È la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all'epoca della Tv, ma uno sterminio in diretta social
IL PRIMO FILM SU UN GENOCIDIO MENTRE È IN CORSO
Sul docufilm "Naza" è stato detto di tutto. Che si tratta di un film surrettiziamente colonialista poiché dando risalto alla testimonianza del carnefice delegittima la voce palestinese, che se il film può sensibilizzare l'opinione pubblica ancora tiepida sulla causa palestinese allora ben venga, che è un atto di autocritica da parte di registi israeliani e che deve aggiungersi e non sostituirsi alle migliaia di denunce, video, foto, atti legali dei palestinesi. Tutte queste considerazioni sembrano ricevibili e niente affatto peregrine.
Il lungometraggio è così dibattuto, criticato e sentito perché è la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all'epoca della Tv, ma un genocidio in diretta social. Un livello di fusione tra immagine sullo schermo e realtà dei corpi che non era mai stato raggiunto prima. Un livello di derealizzazione e di normalizzazione della carneficina e del dolore inedito. Il film quindi non viene valutato sul piano cinematografico, ma giudicato soprattutto sul piano etico, giuridico e politico.
Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.
Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però modeste e irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.
Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile.
Rilanciamo questo pezzo tradotto dalla redazione di Erbacce, l’illustrazione è di Marilena Nardi
Le elezioni di settembre 2026 in diversi Länder tedeschi hanno scatenato il panico a livello mondiale. Prima la vittoria schiacciante del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) con il 44% dei voti in Sassonia-Anhalt, e poi la vittoria del partito di sinistra Die Linke con quasi il 26%, cifra a cui va aggiunto il 4,7% ottenuto dall’Alleanza di Sahra Wagenknecht (BSW), anche se non è riuscita a superare la soglia di sbarramento del 5%. Si tratta, in sostanza, di circa un terzo di tutti gli elettori che esprimono un voto di protesta a sinistra.
Il governo federale sta attualmente discutendo se sottoporre la Sassonia-Anhalt ad amministrazione controllata; nel frattempo, il cancelliere Friedrich Merz intende tirar fuori dal cilindro, con procedura d’urgenza, una nuova legge che vieti le espropriazioni di appartamenti nei Länder. Infatti, durante la campagna elettorale, Die Linke aveva fatto dell’espropriazione dei grandi gruppi immobiliari il proprio cavallo di battaglia. Una richiesta era già emersa anni fa da un referendum popolare, che tuttavia non ha valore giuridico vincolante. Tuttavia, Die Linke vuole subordinare a questo la formazione di eventuali coalizioni.
Perché tutto questo panico? Andiamo innanzitutto in Sassonia-Anhalt, un tempo parte della DDR. Occorre distinguere tra la leadership dell’AfD e il suo elettorato.
A partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso la cultura delle sinistre europee ha subito un processo di “americanizzazione”, in ragione del quale le teorie, l’ideologia e i valori della New Left d’Oltreoceano hanno progressivamente rimpiazzato la tradizione del pensiero rivoluzionario di Lenin, Mao e altri leader rivoluzionari, fondato sulle esperienze dell’Ottobre 1917 e della vittoria del Partito Comunista Cinese del 1949. In termini storici questo processo è stato relativamente rapido. Se nella prima metà dei Settanta gran parte dei gruppuscoli nati dall’ondata di lotte iniziata nel 1968 si dichiaravano “marxisti-leninisti” e i grandi Partiti Comunisti occidentali, a partire da quello italiano, pur condannando l’estremismo dei movimenti in questione, non avevano ancora ripudiato le proprie radici storiche, nella seconda metà del decennio le tappe della mutazione si susseguono a ritmo incalzante: dalle dichiarazioni di Berlinguer, che proclama l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e dichiara si sentirsi garantito dell’adesione dell’Italia alla NATO, al dissiparsi delle simpatie delle sinistre radicali nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, frettolosamente accusata si avere avviato un processo di restaurazione del capitalismo dopo le riforme del 1978; dal divorzio fra critica sociale e “critica artistica”, per usare la formula con cui due sociologi francesi1 battezzano la separazione fra lotte per i diritti sociali e lotte per i diritti individuali e civili che caratterizza i nuovi movimenti “single issue”, come femminismo ed ecologismo, alla trionfale celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che accomuna destre liberali e militanti della sinistre “radicali”; dalla trasformazione del PCI in un clone dei Democratici USA al ripudio delle lotte antimperialiste dei popoli del Sud del mondo, liquidate come nazionalismo “terzomondista”.
