L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale
di Andrea Daniele Signorelli
Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.
Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.
Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.
E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?
Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language model
In sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono,
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Vannacci, il prodotto politico del capitale
di Osservatorio Repressione
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.
Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno soltanto l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.
L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.
Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.
La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.
Come ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.
Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie.
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Quando una tregua diventa una resa dei conti strategica
di Giuseppe Gagliano
Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma ridefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.
La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.
Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei propri alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.
Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva
Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale. Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.
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Da Gramsci ai cabaret nazisti: l'inganno della risata che ci sta portando alla dittatura
di Chris Hedges*
I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l'élite "illuminata e colta", e loro, il "cesto di deplorevoli" da deridere e disprezzare.
Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l'industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l'alienazione che nutrono il fascismo.
Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un "sarcasmo appassionato" capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere.
- Luciano Vasapollo: Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione
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- Francesco Coniglione: Le piccole verità e la tirannia del Vero
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- Alfonso Gianni: Finanzcapitalismo all’italiana
- Carlo Galli: Necessità della politica tra destino e possibilità
- Fulvio Grimaldi: Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?
- Alessandro Volpi: Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario
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1. Due fronti, una stessa logica.
Il 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “
Dopo ventisette anni di speranza, mobilitazione e sperimentazione, è davvero finita la spinta propulsiva del laboratorio bolivariano? È giunto al capolinea l'esperimento socialista, proclamato da Hugo Chávez nel 2005 di fronte ai movimenti altermondialisti a Porto Alegre come l'unica alternativa reale alla barbarie del capitale? Davvero tutto si sta risolvendo nell'ignominia e nel tradimento dei suoi dirigenti, come strillano i tribunali permanenti delle reti sociali? E, soprattutto, quali spazi reali restano all'alternativa sistemica nell'assoluta assenza di rapporti di forza favorevoli a livello continentale, mentre il Comando Sud presidia stabilmente le acque dei Caraibi, stringe d'assedio il Venezuela e minaccia l'esistenza di Cuba? C'è un passaggio decisivo nel saggio di Lenin del 1904, Un passo avanti e due indietro, che si proietta con precisione geometrica sulla geopolitica contemporanea. Il grande statista rivoluzionario, nel fare il bilancio delle fratture organizzative del socialismo russo, rammentava che la durezza dei principi non deve mai trasformarsi in cecità dogmatica: la tattica esige flessibilità, capacità di manovra e, quando necessario, l'accettazione consapevole di un ripiegamento temporaneo per preservare le forze strategiche. Il problema sorge quando il ripiegamento si prolunga oltre il dovuto, trasformandosi in una palude dove i contorni dell'alternativa di sistema sfumano nel ricatto del vincitore e nella difesa di uno Stato purchessia.


Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario. La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.
C’è un fenomeno editoriale che – a ben vedere – si sta molecolarmente, pazientemente consolidando nel tempo. È quello delle ristampe ragionate di testi del marxismo, in particolare di quello critico, pubblicati in altre stagioni, dagli anni Settanta (e talvolta anche prima) in poi. Penso per intenderci a Il principio speranza



La realtà venezuelana dopo il 3 gennaio sfugge a interpretazioni binarie o moralistiche. È, soprattutto, uno scenario di sopravvivenza dello Stato in cui potere, coercizione e adattamento pragmatico ridefiniscono le regole del gioco.


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__la_patria_dei_patrioti_terre_e_vite_di_troppo/58662_67613/
I russi avanzano ma nessuno lo dice. Alcune delle ultime roccaforti ucraine nel Donbass stanno cadendo mostrando i limiti di una strategia incentrata sulla difesa di ogni metro di territorio basata sul trasformare ogni cittadina in una roccaforte (già cara alla Wehrmacht sul Fronte Orientale) che porta a guadagnare tempo al prezzo dell’annientamento dei reparti.


