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Published: 30 July 2024
Created: 29 July 2024
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linterferenza

Circa Trump

di Alessandro Visalli

harris trump 690x362.jpgIncombe la fase finale delle elezioni americane. Ogni quattro anni viene riproposto questo spettacolo dai toni profondamente religiosi del duello tra ‘messia’. Un giudizio di Dio accuratamente imbastito da mani sapienti. Con gran rullo di tamburi, il “popolo” viene chiamato a scegliere quale front man si dovrà fare carico di rappresentare la disgregazione che nutre il cuore dell’impero occidentale. Esiste, probabilmente, un nesso funzionalmente necessario tra questa disgregazione e la ciclica riproduzione di una guerra civile ritualizzata capace di fornire l’alias di un sistema di valori comunitari rispettivamente orientati gli uni contro gli altri. L’assenza di autentici elementi di connessione comunitaria, in un ambiente ultra-frammentato sotto ogni profilo, e nel quale la promessa della prosperità (unico sostituto plausibile della salvezza ultramondana nella quale collettivamente non si crede più) per troppi si allontana generazione dopo generazione, rende, in altre parole, necessario per poter funzionare quanto basta da conservare il proprio auto-attribuito ruolo mondiale, che sia messo in scena un sostituto. E allora si cerca la salvezza mondana non già nell’identificazione di nemici collettivi scelti dall’effettiva gerarchia sociale operante (ovvero, in quello che una volta si chiamava il ‘nemico di classe’), quanto in presunti nemici della ‘nazione’. Nemici, che sono, insieme all’identificazione di ciò che è la ‘vera’ nazione, interni e trasversali. Contro questi si alza un messia.

Chiaramente ogni quattro anni, puntualmente, ci viene raccontato con grande spesa e fine capacità retorica che la scelta è epocale. Si tratta invero di designare l’anticristo o il vero messia. Colui (o colei) il quale porterà il bene e la pace al mondo, colui che comprende e riunisce in sé tutto l’essenziale e individua il punto cruciale e dirimente.

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Published: 30 July 2024
Created: 27 July 2024
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coku

Sovranità in Marx

di Leo Essen

pride b 1220x600.jpgNon è vero che Marx non si sia occupato di politica. Se si sfogliano i suoi appunti o i suoi tentativi più riusciti di scrivere il benedetto sistema – i Lineamenti –, si trovano pagine di primo livello di (cosiddetta) politica.

In un breve capitolo del volume I dei Lineamenti, da p. 207 a p. 221, Marx parla appunto della politica, dei concetti centrali della politica borghese, Sovranità e Libertà, e dice: Cosa sono la Sovranità e la Libertà? Non sono niente. Non c’è Sovranità e non c’è Libertà. Gli agenti economici sono gli uni legati agli altri in una catena di dipendenze. Solo per quei boriosi di socialisti francesi sono immaginabili agenti liberi e sovrani indipendenti da ogni relazione con gli altri agenti. Per Proudhon, per esempio, che aspira a filosofare alla tedesca, la libertà è un affare dell’uomo, è una proprietà che bisogna restituire all’uomo, una condizione – uno stato – che è represso, inibito, impedito dalla società borghese, impedito dagli affari, dal commercio, dalla polizia, dal vaccino, dalla scienza, etc., diremmo oggi – il rosario lo conosciamo.

Ebbene, dice Marx, Proudhon è uno spocchioso, e quando scimmiotta Hegel è uno spocchioso al quadrato. Prendete gli empiristi inglesi, dice. Non si fanno tante storie. Non hanno difficoltà a riconoscere che negli affari non c’è libertà e non c’è sovranità. Nessun narcisismo impedisce loro di dire che l’uomo non ha alcuna sovranità e libertà, che sovranità e libertà, e qui sta il genio inglese, non stanno in mano a nessuno, men che meno a un essere trascendente. La libertà è in una mano invisibile, anonima, sta in mano al mercato, ed è oggettivata in una cosa che portiamo in tasca e che parla a tutti con la stessa indifferenza: il denaro.

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Published: 30 July 2024
Created: 30 July 2024
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sinistra

Epicuro e la sociologia. Conversando con un filosofo su sapere critico e ricerca sociale

Patrizio Paolinelli intervista Massimo Piermarini

2da29cc37e560956b6c1675deed589 XL.jpgCome tante altre discipline anche la sociologia ha contratto numerosi debiti con la filosofia. Debiti inestinguibili e che tali resteranno qualsiasi sia il destino della più giovane tra le scienze sociali. Oggi la sociologia vive più che mai all’ombra del pensiero liberale. Pensiero che attinge da varie fonti: l’illuminismo, l’utilitarismo, l’economia politica classica, la teoria politica, il neopositivismo e persino il materialismo. Per quante e differenziate siano le fonti tutte sostengono la visione del mondo propria delle classi dominanti dal XIX secolo a oggi.

La vittoria sul piano della prassi basta e avanza per costituire un’egemonia culturale che da tempo ha interessato, e spesso inquinato, tutte le istituzioni, comprese la scuola, l’università, il sistema dell’informazione, l’ordinamento giuridico. L’egemonia raggiunta ha un protagonista preciso: il neoliberismo. Come è noto si tratta di una teoria a tutto campo (economico, politico, filosofico, antropologico) a sostegno di un tipo di capitalismo refrattario a ogni compromesso con le classi subalterne e incline a imporre il proprio comando su ogni aspetto della vita sociale. Anzi, per effetto dell’accelerazione tecnologica, della vita in quanto tale. La visione del mondo imposta dal neoliberismo tramite le più avanzate macchine del sapere, dell’editoria e della comunicazione si coniuga col ritorno in Europa del primitivismo tipico dell’homo homini lupus. Ossia con l’importazione nel Vecchio continente dello stile di vita statunitense fondato sulla competizione, la misurazione della performance, l’interesse personale, la legge del profitto. Modello che compensa lo spaventoso impoverimento spirituale, psicologico e umano diffondendo valori materialistici legati alla ricchezza economica e al consumismo.

Dunque, sì, anche il capitalismo è materialista. Ma di un materialismo negativo che poco ha a che fare con quello dell’antichità classica e ancor meno con quello teorizzato da Marx. Va detto però che da entrambi ha appreso qualcosa; ovviamente pervertendo questo qualcosa.