Si potrebbe obiettare che, prima di colonizzare l’Europa, la cultura della New Left era stata a sua volta plasmata dalla French Theory2 e da un pensiero marxista occidentale ridotto a virtuosismo verbale, arte di cui Antonio Negri3 è stato il massimo interprete. Senza dimenticare l’influenza che la Scuola di Francoforte4 aveva esercitato sulle università angloamericane nei decenni precedenti.
1. Introduzione: la political economy delle piattaforme e i nodi del conflitto globale
Nel dibattito contemporaneo sulla ristrutturazione del capitalismo globale, l’analisi delle traiettorie tecnologiche richiede categorie interpretative capaci di superare il determinismo tecnologico e di ricondurre anche lo studio dei processi di innovazione all’interno di una analisi attenta alle relazioni di potere.
Il libro di Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026), è un utilissimo strumento analitico innanzitutto perché l’autore – studioso piuttosto noto fra gli economisti delle innovazioni che non disdegna le sfide della divulgazione – offre un’eccellente ricostruzione della saldatura tra i giganti oligopolistici dell’Information and Communication Technology e gli apparati statali, mostrando come l’accumulazione capitalistica fondata sull’estrazione dei dati si sia progressivamente consolidata determinando l’acuirsi di contraddizioni che hanno contribuito ad aprire una crisi geopolitica tutt’ora in corso. Una crisi che potrebbe essere anche studiata come una transizione egemonica nel senso di Nanni Arrighi.
Guarascio evidenzia con chiarezza il rischio di una torsione bellica e securitaria in un certo senso causata dalla necessità di trovare ambiti applicativi redditizi alle tecnologie di frontiera, in particolare all’Intelligenza Artificiale, sia nel blocco atlantico sia in quello BRICS+:
«In termini keyensiani, la spesa militare può compensare i problemi di ‘sottoconsumo’ – nel caso di compressione dei salari e conseguente riduzione dei consumi, la spesa militare può in parte sopperire al calo della domanda sostenendo i profitti delle imprese – o fornire un’alternativa in presenza di guerre commerciali che rendono più difficili le esportazioni, contribuendo alla stabilizzazione del ciclo economico. Può anche avere effetti positivi dal lato dell’offerta: dando impulso alla ricerca e all’innovazione delle imprese, come è avvenuto nel dopoguerra negli Stati Uniti » (Guarascio, 2026, p. 13).
Da tempo abbiamo avviato, in queste pagine, un confronto sul “che fare” nell’attuale complicata situazione politica (in termini generali e anche con specifica attenzione alle elezioni del prossimo anno). Lo abbiamo detto e scritto più volte: l’elemento fondamentale che condiziona il quadro politico è la guerra, ogni giorno più pervasiva e che determina tutte le altre scelte (anche di politica interna, se non altro per la dislocazione delle risorse disponibili). Nella guerra è sempre più coinvolta – e in maniera irresponsabile – l’Europa. È una ragione in più per occuparci, nella definizione del “che fare”, anche dell’Unione Europa, del suo governo, delle sue istituzioni, delle sue contraddizioni. L’attuale Unione è certamente – su questo è facile concordare – una realtà del tutto diversa dal soggetto, che in decenni passati abbiamo sognato, capace di tutelare i diritti dei popoli e di tutti i cittadini, vecchi e nuovi. Le ragioni per cui si è arrivati a questo esito e le strade possibili per invertire la tendenza sono un ulteriore oggetto del nostro confronto in cui si susseguiranno posizioni anche fortemente divaricate: nella speranza di riuscire, alla fine, a raggiungere una sintesi condivisa. (la redazione)
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1. Un programma per un’alleanza politica e sociale progressista, capace di battere le destre, deve avere la pace come punto centrale attorno al quale costruire il resto della sua proposta. Non è il caso di girarci intorno: senza una posizione chiara e definita sul tema della guerra in Ucraina, sulla questione palestinese, sulla guerra in Iran non c’è realisticamente nessuna possibilità di vincere le elezioni.
L’ultimo libro di Roberto Fineschi sul filosofo tedesco, edito da Scholé
In un celebre passo della Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che «il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto. Quando nel conoscere si presuppone alcunché come noto e lo si tollera come tale, si finisce con l’illudere volgarmente sé e gli altri»: ovvero, spesso si ha una rappresentazione distorta o superficiale proprio di quello che si pensa di conoscere meglio. Qualcosa del genere accade anche con il pensiero di Karl Marx, un autore che è stato – e dovrebbe ancora essere – punto di riferimento per una critica e una trasformazione della realtà esistente.
