La marcia inarrestabile del neoliberismo
di Mario Sommella
Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea
Una rottura epistemologica che dura ancora
Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.
Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.
Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo
Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo.
La conferenza fu finanziata dalla banca svizzera che oggi conosciamo come Credit Suisse. Lo scopo dichiarato era contrastare quella che i partecipanti chiamavano la «marea collettivista» — un’espressione che metteva sullo stesso piano il socialismo, la socialdemocrazia keynesiana, il pianificatore-tipo dello Stato sociale e, retoricamente, perfino il «nazi-socialismo». L’operazione concettuale è già tutta lì: trasformare il welfare europeo in una variante del totalitarismo, in modo da bruciarlo con la stessa fiamma.
Da quella riunione sono partite due correnti che hanno colonizzato il pensiero economico mondiale: la Scuola austriaca di Mises e Hayek, e la Scuola di Chicago di Friedman. Negli anni Sessanta i celebri Chicago Boys — economisti cileni formati alla Università di Chicago grazie a borse del Dipartimento di Stato americano — diventeranno il laboratorio applicato del progetto. La prima sperimentazione avverrà nel Cile di Pinochet dopo il golpe dell’11 settembre 1973, in cui la «terapia d’urto» friedmaniana — privatizzazioni di massa, smantellamento del welfare, repressione sindacale — fu imposta a un popolo intero sulla canna di un fucile. Naomi Klein lo ha documentato con precisione nella Shock Doctrine: il neoliberismo non è la spontanea evoluzione del libero mercato, è un atto politico violento che ha bisogno di crisi, paura e svuotamento democratico per insediarsi.
La controrivoluzione del 1971-1975: Powell, la Trilaterale, l’«eccesso di democrazia»
Mentre gli intellettuali liberali costruivano la cornice teorica, la classe dirigente americana metteva a punto la macchina politica e mediatica per applicarla. Due documenti, oggi noti agli storici come matrici della controrivoluzione neoliberista, segnano il passaggio.
Il primo è il Powell Memorandum, scritto il 23 agosto 1971 dall’avvocato Lewis F. Powell Jr. — che Nixon nominerà giudice della Corte Suprema poche settimane dopo — e indirizzato alla Camera di Commercio degli Stati Uniti. Il titolo era esplicito: Attack on American Free Enterprise System. Powell denunciava un’aggressione al sistema della libera impresa proveniente da università, media liberal e ambienti intellettuali, e proponeva un piano sistematico di lungo periodo: finanziare think tank conservatori, comprare cattedre universitarie, addestrare quadri legali, conquistare i tribunali, occupare i media. Il risultato è documentabile: nel 1971 a Washington c’erano poco più di 170 imprese con uffici di rappresentanza; dieci anni dopo erano oltre 2.400, con circa 9.000 lobbisti registrati. Da quel memorandum nascono o si rilanciano la Heritage Foundation (1973), il Cato Institute, l’American Enterprise Institute (con bilancio decuplicato), la Federalist Society. È la nascita dell’industria americana della «produzione del consenso», per usare l’espressione di Chomsky.
Il secondo documento è ancora più rivelatore. Nel 1975 la Commissione Trilaterale — nata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller e di Zbigniew Brzeziński per coordinare le élite di Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone — pubblica un rapporto intitolato The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies. Lo firmano tre nomi pesanti: il sociologo francese Michel Crozier, il politologo statunitense Samuel P. Huntington (lo stesso del successivo Scontro di civiltà), il giapponese Joji Watanuki. Il succo della tesi è che le democrazie sviluppate sono «ingovernabili» perché soffrono di un eccesso di democrazia. Troppi soggetti — sindacati, movimenti studenteschi, associazioni di base, comunità ecologiste — pretendono di partecipare alle decisioni; le richieste superano la capacità di assorbimento del sistema; di conseguenza, sostengono gli autori, occorre ripristinare il prestigio e l’autorità delle istituzioni di governo centrale e ridurre la partecipazione politica delle masse. L’edizione italiana del 1977, pubblicata da Franco Angeli, recava una prefazione di Giovanni Agnelli: il padronato confindustriale italiano sottoscriveva apertamente la diagnosi.
