Il sintomo Vannacci
di Antonio Martone
1. Non porta più la divisa: l’ha appesa al chiodo nel febbraio 2025. Eppure, resta, in ogni apparizione pubblica, “il generale” — un titolo che sopravvive al congedo burocratico e certifica un’autorità posturale ben oltre la sua fonte istituzionale. Il corpo che oggi lo mette in scena non è più quello disciplinato dall’uniforme ma quello esibito sulla battigia di un Capodanno balneare, muscoli in mostra, o avvolto in una vestaglia domestica che il web trasforma in meme: un corpo civile, virile, sovraesposto, che comunica per accumulo iconico più che per contenuto. Quando la vecchia foto in divisa torna non riappare come abito quotidiano ma come icona clandestina, riesumata per l’alone di autorità che ancora trattiene.
È un dettaglio che la cronaca registra e rapidamente dimentica, come un tratto folkloristico ma, in realtà, è la cifra più esatta del fenomeno: un corpo che comunica prima di argomentare, che rivendica disciplina e gerarchia proprio nel momento in cui se ne è formalmente congedato.
2. Il sintomo Vannacci non è un fenomeno soltanto italiano. Ciò che lo rende possibile attraversa da anni l’Occidente. Il caso italiano ha una genealogia precisa: nasce dalla mutazione di forme partitiche che erano, alle origini, rivendicazione di autonomia territoriale contro un centro percepito come estraneo, e si è poi trasformato in rivendicazione nazionale contro un’estraneità pensata su scala più larga.
In Germania questa frattura ha trovato una delle sue espressioni politiche nell’ascesa di Alternative für Deutschland; in Francia ha assunto altre forme, così come negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Non si tratta di sovrapporre esperienze nazionali differenti ma di riconoscere una matrice comune: la difficoltà delle forze politiche tradizionali nel dare una rappresentazione convincente a una trasformazione sociale che ha modificato contemporaneamente lavoro, territorio, identità, mobilità e rapporto con le istituzioni.
Il caso italiano va allora letto dentro questa mutazione.
Il programma consegnato a Futuro Nazionale condensa questa postura in un lessico ricorrente — sicurezza, Dio, sovranità, famiglia, nazione — dando forma programmatica a ciò che nel personaggio era già immediatamente visibile. Il programma, in questo senso, non crea il fenomeno: lo organizza politicamente e gli fornisce un linguaggio.
Inoltre, colpisce la capacità di generare reazioni viscerali da parte del generale. Basta una frase, spesso banale, perché si scateni un dibattito nazionale — governo e opposizione, testate e social — in una macchina di indignazione quasi indipendente dal
contenuto che l’ha innescata. È un rito che si ripete, come se il suo vero oggetto non fosse ciò che Vannacci dice ma la ripetibilità dello scandalo.
C’è un gioco di specchi, una legittimazione reciproca tra il generale e i suoi accusatori: l’indignazione dei benpensanti alimenta ciò che dichiara di voler spegnere, mentre la fedeltà del suo elettorato ogni volta si rafforza. Non è un incidente della comunicazione contemporanea ma la sua struttura più intima — la pseudo-dialettica che sostituisce la comprensione con la polarizzazione.
3. Sarebbe un errore, tanto comodo quanto sbagliato, liquidare Vannacci come deviazione o incidente di percorso del sistema politico italiano. Egli è piuttosto il sintomo di una trasformazione antropologico-istituzionale che precede di gran lunga la sua comparsa e che continuerà, verosimilmente, a produrre figure analoghe quando sarà tramontato. La globalizzazione dei mercati, il paradigma neoliberale, la rivoluzione digitale hanno prodotto quella che amo definire e-city (città elettronica): uno spazio iperconnesso e
permanentemente accelerato, in cui mobilità, aggiornamento continuo e flessibilità sono i criteri di ammissione alla cittadinanza sociale.
Accanto a essa si distende la no-city: lo spazio di chi il sistema non riesce, o non vuole, assorbire — il rovescio necessario di ogni inclusione, il negativo senza cui la positività della e-city non potrebbe definirsi. Ogni accelerazione della prima produce una corrispondente estensione della seconda: non due mondi separati, quindi, ma due facce di uno stesso processo sistemico.
