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Published: 19 June 2025
Created: 13 June 2025
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carmilla

Il genocidio di Gaza tra decolonizzazione e competizione vittimaria

di Fabio Ciabatti

Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, pp. 320, € 20,00.

Il mondo dopo gaza.jpgSentimento di impotenza di fronte alla tragedia, senso di “colpa metafisica” per non aver fatto tutto il possibile per evitare l’abisso, sensazioni di vertigine, di caos e di vuoto. Il libro Il mondo dopo Gaza ci descrive queste angoscianti emozioni del suo autore, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra, di fronte al terrificante destino riservato ai palestinesi. Reazioni più che giustificate se è vero che la posta in gioco, politica ed etica, non è mai stata così alta come quella che ci propongono le vicende della martoriata Striscia di terra tra Israele ed Egitto: le atrocità commesse a Gaza, approvate senza vergogna dall’élite politica e mediatica del cosiddetto mondo libero e sfacciatamente rivendicate dagli israeliani, non si limitano a minare la nostra fiducia nel progresso, ma mettono in discussione la nostra stessa concezione della natura umana, soprattutto l’idea che essa sia capace di empatia.

L’antisemitismo, oramai lo sappiamo, è stato cinicamente trasformato nella foglia di fico dietro cui si nasconde la ferocia di un genocidio trasmesso in diretta. Ma “La narrazione secondo cui la Shoah conferisce legittimità morale illimitata a Israele non è mai apparsa più debole”.1 Infatti “molta più gente, dentro l’Occidente e fuori, ha iniziato ad abbracciare una contronarrazione secondo cui la memoria della Shoah è stata pervertita per consentire degli omicidi di massa, mentre al tempo stesso si oscurava una storia più ampia di moderna violenza occidentale al di fuori dell’Occidente”.2

Come è possibile che tanta atrocità abbia un appoggio internazionale così ampio, nonostante il comportamento israeliano neghi alla radice qualsiasi forma di autorappresentazione della civiltà occidentale? Certamente ci sono fondamentali ragioni di natura geopolitica. Ma c’è anche qualcosa di più che ha a che fare con il fatto che il cosiddetto mondo sviluppato si rispecchia in qualche modo nello stato sionista.

Tra i movimenti maggioritari c’è un forte senso di identificazione con uno stato etnonazionale che scatena la sua forza letale senza alcun vincolo. Questo spiega, molto meglio di qualsiasi calcolo di interesse geopolitico ed economico, la sorprendente complicità di molti occidentali in quella che è una trasgressione morale assoluta, vale a dire un genocidio3.

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Published: 18 June 2025
Created: 16 June 2025
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intelligence for the people

Israele attacca l’Iran, in Occidente prevale il partito della guerra

di Roberto Iannuzzi

Pressato da Israele e dal “partito interventista”, Trump potrebbe finire per scatenare in Medio Oriente una guerra regionale dai risvolti imprevedibili

45c783a0 385f 4671 84a5 be0e77e26ca6 1280x853La guerra mossa da Israele contro l’Iran nelle prime ore del 13 giugno era per molti versi annunciata. All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il premier israeliano Benajmin Netanyahu aveva dichiarato che Tel Aviv avrebbe “cambiato il Medio Oriente”.

Il governo israeliano ha sfruttato quel sanguinoso evento per infliggere colpi durissimi ai propri avversari regionali riuniti nel cosiddetto “Asse della Resistenza” filo-iraniano.

Gaza, l’enclave palestinese controllata da Hamas, è stata rasa al suolo. Una violenta campagna di bombardamenti in Libano ha portato alla decapitazione della leadership di Hezbollah in Libano, e all’uccisione del suo segretario generale Hassan Nasrallah.

Dopo la caduta del presidente siriano Bashar al-Assad in Siria, Israele ha smantellato le infrastrutture militari del paese con una serie di attacchi aerei. Dominando ormai i cieli siriani, e con lo spazio aereo iracheno controllato dall’alleato americano, per Israele la strada verso l’Iran era aperta.

A seguito di quegli eventi, nel dicembre 2024 avevo scritto che:

per il governo Netanyahu il trofeo finale resta l’Iran, rimasto più isolato a seguito dell’indebolimento dell’asse della resistenza.

Alla vigilia del cessate il fuoco in Libano, il premier israeliano aveva dichiarato che accettava l’accordo per tre ragioni: rifornire gli arsenali israeliani ormai svuotati, aumentare la pressione su Hamas, e concentrarsi sull’Iran.

Sulla stampa israeliana si sono moltiplicati gli articoli che parlano di una “finestra di opportunità” per colpire le installazioni nucleari iraniane alla luce dello stato di debolezza in cui si troverebbe Teheran.

La tesi è che l’Iran, isolato a livello regionale, potrebbe puntare a costruire l’arma atomica se i suoi impianti nucleari non verranno distrutti. Perciò l’aeronautica israeliana si starebbe preparando per un possibile attacco.

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Published: 18 June 2025
Created: 15 June 2025
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comedonchisciotte.org

True Promise 3: l’Iran risponde con la tanto attesa rappresaglia ipersonica

di Simplicius – Simplicius the Thinker

AFP 20250616 62GZ3FV v2 HighRes TopshotIsraelIranConflict scaled.jpgL’Iran ha lanciato la fase successiva dell’operazione True Promise 3.0, prendendo di mira diverse infrastrutture energetiche e militari israeliane. Questa volta ha utilizzato i più recenti missili ipersonici Fattah-1, che hanno avuto un impatto abbagliante su Tel Aviv e sul nord di Israele, uno spettacolo così spettacolare da rivaleggiare solo con gli attacchi [con i missili ] Oreshnik dell’anno scorso [in Ucraina]:

Fatttah-1 Hypersonic Missile hit the target and electricity gone. Look at the insane speed.pic.twitter.com/8B5Fq0Ezs8

— Sumon Kais (@sumonkais) June 14, 2025

Le scene erano quasi troppo irreali per essere credibili, come se si trattasse di un blockbuster eccessivamente spettacolare di Michael Bay. Tra gli obiettivi c’erano la raffineria di Haifa e il centro di ricerca israeliano del Weizmann Institute for Science di Rehovot, vicino a Tel Aviv:

Che ruolo ha la raffineria di Haifa, presa di mira dall’Iran? La raffineria di Haifa, nel nord della Palestina occupata, fornisce oltre il 60% del fabbisogno di carburante di Israele, dalla benzina al gasolio e fino al carburante avio. Con questi impianti danneggiati nell’attacco iraniano di questa notte, Israele dovrà affrontare un problema di approvvigionamento. Il successo dell’attacco alla raffineria di Haifa è un colpo strategico alla spina dorsale economica e militare di Israele. Il fatto che Israele taccia sull’attacco alla sua raffineria e non abbia ancora detto nulla ma si sia concentrato sui danni inflitti a Tamra – che credo siano stato causati dalla ricaduta di un missile intercettore di Israele (staremo a vedere) – dimostra che il colpo è stato doloroso. Ed è solo l’inizio…

Il New York Times, citando immagini condivise, riferisce che un centro di ricerca israeliano, il Weizmann Institute for Science, è stato danneggiato da un missile balistico iraniano nel corso degli ultimi attacchi al centro di Israele. L’edificio si trova a Rehovot, a sud di Tel Aviv e un incendio sarebbe scoppiato in uno degli edifici che contengono i laboratori.

