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Published: 16 November 2024
Created: 11 November 2024
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collettivolegauche

Per un’introduzione al problema delle piattaforme nel capitalismo

di Collettivo Le Gauche

web tv social e16109959527801. Introduzione

Il libro di Nick Srnicek Capitalismo digitale. Google, Amazon e la nuova economia del web prova ad analizzare le imprese del settore tech in quanto attori economici organici al modo di produzione capitalistico. Un discorso simile deve fare piazza pulita della loro definizione come attori culturali definiti dall’ideologia californiana per mostrare a tutti come essi siano in realtà attori politici alla ricerca costante di potere e di utili per respingere la concorrenza. Inoltre, quando affrontiamo il tema dell’economia digitale dobbiamo ricordarci che l’argomento va oltre il solo settore tecnologico come definito dalle classificazioni standard. L’economia digitale coinvolge tutte le imprese che fanno affidamento sull’information technology, sui dati e su internet per portare avanti il proprio modello di business. Si tratta, quindi, di un’area trasversale rispetto ai settori tradizionali come l’industria manifatturiera, dei servizi, dei trasporti, delle telecomunicazioni e del settore minerario che sta finendo per diventare essenziale per gran parte della nostra economia. Quindi, la sua importanza va ben oltre la semplice analisi di settore. Inoltre è il settore economico più dinamico che finisce per trainare la crescita in una fase del capitalismo contraddistinta dalla stagnazione. L’economia digitale è l’infrastruttura, sempre più pervasiva, senza la quale l’economia contemporanea crollerebbe. Questo risultato è figlio di alcuni cambiamenti incorsi nel capitalismo che sta affrontando un lungo declino del settore manifatturiero. Ciò ha spinto alla ricerca dei dati come mezzo per mantenere la crescita economica e la vitalità di questo modo di produzione in presenza di un settore produttivo altrimenti pigro. Infatti, grazie alle tecnologie digitali e ai cambiamenti incorsi in esse, i dati hanno finito per assumere un ruolo sempre più rilevante per le aziende e per i loro rapporti con lavoratori, clienti e altre imprese. L’idea della piattaforma è finita per diventare un nuovo modello di business con la capacità di estrarre e controllare immense quantità di dati e di creare il contesto in cui sono emerse grandi imprese monopolistiche. Per comprendere come queste realtà siano nate occorre proporre un’analisi storica del capitalismo. 

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Published: 16 November 2024
Created: 08 November 2024
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La demenza senile dell’Europa e le compatibilità nel movimento del dissenso

Approfondimento – di Aligi Taschera

demenzaDopo essersi dilaniata in lotte intestine e altre follie durante la prima metà del XX secolo, l’Europa, che pure, nella seconda metà dello stesso secolo, sembrava dare segni di ripresa e di risveglio, appare con tutta evidenza essere diventata completamente demente in questa prima metà del XXI secolo.

Dopo avere reintrodotto la guerra nel suo stesso territorio (già negli anni ’90 del XX secolo), e aver più o meno completamente, a seconda delle zone, smantellato i pilastri dello stato sociale che le avevano permesso di riprendersi dopo la seconda guerra mondiale, ha pensato bene di costringere, con un allarmismo parossistico, la sua popolazione a iniettarsi un farmaco sperimentale poco testato e dannoso.

Nel contempo ha pensato bene anche di trasferire ai produttori di tale farmaco un’ingente quota delle imposte pagate dagli europei, attraverso contratti semisegreti, esito di trattative private della presidente della commissione dell’Unione Europea condotte attraverso il suo telefonino privato, e delle quali ha fatto perdere le tracce. Non contenta, l’Europa (o per essere più precisi, la sua principale istituzione comune, l’Unione Europea) ha pensato bene di riconfermare questa truffatrice criminale alla guida dell’Unione Europea.

Nel frattempo, ha deciso anche di obbedire senza alcuna resistenza né critica agli Stati Uniti d’America, emettendo sanzioni contro la Russia, che danneggiano l’Europa molto più del grande paese eurasiatico, e di partecipare a una guerra contro la stessa Russia danneggiando la propria economia.

Sembra proprio uno di quei vecchi dementi che si affidano entusiasticamente ai loro truffatori. Ma la cosa non finisce qui. Quando una delle sue più importanti infrastrutture energetiche, il gasdotto North Stream, è stato distrutto, è stata così demente da far finta di credere (o, peggio, credere veramente) che il sabotaggio fosse stato compiuto dai russi, permettendo così, senza proferir parola, che la sua più importante economia (quella tedesca) entrasse in recessione. E nemmeno ora che le responsabilità ucraine (non scindibili da quelle dei loro sponsor americani) vengono a galla, l’Europa dà segno di volersi riprendere dalla sua demenza, chiedendo conto all’Ucraina e ai suoi sponsor americani del loro operato.

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Published: 15 November 2024
Created: 13 November 2024
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transform

I padroni del mondo: il capitalismo controllato dai grandi gestori patrimoniali

di Alessandro Scassellati

Come funziona oggi il capitalismo? Chi sono i suoi protagonisti? Con quali strumenti e logiche operano? Cerchiamo delle risposte con la lettura del libro di Alessandro Volpi, “I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia” (Laterza, Roma-Bari 2024). Sta emergendo una società capitalista finanziarizzata in cui pochi grandi gestori patrimoniali possiedono e controllano sempre di più i nostri sistemi e le nostre strutture fisiche più essenziali, fornendo i mezzi più basilari di funzionamento e riproduzione sociale.

turner naufragi 7.jpgQuesta è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: «Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene». Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Dal film L’Odio di Mathieu Kassovitz

Volendo ragionare sulla struttura e gli attori del capitalismo odierno, a cominciare da quello statunitense che è il centro egemonico di questa formazione sociale ormai globale, credo che si possano identificare due tipologie di soggetti strategici fondamentali. Da un lato, c’è un gruppo formato in modo maggioritario da esponenti di un capitalismo dinastico (dinastie con almeno due o tre generazioni di accumulazione del capitale alle spalle) che è stato via via rinforzato da nuovi arrivi – i Gates, i Bezos, i Musk, e gli Zuckerberg e altri esponenti del “capitalismo delle piattaforme” – nell’ultima generazione. Insieme questi due gruppi di grandi capitalisti costituiscono quell’0,1% o 1% della popolazione mondiale che esercita il controllo sulle global corporations industriali e finanziarie e che secondo il premio 2001 Nobel Joseph Stiglitz “controlla il 90% della ricchezza mondiale”1. Dall’altro lato, ci sono delle strutture finanziarie “corporate” privatizzate di relativa recente formazione – i fondi finanziari -, solo in parte controllate dal primo gruppo, che sono state magistralmente descritte dall’economista e docente di storia contemporanea all’Università di Pisa Alessandro Volpi nel libro “I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia”, Laterza, Roma-Bari 2024.

Non mi dilungo troppo sulla prima tipologia di soggetti – i capitalisti dinastici e gli imprenditori di successo di prima generazione -, rimandando per l’analisi delle loro logiche di comportamento e forme di organizzazione economiche e politiche a una serie di articoli che ho scritto nel recente passato2.