4. È in questa faglia che si colloca una figura che ritengo fondamentale per comprendere il contemporaneo. Mi riferisco all’immagine del disallineato. Non si tratta del povero nel senso classico della tradizione sociologica: è qualcosa di più diffuso e radicale, perché investe il corpo prima della condizione economica e può trattarsi anche di chi è apparentemente integrato. Il disallineato sperimenta, nel lavoro come nel territorio, nel tempo della vita come nel linguaggio, un’incapacità di sincronizzarsi con il ritmo della e-city. Il disagio è corporeo oltre che economico-politico ed è vissuto con la sensazione di trovarsi fuori tempo, fuori luogo, fuori misura in un mondo che accelera in modo spersonalizzante. Quanto più l’individuo è reso soggetto isolato e privo di appigli stabili, tanto più cresce il bisogno di un confine.
Si consuma qui il cortocircuito concettuale più profondo: la e-city è un sistema che ha monopolizzato la gestione della vita. Nello spazio fluido del capitale finanziario il confine cessa di essere un limite per farsi merce — privacy acquistabile, quartiere privato, filtro d’accesso programmatico, risorse finanziarie per proteggersi dalla promiscuità del reale. L’oligarchia cosmopolita vive nella convinzione di un limite reversibile che include ed esclude sulla base della carta di credito.
Al disallineato, allora, privo del capitale necessario, o magari neppure desideroso di possederne, non resta che divinizzare l’identità pubblica: il recinto nazionale o etnico come surrogato simbolico della facoltà di difendere un’identità che si sente sempre più precaria. Si produce una bizzarra asimmetria: la e-city celebra il superamento delle frontiere privatizzandone le forme di protezione, mentre il disallineato tende a mitizzare una frontiera fantasmatica per disperazione ontologica.
In questo scarto si misura la tragedia del presente: l’incapacità di pensare il limite come soglia, ossia una condizione che permetta, riconoscendo la propria finitudine, di incontrare l’altro senza doverlo dominare né temere.
5. Il progressismo contemporaneo, assunto a codice etico dell’ordine tecnocapitalista, ha convertito la questione sociale in valutazione morale. Ha abbandonato il suo popolo (il vecchio proletariato divenuto ormai in larga misura piccola borghesia) e ha delegato al mercato la gestione dei soggetti.
Il neoliberismo non produce solo marginalità materiali. Plasma altresì i regimi del desiderio, insegnando a percepire la vulnerabilità come colpa e la solidarietà come inefficienza. Il disallineato ha interiorizzato l’unica moneta di risarcimento offerta dal sistema: l’orgoglio dell’appartenenza minacciata, il sollievo di scagliare l’impotenza contro un nemico visibile. Nella fase storica contemporanea, si viene configurando così la fobocrazia — una forma di biopotere che non necessariamente inocula la paura dall’alto ma fa leva su una disposizione affettiva già prodotta dal basso.
Privo di critica radicale nei confronti dei rapporti di produzione contemporanei, il discorso progressista è divenuto il galateo del capitale. Esso costituisce l’apparato che erige mobilità e fluidità a norma universale dell’umano. Avendo sostituito la trasformazione delle condizioni materiali con la tutela simbolica delle identità compatibili con la merce, il progressismo non ha risolto la contraddizione tra astrazione dei mercati e bisogno di radicamento: l’ha elusa, consegnando ad altri l’istanza della protezione.
Non basta dire che la sinistra ha smarrito la capacità di incidere sui rapporti di produzione: ha smarrito anche i luoghi nei quali quella capacità si formava. La fabbrica, la sezione, il sindacato, la cooperativa erano spazi in cui la società diventava soggetto politico prima ancora di diventare programma. Oggi la formazione del soggetto passa per reti urbane, professionali, digitali — gli stessi circuiti che l’e-city seleziona e che la no-city subisce.
