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Published: 09 April 2025
Created: 07 April 2025
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Allarme dell’intelligence Usa: la Russia sta vincendo in Ucraina

di Giacomo Gabellini

Il rapporto 2025 dei servizi segreti statunitensi avverte che l'alleanza anti-Occidente si consolida. Ma l’Iran (per ora) rinuncia all'atomica

edvard khopper 1950 cape cod morningL’Annual Threat Assessment, redatto dall’ufficio diretto da Tulsi Gabbard, dipinge un mondo ad alta tensione. Russia, Cina, Iran e Corea del Nord si saldano in un’alleanza sempre più solida contro l’Occidente. Pechino resta la minaccia maggiore, con ambizioni militari, tecnologiche e globali. Mosca, nonostante le sanzioni, ha ribaltato le sorti della guerra in Ucraina e condivide il know-how militare con gli alleati. L’Iran rallenta (per ora) sul nucleare, ma investe su droni e missili. Pyongyang riduce la dipendenza da Pechino grazie al sostegno di Mosca. Mentre l’asse si consolida, Washington rischia di essere trascinata in una spirale di conflitti.

* * * *

«Un insieme eterogeneo di attori stranieri sta prendendo di mira la salute e la sicurezza degli Stati Uniti, le infrastrutture critiche, le industrie, la ricchezza e il governo». Con queste parole allarmanti esordisce l’Annual Threat Assessment, la valutazione annuale statunitense delle minacce nazionali per l’anno 2025 pubblicata a marzo. Redatto dall’Office of the Director of National Intelligence, diretto da Tulsi Gabbard, individua e valuta l’entità delle minacce ai cittadini, allo Stato e ai suoi interessi economici e di sicurezza. Il rapporto, realizzato con la collaborazione dell’intera comunità d’intelligence statunitense, sottolinea che «gli avversari statali e i movimenti non governativi a essi riconducibili stanno cercando di indebolire e sostituire il potere economico e militare degli Stati Uniti in tutto il mondo».

Per quanto concerne alle organizzazioni non statali, l’attenzione si concentra sui cartelli della droga messicani, colombiani e centroamericani, oltre che sui gruppi dell’integralismo islamico, sui pirati informatici e sugli organismi di intelligence para-statali.

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Published: 09 April 2025
Created: 04 April 2025
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poliscritture

Tendenze autoritarie del neoliberalismo

di Donato Gervasio

stieglerDocente all’Università Bordeaux-Montaigne, specialista di Nietzsche e studiosa di Foucault, Barbara Stiegler è molto presente nel dibattito politico francese, in particolare per le sue riflessioni sul “macronisme”, il sistema di potere legato al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Ha scritto Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico e La democrazia in pandemia. È qui a Biennale Democrazia per parlare delle sue ricerche, che conduce da molti anni, sulla storia del neoliberalismo.

“Neoliberalismo e democrazia: la pace è la guerra e la guerra è la pace”: il titolo della lezione di Barbara Stiegler, che sostituisce quello annunciato (“Una lotta disperata, ma con molto fair play. Società e politica ai tempi del neoliberismo”) è un esplicito riferimento alle parole che, nel mondo creato da George Orwell in 1984, significano il contrario di quello che dicono.

“Il neoliberalismo fa un discorso di pace o di guerra?” Con questa domanda Stiegler comincia la sua riflessione. Prima di rispondere ci offre alcuni punti di riferimento storici: Il neoliberalismo, nato negli anni Trenta del Novecento, è una delle conseguenze della crisi economica del ‘29 e della crisi del liberalismo classico. I neoliberali ritengono necessario un più marcato intervento dello Stato nell’economia e in tutti gli ambiti della vita sociale, combattono i fascismi e si fanno promotori della pace mondiale, condizione necessaria per la creazione di un mercato globale.

“Ma oggi, e in modo davvero sorprendente – afferma Stiegler – i nuovi neoliberali sono i primi a volerci preparare mentalmente alla guerra.” E ci offre due esempi di questo “incredibile capovolgimento”: Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: entrambi si fanno sempre più sostenitori di un “discours guerrier”.

Stiegler tiene a precisare che questo discorso di guerra non si è manifestato in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma ha cominciato ad affermarsi durante gli anni dell’emergenza Covid.