Quel rapporto è il certificato di nascita ideologico delle democrazie a bassa intensità in cui viviamo. Non è un caso che, quasi mezzo secolo dopo, Mario Monti — sabato 27 novembre 2021, ospite di In Onda su La7 — abbia dichiarato che in tempi di crisi bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione. Monti non ha improvvisato un’eresia: ha ripetuto, con la disinvoltura di chi si sente al sicuro, la dottrina trilateralista. Le greggi non possono guidare il pastore. Lo aveva scritto Walter Lippmann, in piena confidenza, già un secolo prima.
Il colpo di Stato culturale: Thatcher, Reagan, Berlusconi
Tra il 1979 e il 1981, il piano lungo del Mont Pèlerin diventa potere di Stato in tre tappe ravvicinate. Margaret Thatcher vince le elezioni britanniche nel maggio 1979 con un programma esplicitamente friedmaniano e conierà lo slogan che sintetizza l’intero impianto ideologico: There Is No Alternative. Ronald Reagan entra alla Casa Bianca nel gennaio 1981 con un programma di tagli fiscali per i ricchi, deregolamentazione finanziaria e smantellamento dei sindacati (lo sciopero dei controllori di volo del 1981 sarà il momento spartiacque, con il licenziamento di oltre undicimila dipendenti federali). In Italia, il Berlusconi televisivo anticipa il Berlusconi politico di un buon decennio, costruendo l’infrastruttura mediatica su cui si reggerà tutto il ciclo lungo successivo.
È bene fissare le date, perché la storia italiana di quel passaggio viene spesso rimossa. Il monopolio Rai cade con la sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che apre alle emittenti private locali. Nel 1974 Silvio Berlusconi acquisisce Telemilano, una piccola tv via cavo nata per il quartiere Milano 2 di Segrate. Nel 1980 nasce Canale 5: per aggirare il divieto di trasmettere a livello nazionale, Berlusconi inventa il sistema delle videocassette spedite agli affiliati locali che le mandano in onda contemporaneamente in tutta Italia, simulando una rete unica. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi, nel 1984 Rete 4 da Mondadori. Quando i pretori di Torino, Roma e Pescara, fra il 13 e il 16 ottobre 1984, oscurano le tre reti per violazione di legge, è il governo Craxi a salvarlo con un decreto d’emergenza convertito poi in legge. Sei anni dopo, nel 1990, la Legge Mammì legalizza retroattivamente l’intero impero. Nel 1995 un referendum promosso da una parte della società civile tenta di sciogliere il duopolio Rai-Fininvest, ma viene respinto dal 56,9% dei votanti, anche grazie a una campagna massiccia delle stesse reti del Cavaliere.
In dieci anni, la televisione italiana smette di essere un servizio pubblico pedagogico — la Rai democristiana, con tutti i suoi limiti, era una macchina di formazione del cittadino: dalle inchieste di Sergio Zavoli al teatro di Eduardo, dalla scuola di Manzi alla saggistica di Bernabei — e diventa un congegno di marketing. Cambia il linguaggio, cambia il ritmo. Lo storico della televisione Aldo Grasso lo sintetizza in modo memorabile: la Rai aveva tempi lunghi, sospesi, perfino noiosi; la tv commerciale impone un andamento ischemico, strillante, incurante dei nessi. L’interruzione pubblicitaria diventa la nuova grammatica della percezione: tutto si frantuma, tutto si dimentica. Lo spettatore impara a guardare il mondo come una somma di spot.
In quel decennio, Italia ed Europa si aggiornano al fuso orario americano. L’espressione coglie esattamente cosa è successo: una colonizzazione cognitiva, prima ancora che economica. E quella colonizzazione, una volta installata, non l’abbiamo più rimossa.
