-statuale che una data struttura economica tende a darsi e che è necessariamente costretta ad assumere pena soccombere, risulta dall’incontro di cause oggettive che maturano spontaneamente (che quindi rispondono a cause necessarie), e dall’azione politica di agenti teleologici, da forze intellettuali e sociali che si pongono dei fini. Per quanto l’attuato possa discostarsi dall’immaginato, un ordine politico diventa atto perché sussiste prima in potenza, allo stato latente, nella sfera del pensiero.
Tornando alle domande di cui sopra, tre paiono essere i principali modelli politico-sistemici emergenti. Essi partono da un comune fondamentale presupposto: l’ultima ondata della rivoluzione tecnologica, tanto più a causa dell’impatto micidiale dell’ultima generazione di intelligenza artificiale, pone una pietra tombale sull’ordine politico democratico, sia nella sua variante liberale che socialista. Tutti e tre i modelli offrono soluzioni diverse ma rispondono quindi alla medesima domanda: quale potrà e dovrà essere un sistema politico post-democratico?
Perché secondo questi teorici (non solo secondo noi) la rivoluzione tecnodigitale suonerebbe le campane a morto della democrazia? Essi si basano sugli studi empirici riguardanti l’impatto e i risultati che essa sta producendo, ed i quali smentiscono l’ingenuità (interessata) di coloro che potremmo definire tecno-illusionisti. Per giustificare la tesi che le folgoranti trasformazioni tecnoscientifiche in atto proseguono nel solco del progresso, i tecno-illusionisti stabiliscono un’analogia tra la diffusione della cultura della stampa e quella dei media digitali, sostenendo che le nuove tecnologie, lungi dal costituire una minaccia per la democrazia e la partecipazione dei cittadini alla vita politica, preludono anzi all’auspicato avvento della democrazia diretta. Questa analogia non regge alla prova dei fatti.
È assodato che la stampa tipografica a caratteri mobili è stata decisiva nell’avvento della modernità. Si è trattato di un’acceleratore della rivoluzione culturale innescata dall’Umanesimo. Se la scrittura è stata determinante nell’accrescere le umane capacità cognitive e nel modificare la stessa coscienza che l’essere umano ha di sé, la diffusione della tecnologia della stampa non permise soltanto l’alfabetizzazione di massa, la circolazione e l’assimilazione di contenuti complessi; indusse trasformazioni sociali, culturali, scientifiche e psicologiche che ebbero effetti politici di ampia portata che si rivelarono essenziali alla traiettoria egemonica del capitalismo borghese.
Tutte le indagini mostrano che le nuove tecnologie digitali hanno una capacità di condizionare e plasmare le coscienze collettive e individuali ben più profonda di quella che ebbe la stampa; tuttavia la sua efficacia produce risultati di segno opposto, una paideia avversa: esse mettono a repentaglio l’educazione di cittadini dotati di spirito critico, di capacità analitiche e razionali di discernimento, compromettendo così quelle qualità umane che hanno rappresentato, nonostante i limiti, la cifra dell’uomo moderno. Le inchieste sull’impatto delle tecnologie digitali integrate nei dispositivi smart, mostrano infatti un generale declino cognitivo, il crollo della soglia di attenzione e concentrazione, la diminuzione delle capacità di ragionamento e di assimilazione di contenuti complessi. Siamo davanti al fenomeno dell’atrofizzazione della capacità di pensare, che si va velocemente accentuando con la dipendenza dall’intelligenza artificiale — entità per sua natura predatoria, che si nutre saccheggiando le risorse dell’essere umano, il quale subisce quindi un processo di progressivo deperimento intellettuale e spirituale.
Se quindi sono infondate le illusioni dei tecno-illusionisti, ovvero i cosiddetti “cyber-umanisti” per i quali le tecnologie digitali non possono che migliorare sia l’essere umano che la qualità della vita e della democrazia; è vero il contrario, che siamo in presenza di una vera e propria controrivoluzione culturale, di un fenomeno reazionario e antropologicamente sovversivo.
Torniamo quindi alla domanda iniziale: «quali potrebbero essere le forme, i tipi ideali o i modelli di dominio politico che corrisponderanno all’incombente sistema cybercapitalistico? Quali ipotesi stanno maturando nei circoli dell’élite transumanistica occidentale»? Tre sono le ipotesi, ovvero tre differenti versioni di sistema politico tecnocratico.
