Carlo Vercellone con la sua tesi sulla “crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto” afferma che il profitto e la legge del valore, con lo sviluppo del capitale, acquisiscono un carattere maggiormente rentier. Dopo la crisi del fordismo si può osservare un ritorno e una moltiplicazione della rendita, che implica una generale inversione del rapporto tra salario, rendita e profitto. Secondo l'autore, c'è un approccio molto diffuso all'interno delle teorie marxiste che considerano la rendita un’eredità precapitalista che ostacola lo sviluppo del capitale stesso. Il capitalismo puro non consentirebbe l'esistenza della rendita. Allo stesso modo, esiste una lettura che sostituisce la rendita fondiaria con la rendita finanziaria e interpreta la crisi del 2008 come un conflitto tra questa vocazione rentier del capitale finanziario e il capitale produttivo "buono", che genera profitto e occupazione. Capitale e lavoro avrebbero stipulato un accordo che implicherebbe il controllo del prezzo dei beni, salari compresi, con l'obiettivo di garantire la piena occupazione e ristabilire il funzionamento della legge del valore tempo di lavoro socialmente necessario, contro le distorsioni causate dall'intervento del settore finanziario sul settore produttivo. Vercellone afferma di non essere d'accordo con questa lettura per quattro motivi: (1) la rendita non è al di fuori delle dinamiche del capitale, né si oppone al profitto; (2) la rendita non è separata dall'aumento della dimensione immateriale e cognitiva del lavoro, successiva alla crisi del fordismo, di cui fanno parte i servizi finanziari; (3) c'è un esaurimento della logica industriale dell'accumulazione di capitale e un aumento della vocazione rentier e speculativa dello stesso capitalismo produttivo; (4) nega la natura globale della finanza, che ora è nell'intero ciclo economico, rendendo ancora più difficile distinguere tra economia finanziaria ed economia reale.
Mentre il dibattito sul lavoro prosegue spedito su questioni spicciole, la realtà corre molto più velocemente verso un inesorabile stravolgimento della capacità dei lavoratori di produrre reddito, per sé e per la propria famiglia.
Sino a poco tempo fa abbiamo vissuto nel mito del lavoro dipendente “stabile” e in grado di garantire il benessere economico, senza troppe pretese.
Adesso siamo nella fase di stordimento, quella in cui tutti ci siamo bene o male resi conto che il lavoro dipendente sta gradualmente perdendo i suoi due attributi di “stabilità” e “benessere”.
Senza capire il perché è inutile discutere di quale sia l’alternativa.
Come spiego in dettaglio nell’indagine compiuta nel libro “La lotta di classe nel XXI secolo”, i motivi sono sostanzialmente legati alla deriva del sistema capitalista globalista, che inevitabilmente conduce a conflitti tra super potenze, di cui oggi possiamo iniziare a cogliere le conseguenze con il pericoloso aumento del costo della vita dovuto alla guerra energetica.
Il ritorno al lavoro tecnologico di stampo fordista
Riguardo alla tecnologia, questa ha indubbiamente migliorato per molti versi taluni processi di lavoro e la qualità della vita in generale, ma d’altro canto sta producendo gravi danni al benessere dei lavoratori, riproponendo modelli di organizzazione del lavoro sempre più simili alle catene di montaggio dell’800 e del 900: tempi di lavoro scanditi in modo standardizzato dalle macchine “virtuali”, risultati sempre più basati sulla mera capacità dei lavoratori di elaborare pratiche nel più breve tempo possibile senza un rilevante apporto di conoscenze, che sono invece inglobate direttamente nei software delle macchine in uso.
Un articolo di Steve Templeton, dal suo blog "Fear of a Microbial Planet" (L'avevo già postato un anno fa, ma mi sembra sempre attuale, e quindi è il caso di ripostarlo. Tanto per ribadire certe cose) [UB]
Cinque anni fa l'astrofisico e divulgatore scientifico Neil deGrasse Tyson ha twittato un testo davvero memorabile e degno di una citazione:
Il mondo ideale di Tyson era attraente per molti a causa della politica istintiva e guidata dalle emozioni e della guerra politica tribale che aveva invaso ogni arena della vita pubblica, inclusa la scienza. Ha attirato molti dei suoi colleghi scienziati, persone addestrate a pensare in modo obiettivo e testare ipotesi basate su osservazioni sul mondo naturale.
L'unico problema: l'enorme peso delle prove dimostra perché il paese virtuale "Rationalia" semplicemente non esisterà mai.
Questo perché, per gli umani, pensare razionalmente richiede un'enorme quantità di energia e sforzo. Di conseguenza, la maggior parte delle volte non ci preoccupiamo di farlo. Invece, nella stragrande maggioranza dei casi, il nostro pensiero è guidato completamente dalla nostra intuizione e dai nostri istinti, senza che entri in gioco quel fastidioso pensiero razionale che interferisce sulle nostre decisioni.
Questa dicotomia è magistralmente spiegata nei minimi dettagli dal premio Nobel Daniel Kahneman nel suo libro Thinking Fast and Slow, ed è anche trattata con un focus sulle divisioni politiche nel capolavoro di Jonathan Haidt, The Righteous Mind. Entrambi sono opere interessantissime come tali e forniscono spiegazioni affascinanti sul perché ognuno di noi ha punti di vista diversi e perché è così difficile cambiarli.
“Il tramonto dell’occidente…esprime un destino a cui non ci si può sottrarre.
Il sole non si può fermare. Il tramonto è inevitabile.
L’occidente è la terra destinata a ospitare questo tramonto”.
(Umberto Galimberti – Il tramonto dell’Occidente )
Il capitalismo post borghese e tecnocratico: fine delle ideologie?