In questo vuoto di rappresentanza, il disallineato si è sentito orfano. La sua domanda ― perdita di controllo sul proprio tempo, sul proprio lavoro, sul proprio territorio, sulla continuità delle relazioni — ha cercato una forma politica disponibile. E, paradossalmente, il disallineato ha trovato qualche risposta – spesso rivelatasi demagogica – nel linguaggio dell’ordine tipico delle destre. È qui che il passaggio dal disagio alla politica diventa decisivo: ciò che nella vita quotidiana appare in quanto esperienza indistinta della perdita viene delimitato e infine indirizzato verso un oggetto polemico — lo straniero, le oligarchie, Bruxelles, il cosmopolitismo — che possa incarnare le ragioni del malessere. La forza del populismo identitario sta precisamente in quest’operazione diversiva. Non deve dimostrare che ogni paura sia fondata o infondata; deve soltanto renderla politicamente utilizzabile.
Il sintomo Vannacci si inserisce perfettamente all’interno di questa fase storica. La domanda che intercetta costituisce la traduzione politica di un bisogno elementare, quello di tracciare un confine attorno alla propria esistenza, di sapere dove finisce l’io e dove comincia l’alterità. La e-city rende impossibile quest’esperienza concreta. Da tale impossibilità emerge quella che vorrei definire una richiesta di sovranità esistenziale. Ciò che la prassi quotidiana dissolve nell’indeterminatezza viene riedificato, per compensazione, nell’ordine simbolico del confine.
6. Nella letteratura clinica, un sintomo rivela un processo patologico che, senza di esso, resterebbe sepolto fino all’esplosione acuta. Il fenomeno Vannacci è, appunto, un sintomo — e un sintomo, per definizione, non è la malattia, né tanto meno la cura. Per esempio, quando contesta l’autonomia del reato di femminicidio, Vannacci non pone il problema della violenza relazionale e degli strumenti atti a contrastarla. Quanto alla questione dell’aborto, la legge 194 non lo definisce mai “un diritto”, e Vannacci ha ragione su questo. Il dettato legislativo lo tratta come scelta ammessa entro condizioni date ― una sorta di bilanciamento tra beni costituzionali da difendere, ossia la vita del nascituro e la salute della donna. Qui però sorge un problema: Vannacci evoca l’aborto ma non si sofferma sul rafforzamento dei sostegni sociali alla maternità che renderebbero quella scelta meno drammatica e necessaria. In entrambi i casi, dunque, esiste un disagio reale che dovrebbe portare ad una discussione concreta su quale sia la forma più giusta per riconoscere una questione specifica senza intaccare né l’uguaglianza formale, né i costi umani che può provocare una genitorialità resa sempre più difficile da uno Stato assente.
Negli ultimi decenni, in nome dell’“emancipazione”, il progressismo liberale e atlantista ha eretto la cultura woke a codice indiscutibile, lasciando che alcune questioni possano essere sollevate, in maniera distorta, soltanto da un uomo di destra estrema.
Anche il caso della Guerra in atto nell’Europa dell’Est è istruttivo: a febbraio 2026 Futuro Nazionale presentò emendamenti per sopprimere la proroga degli aiuti militari all’Ucraina e, nonostante il voto favorevole alla fiducia posta dal governo, votò contro il decreto nel
merito e mantenne gli ordini del giorno per interrompere le forniture di armi a Kiev. A luglio 2026 ha ribadito la richiesta di interrompere le forniture militari e il sostegno finanziario alla guerra in Ucraina.
La posizione di Futuro Nazionale non viene presentata da Vannacci come una scelta né filorussa né riconducibile alla tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Il criterio dichiarato è quello dell’interesse nazionale: valutare la politica estera in funzione di ciò che conviene all’Italia. E, quindi, secondo Vannacci, il prolungamento del conflitto danneggia l’Italia e l’Europa, rendendo necessario cercare un accordo negoziale che ponga fine al conflitto.
Il ragionamento si potrebbe estendere anche alla sicurezza. L’arco parlamentare non ha garantito, quando ha governato, neppure la sicurezza nella sua forma più elementare. La percezione comune avverte l’esistenza di procedure che tutelano l’imputato più della vittima, di pene raramente scontate e la sensazione diffusa è che chi delinque sia più garantito di chi subisce il reato. Insomma, non si fa né prevenzione, né repressione ed è facile, da parte di un movimento politico spregiudicato, inserirsi in questo vulnus. Vannacci traduce il conflitto sociale in conflitto identitario, agita l’importanza del tema securitario e promette di ricucire le contraddizioni di sistema.