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Published: 07 April 2025
Created: 04 April 2025
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«Perché, prima o poi, il capitalismo ha bisogno della guerra»

di Andrea Zhok

Umberto Boccioni Charge of the LancersIl professor Zhok espone la sua tesi: per sopravvivere, il libero mercato deve crescere. E, quando si ferma, l’ultima risorsa è il conflitto.Il docente di Filosofia morale alla Statale di Milano si inserisce nel dibattito su guerra e riarmo con una lettura molto critica del capitalismo. Secondo l’analisi di Andrea Zhok, il libero mercato, per sopravvivere, richiede una continua crescita. Quando la crescita si arresta, il sistema entra in crisi. E le soluzioni tradizionali – innovazione tecnologica, sfruttamento della forza lavoro, espansione dei mercati – non bastano più. In questa prospettiva, sostiene Zhok, la guerra diventa l’extrema ratio, offrendo al sistema economico un meccanismo di distruzione, ricostruzione e controllo sociale.

* * * *

1. L’essenza del capitalismo

Il nesso tra capitalismo e guerra è non accidentale, ma strutturale, stringente. Nonostante la letteratura autopromozionale del liberalismo abbia sempre cercato di spiegare che il capitalismo, tradotto come «dolce commercio», era una via preferenziale verso la pacificazione internazionale, in realtà questo è sempre stata una conclamata falsità. E questo non perché il commercio non possa essere viatico di pace – può esserlo – ma perché l’essenza del capitalismo NON è il commercio, che ne è solo uno dei possibili aspetti.

L’essenza del capitalismo consiste in uno e un solo punto. Si tratta di un sistema sociale idealmente acefalo, cioè idealmente privo di guida politica, ma guidato da un unico imperativo categorico: l’incremento del capitale a ogni ciclo produttivo.

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Published: 07 April 2025
Created: 31 March 2025
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machina

La filosofia terapeutica e politica di Ludwig Wittgenstein

di Andrea Di Gesu

0e99dc 2320090285f445fa831ee24ee195f5admv2Una lettura originale della figura di Ludwid Wittgenstein, uno dei filosofi più originali ed enigmatici del Novecento. Andrea Di Gesu sottolinea gli aspetti «terapeutici» del suo pensiero, volti a liberarci dalla necessità metafisica di un fondamento trascendente per i nostri significati, e le riletture politiche che hanno accolto il fattore linguistico nei fondamenti dei loro quadri teorici. Per approfondire rimandiamo al testo dello stesso Andrea Di Gesu, Wittgenstein e il pensiero politico (DeriveApprodi, 2025).

* * * *

Ludwig Wittgenstein (1889-1951), unanimemente considerato tra i pensatori più importanti della filosofia del Novecento, ne è anche una delle figure più enigmatiche. Se la traiettoria accidentata della sua vita, nonché la sua personalità estremamente singolare, hanno senz’altro contribuito all’enigma, sarebbe un errore – o quantomeno, una semplificazione – ridurre quest’ultimo allo stereotipo del genio tormentato e sofferente. L’enigma Wittgenstein risiede piuttosto nella struttura stessa della sua filosofia: nella difficoltà persistente di coglierne il disegno complessivo, nell’apparente disorganicità dei suoi movimenti concettuali, nella peculiarità del suo stile letterario. Così come nella mole gigantesca di studi, interpretazioni e riletture che ha generato, e che, motivata da tale enigmaticità, ha contribuito a ispessirla almeno nella stessa misura in cui l’ha, talvolta, diradata.

Wittgenstein nasce a Vienna nel 1889 da una famiglia dell’altissima borghesia asburgica, di origine ebraica ma convertita al protestantesimo: il padre, Karl, è uno dei più importanti capitani d’industria dell’Impero. Ultimo di otto fratelli, cresce in un ambiente d’eccezione: il palazzo di famiglia è uno dei fulcri della vita culturale viennese dell’epoca, frequentato da intellettuali e artisti del calibro di Klimt, Mahler, Brahms, Freud.

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Published: 07 April 2025
Created: 28 March 2025
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intelligence for the people

Olocausto di Gaza, deriva autoritaria di Israele e crisi della civiltà occidentale

di Roberto Iannuzzi

USA ed Europa si trovano a proprio agio con un uso sproporzionato della forza in grado di provocare un numero incalcolabile di vittime civili. Anche laddove le finalità strategiche appaiono nebulose

7d6a7b7e 2d42 487f b32f 02ac4380c113 2560x1707Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale. Proviamo a spiegare.

