Recensione del libro Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei
1. Introduzione e inquadramento editoriale: la genealogia di un’eresia necessaria
Nel panorama asfittico della teoria economica contemporanea, dominato dal monolitismo neoclassico e da un neoliberismo che ha saputo interiorizzare persino le proprie crisi strutturali, il lavoro di Clara E. Mattei si pone come un atto di radicale igiene intellettuale. La traiettoria editoriale di Fuga dal capitalismo testimonia la cogenza e l’urgenza politica del suo nucleo argomentativo. Nato originariamente in Italia nel 2023 con il titolo militante L’economia è politica per i tipi di Fuoriscena, il testo è stato successivamente internazionalizzato ed espanso nella versione in lingua inglese Escape from Capitalism: An Intervention (Simon & Schuster, New York 2026), per poi fare ritorno nel circuito editoriale italiano (pubblicato nel catalogo Fuoriscena RCS nel 2026) in una veste definitiva, ampiamente rivista, aggiornata e strutturata come un vero e proprio manifesto per una economia eterodossa e un socialismo umanistico.
Se già con il seminale The Capital Order: How Economists Invented Austerity and Paved the Way to Fascism (University of Chicago Press, Chicago 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell’anno — pubblicato in italiano con il titolo Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo (Einaudi, Torino 2022) — Mattei aveva dimostrato come l’austerità sia storicamente nata dall’alleanza tattica tra economisti liberali (figure di rilievo come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi, Umberto Ricci e Alberto De’Stefani) e il regime fascista di Mussolini per blindare la proprietà privata contro la minaccia del Biennio Rosso (1919-1920), in Fuga dal capitalismo questo nesso si fa sistemico. L’autrice svela come il fascismo non sia stato un’eccezione storica, ma il braccio armato e violento di una democrazia liberale pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere l’ordine del capitale. Mattei prende di mira l’intera architettura epistemologica della scienza economica dominante, svelandone la natura intrinsecamente ideologica e apologetica. La tesi di fondo, squisitamente materialista, rompe con il fatalismo della sinistra riformista ed è mossa da una premessa analitica netta: l’autrice adotta pienamente la definizione di capitalismo di matrice marxiana, intendendolo non come un mero spazio di scambi commerciali, bensì come un modo di produzione storicamente determinato e fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla separazione strutturale tra la classe proprietaria e i lavoratori salariati.
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto
Il New York Times e il Washington Post, i media dell’Impero, hanno dato un basso profilo all’anniversario del 7 ottobre. Tale la follia del governo di Tel Aviv che, realizzando un genocidio, ha dilapidato l’empatia verso Israele del loro più importante e incondizionato alleato. Restano i legami politici e militari, ma i media non possono più ignorare che l’opinione pubblica americana è sempre più critica di quanto sta avvenendo (vedi Associated Press, in particolare il dato: “il 30%, degli adulti ebrei afferma che Israele ha commesso un genocidio”).
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto.
E sul perché non sia stata istituita ancora una Commissione d’inchiesta che indaghi sui fatti (Editoriale di Haaretz) e magari anche sulla portata della Direttiva Annibale – che sollecita a uccidere un prigioniero purché non diventi ostaggio del nemico – applicata quel giorno (vedi Yedioth ahronoth, Haaretz e l’ammissione dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant).
Tra le tante tesimonianze sul 7 ottobre quella di Yonatan Zeigen, che su Haaretz traccia un ricordo straziante della madre, Vivien Silver, co-fondatrice di Student Zionist Alliance e attivista per la pace, uccisa nel Kibbutz Be’eri.
Molti sono convinti che un attacco russo a un paese NATO comporterà l’inevitabile intervento militare degli altri paesi membri, ai sensi dell’art. 5 del trattato. Ma sarà davvero così?
Una delle ragioni di “conforto” sbandierate dai supporter della NATO come alleanza difensiva, è che il trattato NATO prevede — ex art. 5 — la difesa collettiva del paese membro attaccato. Sicché, chi spera in un attacco russo per vedere la potenza di fuoco della NATO annientare la Russia (cosa alquanto improbabile), è convinto che tutti i paesi, compresi gli USA, interverranno come la Justice League e difenderanno militarmente il paese aggredito dai “villain” russi.
