
L’Occidente, lo Stato d’Israele e la questione palestinese oggi
di Algamica*
Si dice che la storia non si fa con i «se», neanche quando a parlare è un editorialista come Ernesto Galli della Loggia dalle pagine del Corriere della sera, noto quotidiano dell’establishment italiano? Anzi a maggior ragione dovremmo dire, ma c’è sempre l’”eccezione” che formula la regola, essa sarebbe data dalla potenza di chi promuove quel famoso « se ». Perché il noto personaggio, grande propagandista delle ragioni occidentali, che per oltre un anno di fronte al genocidio a Gaza lo ha sempre difeso e giustificato definendolo come il necessario bombardamento che rase al suolo Dresda nel 1945 in quanto «male assoluto». Insomma Gaza come Dresda. E pazienza se anche il comunismo si intruppò rispetto a quella “ragione” della democrazia liberale.
Poi però la storia, unico, vero e implacabile giudice, a distanza di 80 anni ha messo a nudo una verità continuamente rimossa: il vero morbo che affligge l’umanità degli oppressi si nasconde dentro le pieghe di leggi impersonali del modo di produzione capitalistico.
Qual è il punto che intendiamo evidenziare con queste scarne note? Il fatto che lo Stato sionista di Israele si è infilato in un vicolo cieco e non sa come uscirne. Procediamo con ordine commentando lo scritto di chi ha difeso strenuamente le sue ragioni quell’Ernesto Galli della Loggia di cui spesso ci occupiamo in quanto sintetizza sempre chiaramente le ragioni del liberismo fino alle estreme conseguenze, come detto in apertura.
Scrive il nostro sul Corriere della sera di lunedì 26 maggio: «Un dato abbastanza sicuro va profilandosi: l’operazione militare organizzata da un anno e mezzo da Israele sta andando incontro a un fallimento. Israele non è sconfitto ma sta egualmente perdendo».
Per i tanti che siamo scesi in piazza, per difendere le ragioni dei palestinesi, contro il genocidio perpetrato dalla potenza criminale israeliana, una simile dichiarazione non può rappresentare che una magra consolazione di fronte alle immagini di Gaza rasa al suolo e dei corpi dilaniati dei palestinesi.
Certo, nella storia simili scenari si sono susseguiti in serie, e ogni giorno nel “mare nostrum” continuano a galleggiare cadaveri di poveri disgraziati spinti verso l’eldorado occidentale che li sfrutta in nome del profitto.
Epperò vale la pena ragionare su quello che scrive l’Ernesto, perché in filigrana c’è un messaggio chiaro e forte: la crisi irreversibile, non solo di Israele, ma dell’insieme dell’Occidente. Questa si è motivo non di magra consolazione, per le ragioni che cerchiamo qui brevemente di spiegare.
In questione, lo ripetiamo fino alla noia, ci sono le ragioni del liberismo, cioè di quelle leggi impersonali che hanno favorito l’Occidente nella sua rapina per alcuni secoli. Queste leggi hanno obbligato per il passato e continuano a obbligare tuttora a comportamenti insani, di cui il genocidio dei palestinesi di questo periodo non è che uno degli ultimi atti. Di fronte a questa realtà il liberismo democratico, attraverso suoi esponenti addetti alla cultura mena scandalo, e qualcuno di essi, come ad esempio Andrea Zhok su sinistrainrete.info, si chiede meravigliato « Io non so come fate a dormire ».
A quella domanda la risposta è semplice: dormono da criminali.
L’errore di uno come Zhok consiste nel non chiedersi per quali necessità storiche gli ebrei sionisti si comportino da criminali. Fa male a non chiederselo perché c'è sempre una causa, una necessità, una difesa di interessi che spingono gli uomini ad agire in un modo piuttosto che in un altro.
Si è mai chiesto perché un sistema tanto infame come il capitalismo dura da tanto tempo? Non se l'è chiesto, avrebbe scoperto che è sostenuto da leggi di una doppia schiavitù, secondo il principio di Hegel. Una doppia schiavitù che ha una sua forza di straordinaria attrazione.