McLuhan ripreso seriamente: il medium è il messaggio
A questo punto il dibattito politico inciampa in un equivoco ricorrente, ed è qui che il pensiero di Marshall McLuhan torna decisivo. La sua tesi, formulata nel 1964 in Understanding Media, è notoria ma quasi sempre trivializzata: the medium is the message. Non significa, come vorrebbe la lettura giornalistica corrente, che «anche la forma conta». Significa qualcosa di molto più radicale: il medium è il contenuto, perché i suoi vincoli tecnici e sensoriali determinano in anticipo che tipo di messaggi possono passare e quali no. Non è possibile inserire un messaggio incompatibile in un medium che non è predisposto a riceverlo. Una caffettiera fa il caffè in mano alla casalinga e in mano al dittatore: il massimo che può fare è sempre il caffè.
Da qui una conseguenza politica importante. Quando Ugo Mattei, in una sua intervista su Bioblu che ho ascoltato con attenzione, propone di «fondare un nuovo social» come «rete ecologista» alternativa, sbaglia bersaglio. Condivido molte delle sue analisi sul disastro neoliberista e sul controllo sociale, ma su questo punto specifico non posso seguirlo: se il medium è il messaggio, un social — qualunque social — non comincia a funzionare diversamente solo perché lo gestisce un comitato etico anziché Mark Zuckerberg. La logica algoritmica del feed, il dispositivo del like, la metrica della viralità, la pubblicità predittiva, l’economia dell’attenzione: questi sono il social, indipendentemente da chi lo possiede. Per pensare un’alternativa reale bisogna pensare un altro medium, non un altro padrone dello stesso medium.
C’è poi un secondo punto del ragionamento di Mattei che non condivido. Egli parla di democrazia, di liberalismo e di individuo come fossero categorie eterne e immutabili. Non lo sono. La democrazia greca non è la democrazia americana, l’individuo cartesiano non è l’utente di TikTok, il liberalismo settecentesco non è il neoliberismo hayekiano. Confondere questi piani — come spesso fa una certa destra «libertaria» e una certa sinistra «diritti-umanitarista» — è il modo migliore per non capire che cosa sta succedendo.
Dall’audience ai big data: la verità sostituita dal marketing
La rivoluzione cognitiva degli anni Ottanta si gioca su un punto filosofico decisivo: la sostituzione del concetto di verità con il concetto di audience. La televisione commerciale, lo si è detto a lungo nei seminari di analisi mediatica fin dagli anni Novanta, non vende prodotti agli spettatori: vende spettatori agli inserzionisti. È il modello noto come audience commodity, teorizzato da Dallas Smythe già nel 1977 sulla scia di una rilettura marxiana dei rapporti di produzione mediatici. La logica è quella del valore di scambio: lo spettatore diventa merce. Per consumarlo, però, bisogna prima costruirlo come consumatore: ed è ciò che fa il marketing televisivo trasformando ogni desiderio in uno spot e ogni spot in un desiderio. Verità e falsità diventano categorie residuali. Quello che conta è ciò in cui crede la maggioranza, perché la maggioranza è il bacino misurabile da rivendere agli inserzionisti. La ripetizione delle scelte vincenti diventa il nuovo principio di realtà.
Internet eredita questo schema e lo radicalizza. La promessa originaria era opposta: la rete come spazio di intelligenza collettiva, come agorà orizzontale, come democratizzazione dell’informazione. Per circa quindici anni — dalla nascita del web nei primi anni Novanta fino allo scoppio della bolla dot.com nel 2000 — quella promessa ha avuto qualche residuo di realtà. Poi è arrivata la mutazione. Shoshana Zuboff, nel suo libro fondamentale The Age of Surveillance Capitalism (2019), ricostruisce il momento esatto: 2001-2003, dentro Google. Il motore di ricerca aveva un problema enorme di ricavi e si trovò davanti a una scoperta tecnica fortuita — la possibilità di trasformare i dati di navigazione «secondari» (i log di ricerca) in materia prima per inserzioni mirate. Da lì in poi, l’esperienza umana cessa di essere ciò che si vive e diventa ciò che si estrae: una materia prima gratuita trasformata in dati comportamentali, raffinata in «prodotti predittivi» e venduta sui «mercati comportamentali a termine». Zuboff la chiama una mutazione pirata del capitalismo industriale.