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Published: 15 November 2024
Created: 15 November 2024
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Trump ha dato il colpo di grazia a Scholz e alla Germania?

di OttolinaTV

c7afb3fca22ab4a1c6a69a2816636f88.jpgFinita quella colossale arma di distrazione di massa che è il gigantesco e costosissimo teatrino delle elezioni statunitensi, possiamo finalmente tornare a occuparci della sostanza; in ossequio alle macchinazioni del grande manovratore, per qualche mese è stato messo un tappo alla pentola delle gigantesche contraddizioni scatenate dal declino dell’impero e dalla feroce guerra economica che, inevitabilmente, lo accompagna. Finita la tregua armata è tornato il tempo della resa dei conti, a partire dal fronte più caldo in assoluto: le conseguenze della guerra economica che gli USA hanno dichiarato a quella che abbiamo definito l’anomalia tedesca. Neanche il tempo di terminare lo spoglio ed ecco che in Germania, inevitabilmente, arrivava il terremoto; talmente prevedibile che prima che Scholz stesso annunciasse definitivamente l’uscita dalla coalizione semaforo del liberale ministro delle finanze Lindner, proprio qui su Ottolina avevamo previsto che una crisi del governo tedesco era questione di ore. Nel frattempo, a qualche migliaio di chilometri di distanza, Pechino annunciava un pacchetto da 1.400 miliardi di dollari per ristrutturare il debito delle amministrazioni locali e, nel cuore dell’impero, Jerome Powell, il presidente della FED che nel 2018 era stato nominato proprio da Trump, ma che già a pochi mesi dalla nomina era entrato in collisione col tycoon dal ciuffo arancione, ha preso decisioni e fatto dichiarazioni che, in modo del tutto irrituale, contrastano vistosamente con le principali linee di politica economica annunciate dal neoeletto presidente. Il trionfo di Trump (da parte mia del tutto inatteso, per lo meno nella sua entità), quindi, ha cambiato tutto? Per dirla con un francesismo manco col cazzo: tutti i nodi che, a poche ore dall’elezione di Trump, sono venuti al pettine sono il frutto di processi decisamente più lunghi e strutturali; di fronte alle contraddizioni – spesso irrisolvibili – che questi processi, inevitabilmente, hanno causato e stanno causando, la quota di potere che spetta all’amministrazione USA (che è solo una parte del potere nel suo complesso e, tutto sommato, manco la più rilevante) deve decidere la sua prossima mossa, che (inevitabilmente) causerà altre contraddizioni che obbligheranno l’amministrazione USA a decidere, nei limiti delle sue possibilità, la mossa successiva.

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Published: 15 November 2024
Created: 15 November 2024
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lantidiplomatico

La strategia del caos

di Laura Ruggeri

Le risposte alla prima crisi dell’egemonia statunitense hanno scatenato forze che hanno finito per erodere il potere degli Stati Uniti

nbclou54so9Gene Sharp, considerato il padrino delle rivoluzioni colorate, pubblica il suo primo libro, The Politics of Nonviolent Action, nel 1973, in un momento in cui gli Stati Uniti attraversavano una serie di crisi — economiche, politiche, militari — che stavano erodendo la fiducia nel governo e costituivano un serio ostacolo alle ambizioni geopolitiche di Washington. Le risposte a queste crisi — espansione dell’egemonia attraverso guerre convenzionali e ibride spesso affidate ad attori non statali, la finanziarizzazione dell’economia e l’utilizzo del dollaro come arma — segneranno il corso dei decenni successivi. Ma a distanza di cinquant’anni è evidente che queste risposte, pur avendo sconvolto l’ordine globale del dopoguerra per aprire le porte al ‘momento unipolare’ degli Stati Uniti, non hanno fatto nulla per risolvere problemi di natura sistemica e strutturale. Semmai, queste “soluzioni” hanno creato ulteriori e più intrattabili problemi per l’egemone, culminati nella crisi di legittimità che gli Stati Uniti stanno attualmente affrontando.

The Politics of Nonviolent Action si basava su una ricerca, finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che Sharp aveva condotto ad Harvard alla fine degli anni ’60, quando l’università era l’epicentro dell’establishment intellettuale della Guerra Fredda — vi insegnavano infatti Henry Kissinger, Samuel Huntington e Zbigniew Brzezenski. A prima vista potrebbe sembrare contraddittorio che il soggetto della ricerca di Gene Sharp attirasse l’interesse del Pentagono e della CIA. In realtà, non è affatto sorprendente: la sconfitta e le perdite subite in Vietnam avevano lasciato una profonda ferita nella psiche americana e a livello internazionale questa brutale aggressione imperialista aveva alimentato un forte sentimento antiamericano. Inoltre, mentre l’egemonia statunitense iniziava a perdere colpi, crescevano i timori per i costi economici della corsa agli armamenti con Mosca. La ricetta di Sharp prometteva di fornire la soluzione che Washington stava cercando per rafforzare il proprio potere minando quello dell’Unione Sovietica, suo principale rivale geopolitico, ideologico e militare.

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Published: 14 November 2024
Created: 10 November 2024
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sollevazione2

Trump, la guerra e le illusioni

di Leonardo Mazzei

ordine imperiale.jpgUn voto figlio del caos

Dunque, Trump è stato rieletto. La portata dell’evento è chiara. Meno, molto meno, le sue effettive conseguenze. L’inevitabile profluvio di articoli e commenti che ne è seguito a caldo poco aiuta. Se banalità, recriminazioni, speranze e delusioni sono la norma in questi casi, più complesso stavolta trovare il bandolo della matassa sulla svolta che verrà impressa alla politica americana. La difficoltà non nasce solo dal personaggio Trump, ma dal vero caos che attraversando il mondo arriva al cuore di un impero americano che non ha più la certezza del suo dominio illimitato.

E’ questo caos che ha prodotto Trump, non il contrario, come invece vorrebbero le autistiche anime belle del progressismo europeista. L’ha prodotto per riportare l’ordine, ma come il suo predecessore ben difficilmente ci riuscirà.

Il caos è figlio di una crisi che non è solo economica. Più esattamente, esso è figlio dell’incapacità di dare risposta a quella crisi. Un’incapacità che unisce sia la cupola globalista (in genere intricata con le sinistre transgeniche), che il populismo liberista di destra. Quest’ultimo si presenta come “populista” quand’è all’opposizione, rivelando immancabilmente la sua natura ultra-liberista (dunque antipopolare e sistemica) quando arriva al governo. Meloni docet!

La crisi che attanaglia l’Occidente ha infatti un nome: neoliberismo. Quel sistema non è solo ingiusto, esso semplicemente non funziona. Ma, per una maledetta congiuntura storica, la sua crisi si è prodotta nel punto più basso della lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale. Da qui l’accanimento terapeutico nel riproporre, ogni volta a dosi maggiori, tutte le mostruosità sociali dell’ultimo quarantennio. Il neoliberismo ha fatto cilecca? Diamoci dentro con un neoliberismo rafforzato, concettualmente senza limiti (alla Milei, per intenderci), meglio se inserito in una cornice fortemente autoritaria. Questo riflesso tipico dei dominanti ben lo conosciamo dalle nostre parti. Un esempio: l’Unione Europea è un fallimento? Niente paura, quel che occorre è semplicemente “più Europa”. E via di seguito.

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Published: 14 November 2024
Created: 08 November 2024
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lantidiplomatico

Il marxismo e l'era multipolare - Parte I

di Leonardo Sinigaglia

Ogni Venerdì, per le prossime 8 settimane, vi proporremo un importante lavoro di analisi e approfondimento di Leonardo Sinigaglia dal titolo "Marxismo e Multipolarismo"

720x410c50.pngNegli ultimi decenni il “marxismo occidentale” ha mostrato un’arretratezza teorica tanto profonda da impedire qualsiasi presa di coscienza sulla reale portata e natura dei cambiamenti delle grandi trasformazioni in corso a livello internazionale, derubricate a “scontro tra opposti imperialismi” quando non direttamente viste attraverso gli occhi di Washington come “aggressione degli autoritarismi contro la democrazia". Per i marxisti del resto del mondo è in realtà chiaro come la nostra epoca segni una cesura profonda rispetto al passato, essendo caratterizzata da cambiamenti mai visti da almeno un secolo capaci di stravolgere profondamente l’architettura internazionale portando al superamento della fase imperialista del capitalismo attraverso la costruzione di un mondo multipolare e di una comunità umana dal futuro condiviso.