Il professor Zhok si è premurato di scrivere il libro Critica della ragione liberale, un testo dalla pretesa di una "dura" critica valoriale nei confronti del capitalismo e del liberalismo, ma lo ha fatto per gli ingenui perché se scrive che «Senza una visione ideologica alternativa a quella liberale, tuttavia, questo bellum omnium contra omnes non potrebbe mai sfociare, come Marx auspicava, in un evento rivoluzionario». Poi nella coda (come il diavolo) nella stessa pagina n. 356, il veleno: «E il limite è esattamente ciò che deve essere reintrodotto nel sistema, pena il suo collasso». Verrebbe da dire: stavano aspettando proprio il professor Zhok perché lo proponesse per introdurlo.
Tutto il suo libro di "critica" valoriale è all'eccesso cui è giunto l'Occidente, non al modo di produzione capitalistico che l'Occidente rapinando ha utilizzato.
In ciò il democraticismo di sinistra mostra tutta la sua povertà teorica e anche una certa mistificazione per arrivare poi alla difesa di ciò che pensa di criticare proprio perché non ha capito (o non ha voluto capire) un'acca di cosa sia realmente il moto-modo di produzione capitalistico. E ci fa la figura del pirla al cospetto di un Hayek che inneggia alla ragione liberale senza se e senza ma.
Dunque la radice del male - da estirpare per tentare di salvare l'umanità dalla sicura catastrofe verso cui è avviata - non può essere l'introduzione di un limite alla legge impersonale che si regge sullo scambio e sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Per cui questi personaggi vendono fumo da una cattedra universitaria e lo fanno insieme a tanti lacchè “moralisti” e “perbenisti” di cui la storia occidentale è crassa, allevata dal razzismo sulla pelle di altri popoli afroasiatici e dell’America del sud.
Sicché è preferibile il crudele linguaggio di un Ernesto Galli della Loggia che schiuma rabbia ammettendo che «Rintanata tra le macerie di Gaza, Hamas benché colpita duramente esiste e resiste ancora, e distruggerla è pressoché impossibile senza una occupazione militare massiccia e permanente della Striscia ». Attenzione al prosieguo: «Che però appare difficilissima a realizzarsi».
Il democraticismo liberale di sinistra farebbe bene a riflettere su quanto si muove sul campo in termini reali piuttosto che avventurarsi in fantasie utopiche: l’Occidente, attraverso il suo cane da guardia dello Stato sionista di Israele, è messo alle strette ed è chiamato dalle necessità per la sua sopravvivenza a procedere sempre verso maggiori massacri in Medio Oriente, senza nessuna certezza di uscirne vittorioso. È questa la dura lezione che la storia ci sta mettendo sotto gli occhi. Ma l’impresa è piuttosto ardua e lo spiega molto bene il Galli della Loggia «Vuoi perché la presenza di un milione e mezzo di persone ostili in un territorio devastato e privo di qualsiasi risorsa significherebbe per Gerusalemme, in realtà, doversi far carico dell’amministrare in prima persona qualcosa che di fatto sarebbe un gigantesco campo di concentramento (per giunta con probabili episodi di terrorismo al suo interno). E poi » ecco il punto chiave su cui chiamiamo a riflettere gli increduli «perché contro Israele la mobilitazione internazionale – compresa quella decisiva degli Stati Uniti – è ormai tale da costituire un ostacolo virtualmente insuperabile per un progetto del genere».
Il professor Alberto Asor Rosa sintetizzò così la cosa molti anni or sono: «gli ebrei sono passati nel corso della seconda parte di questo secolo da vittime a carnefici, i peggiori carnefici» e non aveva ancora assistito al genocidio di questo periodo. Sicché nessuna meraviglia se in Occidente di fronte a quanto sta accadendo cresce una condanna senza appello contro il genocidio dello Stato sionista. Sarebbe antisemitismo? Se i semiti si comportano da criminali o tollerano la criminalità compiuta da altri semiti, beh, l’odio, la rabbia, il rancore diviene “antisemita”.
Il Galli della Loggia si lamenta perché dopo poco tempo «Lasciato comunque solo, Israele, simile a un Golia impazzito di rabbia e di desiderio di vendetta, perse la testa».
Attenzione al ragionamento col «se» di sua eccellenza difensore delle ragioni occidentali e con esse dello Stato di Israele quando scrive: « Cedette alla tentazione di farla pagare con la vita agli assassini dei suoi figli, e si gettò in una difficilissima operazione terrestre contro gli esecutori invece di rivolgersi contro il mandante, cioè contro l’Iran ».