Il paradosso del nostro tempo è che viviamo in un’epoca iper-ideologica caratterizzata nello stesso tempo dalla negazione della stessa ideologia, in quanto la nostra sarebbe l’epoca post-ideologica e della Fine della Storia, dominata e governata dalla Tecnica. I suoi attori non sarebbero più le classi sociali ma oscuri tecnocrati che amministrano l’economia e la finanza e le tutelano dalle ideologie che vi si oppongono e le criticano. In questa autorappresentazione non ci sarebbe più posto per la filosofia e la politica come ricerca della verità sociale, come pensiero che trasforma il mondo con l’azione consapevole, e non ci sarebbe più posto per l’autocoscienza come processo di apprendimento dialettico dalla storia.
L’Epoca borghese è così tramontata con il tramonto del suo soggetto storico e della dicotomia borghesia-proletariato, e con la fine della narrazione che ne aveva segnato l’ascesa come ideologia del progresso.
La Globalizzazione si presenta oggi come fatalità ineluttabile e come destino, e tutto ciò che si oppone ad essa è denunciato come ideologia e come nemico da combattere anche con le guerre camuffate da guerre di civiltà.

Ciò che angoscia molti, è cercare di capire come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto di quel che appare come uno sfrenato sviluppo tecnologico che implica l'automazione progressiva di ogni possibile attività, oltre a un incessante progredire di uno stato di sorveglianza di massa. Che genere di critica possiamo opporre a tale evoluzione, senza che essa si riveli solo come una sterile reazione, o un movimento puramente emotivo? Alcune delle critiche che sono già state fatte - e che sono diventate dei classici - si sforzano di trovare dei criteri per poter distinguere tra tecnologie buone e tecnologie cattive, tra un utilizzo buono e uno cattivo, tra tecnologie alienanti ed emancipatrici, se non addirittura tra tecnologie autoritarie e democratiche (se vogliamo usare i termini adottati da Ivan Illich, da Lewis Mumford, ecc.).
Spesso, sulla stampa o nella letteratura specializzata, leggiamo l'espressione del rifiuto che molte persone esprimono nei confronti di un «inaccettabile limite» dello sviluppo tecnico, il quale starebbe per essere superato. Vediamo anche come questo «confine inaccettabile» non smette mai di venire esteso e come, con ogni nuova generazione di critici, venga stabilito un nuovo «limite inaccettabile». Tuttavia, i criteri sembrano quasi sempre che siano basati, o sull'opinione degli autori stessi o sulle tendenze del loro tempo. Ciò che però tutti questi critici hanno in comune, è il fatto che essi idealizzano una loro «volontà consapevole», come se quasi fosse possibile determinare dei limiti razionali per questa «fuga in avanti» corrispondente alla competizione tecno-scientifica. Ma se osserviamo meglio, vedremo come invece queste critiche siano quasi sempre rivolte all'indietro: indicano dei limiti che sono già stati superati, o che si trovano in procinto di esserlo; cosa che le condanna, per principio, a essere delle posizioni reazionarie, oltre a renderle già superate a partire da ogni innovazione che si presenta.
Pane e libertà: la cugina povera rimasta vedova. Questa è la storia o, meglio, il tema che vorrei qui vivificare in tempi di campagna elettorale
«Per sei famiglie italiane su 10 il tema del carrello della spesa o del caro bollette è prioritario rispetto a qualsiasi altra questione», in cima ai pensieri dei cittadini ci sono i timori dell’inflazione e del razionamento dell’energia. Così rilevano i sondaggi di opinione[1], i quali, come è noto, al di là della loro perizia tecnica nel descrivere le opinioni della società, contribuiscono a costruirle[2]. Simili timori del cittadino comune non dovrebbero essere trattati con supponenza, ma, d’altra parte, è bene che siano considerati nel contesto di una società che suole dirsi democratica e difendersi come tale. E qui il discorso pubblico non può banalizzare il tema della libertà, anche a costo di rimettersi a viaggiare in quel mare aperto e insidioso evocato dalla parola “libertà”: tanto quella degli antichi, quanto quella dei moderni, sia essa “libertà di” o “libertà da”, “libertà positiva” o “libertà negativa”[3]
Ben sappiamo quanto la libertà di ciascuno abbia dei limiti: limiti dati dalla libertà degli altri e dal danno che la libertà di ciascuno può procurare agli altri, come è stato teorizzato in modo esemplare, già a metà Ottocento, da un liberale classico come John Stuart Mill, padre di quell’utilitarismo che pure riconosceva in cima alla sua dottrina che “nessuno è miglior giudice di se stesso nel definire i suoi interessi di libertà”[4]. Ma il principio di Stuart Mill, tanto invocato (e strumentalizzato) dai sapiens e dai minus sapiens dei nostri giorni, costituisce l’inizio e non la fine del discorso sulla libertà, specie in una società che si vuole democratico-pluralistica, fatta di maggioranze e minoranze, di costituzioni e di culture che intendono tutelare proprio il pluralismo (delle idee, degli interessi, dei valori), i diritti e le libertà; una società dove la tutela è posta anzitutto a difesa delle minoranze, temendo la “dittatura della maggioranza”, ovvero il fatto che the winner takes all – anche se pare che per molti tale timore valga solo nei giorni dispari, dato che lo si dimentica o respinge nei giorni pari.