La comprensione di ciò non è solo necessaria per afferrare correttamente la situazione presente, ma anche per rispondere politicamente in maniera organizzata ponendo correttamente le contraddizioni in ordine gerarchico e identificando quello che è il campo di battaglia principale, ossia quello collegato alla lotta per l’indipendenza nazionale dell’Italia, senza la quale qualsiasi progetto di riforma sociale non è altro che un vaneggiamento a-storico e slegato dalla realtà.

Questa serie di articoli mira a discutere di alcuni dei principali nodi teorici per arrivare a una migliore comprensione della fase presente e della natura degli attori che la caratterizzano.

  

1- L’evoluzione storica del socialismo

 Il materialismo dialettico concepisce l’universo come  “un movimento della materia, retto da leggi”, che si riflette nella nostra conoscenza, “prodotto superiore della natura”[1]. Il pensiero è riflesso di questa realtà, ed è perciò anch’esso in un processo di continuo movimento e trasformazione. Al modificarsi della realtà materiale non può che corrispondere una trasformazione del pensiero.

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Published: 14 November 2024
Created: 08 November 2024
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intelligence for the people

Trump torna sul trono di un’America in crisi

di Roberto Iannuzzi

Come già durante il primo mandato ottenuto nel 2016, Trump rappresenta un sintomo – non la causa – della crisi degli Stati Uniti, e di certo non ha in mano la ricetta per arrestarne il declino

21f8d24e 4f0e 48cf 89d4 509ad6127bc0 2560x1707Non è stato un testa a testa, come annunciavano tutti i sondaggi. Donald Trump ha vinto con grande margine, aggiudicandosi almeno 295 collegi (270 sono necessari per ottenere la presidenza) e lasciando Kamala Harris a 226 (dati quasi definitivi).

Il magnate repubblicano ha prevalso nei principali swing states (Wisconsin, Pennsylvania, Michigan, Georgia). Cosa non scontata, si è aggiudicato anche il voto popolare, con oltre 73 milioni di preferenze (la Harris è rimasta a 69).

I repubblicani hanno ottenuto la maggioranza al Senato (almeno 53 seggi) e sembrano avviati a mantenerla anche alla Camera. Trump ha attirato il voto della classe lavoratrice, dei giovani, dei neri, degli ispanici. Una vittoria che appare schiacciante su tutti i fronti.

 

Le ragioni del tracollo democratico

Come hanno fatto i democratici a perdere di fronte a un avversario che essi vedevano come un ex presidente due volte posto sotto impeachment, un criminale, un fascista, un buffone continuamente dileggiato?

Ecco alcune risposte a questo interrogativo, che perfino il New York Times ha saputo chiaramente elencare a posteriori: la designazione della Harris, un candidato debole, durante un frettoloso e antidemocratico processo di successione al presidente uscente Joe Biden; la sua incapacità di differenziarsi da quest’ultimo; la sua sciocca insistenza nel definire Trump “un fascista”, la quale implicava che anche i suoi sostenitori lo fossero; la sua eccessiva dipendenza dalle celebrità affiancata a un’evidente inabilità a formulare una motivazione convincente per la sua candidatura.

Nemmeno la guerra di sterminio condotta da Israele a Gaza, con la piena complicità e collaborazione dell’amministrazione Biden, ha favorito i democratici.

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Published: 13 November 2024
Created: 08 November 2024
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carmilla

Anticapitalismo e antifascismo. Parte I

di Nico Maccentelli

nlsweukgfSecondo Luciano Canfora, tutte le tendenze di sinistra oggi, pur richiamandosi al’antifascismo, “sono scese a patti con il capitalismo” (1.), per esempio contrastandone lo strapotere attraverso l’organizzazione sindacale”. Questo lo vediamo per esempio in quei contesti in cui le socialdemocrazie hanno ancora una funzione contenitiva e antiliberista delle tendenze politiche dominanti del capitalismo.

Ma fondamentalmente sappiamo che questo ottimismo dell’eminente filosofo è sempre meno giustificabile di fronte alla sussunzione di tali politiche dentro la sinistra stessa. Per cui l’anticapitalismo non è più tale in gran parte delle sinistre soprattutto governanti nei paesi atlantisti, ossia del blocco geopolitico in capo agli USA. E l’antifascismo di conseguenza diviene paravento pseudo-ideologico d’innanzi a quelle forze trasversali la società, dominate per lo più da settori di borghesia “perdente” nella redistribuzione sociale della ricchezza e dei poteri, definite “sovraniste” per contendere elettoralmente il governo. Un antifascismo di facciata che si muove al tempo stesso dentro il solco della svolta autoritaria del capitale monopolistico e finanziario, delle multinazionali, che in Occidente sta permeando anche attraverso l’emergenza (di volta in volta sanitaria, bellica, ambientale…) le nazioni della catena imperialista a dominanza USA.

L’antifascismo su questo falso terreno, non certo anticapitalista, ma del tutto strumentale alle politiche dominanti, diviene anche un’arma di distrazione di massa poiché il ruolo che il fascismo italiano del ventennio, o di un Pinochet, o dei colonnelli greci hanno avuto, al netto di tutte le distinzioni degli uni con gli altri e riguardo un sistema dove sulla carta vige la democrazia parlamentare (giusto sulla carta…), ossia di adozione di un regime totalitario contro l’avanzata sociale e di classe e le sue istanze emancipatrici, era ben altra cosa rispetto i fascismi odierni, che hanno ancora questo richiamo ideologico (in Italia Casapound e Forza Nuova). Il ruolo è molto simile a quello attuale dei governi che agiscono per conto dell’atlantismo a dominanza USA.

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Published: 13 November 2024
Created: 07 November 2024
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ilpungolorosso

La sola cosa grande che può fare l’Amerika di Trump è seminare altro caos e guerra nel mondo intero

di Il Pungolo Rosso

Trump Musk“I Trump, i Musk e simili grandi-uomini-spazzatura possono soltanto dare un epilogo tragico alla vecchia storia di sfruttamento e predazione di cui non se ne può più”.

Ci torneremo su, quando sarà di nuovo alla Casa Bianca. Ma qualcosa va detta subito. Ed è che la possibilità che la banda-Trump/Musk possa fare l’Amerika “great again” è esclusa. La nuova “età dell’oro” che questi truffatori spaziali promettono al proprio “popolo” non ci sarà. Non è possibile che ci sia, semplicemente perché l’età dell’oro dell’imperialismo statunitense, che c’è stata effettivamente, è stata fondata sull’enorme sviluppo della grande industria, della tecnologia di avanguardia e dell’industrializzazione capitalistica dell’agricoltura. Su queste basi, e su due guerre mondiali vinte grazie alla propria superiorità industriale e tecnologica e alla propria auto-sufficienza alimentare, si fondano le ultime due armi esiziali rimaste nelle mani dei Trump e dei Biden: il signoraggio mondiale del dollaro e la macchina bellica tuttora più potente del mondo. Che, di necessità, essendosi di molto ridotta la solida base su cui poggiavano, hanno preso a traballare.

