La vergogna sbagliata
di Mario Sommella
Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri
1. Il ponte Nord e la parola che manca
Domenica 4 ottobre, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz arrivava a sorpresa a Kiev, i droni russi colpivano di nuovo il ponte Nord sul Dnipro, nell’ora in cui era pieno di automobili. La capitale ucraina è tagliata in due dal fiume, largo circa un chilometro e attraversato da otto ponti: in quei giorni la circolazione era ridotta o interrotta su cinque di essi. Basta questa immagine per capire che cosa significhi, per una famiglia di Kiev, andare al lavoro o portare un figlio a scuola nel quinto autunno di guerra.
Due giorni prima, a Ginevra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk aveva presentato il conto: 15.280 civili uccisi o feriti in Ucraina nei primi otto mesi del 2026, in media più di quattrocento ogni settimana, il 55 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La missione ONU di monitoraggio aveva documentato, in settembre, vittime civili a Kiev in sedici dei primi ventiquattro giorni del mese, una frequenza mai registrata nella capitale dall’inizio dell’invasione su larga scala. Tra i morti ci sono operai uccisi mentre smistavano verdura in un magazzino.
È da qui che parte Paolo Gentiloni nel suo intervento pubblicato oggi su la Repubblica, e sulla descrizione non c’è nulla da obiettare. La responsabilità di questi bombardamenti è del Cremlino, e una sinistra che esita a dirlo con chiarezza fa un torto alle vittime prima ancora che alla propria credibilità. Il problema dell’articolo non sta nella fotografia, ma in ciò che Gentiloni sceglie di non inquadrare.
Il discorso di Türk portava un titolo preciso: accanto alla pace, deve esserci l’accertamento delle responsabilità. E il messaggio che le Nazioni Unite hanno affidato al mondo è che questa guerra, definita una catastrofe per i diritti umani, deve finire. Non che deve essere vinta: che deve finire. La stessa missione ONU, nel rapporto di fine settembre, segnalava anche un aumento delle vittime civili in territorio russo causato dagli attacchi ucraini a lungo raggio, descrivendolo come una tendenza all’escalation contraria al diritto internazionale umanitario.
Le proporzioni non sono paragonabili, ma la spirale è comune. Gentiloni usa la prima metà del quadro come atto d’accusa e tace la seconda, insieme alla conclusione politica che l’ONU ne trae.
2. Una guerra ferma che si pretende di vincere
Gentiloni scrive che l’esercito russo appare «spiaggiato» e che al fronte arriva perfino a perdere terreno. Anche qui i dati gli danno sostanzialmente ragione. Secondo l’Institute for the Study of War, nell’agosto 2026 le forze russe hanno conquistato o consolidato circa novanta chilometri quadrati, mentre le forze ucraine ne hanno liberati almeno centotrenta. Lo stesso Zelensky ha spiegato che dall’inizio dell’anno la Russia ha preso circa 890 chilometri quadrati e l’Ucraina ne ha riconquistati circa 800, contro i tre o quattromila che Mosca occupava ogni anno in precedenza. Türk lo ha detto con una formula asciutta: si uccidono centinaia di persone a settimana mentre le linee del fronte quasi non si muovono.
Ma proprio questo dato, che Gentiloni presenta come un segnale di debolezza russa, smentisce la sua strategia. Quando un fronte si congela, la guerra non si ferma: si sposta alle spalle del fronte. La Russia martella centrali, ponti, magazzini e supermercati; l’Ucraina colpisce raffinerie e depositi in profondità, e Zelensky rivendica di aver messo fuori uso il 45 per cento delle infrastrutture energetiche russe. La «guerra totale» non è un’anomalia comparsa all’improvviso: è il prodotto naturale di uno stallo militare che nessuno dei due eserciti è in grado di rompere.
Gentiloni ricorda con ironia chi, nel 2022, prevedeva che le truppe russe sarebbero entrate a Kiev come nel burro. Ma la profezia che ha orientato le scelte europee fu un’altra. Il 25 aprile 2022, dopo una visita a Kiev, il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin dichiarò che Washington voleva vedere la Russia indebolita al punto da non poter più ripetere ciò che aveva fatto. Da allora l’obiettivo implicito è stato logorare Mosca fino a costringerla a cedere. Quattro anni e mezzo dopo, Kiev non è caduta e la Russia non è stata piegata. Entrambe le profezie sono fallite, e chi pagava il prezzo dell’attesa erano le persone sotto le bombe.