Roberto Fineschi ci offre ora un prezioso strumento per accostarci in modo più avvertito al metodo di lavoro e ai fondamenti della teoria marxiana (Karl Marx, Discorso sul metodo, a cura di Roberto Fineschi, Scholé, pp. 176, euro 17). Il merito di questo libro è duplice: offrire al lettore una nuova traduzione, filologicamente aggiornata, di alcuni testi marxiani sul metodo (per quanto molto noti) e introdurli con un linguaggio accessibile ma rigoroso, con un’attenzione sia alla loro dimensione teoretica, sia alla loro contestualizzazione all’interno del dibattito filosofico. L’antologia include la famosa Introduzione del 1857 alla stesura provvisoria della teoria del capitale (i Grundrisse), il Poscritto alla seconda edizione del Capitale (del 1873) ed estratti di alcune famose opere giovanili.
https://youtu.be/09DncUvlPDI: Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”
Se la dottrina Monroe – “L’America agli americani”, 1823 – ha fatto del male ai paesi e popoli dell’America Latina, dal Messico alla Terra del Fuoco, la sua riedizione in Donroe – “Supremazia incontestata degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale” – si sta evolvendo in pandemia mortale. Dell’America Latina progressista, o rivoluzionaria, o antimperialista rimangono due presidi, Messico e Nicaragua, con un terzo, Brasile, che, dopo la caduta con Bolsonaro in un regime non dissimile da quello di Milei, se la cavicchia con un Lula rieditato in chiave difensiva. A una settimana dalle elezioni presidenziali dell’8 ottobre il vantaggio di Lula sul candidato trumpista, già rassicurante, si è ridotto a un soffio: secondo l’istituto Datafolha, se in un primo sondaggio risultava del 40% contro il 36% di Flavio Bolsonaro, saremmo ora al 47% sul 45,5%.
Fronte indipendentista e antimperialista striminzito assai, rispetto a quello che, ancora pochi anni fa, riuniva una maggioranza dei paesi del Cono Sud: Venezuela di Maduro, Bolivia di Arce, Ecuador di Correa, Perù di Castillo, Honduras di Xiomara Castro, Colombia di Petro, Argentina dei Kirchner, Cile dell’esitante Boric, Cuba, per quanto sotto crescente pressione del bloqueo e, ovviamente, il Messico di Obrador e poi della Sheinbaum.
Taglio al welfare, aumento delle spese militari, coinvolgimento nei conflitti Usa: il vero volto della Nato 3.0
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha scelto l'Iowa, cuore degli Stati Uniti più profondi, per dire agli europei quello che Washington pensa da tempo ma non aveva ancora messo così esplicitamente nero su bianco, in pieno stile imperialista e neocolonialista: il Medio Oriente è il vostro cortile, arrangiatevi. E per farlo dovete tagliare pensioni e welfare e comprare più armi. Un discorso che suona come la conferma di un asservimento totale dell'Europa agli interessi imperialisti statunitensi, mascherato da un ridicolo appello alla responsabilità.
Parlando a un evento del Chicago Council on Global Affairs, Rutte ha spiegato agli statunitensi cosa possono guadagnare da un'alleanza più forte. Il fedele cane da guardia degli interessi strategici statunitensi ha descritto il Medio Oriente come "il cortile di casa dell'Europa" e "non il cortile di casa degli Stati Uniti", sostenendo che la guerra di Washington contro Teheran era "necessaria" ma che gli USA hanno dovuto lanciarla perché "in qualche modo gli europei non avevano abbastanza capacità per farlo da soli". Da qui la sua conclusione: "In futuro, quello che otterrete da una Nato più forte è che gli europei possano prendersi cura del proprio cortile".
Tradotto dal linguaggio finto-diplomatico: gli Stati Uniti vogliono che siano gli europei a sporcarsi le mani nelle guerre che Washington decide di scatenare, mentre l'Europa continua a comprare armi USA e a subire le conseguenze economiche e politiche dei conflitti a stelle e strisce. Una sudditanza che Rutte non si è nemmeno sforzato di nascondere.
1. C’è una possibile metafora con la quale possiamo identificare la struttura simbolica che ha organizzato a lungo l’immaginazione politica dell’Occidente moderno. Mi riferisco alla linea mobile, tracciata sempre più a ovest, dietro la quale si apriva lo spazio del possibile. La frontiera americana rappresentò una vera e propria soglia ontologica. È il mito che l’individualismo americano ha trascritto in una metafisica dell’autofondazione: il soggetto come principio unico: una visione del mondo che non ha padri da onorare né debiti da saldare, perché è sempre pronto a ripartire da un “nuovo altrove”.