Al contempo è proprio questa eventualità che instilla paura in chi non tifa NATO, ma tifa pace. Egli ritiene che un attacco russo potrebbe, in questo modo, scatenare la terza guerra mondiale e la distruzione dell’Europa. Cioè, intendiamoci, sarebbe di certo un’ottima scintilla, ma sappiamo bene tutti che le scintille non sempre scatenano l’incendio. A volte finiscono per esaurirsi prima.
La domanda dunque è questa: davvero l’art. 5 del trattato NATO obbligherebbe gli Stati membri a intervenire militarmente in difesa del paese aggredito? La risposta è no. E vediamo perché.
Gli affitti salgono, i negozi di prossimità chiudono, le scuole perdono iscritti. Il centro diventa un albergo diffuso, una vetrina per lo shopping e il consumo. Chi ci viveva da generazioni viene spinto verso le periferie o nei comuni limitrofi. La crisi abitativa pesa di più perché si somma all’erosione dei salari. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da trent’anni e l’inflazione ne ha mangiato un’altra parte. Il lavoro c’è, ma è sempre più spesso povero: contratti a termine, part-time involontario, finte partite Iva, piattaforme che spezzano la giornata in micro-compiti pagati a cottimo. Da qui può nascere un nuovo progetto democratico. Redistribuire ricchezza e potere, sottrarre i beni essenziali alla logica della rendita, rafforzare il lavoro e la partecipazione, governare democraticamente la finanza, affrontare la crisi climatica con la cooperazione anziché con la competizione per le risorse. Lasciare che il mercato sia «l’unico arbitro del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale» porterebbe «alla demolizione della società». Abitando città-albergo governate da pochi o comunità vive, in pace, capaci di costruire futuro?
Stava al margine della piazza, circondato da alcuni giovani Volenterosi, l’Onorevole Carlo Calenda.
C = “Dobbiamo difendere l’Unione Europea dall’attacco russo!”
Giunse Socrate, attirato da quelle parole.
S = “Mi scuso con tutti voi, ma ho sentito parlare di attacco russo all’Unione Europea. Io sono ignorante, dunque concedimi, Onerevole Carlo, alcune domande per aiutarmi a capire”
C = “Prego”
S = “Tu vuoi forse dire che, siccome l’Italia è parte dell’Unione Europea, è doveroso e giusto che contribuisca alla difesa dell’Unione dalle minacce esterne. È corretto?”
C = “Dici benissimo, Socrate”
S = “Ottimo! E dunque, prima ti riferivi all’attacco russo all’Ucraina, per caso?”
C = “Certamente”
S = “E non convieni con me che l’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea?”
C = “Assolutamente”
S = “Oh, si preannuncia una conversazione piacevole. E dunque, se la Russia ha attaccato l’Ucraina, ma l’Ucraina non è in Unione Europea, non trovi che sia errato concludere che la Russia ha attaccato l’Unione Europea?”
Grazie al suo potere predittivo, l’IA trasforma le scienze economiche in una scienza comportamentale – al tempo stesso strumento di comprensione dei comportamenti e leva per agire su di essi. Ma un modello addestrato sui dati di mercato precedenti al 2008 avrebbe potuto prevedere la crisi? L’IA non «prevede» il futuro, ma effettua proiezioni sulla base di dati storici e non cerca i meccanismi sottostanti. Non essere in grado di anticipare: è questa l’innovazione?
Anticipare gli eventi, immaginare un futuro diverso, modellare scenari di sviluppo, valutare i rischi, pianificare azioni, programmare flussi: tutte queste attività, dalle pratiche divinatorie ai calcoli assistiti dal computer, riflettono la stessa volontà: proiettarsi nel futuro per controllarlo meglio.