La differenza con l’audience televisiva è quantitativa e qualitativa. Quantitativa, perché i big data permettono profilazioni infinitamente più granulari: uno studio di Michal Kosinski pubblicato nel 2013 sui Proceedings of the National Academy of Sciences dimostrava che bastano sessantotto like su Facebook per inferire l’orientamento sessuale e l’ideologia politica dell’utente con accuratezza superiore al 90 per cento; con circa centosettanta like si arriva a determinare quoziente intellettivo, religione, consumo di alcol e tabacco. Qualitativa, perché non si tratta più di prevedere il comportamento aggregato di una platea, ma di modificare il comportamento del singolo. Il capitalismo della sorveglianza non si limita a rispecchiare i nostri desideri: li costruisce, li orienta, li cattura.
Il caso Cambridge Analytica: la prova politica
Nel marzo 2018 il Guardian e il New York Timespubblicano l’inchiesta che porta alla luce lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica, fondata nel 2013 come spin-off di SCL Group e finanziata dal miliardario hedge-fund manager Robert Mercer, era stata diretta strategicamente da Steve Bannon, futuro stratega della prima campagna Trump. Cambridge Analytica aveva acquisito, attraverso il professore Aleksandr Kogan e un quiz di personalità chiamato thisisyourdigitallife, i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook — fra cui 214.134 italiani — utilizzati poi per costruire profili psicografici e bersagliare elettori indecisi con micro-pubblicità politica personalizzata, prima nel referendum sulla Brexit (2016) e poi nella campagna presidenziale americana che portò Trump alla Casa Bianca.
A me interessa sottolineare un punto che spesso sfugge nel racconto mediatico: lo scandalo Cambridge Analytica non è stato l’effetto di un «abuso» eccezionale, ma il funzionamento normale di un’infrastruttura. Le condizioni d’uso di Facebook all’epoca consentivano legalmente la raccolta di dati degli «amici degli utenti» senza il loro consenso esplicito. Cambridge Analytica ha solo applicato in modo politicamente esplicito ciò che le grandi piattaforme fanno commercialmente ogni giorno. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, George Soros — al World Economic Forum di Davos del gennaio 2018 — denuncia i social network come «minaccia per la società aperta», non sta facendo una scoperta morale. Sta segnalando che una parte dell’establishment globalista atlantico considera ormai i social una variabile pericolosa, sfuggita di mano. Da lì parte una stretta sulla moderazione dei contenuti, gestita anche da ONG — fra cui Avaaz, finanziata anche da Open Society Foundations — che segnalano alle piattaforme i siti da chiudere per «fake news» e «disinformazione». Zuckerberg si cosparge il capo di cenere, perde decine di miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi giorni, accetta di testimoniare davanti al Congresso americano e a commissioni britanniche, introduce nuove regole di contenuto. Su quella stretta vengono chiusi anche siti d’informazione indipendente che con la disinformazione c’entravano poco.
Lo dico perché sia chiaro: né Zuckerberg né Soros sono il «potere occulto» dietro i big data. Sono entrambi facce di un sistema che funziona attraverso una compresenza di capitale privato (Silicon Valley), apparato di sicurezza statunitense (l’integrazione fra Big Tech e CIA-NSA documentata da Edward Snowden nel 2013) e organizzazioni filantropiche d’élite (le grandi fondazioni). Il vero soggetto è quello che ha preso il nome di deep state — termine ambiguo, abusato, ma che indica una realtà sostanziale: l’intreccio strutturale fra apparati federali, finanza, industria militare-digitale e ONG, che sopravvive ai cambi di amministrazione e detta i confini del praticabile.
Lippmann, Bernays e la fabbrica industriale del consenso
Per capire come funziona la fabbrica del consenso bisogna risalire a due figure che oggi sono lette troppo poco. La prima è Walter Lippmann, giornalista e consigliere politico, che nel 1922 pubblica Public Opinion e nel 1925 The Phantom Public. Lippmann formula con brutalità ciò che le élite progressiste americane di inizio Novecento già pensavano: l’opinione pubblica è una bewildered herd, una mandria sbalordita; il cittadino medio non possiede gli strumenti cognitivi per orientarsi nella complessità del mondo moderno; quindi la democrazia funziona solo se governata da una «classe specializzata» di esperti che sa fabbricare il consenso (manufacture of consent). Sarà Noam Chomsky, sessantacinque anni dopo, a riprendere quella formula per rovesciarla in critica: la fabbrica del consenso è il motore stesso della propaganda nelle democrazie occidentali.