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Published: 18 June 2025
Created: 13 June 2025
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acropolis

La gaza-izzazione dell’Occidente

di Christian Salmon

Mentre la narrativa occidentale presenta la politica genocida di Israele come semplici “operazioni militari”, a Gaza si sta in realtà sperimentando una tecnologia di dominio letale. L’Europa, più che spettatrice, è complice attiva di questa necropolitica; il suo silenzio rivela la vicinanza del suo immaginario a quello di uno Stato di Israele che non condanna, poiché entrambi condividono la stessa ossessione per il terrorismo islamista e il controllo biopolitico delle popolazioni immigrate.

2025 05 17T081435Z 1100640030 RC2JJEA6EAXC RTRMADP 3 ISRAEL PALESTINIANS GAZA.jpgNel teatro mediatico contemporaneo, Gaza si è trasformata in un laboratorio di storytelling geopolitico. Ogni immagine, ogni testimonianza, ogni cifra diventa un elemento narrativo in una battaglia di racconti che va ben oltre i confini geografici del conflitto. Ci sono i morti di Gaza e c’è la loro scomparsa programmata nei racconti dei media occidentali. Tra i due, una macchina narrativa di formidabile efficacia trasforma un genocidio in un «conflitto complesso», i carnefici in vittime e i testimoni in «antisemiti». Come può una potenza militare genocida e i suoi alleati massacrare un popolo e vincere contemporaneamente la battaglia delle narrazioni?

Nei think tank di Washington e nelle agenzie di Hasbara, un esercito di narratori lavora giorno e notte per capovolgere la realtà. Ogni scuola bombardata diventa un «covo di terroristi», ogni ospedale distrutto nascondeva «tunnel di Hamas», ogni giornalista ucciso era un «combattente travestito». Gaza non è più solo un territorio di 365 chilometri quadrati dove sono ammassati due milioni di esseri umani. Gaza è diventata una storia, o meglio un campo di battaglia di storie… Nei corridoi ovattati dei ministeri e delle agenzie di comunicazione non si parla più di «guerra» ma di «operazione», non più di «bombardamenti» ma di «attacchi chirurgici», non più di «civili morti» ma di «danni collaterali». Il vocabolario militare si è trasformato in un linguaggio marketing, modellato dagli “spin doctor” che trasformano la realtà in una storia formattata per l’opinione pubblica occidentale.

Se c’è una cosa che viene occultata dalla ricorrente esposizione mediatica delle “narrazioni” israeliana e palestinese (autodifesa e resistenza) e dalla falsa simmetria delle forze in campo, è proprio la natura di questa guerra che, nella sua estrema razionalità, sconvolge tutto ciò che pensavamo di sapere sulla guerra totale, la guerra civile o la guerra coloniale.

È una guerra multidimensionale, combattuta in aria, sulla terra e persino nei sotterranei della Striscia di Gaza.

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Published: 17 June 2025
Created: 17 June 2025
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lantidiplomatico

Violati i segreti nucleari di Israele, inventati quelli iraniani

Il non detto dell'attacco israeliano all'Iran

di Fulvio Grimaldi

Tel Aviv distruz.jpgAttacco all’Iran. Just in time

Mentre scriviamo queste righe, ci troviamo in piena bagarre. Azioni, reazioni, risposte e controrisposte tra Israele e Iran, chiaramente sempre con Israele che, come da consuetudine, ha incominciato, hanno ormai assunto una loro cadenza quasi autonoma, sul cui andamento a fare previsioni si può essere certi solo di sbagliare.

Altra certezza è che per il futuro prevedibile ciò che ci capiterà sarà una caterva di bugie israeliane, con analoga improntitudine ripetute e rafforzate dallo schieramento dei gazzettieri ontologicamente embedded. I nostri. E una lunga consuetudine di manipolazioni, spesso solo molto più tardi rivelatesi tali, ci conforta sul fatto che tra versioni ucraino-occidentali e versioni russe, come tra le israelo-atlantiche e quelle dei nemici designati, hanno sistematicamente più rilevanti addentellati con la realtà i secondi.

Nel caso specifico a questo dato dà irreversibile consistenza il fatto che chi ha iniziato è colui che attribuisce alla controparte una colpa indimostrata per esso, ma assolutamente consolidata per se stesso: la disponibilità di armi atomiche e la facoltà di usarle. Facoltà agevolata dall’ulteriore dato che l’aggressore iniziale non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, la vittima iniziale, sì. E che l’aggressore iniziale non consente ispezioni dell’agenzia ONU a ciò deputata, mentre la vittima iniziale, sì. Da decenni. Con risultati che fin qui lo hanno confermato innocente di qualsiasi violazione di quanto sottoscritto. Violazione pur accanitamente sostenuta dall’aggressore bomba-dotato.

In particolare risulta smentita da documenti, immagini e da testimonianze spesso dal sen sfuggite, la pervicace minimizzazione che l’ufficialità israeliana compie rispetto a vittime e danni subiti, sia nel corso degli attuali bombardamenti iraniani, sia nei quasi venti mesi di confronto con i combattenti di Hamas. Il ministero della Difesa, cuore e mente dell’apparato militare israeliano a Tel Aviv, centrato in pieno, risulta solo “lievemente danneggiato da esplosioni nelle vicinanze”.

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Published: 17 June 2025
Created: 15 June 2025
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tempofertile

Appunti sul 13 giugno. Israele e Iran

di Alessandro Visalli

2025 06 13T043313Z 1657312682 RC2G1FA0CJZ1 RTRMADP 3 IRAN NUCLEAR 1 1.jpgNella tragica vicenda in corso, tra il 13 e il 15 giugno di questo 2025. Il 13 Israele ha attaccato unilateralmente, l’operazione “Rising Lion”, attaccando brutalmente l'Iran mentre si stava negoziando sul programma nucleare, e questi ha risposto poco dopo con l’operazione “True Promise III” che al momento si è materializzata in attacchi ibridi da più direzioni con centinaia di missili balistici di varia natura e modernità e droni. Questi hanno perforato a decine la difesa a quattro strati israeliana, probabilmente supportata anche da aerei e mezzi navali Nato, colpendo bersagli civili (fabbriche, aeroporti, porti, raffinerie) e militari (centri di comando e controllo).

L’attacco israeliano, che si pone nella posizione oggettiva dell’aggressore, è stato condotto con aerei (circa 200, la metà di quelli teoricamente disponibili) F-35, F-16 e F-15, dei quali almeno 3 abbattuti (pare F-35), e droni con partenza da prossimità (occultati come da esempio ucraino di poche settimane prima) e sabotatori. I bersagli sono stati, da parte israeliana, i siti nucleari e di ricerca iraniani (a Natanz, Fordow, Esfahan e Arak), gli aeroporti militari, i radar e silo di missili, l’importantissimo South Park gas Field, alcuni edifici residenziali ad alta densità a Teheran (es. il Nobonyad Square), alcuni stabilimenti industriali, poi Israele ha ucciso con attacchi mirati nelle proprie case, alcuni comandanti del IRGC come Hossein Salami, Mohammad Bagheri, Gholam Ali Rashid, Amir Ali Hajizadeh, Ali Shamkhani, e scienziati nucleari come Fereydoon Abbasi e Mohammad Mehdi Tehranchi.