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Published: 29 July 2024
Created: 29 July 2024
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perunsocialismodelXXI

Aporie dell'utopia comunitaria

Il Marx di Preve fra Hegel e Aristotele

di Carlo Formenti

copertina preve.jpgPremessa

Il secondo volume delle Opere (Inschibbolleth Editore, a cura di Alessandro Monchietto) di Costanzo Preve raccoglie due testi, il primo postumo e parzialmente incompleto (Manifesto filosofico del comunismo comunitario), il secondo (Elogio del comunitarismo) originariamente editato da Controcorrente (2006). Il tutto è preceduto da una Introduzione ("Comunità e comunismo nell’ultimo Preve") di Mimmo Porcaro, alla quale rinvio per tutti gli argomenti che non riuscirò a trattare nel presente articolo, dato che i problemi sollevati da questi due scritti sono numerosi e complessi, tanto da non poter essere esaurientemente affrontati in un articolo che deve rispettare gli standard di lunghezza che mi sono autoimposto per i materiali di questa pagina.

Gli obiettivi che Preve si è posto in questi lavori sono a dir poco ambiziosi: si tratta, fra le altre cose, di abbozzare un bilancio storico-critico della teoria marxista e dei tentativi, condotti dai partiti comunisti novecenteschi, di metterne in atto i principi per realizzare formazioni sociali postcapitaliste; di riscattare dalla damnatio memoriae questi grandiosi esperimenti, evitando di buttare il bambino con l'acqua sporca, evitando, cioè, di liquidare quello che Preve - pur considerando la velleità di restaurare il “vero” pensiero di Marx impresa al tempo stesso vana e impossibile (1) - considera il progetto marxiano originario, vale a dire il sogno di realizzare non uno stato socialista, bensì una comunità di individui liberi e uguali; di contestare il dogma che inchioda Marx al ruolo di filosofo “materialista”, di colui che ha “rimesso con i piedi per terra” la dialettica di Hegel, e di descriverlo invece come il punto più alto di una linea di pensiero che si dipana da Aristotele a Hegel per culminare appunto con il maestro di Treviri;

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Published: 29 July 2024
Created: 26 July 2024
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futurasocieta.png

Alti tassi esentasse

di Ascanio Bernardeschi

1024px northeast portland homeless camp tentsL’aumento dei tassi di interesse non è una misura tecnica ma uno strumento politico della lotta di classe per arricchire le banche a scapito dell’economia reale e delle condizioni dei lavoratori. In un Paese in cui non esiste più l’edilizia residenziale pubblica e la mitigazione dei canoni di affitto, anche la questione abitativa viene aggravata con il rischio di mettere sul lastrico i lavoratori che con fatica avevano acquistato la casa.

L’inasprimento dei tassi di interesse praticato sia dalla Federal Reserve negli Stati Uniti che dalla Banca Centrale Europea (Bce) doveva essere funzionale, almeno secondo le motivazioni ufficiali, a contrastare l’inflazione. È noto però che il ricorso a questo strumento, che tende a raffreddare un’economia surriscaldata, è giustificato se l’inflazione è provocata da un eccesso di domanda rispetto all’offerta. Ma nel nostro caso l’inflazione non è determinata dalla troppa euforia dei mercati. Tutt’altro. Durante la fase acuta della pandemia le chiusure avevano determinato colli di bottiglia disorganizzando la produzione, grazie anche alla configurazione frammentata delle filiere produttive. Per quanto riguarda l’Europa, inoltre, si assiste a un inasprimento dei costi quale conseguenza della guerra in Ucraina e delle sanzioni alla Russia che privano il nostro sistema produttivo della possibilità di importare a basso costo materie prime e prodotti energetici dalla Russia. Incide inoltre la speculazione sui futures del petrolio, che assurdamente determinano i prezzi degli energetici. In simili casi l’innalzamento dei tassi certamente riduce la domanda, la quale, viste le difficoltà produttive, viene soddisfatta in buona parte dalle importazioni, e con ciò tende anche a migliorare i conti con l’estero, avendo così un effetto sull’inflazione ma questo beneficio è molto inferiore al danno che si provoca all’apparato produttivo.

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Published: 29 July 2024
Created: 29 July 2024
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sinistra

La repressione al tempo dell'Unione Europea votata alla guerra

di Enzo Pellegrin

caschiblu.jpgColpisce non poco la recente raffica di provvedimenti questorili contro i manifestanti milanesi pro Palestina. Nell’obiettivo della Questura i partecipanti alla manifestazione del 25 aprile che si erano distinti per il sostegno alla causa palestinese e che avevano espresso solidarietà al diritto di autodeterminazione e alla resistenza di questo popolo.

Da molto tempo in tutta l’Unione Europea sono all’ordine del giorno le ondate repressive contro ogni manifestazione del pensiero che si allontani dai diktat politici del neoliberismo UE a pensiero unico e dala politica guerrafondaia della NATO: dalla repressione del movimento NOTAV, a quella contro i Gilet Jaunes, contro le maniifestazioni sindacali avverse ai progetti antipopolari e neoliberali del governo Macron, contro le manifestazioni per la pace in Francia e Germania. A questo quadro piuttosto inquietante, si aggiunge non solo da oggi una cappa di censura politica e mediatica su ogni critica al comportamento del governo sionista al potere, in Israele e alla sua condotta di guerra contro il popolo palestinese.

Accade così non per caso che a un noto e attivo militante sindacale dello SLAI COBAS presso la Tenaris di Dalmine, Sebastiano Lamera venga imposto un foglio di via che lo obbliga a non frequentare per ben sei mesi i luoghi più importanti di manifestazione del conflitto politico nel centro di Milano. La giustificazione è un asserito concorso in reati di resistenza a pubblico ufficiale che si sarebbero sviluppati proprio durante la repressione di una parte del corteo del 25 aprile che aveva manifestato a sostegno della causa palestinese. Nessun processo su questo asserito reato è ancora iniziato, nessun giudice della Repubblica ha applicato a Sebastiano una misura cautelare né tanto meno una condanna.

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Published: 28 July 2024
Created: 28 July 2024
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alternative

C’è del chiaro in fondo al tunnel

di Alfonso Gianni

204909839 b826a1b5 aa95 4501 b42c b78bb21a0804.jpgChi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, perché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada

Eraclito

L’anno corrente non sarà solo ricordato per la quantità di appuntamenti elettorali che si sono svolti. In effetti più di 50 Paesi in tutto il mondo, con una popolazione complessiva di circa 4,2 miliardi di abitanti, più della metà della popolazione mondiale, hanno tenuto o terranno elezioni nazionali, regionali e comunali nel 2024, in quello che è stato quindi definito come l’anno elettorale più grande della storia, con la partecipazione di sette delle dieci nazioni più popolose al mondo, cui va aggiunta l’Unione europea. Non senza eccesso di enfasi il Guardian lo ha definito “il Super Bowl della democrazia”1