Alle porte di mesi cruciali e devastanti – con tanto di possibili se non probabili razionamenti di gas, energia elettrica, forse anche di cibo e di altri possibili se non probabili giri infernali della giostra pandemica in seguito alla diffusione di nuovi virus o di nuove varianti – la caduta del governo Draghi di unità nazionale avvenuta il 20 luglio è una disdetta, un motivo di intorbidimento delle acque, dal punto di vista del movimento sociale di opposizione sorto il sabato 24 luglio 2021 che bene o male (male! certamente si può dire; ma gli uomini e le donne che da allora si sono attivizzati lo hanno fatto come hanno potuto in un quadro generale sfavorevole…) ha cercato di contrastare la subdola guerra di classe (1) dichiarata e attuata dal governo Draghi.
Sarebbe stato utile, secondo il nostro modo di vedere, avere innanzi nel combattimento sociale alle porte la Forza nemica apertamente unificata in tutti i suoi tentacoli politici dietro alla figura-Draghi incarnazione del potere più assatanato del capitale. Cosa estremamente utile come fattore di catalizzazione del massimo di energie disponibili nella lotta “contro tutti”, contro il governo “di tutti”, inclusa opposizione lealista e di facciata fratelloitaliota. Soli contro tutti e senza alcuna tangibile “sponda” parlamentare: splendida posizione di isolamento (rispetto ad una baracca marcia fradicia e tutta la sua ciurma) e di combattimento sociale e politico! Con il venir meno, per il momento, dell’Union Sacrée politica in questo senso si intorbidiscono le acque. Il polverone alzato con la crisi di governo ad annebbiare la vista.
Dobbiamo amaramente riconoscere che il governo di unità nazionale installato nel febbraio 2021ha centrato il suo principale obiettivo e Draghi lo ha, con giusta ragione dal suo punto di vista, rivendicato nel suo perentorio discorso programmatico pronunciato il 20 luglio alla Camera sul quale ha chiesto la fiducia.
Il risultato più evidente, mentre sul terreno poco si muove, è che gli sponsor di Kiev, anche quelli ormai meno entusiasti, non possono più tirarsi indietro
Sembra la scadenza di una cambiale e in un certo senso lo è, ma non a sei mesi e nemmeno a un anno. La guerra non si misura a mesi, si misura a eventi, fatti importanti, cambiamenti strategici e soprattutto si misura alla fine. Ci sono state guerre di una notte, sei giorni e cento anni. Le celebrazioni o le ricorrenze riguardano le date d’inizio e fine e, in mezzo, le date delle vittorie, delle sconfitte e dei massacri. In Ucraina da tre mesi a questa parte non si è visto nulla di tutto ciò e anche i massacri dovranno essere accertati con riscontri oggettivi e non quelli della propaganda, che è uno strumento di guerra e non una sua finalità. Si sono viste alcune stanche attività sul campo di battaglia e quasi nulla su quello politico-strategico. Le posizioni sono quasi stabilizzate: i russi non premono sull’acceleratore per superare il Dniepr e nemmeno per arrivarci. Si limitano a consolidare le retrovie e le linee dei rifornimenti oltre a istituzionalizzare il controllo della popolazione dei territori occupati. Territori non ancora reclamati dalla Russia, ma appartenenti alle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk.
Gli ucraini non hanno risorse e capacità né per andare avanti né per ritirarsi. Tutti gli sponsor dell’Ucraina si danno da fare, ma con minore energia e determinazione di un mese fa. A chiacchiere, il sostegno americano e della Nato è immutato, nei fatti l’Ucraina non ha ancora i mezzi per nessuna azione decisiva. L’insistenza con la quale negli Usa e nel resto del mondo si enfatizzano i successi ucraini “grazie al ruolo determinante delle armi occidentali” e soprattutto degli Himars Usa è più una dichiarazione di cedimento che di propulsione. Sembra che si voglia mettere in evidenza che l’occidente ha fatto già la sua parte e ora, contrariamente a ciò che dice Zelensky, è l’Ucraina che se la deve sbrigare e non il resto del mondo.
Dopo l’attacco ai germogli di rivoluzione sbocciati 20 anni fa in America Latina a seguito dell’affermazione di Hugo Chavez in Venezuela, si assiste a una seconda ondata progressista. Ma sussistono differenze importanti fra le due ondate e differenziazioni strategiche fra le esperienze rivoluzionarie di Venezuela e Cuba e l’approccio moderato di altre forze progressiste, come quella del Pt di Lula in Brasile
Una seconda ondata progressista per l’America Latina? E su quali basi, forze, contenuti, nemici e alleati? La vittoria di Gustavo Petro, in Colombia, ha riacceso il dibattito: con qualche riflesso persino nell’isteria bovina che anima il nostro Stivale, avviato al voto anticipato. Nel pollaio politico in cui si beccano galletti e galline, si ripresenta infatti puntuale il presunto spauracchio Venezuela, simbolo di un socialismo come quintessenza di tutti i mali, fallito in ogni sua forma.
Che il “socialismo bolivariano” sia stato e sia lo stimolo per la tenuta o la ripresa dei processi di cambiamento in America latina, è dimostrato dai fatti. Il primo fatto, più testardo di tutti, è che, in Venezuela, ci sono governi che si richiamano al socialismo da quasi 24 anni: ossia da quando, il 6 dicembre del 1998, l’ex tenente colonnello Hugo Chávez Frias vinse alla grande le presidenziali, alla guida di una coalizione composta da nazionalisti progressisti, da partiti di centro-sinistra o di estrema sinistra e da ex guerriglieri che avevano combattuto con le armi le “democrazie camuffate” della IV Repubblica.