La strategia che Gentiloni propone è dichiarata senza giri di parole: resistere per indurre Putin ad accettare il cessate il fuoco e il negoziato. È una strategia senza orizzonte temporale. Non dice quanti inverni serviranno, né quanti altri quattrocento morti a settimana, né che cosa accadrà se il logoramento, come accade da tre anni, non produrrà la svolta attesa.
3. L’economia di guerra degli altri, e la nostra
La parte più documentata dell’articolo riguarda i conti di Mosca, e i numeri sono corretti. Secondo i documenti di bilancio visionati da Reuters il 28 settembre, la Russia prevede di spendere per la difesa 17,1 trilioni di rubli nel 2027, circa 202 miliardi di dollari, il 27 per cento in più di quanto previsto in precedenza e la cifra più alta dall’inizio dell’invasione. La spesa militare assorbirà circa un terzo del bilancio federale. Le risorse per la politica sociale, che comprendono pensioni e indennità di maternità, caleranno del 7 per cento, quelle per l’istruzione del 6, quelle per la sanità del 6,8. Il servizio del debito salirà al 9,4 per cento della spesa totale, e già quest’anno si avvicina ai quattro trilioni di rubli, più dei bilanci federali di istruzione e sanità messi insieme. Un dettaglio: il tasso di riferimento della Banca centrale russa è al 14 per cento, non vicino al 15 come scrive Gentiloni, ma la sostanza del ragionamento resta.
È il ritratto di un’economia in cui i cannoni si mangiano il pane. Gentiloni ha ragione a descriverlo. Ma un ex commissario europeo agli Affari economici dovrebbe avere il coraggio di guardare anche nello specchio.
Il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica e la richiesta al Parlamento di uno scostamento di bilancio di quasi 29 miliardi per il biennio 2027 e 2028, diviso a metà tra energia e difesa, nell’ambito della flessibilità concessa dalle regole europee proprio per le spese militari. Il deficit tornerà sopra il 3 per cento, al 3,5 nel 2027, e il debito salirà al 138,6 per cento del Pil. La quota per la difesa è stata ridotta dallo 0,9 allo 0,3 per cento del Pil annuo rispetto a quanto annunciato prima dell’estate solo perché i conti non reggevano, e il ministro Crosetto si augura già un intervento al rialzo. Al vertice dell’Aia del 2025 il governo ha sottoscritto l’obiettivo NATO del 5 per cento del Pil, di cui 3,5 in spesa militare in senso stretto: secondo le stime dell’Osservatorio MILEX significa triplicare in dieci anni la spesa annua, portandola da circa 35 a oltre 100 miliardi, con un impegno cumulativo vicino ai 700 miliardi.
Al vertice di Ankara, nel luglio scorso, i Paesi dell’Alleanza hanno promesso all’Ucraina 70 miliardi di euro in armamenti, assistenza e addestramento per il 2026, e almeno altrettanti per il 2027. Gli analisti del settore lo hanno tradotto nel linguaggio che conta davvero: domanda pluriennale garantita per l’industria. E l’industria festeggia. Leonardo ha chiuso il primo semestre 2026 con ordini per 16,3 miliardi, il 45 per cento in più, un portafoglio di circa 59 miliardi e un utile netto rettificato cresciuto del 74 per cento. Rheinmetall ha visto i profitti salire del 74 per cento e il portafoglio ordini arrivare a 80,5 miliardi di euro.
Gentiloni si indigna perché a Mosca gli interessi sul debito superano la spesa sanitaria. È un’indignazione giusta. Ma la domanda che un riformista europeo dovrebbe porsi è un’altra: che cosa stiamo facendo noi della nostra sanità pubblica, delle liste d’attesa, della non autosufficienza, mentre troviamo in deficit le risorse per i sistemi d’arma che non troviamo mai per la cura?
4. Il testimone scelto
Per sostenere che la pace oggi spaventa Putin più della guerra, Gentiloni cita l’ex ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba. La frase viene da un saggio pubblicato in questi giorni su Foreign Affairs, in cui Kuleba sostiene che il presidente russo ha ricostruito economia e sistema politico intorno al conflitto, e che porvi fine rappresenterebbe per il regime un rischio maggiore che continuarlo ed estenderlo.
La tesi è seria ed è condivisa da molti analisti. Ma va letta fino in fondo. Nello stesso saggio Kuleba sostiene che i limiti imposti dagli alleati all’uso delle armi occidentali sul territorio russo non sono prudenza, perché lasciano a Mosca un santuario: chiede cioè di rimuovere i freni all’escalation. E in una conferenza del 2025 aveva spiegato che solo l’ingresso nella NATO sarebbe una garanzia sufficiente per l’Ucraina. Il testimone che Gentiloni porta in aula è dunque un sostenitore esplicito proprio di quell’adesione all’Alleanza che, poche righe più sotto, lo stesso Gentiloni bolla come un’accusa vergognosa.