La rottura del cessate il fuoco nella Striscia, da parte di Israele, coincide con un tentativo di accentramento del potere senza precedenti all’interno dello Stato ebraico, a opera del governo Netanyahu.

Che nessuna di queste notizie occupi le prime pagine dei giornali in Europa e negli USA è un dato rilevante, a sua volta indizio di una crisi non solo democratica, ma di civiltà, nella quale sta sprofondando (a prima vista senza accorgersene) l’intero Occidente.

Questo torpore è motivato dal fatto che tali eventi si inseriscono in un quadro globale nel quale è l’Occidente stesso a registrare una deriva illiberale e ad aver progressivamente scardinato ogni aspetto di quel diritto internazionale del quale fino a ieri si ergeva a difensore.

Così, oggi sono gli Stati Uniti a parlare apertamente della possibilità di annettersi territori o Stati sovrani come la Groenlandia e il Canada.

E, paradossalmente, gli alleati europei accusano Washington di tradimento e slealtà, non tanto per simili grottesche rivendicazioni, ma per il fatto di voler negoziare la fine di un conflitto come quello ucraino, che ha arrecato enormi danni all’Europa e ancor più gravi potrà provocarne qualora dovesse proseguire.

La notte del 18 marzo, Israele ha rotto il cessate il fuoco con un violentissimo bombardamento che ha ucciso in poche ore oltre 400 palestinesi. Il bilancio delle vittime è salito a oltre 700 il giorno successivo.

Queste cifre, tralasciate da gran parte della stampa occidentale, hanno lanciato un messaggio inequivocabile alla popolazione di Gaza.

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Published: 06 April 2025
Created: 02 April 2025
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marxdialectical

Scuola amore mio. Crepuscoli programmati

di Roberto Fineschi

ndfonvnmlvcp1) “Classi” e scuole nel capitalismo crepuscolare

A che cosa serve la scuola in una società di massa? La premessa di questa domanda è che la massa è una soggettualità, qualcosa con cui le classi dirigenti devono fare i conti. L’altra premessa è che le società sono divise in classi e che in fasi determinate della riproduzione umana nella natura alcune di esse hanno una funzione di guida che esercitano con gli strumenti del dominio e della direzione, forza e consenso differentemente modulate a seconda delle fasi. Ciò non è necessariamente sempre negativo: classi progressiste nella storia hanno prodotto avanzamenti significativi egemonizzandone altre. Una volta la si chiamava col suo nome: lotta di classe ed egemonia di classe. Parlare della scuola al di fuori della fase attuale di sviluppo del modo di produzione capitalistico e senza tenere ben presente qual è la posta in gioco del conflitto di classe significa semplicemente non parlare del problema1.

Semplificando all’estremo, nella fase progressiva del modo di produzione capitalistico e della classe che ne esercita la soggettualità – la borghesia – l’emancipazione delle masse aveva una funzione, sia come alleato contro la feudalità, che come forza-lavoro necessaria e qualificata. L’ideologia democratica e radicale che accompagnava questo fenomeno sbandierava i diritti universali dell’uomo e del cittadino e quindi rivendicava la sua partecipazione alla vita politica, per la quale era necessaria non solo una formazione tecnica, ma anche umana in senso lato: cittadino e lavoratore. La scuola di massa doveva produrre questa figura. La domanda è: nella fase che chiamo crepuscolare del modo di produzione capitalistico c’è bisogno del cittadino-lavoratore di massa? La risposta è no. Le esigenze di produzione, a causa dell’automazione, e di controllo, per la complessità dei processi gestibili solo a livello apicale, richiedono un numero limitato di individui mentre il sistema ne produce una pletora infinitamente crescente che dunque resta strutturalmente esclusa e che non sarà mai integrata.

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Published: 06 April 2025
Created: 31 March 2025
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iltascabile