L’Amerika di oggi, avendo perso una bella quota della propria grande industria di un tempo per la spasmodica ricerca dei sovraprofitti dei propri trust che hanno – a partire dagli anni ‘60 – delocalizzato una enorme quota di produzione, è in cronico deficit commerciale con l’UE e con la Cina (e non solo). Parliamo di centinaia di miliardi di dollari l’anno di importazioni di ogni tipo di merci, a iniziare dalle macchine per la produzione industriale. Anche l’agricoltura statunitense ha iniziato da tempo a declinare, e del suo storico, indiscusso primato mondiale non ci sono più tracce. Ormai l’Amerika primeggia solo nella produzione di petrolio e di gas (quindi come stato che si nutre di rendita fondiaria) e nelle industrie della rete e della guerra, ma lo fa a fronte di concorrenti e avversari sempre più agguerriti, e in molti casi relativamente, o ampiamente, indipendenti dal suo potere.

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Published: 12 November 2024
Created: 29 October 2024
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machina

Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale

di Maurizio Lazzarato

0e99dc 72ad867967474a86a65a1dbed961f53fmv2Con gli articoli di Maurizio Lazzarato «Perché la guerra?» e di Andrea Pannone «La Borsa, il "comitato d'affari della borghesia" e la guerra» Machina ha impostato un dibattito volto a riflettere su guerra e crisi, oggi.

La nostra attuale impotenza politica è la conseguenza diretta dell’esclusione delle guerre e delle guerre civili dalla teoria critica, essa stessa risultato di un’altra esclusione: quella delle lotte di classe, cioè della questione della rivoluzione. Porre il problema della guerra significa, oggi, porre il problema del mercato mondiale.

Quando la guerra, la guerra civile, il genocidio e il fascismo ritornano clamorosamente nelle nostre cronache (e con essi, paradossalmente, la «possibilità impossibile» della rivoluzione) ci scopriamo impotenti perché, se è vero che questi processi sono l'evidente risultato della produzione capitalistica, è inspiegabile spiegarli con le sole categorie della critica dell’economia politica. Che rapporto hanno le guerre con il capitalismo e la sua produzione? Costituiscono incidenti del suo sviluppo o elementi strutturali? E ancora: che rapporto esiste tra lo Stato – che ha il potere di dichiarare e gestire la guerra – e il Capitale? É ancora valido un concetto di produzione che marginalizza lo Stato e la sua sovranità? Si può continuare a considerare lo Stato come elemento puramente funzionale e subordinato alle esigenze dell’accumulazione di capitale?

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Published: 12 November 2024
Created: 10 November 2024
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augustograzianiblog

Tra Wicksell e Sraffa: l’affascinante ed inusuale eterodossia di Augusto Graziani

di Guglielmo Chiodi*

In questa nota vengono delineati alcuni tratti della eterodossia di Augusto Graziani, attraverso i percorsi da Lui seguiti nello studio di due economisti, Wicksell e Sraffa, considerati agli antipodi quanto alle loro rispettive visioni in economia. L’intento della nota è di fare emergere il fascino e la particolare eterodossia di Augusto Graziani, altamente istruttiva oggi, soprattutto per i giovani studiosi

moleculaMonetaria 1.jpgPreambolo

Di Augusto Graziani conservo immutato e immutabile il ricordo di una persona dotata di grande umanità, generosità, e di vasta e raffinata cultura – caratteristiche che ritengo essere state fonte di ispirazione, di coinvolgimento e di forte passione per gli studi di economia di molte generazioni.

La breve narrazione contenuta in questo preambolo è soltanto preliminare e strettamente funzionale alle considerazioni che farò in seguito sulla eterodossia di Augusto Graziani.

Ancora studente di Economia alla Sapienza, mentre cercavo un libro in biblioteca, ho per caso intravisto un libro di testo che mi ha subito incuriosito, il cui titolo era Teoria economica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1967, autore Augusto Graziani.

Ad una prima sbirciata, fui subito colpito dalla diversa struttura che aveva, confrontata con analoghi libri di testo allora in uso nei primi anni del corso di Economia. Leggiucchiandolo qua e là, infatti, fui subito attratto dalla chiarezza di esposizione di alcuni argomenti, ritenuti da noi studenti di allora alquanto ostici, e dalla ricchezza delle teorie prese in considerazione. Lo adottai immediatamente come libro di testo ‘ombra’, a fianco di quello ‘ufficiale’, al tempo consigliato.

Tale adozione ‘parallela’ da parte mia, non sortì solo l’effetto di integrazione e di supporto alle conoscenze di base dell’Economia Politica, ma ebbe anche l’effetto, ben più importante, di suscitare in me ulteriori curiosità e maggiore interesse nello studio della teoria economica, nelle diverse declinazioni analitiche, e, soprattutto, nel prestare grande attenzione agli innumerevoli mutamenti che i vari modelli inevitabilmente subiscono col passare del tempo.1

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Published: 12 November 2024
Created: 08 November 2024
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lavoroesalute

Ndo sta Roma? I guai di Roma Capitale, più dramma che farsa

di Alba Vastano

immagine 27.pngScrivere di Roma e di come vive la città chi vi risiede è come fare un viaggio in escalation nel degrado totale. Un viaggio attraversando al contrario i tre canti della commedia dantesca, senza la guida di Virgilio. Da Roma aurea con Petroselli e Nicolini a Roma stracciona con Gualtieri.

Roma, caput mundi, ‘la Grande Bellezza’ con i suoi palazzi monumentali, le piazze storiche, le fontane artistiche. Un tripudio di storia e arte. Una città unica che al turista fa vivere un sogno, un tuffo incantevole nel passato. E poi c’è un’altra Roma, quella reale, quella di chi la vive ogni giorno. E qui cala il sipario sulla grande bellezza e si apre un altro scenario. Quello che ruota intorno al degrado che si tocca con mano ogni giorno, non appena si varca l’uscio di casa e si affronta la città, come fosse un nemico che ostacola i nostri tempi di vita quotidiana, intralciandoli in ogni azione legata ai tempi di lavoro, ad esempio. Ecco Roma è diventata la città del tempo avverso, il tempo che rema sempre contro ogni azione quotidiana dei residenti.

Chi ci vive deve farci i conti ogni giorno e ad ogni spostamento da un luogo all’altro della città. A Roma il tempo quotidiano non è programmabile, anzi non esiste. E’ una chimera. Si esce, ma non si sa l’orario in cui si arriva destinazione. E non è possibile programmare un orario decente di ritorno a casa. Roma è totalmente ricoperta di vetture in continuo transito. Vetture che non trovano mai sosta, ovunque sia il luogo di arrivo previsto. Vetture che circolano e brancolano come povere anime erranti e, soprattutto, inquinanti. Altro stressante martirio avviene sui bus, laddove si sale senza tempo, si viene pressati come sardine e si esce stravolti. Il turista è, fortunatamente, esente da questo inferno su ruote. Lui, solitamente, va a piedi per il centro e cammina, cammina incessantemente con il naso all’insù a sconvolgersi davanti all’Altare della Patria e a percorrere i Fori Imperiali.

Intanto il romano de Roma sta tardando alla grande per raggiungere il lavoro o qualsiasi altra destinazione che si trovi nel perimetro della città comprensivo del raccordo anulare (ndr, che se lo imbocchi in fasce orarie di punta salta totalmente il concetto di tempo). Il romano de Roma smoccola de brutto, a volte bestemmia anche.

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Published: 11 November 2024
Created: 09 November 2024
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futurasocieta.png

La Bibbia e la ruggine. Quali ragioni nella vittoria di Donald Trump?

di Gianmarco Pisa

g.pisa trump.jpgSpunti di analisi e di riflessione sui principali contenuti, sociali e politici, della rielezione di Donald Trump.