C’è poi una contraddizione logica che l’articolo non affronta. Se la guerra è diventata la spina dorsale del sistema di potere di Putin, come scrivono anche Michael Kimmage e Maria Lipman ripresi dall’Atlantic Council, allora ogni anno di guerra in più non indebolisce quel sistema: lo radica. Una strategia fondata sul prolungamento del conflitto finisce per nutrire esattamente ciò che dichiara di voler combattere.
5. La pace come affare, la guerra come affare
Gentiloni osserva che all’Ucraina serve almeno la neutralità di Trump, nonostante le sue continue concessioni a Putin e la forte spinta a fare affari, specie sul petrolio, come rivelato dal New York Times. Il riferimento è preciso. Il 3 ottobre il quotidiano newyorkese ha scritto che i colloqui tra Washington e Mosca sulla fine della guerra si sono allargati a un accordo da diversi miliardi sugli asset internazionali di Lukoil, giacimenti, raffinerie e stazioni di servizio in mezzo mondo. Del gruppo interessato farebbero parte il miliardario statunitense Todd Boehly, due gruppi mediorientali che hanno fatto affari con le famiglie degli inviati Witkoff e Kushner e un ente del governo americano. Secondo le fonti del giornale, sarebbe stato lo stesso Putin a proporre l’operazione, nell’incontro del 5 settembre al Cremlino.
Gentiloni presenta tutto questo come un vizio di Trump. Ma basta spostarsi di ventiquattro ore e di qualche migliaio di chilometri. Merz è arrivato a Kiev con un pacchetto da un miliardo di euro in aiuti militari e 350 milioni per l’energia, accompagnato dalla ministra dell’Economia Katherina Reiche e da amministratori delegati dell’industria della difesa tedesca, per firmare accordi di produzione congiunta di droni, missili e software militari. E lo ha detto apertamente: la Germania aiuta l’Ucraina, ma anche l’Ucraina aiuta la Germania, con la sua esperienza e con commesse per l’industria tedesca del valore di miliardi. Parlava dopo una serie di risultati elettorali rovinosi nei Länder, dove a vincere è stata l’AfD, e l’ANSA vi ha letto un messaggio rivolto soprattutto all’opinione pubblica tedesca.
Washington cerca una pace che sia un affare. Berlino sostiene una guerra che è un affare. In entrambi i casi il corpo dell’Ucraina diventa un mercato: per il petrolio russo in un caso, per i missili europei nell’altro. Non c’è un campo virtuoso e uno corrotto. C’è un capitalismo che riesce a trarre profitto tanto dal cessate il fuoco quanto dal suo rinvio, e una politica che sceglie volta per volta quale dei due conviene.
6. Prima accusa: l’Ucraina non vuole negoziare
Arriviamo al cuore politico dell’articolo, la chiusura in cui Gentiloni definisce imbarazzanti e vergognosi tre argomenti presenti nel dibattito italiano. Il primo è l’accusa all’Ucraina di non volere il negoziato.
Su un punto Gentiloni ha ragione e va riconosciuto. Kiev oggi propone un cessate il fuoco sulle attuali linee del fronte, mentre Mosca pretende come condizione preliminare il ritiro ucraino dalla parte del Donbass che non è riuscita a conquistare. Il 9 settembre Lavrov ha liquidato le richieste di tregua del presidente finlandese Stubb e della presidente del Consiglio Meloni come un modo per far guadagnare tempo a Kiev. Il massimalismo russo è un fatto, e una sinistra seria deve dirlo senza imbarazzo.
Ma la domanda vera non riguarda la buona volontà di Zelensky. Riguarda chi decide, e con quali margini, in un Paese che dipende interamente dalle armi e dai finanziamenti altrui. La vicenda dei negoziati di Istanbul del 2022 resta controversa, e va raccontata con cautela. Secondo la ricostruzione di Samuel Charap e Sergey Radchenko, pubblicata nel 2024 su Foreign Affairs sulla base delle bozze dell’accordo, alla fine di marzo 2022 le delegazioni avevano raggiunto un quadro comune, il cosiddetto comunicato di Istanbul, e lavoravano a un trattato che prevedeva la neutralità permanente dell’Ucraina in cambio di garanzie di sicurezza internazionali. Un testo finale non fu mai concordato, ma le parti erano andate molto più avanti di quanto si sia creduto, e sia Putin sia Zelensky si erano mostrati disposti a compromessi straordinari. Nel novembre 2023 il capo della delegazione ucraina David Arakhamia ha raccontato in un’intervista televisiva che la richiesta principale russa era la neutralità, e che Boris Johnson, arrivato a Kiev in aprile, aveva raccomandato di non firmare nulla e di combattere. Arakhamia ha indicato anche altre ragioni, a cominciare dalla sfiducia verso le garanzie russe e dal vincolo costituzionale sull’adesione alla NATO. Il peso del fattore occidentale resta dunque discusso. Ma che i partner occidentali non siano stati notai neutrali di quella trattativa è difficile negarlo.