Un mito, per essere operante, ha bisogno di uno spazio reale in cui incarnarsi. L’intero ordine giuridico e simbolico della modernità occidentale ha avuto bisogno del simbolo mitico della frontiera per pensare sé stesso come ordine. Al di qua di una certa linea vigevano la legge, lo stato territoriale, la civiltà; al di là, c’era il futuro da colonizzare. L’interno era pensabile solo in rapporto a un esterno assoluto in cui riversare l’eccedenza — di violenza, di popolazione, di desiderio, di capitale, persino di colpa. In questo senso, l’America fu la condizione stessa che rendeva sopportabile l’ordine europeo, la sua valvola di sfogo, il suo altrove necessario.
2. Quest’architettura simbolica entra in crisi quando la frontiera, esaurito lo spazio geografico che la sosteneva, comincia a tradursi da fatto storico a programma politico, dal piano dell’essere a quello del dover-essere. Comincia così la fase dell’esportazione dell’intero paradigma inteso questa volta come modello universale: “guerre umanitarie”, mercato senza confini e tecnica estesa su scala planetaria.
John Bellamy Foster mette in luce le quattro principali caratteristiche che contraddistinguono l'attuale crisi strutturale, originariamente delineate da István Mészáros nel suo Marx's Theory of Alienation. Il capitale, sostiene Foster, si trova in una posizione simile a quella dell'apprendista stregone narrata da Luciano di Samosata: nel vano tentativo di controllare un sistema fuori controllo che egli stesso ha creato, accumula non solo contraddizioni, ma vere e proprie catastrofi con conseguenze su scala globale.
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Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri...non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della storia, cambiare il mondo.
Hugo Chávez [1]
Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi sopprattutto sulle sue dimensioni economiche:

Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull’Europa
Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussiLa strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell’architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull’incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un’alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare. Questo assetto fu ridefinito e consolidato nel 1974 con l’accordo di Riad, che sancì la nascita formale del sistema del petrodollaro: l’impegno esclusivo da parte saudita di commercializzare il greggio in valuta statunitense e di riciclarne i proventi nell’acquisto di titoli di Stato americani e complessi sistemi d’arma, in cambio di garanzie di sicurezza e stabilità monetaria. Il salto di qualità politico-militare avvenne il 23 gennaio 1980 con la formulazione della Dottrina Carter durante il discorso sullo Stato dell’Unione, con cui Washington definì un principio cardinale: qualsiasi tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un assalto diretto agli interessi vitali della nazione, da respingere con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare (https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138). Tale direttiva fu operativizzata con la Presidential Directive 18 (PD-18) (https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and), che portò alla creazione della Rapid Deployment Force e alla successiva istituzione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), trasformando la tutela dei corridoi energetici e dei punti di strozzatura marittimi (chokepoints come Hormuz, Suez, Malacca, ecc.) in una missione permanente delle forze armate americane. Tali principi trovarono poi consacrazione concettuale nei documenti strategici del Pentagono, tra cui Joint Vision 2020, incentrato sulla dottrina della Full-Spectrum Dominance, il dominio militare e strategico su terra, mare, aria, spazio, cyberspazio e risorse connesse, e le analisi previsionali del Joint Operating Environment, che identificarono apertamente nel picco del petrolio e nella sicurezza delle infrastrutture estrattive i nodi centrali per la mobilità della macchina bellica atlantica.
Non ci saremmo aspettati che il breve saggio LENIN A PECHINO avrebbe suscitato l’ira immediata e funesta dei filo-cinesi. Lancia in resta sono partiti al contrattacco Carlo Formenti (Sulla fatwa di Moreno Pasquinelli) e Alessandro Visalli (Modernità o utopia?), quindi Piero Pagliani (in polemica con Moreno Pasquinelli).
Poi sono scesi in campo: Pietro Terzan (Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista) quindi il quartetto al completo: Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli (La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli), Giulio Bonali (Sulla Cina e la transizione al socialismo), quindi tale tal al.ba. (Prossima fermata: Pechino?).
Troppa grazia, sant’Antonio!, verrebbe da dire. Si vede che abbiamo colpito nel segno.
Torniamo sulla questione cinese poiché, e su questo siamo completamente d’accordo coi nostri critici, il problema di quale sia la natura sociale della Cina assume, oggi più che mai, rilevanza storico-mondiale e, come ogni questione di rango storico-mondiale, solleva una molteplicità di problemi teorici e politici, scientifici ed etici, che meritano di essere affrontati in modo scrupoloso, senza quindi temere la durezza che la controversia, dato il suo carattere dirimente, è destinata ad assumere.