La definizione stessa di potere include questa capacità di anticipazione che permette di influenzare il corso degli eventi. Tuttavia, i concetti e gli strumenti attraverso i quali si esercita questo potere non smettono di trasformarsi nel tempo. Nel corso del XX secolo, l’economia nazionale è diventata oggetto di studio e di intervento per gli Stati, la cui legittimità è ormai legata alla loro capacità di garantire crescita e prosperità. A tal fine, gli Stati si sono dotati di autorità economiche e finanziarie, centri di ricerca specializzati e agenzie statistiche che elaborano modelli, misure e stime destinati a sostenere l’azione pubblica. Al centro di questa attività si trovano le pratiche di pianificazione e previsione.
I piani quinquennali furono introdotti nell’Unione Sovietica già alla fine degli anni ’20 per guidare l’industrializzazione e, successivamente, coordinare l’intera economia in modo presumibilmente razionale. L’economia di guerra ha contribuito a diffondere la pianificazione all’interno delle nazioni belligeranti, favorendo lo sviluppo di strumenti matematici sempre più sofisticati, supportati dalla tecnologia digitale (programmazione, ricerca operativa, ottimizzazione). In Europa, e più in particolare in Francia, la pianificazione economica ha vissuto il suo momento di gloria nei decenni del dopoguerra: il Commissariato generale al Piano era allora un’istituzione potente incaricata di garantire la ricostruzione e lo sviluppo del Paese.
1. Non porta più la divisa: l’ha appesa al chiodo nel febbraio 2025. Eppure, resta, in ogni apparizione pubblica, “il generale” — un titolo che sopravvive al congedo burocratico e certifica un’autorità posturale ben oltre la sua fonte istituzionale. Il corpo che oggi lo mette in scena non è più quello disciplinato dall’uniforme ma quello esibito sulla battigia di un Capodanno balneare, muscoli in mostra, o avvolto in una vestaglia domestica che il web trasforma in meme: un corpo civile, virile, sovraesposto, che comunica per accumulo iconico più che per contenuto. Quando la vecchia foto in divisa torna non riappare come abito quotidiano ma come icona clandestina, riesumata per l’alone di autorità che ancora trattiene.
È un dettaglio che la cronaca registra e rapidamente dimentica, come un tratto folkloristico ma, in realtà, è la cifra più esatta del fenomeno: un corpo che comunica prima di argomentare, che rivendica disciplina e gerarchia proprio nel momento in cui se ne è formalmente congedato.
2. Il sintomo Vannacci non è un fenomeno soltanto italiano. Ciò che lo rende possibile attraversa da anni l’Occidente. Il caso italiano ha una genealogia precisa: nasce dalla mutazione di forme partitiche che erano, alle origini, rivendicazione di autonomia territoriale contro un centro percepito come estraneo, e si è poi trasformato in rivendicazione nazionale contro un’estraneità pensata su scala più larga.
In Germania questa frattura ha trovato una delle sue espressioni politiche nell’ascesa di Alternative für Deutschland; in Francia ha assunto altre forme, così come negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Non si tratta di sovrapporre esperienze nazionali differenti ma di riconoscere una matrice comune: la difficoltà delle forze politiche tradizionali nel dare una rappresentazione convincente a una trasformazione sociale che ha modificato contemporaneamente lavoro, territorio, identità, mobilità e rapporto con le istituzioni.
Il caso italiano va allora letto dentro questa mutazione.

Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C'è un'umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.
Luigi Pintor
Il vero guaio è che forse ci stiamo abituando. O meglio che non stiamo facendo abbastanza per evitarlo. E non è un pericolo da poco, perché toglie la capacità di opporsi e di reagire, sostituendo all’indignazione e alla rivolta morale uno stato di inerte sofferenza. Conviviamo con un sistema di guerra nel quale è direttamente impegolato anche il nostro paese, senza neppure l’avvertenza di nasconderlo. Le parole di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzetti ci sembrano persino ovvie, al punto da risultare depotenziata la forza della denuncia in esse contenute. Il fatto che la durata del conflitto russo-ucraino abbia superato quello tra l’Urss e il Terzo Reich sembra non stupire né impressionare più di tanto. Che il genocidio e la pulizia etnica continui, seppure con diverse e variabili intensità, a Gaza e in Cisgiordania, o che l’Iran sia oggetto di un’aggressione continua e addirittura minacciato apertamente di una sua integrale distruzione, pare un’afflizione biblica cui è impossibile sfuggire. Che si moltiplichino i campi di internamento dei migranti con decisione europea non costituisce più una notizia sconvolgente. Certo il tycoon straparla in un crescendo di delirio di onnipotenza, ma le bombe che scaricano i suoi aerei sulle popolazioni civili sono reali.