L’anarcocapitalismo
È sotto gli occhi di tutti il fenomeno della potenza incontenibile assunta dalle multinazionali negli ultimi decenni di globalismo e libero mercatismo. Tra queste multinazionali le Big Tech, ovvero quelle che hanno fomentato e pilotato la rivoluzione digitale e cibernetica sono in cima alla piramide. Parliamo anzitutto di quelle nordamericane, ma ce ne sono anche cinesi. Indicate anni addietro come GAFAM oggi le “magnifiche sette”, ovvero Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet-Google, Amazon, Meta, più Tesla, hanno un valore di mercato che nel 2025 ha superato il PIL dell’intera Unione Europea. Già nel 2022 Aziende come Apple e Microsoft avevano una capitalizzazione quasi doppia del PIL italiano. La sola Nvidia, con i suoi 4 trilioni di dollari di capitalizzazione di borsa, ha un valore che supera il PIL di intere nazioni.
Facile immaginare quale straordinaria forza di determinazione e condizionamento queste multinazionali hanno sui governi ed i decisori politici. Esse operano anzi come vere e proprie superpotenze apolidi, piegando gli stati, U.S.A. compresi, ai loro interessi. Non è secondario, anzi, che ai vertici di quasi tutte queste multinazionali, per antonomasia la Silicon Valley, vi siano dei convinti transumanisti, di cui alcuni di loro (vedi Peter Thiel di Palantir) si considerano addirittura dei filosofi. Proprio di recente abbiamo scritto su questo libertario reazionario e i suoi vaticini sull’avvento dell’Anticristo.
Alla visione transumanistica dell’uomo e del mondo — quindi l’appello a spingere oltre ogni limite il progresso tecnologico e scientifico —, Thiel aggiunge un’escatologia messianica di chiara impronta cristiano-sionista. A questa miscela teorica tecno-messianica Thiel appoggio il suo fervente anarcocapitalismo sul piano politico, l’idea che lo Stato debba essere eliminato per lasciare posto ad una integrale privatizzazione di ogni funzione pubblica (sicurezza, giustizia, sanità, istruzione, ricerca scientifica, trasporti, ecc.). In altre parole è la tesi che le grandi aziende multinazionali, assistite dalle capacità di calcolo e predittive dell’intelligenza artificiale, debbano prendere direttamente in mano le leve del potere politico e sociale, bypassando ogni intermediazione e risolvendo una volta per tutte il conflitto tra democrazia e mercato, abolendo la prima e lasciando solo il secondo.
Democrazia a sciame
C’è una versione che si spaccia come “progressista” di un ordine politico cybercapitalistico. I suoi sostenitori, posto che non si può e né tantomeno si dovrebbe, recedere dalla società meccatronica pienamente informatizzata, presentano il loro modello come radicalmente democratico, addirittura rispettosa del principio della sovranità popolare. Il fondamento teorico è che il demos così come lo abbiamo concepito, collegato ad una comunità e a un territorio fisici è oramai passato a miglior vita, sostituito da un globale (universale) demos virtuale e cybernetico. Siccome è in questa sfera virtuale che gli individui (inclusi i loro avatar nel metaverso), attraverso i dispositivi digitali si manifestano, esprimono idee, opinioni e bisogni, è proprio in questa sfera che verranno alla luce corrispondenti configurazioni istituzionali, adeguate modalità di esercizio del potere politico rispettose della “volontà popolare”. I teorici di questa concezione, in gran parte eredi della sinistra liberale, sostengono che grazie a Internet e al digitale ci sarebbero più coinvolgimento diretto dei cittadini, maggiore capacità rappresentativa e legittimità popolare, meno atomizzazione individualistica — tesi del coinvolgimento di organismi sociali tipo Ong, stakeholders ecc. notoriamente abbracciata dal World Economic Forum). Non è un caso che questi teorici prendano ad esempio l’Operazione Covid-19 come esempio virtuoso, come procedura che ha inverato un sistema automatizzato globale “per il bene comune” in cui la distribuzione delle risorse (il “vaccino”) sarebbero state socialmente ed equamente distribuite. Tutti sappiamo invece che proprio nel periodo pandemico abbiamo avuto, via colpo di stato sanitario, la sperimentazione di un regime tecnocratico totale e totalitario.