Il contrattacco iraniano, sempre alla data di oggi, ha colpito Tel Aviv, Bat Yam, Rehovot, Gerusalemme e Tamra nella prima ondata, e Haifa, Rishot LeZion, Kiryat Ekron e di nuovo Tel Aviv e altre nella seconda. Gli attacchi si sono concentrati su basi militari e aeroporti, ma anche sulle infrastrutture energetiche, colpendo la raffineria Bazan di Haifa nella quale le attività sono parzialmente sospese e ci sono danni agli oleodotti, e sulle strutture portuali.

Ritengo i fatti solo occasionalmente connessi con il 'casus belli' del programma nucleare (civile) iraniano, ma da inquadrare in primo luogo nella Grande Strategia Israeliana di liberarsi degli avversari sciiti e di coloro che potrebbero ostacolare il piano, vitale per le prospettive di lungo termine, del “Patto di Abramo” [1] un asse infrastrutturale ed energetico che parte dall'India per sboccare ai porti israeliani, passando per l'Arabia Saudita[2].

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Published: 17 June 2025
Created: 16 June 2025
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krisis.png

«Vi spiego perché la Russia sta recuperando e gli Stati Uniti stanno perdendo terreno»

di Emmanuel Todd

1024px Family Portrait MET DT8784 resultIn una conferenza che ha tenuto all’Accademia delle Scienze di Russia, a Mosca, l’antropologo francese ha illustrato come la Russia stia consolidando la propria posizione, in base a fattori demografici, sociali e culturali. Una visione che si distanzia nettamente dall’opinione dominante in Occidente, offrendo spunti di riflessione scientifica e geopolitica. Gli Stati Uniti stanno affrontando una crisi profonda e strutturale. Declino industriale, collasso educativo e nichilismo culturale ne sono i sintomi più evidenti. Il degrado, secondo Todd, si manifesta in molteplici ambiti: dall’erosione della base manifatturiera alla crisi del sistema scolastico, fino allo svuotamento dei riferimenti religiosi. Nella sua visione, la cosiddetta «rivoluzione Trump» rappresenta una reazione a questa sconfitta. Pur riconoscendo nel trumpismo alcune intuizioni valide – come il protezionismo, l’apertura al dialogo con la Russia e la critica al globalismo – Todd evidenzia anche aspetti distruttivi. La sua diagnosi finale è pessimista: senza coesione religiosa, con una struttura familiare iper-individualista e una classe dirigente indebolita, l’America rischia di andare a pezzi.

* * * *

Tenere questa conferenza mi intimorisce. Tengo spesso conferenze in Francia, in Italia, in Germania, in Giappone, nel mondo anglo-americano – quindi in Occidente. In quei casi, parlo dall’interno del mio mondo, con una prospettiva certamente critica, ma comunque interna. Qui invece è diverso: sono a Mosca, nella capitale del Paese che ha sfidato l’Occidente e che senza dubbio riuscirà in questa sfida. Sul piano psicologico, è un esercizio completamente diverso.

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Published: 16 June 2025
Created: 16 June 2025
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lafionda

Il volto nudo dell’occupazione

di Michele Agagliate

occupazione palestina israele.jpgIl colonialismo sionista, l’ipocrisia occidentale e la verità negata: perché la Palestina oggi non ha futuro — e perché abbiamo il dovere morale di dirlo.

Non è (solo) Netanyahu. È Israele. È il suo sistema. È la sua ideologia fondativa. È l’impalcatura culturale, religiosa e militare che regge da decenni uno Stato costruito sulla rimozione sistematica del popolo palestinese e sulla trasformazione della propria identità da rifugio per un popolo perseguitato a potenza teocratica, fanatica e colonialista.

La narrazione dominante in Europa – e, in modo ancora più accentuato, negli Stati Uniti – racconta una favola rassicurante: che esisterebbe un “buon Israele” laico, democratico, pluralista, insidiato solo recentemente da un estremismo politico incarnato da Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati ultranazionalisti e ortodossi. Ma questa narrazione è falsa. O meglio: è consolatoria, perché serve a scindere ciò che invece è organicamente unito.

La verità è che Netanyahu non è un incidente. Non è un’eccezione. Non è neppure una degenerazione. È l’espressione più efficace – e oggi più trasparente – del sionismo contemporaneo. E il sionismo, nel 2025, non è più una dottrina di autodifesa ebraica. È diventato, nella sua forma concreta e statuale, una dottrina suprematista, segregazionista, esclusivista. È l’unica ideologia politico-religiosa del mondo occidentale a essere ancora al potere in uno Stato armato fino ai denti, che gode dell’impunità diplomatica delle democrazie occidentali e del sostegno economico-militare di Washington.

Il problema non è la destra. Il problema è la maggioranza. Perché anche oggi, mentre i carri armati devastano Gaza e gli F-16 colpiscono il nord dell’Iran, meno del 20% degli israeliani dichiara di opporsi in modo netto alla politica estera e militare del proprio governo. Un dato in calo, secondo le rilevazioni del Israel Democracy Institute. La maggioranza della popolazione sostiene le operazioni militari, la retorica dell’annientamento del nemico, la giustificazione preventiva dell’uso della forza come unica grammatica geopolitica.

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Published: 16 June 2025
Created: 11 June 2025
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lantidiplomatico

I volenterosi carnefici di Gaza

di Marcello Faletra

720x410c5koi60.jpgBambini col cranio forato, intere famiglie cinicamente massacrate, ambulanze colpite da missili, un intero popolo ridotto alla fame fino a crepare, ospedali bombardati senza scrupolo, giornalisti deliberatamente uccisi (oltre 200), navi umanitarie sequestrate in acque internazionali...cos’altro ancora dopo quasi 60.000 morti accertati e 170.000 dispersi, di cui 21.000 bambini? Nonostante ciò, la mattanza continua con la volontaria complicità del civile Occidente, che invia armi e sostegno morale per concludere la mattanza (Stati Uniti, Germania e Italia in primis).

Nel 1996 lo storico Daniel J. Goldaghen pubblicò un corposo pamphlet il cui titolo provocò un forte dibattito tra gli storici: I volenterosi carnefici di Hitler. La tesi del libro consisteva nel fatto che per capire il passaggio all’atto dell’eliminazione degli ebrei non erano sufficienti teorie che si basavano sulla coercizione all’eccidio (i militari erano costretti a uccidere), ne tanto meno che la responsabilità cadesse ai soli organizzatori dello sterminio, “meschini burocrati”. Ciò che restava ancora da indagare in modo approfondito, era la partecipazione individuale di intere masse popolari, di singoli intellettuali, di figure appartenenti agli apparati propagandistici di stampa, e indotti a promuovere la necessaria eliminazione degli ebrei. Il libro indagava il passaggio dall’astratto al concreto: dietro una struttura burocratica vi sono eserciti costituiti da singole persone, le quali interiorizzano gli ordini, vestono le idee, praticano i pregiudizi e li mettono in opera. Un intero sistema votato alla violenza fino allo sterminio, che non potrebbe esistere senza questi volenterosi carnefici.

Per fare un genocidio occorre una complessa macchina non solo burocratica (statale) e militare, ma si rende necessaria la partecipazione attiva di tutti i singoli individui, che chiamiamo astrattamente “pubblico” o “masse”, oppure “popolo”. A ciò, naturalmente, si aggiunge il lavoro della macchina astratta, incarnata dal politico, dal lobbista, dal propagandista, dal giornalista.