Sono trascorsi venticinque anni da quando il sociologo Stanley Cohen si è posto una domanda che rimane urgente oggi quanto allora: come è possibile che istituzioni, governi e persone comuni siano a conoscenza di atrocità, stermini di massa e violazioni dei diritti umani, ma allo stesso tempo riescano a rimuoverli dalla propria mente?
Il suo brillante studio, States of Denial: Knowing About Atrocities and Suffering, si basava sulle sue stesse inchieste relative a insabbiamenti, sparizioni e torture nella sua terra natale, il Sudafrica. Tuttavia, l'esame dei modi in cui fingiamo a noi stessi che certi eventi terribili non stiano accadendo era più ampio, abbracciando l'America Latina, il genocidio in Ruanda, l'Olocausto, il Medio Oriente e altri esempi.
Cohen ha distinto i diversi modi in cui politici, giornalisti e altri soggetti hanno soffocato la conoscenza della verità. Ha identificato ciò che ha definito "negoziazione letterale" (o literal denial): la sfacciata affermazione che i crimini non stiano avvenendo.
Il recente discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite ha fornito numerosi esempi di negoziazione letterale. Ha sostenuto che il rapporto tra vittime civili e combattenti a Gaza fosse eccezionalmente basso, che Israele non stesse bloccando gli aiuti umanitari e che Hamas fosse da ritenere responsabile delle carenze. Ha inoltre reso la tesi assurda secondo cui la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata sia da attribuire a una "manciata di giovani delinquenti".
Come ogni ottobre, con l’assegnazione del “Nobel per l’economia” si ripropone l’annosa disputa sulla scientificità della disciplina: non è una scienza, usa troppa matematica, non sa prevedere le crisi, e il suo non è nemmeno un vero Nobel. Sono critiche mosse in buona fede, ma mancano il bersaglio. E una critica ben più radicale è possibile.
Il dibattito tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, i quali assimilano l’economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall’altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l’uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva. Tuttavia, è sulla seconda che conviene soffermarsi, perché, mentre muove dalla comprensibile esigenza di sottoporre a critica il pensiero economico dominante e le sue roccaforti, i suoi tre argomenti più popolari non reggono.
Il primo è quello del “falso Nobel”. È vero: il cosiddetto “Nobel per l’economia” non figurava fra i riconoscimenti istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese e porta il nome di “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l’economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace.
A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone impiegate.
La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.
Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.
Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.
All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.
Il 30 settembre 2026, con uno stringato comunicato, il portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Sean Parnell, ha annunciato il ritiro da Erbil, l’ultima base americana in Iraq (qui).
Si chiude un capitolo lungo decine di anni che si può far risalire all’attacco alla Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, al di là del comunicato ufficiale che dichiara chiusa un’operazione Inherent Resolve iniziata nel 2014: l’ISIS è stata finalmente sconfitta e la presenza USA non è più necessaria.
Il ritiro delle truppe era stato concordato da Biden nel 2024 e Trump, ufficialmente, non ha fatto altro che rispettare un accordo firmato dal suo predecessore, nonostante il permanere dello stato di guerra con l’Iran. Il comando delle operazioni statunitensi è già stato trasferito in Giordania.
Al di là delle versioni ufficiali, il completamento del ritiro USA è una pietra miliare nella storia del Medio Oriente le cui conseguenze hanno portata globale.
Anche un osservatore distratto fatica a non mettere in relazione questo ultimo atto con la recente visita di Xi negli Stati Uniti.
Questo sito sostiene da tempo che per capire quello che sta succedendo nel mondo bisogna partire dalla convinzione di gran parte dell’establishment statunitense che mantenere l’egemonia globale è impossibile e che, per evitare guai maggiori, sia urgente adesso definire i confini del futuro impero americano, invece che disperdere le risorse in modo velleitario e inconcludente (si veda qui).