La prima “muta” di quel blocco sociale “plebeo”, deciso a portare la sfida di una nuova egemonia, coniugando 500 anni di lotta anticoloniale a una seconda indipendenza basata sui principi del socialismo (in base, però, a un modello che non fosse “né calco né copia”), avvenne dopo il golpe contro Chávez del 2002, e dopo la lunga serrata petrolifera padronale che seguì al ritorno al governo del Comandante. Gli elementi di socialismo si fecero da allora sempre più marcati. I parametri di quella svolta erano già insiti nel processo costituente, approvato dopo un’ampia discussione nel paese, nel 1999.
Tra i tanti significati che può avere il termine gergale “perbenista” ce ne è uno che lo rende particolarmente d’attualità. Diciamo dunque che perbenista è chiunque creda che il mondo così com’è andrebbe bene, anzi di bene in meglio, se non ci si mettessero di mezzo dei fenomeni maligni, diabolici, che ne ostacolano il normale progresso civile e naturale.
Alla luce di questa definizione possiamo distinguere almeno due tipologie di perbenisti. C’è quella più classica del perbenista conservatore e moderato, che crede anzitutto nelle virtù civilizzatrici dello sviluppo tecnologico e delle istituzioni statali garanti della libertà; qui i fenomeni contrari al bene del progresso deriverebbero quindi dai cattivi sentimenti serpeggianti tra gli individui, quali la disonestà, la corruzione, l’ignoranza o la prepotenza autoritaria, se non totalitaria, ai quali le istituzioni democratiche o le virtù concorrenziali connesse alla libertà di mercato sarebbero chiamate a porre limiti.
Accanto a questa tradizionalissima figura di perbenista liberale, moralista, conservatore e moderato, c’è però anche quella del perbenista di sinistra, non esclusa anche la più estrema. Anche qui non manca certo la fiducia nella potenza emancipatrice del progresso tecnologico, ma la figura collettiva portatrice del bene nel mondo da questo punto di vista non è tanto lo Stato o le istituzioni pubbliche quanto il sociale. Sarebbero infatti le lotte e la cooperazione solidale messe in campo dalla “moltitudine” più generica e sfruttata dell’umanità a creare il “bene comune”; quel “bene comune” in cui si condenserebbero gli avanzamenti sia dello sviluppo tecnologico sia del riconoscimento dei diritti sociali.
L’economista statunitense ha dedicato la propria vita a comprendere il funzionamento del capitalismo e i suoi cambiamenti dai tempi di Marx. Le grandi domande economiche che ha affrontato perseguitano ancora oggi la sinistra socialista
Paul Sweezy è stato uno degli economisti marxisti più illustri e più controversi del ventesimo secolo. Ha affrontato alcune delle questioni più vitali che chi vuole comprendere il capitalismo per poterlo superare si trova davanti. Nonostante abbia giocato un ruolo significativo nel diffondere le idee di Karl Marx, non gli è bastato fermarsi a questo e ha sviluppato un proprio schema concettuale per spiegare il modo in cui le economie capitaliste si stavano evolvendo durante i decenni del dopoguerra.
I suoi due libri più importanti, La teoria dello sviluppo capitalistico (1942) e Il capitale monopolistico (1966), quest’ultimo scritto insieme a Paul Baran, hanno generato una grande quantità di letteratura critica, e sono stati tradotti in molte lingue. La sinistra odierna è ancora alle prese con i problemi che Sweezy ha incontrato nel cercare di dare un senso al capitalismo contemporaneo, e la sua influenza continua a farsi sentire nel mondo intellettuale dell’economia politica radicale.
Paul Marlor Sweezy è nato a New York City il 10 aprile 1910, figlio di un banchiere di Wall Street. È stato educato alla Phillips Exeter Academy e all’università di Harvard, dove si è laureato nel 1931, senza aver imparato assolutamente niente di Marx. Nel 1932-33, si è iscritto alla London School of Economics, dove ha studiato economia liberale sotto Friedrich von Hayek e Lionel Robbins, ma ha anche appreso idee politiche socialiste da Harold Laski.
Nell’arco dello scorso decennio un elemento importante del conflitto politico europeo è stato la posizione sulla Ue. La contrapposizione europeisti vs. antieuropeisti (semplificando) si è definita come trasversale rispetto a progressisti vs. conservatori o sinistra vs. destra, rispecchiando un po’ quella – a parere di chi scrive non particolarmente azzeccata – globalisti vs. antiglobalisti. Una contrapposizione capace di generare rotture, polemiche e contrasti, che ha visto il punto di massima intensità nei dibattiti sull’euro, ma nel biennio 2020-21 pare essersi offuscata, uscendo dal dibattito pubblico, perciò ci dobbiamo chiedere: che fine hanno fatto l’euro e la Ue come elementi divisivi e clivage politici? È una eclissi temporanea o permanente? Ma sopratutto: i soggetti che hanno assunto una posizione forte in merito per qualificarsi come sono messi?
In un arco cronologico grosso modo decennale (2010-2019) l’Unione europea ha subito le più vivaci contestazioni dalla sua nascita (1993), con il fiorire di gruppi, movimenti e partiti che programmaticamente la inserivano nei loro obiettivi polemici o che ne caldeggiavano la distruzione o il severo ridimensionamento.
Da una parte stavano coloro per cui l’unità europea era un valore forte tanto da glorificare la Ue o, in caso di posizioni più critiche dei modelli dominanti basati su mercato, concorrenza, e simili, da sostenerne una riforma significativa in direzione di riduzione delle diseguaglianze, lotta alla povertà, misure a favore dell’ambiente, ecc. Riformare l’Europa per un modello progressista (o addirittura socialista).
Cinquant'anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un'intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.
Questo è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell'edizione italiana) N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.
Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d'arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni ... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?
In realtà lo ha.
* * * *
Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?
Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile "prevedere" con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore; quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri. Uno di questi, lo "standard", come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.