Ma la vera novità dell’anno in corso, almeno entro il perimetro Ue, è stata certamente la inaspettata e sorprendente vittoria della gauche in Francia, sulla base di un programma effettivamente di sinistra. Almeno per quanto riguarda gli aspetti sociali, con una caduta in negativo sul tema della guerra russo-ucraina. Tutt’altra cosa comunque della vittoria dei laburisti in Inghilterra. Un esito felice, quello francese, che parla a tutta l’Europa e oltre, come ha dimostrato in modo emblematico l’entusiastica manifestazione che ha riempito la sera 7 luglio Place de la Republique, ove varie voci, diversi idiomi e accenti si rincorrevano in una sorta di polifonia internazionalista. E si poteva udire anche il nostro “Siamo tutti antifascisti” nella lingua originale “del bel paese dove ‘l sì suona”.2

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Published: 28 July 2024
Created: 28 July 2024
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sinistra

La necessità di eliminare il sovra-prodotto

di Luciano Bertolotto

0 0 52.jpgBisogni, consumo, surplus

Vivo. Io, come altri otto miliardi. Perché? Non lo so. Come, invece si: soddisfacendo i bisogni essenziali. Cibo, vestiti( se il clima o la morale li richiedono), un tetto. Ah, dimenticavo: un po' di sesso(se non per altro, per la riproduzione della specie...).

Il processo di civilizzazione ha reso tutto ciò un po' più complesso e sofisticato: gastronomia, moda, architettura, seduzione... Sono il fondamento del piacere o, in mancanza, della sofferenza.

A questi si aggiungono gli oneri del vivere sociale. Il prezzo della (parziale) repressione degli istinti primordiali. Trovano spazio nella psiche individuale e collettiva. Relativi e mutevoli formano, comunque, l'habitat culturale.

Hanno origine con la necessità di cooperare. Il noi ne è l'elemento fondante. In contrasto con la dottrina prevalente che esalta l'interesse individuale. Io, io, io … Fino all'ultima frontiera del neo-liberalismo: ciascuno è imprenditore di se stesso. Tutti contro tutti

Il bisogno impone di procurarsi il necessario. Non basta la natura. Siamo condannati al lavoro. Almeno quasi tutti... Grazie alla tecnologia il processo di produzione si è evoluto nel tempo. E con esso la vita umana. Mente e corpo... e, anche, le idee. Il frutto di tanto tribolare è il prodotto sociale che, pur iniquamente, viene distribuito. Ma non tutto è consumato. Quel che rimane è il sovra-prodotto (o surplus).

 

La sovrapproduzione e le forme ordinarie di eliminazione del surplus

Di questo voglio scrivere. Sostenendo, in particolare, che la sua eliminazione è stata, ed è, per i potenti (non trovo un termine più consono...), una necessità storica. La penuria di molti per il dominio di pochi.

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Published: 27 July 2024
Created: 24 July 2024
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officinaprimomaggio

La crisi della Germania

di Sergio Fontegher Bologna

Progetto senza titolo e1721832102347.pngLa crisi politica, economica e sociale della Germania post-Merkel è diventata argomento di primo piano dei media italiani. Il numero di Limes uscito il 6 luglio è stato interamente dedicato a questo. I rapporti storici ed economici tra i nostri due paesi, Italia e Germania, sono stati così importanti che alcune riflessioni si rendono necessarie, magari aggiungendo qualche informazione in più a quelle che circolano negli organi di stampa.

Mi ricollego pertanto a quanto avevo scritto nel libro “Banche e crisi. Dal petrolio al container”, più di dieci anni fa (Derive&Approdi, Roma, 2013). Descrivevo il crollo del sistema finanziario tedesco che era leader mondiale nella finanza dello shipping, con il fallimento di centinaia di società specializzate nel cosiddetto KG-System, società in accomandita semplice che per decenni avevano consentito ai risparmiatori privati ottimi ritorni nel noleggio di navi container. Il crack coinvolse anche la banca pubblica HSH Nordbank, posseduta dal Land di Amburgo e dal Land dello Schleswig Holstein, che al tempo era la banca al mondo maggiormente presente nei finanziamenti allo shipping. La Germania, nel giro di pochi mesi, perse una leadership mondiale in un settore chiave della globalizzazione, quello del container. Il suo primato sarà in seguito raccolto dalla finanza cinese e giapponese con l’adozione di particolari strumenti innovativi come il leasing. Ma, dopo quello del 2012, altri choc dovevano investire il mondo finanziario e bancario tedesco, con un susseguirsi di scandali che arrivano ai giorni nostri. Ne cito soltanto tre: lo scandalo P&R nel 2018, una delle più colossali truffe del dopoguerra, sempre nel settore container; la società vendeva o noleggiava container a dei privati, si scoprì che un milione circa di questi container non esisteva affatto, più di 50 mila investitori persero i loro soldi; il caso Wirecard nel 2020, società di gestione digitale dei pagamenti, che ha praticato sistemi fraudolenti su vasta scala, e poi, il caso più sconvolgente, il cosiddetto “affare cum-ex”, che ha coinvolto più di 5 paesi europei, dove con la complicità di grandi banche, società finanziarie, intermediari, singoli professionisti, sono state rimborsate delle tasse a chi non ne aveva diritto per un valore di circa 62 miliardi di dollari, la metà dei quali nella sola Germania.

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Published: 27 July 2024
Created: 23 July 2024
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comedonchisciotte.org

Trump e il complottismo

di Nestor Halak

caricature 2069820 1280.jpgImmediatamente dopo il tentativo di assassinare Trump, ancora prima di conoscere esattamente cosa fosse successo, su internet già fiorivano decine di differenti ipotesi “alternative” che ci davano avviso di quanto le cose potessero essere diverse da come apparivano. Ancora prima che ci fosse una “teoria ufficiale” da smentire, già la smentivano.

Né sono stati da meno i media mainstream che fin da subito hanno fatto il possibile per minimizzare l’accaduto, per ironizzare sull’accaduto, per insinuare dubbi sulla “realtà” dell’accaduto che poteva essere in fondo anche una “rappresentazione”. Meglio non parlarne affatto, ma se proprio un accenno vogliamo farlo, non chiamiamolo attentato, piuttosto incidente, non usiamo la parola assassinio, sottolineiamo il lato umoristico: da subito sono cominciate a circolare vignette ironiche e prese in giro, tanto da far sospettare che ci siano professionisti pagati per questo.

A pochi minuti dall’”incidente” già circolavano tesi che si trattasse di un falso, magari organizzato dallo stesso Trump a scopo di propaganda, magari si era buttato per terra e aveva aperto una bustina di salsa di pomodoro per fare il drammatico: può essere, ma allora perché gli spari non erano a salve, perché ci sono morti e feriti? Ma, forse gli spari erano veri, ma si mirava al pubblico: un paio di morti aggiungono drammaticità e sapore di verità! Uno spettatore in più o in meno, che differenza fa? Be, per loro qualcuna ne fa. Maga lives don’t matter! Però il proiettile sembra essere passato pericolosamente vicino alla testa… Ma no, era tutto calcolato! E poi certa gente si ucciderebbe pur di far sembrare vero un attentato!