Andare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.
Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.
Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.
Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.
Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri
1. Il ponte Nord e la parola che mancaDomenica 4 ottobre, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz arrivava a sorpresa a Kiev, i droni russi colpivano di nuovo il ponte Nord sul Dnipro, nell’ora in cui era pieno di automobili. La capitale ucraina è tagliata in due dal fiume, largo circa un chilometro e attraversato da otto ponti: in quei giorni la circolazione era ridotta o interrotta su cinque di essi. Basta questa immagine per capire che cosa significhi, per una famiglia di Kiev, andare al lavoro o portare un figlio a scuola nel quinto autunno di guerra.
Due giorni prima, a Ginevra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk aveva presentato il conto: 15.280 civili uccisi o feriti in Ucraina nei primi otto mesi del 2026, in media più di quattrocento ogni settimana, il 55 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La missione ONU di monitoraggio aveva documentato, in settembre, vittime civili a Kiev in sedici dei primi ventiquattro giorni del mese, una frequenza mai registrata nella capitale dall’inizio dell’invasione su larga scala. Tra i morti ci sono operai uccisi mentre smistavano verdura in un magazzino.
È da qui che parte Paolo Gentiloni nel suo intervento pubblicato oggi su la Repubblica, e sulla descrizione non c’è nulla da obiettare. La responsabilità di questi bombardamenti è del Cremlino, e una sinistra che esita a dirlo con chiarezza fa un torto alle vittime prima ancora che alla propria credibilità. Il problema dell’articolo non sta nella fotografia, ma in ciò che Gentiloni sceglie di non inquadrare.
Il discorso di Türk portava un titolo preciso: accanto alla pace, deve esserci l’accertamento delle responsabilità. E il messaggio che le Nazioni Unite hanno affidato al mondo è che questa guerra, definita una catastrofe per i diritti umani, deve finire. Non che deve essere vinta: che deve finire. La stessa missione ONU, nel rapporto di fine settembre, segnalava anche un aumento delle vittime civili in territorio russo causato dagli attacchi ucraini a lungo raggio, descrivendolo come una tendenza all’escalation contraria al diritto internazionale umanitario.
Lungo la storia che conosciamo, e in particolare nei secoli della modernità, i tempi cupi abbondano. Violenza, dominio, guerra sono molto più presenti dei loro antonimi, l’ingiustizia la fa da padrona, crudeltà e stermini spuntano ovunque. A valle di tanta infelicità, vien da pensare che sia la natura umana stessa a essere bacata, a portare in sé un’incorreggibile stortura che, volta dopo volta, ci fa ripiombare nella ripetizione del già visto (e già patito). Come notava Portelli nella scorsa puntata, fior di filosofi l’hanno teorizzato e, in tutta onestà, ci sono giorni tristi in cui questa lettura sembra imporsi come un’evidenza. In altri giorni, invece, pare d’intravedere, fra le righe del consueto orrore, lo scorrere di un mondo altro, dove – anziché quelle del dominio e dello sfruttamento – s’inanellano le conseguenze del mutuo sostegno, della libera discussione, dell’attenzione e della cura reciproca. Quel mondo balena a volte nelle pagine di un libro, nel gesto di un amico, nella grazia di un animale; a volte se ne ha sentore in un vecchio vicolo di case in pietra o nella modulazione di un canto popolare. L’intuizione, che pur ci arriva, di un mondo meno schifido è illusione da condannati oppure è nostalgia e prefigurazione? E se non è illusione, a quale bivio storico abbiamo sbagliato strada?
Questa domanda è stata a lungo soffocata, irrisa: «Ma quale errore, non c’è stato nessun errore, è il progresso, baby!». Già. Per consolarci dallo sgomento della storia ci hanno detto, fin da quando eravamo bambini, che tutto avveniva in vista di qualcosa di meglio; che la violenza era levatrice di un nuovo paradiso in terra; e che proprio noi (noialtri occidentali, pensa un po’!) eravamo la civiltà superiore destinata a portare ovunque la buona novella. Passata con l’infanzia l’allergia all’ingiustizia, quella domanda è rimasta a lungo sepolta.