Per il rigore in campo teorico
Una prima precisazione. Cinque erano le tesi principali che abbiamo tentato di sostenere nel nostro breve saggio Lenin a Pechino: 1. Che sono ancora validi il metodo e gli schemi utilizzati da Marx per esaminare e giudicare la struttura sociale capitalistica; 2. Che quella cinese è una forma avanzatissima di capitalismo, che non va banalizzata come capitalismo di stato; 3. Che nel Grande Reset o passaggio storico dal morente capitalismo di marca liberista all’incombente CyberCapitalismo, il modello cinese potrebbe diventare quello vincente e dominante; 4. Che è inaccettabile il tentativo di attribuire a Lenin l’idea (buchariniana) che la N.E.P. fosse non una ritirata obbligata e temporanea, ma una via strategica per passare al socialismo; 5) Che tra il pensiero di Mao e quello di Xi Jinping la distanza è abissale.
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. E’ stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa. Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche. Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
«Essere una vite che non arrugginisce. Una vite non attrae l’attenzione, ma una macchina senza viti non funziona.»
Quaderno di Lei Feng
Nel circo ininterrotto e troppo spesso opprimente degli anniversari, non si sono sprecate molte parole per il cinquantesimo della morte di Mao Zedong. La cosa si capisce. Mao è il grande rivoluzionario a cui si deve la liberazione della Cina dall’oppressione feudale e coloniale, la vittoria sui giapponesi, la fondazione di un nuovo stato socialista in una porzione sterminata di mondo, abitata da centinaia e centinaia di milioni di uomini e di donne. Mao è però anche l’artefice del «grande balzo in avanti» clamorosamente fallito, nonché l’ispiratore della Rivoluzione culturale, a cui da molto tempo, in Cina, si imputano «dieci anni perduti».
Come per una tacita convenzione, si discute appassionatamente della natura più o meno socialista della grande nazione governata dal Partito Comunista Cinese. Ma si lascia da parte l’esame delle utopie: i famigerati altiforni da cortile, l’ingenua ambizione di superare la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la collettivizzazione spinta all’estremo nelle comuni contadine, con i refettori comuni, la scomparsa dell’educazione familiare, l’eliminazione della proprietà anche nelle cose più minime.

Dana Ghetilieri, Paradiso, I Quaderni del Bardo, 2025
Credo che il poema politico sia la forma più difficile di poesia. Con “Paradiso” Dana Ghetilieri è riuscita a scrivere un poema politico, e questo sarebbe già un merito, ma c’è molto di più: c’è il fatto che “Paradiso” è un bel poema, si legge bene, è scorrevole, coinvolge. Come per certi romanzi, si vuole vedere cosa succede, come andrà a finire.
L’ultimo merito, forse il più importante, è che si tratta di un’appassionata e veemente denuncia della disumanità dei nostri tempi: un poema “istruttivo”, direi didascalico come qualsiasi indimenticabile poema politico del passato.
Quel Paradiso che la società industriale, con la sua spasmodica ricerca di profitto, ha creato, è in realtà un inferno le cui tappe si snodano nel cammino della nostra eroina scampata alla guerra, da un girone infernale a un altro. Ma non è l’inferno del demonio, è l’inferno dell’attuale società che si ostina a considerarlo “il migliore possibile dei mondi”.
Sgomenta, la protagonista, nella sua ricerca di una comunità umana vera e opposta a quella che ha provocato la guerra, nella sua ricerca di una natura intatta e ricca di vita, si avvia attraverso una terra desolata e inospitale.
Cammina, cammina… Come nelle favole antiche, ogni tappa è una rivelazione. Dana incontra le vittime del Paradiso ad ogni girone.
Una ricerca sulle connessioni profonde tra storia e memoria, conflitto e culture, comprensione e pace
Più eterno del bronzo: educazione alla cultura e semantica del monumento si propone di fornire un quadro esaustivo sulle potenzialità dei fenomeni culturali e delle discipline artistiche nella comprensione delle memorie condivise dei popoli, e nella risoluzione delle controversie e dei conflitti che la storia ha portato con sé.
Davvero molto coinvolgente è il trattamento compiuto delle numerose questioni che, nel campo di conoscenza e prassi dell’educazione alla cultura, nella prospettiva della costruzione della pace, si sovrappongono influenzandosi a vicenda, come dinamica dell’interazione per cui si aprono gli spazi della creatività in cui diventa possibile immaginare una situazione che superi le conflittualità presenti.
Il testo, nella sua costruzione sapiente, riesce a dare, per mezzo del suo approccio rigorosamente dialettico alla materia, una visione integrale e sfaccettata di tematiche di primaria importanza nella loro interazione, produttiva di manufatti ma anche di cultura.