Totalitarismo democratico

Il testamento politico di Mario Tronti

di Ida Dominijanni*

Totalitarismo democraticodue.pngSi vive in tanti modi, si muore in tanti modi. Dare forma alla propria fine è un modo per ricomporre la forma della propria vita, e per consentire a chi resta di ereditarla senza sfigurarla. Non è da tutti: ci vuole del talento, e il dono del tempo necessario per poterlo fare. Mario Tronti, uno degli intellettuali comunisti più originali e influenti del Novecento italiano ed europeo, è morto il 7 agosto 2023 a novantadue anni, dopo una malattia abbastanza veloce da sottrarcelo senza che noi – le sue “amicizie politiche”, come gli piaceva chiamarci – ce ne rendessimo conto, ma abbastanza lunga da fargli licenziare il libro a cui stava lavorando. “Questo è pronto”, aveva detto consegnandolo a sua figlia Antonia pochi giorni prima di andarsene. Il testo è ora in libreria per il Saggiatore, a cura di Giulia Dettori, titolo (hegeliano) Il proprio tempo appreso col pensiero, sottotitolo (scarno) “libro politico postumo”. La copertina bianca con sopra il tronco di un albero rosso riproduce la ginestra essiccata che Tronti aveva fatto verniciare nel giardino della sua casa di Ferentillo dove si rifugiava a scrivere, ma funziona anche come citazione cromatica del quadro di El Lissitzky del 1920 sulla rivoluzione bolscevica, Spezza i Bianchi col cuneo rosso, di cui Tronti teneva sempre una copia bene in vista sulla scrivania e che ricorre anche in quest’ultimo scritto.

 

1.

Si tratta di un testo intenzionalmente, non accidentalmente, postumo, come prova un appunto dell’agosto 2021, risalente a ben prima della malattia, ritrovato per caso in uno dei tanti quaderni su cui Tronti annotava di tutto e posto ora in esergo al testo: “Un libro volutamente postumo, lasciato forse non finito. Scrivo non alcune pagine, ma alcune righe al giorno, e non tutti i giorni… un distillato di pensiero”. Un lascito ereditario dunque, affidato performativamente a un testo che (anche) sul tema dell’eredità ruota.

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Published: 05 April 2025
Created: 05 April 2025
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 sinistra

Un’opera classica di straordinaria attualità: i Grundzüge di Johann Gottlieb Fichte

di Eros Barone

Arthur Hacker.jpgCome i pretendenti di Penelope, già avvolti dalla fine che era stata loro preparata, imperversavano nei palazzi oscuri e ridevano d’un riso inconsulto,1 così anche costoro [gli esponenti prototipici della “terza epoca”] ridono avventatamente, perché nel loro riso è l’arguzia eterna dello spirito universale che ride di loro stessi. Noi tutti vogliamo concedere loro questo piacere, e ci guardiamo dal togliere la benda dai loro occhi.

J. G. Fichte, I tratti fondamentali dell’epoca presente, Quinta lezione.

 

1. Il periodo storico

Quando pubblicò nel 1798 un suo saggio dove Dio veniva fatto coincidere con l’ordinamento morale del mondo, la reazione degli ambienti conservatori e reazionari tedeschi nei confronti di Fichte, considerato allora, insieme con Schelling, il massimo rappresentante dell’idealismo trascendentale, fu immediata e si tradusse in una serie di accuse di ateismo e in un’accesa polemica che, alla fine, costrinse il filosofo a dimettersi dall’università di Jena e a trasferirsi in quella di Berlino. Si chiuse così in modo burrascoso e sfortunato un periodo molto importante della vita di Fichte, caratterizzato tra l’altro dall’incontro, estremamente fecondo per il romanticismo allora in via di formazione, con alcuni dei suoi primi protagonisti, come Novalis e i fratelli Schlegel.

Recatosi quindi a Berlino nel 1799, Fichte entrò in contatto per breve tempo con l’ambiente massonico, mentre duraturo e intenso fu il suo rapporto con i circoli romantici. A questo periodo appartengono tre opere che costituiscono le trattazioni più limpide e accessibili della sua concezione della filosofia e dei suoi rapporti con la vita: La missione del dotto, Lo Stato commerciale chiuso e un’ampia esposizione divulgativa della sua “dottrina della scienza”, il cui titolo prometteva, per l’appunto, un Rapporto chiaro come il sole al gran pubblico sulla vera natura della filosofia più recente. Frutto di conferenze tenute a Berlino nei primi anni dell’Ottocento è l’opera di cui si cercherà di riassumere e commentare le linee portanti in questo articolo: Die Grundzüge des gegenwärtigen Zeitalters, vale a dire I tratti fondamentali dell’epoca presente (1806). 2

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Published: 05 April 2025
Created: 01 April 2025
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lafionda

Difesa europea ed euro-demenza

di Alberto Bradanini

Europa armata.jpg1. Pur nella cupezza dei tempi, non dovremmo sorprenderci della sorpresa con cui prendiamo atto dell’instabilità mentale delle nostre classi dirigenti. Del resto, queste, ahimè, non sgorgano dal vuoto cosmico (riflessione questa lecita e sconfortante!), essendo esse il riflesso di popolazioni frantumate da deficit etico, propaganda, intorpidimento televisivo e decadimento mentale da smartphones, che sta per telefoni intelligenti! Di tutta evidenza, quando non si ha la cosa, si ha il nome!