Molte le ragioni e le “connotazioni sociali” della vittoria presidenziale di Donald Trump negli Stati Uniti: ragioni che si possono (si devono) discutere e problematizzare; che non possono tradursi in giustificazioni e compiacimenti; che non modificano il profilo del presidente eletto, un profilo reazionario, con una proposta politica che prospetta soluzioni al disagio e alla sofferenza di ampia parte della popolazione statunitense ma concretizza provvedimenti a vantaggio dei ceti abbienti, di precisi segmenti dell’élite economica nordamericana; che si ammanta di una convincente retorica “antisistema”, pur essendo, come nella migliore tradizione populista, parte integrante di (una specifica componente) di quel medesimo “sistema”. Non è la logica “sistema-antisistema”, dunque, a spiegare il risultato elettorale e il successo politico di Trump; molto meglio possono farlo l’analisi delle contraddizioni e delle polarizzazioni sociali e delle condizioni e degli effetti delle profonde e pesanti diseguaglianze sociali che attraversano in maniera lacerante gli Stati Uniti.

Il successo politico, intanto, è incontrovertibile, al punto che Trump stesso, nel “discorso della vittoria”, ha annunciato l’intenzione di unire, superare le divisioni, esasperate dai toni e dai temi della campagna elettorale, proprio in virtù del “successo” conseguito. Un’affermazione forse sfuggita a diversi commentatori, ma non banale, nella logica che muove l’impianto politico del personaggio e del suo entourage (che non è quello, evidentemente, del tradizionale establishment repubblicano). Lo dicono i dati. Nel momento in cui scriviamo, a Trump sono attribuiti 295 grandi elettori (maggioranza: 270); netto il successo nel voto popolare, con 72.641.564 voti pari al 51%, contro Kamala Harris ferma a 67.957.895 voti pari al 47.5%, con un vantaggio di oltre quattro milioni di voti popolari; conquista la maggioranza al Senato (52 vs. 44) e presumibilmente anche alla Camera (206 vs. 191). In più del 50% delle oltre 3.000 contee degli Stati Uniti vi è stato un significativo spostamento verso Trump. Ribalta, in sostanza, l’esito, in termini di voto popolare, delle elezioni del 2016, quando la Clinton ottenne quasi tre milioni di voti in più; adesso sono oltre quattro milioni in più per Trump.

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Published: 11 November 2024
Created: 06 November 2024
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carmilla

György Lukács, un’eresia ortodossa / 1 — L’attualità dell’inattuale

di Emilio Quadrelli

[Inizia oggi la pubblicazione di un lungo saggio di Emilio Quadrelli che il medesimo avrebbe volentieri visto pubblicato su Carmilla. Un modo per ricordare e valorizzare lo strenuo lavoro di rielaborazione teorica condotta da un militante instancabile, ricercatore appassionato e grande collaboratore e amico della nostra testata – Sandro Moiso]

lukacs 1.jpg“È più piacevole e più utile partecipare alle esperienze della rivoluzione che scrivere su di essa.” (V. I. Lenin, Stato e rivoluzione)

La decisione del Governo ungherese di chiudere l’Archivio Lukács è un indicatore dei tempi.

Un indicatore che rimanda a quell’ora più buia già tristemente conosciuta dall’Europa. Riproporre Lukács allora è anche un atto, per quanto limitato, di resistenza. Limitato ma non inutile. La resistenza non nasce dal nulla ma da idee–forza in grado di armarla. Lukács è un’arma utile e attuale. Si tratta di imparare a maneggiarla.

Nel febbraio del 1924, a poche settimane dalla morte di Lenin, György Lukács dà alle stampe il pamphlet Lenin. Teoria e prassi nella personalità di un rivoluzionario. Un centinaio di pagine scritte di getto che, come proveremo ad argomentare, si mostrano uno dei testi più ricchi e densi della teoria politica marxiana dell’intero novecento. La sua complessità e ricchezza è tale da rivestire ancora nel presente molto di più di una semplice curiosità e ancor meno l’ennesimo omaggio malinconico al mondo di ieri. Se c’è una cosa che nel testo di Lukács sorprende e assieme stupisce è la sua attualità. Comunque prima di immergerci nell’esposizione del saggio lukácsiano è necessario dire qualcosa sull’autore: György Lukács è tutto tranne che una figura semplice, la sua condizione di militante costretto alla autocritica in permanenza racconta già qualcosa di non proprio irrilevante. In continuazione, e a questo destino non sfugge neppure il Lenin, Lukács deve far ricorso, per poter essere letto e pubblicato, a una qualche forma di ammenda. Paradossalmente ogni ortodossia instauratasi nel santuario comunista si è sentita in dovere di criticare Lukács almeno un poco, lasciandogli però sempre aperto lo spiraglio dell’autocritica. Figura intellettuale di prim’ordine cresciuto in quella fucina culturale, forse irripetibile, che è stata la crisi intellettuale del primo novecento europeo, ha una formazione ben poco in linea con ciò che diventerà l’ortodossia comunista1.

Weber e Simmel possono, a ragione, essere annoverati tra i suoi padri intellettuali tanto che non saranno pochi gli echi di questi autori che rimarranno presenti nelle sue opere2.

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Published: 10 November 2024
Created: 07 November 2024
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seminaredomande

Le condizioni economiche della guerra da Biden a Trump

di Francesco Cappello

Il debito USA nei confronti del resto del mondo e il processo di dedollarizzazione in corso impongono agli Stati Uniti l’abbandono del suo ruolo egemonico unipolare e l’inaugurazione di una fase collaborativa multipolare col resto del mondo; l’alternativa essendo il vicolo cieco del confronto nucleare con Russia e Cina

photo 2024 11 07 14 51 44 1031x641.jpgLo stato delle cose. Il debito degli USA nei confronti del resto del mondo

La posizione finanziaria netta (la differenza fra attività e passività finanziarie) degli Usa, è negativa per oltre 21mila miliardi di dollari, una cifra spaventosa che continua a crescere. In pratica si tratta del debito estero degli USA nei confronti del resto del mondo.

Anche il debito pubblico statunitense ha raggiunto vette inedite. Ammonta a 36mila miliardi di dollari e quel che è peggio cresce ancor più velocemente da quando la FED, nel tentativo di convincere gli investitori stranieri a finanziarlo, si è vista costretta ad alzare i tassi di interesse per continuare a render loro, appetibili, i suoi titoli di stato USA sul mercato internazionale.

Entrambi questi debiti degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo saranno sostenibili solo se il dollaro continuerà ad essere la principale valuta utilizzata negli scambi internazionali e come valuta di riserva internazionale. In caso contrario, il dollaro, non essendo più domandato in misura sufficiente, quale valuta prevalente per gli scambi internazionali, andrebbe incontro a una rovinosa svalutazione anche perché l’economia statunitense, grazie al dollaro utilizzato quale valuta fiat internazionale dal 1971, si è, nel frattempo, in larga misura, finanziarizzata.

Sanzioni, dazi, e vendita dei titoli del tesoro USA da parte ad esempio della Cina che piuttosto che comprarne di nuovi ha deciso di investire diversamente il proprio enorme surplus finanziario(1) in costruzione di infrastrutture interne e globali – Nuova via della seta – e acquisto di oro, alimentano viceversa il processo di dedollarizzazione.

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Published: 10 November 2024
Created: 10 November 2024
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transform

La sconfitta dell’Occidente oligarchico e nichilista. La profezia di Emmanuel Todd

di Alessandro Scassellati

meteorite 12.jpgLo storico, demografo, antropologo e sociologo neo-weberiano Emmanuel Todd, allievo dello storico inglese Peter Laslett a Cambridge e noto per aver predetto con diversi anni di anticipo il crollo dell’URSS1, ha scritto un libro importante e molto ambizioso, “La sconfitta dell’Occidente” (Fazi Editore, Roma 2024), pieno di spunti geniali, ipotesi ardite e brillanti e scomode provocazioni2. Insomma, un libro da leggere con gusto. È stato scritto tra il luglio e il settembre del 2023 (durante l’estate della fallita controffensiva ucraina pianificata dal Pentagono), ma è uscito in Italia in settembre con una prefazione scritta nel giugno 2024.