Sia la accurata presentazione degli orientamenti internazionali più rilevanti, che una rassegna dettagliata e corredata di illustrazioni di numerose opere, forniscono al lettore preziosi strumenti perfetti allo scopo di comprendere le coordinate più caratteristiche che guidano le attività educative e formative, nell’ottica del trascendimento del conflitto e della trasformazione del presente, nella proiezione di un futuro possibile, attraverso la considerazione del passato e della memoria.
Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle
Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi, ma, ad un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per finire la guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde, e così via. Un lungo elenco di cose buone.
Tuttavia il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la Nato, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE, e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla Nato. Però la Nato nei 20 punti è nominata solo una volta per dire (giustamente) che non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; e anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare (giustamente) che la UE deve ripudiare il trattato che concede lo status di partner privilegiato a Israele.
Nel programma manca completamente un’analisi sul problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, il secondo più grande debito pubblico al mondo dopo quello del Giappone in percentuale sul PIL, un debito enorme, che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che il governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della Nato, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che cresce inesorabilmente per l’effetto cosiddetto “palla di neve” – il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale.
Caracas rivendica il nuovo asse con Washington come una scelta obbligata dalla crisi e dalle sanzioni. Ma all’Onu Rodríguez resta ad ascoltare Trump mentre attacca Cuba e la delegazione dell’Avana lascia l’aula: un’immagine che alimenta le accuse di cedimento
La fotografia di Delcy Rodríguez insieme a Donald Trump a New York, scattata a margine dell’ottantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, impone di osservare una scena che apre a profonde riflessioni sulle trasformazioni della geopolitica contemporanea. Dopo otto anni di isolamento diplomatico, il ritorno del Venezuela al Palazzo di Vetro si è inserito in una cornice complessa, in cui la comunicazione visiva e la simbologia politica agiscono come un linguaggio denso di significati contrapposti.
Il contrasto visivo è emerso con evidenza sin dall’arrivo. Da un lato la continuità con la memoria storica del processo bolivariano, richiamata dalla fiammante sciarpa rossa indossata da Rodríguez – analoga a quella sfoggiata da Hugo Chávez nel 2006 dallo stesso podio – e dalla giacca recante sul didietro la celebre Mafalda di Quino: un cortocircuito visivo in cui l’ironia tagliente e l’intelligenza critica latinoamericana vengono esibite sfacciatamente di spalle contro chi pretende di dettare le regole dei rapporti di forza. Dall’altro, l’incontro con il leader della principale potenza occidentale ha esposto l’esecutivo a una lettura profondamente polarizzata.
Mentre il governo rivendica la mossa come un esercizio di inventiva tattica nel solco del classico “o inventamos o erramos”, volto a rompere il blocco e a gestire la sopravvivenza economica, gran parte dell’estrema sinistra internazionale legge questa svolta non come pragmatismo, bensì come un netto cedimento e un abbandono dei princìpi antiimperialisti, che finisce per favorire la linea di Trump e i suoi attacchi ai popoli del pianeta, a partire dalla complicità con il genocidio in Palestina.
Un disagio visivamente amplificato da due altre immagini contrapposte di questi giorni: da una parte quella della delegazione cubana che abbandona l’aula quando Trump inizia i suoi attacchi all’isola, dall’altra quella che ritrae la presidenta incaricata del Venezuela mentre ascolta, con un’espressione tra l’attonito e il gelido, lo stesso Trump rivendicare pubblicamente il rapimento di Nicolás Maduro e la rapina delle risorse del Paese, sostenendo che chi vince si prende il bottino.

Caro Tonino, questa volta ti propongo come oggetto di pubblicazione una lettera che ho ricevuto dall'amico e collega Gianfranco Gavianu riguardo agli articoli recentemente pubblicati sul Corriere della Sera da tre 'intellettuali' liberalfascisti e guerrafondai. Nella presente congiuntura ritengo che questa lettera costituisca una testimonianza di notevole valore politico, intellettuale e civile, e pertanto mi permetto di caldeggiarne la pubblicazione nel sito di Sinistra in Rete. Accludo sull'autore della lettera la seguente nota biografica con la quale può essere opportuno integrarne la pubblicazione [E. Barone].