Il congelamento delle masse nella passività, obiettivo primario del ceto dominante, è oggi uno stato di fatto, la sua granitica immodificabilità un valore strategico.

Quanto sopra premesso, facendo leva sull’indulgenza del lettore per la sintesi eccessiva a ossimorico dispetto della lunghezza del testo, si tenterà di gettare uno sguardo sulla Risoluzione Rearm Europe, un testo[1]  di profonda cultura strategica con cui il Parlamento europeo il 12 marzo scorso punta a dirottare verso il settore delle armi e la difesa europea quelle risorse pubbliche, di cui, come noto, i paesi europei abbondano, consentendoci di respingere (nel 2030!) quei milioni di cosacchi ammassati alle frontiere d’Europa, intenzionati a sottometterci.

Va detto che gli scenari enigmatici con cui siamo confrontati sono destinati a restare tali, se non si condivide almeno un aspetto preliminare: la specie umana dalla quale provengono le classi dominanti (di cui gli onorevoli che siedono sugli scranni di Strasburgo sono espressione diretta) si occupa forse di alta politica, ma non degli interessi e dei bisogni dei popoli.

Orbene, il Parlamento europeo – assai costoso (se nemmeno per quei parlamentari il denaro fa la felicità, figuriamoci la miseria!), ma in compenso pressoché inutile – dove la futilità riflessiva si coniuga con corruzione etica e materiale– approva solitamente risoluzioni che contano come il famigerato due di coppe.

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Published: 05 April 2025
Created: 02 April 2025
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transform

Il nichilismo di Trump

di Alfonso Gianni

Riprendiamo da Alternative per il socialismo n. 75 l’editoriale di Alfonso Gianni, ringraziando per la condivisione

soldatini 5.jpgNel cercare di analizzare cosa significhi la netta vittoria elettorale di Trump sia per il suo paese che per il resto del mondo, come è necessario fare, bisognerebbe in primo luogo sbarazzarsi, o almeno mettere da parte, alcune caratterizzazioni che sono state appiccicate al personaggio e che non ci sono d’aiuto per comprendere a fondo la natura del fenomeno. Quale quella di essere un avventurista incline alla violenza in ogni campo; di interpretare il suo ruolo come messianico; di adottare atteggiamenti e dichiarazioni a dir poco sopra le righe; di ostentare il suo corpo ferito in un’immagine ricercata e diventata iconica; di brutalizzare il suo stesso agire politico; o addirittura di essere poco più di un “comico naturale”. In particolare dovremmo essere noi, nativi e abitanti dell’italico stivale, a essere sufficientemente vaccinati da simili devianti interpretazioni, avendo assistito increduli – senza necessariamente rammentare le posture mussoliniane, riportate all’attenzione da ricostruzioni romanzate e filmiche – al nascere e allo svilupparsi del fenomeno, pur ben diverso, del berlusconismo e sapendo quanto ci sia costata l’altera sottovalutazione della sua fondata pericolosità, almeno al suo primo manifestarsi. Ma scorrendo anche autorevoli commenti offerti dal mainstream nostrano sembra riconfermarsi l’acuto detto secondo cui la storia è una ottima maestra, ma non ha scolari.

Intendiamoci non si può negare che The Donald, rispetto alla sua prima apparizione come presidente sulla scena della storia statunitense e quindi mondiale, abbia accentuato aggressività e decisionismo nelle sue parole e nei suoi atti. Anzi si possono persino iscrivere questi suoi comportamenti in una nuova categoria, che forse aiuta a comprendere meglio con chi abbiamo a che fare. Si è fin qui e tuttora usato nei confronti dei protagonisti della destra sparsi per più continenti, compreso il nostro, il termine “populismo” per delineare un distorto, ma non meno reale, rapporto con il popolo, basato su promesse demagogiche e sulla esaltazione di un decisionismo governativo rafforzato da un presidenzialismo nelle sue varie forme e accezioni, che lo trasformavano in un populismo autoritario.