Oggi invece è possibile disseppellirla, come i tamburi degli sciamani siberiani: non solo tornare a porla, ma anche azzardare delle risposte. È quanto hanno fatto un antropologo e un archeologo – David Graeber e David Wengrow – in un libro destinato a diventare un classico moderno della “nuova pensabilità storica” e di cui, infatti, si discute moltissimo nei contesti militanti.
L’alba di tutto è un testo magmatico, ondivago, poderoso. Un po’ perché, a rigor di termini, è un’opera scientifica che poggia le sue 720 pagine sopra un’enorme letteratura specializzata.
L’amministrazione Trump e i suoi sostenitori – compresa la pagina editoriale del Wall Street Journal – stanno lavorando senza sosta in questi giorni per manipolare le notizie sulla guerra con l’Iran, in modo da far sembrare che gli Stati Uniti stiano vincendo e che Teheran farebbe meglio a sottomettersi alle richieste di Washington prima di essere distrutta, forse addirittura “annientata”. In effetti, Trump sta preparando l’opzione di sferrare un duro colpo militare contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine, qualora Teheran non si fosse arresa entro quel momento.
* * * *
Di fatto, Trump e i suoi sostenitori stanno conducendo una «campagna di massima pressione» contro l’Iran sui media mainstream. Questa campagna è destinata a fallire. Semmai, riflette la disperazione dell’amministrazione Trump. Il presidente ha dato inizio a una guerra che gli Stati Uniti erano destinati a perdere, e ormai c’è ben poco che possa fare per cambiare questo dato di fatto.
La campagna di propaganda di Trump ha due dimensioni: una economica e l’altra militare.
Non vorrei azzardare ipotesi senza prove, ma ho come il vago sospetto che le guerre coloniali in Medio Oriente (accluso un genocidio), le sanzioni alla Russia, il finanziamento ad libitum dell’Ucraina, il dissennato riarmo proposto dalla classe dirigente e criminale europea, possano entrarci qualcosa. Ma è solo un impressione. Vediamo che succede.
1. In Francia la rivolta comincia dentro una scuola che cade a pezzi.
La Seine-Saint-Denis è giovane, povera e da anni riceve una scuola pubblica peggiore di quella promessa dalla République. Mancano professori e saltano settimane di lezione, gli edifici hanno infiltrazioni e topi, anche i controsoffitti che cedono. Un rapporto parlamentare citato dal Manifesto di ieri calcolava che uno studente del dipartimento perda durante il proprio percorso scolastico l’equivalente di diciotto mesi di lezione per le assenze dei docenti e la difficoltà di sostituirli.
I liceali hanno bloccato gli ingressi e la protesta si è propagata molto oltre Parigi diventando ormai un movimento nazionale. La questione del riarmo è entrata direttamente nelle rivendicazioni. Marius Mesnil, diciott’anni, dirigente dell’Union syndicale lycéenne, la mette in termini piuttosto chiari: «Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare».
Il bilancio militare degli Stati Uniti è talmente enorme da sembrare quasi impossibile da aumentare ulteriormente. Eppure anche la cifra di 1.500 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump si appresta a mettere sul tavolo per il prossimo esercizio rischia di essere un dato fortemente sottostimato. Il problema è che una parte consistente della spesa militare americana non compare nel bilancio del Pentagono, ma viene disseminata tra decine di altre voci e agenzie federali, fino a rendere il costo reale dell’apparato bellico statunitense molto più alto di quello ufficialmente dichiarato.
È questa la conclusione cui arriva un recente articolo di David Vine sul blog indipendente TomDispatch, basato anche sul lavoro del “Project on Government Oversight” (POGO), che ha provato a ricostruire il vero ammontare della spesa militare americana attraverso diverse metodologie. Il risultato è impressionante: già nel 2025, ultimo anno fiscale completo preso in esame, la spesa militare effettiva sarebbe stata compresa tra 1.500 e 1.800 miliardi di dollari. Con le richieste di Trump per il 2027, il conto potrebbe invece arrivare ad almeno 2.581 miliardi.