Potremmo in questo caso fare due osservazioni: a) era piuttosto facile prendersela con un popolo indifeso, dunque nessun atto di eroismo fu compiuto dai criminali sionisti; b) bisognerebbe chiedersi come mai, ovvero quali vere ragioni economiche e politiche impedirono un’azione su larga scala come il Galli della Loggia suggerisce ex post.
Proviamo a fornire alcune motivazioni sul punto b, con delle brevi note sul perché lo Stato di Israele non poteva attaccare l’Iran come il Galli della Loggia suggeriva.
La catena della produzione del valore e lo spostamento della circolazione terrestre di merci e capitali
La tesi propagandistica dell’Occidente, decisamente falsa, fatta propria anche da certa sinistra, è che Hamas è un proxy dell’Iran e che la Repubblica Islamica che si erge come “imperialismo d’area” strategicamente mira ad aggredire Israele. Dunque per Israele e per l’Occidente tutto diviene necessario isolare e sconfiggere l’Iran in una escalation di attacco militare. Lasciamo perdere le chiacchiere e le bugie della propaganda occidentale.
I fatti parlano chiaro. Israele più che abbaiare contro l’Iran non è andato perché non ha mai ricevuto il nulla osta a procedere dal padrino nord americano. Dal canto suo anche l’Iran si è limitato a una reazione dimostrativa. A ciò si aggiunge poi che la nuova amministrazione Trump, che aveva annullato nel 2018 il famoso JCPOA pact e inasprito nuovamente le sanzioni economiche contro l’Iran, “inaspettatamente” si stia sforzando di andare verso una distensione dei rapporti con la Repubblica Islamica, con buona pace per le aspettative di Israele.
Non c’è produzione di merce necessaria che possa essere messa al bando. Certamente le sanzioni economiche dell’Occidente impattano negativamente sull’economia iraniana circa la possibilità di sviluppare una diffusa filiera manifatturiera e in modo particolare di sviluppare l’agricoltura con moderni macchinari.
Ma non può impedire a un paese con la terza riserva mondiale di idrocarburi al mondo di essere relegato ai margini del mercato mondiale senza squilibrare globalmente i costi della produzione per una disponibilità della preziosa merce al di sotto della domanda. Semmai le sanzioni economiche possono avere come risultato quello di imporre ai paesi esportatori una squadratura sul disavanzo della bilancia commerciale con l’estero. Ma anche questo, come i fatti dimostrano, spesso non accade senza ripercuotersi con effetti negativi sull’intera catena. In sostanza la merce necessaria per cui c’è disperata domanda trova sempre la via utile, consentita o sotto banco, per arrivare al mercato.
La rivista “Affari Italiani” [https://www.affaritaliani.it/esteri/sanzioni-iran-petrolio-europa-russia-912850.html] riportava nell’aprile 2024 i dati del Financial Times «l'Iran sta esportando più petrolio che mai proprio ora, a livelli più alti degli ultimi sei anni, cioè da quando i rapporti con l'Occidente sono nuovamente precipitati durante l'era Trump. Nei primi tre mesi del 2024, infatti, Teheran ha venduto una media di 1,56 milioni di barili al giorno. Si tratta del livello di esportazioni più alto dal terzo trimestre del 2018 ». Secondo i dati forniti da Vortexa la flotta iraniana per l’export di petrolio era aumentata di un quinto nel 2024 arrivando a 235 navi. Tant’è che mentre il presidente del consiglio europeo Charles Michel sempre nell’aprile 2024 inveiva contro l’Iran a seguito della sua risposta missilistica a Israele « è molto importante fare di tutto per isolare l’Iran », sempre nello stesso mese il ministro del petrolio iraniano, Javad Owji, dichiarava che «oggi possiamo esportare petrolio ovunque vogliamo e con sconti minimi». Questi sono i fatti oggettivi dell’economia che la politica non può governare a proprio piacimento. Se la produttività raggiunta è energivora, con impatti anche disastrosi sull’ambiente, dunque ciò è inevitabile per aumento complessivo della domanda.
