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lantidiplomatico

Il pasticcio dell’accordo Usa / Venezuela

di Alessandra Ciattini

maxresdefault.jpgOggi è molto difficile parlare della questione Venezuela, come dichiara Luis Britto Garcia, scrittore e saggista venezuelano, ci sono molti elementi oscuri e notevoli contraddizioni. Si tratta di un vero pasticciaccio, se vogliamo ispirarci al titolo del famoso romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, 1957). E’ disponibile un documento nel sito della Casa bianca (https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2026/08/fact-sheet-president-donald-j-trump-announces-historic-oil-agreement-t), la dichiarazione di Delcy Rodrguez su Telegram e un documento molto breve nel sito del Ministero del Potere popolare delle relazioni internazionali (https://MPPRE.Gob.VE/publicacion/7980).

Inoltre, nuove notizie arrivano ogni giorno: Alex Saab, diplomatico e funzionario insignito delle sue cariche da Nicolas Maduro, incarcerato negli Usa, si è riconosciuto colpevole e ha minacciato di svelare tutto quello che sa sulla presunta corruzione degli apparati del paese caraibico. Il Dipartimento di Stato Usa avrebbe ritirato l’accusa a Maduro di appartenenza al fantomatico Cartel de los Soles, Cilia Flores, moglie del presidente, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari. Ovviamente l’opposizione chavista, sconcertata per non esser stata posta al comando, trova tutti i mezzi per riversare le peggiori accuse su tutti i dirigenti della Repubblica Bolivariana e rivendica la liberazione di altri prigionieri “politici”.

Prima di analizzare sia pure con cautela quello che ci è noto, si può dire che con il criminale sequestro di Maduro e il bombardamento di Caracas ('Operazione Absolute Resolve), gli Usa hanno rilanciato il loro controllo dell’emisfero occidentale, in particolare per l’acquisizione delle risorse non solo energetiche largamente presenti nel subcontinente latino-americano. Il petrolio venezuelano è molto denso ed è utilizzato per produrre il diesel ora scarso per la guerra in Ucraina e, soprattutto, per quella in Iran e le raffinerie situate lungo le coste del Golfo del Messico, ribattezzato dall’improbabile presidente Usa Golfo dell’America, sono tutte state costruite per raffinare il petrolio venezuelano.

Del resto, l’industria del petrolio del paese caraibico si è sviluppata in sintonia con le esigenze del sistema produttivo  della grande potenza, che ha riesumato con arroganza l’antica Dottrina Monroe e favorito insieme al sionismo la svolta a destra di molti paesi latino-americani.

In vista delle elezioni di medio termine e a causa del notevole calo della sua popolarità, Trump ha cercato senza successo di convincere Russia e Ucraina di non colpire le rispettive raffinerie e avrebbe addirittura chiesto alla Russia di vendergli il petrolio.

Andiamo per punti cercando di mettere ordine. L’accordo viola la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, secondo la quale ogni accordo fatto sotto minaccia è nullo. E che ci siano state violenze e minacce è evidente e la stessa Delcy Rodriguez ha dichiarato di avere un pistola puntata alla tempia.

Secondo l’articolo 234 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999)  Delcy non è più la presidente incaricata, carica prevista per sei mesi in caso di assenza del Presidente eletto. Pertanto, l’Assemblea nazionale dovrebbe intervenire e decidere come sostituirla. Trump ha affermato che non è il momento opportuno per celebrare elezioni, mentre alcuni congressisti democratici e repubblicani chiedono l’annullamento del trattato e il cambiamento della leadership venezuelana, accusando Trump addirittura di imperialismo. Inoltre, Delcy è stata nominata da un presidente considerato illegittimo dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Ma la questione della decadenza di Delcy dalla sua carica non è un problema oggi nel clima generale di violazione delle varie forme di diritto. Si pensi che anche Volodomir Zelensky è decaduto ormai da qualche anno e lo hanno sottolineato solo i russi.

Da tempo prima del sequestro di Maduro gli Usa avevano minacciato il Venezuela e non solo a parole: avevano dislocato la gigantesca portaerei Gerald Ford nelle acque della Colombia e del Venezuela, azione cui il ministro della difesa Vladimir Padrino Lopez aveva risposto con la mobilitazione di 200.000 soldati e e di armi, tra cui i lancia missili portatili venduti dalla Russia. Avevano anche bombardato barche di innocenti pescatori accusati senza prova alcuna di essere trafficanti di droga. 