Il secondo è Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e padre delle pubbliche relazioni moderne. Il suo libro del 1928, Propaganda, è una guida d’uso del lippmannismo. Bernays scrive con candore che la manipolazione consapevole delle abitudini e delle opinioni delle masse è un elemento essenziale della società democratica; chi controlla questo meccanismo, dice, costituisce un «governo invisibile» che è il vero potere del paese. L’intuizione di Bernays è che la propaganda politica e la pubblicità commerciale sono lo stesso identico dispositivo. Lo dimostrò sul campo: convinse le donne americane degli anni Venti a fumare in pubblico organizzando una sfilata di Pasqua a New York in cui le suffragette accendevano sigarette davanti ai fotografi, ribattezzandole «Torce di libertà»; lavorò per la United Fruit Company nel 1954 alla campagna che convinse l’opinione pubblica statunitense ad appoggiare il colpo di Stato di Castillo Armas contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in Guatemala — colpo orchestrato dalla CIA proprio per difendere i profitti della stessa United Fruit. Pubblicità e colpo di Stato condividono la stessa grammatica.
Quando Mario Monti, nel 2021, parla di «somministrare l’informazione» in modi «meno democratici», non sta inventando nulla. Sta semplicemente ammettendo, con la franchezza di chi non si sente più obbligato alla retorica democratica, ciò che Lippmann e Bernays teorizzavano da un secolo. Le élite tecnocratiche europee — Monti, Draghi, Lagarde, von der Leyen — sono i custodi locali di un’antropologia profondamente americana: il popolo come gregge, lo Stato come pastore, la verità come dosaggio sanitario.
I due Occidenti: Weber, etica calvinista, capitale culturale
La sostituzione dell’Europa dei cittadini con l’Occidente dei consumatori non è solo politica. È religiosa, nel senso largo che diede al termine Max Weber nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905). La tesi è notissima ma vale la pena rivisitarla, perché ne dipende la differenza antropologica fra le due sponde dell’Atlantico. Per il calvinismo, l’uomo non si salva con le opere — come nel cattolicesimo — ma per predestinazione divina. Il credente non sa con certezza se è salvo o dannato. La ricchezza materiale, ottenuta col lavoro metodico e ascetico, diventa allora il segno terreno della grazia, l’anticipazione visibile dell’aldilà. Il povero, in questa logica, non può ribellarsi al suo status senza offendere la scelta di Dio: la disuguaglianza è iscritta nella teologia. Si costruisce un’antidialettica di classe in cui la rivolta dei dannati è già una bestemmia.
Da questo nucleo religioso discende il puritanesimo americano, la «città sulla collina» dei Padri Pellegrini, la mistica imprenditoriale di Andrew Carnegie e John D. Rockefeller, la teologia evangelica della prosperità che oggi sostiene Donald Trump. L’America non è «Europa più grande»: è un continente teologicamente diverso, in cui il capitale economico è l’unica forma di capitale riconosciuta. Il «fare» sostituisce il «pensare», la pratica l’etica, l’efficienza la giustizia. Anche la cultura, nel modello americano, è uno strumento di penetrazione di mercato: l’industria di Hollywood, lo standard inglese-globale, la pop music come cavallo di Troia commerciale, la lingua del management come lingua dei rapporti sociali.
L’Europa, prima di essere ridotta a colonia, era altro. Si fondava — pur con tutte le contraddizioni che la storia documenta — su un’idea aristotelica e platonica del cittadino: l’uomo come animale razionale e politico, la polis come bene comune che precede l’individuo, la cultura come capitale collettivo. Il servizio pubblico — radiofonico, televisivo, scolastico — era pensato come dispositivo pedagogico: lo Stato come maestro, non come pastore di greggi. Il proporzionale elettorale rifletteva l’idea che la differenza politica fosse un valore. I partiti di massa — il PCI, la DC, la SPD, il Partito Laburista britannico delle origini — erano scuole di formazione del militante prima ancora che macchine elettorali. Il sindacato non era una corporazione professionale, ma un soggetto storico capace di parlare in nome di una classe.