La ragione di una differenza tanto gigantesca rispetto ai numeri abitualmente citati è relativamente semplice. Negli Stati Uniti le spese per le forze armate e per le guerre non vengono contabilizzate tutte nello stesso posto. Oltre al Dipartimento della Difesa – che Trump ha ribattezzato “Dipartimento della Guerra” – centinaia di miliardi di dollari vengono iscritti nei bilanci di almeno altri 17 dipartimenti e organismi federali.
Ho visto ieri sera il film “Naza”. In realtà si tratta di un documentario dove parlano, naturalmente in incognito e senza mostrare il volto, alcuni dei protagonisti del genocidio in corso da anni a Gaza. Sono per lo più tecnici specializzati (soprattutto informatici) e anche alcuni membri delle unità di elite dell’esercito israeliano che hanno deciso, non so per quale ragione – soltanto uno per un autentico pentimento, tutti gli altri forse per un non ancora consapevole bisogno inconscio di portare alla luce l’immane massacro di cui anch’essi sono stati protagonisti e di cui sono responsabili per la loro parte – di rispondere alle domande che venivano loro poste.
Ciò che emerge è ciò che quelli come noi, più informati sui fatti e soprattutto sulla natura dello stato israeliano, sapevano già, ma un film è potenzialmente destinato ad un pubblico enormemente più vasto e meno informato sulla carneficina tuttora in corso e destinata a non finire se non con l’annientamento dei palestinesi di Gaza (e poi della Cisgiordania).
Sono diversi gli aspetti che vengono alla luce.
Il primo. Non c’è dubbio che quanto sta accadendo a Gaza è ciò che, storicamente parlando, si avvicina di più a quanto ideato e poi messo in pratica dai nazisti durante la seconda guerra mondiale sia nei confronti degli ebrei che delle popolazioni slave e russe.
Il secondo. Il documentario mostra e dimostra la vera finalità di ciò che sta accadendo che non è la distruzione di Hamas e delle altre organizzazioni della resistenza palestinese ma il vero e proprio annientamento del popolo palestinese.
Nelle prime ore del mattino di ieri un attacco russo contro Kiev ha colpito nuovamente il ponte Pivdennyi (Ponte Sud) della capitale ucraina, già bersagliato più volte nella giornata di ieri. La notizia è riportata da Ukrinform, che cita il sindaco Vitali Klitschko su Telegram. Klitschko ha inoltre riferito che detriti sono caduti in un’area aperta nel quartiere di Holosiivskyi. Finestre di un edificio non residenziale e diverse automobili sono state danneggiate. A
Kiev dunque il traffico dei mezzi pubblici è temporaneamente limitato su alcuni ponti, ha fatto sapere l’amministrazione cittadina tramite Telegram. Il Ponte Sud, in particolare, è chiuso in entrambe le direzioni; il ponte della metropolitana è chiuso in direzione della riva destra. Il Comune ha comunicato ai cittadini le modifiche al trasporto pubblico.
Il traffico a Kiev è andato in tilt dopo la chiusura di uno dei ponti principali della città e l’imposizione di restrizioni su altri, in seguito a una nuova ondata di attacchi russi con droni. I reporter dell’AFP hanno osservato lunghe code di auto e autobus bloccati sulle arterie principali della capitale ucraina, mentre i pendolari cercavano percorsi alternativi.
Il congestionamento è stato causato dalla chiusura totale al traffico, in entrambe le direzioni, del Ponte Sud (Pivdennyi Mist), uno degli otto ponti che collegano la parte orientale e quella occidentale di Kiev attraversando il fiume Dnipro. Il Ponte Paton, situato più a nord, è rimasto aperto in un solo senso di marcia, ha dichiarato il sindaco Vitali Klitschko, senza tuttavia segnalare danni alla struttura.
I droni russi hanno colpito le strutture portanti del Ponte Sud. Il passaggio è stato chiuso temporaneamente per consentire una valutazione strutturale. Sebbene avesse riaperto al traffico veicolare e alla metropolitana poco dopo, il ponte ha subito nuovi attacchi con droni nella notte appena trascorsa, ha riferito Klitschko. Il secondo attacco notturno ha danneggiato un pilone, il manto stradale e una barriera protettiva in calcestruzzo lungo la linea della metropolitana, ha aggiunto il sindaco.