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Published: 16 June 2025
Created: 11 June 2025
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acropolis

La strategia piena di contraddizioni di Trump per preservare l’egemonia degli Stati Uniti

Nima Alkhorshid intervista Michael Hudson e Richard Wolff

NIMA ALKHORSHID: Ciao a tutti. I nostri amici Richard Wolff e Michael Hudson sono di nuovo con noi. Benvenuti.

shutterstock 2494420291 1080x607 1.jpgCominciamo con Lindsey Graham e la sua ultima visita in Ucraina. Non solo Lindsey Graham, Blumenthal e Mike Pompeo sono andati in Ucraina. Ecco cosa ha detto Lindsey Graham: (Lindsey Olin Graham è un politico, militare e avvocato statunitense, attuale senatore per lo stato della Carolina del Sud, è il neocon guerrafondaio che piace a Zelensky e alla Regina Von der Leyen, NdR)

LINDSEY GRAHAM: La Russia ha detto che l’Ucraina non ha buone carte. Beh, la Russia è molto più grande e ha molta più popolazione. Lo capisco. Ma il mondo ha molte carte contro la Russia. E una di queste carte che abbiamo sta per essere giocata al Senato degli Stati Uniti. In America, ci sono più di una persona al tavolo delle trattative. Abbiamo tre rami del governo, e la Camera e il Senato sono pronti ad agire. Cosa ci farebbe cambiare idea? Se la Russia si sedesse al tavolo delle trattative, accettasse un cessate il fuoco, e con serietà.

* * * *

NIMA ALKHORSHID: Richard, una delle carte di cui parla sono i dazi secondari del 500% sull’energia russa, che sappiamo influenzerebbero Cina, India e, alla fine, l’Europa. La tua opinione?

RICHARD WOLFF: Beh, Lindsey Graham è stato un senatore sbruffone per tutta la sua carriera. Questo è tutto teatro. Lui è stato tutto teatro. Lui è tutto teatro.

Ha radunato i molti altri membri di entrambe le Camere che, come lui, sono attori nell’anima e politici solo in secondo luogo. Questa è spettacolarità. Tutto qui. È qualcosa che ha deciso migliorerà la sua reputazione laggiù nel Sud degli Stati Uniti, da dove proviene e dove viene eletto da persone che approvano quel tipo di teatralità, anche se la loro situazione reale sta peggiorando.

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Published: 15 June 2025
Created: 11 June 2025
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giubberosse

Il progetto Trump sta andando in frantumi?

di Alastair Crooke - conflictsforum.substack.com

image 76.pngLe ricadute tra Musk e Trump (almeno per ora) hanno un che di “televisivo”. Ma non lasciatevi ingannare dai contenuti di intrattenimento. Il battibecco illustra una contraddizione fondamentale al cuore della coalizione MAGA. È possibile che questa contraddizione esploda in futuro e finisca per innescare il lento declino del Progetto Trump.

Un momento cruciale delle ultime elezioni statunitensi è stato il passaggio dei ricchissimi oligarchi tecnologici della Silicon Valley dal loro sostegno ai Democratici a Trump. Questo ha portato sia denaro che un potenziale scintillante premio: l’America avrebbe potuto conquistare il monopolio sull’archiviazione globale dei dati, sull’intelligenza artificiale e su ciò che Yanis Varoufakis chiama “capital cloud”, ovvero la presunta capacità di ricavare una rendita (ovvero commissioni) per l’accesso all’immensa riserva di dati americana e alle piattaforme associate delle Big Tech. Si riteneva che un tale monopolio sui dati avrebbe poi dato agli Stati Uniti la possibilità di manipolare il modo di pensare del mondo e di definire i prodotti e le forme di progettazione considerati “cool”.

L’idea era anche che un monopolio sui data center avrebbe potuto rivelarsi potenzialmente redditizio quanto il monopolio statunitense del dollaro come principale valuta commerciale, che avrebbe potuto garantire ingenti afflussi di capitali per compensare il debito.

Tuttavia, la caratteristica esplosiva della coalizione tra oligarchi della tecnologia e populisti del MAGA è che entrambe le fazioni hanno visioni inconciliabili, sia per quanto riguarda la gestione della crisi del debito strutturale americano, sia per quanto riguarda il futuro culturale del Paese.

La visione dei “Tech Bros” [Fratelli Tecnologici] è selvaggiamente radicale; è un “libertarismo autoritario”. Peter Thiel, ad esempio, sostiene che un piccolo gruppo di oligarchi dovrebbe governare l’impero, libero da qualsiasi limitazione democratica; che il futuro dovrebbe basarsi sulla “tecnologia dirompente”; essere robotico e guidato dall’intelligenza artificiale; e che la popolazione dovrebbe essere strettamente “gestita” tramite il controllo dell’intelligenza artificiale.

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Published: 15 June 2025
Created: 10 June 2025
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clarissa

Revival della Gran Bretagna in Europa?

di Gaetano Colonna

britanno e1749570212227.jpgPotrebbe essere utile in questo momento comprendere meglio le dinamiche interne al mondo anglo-sassone, in relazione ai conflitti in atto in Europa e in Medio Oriente, nonché agli effetti che potrebbero avere sulle relazioni transatlantiche durante la presidenza Trump.

A questo scopo è assai interessante la lettura di un documento ufficiale del ministero della Difesa della Gran Bretagna, intitolato Strategic Defence Review 2025, Making Britain Safer: secure at home, strong abroad (“revisione della difesa strategica 2025, rendere la Gran Bretagna più protetta: sicura in patria, forte all’estero”). In questo documento, il governo inglese esprime un giudizio inappellabile nei confronti della Russia:

«L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia rende inequivocabilmente chiara la sua volontà di ricorrere alla forza per raggiungere i propri obiettivi, nonché il suo intento di ristabilire sfere di influenza nei paesi vicini e di sconvolgere l’ordine internazionale a svantaggio del Regno Unito e dei suoi alleati».

Questa posizione, che vede quindi nella Russia la principale minaccia militare per la Gran Bretagna, viene ulteriormente argomentata in termini estremamente duri, nei quali è tuttavia anche presente un riferimento significativo alla nuova politica statunitense:

«Il Regno Unito è già oggetto di attacchi quotidiani, con atti aggressivi – dallo spionaggio agli attacchi informatici e alla manipolazione delle informazioni – che causano danni alla società e all’economia. Il conflitto tra Stati è tornato in Europa, con la Russia che dimostra la sua volontà di ricorrere alla forza militare, infliggere danni ai civili e minacciare l’uso di armi nucleari per raggiungere i propri obiettivi. Più in generale, il vantaggio militare di cui l’Occidente ha goduto a lungo si sta erodendo, poiché altri paesi modernizzano ed espandono rapidamente le loro forze armate, mentre le priorità di sicurezza degli Stati Uniti stanno cambiando, con l’attenzione che si sposta verso l’Indo-Pacifico e la protezione del proprio territorio».

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Published: 15 June 2025
Created: 10 June 2025
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machina

Marx, Foucault. Un sintomo

di Claudio Cavallari

0e99dc e7bf343454d24f1aa9a1ad34a8b70141mv2.jpgProponiamo nella sezione spettri una discussione, sicuramente non innovativa ma sicuramente ancora oggi con una rilevanza politica non indifferente, sul rapporto tra il pensiero di Foucault e Marx.

La prima opportunità di dibattito si è data a dicembre del 2024, alla libreria Punto Input, in occasione della presentazione del libro Marxismi foucaultiani di Matteo Polleri. L'articolo che pubblichiamo oggi, di Claudio Cavallari, si sviluppa a partire dai ragionamenti condivisi in quel contesto, proponendo una lettura «moderatamente» lacaniana del legame Marx-Foucault.