Sta di fatto che questi cascami della sinistra liberale non esitano a chiamare il loro modello, democrazia a sciame, immaginando che la società pienamente tecnicizzata debba funzionare simulando il comportamento collettivi di organismi naturale come api, formiche o stormi di uccelli. Per la precisione il modello di democrazia a sciame è letteralmente pensato come analogia col paradigma tecnologico del sistema a sciame digitale (Swarm Intelligence Digitale), per cui un gran numero di entità semplici, digitali o fisiche (come robot o algoritmi), collabora in modo decentralizzato per risolvere problemi complessi. Questa concezione si spaccia come democratica, fautrice di democrazia spontanea proveniente dal basso; in verità è una versione verticale di tecnocrazia, poiché saranno i tecnocrati, grazie ai big data e al pilotaggio automatico dell’intelligenza artificiale, a dare uno scopo e una forma ordinatrice alla massa-sciame.
Monarchia o il Re populista come decisore di ultima istanza
Di contro alle due versioni di regime tecnocratico si erge l’alternativa dei cosiddetti “progressisti di destra”. Essi non solo accettano come inesorabile una società dominata dalla tecnica, incrociano la versione anarcocapitalista che quella a sciame, sostenendo che la funzione di decisore di ultima istanza deve spettare all’essere umano. Ma se in un regime algoritmico (CyberCapitalismo), saranno scomparsi i cittadini politicamente consapevoli e capaci di pensiero critico, se non avremo né demos né democrazia, a chi spetterà la decisione di ultima istanza rispetto alle predizioni e alle direttive fornite dall’intelligenza artificiale? Ammesso che sarà evitato il paventato avvento del dominio della singolarità tecnologica, chi stabilirà allora gli scopi politici? In altre parole a chi spetterà il potere? Risposta: a un essere umano capace di giudizio, a un Re saggio, forte di un legame carismatico con i sudditi, ovvero al monarca illuminato ma assoluto, e ovviamente legibus solutus.
Conclusioni
Come sostenuto nelle Tesi sull’Umanesimo Rivoluzionario, il CyberCapitalismo consiste
«nella totale de-politicizzazione della società. In questo senso esso opera un campo già arato da mezzo secolo di globalizzazione neoliberista e di Pensiero Postmoderno che hanno fatto diventare senso comune la fine di visioni sistematiche, la fine della verità, la fine della storia, la fine della rivoluzione. Il risultato velenoso è la credenza che tutto sia deciso ex ante dalle forze economiche e che la Politica, se non è addirittura inutile, sarebbe condannata a intervenire solo ex post, a protezione della autonomia e della supremazia della sfera economica e del mercato. La meticolosa e ostinata opera di spoliticizzazione dei cittadini li ha da tempo trasformati in sudditi, e se hai sudditi non hai vita democratica ma solo la sua parvenza. Il processo di spoliticizzazione ha già superato la soglia oltre la quale la stessa Polis ha cessato di esistere lasciando il posto a una smisurata e insensata atomizzazione».
Proprio in questa Tesi, posto che non c’è speranza senza una generale ri-politicizzazione della vita, abbiamo provato ad abbozzare un modello sociale possibile opposto alle diverse varianti di CyberCapitalismo. C’è chi ritiene che la “democrazia sociale” che peroriamo non rappresenti una risposta adeguata ed esaustiva. Lo sappiamo, sappiamo che alta e scoscesa è la montagna che dobbiamo scalare. Altri ci hanno subito opposto l’anatema dell’utopismo. A essi rispondiamo che
«Per giustificare il loro sistema di oppressione sociale e spacciarlo come perenne, i dominanti di ogni tempo e di ogni latitudine, in nome di un volgare realismo, deprecano come “utopia” ogni idea di rivoluzione sociale e politica. In verità non ci sarebbe stato alcun progresso se chi ci ha preceduto non avesse previsto di oltrepassare la situazione esistente. Molte sono le “utopie” che alla fine si sono inverate a conferma che “bisogna volere l’impossibile, affinché l’impossibile accada”. Non condanniamo l’utopia bensì l’utopismo politico».










































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