Del resto, non è un caso se il libro da cui è partita la sua avventura politica si chiama Il mondo al contrario, nel quale l’autore intende provocatoriamente affermare che il sentimento contemporaneo dominante è quello di vivere in un mondo capovolto. La frattura si manifesta nel rovesciamento delle gerarchie tra maggioranza e minoranze, tra diritto individuale e interesse collettivo, fino a produrre la sensazione che la normalità sia diventata essa stessa l’eccezione.
Riconoscere la fondatezza di alcune delle domande che Vannacci intercetta — dalla sicurezza alla sovranità, fino alla critica della prosecuzione della guerra in Ucraina — non impedisce di riconoscere il carattere profondamente reazionario del suo impianto politico. Perché il punto non è soltanto quali problemi egli individui ma la direzione nella quale egli li ricompone: la risposta al disordine del presente viene cercata nella restaurazione di gerarchie, appartenenze e confini pensati come naturali, nella riaffermazione di un ordine sociale fondato sulla contrapposizione tra un “noi” da proteggere e un’alterità da contenere. Quando rivendica la remigrazione o gerarchizza l’appartenenza su base etnica, questa logica diventa esplicita: la domanda di protezione viene trasformata in una politica dell’esclusione. È qui che il suo pensiero assume una fisionomia reazionaria, anziché mettere in discussione le condizioni materiali che hanno prodotto il disallineamento.
7. La reazione identitaria non è l’antagonista della e-city ma il suo organo di compensazione: trasforma il dolore materiale del disallineamento in vertenza culturale, mettendo in salvo, però, la struttura economica che lo genera. Tra l’oligarchia tecnocapitalista e il sovranismo reazionario si produce così una convergenza paradossale: la prima precarizza le esistenze e svuota i territori, il secondo offre in risarcimento l’illusione di un recinto simbolico — la patria, la tradizione, la razza. Lo scandalo mediatico permanente incanala la rabbia sociale in uno scontro di posizione puramente morale, saturando il discorso pubblico per impedire che si metta in discussione la sovranità dei mercati e del neoliberismo. Il capitale privatizza la vita e il futuro; la reazione nazionalizza l’impotenza, fornendo una lingua feroce ma inoffensiva che assorbe il dissenso e lo rende innocuo per il sistema.
Il nodo filosofico non è di uscire in maniera fittizia dal disallineamento, ma come abitarlo diversamente — costruendo una comunità della soglia, uno spazio in cui il disagio possa diventare relazione da elaborare collettivamente, dove il riconoscimento reciproco presupponga soltanto la condivisione di una medesima eccedenza rispetto all’ordine dato. Non la comunità organica che la destra identitaria rimpiange — che riprodurrebbe, capovolta, la stessa logica escludente che genera il disallineamento — ma una comunità retta da un’esposizione comune che cessa di essere solitudine e scarto per diventare relazione.
Il corpo messo a valore dal neoliberismo dispone soltanto delle parole che la e-city ha costruito. La posta in gioco più propriamente politica è forse questa: chi forgia le parole che mancano, chi rende dicibile un’esperienza che nessun sistema di rappresentanza sa o vuole pronunciare? Il vero compito che ci sta davanti è quello di restituire al disagio la sua dimensione collettiva, sottraendolo alla privatizzazione psicologica in cui il sistema lo confina.
Vannacci non è la malattia che assedia il nostro sistema politico. È uno dei suoi più recenti sintomi storici. Se si vuole combattere la malattia e impedire che si cronicizzi, occorre anzitutto evitare di consolarsi pensandolo come un’eccezione più o meno passeggera, e accettare che le questioni che egli tratta resteranno aperte finché non si troverà il coraggio di esprimere il disagio in una forma che sia realmente e radicalmente democratica.














































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