In L. BASSO , S. BRACALETTI , M. FARNESI CAMELLONE , F. FROSINI , A. ILLUMINATI , N. MARCUCCI , V. MORFINO, L. PINZOLO , P.D. THOMAS , M. TOMBA: Tempora multa. Il governo del tempo, Mimesis, 2013
1. Il problema della Rivoluzione francese
Il punto di partenza del discorso consiste nell’idea secondo cui la Rivoluzione francese, pur dovendo venir interpretata storicamente, in quanto elemento in sé concluso, attiva però una serie di aspetti che vanno al di là di un’epoca specifica, determinata. Ci si trova di fronte a un vero e proprio ‘campo di battaglia’ dell’analisi storica e politica: posizionarsi rispetto a tale avvenimento viene a rivestire una funzione cruciale anche per la comprensione della situazione presente. Inoltre, dal punto di vista storico in senso stretto, è necessario rilevare che la Rivoluzione francese costituisce un evento complesso, in cui si intrecciano varie rivoluzioni, quella del Terzo Stato, quella dei sanculotti nelle città e quella dei contadini nelle campagne. In tal senso, la vecchia interpretazione marxista della Rivoluzione francese come rivoluzione borghese1 coglie sicuramente un aspetto del problema, ma risulta non del tutto adeguata per farne emergere i segni distintivi. Tra l’altro, vari studi2 hanno rimarcato che, a rigore, a dare inizio alla rivoluzione furono gli officiers, e quindi la borghesia intellettuale e delle professioni, e non tanto la borghesia ‘capitalistica’. Occorre, quindi, problematizzare il plesso Rivoluzione francese-sviluppo capitalistico: non appare così del tutto evidente, indiscutibile la tesi, secondo cui la Rivoluzione francese portò a realizzazione gli interessi borghesi. Per quanto concerne gli studi sulla Rivoluzione, è necessario richiamare, dopo alcuni importanti testi ottocenteschi (si faccia riferimento, ad esempio, a Thiers, Michelet, Tocqueville), la Storia socialista della Rivoluzione francese di Jaurès, apparsa per la prima volta tra il 1901 e il 1904, che esercitò un grande influsso, in particolare nello scenario francese3.
I
«La teoria dei bisogni di Marx», apparso in Italia nel 1974 con una lunga prefazione di Rovatti, raccoglie alcune sottili riflessioni che Ágnes Heller – allieva di Lukács – elabora a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta.
Heller riprende e approfondisce l’umanismo anti-positivista tipico della svolta marxista degli anni 20. Il suo lavoro di distruzione si dirige verso quell’automatismo struttura-sovrastruttura che aveva lasciato all’azione umana (alla libertà) ben poco spazio.
Sono le condizione economiche, le leggi di sviluppo del capitalismo, che determinano le svolte sociali e politiche, che decidono del destino degli uomini.
È proprio contro queste leggi che Heller dirige la sua decostruzione. Una decostruzione storicista che piega il marxismo verso un umanismo vitalista. Il quadro è noto – non mi dilungo. L’uomo entra nella storia lavorando – lavorandosi – estraniandosi nel mezzo – nel medio, il quale gli si rivolta contro e lo domina.
È la storia del lavoro vivo che si oggettivizza in lavoro morto, e in quanto lavoro morto – capitale – comanda il suo produttore, etc. Questo sdoppiamento, che nel capitalismo diviene appunto sdoppiamento tra lavoro vivo e lavoro morto, tra valore-uso e valore (valore-scambio) etc, si struttura in antinomie che nel capitalismo, dice Heller, sono antinomie della produzione sviluppata di merci.
Il capitalismo si esprime in queste antinomie. Di più, il capitalismo è strutturato come un insieme di antinomie. La legge sta dal lato del lavoro estraniato. I rapporti sociali feticizzati in cosalità, dice Heller, stanno di fronte ai singoli uomini come leggi economiche, quasi-leggi di natura.
Ho preso le sintesi(1) dei programmi di due liste che intendono porsi in opposizione e alternativa politico-sociale ai governi fin qui avuti nel nostro paese e qui mi fermo, capirete poi il perché. I programmi sono di Unione Popolare per De Magistris e Italia Sovrana e Popolare. Li riporto qui sotto:
Partiamo da quello di Unione Popolare. Ebbi a suo tempo a criticare i testi del Brancaccio, di Tomaso Montanari e Anna Falcone, che intendevano ricostruire una sinistra alternativa al sistema vigente, ma senza mai nominare gli attori di questo sistema, mai un avversario, mai un nemico. Il risultato era una pappa melensa di buone intenzioni intrisa di giustizia sociale, ambiente pulito, parità di genere, diritti civili. Tuttavia persino quei testi, così come i programmi di Coalizione Civica e di altre listarelle della sinistra “radicale” in quota al PD per alleanze, erano meno vaghe, generiche, prive di sostanza del programma di UP.
Prendiamo alcune parole d’ordine: “Ricompensare e rispettare il lavoro”: che cosa vuol dire? Tutto e niente. Anche il padrone che usa i caporali per i campi di pomodori ricompensa il lavoro: a due euro l’ora… e allora? Mah, si poteva dire salario minimo a 10 euro, che viene detto ma nelle vertenze (e la questione della comunicazione immediata è una delle tare degli autoreferenziali…), abolire leggi come il jobs act, ripristinare l’art 18 e ampliare i diritti e le tutele sul lavoro, un governo che non guarda i profitti ma la piena occupazione, il reddito, il salario… macchè, due righe per non dire nulla sul lavoro.