E c’è un’altra domanda che l’articolo evita: quale Ucraina vuole continuare a combattere? Nel gennaio 2026 il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha dichiarato in Parlamento che circa 200.000 soldati risultano assenti senza autorizzazione e che due milioni di cittadini sono ricercati per essersi sottratti alla chiamata. Le cronache raccontano uomini caricati a forza sui furgoni dei centri di reclutamento, un fenomeno che in Ucraina chiamano con amara ironia «busificazione». Con la legge marziale in vigore, le elezioni sono sospese. Nulla di tutto questo cancella la resistenza di un popolo aggredito. Ma la volontà di un Paese non coincide automaticamente con quella del suo governo, e ancor meno con quella delle cancellerie che lo finanziano.
7. Seconda accusa: la NATO vuole l’Ucraina nei suoi ranghi
Il secondo argomento che Gentiloni giudica vergognoso è l’idea che la NATO voglia far entrare l’Ucraina. Qui non serve alcuna interpretazione: basta leggere i documenti dell’Alleanza.
Al vertice di Bucarest del 2008 la NATO dichiarò che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri. Nelle sue memorie, pubblicate nel 2024, Angela Merkel ha spiegato di essersi opposta a concedere a Kiev lo status di candidato proprio per i rischi che vedeva, e ha scritto che per Putin quella promessa generica di adesione equivaleva a una dichiarazione di guerra. Al vertice di Washington del 2024 i 32 alleati hanno definito per la prima volta «irreversibile» il percorso dell’Ucraina verso l’adesione. Ad Ankara, nel luglio 2026, la dichiarazione finale ha riconosciuto per la prima volta Kiev come contributore alla sicurezza transatlantica, e Zelensky ha chiesto pubblicamente agli alleati se fosse giusto lasciare fuori dall’Alleanza un Paese con le capacità militari dell’Ucraina. Del resto, come abbiamo visto, lo stesso Kuleba citato da Gentiloni considera l’adesione l’unica garanzia sufficiente.
Dire che la NATO intende accogliere l’Ucraina non significa giustificare l’invasione. L’allargamento dell’Alleanza non rende legittimo un solo drone sul ponte Nord di Kiev. Ma comprendere le cause di una guerra non equivale ad assolvere chi la combatte. Significa sapere su che cosa si dovrà negoziare. Qualsiasi accordo duraturo dovrà sciogliere insieme il nodo della sicurezza ucraina e quello dell’architettura di sicurezza europea. Era esattamente ciò che si tentò a Istanbul: neutralità in cambio di garanzie. Liquidare come vergognosa questa constatazione equivale a rinunciare in partenza alla materia stessa della trattativa.
8. Terza accusa: l’Europa ostacola la pace per sconfiggere la Russia
Il terzo argomento è formulato da Gentiloni in modo volutamente caricaturale: l’Europa che vorrebbe sconfiggere la Russia «arrivando fino a Mosca». Nessuno nel dibattito serio sostiene una cosa simile, ed è facile vincere contro un avversario che non esiste.
Il punto reale è un altro, e lo si trova nelle parole ufficiali dell’Unione. Il 20 novembre 2025 l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha spiegato che l’Unione ha un piano chiarissimo in due punti: primo, indebolire la Russia; secondo, sostenere l’Ucraina. Nel febbraio 2026 la stessa Kallas ha ribadito che un posto europeo al tavolo dei negoziati non basterebbe a sbloccare lo stallo, e che occorre piuttosto costringere Mosca a trattare mettendo Kiev in una posizione di forza. Uno studio comparato sui piani di pace, pubblicato nel 2025, osserva che l’Europa ha cominciato ad avanzare proprie proposte negoziali solo dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, cioè dopo tre anni di guerra.
Non serve attribuire all’Europa il sogno di marciare su Mosca per criticarne la linea. Basta prendere sul serio quella che i suoi stessi dirigenti dichiarano: la pace come risultato della coercizione militare ed economica, non come esito di un’iniziativa diplomatica autonoma. È una scelta legittima, ma è una scelta politica, ed è legittimo contestarla. Merz che a Kiev invita Putin a fermare la guerra «senza senso» e si dice pronto a parlare, mentre firma accordi per produrre missili, rappresenta questa linea alla perfezione.