Ci sono libri con i quali si discute e libri nei quali, con un certo sconcerto, ci si ritrova. Il libro di Massimiliano Civino (Max, per me), Quel pane che non sazia. Scarsità, bisogni e crisi dell’uomo nell’età dell’abbondanza (Independently published, 2026) appartiene decisamente alla seconda categoria. Il saggio s’installa dentro una domanda che continua a sembrarmi scandalosamente rimossa: e se il nostro problema non fosse più, o non fosse soltanto, la scarsità?
Siamo così addestrati a pensarci come esseri mancanti che persino quando critichiamo il capitalismo continuiamo spesso a raccontare il mondo con le sue categorie. Non ce n’è abbastanza. Non produciamo abbastanza. Non abbiamo abbastanza. E quando finalmente immaginiamo l’alternativa, essa consiste quasi sempre nel distribuire meglio ciò che continua a essere pensato sotto il segno della penuria.
Civino prende la questione dall’altro lato. Il suo Erisittone mangia e più mangia più ha fame. Non perché il pane non ci sia, ma perché non riesce più a nutrirlo. È una differenza gigantesca. La maledizione non consiste nella mancanza dell’oggetto, ma nell’impossibilità di stabilire con esso una relazione che possa, almeno per un istante, concludersi. Il libro parte da qui: la modernità ha prodotto una potenza tecnica e sociale capace, almeno potenzialmente, di allentare la presa della necessità materiale, e proprio nel momento in cui questa possibilità diventa storicamente pensabile la fame cambia natura. Sopravvive dentro il soggetto.
È questo il primo motivo per cui il libro mi sembra importante. Non imbocca la comoda via penitenziale. Non ci racconta che eravamo felici quando eravamo poveri, che la comunità tradizionale era calda e accogliente e poi è arrivato il capitalismo cattivo a guastare la festa. Il mondo antico era anche fame vera, dipendenza, esposizione brutale alla necessità. E la modernità, insieme alle sue devastazioni, ha effettivamente liberato energie inaudite. Dimenticarlo significa trasformare la critica in una forma un po’ patetica di turismo nel passato.
Il punto interessante viene dopo.
Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui l’energia è la principale merce di scambio.
Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita, l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile.
L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo, per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio – praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa del nucleare come soluzione finale.
Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza.
L’inflazione torna a mordere, e galoppa: +3.3% ad agosto, +4,2% a settembre, su base annua. Nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.
Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma non per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale.
Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di stare facendo qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza. Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti.
Qua sopra fin dall'inizio si prese una posizione chiara sugli inviti allo studio e alla lettura che dilagavano sui media social e non. Si fece notare che il problema non era leggere, ma cosa leggi, e non era tanto studiare ma capire quello che si studia.
I media degli ultimi 30 anni e in particolare i social media hanno lavorato esattamente in direzione contraria, producendo vaste folle (bolle) dove chi accusava l'altro di analfabetismo funzionale era di fatto incolto quanto lui. La parola d'ordine, non compresa ma assimilata acriticamente, sostituiva il processo cognitivo. In questo quadro l'uso di massa degli LLM costituisce il passo successivo: non si delega all'IA semplicemente il processo cognitivo, gli si delega anche quello scrittorio - la perfetta quadratura del cerchio. E tale delega dello scrivere viene pure rivendicata da molti che di scrittura vivono, che si lamentano di una caccia alle streghe anti IA e non si rendono conto che tra scrivere con un word processor e ottenere testo tramite un LLM la differenza è abissale (in fondo solo una conferma delle infime competenze linguistiche che sono la cifra del pop contemporaneo?).
Già Nature aveva parlato del de-skilling dei medici negli ospedali che usano l'IA per le diagnosi: i medici usavano l'IA e perdevano capacità diagnostica. Ora sulla stessa rivista arrivano le preoccupazioni sull'uso dell'IA da parte degli studenti.
All’inizio di quest’anno, il ricercatore in scienze dell' educazione Lixiang Yan si è reso conto che gli studenti potevano affidare interamente a un’intelligenza artificiale il lavoro del suo corso universitario.
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