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Carissimo Eros,
riprendo dopo la cesura estiva il nostro fecondo, e aggiungerei facondo, dialogo. Muovo dall’assunzione, forse ovvia per chi come noi si riconosce nel dettato e nella migliore tradizione marxiana, del concetto di ‘presente come storia’. L’asserzione nella sua schematicità appare ovvia e sembra non porre problemi. Non mi sfugge tuttavia la complessità dell’attuale stato delle cose pullulante e irto di contraddizioni, ma non riesco a concepire altro compito per chi voglia coltivare la propria integrità e dignità etico-razionale e al tempo stesso svolgere una funzione critica nell’oggi, seppur da una posizione marginale e periferica come può essere apparentemente la nostra. L’attenzione a ciò che è presente deve costituire dunque uno sforzo costante in quanto è il fondamento dell’esperienza e della conoscenza. Ma il cosiddetto ‘presente’ - e chi come noi ha il culto della mediazione lo sa bene – non può essere né definito, né spiegato, né compreso nella sua cieca immediatezza, praticando stoltamente una miope ottusa empiria avvolti nelle nebbie mistificanti di una sistematica manipolazione mediatica: a questa condizione mi sembra ridotta la maggior parte degli intellettuali, ‘cerretani alla ribalta giornalistico-televisiva’, fonografi di menzogne ideologiche funzionali ai centri del potere economico finanziario, dove per citare attualizzandolo Dante «Cristo (ossia la verità storica) tutto dì si merca» (perdonami il climax enfatico!).
All’inizio degli anni Sessanta in Italia e altrove inizia la crisi del fordismo, quella forma di organizzazione del lavoro in fabbrica legata alla catena di montaggio. La crisi però è lentissima, le imprese stanno cercando soluzioni ma intanto sfruttano al massimo la produzione di tipo fordista (vi ricordate la catena di montaggio cui è impegnato Charlot?).
Alcuni gruppi operai particolarmente combattivi, per primi alla Fiat di Torino, sempre più insofferenti per le condizioni di lavoro, per l’orario, per il salario, scontenti della scarsa iniziativa sindacale in fabbrica e dei partiti nel sociale, si inventano delle forme di lotta che sorprendono impreparata la direzione della fabbrica. Quelle forme di lotta, si chiamavano scioperi ‘a gatto selvaggio’, erano capaci con poca perdita salariale di inceppare il meccanismo della produttività danneggiando i profitti dell’azienda.
L’invenzione di queste forme di lotta e la loro diffusione, boicottate appunto dai sindacati e anche da quasi tutti i partiti, segna la storia delle lotte operaie in Italia per tutti i sessanta fino alla fine dei settanta. L’operaismo ha studiato e studia quelle forme di lotta.
Ma come funzionava la lotta?
Provate a pensare alla catena di montaggio di Chaplin in cui insegue il pezzo da bullonare obbedendo al ritmo con cui scorre la catena. L’operaio ‘selvaggio’ comincia a non tollerare più che il ritmo della catena continui ad aumentare senza che lui ne abbia concreti benefici e anzi richieda uno sforzo fisico e mentale sempre superiore.
La progressiva militarizzazione del discorso pubblico in Europa e la parallela ristrutturazione della spesa pubblica sollevano profondi interrogativi di carattere sociologico, economico e democratico. Si tratta di un’operazione di ingegneria del consenso volta a giustificare il riarmo a scapito dello stato sociale.
Dietro la costante retorica mediatica — che riduce i complessi equilibri geopolitici a un riduttivo "falso binario" e priva il dibattito di ogni profondità storica (dimenticando i fatti del 2014 in Ucraina o il mancato rispetto dei trattati di Minsk) — si nasconde il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso il settore privato della difesa dai tempi della Guerra Fredda. I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) evidenziano una spesa militare globale senza precedenti, pari a 2.887 miliardi di dollari, con l'Europa che fa da traino mondiale attraverso un incremento della spesa bellica del 14% in termini reali.
Questa massiccia allocazione di risorse statali viaggia in parallelo con i bilanci record delle principali multinazionali degli armamenti: la tedesca Rheinmetall ha raggiunto un profitto operativo record di 1,84 miliardi di euro, con margini sulle munizioni vicini al 29%; la britannica BAE Systems ha toccato i 30,7 miliardi di sterline di ricavi, mentre l'italiana Leonardo SpA ha accumulato un portafoglio ordini di 45 miliardi di euro, registrando una crescita dei profitti ordinari superiore al 44%. Questo drenaggio di casse pubbliche produce un costo sociale asimmetrico e devastante, determinando il definanziamento e lo smantellamento di pilastri civili fondamentali quali la sanità, l'istruzione e le tutele del welfare.
Sebbene i rischi dell’IA non vadano sottovalutati, gli appelli a rallentarne lo sviluppo sono motivati da ragioni di sostenibilità economica. La competizione con la Cina complica il quadro
Quando il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono incontrati a Washington il 24 settembre, le aspettative erano basse.