Se questa è la norma del processo di circolazione delle merci e dei capitali, in una fase in cui il livello generale della produttività raggiunto espone ad una tendenza dell’aumento dei costi della produzione, il regime delle sanzioni a questo punto non fa che aggravare la dipendenza dell’Occidente verso i paesi produttori di materie prime. Non può che comportarsi da padrino mafioso e violento quale è da più di cinque secoli, e non può evitare la fragilità che consegue da questa esposizione verso la sua accresciuta dipendenza.
Nel frattempo però sopraggiunge una novità epocale per un modo di produzione storico qual’è il capitalismo. Per circa 5 secoli, la circolazione delle merci e dei capitali, proprio per ragioni di riduzione di costi, minore investimento e di riduzione del tempo necessario, ha sviluppato le rotte marittime, divenute necessariamente più produttive del trasporto via terra. Così tutti gli scambi tra Oriente e Occidente da ambo i lati hanno iniziato a prendere la via del mare piuttosto che quella della terra, per poi attuarsi nello snodo decisivo della via del Pacifico e dell’Oceano indiano attuale.
Con grande enfasi da parte della Cina e dell’Iran e con grande preoccupazione per Stati Uniti ed EU, da gennaio 2025 è a pieno regime il trasporto merci pesanti attraverso il corridoio ferroviario che collega la Cina con l’Iran passando per il Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan e avente snodo terminale a Teheran. Da qui poi merci e capitali trovano il loro sfogo verso l’Europa e l’Africa direttamente o tramite la Turchia. Questa nuova rotta del trasporto merci già nei primi quattro mesi del 2025 ha registrato un aumento del volume di 2,6 volte superiore rispetto all’anno precedente della sua inaugurazione [https://azon.global/en/posts/Turkish-World/china-iran-turkey-kazakhstan-turkmenistan-and-uzbekistan-agree-on-railway-tariffs].
Le ragioni di questo incremento sono semplici: il tempo. Un treno di merci pesante che partite da Xi’an (Cina centro orientale) raggiunge la sua destinazione Teheran in 14 giorni, meno della metà di quanto impiega il consueto trasporto attraverso il Mar della Cina e l’Oceano Indiano che può variare a seconda delle condizioni dei mari dai 28 ai 40 giorni.
Siamo di fronte a una rivoluzione copernicana nella circolazione delle merci che ribalta quella del 1492, quando le necessità di riduzione dei costi imposero il passaggio dalla via terrestre alla via marittima favorendo nei secoli successivi l’ascesa sul mercato mondiale dell’Occidente e della Gran Bretagna battendo le aspirazioni della Russia, del mondo Ottomano e conquistando la Cina.
Se il tempo (la durata del lavoro sociale) è denaro, la Cina attraverso questa rivoluzione nella circolazione delle merci sarà in grado di presentare prodotti nella catena del valore mondiale e in particolare verso il continente africano a prezzi ancora più concorrenziali di quanto già faceva prima. A questo punto per chi è in necessità di scambiare con la Cina e con l’estremo Oriente, se lo farà attraverso il consueto hub avrà una penalizzazione in competitività rispetto a chi viceversa accetterà il fatto storico ingoiando il rospo e dialogando con l’Iran. Gli Stati Uniti d’America hanno, come si dice, mangiato la foglia e cercano di correre ai ripari riannodando i fili di una distensione con l’Iran che non possono evitare. Questo vale anche per Israele il cui import complessivo dalla Cina è divenuto negli ultimi anni quasi il doppio di quello dagli Stati Uniti. Per la Gran Bretagna e la EU viceversa le cose si complicano ulteriormente, in particolare in termini di competitività sull’unico mercato in crescita per volumi di domanda e di popolazione che è l’Africa che li sta prendendo a calci nel sedere.
Dunque il Galli della loggia farebbe bene a occuparsi un poco di economia e di storia economica invece di predicare ad alzo zero contro le formazioni politiche che esprimono necessità oggettive e che vengono definite terroristiche. Eviterebbe di scrivere stupidaggini come «Perché con la sua schiacciante superiorità aerea Israele avrebbe potuto facilmente intimare a Tehran che fin quando non avesse obbligato Hamas a restituire gli ostaggi, la sua aviazione ogni dodici ore avrebbe raso al suolo» aridaje col radere al suolo «un aeroporto, una base militare, una centrale nucleare, un’autostrada, una centrale elettrica dell’Iran ».