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Published: 27 July 2024
Created: 27 July 2024
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sinistra

Nestor Makhno

di Salvatore Bravo

roads nestor 1.jpg

Nestor Makhno è stato un eroe della storia del comunismo anarchico ucraino. Divenne il catalizzatore della rivolta dei contadini e degli ultimi durante i primi anni della Rivoluzione russa. Nell’Ucraina devastata dagli interessi economici delle potenze egemoni e divenuta campo i battaglia tra tedeschi, russi bianchi e rossi e nazionalisti, egli fondò la prima nazione anarchica, la Machnovščyna con capitale Guliai-Polé, sorta tra il 1917 e il 1921 nel sudest dell’Ucraina. Il motto della nazione era “"Il potere genera i parassiti! Lunga vita all'Anarchia!". La stroria della prima nazione anarchica non è presente nei libri di storia ed è sconosciuta a molti. L’anarchia comunista divenuta realtà ha dimostrato che l’impossibile è possibile. L’impensabile è la comunità-nazione senza autorità e proprietà privata, la quale diventa realtà in un contesto di guerra, in cui si confrontano modelli sociali differenti sostenuti da forze materiali e ideologiche assai differenti. I contadini guidati da Nestor Makhno, benchè analfabeti comprensero collettivamente che la Rivoluzione russa e la caduta degli zar erano uno spazio di possibilità nel quale “giocarsi il futuro”. La libertà prima di tutto, quindi, la Rivoluzione finisce dove inizia l’autorità. Nestor Makhno nella sua ricostruzione della storia della Machnovščyna scritta in esilio in Francia fa dell’autoderminazione il nucleo della rivolta dei contadini. Egli stesso contadino conobbe l’artiglio dell’autoritarismo e le prigioni del potere.

Con il comunismo anarchico terminava la storia caratterizzata dal dominio e iniziava il regno della libertà con la gestione diretta e comunitaria delle decisioni politiche e dell’economia. All’inizio il movimento di liberazione della nazione anarchica cercava un modello a cui ispirarsi per questa esperienza inedita. Gli anarchici ucraini speravano nel ritorno di Kropoktin in Russia con la Rivoluzione, ma il “grande vecchio” riconobbe il nuovo potere e si limitò agli appelli umanitari.

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Published: 26 July 2024
Created: 24 July 2024
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lafionda 

La locomotiva arresta la sua corsa: la crisi della Germania

di Paolo Arigotti

1685368528 bundestag.jpgLa Germania era definita fino a poco tempo fa la locomotiva dell’Europa, ma le cose stanno cambiando, e molto rapidamente.

Il paese sta affrontando una grave crisi, economica e sociale, che si trasforma inevitabilmente anche in politica.

Crisi energetica, pandemia e flussi migratori sono le motivazioni principali, assieme a una frattura tra quella che fu la Germania ovest e la ex DDR, la repubblica democratica tedesca che per circa 40 anni rimase nell’orbita sovietica, fino alla caduta del regime comunista nel 1989, cui fece seguito, a nemmeno un anno di distanza dal crollo del muro, la riunificazione, o per meglio dire l’annessione[1]. Nonostante le aspettative che caratterizzarono quella fase storica, i lander orientali hanno finito per essere controllati dagli ex connazionali d’occidente, che non solo hanno riservato per sé la quasi totalità delle posizioni che contano – con la ragguardevole eccezione della ex Cancelliera Angela Merkel, nata ad Amburgo ma cresciuta nella ex Germania est[2] – ma che si sono garantiti la proprietà degli apparati produttivi e del patrimonio immobiliare[3].

Non è un caso se è soprattutto in questa parte del paese che si registra la più forte ascesa politica delle destre, a cominciare da AFD[4], una forza politica che, piaccia o meno, vede al proprio interno nostalgici del nazismo, nonostante la compagine politica affondi le sue radici nella iniziativa di alcuni docenti universitari e intellettuali, contrari alla moneta unica europea, risalente a meno di venti anni fa. Allo stesso tempo, crolla la fiducia nel partito socialdemocratico (SPD) dell’attuale Cancelliere Olaf Scholz, che alle ultime europee non ha raccolto neanche il 14 per cento dei voti (13,90 per essere precisi), certificando l’emorragia di consensi e la protesta insita nel voto, che ha fatto dell’AFD il secondo partito (15,90), dopo la CDU- CSU (30).

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Published: 26 July 2024
Created: 22 July 2024
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lantidiplomatico

Il "piano di pace" di Trump: scaricare la guerra ucraina all'Europa per il vero obiettivo

di Clara Statello

bliv.jpgLa guerra in Ucraina è una guerra per il nuovo ordine globale. L'Occidente ha trasformato un conflitto locale nella lotta tra democrazia e autocrazia, tra Bene e Male, cioè in uno scontro di civiltà. La guerra sarebbe potuta finire dopo poco più di un mese, con l'accordo negoziato a fine marzo a Istanbul, che prevedeva condizioni vantaggiose per Kiev, se Boris Johnson e altri leader occidentali non l'avessero sabotato.

Ciò a dimostrazione che il sostegno militare all'Ucraina non è motivato dalla nobile difesa dei diritti fondamentali dei popoli. La NATO combatte una guerra fino all'ultimo ucraino contro la Russia per mantenere il proprio primato. I Paesi occidentali sacrificano Kiev sull'altare della supremazia del blocco imperialista a guida statunitense.

Se Putin vincesse, non si limiterebbe a colpire la Georgia, ma l'intero vicino estero russo, nel tentativo di ricostruire l'Unione Sovietica. La fine della deterrenza NATO, inoltre, incoraggerebbe l'iniziativa della Cina su Taiwan e di Hezbollah in Israele.

Questo è il timore dei leader europei, espresso in modo chiaro dall'ex premier inglese Johnson in un editoriale pubblicato sabato sul Daily Mail.

Su una cosa i vassalli di Washington hanno ragione: il mondo unipolare è al tramonto. Le nuove potenze emergenti, sempre più presenti sui mercati internazionali, chiedono un maggior protagonismo decisionale; chiedono un ordine internazionale dominato dalle regole del diritto, non dai veti statunitensi e dai doppi standard; chiedono pari dignità ai popoli del mondo.

Ma non sarà la Cina o l'Iran o la Russia ad attaccare militarmente l'Occidente, per imporre un ordine che è già reale.