Il libro cerca di fare il punto sulla disastrosa condizione presente e la tesi centrale è che l’Occidente, più che essere sotto attacco da parte della Russia, “si sta distruggendo da sé”: la crisi endogena dell’Occidente è il motore del momento storico che stiamo vivendo. “A mettere a rischio l’equilibrio del pianeta è una crisi occidentale, e più precisamente una crisi terminale degli Stati Uniti, le cui onde più periferiche sono andate a schiantarsi contro la banchina della resistenza russa, contro un classico Stato-nazione conservatore” (pag. 38).

L’Occidente è diventato totalmente autoreferenziale, convinto che avrebbe potuto facilmente imporre il suo modello al resto del mondo. “Il sistema occidentale odierno ambisce a rappresentare la totalità del mondo e non ammette più l’esistenza dell’altro. Tuttavia, … se non riconosciamo più l’esistenza dell’altro, legittimamente tale, alla fine cessiamo di essere noi stessi” (pag. 51). Ogni civiltà è viva e capace di agire con coerenza, se ha una identità dialettica. Secondo Todd, l’America di Eisenhower negli anni ’50, grazie ai lavori di alcuni antropologi e scienziati politici (Margaret Mead, Ruth Benedict, Edward Banfield, etc.) era ancora capace di riconoscere “l’altro” (ossia la diversità socio-culturale del mondo), in particolare la specificità delle culture russa, giapponese o dell’Italia meridionale (pp. 72-73). Ora, prevale una concezione uniforme dei popoli.

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Published: 10 November 2024
Created: 10 November 2024
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arianna

La teoria del mondo multipolare e il pensiero marxista

di Gennaro Scala

630e448923415 510 696x392.jpgRagionare di teoria politica in Italia incontra un primo grande scoglio: non siamo una nazione sovrana, per cui non esiste un reale dibattito politico su quelle che dovrebbero essere le scelte nazionali, poiché qualsiasi argomentazione razionale in merito viene annullata dalla dipendenza italiana dagli Usa, dall'Unione Europea, e dai «mercati». Ciò vale soprattutto per la politica estera, ma non siamo sovrani neanche in scelte che in teoria non dovrebbero con essa interferire, come le politiche sull'immigrazione, poiché l'oligarchia occidentale dominante ha deciso che dobbiamo importare massicciamente «risorse umane», per il calo della natalità, per avere manodopera più a buon mercato rispetto a quella autoctona «viziata», e magari un domani, per disporre di carne da cannone da impiegare nei numerosi teatri di guerra che si prevedono nel futuro prossimo. E non importa se, in una nazione come l'Italia, poco coesa ed economicamente in crisi, un'immigrazione massiccia, concentrata nel tempo, rischia di provocare il caos interno. Ragion per cui anche le forze politiche che hanno sollevato demagogicamente la questione finiscono per adottare le stesse scelte di quelle pro-immigrazione. A parte la demenzialità di essere pro o contro l'immigrazione a priori, per partito preso, bisognerebbe invece ragionare su immigrazione in che misura, per quali fini, in quali condizioni, con quali conseguenze, ma non voglio dilungarmi ciò che ci interessa è la mancanza di sovranità dell'Italia che rende la democrazia una farsa.

Attenersi a questo dato di fatto in modo strettamente conseguenziale porterebbe alla deprimente conclusione che sia inutile ragionare di politica, e dedicarsi a coltivare il proprio «particulare», come suggeriva Guicciardini secoli fa in un contesto di asservimento dell’Italia a cui stiamo tornando. Ma sarebbe un errore, e dirò tra poco come credo sia possibile superare mentalmente questo impasse, intanto voglio indicare quale mi pare la reazione più comune, premesso che il comportamento bovino di chi volta le spalle a quanto avviene nel mondo non lo prendiamo in considerazione.

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Published: 09 November 2024
Created: 04 November 2024
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collettivolegauche

Utilizzare Marx per la critica dell’economia politica della tecnologia

di Collettivo Le Gauche

images 51Andrea Cengia nel libro Le macchine del capitale. Con Marx, per la critica dell’economia politica della tecnologia prova ad analizzare i nuovi strumenti tecnologici e le nuove tecnologie alla luce delle riflessioni marxiane. Lo scopo è raggiungere una teoria critica della tecnologia basata sul solco tracciato da Marx della critica dell’economia politica. Questa operazione consente di superare tutte le retoriche sulla rivoluzione digitale capitalistica del XXI secolo per riportare le analisi allo studio del modo di produzione capitalistico.

 

1. La tecnologia non è neutrale

Le riflessioni di Cengia partono dalla critica dei saperi che indagano gli effetti sociali delle trasformazioni tecnologiche poiché essi tendono a ritenere la cornice generale all’interno della quale sono determinate le relazioni sociali a base tecnologica come qualcosa di astorico e naturale. Tutti i punti di tensione, le contraddizioni, i potenziali conflitti generati dalle continue innovazioni tecnologiche vengono depotenziati da discorsi volti solo a enfatizzare le imminenti svolte epocali a cui l’umanità è destinata grazie alla rivoluzione tecnologica del momento. Queste svolte sembrano essere annunciate da fenomeni come l’approdo dell’umano al postumano, oppure la fine del lavoro. Dobbiamo invece rispondere a queste narrazioni spostando il nostro sguardo attraverso una prospettiva critica per individuare i nodi problematici che sembrano crescere di giorno in giorno. Per fare ciò è necessario riprendere in mano Marx e sottoporre la tecnologia a una lente interpretativa non tecnologica, ossia analizzarla tramite il punto di vista della critica dell’economia politica. Per Marx la tecnologia non è solo un processo unidirezionale e determinato di innovazione. Essa inevitabilmente richiama l’argomento dei processi produttivi e quindi, dal punto di vista marxiano, lo studio della loro trasformazione tramite la critica dell’economia politica.

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Published: 09 November 2024
Created: 01 November 2024
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intelligence for the people

BRICS: la voce del mondo non occidentale si leva da Kazan

di Roberto Iannuzzi

Nel pieno della crisi dell’attuale ordine internazionale, dal cuore eurasiatico della Russia emergono i possibili contorni di una visione alternativa del mondo

058394be 428c 48b8 9faf c13fb9feb0b3 2384x1450Mentre trent’anni di era unipolare americana stanno tumultuosamente sprofondando in un crescente numero di conflitti spesso alimentati dall’ex potenza egemone, il vertice dei BRICS della scorsa settimana ci ha offerto una finestra sul mondo che potrebbe emergere da questo pericoloso periodo di transizione.

Tenutosi a Kazan, capitale della Repubblica del Tatarstan, in Russia, è stato un vertice di consolidamento, il primo dopo l’espansione del gruppo a nove membri sancita dall’incontro di Johannesburg dello scorso anno.

Durante il primo giorno, i membri originari dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno dato il benvenuto ufficiale ai nuovi arrivati (Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, e Iran). Il gruppo allargato, solitamente denominato BRICS+, rappresenta più del 40% della popolazione mondiale.

Ospitando questo importante evento, il presidente russo Vladimir Putin ha dimostrato ancora una volta all’Occidente che Mosca non è affatto isolata a livello internazionale, sebbene il conflitto ucraino sia tuttora in corso. Al contrario, la Russia è uno dei principali motori di questo raggruppamento che sta attirando un crescente numero di paesi.