Una delle poche aree in cui alcuni speravano fosse possibile raggiungere un accordo – perlomeno una sorta di non belligeranza – è la sicurezza in materia di intelligenza artificiale (IA). Il tema è stato sollevato anche all’Assemblea generale dell’ONU, in particolare dagli europei.
Alcuni giorni prima, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva concluso i colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng proponendo la creazione di un meccanismo di sicurezza congiunto sull’IA – in realtà una misura minima di cooperazione, non un accordo rilevante.
Poco dopo il People’s Daily, giornale ufficiale del Partito comunista cinese, aveva pubblicato un articolo in cui si affermava che Washington e Pechino avrebbero dovuto “rendere l’IA una nuova frontiera di cooperazione fra Cina e USA”.
In realtà non c’è accordo tra le due superpotenze sulla natura della minaccia rappresentata dallo sviluppo dell’IA. La diffidenza reciproca è accresciuta dal fatto che questa nuova tecnologia costituisce una delle aree più calde della competizione strategica fra i due paesi.
L’intelligenza artificiale ha sfiorato l’inizio di una guerra tra Stati Uniti e Cina. Non è il soggetto di un film di fantascienza, ma quanto emerge da un’esclusiva pubblicata nei giorni scorsi dalla CNN, secondo cui il Pentagono ha preparato un’operazione militare contro una nave cinese sulla base di un rapporto d’intelligence completamente falso, generato con l’aiuto di un “chatbot”. Solo una verifica dell’ultimo minuto ha impedito che militari americani abbordassero con la forza un’imbarcazione di Pechino nel pieno della guerra contro l’Iran. Un’eventualità che, se portata a termine, avrebbe avuto conseguenze potenzialmente incalcolabili.
L’episodio è molto più di un incidente tecnico, perché rivela il livello di irresponsabilità con cui Washington sta integrando sistemi di AI nelle decisioni militari e nell’elaborazione delle informazioni di intelligence, in una fase storica in cui il confronto strategico con la Cina viene presentato come la priorità assoluta della politica estera americana. La corsa del Pentagono verso una guerra “AI-first” non promette maggiore sicurezza, ma aumenta esponenzialmente il rischio di errori catastrofici.
Secondo la ricostruzione della CNN, tutto è iniziato la scorsa primavera, mentre gli Stati Uniti erano impegnati nell’aggressione militare contro l’Iran. Un rapporto d’intelligence diffuso all’interno delle forze armate sosteneva che una nave cinese in navigazione in Medio Oriente stesse trasportando componenti destinati a un programma nucleare militare.
Il coraggio, uno, se non ce l’ha, se lo può dare…
Scusate se ho parafrasato le parole che Manzoni ha messo in bocca al tremebondo Don Abbondio, spaventato e dunque soggiogato dai potenti, ma è una correzione che sta nelle cose ed è anche dimostrata dall’attualità.
Intanto nessuno nasce col coraggio incorporato nei neuroni, nei muscoli e nei nervi. Quindi è giocoforza che, quando giunge l’ora, se lo debba dare. Ci sono vari gradi. C’è chi non se lo trova, come il curato dei Promessi Sposi. Chi se lo costruisce e se lo ritrova nel corpo e nello spirito e, a volte, ciò che scappa fuori merita di essere considerato eroe per via dell’immane costo affrontato e, magari, pagato. Chi ne produce quanto basta per cavarsela, o dare una mano. E c’è chi non ci pensa e si chiama indifferenza al rischio.
Nel primo caso abbiamo gente come gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di NAZA, o il rapper statunitense Macklemore (Benjamin Haggerty). Nel secondo e terzo, gente come me e come altri che fanno il mio mestiere di inviato di guerra, o i vigili del fuoco, o i soccorritori di seppelliti da macerie, di prossimi ad annegare, o a cadere da una roccia, o da confortare e salvare in qualsiasi altro modo. O a chi si prende la manganellata sul cranio, per evitare che finisca sulla testa del compagno, o vuole dimostrare che non è detto che si debba sempre scappare davanti alla forza sul diritto.
I nomi che ho citato sono di terroristi o, quanto meno, sostenitori di terroristi. Così li definiscono, condannano e, quando possono, puniscono, coloro che danno del terrorista all’universo mondo che non gli lucida le scarpe. E sono quelli che campano di terrorismo e quando non riescono a fare il transfert nominale del terrorismo da sé agli altri, come sta avvenendo sempre più, anche grazie agli eroi qui nominati, che restano fottuti. Intanto, per proteggere la categoria dalle conseguenze del suo abominio, fanno leggi-bavaglio
A dispetto di Brecht: beato il paese che produce eroi
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