Invitiamo i lettori a intervenire nel dibattito.

* * * *

La fortunata occasione di discutere con Matteo Polleri del suo recente libro – Marxismi foucaultiani. Una mappa critica, Mimesis, 2024 – si è data per me a dicembre 2024, alla libreria Punto Input di Bologna. Al termine dell’incontro ci siamo promessi un rapido ritorno, in forma scritta, sui contenuti di quella conversazione che fu peraltro arricchita da alcuni contributi di notevole intelligenza condivisi dalle persone che parteciparono a quella presentazione. Ricordo che rimasi stupito quando, alla fine, l’autore sottolineò l’ascrizione dei miei ragionamenti al pensiero di Lacan, che mi ero ben guardato – evidentemente in modo più che maldestro – dal menzionare. Toccherà dunque non farne qui mistero. Dovendo il mio intervento scritto precedere cronologicamente la sua risposta, la promessa tempestività ha dovuto sopportare mesi di attesa, i quali, tuttavia, in nulla leniscono il ricordo delle puntuali e brillanti osservazioni che Polleri mi ha rivolto in quella preziosa occasione di confronto.

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Published: 13 June 2025
Created: 09 June 2025
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ilrovescio

Le Commedie di Maggio

Riflessioni sul conflitto simulato

Riceviamo e diffondiamo questo bell’invito a “vivere nella verità”

PHOTO 2025 06 08 10 48 38 1.jpg«Intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello che basta alle mie mani»
F. De André

L’abbaglio

Le giornate di mobilitazione andate in scena lo scorso Maggio in diverse città d’Italia, aprono un momento di riflessione importante sull’utilizzo del conflitto simulato come pratica di lotta e sul significato della sua continua riproposizione.

Per lx più informatx non è niente di nuovo, il conflitto simulato è un logoro prodotto italiano che a più riprese, da quasi 30 anni, torna nelle piazze con grande carica estetica e abbaglia le telecamere.

Spesso nel dibattito militante questo tema viene ripreso ma mai rivendicato seriamente da chi lo agisce, nascosto tra confuse giustificazioni e vittimizzazioni, ammiccamenti complici del “famo gli scontri!” o fantasmagoriche narrazioni di esplosive giornate di lotta sulle piattaforme di movimento.

Questa primavera però non è servito un naso allenato per sentire la puzza, dato che la cagata è stata chiaramente proposta a favore di telecamera se non apertamente rivendicata e sbrodolata sui giornali da uno dei “capoccia”, con tanto di giustificazioni ai «poliziotti che fanno bene il loro lavoro» contrapposto a quelli che «si fanno prendere la mano» e andrebbero bacchettati (parole tanto infami non meritano di essere analizzate oltre la loro semplice citazione). 1

Questo asservimento alla politica del compromesso e dello spettacolo, che vuole piazze disciplinate e orchestrate, non è solo una fastidiosa stortura con cui fare i conti ma un’abitudine radicata che crea mostri, spezza le gambe e soffoca la Rivolta; trascinarsi questo cadavere al seguito è una fatica che, se in tempi storici più lontani si diluiva in un conflitto sociale più alto e un apparato repressivo più debole, a oggi, non possiamo più permetterci.

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Published: 12 June 2025
Created: 12 June 2025
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sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Ottava parte. I profsojuz durante la NEP: il settore privato

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fGli anni che seguirono videro il sindacato schierato su nuovi fronti. La NEP aveva abolito le requisizioni ai contadini, introdotto la tassa in natura e permesso nuovamente il commercio privato, con conseguente ripristino di un’economia monetaria, insieme al reingresso in economia sia del capitale privato nazionale, incarnato nella figura del nuovo borghese, il nepman, che di quello straniero.

In tale contesto il graduale, progressivo, ripristino di un’economia sofferente in tutti i suoi settori e affamata di investimenti, si collocavano all’interno di un modo di produzione sostanzialmente capitalistico, seppur “di Stato” e fortemente orientato dalla volontà politica del partito comunista di dirigere, indirizzare, condizionare l’andamento socio-economico con tutti i mezzi e le proprie capacità di azione e mobilitazione (SOPRATTUTTO la LOTTA DI CLASSE, per esempio completamente assente nel capitalismo con caratteristiche cinesi, a cui spesso questo periodo si accosta per analogia), lungo l’asse di una transizione e trasformazione continue, orientate a gettare le basi e far crescere sino ad allora i germogli di quel modo socialistico di produzione da esso auspicata.

E in un modo capitalistico di produzione, in un modo dove si riapriva alla possibilità di investire sia da parte del capitale privato, il nepman, che di quello straniero, anche la DIALETTICA CAPITALE-LAVORO, che come abbiam visto nel corso della Guerra civile e del Comunismo di guerra a qualcuno era parsa un termine ormai superato, anacronistico, tornava ora in auge.

Contestualmente a tale “ritorno”, anche la lotta di classe e, al suo interno, la questione salariale, assumevano di nuovo una sempre maggiore importanza: in tale quadro, anche i profsojuz tornavano a giocare NON SOLO un ruolo economico chiave, in quanto luogo deputato alla definizione e risoluzione di dinamiche contrattuali e rivendicazioni salariali, MA ANCHE un ruolo politico estremamente importante, mantenendo quella funzione mobilitante, costruttiva, NON SEMPLICEMENTE TRADUNIONISTICA, bensì ORIENTATA, MEGLIO, PROIETTATA VERSO LA COSTRUZIONE DEI PRESUPPOSTI (sia in termini di dotazione di risorse, che di costruzione di competenze) PER LA TRANSIZIONE AL MODO SOCIALISTICO DI PRODUZIONE.

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Published: 12 June 2025
Created: 09 June 2025
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paroleecose2

Da lontano. Diario sulla distruzione di Gaza

(Istanbul 15 ottobre 2023 – Roma 15 maggio 2025)

di Ludovica Maura Santarelli

1 9.jpg[Ludovica Santarelli è una giovane studiosa che ha da poco discusso all’Università di Roma Tre una tesi intitolata: Guerra, violenza mediatica e censura. Il caso Palestinese. Una parte del suo lavoro di ricerca si è svolto tra Istanbul e Roma. E proprio muovendosi a cavallo fra queste due città cosmo, le due antiche capitali del mondo, ha scelto di scrivere queste poche pagine, un diario intimo e allo stesso tempo politico, sulla distruzione di Gaza. Il suo sguardo, severo, tragico, privo di risarcimenti narcisistici, è quello di una generazione consapevole di trovarsi senza riparo in un’età ormai estrema. (Daniele Balicco)]

 

Istanbul, 15 Ottobre 2023

L’aria attorno alla stazione metro di Maltepe sembra essere tesa. Appena accanto alle scale mobili, un signore ha posizionato un mucchio di bandiere della Palestina e altri striscioni da vendere; sarà solo il primo di una lunga serie di venditori che incontrerò sulla strada per raggiungere il luogo della protesta. Poco più avanti noto i primi poliziotti; sul lato della piazza alcuni di loro si erano sistemati davanti alla camionetta, coperti da uno scudo. Mentre aspetto il mio collega, penso che abbiamo fatto bene a stampare dei tesserini da giornalista con i nostri nomi: “se si mette male, li indossiamo” mi aveva detto lui. Dal nostro punto di vista europeo, rispettivamente italiano e spagnolo, un evento del genere aveva tutte le carte in regola per sfociare in un’insurrezione; il fatto che fossimo in Medioriente non ci sembrava meno pericoloso. Ma i timori si rivelarono presto infondati.