Ecco, questo è un parlare da colonialista, da criminale, da voglioso di dominio a tutti i costi, incapace di considerare, per vocazione, che la politica dipende dall’economia e non può sovrapporsi ad essa.
Sicché se un cattedratico come Zhok si domanda come fanno a dormire certi personaggi alla Ernesto Galli della Loggia, gli va detto che dormono eccome se dormono, vengono pagati per sostenere le ragioni dei criminali, perché non dovrebbero dormire? Per i poveri innocenti massacrati? Ma sono ritenuti, fra gli umani, di una razza inferiore, molto più simili alle bestie. Non si esprimono in questo modo i teorici del semitismo?
Il povero di spirito Galli della Loggia è costretto ad ammettere che: «Israele si è infilato a testa bassa nel tunnel senza uscita di qualcosa che sempre più assomiglia a uno sterminio. Uno sterminio che tuttavia ha questa bizzarra singolarità: che potrebbe essere fermato in ogni momento se solamente chi dice di rappresentare gli sterminati, cioè Hamas, decidesse di restituire i pochi ostaggi ormai sopravvissuti ». E perché non chiedere a Hamas di consegnarsi, come insieme di partito politico e movimento sociale, con gli ostaggi nelle mani della polizia israeliana? Dicono a Roma: fatto trenta, fai trentuno!
Diciamo al signor Ernesto Galli della Loggia che l'attuale caos rivoluzionario non sa che farsene di personaggi come lui che difendono le ragioni della più abietta criminalità. Nel contempo non ha neppure bisogno dei personaggetti come il professor Zhok, che ci spiegano la cattiveria dei dominatori dietro cui si nascondono e vivono bene. Qualora il professor Zhok non lo sapesse lo Stato sionista di Israele non agisce, non ha mai agito, in proprio, ma in difesa degli interessi dell'insieme dell'Occidente contro i popoli arabo-islamici del Medio Oriente di cui il martoriato popolo palestinese fu designato quale vittima sacrificale ancor prima del 1948. E se oggi alcuni paesi denunciano gli eccessi compiuti da “Netanyahu” è perché sentono odore di bruciato e quando un servo non serve più lo si abbandona. È l’infelice sorte che viene riservata ai servi. E se un Ernesto Galli della Loggia sogna a occhi aperti una via d’uscita, che non sia la fine dello Stato sionista di Israele, vuol dire che ha capito molto poco di come funzionano le leggi del modo di produzione capitalistico.
Quanto ai professori alla Zhok domandiamo: durante l'arco di tempo in cui si è consumato finora il genocidio a Gaza quante lezioni ha tenuto su questo tema? Quante volte è stato in piazza a manifestare contro l'Occidente responsabile del genocidio? Bando perciò alle chiacchiere: il moto-modo di produzione sta entrando in una fase cruciale in cui non è più possibile nascondersi.
Altrimenti detto: siamo al dunque.
* Alessio Galluppi, Michele Castaldo









































Alla argomentazione di chi ha scambiato ricchezze e dato violenza, schiavitù e razzismo, che peró gli occidentali hanno anche fatto “cose” (costruito strade, ponti, introdotto la telefonia mobile), va fatta una constatazione: la crisi di un modo di produzione generale e unitario mette l’Occidente nella condizione che nemmeno una ciotola di riso riesce a produrre in modo “competitivo”. Del luccichio delle merci che l’Occidente produceva (e via quella forza violentemente ha attratto per 500 anni), non rimane in larga parte che uno sbiadito logo. Basta ascoltare con attenzione questo straordinario Ibrahim Traorè, rivoluzionario del Burkina Faso, che lo rileva. E finalmente, era ora.
La categoria: “ebrei” va rifiutata. Non esiste un popolo o una nazione o un’etnìa ebrea. Esistono popoli vittime del MPC, cristiani, islamici o di religione ebrea, manipolati da capitalisti cristiani, islamici o di religione ebrea che non hanno intenzione di sporcarsi le mani di sangue. La religione è una variabile irrilevante e fuorviante.
Un coglione di passaggio.