Dopo l’intervento armato Usa, nonostante il governo bolivariano avesse fatto appello alla calma, ci sono state varie proteste a Caracas e in altre città contro la criminale ingerenza, contro l’accordo energetico e contro l’arrivo degli israeliani dopo il terribile terremoto, che avrebbe provocato circa 6.000 morti. Alle proteste hanno partecipato una serie di movimenti ant-imperialisti, come il Movimiento Popular, Frente popular antimperialista, il Movimento di appoggio alla Palestina. I partecipanti avevano in mano la Costituzione bolivariana (https://www.instagram.com/p/Dcqdr-FFzYY/.)  In queste manifestazioni sono intervenuti a Caracas noti personaggi della sinistra chavista come Oswaldo Rivero, Ernesto Segovia, Juan Contreras, Humberto Vargas, Wilmer Poleo (https://www.facebook.com/watch/?v=1559717011870372), i quali sono accusati dall’attuale governo ora di essere dei corrotti e dei traditori, se non agenti della CIA.

Accanto alle proteste sono state organizzate dalla Chiesa cattolica marce religiose come la "Gran Peregrinación Unidos por una Venezuela sin Sanciones y en Paz" (Abril-Mayo 2026) e la Histórica "Marcha para Jesús 2026" (Agosto 2026), che pare non abbiano avuto molto esito.

Un altro aspetto importante dell’ingarbugliata questione da esaminare è l’atteggiamento delle società petrolifere  verso l’accordo.

In un articolo del passato 15 settembre la BBC (https://www.bbc.com/mundo/articles/ck1l6rypgg80o) comunica che le più importanti compagnie petrolifere non partecipano all’accordo tra il Venezuela e gli Usa, non condividendo l’entusiasmo del Presidente Trump. L’accordo, annunciato alla fine di agosto, prevederebbe la cessione del controllo maggioritario agli Usa di 17 giacimenti, che produrrebbero 65 miliardi di barili, ossia il 21,5 delle riserve complessive di petrolio di proprietà del Venezuela, e rappresenterebbero il 141% delle riserve Usa.

Per quale ragione? Dopo anni di sanzioni contro il paese caraibico, l’infrastruttura estrattiva venezuelana è da ricostruire totalmente e inoltre la nuova attività produttiva ha bisogno di un complesso apparato logistico del tutto assente. Pertanto, per avviare il favoloso negozio sarebbero necessari 100 miliardi di investimenti, che probabilmente darebbero frutti solo nel giro di 5 / 10 anni.

Inoltre, i dirigenti di queste compagnie si sono dimostrati preoccupati per le condizioni di instabilità politica e giuridica, in cui si trova attualmente il paese, il cui governo dei fratelli Rodriguez (Delcy e Jeorge, presidente dell’Assemblea) è attaccato sia da destra che da sinistra. Sinistra totalmente ignorata dai media dominanti, che si limitano a riferire le accuse dei sostenitori della Marina Corina Machado, i quali pretendono persino un cambio della Costituzione venezuelano. Del resto, Diosdato Cabello, ministro dell’interno, della giustizia e della pace, ha dichiarato che con l’accordo di 25 anni si arriveranno a produrre 6 milioni di barili al giorno e che è quanto la stessa destra auspicava (https://actualidad-rt.com/actualidad/626434-diosdado-cabello-responder-criticos-acuerdo-energetico).

E ciò è più che ovvio, dato che la legislazione venezuelana (in particolare la Costituzione che attribuisce la proprietà delle risorse alla Repubblica Bolivariana), non garantisce gli investimenti delle compagnie statunitensi, che in seguito alla politiche di Hugo Chavez affermano di aver diritto ad essere risarcite dal Venezuela per esser state espropriate. Per tranquillizzarle è stata approvata le nuova legge degli idrocarburi e e la nuova legge organica delle miniere, e nel frattempo la OFAC del Dipartimento di Stato Usa ha cominciato a consentire alle società petrolifere del paese a lavorare in Venezuela.

Per ora solo Chevron, storicamente presente in Venezuela, e ENI hanno firmato un accordo per lavorare con una Joint Venture con PDVSA per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Secondo analisti finanziari, pensando al futuro, JP Morgan intende lanciare Futures sui profitti che verranno.

Molti si chiederanno se questa deriva è inattesa e sorprendente. Ci limitiamo a registrare i fatti. Circa 7 mesi fa il già citato Jeorge Rodriguez ha rilasciato un’intervista, nella quale ammette che il socialismo è stato un fracaso per il Venezuela e che ora occorre volgersi verso il mercato (https://www.facebook.com/SinCensuraOnlinee/posts/-jorge-rodr%C3%Adguez-admite-que-el-socialismo-fue-un-fracaso-y-ahora-dice-que). 

Delineato il complesso quadro d’insieme, esaminiamo nel dettaglio l’accordo. In primo luogo, occorre metter in luce una profonda discrepanza: Trump afferma che l’accordo dura 100 anni, la Rodriguez venticinque.