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Published: 25 July 2024
Created: 23 July 2024
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ottolinatv.png

Da Trump a Le Pen: la rivincita del capitalismo straccione e le lacrime di coccodrillo degli analfoliberali

di Ottolinatv

https://youtu.be/r2vvMEpKA8Y

Vladimir Putin and Donald Trump at the 2017 G 20 Hamburg Summit 4 1536x948.jpgTra analfoliberali sull’orlo di una crisi di nervi e miliardari fintosovranisti travestiti da working class heroes, andrà a finire che moriremo tutti, ma – di sicuro – non di noia: dopo 50 anni di pilota automatico, le diverse fazioni del grande capitale dell’Occidente imperialista, impanicate dal loro progressivo e inevitabile declino, sono tornate a farsi la guerra; e gli ultimi giorni, tra attentati falliti e la prima volta in assoluto dal 1968 che un commander in chief decide di rinunciare spontaneamente alla corsa per il secondo mandato, sono stati in assoluto i più movimentati del teatrino politico USA degli ultimi decenni. Ma al di là della rappresentazione teatrale, in cosa consistono davvero queste fazioni del capitale sull’orlo della guerra civile? Che interessi materiali rappresentano? Ha davvero senso tifare per una piuttosto che per l’altra? E sono davvero così alternative tra loro? Dalla Francia della Le Pen agli USA di The Donald, in questo video proveremo a dare alcune informazioni che speriamo ci permettano di navigare in queste acque turbolente senza essere totalmente in balia della propaganda e dei mezzi di produzione del consenso delle diverse fazioni del partito unico della guerra e degli affari; prima di farlo, però, vi ricordo di mettere un like a questo video (proprio per permetterci di portare avanti la nostra guerra quotidiana contro il pensiero unico imposto dagli algoritmi) e, se non l’avete ancora fatto, anche di iscrivervi a tutti i nostri canali social e di attivare le notifiche: a voi costa solo pochi secondi, ma a noi permette di dare ogni giorno un po’ più di voce al 99% e a chi dalle faide tra pezzi diversi di oligarchia, alla fine, ha sempre e solo da rimetterci.

Come mi capita spesso, non c’avevo capito una seganiente: unico tra tutti gli Ottoliner, ho continuato per mesi a dire che, a mio avviso, la vittoria di Trump nelle prossime presidenziali di novembre non era scontata per niente.

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Published: 25 July 2024
Created: 22 July 2024
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collettivolegauche

Antropocene o Capitalocene? Le critiche di Moore e la difesa di Angus

di Collettivo Le Gauche

Moore crop II1. Perché Moore è contro l’Antropocene

Per Jason W. Moore nel libro Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, traduzione di Alessandro Barbero ed Emanuele Leonardi, l’Antropocene è una delle risposte concettuali date alla relazione moderna tra ambiente e natura. Il concetto si presta a molteplici interpretazioni ma una è dominante ed individua nell’Inghilterra del XIX secolo le origini del mondo moderno e nell’Anthropos la molla dietro le forze trainanti di questo cambiamento epocale, ovvero carbone e vapore. Si tratta di una storia che mette da parte la violenza propria dei rapporti moderni di potere e di produzione, nella disuguaglianza e nell’alienazione. Le attività umane nella rete della vita sono ridotte a un’umanità astratta dove non figurano problematiche come l’imperialismo e il patriarcato. La narrazione proposta vede la contrapposizione delle imprese umane con le grandi forze della natura. La complessità del cambiamento storico-geografico viene sostituita da nozioni lineari di tempo e spazio. Allo stesso tempo, dice Moore, i teorici dell’Antropocene non possono negare che gli esseri umani sono una forza geofisica operante nella natura. Emerge così la problematica mooriana “Un sistema/Due sistemi”. A livello filosofico l’umanità viene inserita nella rete della vita ma a livello metodologico viene pensata come separata da essa. In poche parole, il pensiero verde si dibatte in olismo in filosofia e dualismo nella pratica. Per quanto riguarda la teoria dell’Antropocene, essa possiede due dimensioni. Una che analizza i fenomeni bio-geologici e la seconda che si sofferma sulla storia. In breve, a partire da fatti e questioni bio-geologiche vengono prodotte delle periodizzazioni storiche. L’approccio è sostenuto da alcune importanti decisioni metodologiche. In primo luogo ci si sofferma sulle conseguenze dell’attività umana. Il domino dell’uomo sulla Terra è costruito sulla base di cambiamenti biofisici ridotti a categorie descrittive come i concetti di urbanizzazione e industrializzazione.

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Published: 24 July 2024
Created: 22 July 2024
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paroleecose2

Su L'ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Sato

di Francesco Saverio Oliverio

pic greenmarx.jpgL’ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Saito è comparso in lingua italiana per i tipi di Castelvecchi nell’ottobre 2023 [1]. La pubblicazione in lingua inglese risale al 2017, l’editore fu la Monthly Review Press [2]. Saito è filosofo del pensiero economico, professore all’Università di Tokyo; il suo nome è giunto al grande pubblico grazie al boom di vendite del successivo Capital in the Antropocene (Ed. Shueisha, 2020) vincitore dell’Asia Book Award del 2021 nella categoria dei libri con un gran numero di lettori che colgono con acutezza i cambiamenti della società moderna.

L’autore – sin dalle pagine introduttive – si immerge nel dibattito che ha attraversato le opere di Marx, in particolare in merito all’ecologismo. Il rivoluzionario di Treviri è stato criticato – ricorda Saito – a partire dagli anni Settanta anche dall’emergente movimento ambientalista per il suo “prometeismo” ovvero per il suo elogio al progresso delle forze produttive e anche in campo sociologico non sono mancate voci autorevoli – come quella di Anthony Giddens – che hanno condiviso lo stereotipo secondo il quale in Marx lo sviluppo tecnologico avrebbe permesso di manipolare la natura.

Proprio l’emergere delle preoccupazioni per le sorti dell’ecosistema – poste dal noto rapporto Limits to Growth nel 1972 nei termini di un prossimo raggiungimento dei limiti naturali se la linea di sviluppo fosse continuata inalterata in alcuni settori strategici come l’industrializzazione e la produzione alimentare [3] – e la nascita dei movimenti ambientalisti hanno posto alla tradizione di pensiero marxista delle sfide importanti, in primis quella di individuare gli elementi teorici con cui aggredire problemi nuovi. Si trattava di recuperare e costruire un’immaginazione socialista sull’ecosistema.