Tutto questo è stato smantellato, non da un’invasione, ma da un’auto-mutilazione consapevole delle élite europee. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario (in Italia, il referendum del 1993 e poi il Mattarellum) è il momento istituzionale in cui il modello «candidato singolo telegenico» sostituisce il modello «partito-programma». La fine del PCI nel 1991 ha tolto all’Italia l’ultimo grande baluardo culturale capace di opporsi al pensiero unico del capitale; non è un caso che la nascita di Forza Italia, nel gennaio 1994, avvenga su un terreno già completamente arato dalla televisione commerciale del suo proprietario. Il cittadino-elettore lasciava il posto al consumatore-utente. La cabina elettorale assomigliava sempre di più a una cassa di supermercato.
La dialettica del populismo: Adorno, Fisher e il «non c’è alternativa»
Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, nella Dialettica dell’illuminismo (1947 — sì, lo stesso anno della Mont Pèlerin Society: due risposte opposte alla stessa catastrofe), avevano già visto il punto. La razionalità illuministica, scrivono, contiene un suo rovesciamento interno: nel suo dispiegarsi totale diventa irrazionalismo. La cultura di massa industrializzata — Adorno la analizza nei capitoli sull’industria culturale — produce uno pseudo-individuo che crede di scegliere ed è invece scelto. La «presa di parola» del pubblico, in regime di industria culturale, si rovescia in una parola vuota.
Mark Fisher, filosofo britannico morto nel 2017, ha aggiornato quella diagnosi nel suo libretto fulminante Capitalist Realism: Is There No Alternative? del 2009 (in italiano Realismo capitalista, NERO 2018). La sua tesi è semplice: dopo quarant’anni di neoliberismo, la frase di Thatcher «non c’è alternativa» non è più uno slogan ma un’atmosfera introiettata. È diventato letteralmente più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non perché il capitalismo sia naturale, ma perché abbiamo perso le coordinate culturali, le narrazioni, le tradizioni intellettuali che ci permetterebbero di pensarne un fuori. Fisher chiama «sterilità culturale» questa condizione: si producono infinite variazioni sul tema, ma il tema non cambia mai.
Il populismo televisivo, in questa chiave, non è l’antagonista del pensiero unico: ne è la matrice materiale, la stampante. Funziona come valvola di sfogo emotivo all’interno di un perimetro ideologico che resta identico. Trump, Salvini, Meloni, Le Pen, Milei, Bolsonaro — al di là delle differenze di stile e di contesto — non rompono il neoliberismo: lo radicalizzano nella sua versione autoritaria e razzializzata. Per prendere la parola nel circo mediatico bisogna sapere che cosa non si deve dire, e in primo luogo non si devono toccare gli interessi del capitale finanziario globale. Il populismo è permesso a condizione di restare cosmetico.
Mai, come oggi, la società occidentale è stata così conformista. La differenza, a cui sembriamo aspirare attraverso mille rivendicazioni identitarie, è stata interamente assorbita dal marketing — dalla pubblicità inclusiva ai brand «purpose-driven», dal rainbow washing aziendale alle campagne ESG. Tutto è permesso, purché niente cambi davvero.
L’aggiornamento 2025-2026: Trump 2.0, Musk e l’Europa che si autoesclude
Mentre scrivo, primavera 2026, il quadro si è ulteriormente irrigidito. La seconda amministrazione Trump, insediatasi a gennaio 2025, ha portato al cuore del potere federale l’aristocrazia tecno-finanziaria della Silicon Valley: Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen. Il Department of Government Efficiency (DOGE) ha smantellato pezzi enormi di apparato federale civile. Musk, dopo aver acquistato Twitter nel 2022 e averlo trasformato in X, ha fatto della piattaforma uno strumento di campagna politica diretta. Meta, sotto Zuckerberg, ha smantellato i programmi di fact-checking che aveva introdotto dopo Cambridge Analytica e ha chiuso le politiche DEI. La direzione è univoca: l’integrazione fra capitale digitale, apparato di sicurezza federale e potere politico esecutivo non è mai stata così esplicita. Quella che chiamavamo «società civile globale» della Silicon Valley si è tolta la maschera e ha rivelato il volto di un’oligarchia tecno-imperiale.