Almeno altre 40 nazioni hanno in varia misura espresso interesse ad aderire al gruppo.

Al vertice hanno preso parte più di 30 delegazioni, 22 capi di Stato e di governo, e i rappresentanti di diverse organizzazioni internazionali, incluso il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.

Lo stesso che è stato recentemente dichiarato persona non grata da Israele, alleato chiave di Washington che, con il suo persistente disprezzo delle risoluzioni ONU e con i suoi ripetuti attacchi all’UNRWA in Palestina ed all’UNIFIL in Libano, continua a delegittimare l’ordine internazionale “basato su regole” a guida statunitense.

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Published: 08 November 2024
Created: 06 November 2024
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perunsocialismodelXXI

I popoli africani contro l'imperialismo - 1. Said Bouamama

di Carlo Formenti

Con questo testo inauguro un percorso in tre tappe sulle lotte africane contro l’imperialismo e sul loro contributo allo sviluppo del marxismo. In questo primo articolo discuto due libri di Said Bouamama (intellettuale marxista di origine magrebina nato in Francia - a Roubaix - sessantasei anni fa): Pour un panafricanisme révolutionnaire (Syllepse, Parigi 2023) e Des classes dangereuses a l’ennemi intérieur (Syllepse, Parigi 2021). Nelle puntate successive mi occuperò, rispettivamente, di Red Africa dell’anglo-africano Kevin Ochieng Okoth (di imminente uscita presso l’editore Meltemi, con una mia Postfazione) e di un’antologia di testi del guineense Amilcar Cabral.

modalita di viaggio in africa 1820 da w hutton viaggi in africa 1821 da i clark dopo william hutton gli europei sono trasportati su lesulle lettiere un uomo africa.jpgI. Sul panafricanismo rivoluzionario

a) Le falsificazioni ideologiche occidentali per legittimare il colonialismo

La più diffusa mistificazione cui gli imperialisti occidentali hanno fatto ricorso per giustificare le proprie guerre coloniali di conquista, scrive Bouamama, è stata l’affermazione secondo cui l’Africa sarebbe un continente “senza storia”, che solo grazie all’integrazione negli imperi dei Paesi europei ha potuto fare il proprio ingresso nella storia “universale” (cioè europea). Questa tesi si fonda su una narrazione che presenta il continente africano come un insieme di società “primitive”, politicamente non strutturate, “senza stato”, una moltitudine di gruppi umani senza scambi reciproci, perennemente in guerra fra loro e incapaci di esprimere forme sociali più complesse della tribù e del clan famigliare (per inciso, vale la pena di sottolineare come l’immagine delle “società senza stato” evocata nelle narrazioni di alcuni antropologi occidentali, sia stata utilizzata “da sinistra” per criticare i processi di costruzione nazionale post indipendenza ed esaltare certe forme sociali premoderne in contrapposizione ai processi di modernizzazione imposti dall’esterno).

La realtà è che, prima della colonizzazione, contrariamente alle affermazioni propagandistiche occidentali, sia nell’Africa Settentrionale che nell’Africa Subsahariana, esistevano non solo stati ma addirittura veri e propri imperi per cui la colonizzazione, scrive Bouamama, non ha voluto dire l’ingresso dell’Africa nella storia, bensì l’interruzione violenta della sua storia (esattamente come la cosiddetta “scoperta” dell’America ha voluto dire l’interruzione violenta della storia di quel continente).

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Published: 08 November 2024
Created: 06 November 2024
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lafionda

Realismo versus Idealismo

di Alberto Bradanini

2012 12 realismo.jpg1. In un articolo pubblicato su Substack, Glenn Diesen, un pungente professore norvegese (dell’Università Sud-Orientale del suo paese) e acuto esponente della scuola realista delle Relazioni Internazionali – cui appartiene anche il più noto John Mearsheimer dell’Università di Chicago – sfida con argomentato coraggio la narrativa convenzionale occidentale, manifestamente costruita dai sistemi di comunicazione di massa – che l’operazione militare speciale decisa da Mosca il 24 febbraio 2024 sia stata una derivata non-provocata dell’intento russo di riproiettarsi sul quadrante esteuropeo un tempo occupato/presidiato dall’Unione Sovietica.

Le riflessioni del prof. Diesen costituiscono un prezioso arricchimento intellettuale e vaccinatorio contro la macchina della distorsione mediatica. Insieme alle sue riflessioni il lettore troverà a intermittenza alcuni commenti a margine da parte dello scrivente.

 

2. Confondendo i termini della questione, molti dipingono la scuola del realismo politico – rileva l’autore – come una teoria deficitaria sotto il profilo etico, non solo politico, contestandone la valenza teleologica, vale a dire la capacità di definire un convincente modello di gestione della competizione tra nazioni, che per i realisti è una derivata ineludibile della struttura anarchica del sistema internazionale. Tale indomabile competizione è causata dalla necessità degli stati di proteggere la loro sicurezza in assenza di un potere gerarchico che disponga del monopolio dell’uso della forza. Per gli idealisti (i seguaci della scuola di pensiero da cui prendono nome), la condotta degli stati deve invece ricondursi alla dimensione etica. Se i corrispondenti valori non sono rispettati – quelli generati dalla Grande Potenza di turno e coincidenti, non a caso, con i suoi interessi (oggi, gli Stati Uniti, portatori dell’ideologia democratica, liberale e mercantile) -, questa ha il dovere morale di imporli al resto del mondo. E qui, come si può immaginare, cominciano i guai.

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Published: 08 November 2024
Created: 02 November 2024
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cassettiaperti.png

Il caso del caso Moro Parte 5: Il superkiller

di Davide Carrozza

whatsapp image 2024 11 02 at 00.17.12.jpegNello splendido film noir del maestro Jean Pierre Melville del 1970 “I senza nome” (Le cercle rouge) gli indimenticabili Alain Delon e Gian Maria Volontè sono due criminali incalliti le cui strade si incrociano quasi per caso. Arrestato e fuggito alla sorveglianza lanciandosi da un treno in corsa, Genco (Volontè), per nascondersi si infila nel bagagliaio della macchina di Corey (Delon), quasi guidato da un sesto senso. Quest’ultimo, appena reduce da 5 anni di gattabuia ha ricevuto una soffiata da un secondino ed ha pronto un colpo sensazionale in una gioielleria, gli serve solo un partner spregiudicato come lui, con esperienza nel settore e senza nulla da perdere….quando si dice il destino. Troverà il compagno per il colpo del secolo proprio dentro al suo bagagliaio. Un episodio in particolare dimostrerà come Corey non potesse essere più fortunato perché l’uomo che il fato gli aveva messo nel baule si sarebbe rivelato qualcuno di cui fidarsi ciecamente. Quando due loschi figuri, probabilmente due federali, si infilano nella macchina di Corey per portarlo in aperta campagna e giustiziarlo, sono costretti a fare i conti con l’astuto Genco che fuoriuscito dal bagagliaio li tiene a tiro garantendo all’amico la sopravvivenza. Quando Genco spara a entrambi, all’uno con la pistola dell’altro, dimostra allo spettatore medio di essere un fine esperto. Chiaramente la cosa passerà per una faida interna ai servizi segreti e i due potranno pensare al loro sodalizio criminale ormai scontato. Rifugiatisi in un appartamento della periferia di Parigi i due cominciano a ragionare sul colpo alla gioielleria…hanno bisogno di un tiratore scelto e per qualche strano motivo Corey è convinto che Genco sia la persona adatta a ricoprire il ruolo. Il bandito con il volto di Volontè però riporta l’amico con i piedi per terra “Io? Ti sei sbagliato. Fra ammazzare due persone a due metri di distanza e fare colpo su un bersaglio a 30 metri c’è una bella differenza.” Per il colpo verrà precettato Jansen, ex tiratore scelto della polizia. Gli sceneggiatori del film quindi dimostrano di essere a conoscenza di una regola della balistica nonché della logica abbastanza elementare: per sparare e uccidere una persona da distanza molto ravvicinata non bisogna essere necessariamente dei tiratori scelti.