La Turchia infatti, e in particolar modo il suo presidente Recep Tayyip Erdoğan, non ha mai nascosto il suo supporto alla nazione palestinese.

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Published: 12 June 2025
Created: 06 June 2025
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quadernidaltritempi

La grande (dis)illusione tra IA e next big thing

di Roberto Paura

mosaico letture aI home.jpgPer chi è cresciuto negli anni d’oro di Star Trek, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, l’epoca attuale dovrebbe sembrare il paese dei balocchi. Intelligenza artificiale! Realtà virtuale! Teletrasporto quantistico! Computer che parlano! Stampanti 3D! Certo, mancano le astronavi – i mega-razzi di SpaceX continuano a non essere all’altezza delle aspettative – e gli extraterrestri, ma tutto il resto è qui tra noi. Nel 1995 La fisica di Star Trek di Lawrence Krauss parlava del teletrasporto di fotoni, che due anni dopo il team di Anton Zellinger (poi premio Nobel nel 2022) avrebbe trasformato in realtà. Nel 1999 I computer di Star Trek di Lois Gresh and Robert Weinberg spiegava le difficoltà nel realizzare un’interfaccia elettronica in grado di dialogare con un utente in modo naturale, qualcosa che oggi diamo praticamente per scontato.

Ma allora perché, tutto sommato, non ci sembra di vivere nel mondo di Star Trek? Perché la realizzazione di queste grandi promesse tecnologiche non sembra star cambiando davvero il mondo? Proviamo a rispondere a queste domande attraverso alcuni studi recenti sulle next big thing di questo decennio, ossia l’intelligenza artificiale e i computer quantistici. In entrambi i casi, vedremo che la realtà è piuttosto diversa dalle promesse.

 

Attento a quel che desideri 

Spiega Matteo Pasquinelli in un suo saggio nel volume collettaneo AI & Conflicts 02 (edito da Krisis Publishing):

“Sarebbe in effetti giusto riformulare la domanda «Una macchina può pensare?» in una forma più sensata a livello teorico: «Un modello statistico può pensare?». L’intelligenza artificiale non è affatto «intelligente». È più accurato definirla come uno strumento di conoscenza o di amplificazione logica in grado di percepire schemi che vanno oltre le competenze della mente umana”.

(Pasquinelli in Cotimbo et al., 2025)

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Published: 11 June 2025
Created: 03 June 2025
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fuoricollana

Trump, visto da Pechino

di Vincenzo Comito

Trump Pechino.jpegLa Cina reagisce con savoir-faire alla guerra commerciale. Prova, anzi, ad approfittarne per presentarsi al mondo come l’alternativa al caos economico dei dazi e la garante di una globalizzazione maggiormente condivisa. È possibile un riavvicinamento con l’UE?

Può darsi che gli obiettivi complessivi che il presidente Trump mira a raggiungere con la sua campagna dei dazi non siano del tutto chiari, ma forse si può ricorrere a quanto scrive Kroebler (Kroebler, 2025) in proposito: «lo scopo della sua guerra commerciale è quello di rimuovere i vincoli imposti dall’attuale ordine economico internazionale sull’esercizio del potere unilaterale statunitense e in particolare l’esercizio del potere da parte del presidente…quello che Trump vuole soprattutto è di mostrare la sua dominazione sul mondo e di ottenere sottomissione. I paesi che non resistono attivamente ai suoi dazi verranno graziosamente risparmiati dall’imposizione di dazi troppo elevati, il paese che osa resistergli è selvaggiamente punito…».

 

La “crociata” contro la Cina viene da lontano

In tale quadro un paese in particolare è sotto tiro, la Cina, ai voleri da parte di chi si crede, a torto o a ragione, il padrone del mondo. Nella sostanza, peraltro, la “crociata” di Trump su questo fronte non appare in generale certo una novità. La lotta statunitense al paese asiatico è cominciata da molto tempo e, anche se essa ha acquisito contorni decisi a partire dalla presidenza Obama, tra l’altro con il suo pivot to Asia, i segni del conflitto erano evidenti già da diversi anni prima. In ogni caso da Obama in poi abbiamo assistito a un impressionante crescendo di ostilità. Ma tale offensiva è risultata del tutto fallimentare.

Il problema di fondo è che gli Usa sono spaventati dalla Cina.

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Published: 11 June 2025
Created: 11 June 2025
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lantidiplomatico

In margine alla “Marcia per Gaza”. Dalla nazione araba ad “Abramo” e ora tocca all’Egitto?

di Fulvio Grimaldi

smVÀÒPRIGRSMentre scrivo siamo alla vigilia dello sbarco al Cairo della Global March to Gaza, mentre verso la stessa destinazione veleggia la collaudata Freedom Flottiglia. Volontari egiziani di varie associazioni sono pronti in Egitto per accoglienza e successivo spostamento ad Al Arish e, poi, l’effettiva marcia a piedi di 45 km fino al valico di Rafah, da tempo sotto controllo israeliano.

Lì, inesorabilmente, i marciatori si areneranno. Mi ci sono arenato anch’io l’altro anno, assieme a Marc Innaro (l’ottimo e perciò demansionato collega RAI) e tanti altri prima e dopo di me. Colleghi appesi all’illusione che anche in Israele, cioè nella Palestina occupata, valesse il diritto universale della libera informazione, cardine della democrazia di cui Israele sarebbe l’unico rappresentante in Medioriente. La risposta è stata l’uccisione di 220 giornalisti di Gaza.

Bisognerebbe dire che ce n’è per fortuna già tanta, di attenzione mondiale sulla carneficina di Gaza, in cui si mira a bambini, donne, ospedali, scuole, rifugi, tende e, con particolare cura, a scheletri di affamati che si avvicinano dove mercenari USA, con pezzetti di formaggio, allestiscono trappole per topi. Lo dobbiamo a coloro, colleghi anch’essi, ma stanziali a Gaza, che per averci fatto vedere l’abisso della nequizia israeliana e del dolore palestinese, sono stati disfatti davanti a un computer e un cellulare, preferibilmente nella loro casa assieme a tutta la famiglia. E così che un baldo riservista della “Golani” può vantare due genitori e dieci figli fatti a pezzi con un missile solo, meritando che il ministro Katz gli appunti sul petto l’onorificenza per meriti sionisti.

Il dato di un rapporto tra partecipanti europei e arabi alla Global March, a spanne di 20 a 1,  ci presenta una realtà storica inimmaginabile tra oggi e quando ebbi modo di trasmettere a Paese Sera dispacci sugli esiti delle battaglie tra l’esercito di Dayan e la coalizione araba. Questa, sì, zeppa di giovani volontari egiziani. libici, iracheni, siriani, giordani, yemeniti, perfino kuweitiani.