Intervista a Francesco Dall’Aglio, Ricercatore presso l’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria)
Sul tuo profilo Facebook stai conducendo una disamina seria e documentata delle notizie che provengono dagli eventi che, quotidianamente, si consumano nel corso della guerra in Ucraina. Leggendo i tuoi post e i commenti che esprimi si ricava l’impressione di osservare un altra realtà rispetto a quella che ci viene propinata dai dispositivi della comunicazione deviante che appestano la “pubblica opinione”. Puoi illustrarci le motivazioni e le ragioni per cui ti stai cimentando in questa attività?
Le motivazioni non hanno nulla a che fare con l’apprezzamento per la ‟operazione speciale”, come ogni tanto qualcuno mi rinfaccia. Il motivo è molto semplice: io mi occupo di storia e presto molta attenzione all’interpretazione delle fonti.
Per motivi professionali, inoltre, conoscendo sia il russo che l’ucraino (molto meno bene purtroppo) avevo la possibilità di seguire i media locali, da ben prima che scoppiasse la guerra.
Fin dall’inizio del conflitto ho notato uno scollamento pressoché assoluto tra le informazioni che al pubblico italiano, e occidentale in generale, era consentito ricevere dai mass media, e ciò che si vedeva sul campo. Tutto ciò che contrastava con i punti fermi del discorso che, per brevità e in maniera un po’ superficiale definirò ‛atlantista’, veniva omesso; le voci dissidenti etichettate come prezzolate dal Cremlino, e i media russi censurati per evitare che ‛infettassero’ l’opinione pubblica.
Ho anche notato da subito una distanza abissale tra la doppia narrazione che ci veniva fornita: una Ucraina valorosa e che bisogna dotare di armi ed equipaggiamenti perché in tempi più o meno brevi la sua resistenza consentirà di infliggere perdite talmente tanto alte alla Russia da obbligarla a ritirarsi e a chiedere la pace.
1.
È come filosofo politico che intervengo qui: toccherò quindi quello che in un’ottica filosofico-politica mi sembra il tema fondamentale proposto nel libro postumo di Losurdo.
Da un punto di vista filosofico-politico, direi che il punto centrale, sia per la sua obiettiva importanza intrinseca, sia per tutta una serie di conseguenze anche implicite ma comunque molto rilevanti che ha, è la polemica di Losurdo contro la teoria dell’estinzione dello Stato e in particolare contro le versioni anarcoidi e utopistiche recenti di questa teoria, il cui atteggiamento Losurdo, con un’espressione che mi piacerebbe rubargli, caratterizza come “gesto civettuolo” che maschera una posizione rinunciataria da slancio utopico1. E si riferisce a Badiou, a Negri, ad Asor Rosa, a Žižek, a coloro insomma che continuano a vedere nel marxismo essenzialmente una dottrina del superamento dello Stato, e quindi della politica, e quindi di ogni forma di potere2. Senza considerare abbastanza che il potere statale non è necessariamente soltanto strumento di oppressione, ma può anche essere strumento di garanzia, di protezione, di riconoscimento.
Mi sembra che a questo proposito Mimmo ragioni in un’ottica che è evidentemente, direi clamorosamente, hegeliana. Ci sono dei brani, dei capitoli interi di questo libro che potrebbero essere intitolati Hegel con- tro Marx3. Non c’è dubbio che la visione che Losurdo esprime dello Stato, in questo testo, è molto più hegeliana che non marxista. Anche se in verità Losurdo presenta la propria presa di distanza dalla teoria dell’estinzione dello Stato come conseguenza di un “processo di apprendimento” interno alla storia del marxismo, quindi come un almeno potenziale o incompleto autosuperamento del marxismo stesso:
Si esprime con chiarezza Alberto Bradanini in Cina. L’irresistibile ascesa (Sandro Teti, 2022): “L’ascesa prodigiosa della Cina costituisce a suo modo la plastica evidenza che esistono altre strade per uscire dal sottosviluppo rispetto agli inganni prospettati dall’Occidente, anche se con i limiti menzionati in tema di libertà e partecipazione. La metodica deformazione di tali scenari nasconde la cattiva coscienza di un impero – la cui nozione è inconciliabile con quella di democrazia – che aggredisce i paesi che non si piegano e che oggi non riesce a garantire sufficiente benessere, lavoro e coperture sociali nemmeno a casa propria, mentre la Cina (ancora oggi ben più povera in termini di reddito pro-capite) è in grado di assicurare alla sua sterminata popolazione prosperità e servizi pubblici superiori a molti paesi capitalisti (si pensi alla disoccupazione quasi inesistente)” (p. 128).
Ma, anche in tema di libertà e partecipazione, i limiti ai quali Bradanini si riferisce vanno letti comparativamente, ed è lo stesso Bradanini che fa la comparazione. In Cina il termine democrazia descrive la libertà d’espressione all’interno dei confini ideologici definiti dal Partito e la partecipazione dei cittadini alla vita del Paese sempre attraverso il Partito. In Occidente un sistema formale consente al popolo di scegliere i propri governanti all’interno di una cornice che impedisce la messa in discussione della gerarchia del potere e dei termini della distribuzione della ricchezza, e quando i governi sono inadempienti, incompetenti o corrotti, restano legittimi perché scelti dal popolo attraverso libere elezioni. In Cina i diritti economici, vale a dire l’aspirazione del popolo a fruire di condizioni di vita dignitose, hanno la prevalenza. In molti paesi dell’Occidente che sono formalmente democratici perché il governo è espressione di un voto popolare, la fame e la miseria endemiche sono considerate un dettaglio marginale che non suscita scandalo.