9. Il dissenso trattato come guerra ibrida
Gentiloni accosta le posizioni che condanna alle operazioni di guerra ibrida e ai tentativi di spaccare il fronte interno europeo in vista del prossimo anno elettorale. È un’insinuazione che merita una risposta precisa, perché trasforma un dissenso politico in sospetto di collusione.
Il 28 settembre, a Metz, papa Leone XIV ha definito la guerra tra Russia e Ucraina una «nuova inutile strage», riprendendo le parole di Benedetto XV sulla Prima guerra mondiale. Ha invitato a guardarsi dall’illusione del riarmo e ha chiesto se l’Europa stia davvero compiendo sforzi creativi per la pace o si stia soltanto preparando alle prossime guerre. Due giorni dopo, in un’intervista ad Avvenire, Gentiloni ha definito quel discorso straordinario, aggiungendo però che il modo fondamentale per difendere la pace è sostenere il Paese aggredito. Ammira dunque le parole del Papa quando le pronuncia il Papa, e le considera imbarazzanti quando le ripetono cittadini, movimenti e partiti italiani. Se mettere in guardia dall’illusione del riarmo è guerra ibrida, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo anche del Vescovo di Roma.
10. La vergogna giusta
La Costituzione italiana, all’articolo 11, non si limita a ripudiare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Impegna la Repubblica a promuovere le organizzazioni internazionali che assicurano la pace e la giustizia fra le Nazioni. È un mandato attivo, non una formula di cortesia.
Da qui può nascere una posizione di sinistra che non sia né complice dell’aggressore né arruolata nella logica del riarmo. Condanna senza ambiguità dei bombardamenti russi sui civili. Sostegno concreto alla popolazione ucraina: energia, ricostruzione delle infrastrutture civili, accoglienza. Cessate il fuoco immediato sulle linee attuali, che è, come ricorda lo stesso Gentiloni, la proposta di Kiev, e dunque un terreno comune da cui partire anziché un argomento da usare contro chi chiede di negoziare. Un’iniziativa diplomatica europea autonoma, che non coincida né con gli affari petroliferi di Washington né con le commesse militari di Berlino, e che coinvolga le Nazioni Unite e l’OSCE su ciò che dovrà comunque essere deciso: garanzie, neutralità, sicurezza reciproca. E nessun riarmo finanziato in deficit mentre la sanità pubblica arretra.
Il quinto inverno arriverà comunque. Lo pagheranno i lavoratori di un magazzino ucraino uccisi mentre smistavano verdura. Lo pagheranno i soldati russi mandati all’assalto per guadagnare pochi chilometri, e quei prigionieri provenienti da trentasei Paesi che hanno raccontato agli investigatori dell’ONU di essere stati ingannati per finire al fronte. Lo pagheranno gli uomini ucraini caricati sui furgoni dei centri di reclutamento. E lo pagheranno, più lontano e in silenzio, i cittadini europei a cui si spiega che per la cura non ci sono soldi, mentre per i missili si trova sempre una clausola di flessibilità.
Gentiloni ha ragione su una cosa: in questo inverno c’è davvero qualcosa di imbarazzante e di vergognoso. Ma non è chi chiede di trattare. È una classe dirigente che, dopo quattro anni e mezzo di stallo e centinaia di migliaia di vite spezzate, continua a chiamare strategia ciò che è soltanto attesa armata. La domanda da porre non è se Putin sia pronto a negoziare. È se l’Europa abbia ancora la volontà, e il coraggio, di provarci davvero.














































Comments
I paesi europei e gli Stati Uniti hanno provocato la guerra e speso decine di miliardi di dollari sottraendoli alla spesa sociale.
Il riarmo degrada la vita sociale ed economica dell' Europa e impoverisce la popolazione europea.
La classe dirigente europea è militarista, colonialista, imperialista, violenta, corrotta e in malafede.
Gli eserciti europei messi assieme non possono far niente contro l' esercito russo.
Senza gli Stati Uniti l' Europa non può iniziare un conflitto con la Russia.
Quest' ultima in caso di situazione difficile lancerebbe poche bombe nucleari annichilendo alcuni governi ostili.
Gli Stati Uniti non interverranno mai.
Quindi abbiamo a che fare con persone pericolose, ignoranti e criminali.
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A fare cosa?