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Published: 10 June 2025
Created: 05 June 2025
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lospiteingrato.png

Adriano Prosperi, Cambiare la storia

di Gabriele Talami

Adriano Prosperi, Cambiare la storia. Falsi, apocrifi, complotti, Torino, Einaudi, 2025

71CYFmjt80L. AC UL600 SR600600 .jpgAdriano Prosperi, storico italiano di formazione modernista, nel suo ultimo saggio Cambiare la storia, edito da Einaudi, affronta gli aspetti principali relativi all’arte di falsificare la storia. In questo viaggio attraverso varie epoche l’autore accompagna il lettore indagando gli aspetti, i contesti e le motivazioni che portano alla nascita di un falso storico. Nella breve premessa sono attenzionati alcuni aspetti della cancel culture, una tendenza sorta negli ultimi anni e approfondita in particolare dagli storici di World History. Secondo Prosperi questa visione, sulla carta tesa a migliorare la storia umana epurandola da violenze passate e personaggi sgraditi, oltre a semplificare la realtà ha di fatto trasformato il ruolo dello storico in quello di giudice. Se, come sosteneva già Aristotele, il passato non può essere modificato, è un’operazione mentale contorta e rischiosa giudicare il passato con gli occhi del presente.

Figure del calibro di Cristoforo Colombo e Winston Churchill hanno compiuto quelle che noi, in base alle nostre sensibilità odierne in materia di parità e diritti, senza alcun dubbio riteniamo essere atti razzisti e nefasti. Questa forma mentis conduce inevitabilmente alla cosiddetta “civiltà di vergogna” che, ignorando il dato storico, vuole colpevolizzare l’Occidente cercando di relegare all’oblio le tracce meno nobili del suo passato. Nel primo capitolo di Cambiare la storia Prosperi affronta quello che è ritenuto universalmente il falso di maggior successo e durata nella storia, ovvero la donazione di Costantino. Secondo quanto affermato dal documento, nel 315 d.C. l’Imperatore Romano Costantino, guarito dalla lebbra in seguito al battesimo cristiano elargito da parte di Papa Silvestro I, avrebbe in segno di riconoscenza donato al vescovo di Roma la parte occidentale dell’Impero.

Questo dono fece seguito alla conversione di Costantino nel 312 d.C., in un periodo in cui solo una parte minoritaria degli abitanti dell’impero era di fede cristiana. Se come affermava Paul Veyne l’audace conversione dell’imperatore fu un avvenimento decisivo in grado di spostare il baricentro della storia mondiale, la falsa donazione ebbe un peso considerevole nell’espansione territoriale e nel potere temporale della Chiesa.

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Published: 10 June 2025
Created: 06 June 2025
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sbilanciamoci

La logistica tra legalità e illegalità

di Marco Veruggio, Sergio Fontegher Bologna

La crescita della logistica è impressionante, nel 2024 in Italia siamo intorno a un miliardo di pacchi consegnati. Un fattore di inquinamento e di consumo di suolo per gli hub. In Amazon e nelle “coop spurie” si lavora in condizioni di sfruttamento, ma crescono conflitti e sindacati di base

AdobeStock 289332658 20250128160530 U00847575103cay 1440x752IlSole24Ore WebChi ha familiarità con il settore della logistica, ha una certa difficoltà ad accettare che quella cosa chiamata “logistica” nella narrazione quotidiana, inclusa anche la consegna dei cibi a domicilio, sia veramente tale. La logistica “vera” è una tecnica di management che si è affermata alla metà degli anni 70 in correlazione stretta con la lean production, è diventata pian piano una funzione strategica dell’impresa manifatturiera multinazionale, con il compito di organizzare al meglio i flussi inbound dei fornitori e quelli outbound dei clienti finali.

Con il procedere della globalizzazione, un po’ alla volta al posto del termine “logistica” si è preferito parlare di supply chain, tradotto in italiano con “catene di fornitura”, intendendo con questo la parte operativa delle “catene globali del valore”. Le esperienze di logistica più avanzate sono state quindi compiute nei sistemi dove domina la grande impresa (Germania, Giappone e Stati Uniti). In sistemi come quello italiano, caratterizzati da imprese medio-piccole, è invalso l’uso di esternalizzare questa funzione aziendale, affidandone a terzi specializzati l’esecuzione, in particolare le fasi del trasporto e magazzinaggio .1

Una svolta epocale è avvenuta tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 con l’ingresso nel mercato della logistica conto terzi (la cosiddetta contract logistics, la logistica esternalizzata che si basa su contratti a lungo termine) delle grandi società di servizi espresso, DHL, TNT, Federal Express, UPS.2 Perché? Perché con la globalizzazione le catene di fornitura sono diventate sempre più “lunghe”, un’azienda localizzata in Italia poteva avere dei fornitori di materie prime o di componenti localizzati in Patagonia o in Kazakistan. Per trasportare velocemente le forniture non bastavano i camion o le navi, ci volevano gli aerei. Queste società disponevano di flotte di aerei cargo e poterono iniziare a controllare il mercato delle grandi catene del valore.

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Published: 10 June 2025
Created: 10 June 2025
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sinistra

Sulla rivoluzione russa di Rosa Luxemburg

luxemburg sfondo giallo.pngdi Salvatore Bravo

Rosa Luxemburg nel 1918 scrisse un breve testo Sulla rivoluzione russa, era in prigione, e si informava, ciò malgrado, sugli avvenimenti che scuotevano la Russia e rimettevano in moto la storia. Paul Levi militante comunista andò a trovarla in carcere e le sconsigliò la pubblicazione, in quanto il testo era ancora in embrione. Dopo la sua tragica morte nel 1919, Jogiches e Clara Zetkin ritrovarono nell’appartamento della rivoluzionaria devastato dai Freikorps il breve scritto costituito da fogli sparsi e da frasi talvolta incomplete. Nel 1922 Paul Levi ruppe con il partito e pubblicò il testo “completandolo”. Nel testo, malgrado le manipolazioni, emergono in modo chiaro le distanze della rivoluzionaria dal bolscevismo. Le osservazioni critiche che Rosa Luxemburg muove al bolscevismo sono per noi attuali. La rivoluzionaria profetizzò mediante il senso critico che mai l’abbandonò il pericolo che la rivoluzione bolscevica fallisse per l’isolamento internazionale e per lo scollamento autoritario tra burocrazia e popolo. Il partito dei burocrati avrebbe alla fine prosciugato la spinta rivoluzionaria del popolo mediante la compressione delle libertà e con la gestione dispotica del potere. La scissione tra partito e potere avrebbe gradualmente trasformato la rivoluzione in conservazione di equilibri antichi. Il potere sarebbe tornato a gravare sul popolo e i “compagni” si sarebbero ritrovati ancora una volta “sudditi”. Lo scioglimento dell’Assemblea Costituente il 18 gennaio 1918 fu la premessa di una deriva che avrebbe condotto la rivoluzione al suo fallimento.

Rivoluzione è democrazia consiliare senza la quale nessuna conquista può essere definita “rivoluzionaria”. I rilievi politici che la Luxemburg mosse al bolscevismo e a Lenin hanno il limite di non considerare le condizioni storiche, in cui il comunismo nascente si trovava. Era assediato dalle potenze capitalistiche ed era in corso la Guerra civile.

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Published: 09 June 2025
Created: 30 May 2025
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krisis.png

Globalizzazione: come la sicurezza informatica cambia la geografia della supply chain digitale

La catena delle forniture ​​digitali nell’era post-globale.

di Giuseppe Sperti

L’intreccio tra tecnologia e geopolitica sta trasformando radicalmente la catena delle forniture digitali. Dalla rimozione dei componenti Huawei in Germania al ripristino della produzione di chip negli Stati Uniti, i governi stanno riscrivendo le regole della globalizzazione alla luce dei rischi cibernetici. Compromissioni, spionaggio e guerre ibride hanno fatto della fiducia tecnologica una nuova questione geopolitica. Perché in un mondo dove ogni microchip può diventare un’arma, la sicurezza impone filiere affidabili, trasparenti e strategicamente allineate

Johannes Vermeer The Astronomer 1668 paert.jpgEntro il 2026, gli operatori di telecomunicazioni tedeschi dovranno rimuovere dalle loro reti i componenti 5G forniti da aziende cinesi, come Huawei e Zte. Questo piano, disposto nel luglio 2024, deriva dalla crescente consapevolezza che la tecnologia non può più essere considerata neutrale.