Positivismo, Empiriocriticismo
Il Positivismo è un indirizzo filosofico che si è sviluppato a partire dalla prima metà del sec. XIX accompagnando l’organizzazione tecnico-industriale, capitalistica, della società. Il termine, coniato da Saint-Simon, fu poi adottato da Comte per designare lo stadio scientifico del sapere umano in contrapposizione agli stadi precedenti, teologico e metafisico. La scienza era posta come unico fondamento possibile della vita degli esseri umani, garanzia infallibile del loro destino, suo compito era scoprire le “leggi” dei fenomeni. Comte riteneva razionalmente inevitabile il progresso, cioè il perfezionamento incessante che la società umana subisce nella sua storia.
La scoperta di Darwin del principio dell’evoluzione biologica comportò una diffusione del Positivismo nella seconda metà del sec. XIX, con una conclusione ottimistica della dottrina darwiniana: l’evoluzione è il fatto fondamentale della natura e della storia, è ineluttabile il progresso anche biologico dell’uomo. Spencer, il maggiore esponente del Positivismo inglese, ritenne il principio evoluzionistico valido per ogni campo della realtà, la legge universale dell’evoluzione doveva essere applicato anche alla vita sociale e alla vita psichica. Lo sviluppo graduale della società era ritenuto possibile lasciando libero gioco al conflitto tra le classi sociali e vietando ogni forma di dirigismo pubblico, ritenuto contrario al progresso. Il Positivismo inglese, individualistico-liberale, fu tipica espressione della borghesia che vedeva il progresso nel pieno dispiegamento degli appetiti speculativi e della libera concorrenza nel mercato.
Pubblichiamo volentieri questo testo a proposito del «Piano Scuola 4.0», il quale prosegue le riflessioni cominciate con PNRR: Piano Nazionale di Radiazione di ogni Resistenza (umana), uscite su questo sito nell’ottobre scorso (https://ilrovescio.info/2021/10/21/pnrr-piano-nazionale-di-radiazione-di-ogni-resistenza-umana/)
Scuola: dal greco skholé, «tempo libero», dedicato allo svago della mente, e in seguito (XIII secolo) «luogo ove si attende allo studio».
Scuola quindi come ambito politico, cioè che riguarda le relazioni tra «i molti», legato all’educazione in senso letterale, che idealmente rappresenta l’occasione per i “nuovi nati” di ricevere da parte del mondo degli adulti (nella lingua giapponese il termine sensei, tradotto con quello di «maestro», significa «colui che è nato prima») cure (spazi e tempi caratterizzati dall’agio) e quel nutrimento che deriva dalla trasmissione delle conoscenze, indispensabile per l’espressione delle potenzialità autentiche di ogni individuo.
Scuola che, come tutti gli altri ambiti della realtà, è specchio delle tendenze in atto all’interno della società che la produce e in tal senso ambito di interesse generale. Interesse ancor più evidente se si considera che l’animalità della specie umana dovrebbe evidenziarsi anche nell’istinto di tutelare i nuovi venuti come prosecuzione di un sé collettivo e come aspirazione a qualcosa di meglio.
La distanza tra il significato e la concretizzazione dell’istituzione-scuola è talmente marcata e radicata da indurre a pensare che si tratti di oggetti differenti; ma la riflessione sul senso delle parole, nonostante il capitalismo si spenda sistematicamente per adeguarle alle sue esigenze, di questi tempi rappresenta un’opportunità per attingere da visioni capaci di orientare i passi (un riferimento alle origini a volte aiuta a ricordare un futuro).
In questi giorni sono state pubblicate dal ministero dell’Istruzione – che si occupa di organizzare le nuove leve rendendole idonee all’inserimento sociale – le linee guida del Piano scuola 4.0; si tratta della “risposta forte”, condivisa nel suo complesso da tutte le forze partitiche, alle criticità palesi in questo comparto (lo definiamo tale poiché siamo purtroppo abituati a considerare la realtà come un insieme di comparti stagni).
Occorre di tanto in tanto fermarsi e guardare indietro, fare un po’ di storia, per capire come siamo arrivati sin qui. E un buon filo d’Arianna per districarsi nel labirinto della cronaca carnevalesca di oggi è la vicenda del Partito Democratico. Nato nel 2007 dalla fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita, è stato sino al 2018 il maggiore partito italiano e, con alcune interruzioni, nel governo della Repubblica per quasi 9 anni. L’intera XVII legislatura coperta con i governi Letta-Renzi-Gentiloni.In tutto 15 anni che, per i tempi della politica, per le sorti di un Paese, costituiscono una stagione abbastanza lunga perché sia possibile valutarne le responsabilità. Comincio col rammentare che, erroneamente, questa formazione è stata sempre considerata l’amalgama di due grandi eredità politiche, quella comunista e quella democristiana. Non è così. Tanto i dirigenti comunisti che quelli cattolici, prima di fondersi, avevano subìto una profonda revisione della loro cultura originaria. Prendiamo gli ex comunisti. Dopo il 1989 essi hanno attraversato, come tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei, il grande lavacro neoliberale, mutando profondamente la loro natura.
Tanto Mitterand in Francia, che Schroeder in Germania, Blair nel Regno Unito, D’Alema ( insieme a Prodi e Treu) in Italia, hanno proseguito o introdotto nei loro paesi le leggi di deregolamentazione avviate dalla Thatcher e Reagan negli USA. In sintonia con Clinton, che nel corso degli anni ’90 ha abolito la legislazione di Roosevelt sulle banche, essi hanno liberalizzato i capitali, reso flessibile il mercato del lavoro, avviato ampi processi di privatizzazione di imprese pubbliche e beni comuni, isolato ed emarginato i sindacati. Democratici americani , socialdemocratici ed ex comunisti europei hanno sottratto le politiche neoliberistiche dai loro confini americani e britannici e le hanno diffuso più largamente nel Vecchio Continente.