L’Europa, dal canto suo, ha messo in piedi un proprio dispositivo regolatorio — Digital Services Act, Digital Markets Act, GDPR, AI Act — che è meno irrilevante di quanto si dica, ma che soffre di un limite strutturale: non viene affiancato da un investimento corrispondente nella costruzione di un’alternativa europea. Senza piattaforme europee, senza modelli linguistici europei, senza cloud europeo, senza social pubblici europei, regolare le piattaforme americane equivale a tassare il monopolio invece di romperlo. E nel frattempo le stesse classi dirigenti europee — i Monti, i Draghi, i Macron, le von der Leyen — continuano a spingere il continente dentro una logica atlantista che ne approfondisce la subalternità: dal massimalismo sanzionistico verso la Russia che ha distrutto l’integrazione energetica euro-asiatica, al riarmo accelerato voluto dalla NATO, fino alla sottomissione alla logica della «guerra» come modalità ordinaria della politica. La stessa logica che permette a Monti di dire pubblicamente, senza scandalo, che bisogna «dosare la democrazia». In tempo di guerra, ricordavano i propagandisti del Novecento, la verità è la prima vittima. Oggi, in tempo di guerra permanente, la democrazia è la seconda.
Conclusione: ricostruire un capitale culturale e politico
A questo punto la domanda non è se il neoliberismo sia «marciante e inarrestabile». La domanda è: cosa serve per fermarlo? Non basta moltiplicare le inchieste, non basta evocare un nuovo social, non basta votare l’ennesimo candidato meno peggio. Serve un’operazione di ricostruzione culturale di lungo periodo che sia simmetrica a quella che la destra atlantica ha condotto dal 1947 a oggi. Servono think tank progressisti seri, scuole di formazione politica, riviste, case editrici, media indipendenti finanziati da basi sociali reali e non da fondazioni filantropiche. Serve riconnettersi al meglio della tradizione politica europea — il pensiero di Antonio Gramsci sull’egemonia, l’analisi di Pier Paolo Pasolini sull’omologazione antropologica, il lavoro di Luciano Canfora sulla democrazia, le inchieste degli ostinati cronisti del giornalismo critico — e di quella mondiale anti-neoliberista: David Harvey, Wolfgang Streeck, Naomi Klein, Yanis Varoufakis, Alessandro Somma, Vladimiro Giacché, fino alla stessa Shoshana Zuboff.
Serve, soprattutto, riprendersi il tempo lungo della politica. Il neoliberismo ha vinto perché ha lavorato per settant’anni mentre la sinistra europea inseguiva l’ultima emergenza elettorale. Nella mia esperienza dentro Azione Civile, il movimento civico-politico fondato da Antonio Ingroia, dentro cui da anni cerco di portare un punto di vista anti-imperialista e progressista, questa è la lezione che torna sempre: la militanza paziente, l’alfabetizzazione dei territori, la formazione di nuovi quadri, la costruzione di programmi credibili sono lavori di decenni, non di settimane. È il lavoro che il pensiero unico spera che non facciamo mai, perché sa che è l’unico che potrebbe sconfiggerlo.
L’Italia di Mussolini è caduta perché esistevano resistenze che si erano organizzate in clandestinità per anni. L’Europa neoliberista cadrà — perché cadrà, le sue contraddizioni interne sono ormai enormi: disuguaglianze esplosive, crisi climatica fuori controllo, perdita progressiva di legittimità democratica, dipendenza tecnologica e militare totale dagli Stati Uniti — solo se troverà a quel momento qualcuno pronto a raccogliere i pezzi e a costruire un’alternativa. Dovremo essere noi, oppure non saremo niente.
La marcia del neoliberismo sembra inarrestabile solo finché la guardiamo con gli occhi che ci ha insegnato a guardarla. Cambiare gli occhi è il primo atto politico. Tutto il resto, il difficile, viene dopo.











































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