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Published: 24 July 2024
Created: 16 July 2024
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lafionda

Uno schema di ricerca su Operai e Capitale

di Lorenzo Serra

0e99dc 7aa60b066c054d7ab8458168ffafe69cmv2.jpgNon dovremmo più considerare Operai e capitale un testo di esclusivo attacco, puramente escatologico – ciò, infatti, continua-a-significare il fraintendimento non solo di quest’ormai classico dell’operaismo italiano, ma anche, e soprattutto, un equivoco dell’intera opera trontiana: del suo stile o carattere – o, per esprimersi in termini lukácsiani, del suo pensiero solo. Sì, Operai e capitale è stato anche questo: una possibilità esperita – un tentativo di offensiva da portare nel cuore del Capitale, che doveva esser esplorato fin dentro i suoi limiti. Ma è stato anche altro, quell’altro che costituisce, poi, la cifra stilistica del pensiero di Tronti, dai caratteri, mai abbandonati, del malinconico, della scissione, della crisi: e, cioè, un pensiero rivoluzionario, dai tratti anche eretici, che diffida di marce trionfali o progressiste – eppure, forse in virtù di questo, mantenutosi, nel profondo, sempre, comunista.

Operai e capitale, allora, si potrebbe leggere come quel momento in cui – anche grazie ad una differente Storia – queste sue differenti anime si sono avvicinate, fino a toccarsi: il carattere gioioso di un tentativo, pensiero vissuto insieme a compagni e compagne con cui non smetterà di dialogare anche in seguito, che non riesce – perché non vuole – mai, fino in fondo, a liberarsi di quel suo lato pessimista, o tragico. Una questione insieme esistenziale e storica: vi è, infatti, come vedremo, l’embrionale intuizione che siamo già alle soglie di una possibile fine, o quantomeno di un arresto, del sogno operaio, ma, al contempo, vi è anche un’altra questione, più difficile e liminare – e, cioè, il fatto che anche a rivoluzione compiuta il mondo, e la società, non avrebbero raggiunto alcun Senso definitivo, e, allora, si sarebbe dovuto continuare a camminare, insieme, impossibilitati ad abbandonare, una volta per tutte, quel mondo di malinconia.

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Published: 23 July 2024
Created: 19 July 2024
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asimmetrie

L’eclissi della parola

di Elisabetta Frezza

buvkj9iDa qualche decennio a questa parte la scuola italiana è posseduta dal demone della innovazione: versa in uno stato di riforma permanente. È sovraccarica, ormai sfigurata, eppure chiunque passi dalle parti di quel ministero si sente in dovere di aggiungere la propria impronta senza chiedersi a quale τέλος (tèlos) essa concorra. Ammesso che un τέλος ci sia.

Si accenni solo a tre passaggi legislativi salienti, ex multis:

  • nel 1997 l’autonomia scolastica ha aperto gli istituti al territorio e li ha incoraggiati ad avventurarsi in ogni genere di sperimentazione, creando per questa via un surreale clima di competizione mercatista tra le varie scuole;
  • nel 2015 la cosiddetta “buona scuola”, tra l’altro (tra molto altro), ha fatto delle innovazioni didattiche – qualunque fosse il loro risultato – una sorta di obbligo e un titolo per accedere alle premialità;
  • nel 2019 la legge istitutiva della “nuova educazione civica” ha sfruttato quest’etichetta dal suono familiare e rassicurante per inondare l’orario curricolare di contenuti ad alto tasso ideologico (il piatto forte è l’Agenda 2030, nuovo libro sacro sui cui dogmi catechizzare, dall’asilo fino all’università, schiere di fedeli), contribuendo pesantemente a relegare la didattica delle discipline – già tanto sacrificata da attività estemporanee di ogni genere, spesso scadenti se non addirittura imbarazzanti – in uno spazio che si può a buon diritto definire residuale.

Ormai fare scuola a scuola è diventata un’esperienza piuttosto eccezionale e non occorre spiegare come le continue distrazioni, anche senza entrare nel loro merito, producano l’effetto plurimo di: interrompere il ritmo didattico; immiserire i contenuti dell’insegnamento; disperdere l’attenzione in mille rivoli ciechi; contribuire alla interiorizzazione della superficialità come metodo di lavoro.

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Published: 23 July 2024
Created: 15 July 2024
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micromega

Il coraggio di fare storia oggi. Dialogo a distanza con Adriano Prosperi

di Paolo Favilli

Cosa significa fare storia nell’epoca del presentismo del capitalismo totale. Conferenza al festival Echi di storia 2024

978880625067HIG.JPGIl degrado dell’uso pubblico della storia

Voglio cominciare questo intervento riflettendo sulle implicazioni, fattuali e di metodo, derivanti da un’affermazione che Adriano Prosperi colloca quasi alla fine di quel libro del 2021 che è un po’ il filo rosso intorno al quale si articola tanta parte di questa nostra discussione.

Dice, dunque Prosperi:

La malattia della memoria degli anni recenti (…) ha fatto calare la nebbia dell’ignoranza e della falsificazione su valori, riti e date civili. Nel senso comune è la storia stessa che è apparsa come un vecchiume da abbandonare perché dannoso. È l’economia la scienza del futuro (il grassetto è mio). Invece la storia è un ammasso di vecchiumi. (…) [Il portato principale] della cultura [del] «presentismo»[1].

In queste poche righe dove viene delineato il «momento attuale» nel cui ambito si trova ad operare chi esercita il «mestiere di storico», emerge con chiarezza la contraddizione radicale tra la logica profonda, l’essenza stessa di quel «mestiere» e la cultura del «presentismo», cioè la negazione assoluta dell’analisi del «presente come storia». Sullo sfondo gli esiti del mutamento di «paradigma», una nuova «grande trasformazione» all’incontrario rispetto a quella studiata da Karl Polanyi. Una «grande trasformazione» che ha la sua radice non nel «pensiero, ma nelle «cose», nel rapporto complesso tra il «regresso nelle cose» e il «regresso del pensiero».

L’indicazione di Prosperi sulla rappresentazione del tutto ideologica dell’«economia» come «scienza del futuro» (e del presente dunque) ci permette di affrontare uno dei punti centrali di questo rapporto.

È proprio nell’analisi del «lungo presente» che si possono cogliere i nodi intrecciati di approcci epistemologici e metodologici innovativi e, nello stesso tempo, la loro sostanziale non incidenza nei dominanti cascami di quello che si è chiamato «uso pubblico della storia».

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Published: 23 July 2024
Created: 26 June 2024
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machina

Attraversando il PNRR. Parte III

La formazione della forza lavoro

di Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera

0e99dc d31ec907253d4e3c8226fcc975afe889mv2La terza parte del dettagliato studio di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera sul Pnrr. L’articolo odierno si concentra sulle trasformazioni dell’insegnamento e del sistema scolastico previste dal piano per favorire la formazione di una forza-lavoro che risponda alle esigenze delle imprese.