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Published: 07 November 2024
Created: 07 November 2024
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analisidifesa

Il ritorno di Trump

di Gianandrea Gaiani

110624 President Donald Trump AP CMDonald Trump è il trionfatore nella corsa alla Casa Bianca sia per i voti incassati tra i “grandi elettori” e nel voto popolare sia per il successo del Partito Repubblicano nelle elezioni del Congresso. Prima ancora dell’Amministrazione Biden e di Kamala Harris, a uscire sconfitti dal voto americano è il circuito mediatico che ha dimostrato la sua totale inattendibilità e partigianeria.

Pronostici, valutazioni e sondaggi resi noti negli Stati Uniti ma anche in Europa e in Italia hanno dato fino all’ultimo i due rivali testa e testa con un leggero vantaggio per Kamala Harris. Previsioni rivelatesi talmente infondate da alimentare il sospetto che fossero indirizzate più a influenzare il voto degli americani che a fotografarne l’orientamento. Pura propaganda alimentata da media, mondo della cultura e dello spettacolo fin troppo chiaramente schierati con il Partito Democratico che però aveva sollevato ancora una volta un polverone per denunciare (complici anche diversi “zelanti” alleati europei) la “disinformazione russa” tesa a influenzare il voto a favore di Trump.

Difficile credere che coloro che davano Trump e Harris testa a testa nel voto americano si siano tutti sbagliati: appare quindi più probabile che la disinformazione (la nostra, non quella russa) abbia prevalso ancora una volta come è apparso chiaro seguendo alcune “maratone” televisive nostrane.

In queste come in altre elezioni il tema dell’inaffidabilità e dell’informazione (anzi, della disinformazione) attuata da gran parte del circo mediatico occidentale è emerso in modo talmente eclatante da rappresentare paradossalmente una minaccia per l’opinione pubblica e per la democrazia. Specie in un contesto in cui, dalle due sponde dell’Atlantico, si moltiplicano appelli e iniziative tese a limitare o sopprimere la libertà di espressione nel nome della “lotta alla disinformazione”.

In realtà, a determinare il successo del candidato repubblicano sembrano essere stati gli elementi emersi il 5 novembre in un sondaggio effettuato tra gli elettori dalla CNN che ha rivelato come solo il 5% ritenga che l’economia americana sia in uno stato di forma eccellente, mentre circa il 70% ritiene che non versi in buono stato.

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Published: 07 November 2024
Created: 07 November 2024
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tempofertile

Poche tesi sulla rielezione di Trump

di Alessandro Visalli

hfidbukdIn attesa di poter svolgere un’analisi più dettagliata del voto americano, quel che appare al momento è l’ampiezza inusuale della vittoria di Donald Trump e James Vance sul ticket democratico. Vittoria che si è estesa a Camera e Senato e ha spostato significativamente i rapporti di forza dall’ormai tradizione ‘quasi pareggio’ presidenziale.

Una vittoria che si presenta quindici anni dopo il termine del ciclo Bush junior, e otto dopo quello di Obama. Ovvero sedici anni (quindici e mezzo) dopo la crisi-spia della finanziarizzazione esemplificata dal crollo del 2008. Se pure questa data simbolo del 2008 si colloca in effetti al termine di un ciclo di bolle alimentate politicamente che risale almeno a un decennio prima, fu il segnale della necessità di tornare a qualcosa che potesse, almeno per il grande capitale finanziario, come una sorta di ‘big state’. Il segno dei tempi fu il pacchetto di stimoli bipartisan promosso dalla coppia Bush-Obama e la ricerca costante di un nuovo ‘motore’ economico, oltre alla crescente consapevolezza della crisi della “mondializzazione” anni Novanta (avviata dalle crisi multiple degli anni ’97 e ’98, le cosiddette “Crisi asiatiche”, che poi furono anche del Messico della Russia, etc.) e delle “Classi medie”. Tentativi di riprendere il “Doha Round” del 2001, con il TIPP e TPP, in chiave sempre più chiaramente anti-cinese, ma anche anti-europea[1] (tentativi che vedono, forse per la prima volta, manifestarsi contro l’amministrazione democratica una coalizione sociale interna contro l’ulteriore potenziale invasione di prodotti a basso costo, e quindi l’ulteriore deindustrializzazione). Quindi velleitarie politiche per un milione di posti di lavoro nell’industria[2], oppure di rivitalizzare la formazione tecnica, poco dopo i vaniloqui della Clinton sulla lotta alla “società freelance” o la “gig economy”[3]. Si può anche ricordare il Discorso sullo Stato dell’Unione del 2015 di Obama[4], a metà del secondo mandato, quando avviene una significativa svolta ambientalista e nelle politiche energetiche, mentre continuano assolute macchie come Guantanamo e si sviluppa la politica delle “primavere arabe”.

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  1. Alberto Bradanini: L'Ucraina ha "diritto" ad aderire alla NATO? Realismo versus Idealismo
  2. Sergio Cesaratto: Il Rapporto Draghi fra mercantilismo benevolo e mercantilismo ostile
  3. Alfonso Gianni: I BRICS a Kazan per un nuovo multilateralismo
  4. Chris Hedges: Il resoconto di un genocidio
  5. Daniele Pagini: Brics 2024, sfida all’Occidente
  6. Paolo Molina: Gli Ebrei della Palestina Sovietica, una storia poco conosciuta
  7. Alberto Bradanini: "Kazan finirà nei libri di storia". Dialogo sui Brics
  8. Giannetto Edoardo (Nanni) Marcenaro: La funzione dialettica del “Manifesto del Partito Comunista” nel processo storico
  9. OttolinaTV: Gli USA battono in ritirata? – Il piano che metterebbe fine all’eccezionalismo statunitense
  10. Ramon Schack: L’impresa della Wagenknecht
  11. Thierry Meyssan: A Kazan l’ordine del mondo è precipitato
  12. Eros Barone: Per il 120° anniversario della morte di Antonio Labriola
  13. Patrick Lawrence: Israele e il potere totalizzante
  14. Nicola Melloni: Votare contro il cattivo di turno
  15. Fosco Giannini: Comunisti/e: forma-partito, Il rapporto tra democrazia interna e progetto rivoluzionario
  16. Claudio Conti - Guido Salerno Aletta: Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale
  17. Federico Giusti: Il libro Bianco Ue sulle tecnologie duali e le strategie militari e civili del nuovo imperialismo europeo
  18. Enrico Tomaselli: Sul filo del rasoio 2/2
  19. Vincenzo Barone: "Prima che sia tardi?" Storico militante per la Palestina di Milano sul perché (questa volta) non ha manifestato
  20. Giovanna Baer: Il popolo di Trump
  21. Nico Maccentelli: Il nuovo autoritarismo
  22. Sébastien Navarro: Fine della megamacchina, un libro di Fabian Scheidler
  23. Salvatore Bravo: Pensare il proprio tempo. Emmanuel Todd
  24. Gianandrea Gaiani: I fronti ucraini, il summit dei BRICS in Russia e la “strategia dello struzzo”
  25. Alessandro Volpe: Critica e autocritica del progresso

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