In tempi di crescente tensione geopolitica, i governi si stanno rendendo conto che i chip non sono solo dispositivi elettronici e progettazione avanzata: possono anche essere strumenti di controllo e spionaggio, talora perfino di guerra. Ogni passaggio della catena di fornitura può essere intercettato e compromesso.

Il caso tedesco simboleggia una profonda trasformazione della supply chain digitale. Le forniture di tecnologia, un tempo considerate solo sotto la prospettiva economica, si stanno riconfigurando in linea con le esigenze strategiche dei governi. E vengono valutate anche sotto un profilo geopolitico.

Per anni la globalizzazione ha prosperato sull’assunto che l’efficienza economica e l’interdipendenza avrebbero garantito stabilità e crescita. Ma, nel nuovo scenario geopolitico, questo modello si sta sgretolando. Sotto il peso di una minaccia, silenziosa ma sempre più centrale: la compromissione della supply chain tecnologica.

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Published: 09 June 2025
Created: 05 June 2025
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acropolis

Cosa significano gli attacchi dei droni occidentali per le relazioni tra Stati Uniti e Russia?

di Rob Urie

AP20276434567563 1 4 660x370 1.jpgIl titolo accattivante di Urie introduce un’analisi sobria di quanto siano stati folli gli attacchi dell’Ucraina contro la Russia. Nella migliore delle ipotesi, rivela una valutazione rischio-rendimento gravemente errata, dovuta presumibilmente all’aver inalato molta propaganda e oppio sull’Ucraina.

Un punto che sembra sfuggire in termini di superamento delle linee rosse degli accordi nucleari della Guerra Fredda è che questo metterà almeno la Russia in stato di massima allerta, e potrebbe farlo anche con altre potenze nucleari. Maggiore allerta = maggiore propensione a [re]agire = probabilità di incidenti notevolmente maggiori.

Un nuovo video con Chas Freeman sugli studi sulla neutralità conferma che un attacco con armi convenzionali contro risorse di deterrenza nucleare, secondo gli accordi della Guerra Fredda, equivale a un attacco nucleare e pertanto, secondo le regole di ingaggio, legittima una risposta nucleare:

Tradizionalmente, gli elementi di una forza di deterrenza nucleare, sia da parte americana che russa, sono stati esentati dagli attacchi per la semplice ragione che entrambi i Paesi considerano un attacco con armi convenzionali alla loro capacità di deterrenza nucleare equivalente a un attacco nucleare e giustificante una risposta nucleare. Entrambe le parti prendono la cosa molto seriamente. Naturalmente, l’Ucraina non fa parte degli accordi di sicurezza, né il Regno Unito. Quindi, suppongo che siano liberi di contestare maliziosamente questa esenzione, e lo hanno fatto, ed è molto pericoloso.

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Published: 09 June 2025
Created: 09 June 2025
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sinistra

La teoria del valore-lavoro nel capitalismo e nel socialismo/comunismo

di Eros Barone

6872c3893ac5058b505224cac9dd8089 XL.jpgDi fatto, il venditore della forza-lavoro realizza il suo valore di scambio e aliena il suo valore d’uso, come il venditore di qualsiasi altra merce. Non può ottenere l’uno senza cedere l’altro. Il valore d’uso della forza-lavoro, il lavoro stesso, non appartiene affatto al venditore di essa, come al negoziante d’olio non appartiene il valore d’uso dell’olio da lui venduto. Il possessore del denaro ha pagato il valore giornaliero della forza-lavoro; quindi a lui appartiene l’uso di essa durante la giornata, il lavoro di tutt’un giorno. La circostanza che il mantenimento giornaliero della forza-lavoro costa soltanto una mezza giornata lavorativa, benché la forza-lavoro possa operare, cioè lavorare, per tutta una giornata, e che quindi il valore creato durante una giornata dall’uso di essa superi del doppio il suo proprio valore giornaliero, è una fortuna particolare per il compratore, ma non è affatto un’ingiustizia verso il venditore.
Karl Marx, Il Capitale, libro I.

Quanto più ci addentriamo nel processo di valorizzazione del capitale, tanto più il rapporto capitalistico apparirà mistificato e tanto meno si scoprirà il segreto del suo intrinseco organismo.
K. Marx, Il Capitale, libro III.

 

1. Plusvalore e profitto: l’autoriflessione del capitale

«Nel primo Libro si sono analizzati i fenomeni che il processo di produzione capitalistico, preso in sé, presenta come processo di produzione immediato, astraendo ancora da tutte le influenze secondarie di circostanze a esso estranee. Ma questo processo di produzione immediato non esaurisce il corso dell’esistenza del capitale. Esso, nel mondo della realtà, viene completato dal processo di circolazione, il quale ha costituito oggetto delle indagini del secondo Libro.

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  1. Gianmarco Pisa: Le tre grandi rotture del Novecento
  2. Salvatore Minolfi: The Donald, O Guappo ‘e Cartone
  3. Alisa Dal Re: Liberarsi dal lavoro
  4. Paolo Ferrero: Europa: contro la guerra e i guerrafondai
  5. Giorgio Gattei: Il pianeta Marx meticolosamente illustrato. 1. Farsi l’idea di un fatto
  6. Fulvio Grimaldi: Dall’Eritrea al Senegal al Burkina Faso di Traorè, il riscatto del Sahel. L'Africa prende il largo
  7. Fernanda Mazzoli: Massimo Bontempelli. La conoscenza del bene e del male
  8. Redazione: Italia: una società anziana, malata e sempre più diseguale
  9. Paolo Di Marco: AI, Equivoci e Minacce
  10. Lorenzo Mizzau: Hype, ovvero l'economia della truffa
  11. Franz Altomare: Intelligenza artificiale e transumanesimo verso il punto di non ritorno(!)
  12. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  13. Meron Rapoport - Orev Ziv: “Renderla inutilizzabile”: la missione di Israele per la distruzione totale di Gaza
  14. Fabio Ciabatti: Lefebvre e il doppio sfondamento di Marx e Nietzsche contro Hegel
  15. Eros Barone: Deserto astensionista e ritorno della “sinistra” liberista: il caso Genova
  16. Vladimiro Merlin: Capitalismo digitale e robotizzazione
  17. Paolo Selmi: Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
  18. Algamica: L’Occidente, lo Stato d’Israele e la questione palestinese oggi
  19. Alessandra Ciattini: Il lavoro secondo Andrea Zhok
  20. Ennio Abate: Compianto sul Sessantotto
  21. Alberto Bradanini: Il “nemico americano”. Le tragedie in Ucraina e Palestina
  22. Antonio Pagliarone: It's the Corporations, Stupid
  23. Sandro Chignola e Sandro Mezzadra: Neoliberalismo: che cosa c’è in un nome?
  24. Michelangelo Severgnini: Saif Gheddafi e i paradossi mortali per l‘intelligencija pro-pal
  25. Alessandro Visalli: Circa la tecnica: per una fenomenologia politica della relazione

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