Parte I - Parte II

* * * *

I. Innovazione, digitalizzazione e formazione della forza lavoro

La formazione dei lavoratori è da tempo uno degli argomenti più dibattuti dalla stampa, che, in un'ottica favorevole agli interessi delle imprese, non perde occasione per magnificare i vantaggi derivanti dalla crescita delle competenze nella forza lavoro. Per essere espliciti potremmo sintetizzare il ragionamento in questi termini: una forza lavoro meglio formata è una condizione imprescindibile per arrivare a una maggiore produttività, ottenendo da ciascun dipendente maggiore efficacia nello svolgimento delle proprie mansioni. In più, essendo spesso un elemento necessario per far sì che un settore dell’economia produttiva progredisca, l’aumento della produttività può consentire alle imprese di stare al passo coi tempi.

A ben vedere, oggi la questione ha assunto maggior rilevanza proprio in relazione a quella trasformazione in atto che si suole indicare con la formula «Industria 4.0». Ora, diversi sono i fattori che hanno portato l’Italia a presentarsi in ritardo a questo appuntamento. Uno di questi è la prevalenza, nel tessuto produttivo, di aziende di piccole e medie dimensioni, tradizionalmente meno propense all’innovazione e dunque poco sensibili all’idea di una formazione continua della manodopera, soprattutto se la stessa avviene a discapito dell'attività produttiva quotidianamente erogata.

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Published: 22 July 2024
Created: 22 July 2024
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intelligence for the people

Dopo il 75° vertice NATO: verso l’irreversibile distruzione dell’Ucraina

di Roberto Iannuzzi

L’Alleanza Atlantica immola definitivamente l’Ucraina, lavora alacremente al completamento della nuova cortina di ferro, e mette nel mirino la Cina, mentre si allargano le crepe nelle sue fondamenta

426c81a6 b600 4e12 985c aaf2fd4ae45c 2200x1467L’elemento forse più rilevante del vertice che doveva celebrare in grande stile i 75 anni dell’Alleanza Atlantica compare nel 16° paragrafo della Dichiarazione conclusiva, dove si definisce “irreversibile” il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica, inclusa l’adesione alla NATO.

Il ricorso all’aggettivo “irreversibile” è deliberatamente finalizzato a garantire due esiti importanti per i vertici dell’Alleanza: in primo luogo, il prolungamento della guerra, poiché lo status neutrale dell’Ucraina, elemento chiave delle richieste russe, viene automaticamente escluso dagli scenari possibili.

Circa un mese fa, il presidente russo Vladimir Putin aveva citato proprio la neutralità dell’Ucraina fra le condizioni che, secondo le sue parole, avrebbero portato “immediatamente” a un cessate il fuoco e all’inizio dei negoziati.

Secondariamente, la suddetta formulazione implica la seria possibilità che l’adesione definitiva di Kiev alla NATO resti un miraggio che non si tradurrà mai in realtà, visto che la “irreversibilità” del percorso garantisce che non si torni indietro, ma non necessariamente che si vada avanti.

Esattamente come nella dichiarazione del vertice di Vilnius dello scorso anno, i membri del patto atlantico dichiarano genericamente che estenderanno all'Ucraina l'invito ad aderire alla NATO “quando gli alleati saranno d'accordo e le condizioni saranno soddisfatte”.

In questo modo, Kiev avrà sempre degli obblighi nei confronti della NATO, mentre quest’ultima non ne avrà mai nei confronti di Kiev (a eccezione di quelli che vorrà imporsi volontariamente). Il surrogato che è stato offerto al paese è un “ponte” verso l’adesione effettiva all’Alleanza.

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Published: 22 July 2024
Created: 18 July 2024
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coku

I fiori vivi della critica. Oltre il già noto

di Eugenio Donnici

carl accardi composizione.jpgNell’approcciare l’ultimo libro di Leo Essen, pubblicato pochi mesi fa, ho cercato di porre l’attenzione sui nessi impliciti ed espliciti che legano le “sensazioni e i concetti” o più semplicemente ho dato spazio alla formazione di quei pensieri che sono sgorgati dalle fluttuanti sinapsi della mente. Pensieri che appaiono e poi prendono forma mediante la scrittura. Sembra che in principio, asserisce Essen, non ci siano solo pure sensazioni, non ci sia un groviglio di sensazioni dal quale emergerebbe la parola e il concetto. Senza concetto non ci sono sensazioni.

Che cosa sono allora le parole, i concetti?

Tra le tante risposte possibili, io assocerei o troverei calzante la proposizione che segue: «La fama, il nome, l’aspetto esteriore, la validità, l’usuale misura e peso di una cosa, dice Nietzsche (Gaia, 58) – in origine, per lo più, un errore e una determinazione arbitraria buttati addosso alle cose come un vestito e del tutto estranei all’essenza e perfino all’epidermide della cosa stessa». (1)

Non è un libro di facile lettura, per la miriade di sollecitazioni che l’interazione visiva ed uditiva stimola, per le interconnessioni concettuali che si dispiegano in autori del calibro di Bataille, Marx, Derrida, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Freud e così via. Le prime difficoltà sorgono dalla necessità di avere dimestichezza con le opere degli autori citati, con la disinvoltura con la quale Essen espone il tema della legge del valore-lavoro, coinvolgendo il potenziale lettore, oltre il già noto, oltre il seminato. Tali ostacoli non sono insormontabili, in quanto l’autore del libro, sebbene utilizzi un linguaggio complesso e di un elevato registro, intriso di prosa e poesia, non perde di vista la funzione chiarificatrice della scrittura e soprattutto è lontano dagli sterili ambienti accademici.

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Published: 22 July 2024
Created: 18 July 2024
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lantidiplomatico

Il “Destino Manifesto” degli Stati Uniti, i Nativi Americani e il resto del mondo

di Raffaella Milandri

owenguogNel XIX secolo si fece strada negli Stati Uniti il concetto di “Destino manifesto” (in inglese Manifest destiny), una sorta di credo nella naturale superiorità di quella che allora veniva chiamata la “razza anglosassone”: espandersi era considerata una missione, per diffondere la loro forma di libertà e democrazia. Per i sostenitori del Destino manifesto l'espansione non era solo buona, ma anche ovvia (manifesta) e inevitabile (destino). Tutti concetti legati all'eccezionalismo americano e al nazionalismo romantico, e precursori dell’imperialismo americano e dell’americanismo. Oltre alle ovvie (anzi manifeste) riflessioni sul fatto che questo concetto sopravviva anche oggi, approfondiamone l’influsso nefasto, facciamo una visione d’insieme. Chiuderemo attenendoci al tema di questa rubrica: i Nativi Americani, che sono un ottimo esempio per analizzare la politica e la storia contemporanea. Disse Alexis de Tocqueville: “La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie”.

 

Il Destino Manifesto

Vorrei dare un breve quadro geopolitico d’insieme.