1. Crisi e potere, ovvero paura e libertàQuando la politica è avvolta nel paradigma o nella narrazione della crisi, la democrazia viene rinchiusa nel recinto della paura. In uno spazio dove non c’è posto per la libertà, ma autostrade per la fuga dalla libertà. Nulla di nuovo, beninteso. La storia politica e quella del “fatto democratico”[1] sono state costantemente attraversate da fenomeni del genere: fenomeni che non esprimono altro che dinamiche politiche e socio-culturali, logiche di potere e di contro-potere, di governo e di opposizione, di obbedienza e di disobbedienza, di conservazione o di mutamento dell’ordine costituito. In tutti questi casi, la libertà è una posta in gioco cruciale, ma alla quale, persino quando è ufficialmente ben vista, viene riservata una stanza in soffitta e non già il salotto buono di casa. Accade ancora ai nostri giorni. Anche nel mondo occidentale che si autodefinisce democratico (o liberaldemocratico) e che siamo soliti considerarlo tale, almeno convenzionalmente. Tutto ciò sta accadendo anche in queste settimane in Italia, nella campagna elettorale per il voto del 25 settembre: nel suo piccolo, un caso esemplare di una tendenza storica generale, che tuttavia ai nostri tempi va acquisendo crescente visibilità rispetto al passato, e forse anche più forza.
Nelle (moltissime) pagine dei mass media (vecchi e nuovi) riservate alla cronaca o al commento della campagna elettorale, abbonda l’energia dedicata (dagli attori e dagli osservatori “rappresentatori” politici e mediatici) alle alleanze elettorali, agli accordi o ai mancati accordi di un polo o dell’altro o dell’altro ancora, tutti finalizzati a trovare la chiave per vincere o per non perdere troppo o per non fare vincere troppo la controparte, dove gli interessati mirano a trovare un posto nelle liste e, più ancora, all’accaparramento personale dei collegi elettorali “blindati” o delle circoscrizioni stimate come favorevoli.

L. BASSO , S. BRACALETTI , M. FARNESI CAMELLONE , F. FROSINI , A. ILLUMINATI , N. MARCUCCI , V. MORFINO, L. PINZOLO , P.D. THOMAS , M. TOMBA: Tempora multa. Il governo del tempo, Mimesis, 2013
1. Il cerchio e la linea
Si è soliti contrapporre la concezione greca del tempo a quella cristiana attraverso le metafore del cerchio e della linea: la grecità sarebbe dominata da una concezione circolare del tempo, sia naturale che storica, laddove il tempo cristiano avrebbe un’origine, la nascita di Cristo, ed un orientamento. Quanto alla grecità, la questione a guardare da vicino è più complessa1, e tuttavia è difficile negare che il cerchio sia la metafora dominante nel concepire il cammino del tempo. Certo, nel «discorso verosimile» del Timeo platonico, è affermato il primato del tempo sul movimento, nella misura in cui il demiurgo genera ‘prima’ «il tempo [come] immagine mobile dell’eternità» e ‘poi’ il movimento circolare degli astri e pianeti, come segni del suo scorrere, come unità di misura delle differenti parti del tempo, mentre nella concezione aristotelica vi è un primato del movimento sul tempo, in quanto questo è «numero del movimento secondo il prima e il poi»: in entrambi i casi tuttavia la sfera è la figura geometrica che domina la cosmologia e il cerchio quella che traccia lo scorrere del tempo. Eterna ripetizione dell’uguale, mimesi di una perfezione che Platone situa al di là del sensibile ed Aristotele nel mondo celeste. Dominanza del ciclo come paradigma non solo del tempo cosmologico, ma anche del tempo storico: basti pensare, da una parte, alla concezione stoica dei cicli cosmici secondo cui ogni evento storico si ripeterà in modo identico un numero infinito di volte e, dall’altra, alla teoria polibiana dell’anacyclosis, che, ricalcando modelli platonici e aristotelici, pensa le forme di governo in una sequenza che ritorna su stessa.
Ciò che viene definito “scienza” è sempre contaminato da fallacie sistematiche sotto forma di distorsioni, pregiudizi e conflitti di ogni genere (cognitivi, culturali, economici, sociali, ecc.) che ne inficiano sempre, in modo più o meno grave,non solo l’attendibilità delle asserzioni, ma anche, la rappresentazione collettiva del concetto stesso. Per cercare di inquadrare un po’ meglio il problema, forse, è bene procedere a ritroso ed addentrarci in un regno assai più vasto, ma anche assai più difficile da definire, che è quello che riguarda il concetto di “conoscenza”, in senso più generale, e che è costituito dalle diverse facoltà e dai variegati strumenti che permettono di apprendere, di elaborare e di ordinare i diversi fenomeni che ci circondano, e di “organizzare” ciò che dentro di noi (impressioni, immagini, pensiero astratto), senza, con questo voler addentrarci troppo in tediose dispute gnoseologiche.
Cosmo e caos
Gli esseri umani, così come tutti gli esseri “senzienti”[1], possono sopravvivere solo se riescono ad orientarsi attraverso gli innumerevoli fenomeni che si manifestano nel vasto mondo tramite i diversi strumenti cognitivi. “intrinseci” a loro disposizione.
Potremmo dire, a grandi linee, che la conoscenza è la costruzione, nella mente dell’immagine a del cosmo, delle “cose visibili e invisibili” o, in altre parole, l’introiezione del macrocosmo nel microcosmo della mente individuale o collettiva[2].
Page 218 of 688