Nel dettaglio il trattato si baserebbe su Contratti di partecipazione produttiva tra PDVSA e l’impresa privata North American Blue Energy Partners (Nabep), di cui è proprietario  Alejandro Betancourt, accusato di riciclaggio di capitali in Svizzera e Spagna, ma che ora godrebbe della protezione di Marcos Rubio e di Trump. Pdvsa avrebbe in mano il 45% delle azioni, mentre Nabep il 55%, essendo il 35% di quest’ultima di proprietà del Pentagono, che avrebbe così ulteriore combustibile per alimentare le sue guerre. Un vero e proprio sistema di scatole cinesi. Betancourt ha anche ottenuto contratti per la costruzioni di centrali elettriche in Venezuela e avrebbe avuto rapporti con una banca russa sanzionata per la guerra in Ucraina. Come si è detto, l’accordo apporterebbe al paese 100 miliardi di dollari di investimenti, dai quali il Venezuela trarrebbe 209.335 milioni di tasse.

Secondo calcoli approssimativi forniti dalla Rodriguez ciò significa che il Venezuela venderebbe il suo petrolio a 19 dollari al barile, producendo un 1.500.000 barili al giorno, ma in realtà la verifica dei conti mostra che il costo del barile sarebbe solo di 3,22 dollari, quando il prezzo attuale sta superando i 100 dollari.

I critici da sinistra dell’attuale governo sostengono che la presidentessa ha impiegato gli stessi argomenti del governo di Rafael Caldera per giustificare l’apertura petrolifera: investimenti, infrastruttura, tecnologia. Ritengono anche che il trattato implica il ritorno del Venezuela alle condizioni coloniali imposte dalla dittatura di Juan Vicente Gómez, contro le quali il popolo organizzò lo storico sciopero petrolifero del 1936. E anche alla sottomissione agli Usa dato che il Venezuela ha riallacciato le relazioni con Israele ed ha anche abbandonato la Corte Penale Internazionale invisa alla ex grande potenza (sull’espansione di Israele in America Latina V. (https://www.capibara.media/articoli/israele-america-latina-altri-loschi-affari).

Da ricordare anche che Cina e Russia avevano fatto importanti investimenti in Venezuela e che pertanto non hanno gradito l’accordo ed hanno rivendicato i loro diritti. Del resto, Trump ha giustificato il suo intervento proprio per scacciare i suoi più grandi nemici dalla antica riserva territoriale degli Usa.

Ho detto che vi è in Venezuela un’opposizione da sinistra all’attuale governo, composta da importanti personaggi del chiavismo “originario”, intellettuali come Luis Garcia Britto, giornalisti e militanti come Mario Silva Garcia, fondatore del PSUV e costituente, ex ministri di Chavez come Rafael Ramirez, in capo al ministero del petrolio durante il governo Chavez, Elías Hawa, vicepresidente di Chávez tra il 010 e il 2012, l’economista Francisco Rodriguez. Tutti questi e molti altri hanno giudicato l’accordo incostituzionale, lo hanno comparato al Fondo costituito dagli Usa per appropiarsi del petrolio irakeno e alla privatizzazioni avvenute in Russia negli anni ‘90  sotto la guida dei consiglieri amerikani (https://www.democracynow.org/es/2026/9/3/es_legal_el_acuerdo_petrolero_entre). Hanno anche sottolineato che l’accordo avrebbe dovuto passare sotto il vaglio dell’Assemblea nazionale, come prevede l’articolo 150 della Costituzione, e che il fatidico 3 gennaio la difesa venezuelana era stata disattivata per consentire il rapimento di Maduro. Inebriato da quest’unico successo della sua folle politica, dichiarandosi con soddisfazione vincitore, ha affermato senza vergogna che il bottino venezuelano è di sua proprietà.

L’ultimo punto di questo intervento è tentare di rispondere alla giustificazione fatta da alcuni, secondo i quali il governo bolivariano non aveva altra scelta ed ha, pertanto, optato per il male minore, evitando ulteriori violenze e lo scoppio di una possibile guerra civile. A questa considerazione aggiungono che non possiamo comprendere dal di fuori la situazione venezuelana, affermazione che se fosse valida ci impedirebbe di capire qualsiasi azione di cui non siamo i diretti protagonisti. In alcuni casi si citano anche i sacri testi marxisti per ribadire che esistono situazioni in cui occorrerebbe “sporcarsi le mani”, partendo dalla convinzione che ci sia una stretta somiglianza, tutta da dimostrare, tra il fatto contemporaneo e il fenomeno cui si riferiscono le osservazioni dei grandi politici del passato.

Per amore della completezza riferisco che i membri della “sinistra chavista”, oltre a lamentare la mancanza della radicalizzazione della Rivoluzione bolivariana e l’affidamento di alcune  imprese espropriate (las comunas) a capitali privati e stranieri, dando impulso ad Alleanze strategiche per rilanciare la produzione, che hanno suscitato l’ostilità dei lavoratori. Inoltre, essi accusano l’attuale governo di essersi sottomesso agli Usa solo per gestire l’accordo e, quindi, per restare al potere.