Secondo lo storico William Earl Weeks, alla base del concetto del Destino Manifesto c'erano tre principi fondamentali:

1)L’assunto della virtù morale unica degli Stati Uniti;

2)L'affermazione della sua missione di redimere il mondo attraverso la diffusione della democrazia repubblicana e più in generale dello “stile di vita americano”;

3)La fede nel destino della nazione, stabilito in modo divino, di riuscire in questa missione.

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Published: 21 July 2024
Created: 19 July 2024
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lafionda

Macabre liturgie di fine impero

di Fabio Vighi

Cole Thomas The Course of Empire Destruction 1836.jpg‘Che grande abilità scenica quella del capitale che ha saputo fare amare lo sfruttamento agli sfruttati, la corda agli impiccati e la catena agli schiavi.’ (Alfredo Bonanno)

Il modello economico imposto dalla finanza occidentale è caratterizzato da una logica ormai strutturale di “creazione distruttiva”, che è l’opposto della “distruzione creativa” teorizzata da Joseph Schumpeter quale ‘fatto essenziale del capitalismo’[1]. La “creazione” oggi non interessa primariamente quel meccanismo di innovazione tecnologica per cui nuove unità produttive sostituiscono quelle obsolete e in tal modo aumentano la performance macroeconomica. Piuttosto, va riferita all’espansione a leva (debito) del capitale speculativo trainato dalle matrioske dei derivati, ​​che richiede l’abbandono del quadro di valori liberal-democratici già messo a tutela del capitalismo industriale. Il paradosso cui ci troviamo di fronte è che l’innovazione tecnologica distrugge il capitalismo a base industriale (il “mondo del lavoro”) e simultaneamente ci assoggetta alle strategie manipolatorie delle oligarchie finanziarie. Tradotto: le élite gestiscono la crisi terminale del capitale facendola pagare a masse sempre più immiserite, e reggimentate attraverso l’imbonimento di scenari apocalittici “provocati dal Nemico”, che in tale contesto diventa un bene più prezioso delle terre rare.

Se proprio vogliamo parlare di “sostenibilità” – concetto ideologico per eccellenza – almeno non facciamoci prendere per i fondelli. Perché il lemma non ha nulla a che vedere con i 17 obiettivi di “sviluppo sostenibile” solennemente dichiarati dall’ONU (debellare la povertà e la fame, migliorare la salute e il benessere, lottare contro il cambiamento climatico, per la parità di genere, ecc.).

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Published: 21 July 2024
Created: 17 July 2024
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carmilla

Kamo, Lenin e il “partito dell’insurrezione”

di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, DeriveApprodi, Bologna 2024, pp. 208, 18 euro

20 settembre.jpgOratori silenzio!
A voi la parola
compagno Mauser.
(Vladimir Vladimirovic Majakovskij, Marcia di sinistra)

 

Sono numerosi i contributi e le ricerche di Emilio Quadrelli sullo sviluppo e la storia dei movimenti antagonisti e rivoluzionari, così come sulle problematiche che gli stessi, anche in situazioni di riflusso sociale come quella che accompagna i nostri giorni, devono costantemente prepararsi ad affrontare. Per questo motivo si è scelto di aggiungere in coda alla presente recensione una bibliografia, certamente ancora incompleta, dell’opera e degli articoli dello studioso e, soprattutto, militante genovese che nel corso degli ultimi anni ha fornito anche alla nostra testata.

Detto e sottolineato questo, però, va detto che a giudizio di chi scrive il testo da poco pubblicato da DeriveApprodi può costituire una specie di summa dell’interpretazione data dall’autore dell’azione di classe e del rapporto intercorrente tra questa e lo sviluppo di una coerente teoria rivoluzionaria, capace di fornire ai militanti dei movimenti e al processo destinato a superare lo stato di cose presenti una cassetta degli attrezzi non permeata dall’ideologia e dai suoi evidenti limiti, ma capace di resistere alle chimere di questo tempo infame per superarlo.

Non per nulla il volume si intitola L’altro bolscevismo e rovescia, nel sottotitolo ma non soltanto, quel Kamo, l’uomo di Lenin che era stato il titolo della più celebre opera pubblicata in Italia1 sulla figura del militante, bandito e combattente irriducibile che dal 1903 al 1922, anno della sua morte per una banale caduta dalla bicicletta, avrebbe dato prova di una fedeltà totale alla causa della Rivoluzione proletaria e comunista. Motivo per cui avrebbe trascorso, in fasi e periodi diversi, una buona parte della sua vita nelle carceri zariste.

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  1. Enrico Tomaselli: Il "fattore T"
  2. Carla Maria Fabiani: Marx, il marxismo italiano e lo Stato come problema
  3. Chris Hedges: Il vecchio male
  4. Ernesto Screpanti: Liberazione: Il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente
  5. Franco Ruzzenenti: Ambientalismo e sovranità popolare
  6. Roberto Fineschi: L’onda lunga della crisi del marxismo (tra prassi e teoria)
  7. Adam Hanieh: La Palestina nel suo contesto. Israele, gli Stati del Golfo ed il potere americano nel Medio Oriente
  8. Fabio Ciabatti: I Grundrisse secondo David Harvey, tra totalità e doppia coscienza
  9. Larry Romanoff: American dystopia - La maschera della propaganda e la sindrome dell'utopia (revisited)
  10. Alessandro Carrera: Benvenuto in America, Mister Trump
  11. Alberto Bradanini: Il vertice Nato di Washington e il crepuscolo dell’impero atlantico
  12. Marco Consolo: Sul fallito golpe in Bolivia
  13. Gianandrea Gaiani: Ucraina nella NATO? Di irreversibile c’è solo la morte
  14. Afshin Kaveh: Quale forma per il contenuto della “Critica del valore”?
  15. Gaetano Colonna: La NATO è in guerra
  16. Eros Barone: Un partito per unirci, per lottare e per vincere
  17. Domenico Moro: Le pressioni di mercati e UE su una Francia in crisi
  18. Leonardo Mazzei: Sei cose sulla Francia (e non solo)
  19. Sergio Leoni: “Un avamposto del progresso” di Joseph Conrad
  20. Maurizio Lazzarato: La «guerra civile» in Francia
  21. Mike Whitney: Il piano USA per "espandere la guerra oltre l'Ucraina"
  22. Alessandra Ciattini: Riflessioni su alcune ideologie contemporanee
  23. Sandro Moiso: Le chimere del frontismo e dell’antifascismo elettoralistico: il cadavere ancora cammina
  24. Roberto Paura: La scienza di von Neumann, o di come capiremo il mondo
  25. Fosco Giannini: La crisi sistemica dell’Ue e la necessità della rivoluzione

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