Certamente nessuno può affermare la tragica situazione in cui si trova oggi il Venezuela, dove sembra anche che manchi l’elettricità come a Cuba, e che scegliere cosa fare costituisce un’impresa ardua. Tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che l’accordo stipulato con gli Usa di Trump comporterà la spoliazione del paese e l’immiserimento della popolazione come hanno dimostrato non solo secoli di storia coloniale, ma tutta la politica economica dell’arrogante potenza verso il Sud globale e anche verso l’Europa (si pensi al Piano Marshall). Politica ben descritta nei suoi cinici dettagli da uno dei suoi stessi promotori, poi pentitosi, John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia (2004). Nel frattempo, Delcy è sbarcata a New York per partecipare all’81° Assemblea delle NU, e ristabilire relazioni con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e per incontrare ancora una volta Donald Trump. Al contempo l’oro del Venezuela, depositato nelle casseforti della City di Londra, è giunto a New York a garanzia degli investimenti accordati.

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marcorso
Thursday, 01 October 2026 09:14
Chi credeva che in Venezuela,anzi nella Repubblica Bolivariana,fosse in atto da parte del potere,una qualsivoglia forma di rivoluzione socialista,gia' aveva ha gravi problemi di comprendonio prima,se poi ancora insiste in una qualche legittimazione di questo obrobrio di governo e classe politica che ormai e' uscita,per cosi dire,allo scoperto,bhe',andremo oltre ogni immaginazione;in venezuela ci sono sacche di resistenza popolare,esperimenti nella comunas e nelle zone rurali che funzioanano?si,certo, come anche a Detroit e nella campagna francese!ma questo non vuol dire che lo stato sia socialista e che la cosidettta ricoluzione bolivariana si sia estesa ;negare poi la enorme corruzzione,i privilegi dei boli-burgueses,la prevaricazione di esercito e polizia sui cittadini normali,e' politicamente impensabile,a meno di una complicita' o,appunto,di gravi problemi di comprendonio.
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Enea Bontempi
Tuesday, 29 September 2026 21:49
Per anni, in Italia, il Venezuela è stato il caso esemplare di un’intera impostazione politica: l’idea che esistano Stati capitalistici “antimperialisti” da sostenere in quanto avversari di Washington. In nove mesi quello Stato è diventato il fornitore privilegiato della riserva strategica statunitense svuotata dalla guerra con l’Iran e l’interlocutore consolare di Israele. Questo però non è un paradosso, è il modo in cui funziona la formazione imperialistica mondiale. Quando si sostiene uno Stato capitalistico perché in una determinata congiuntura si oppone all'imperialismo egemone, si finisce poi col sostenere quei settori della borghesia nazionale che in tale congiuntura hanno interesse a commerciare con il rivale di Washington. Ma l’interesse geopolitico non è eterno: i rapporti di forza mutano, le alleanze si ribaltano e la stessa borghesia che ieri era legata a Pechino e a Mosca oggi si lega a Washington senza aver cambiato di una virgola la propria natura. Cambia infatti il compratore, non il venditore. Coloro che, come l'autrice di questo articolo, avevano costruito la propria identità politica sulla collocazione geopolitica di quel governo e non sull’analisi dei rapporti di produzione che lo sostenevano, oggi devono spiegare come mai lo Stato compradore del Venezuela abbia scaricato il suo presidente e la sua compagna in una prigione americana e consegnato alla morte centinaia di soldati venezuelani e cubani che avevano tentato di proteggerli, e lo fa parlando di "sottomissione agli USA", ossia archiviando come effetto congiunturale quello che è il prodotto di una determinata struttura: un paese capitalistico dipendente fondato sulla rendita petrolifera e su una vasta corruzione.
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Nico
Wednesday, 30 September 2026 10:20
Trovo, invece, molto interessante l'articolo di Alessandra Ciattini e anche equilibrato. Mai pensato che in Venezuela ci fosse la dittatura del proletariato. Si trattava di un processo di recupero della sovranità nazionale in senso antimperialista, che aveva alcuni aspetti molto progressivi e interessanti specie nel contesto del "giardino di casa degli Usa". Corretto, anzi necessario averlo appoggiato nel passato. Senza per questo essersi fatti grandi film. Del resto neanche l'Iran è un nostro modello. Eppure i suoi successi nel difendersi sono positivi al fine di ridimensionare l'imperialismo egemone, quello Usa. Lo stesso vale per gli Houti. Forse bisognerebbe capire meglio il contesto attuale, i rapporti di forza in vigore e qual è il nemico principale.
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