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Published: 04 April 2025
Created: 04 April 2025
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sinistra

La storia, gli storici ed Ernesto Galli della Loggia

di Algamica*

jsbvk.jpgNon conosciamo gli storici o scrittori contro cui il famoso professore e storico Ernesto Galli della Loggia scaglia i suoi dardi a proposito di una definizione – sua e di suoi colleghi – sul modo di concepire la storia e, ovviamente, di raccontarla, in modo particolare quando si scrive per libri di insegnamento nelle scuole superiori.

La querelle riguarderebbe la definizione «Solo l’Occidente conosce la storia», usata dal Galli della Loggia e altri professori e storici, messi sotto accusa da altrettanti – a noi sconosciuti – critici che avrebbero criticato il gruppo di esperti, capeggiato dal noto editorialista del Corriere della Sera scrivendo «Ma come si può mai pensare, oibò, che esistano popoli o civiltà senza storia»?! « E allora la Cina ad esempio, anche la Cina non avrebbe avuto una storia »? dicono i critici mandando su tutte le furie il professore e il gruppo col quale starebbero stilando nuovi libri di testo di storia.

Ora l’arguto professor Ernesto Galli della Loggia, parte lancia in resta, definendo in malo modo quelli che criticano senza conoscere la differenza tra – attenzione bene! – l’espressione « Solo l’Occidente conosce la storia » e quella dei suoi critici che darebbero per supposta una frase diversa, ovvero « Solo l’Occidente ha » o « avrebbe avuto una storia ». Povero professore, con chi è costretto a confrontarsi. Ma, si sa che fra le umane genti albergano anche molti “ignorantelli” che non hanno lo stesso livello di conoscenza dello storico ed editorialista in questione. Passi se in buona fede, se poi in malafede, beh, peggio che andar di notte. E sia.

Noi non prendiamo – nel caso specifico – le difese dei suoi critici, lo faranno se ritengono di doverlo fare loro, mentre ci interessa molto più da vicino non trasfigurare il pensiero del Galli della Loggia, no, ma cercare di interpretarlo letteralmente, come lui cerca di chiarire nello scritto pubblicato martedì 25 marzo dove, riportiamo l’intero periodo, senza sintetizzarlo, e dunque letteralmente ci è dato leggere: « Il fatto è che, almeno per chi ha una qualche confidenza con la lingua italiana, l’espressione “solo l’Occidente conosce la storia” , “conosce” » arguisce il professore « non “ha” » tiene a precisare l’importanza del verbo « lungi dal significare “solo l’Occidente ha avuto una storia e tutti gli altri no”, significa » udite! udite! poveri ignorantelli da quattro soldi! « ciò che nelle frasi immediatamente successive del documento viene a lungo spiegato ».

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Published: 04 April 2025
Created: 31 March 2025
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volerelaluna

L’economia di guerra non salverà il capitalismo europeo

di Riccardo Barbero

timothy dykes dEXFa9qJeRM unsplash 290x220.jpgPoco tempo fa Mario Draghi, rivolgendosi ai commissari dell’UE, ha lanciato un grido d’allarme – fate qualcosa! (https://volerelaluna.it/commenti/2025/02/28/draghi-noi-e-langoscia-quotidiana-che-ci-pervade/) – di fronte alle prospettive inquietanti dell’economia europea.

Il rapporto sulla competitività, che era stato redatto sotto il suo coordinamento, indicava tre prospettive di rilancio: provare a colmare il divario nella ricerca tecnologica nei confronti di USA e Cina, in particolare rispetto all’intelligenza artificiale; costruire un piano congiunto per la decarbonizzazione, da un lato, e la crescita della competitività, dall’altro, in modo che uno sviluppo troppo rapido e rigido della prima non andasse a impattare negativamente sulla seconda; e, infine, finanziare un imponente riarmo, definito diplomaticamente difesa, per attivare una forte domanda pubblica. La debolezza delle proposte era tutta nel fatto che i capitali privati europei da molti anni non vengono investiti nell’industria del continente, ma migrano, nella misura di 500 miliardi di euro nel solo 2024, oltre Atlantico nel paradiso valutario, finanziario e fiscale del dollaro.

La Commissione europea, stimolata a fare qualcosa purchessia, ha agito sull’unica leva che può in qualche misura controllare: togliere i vincoli sul debito pubblico – quelli fissati dal trattato di Maastricht – per permettere una forte spesa in campo militare ai diversi stati che formano l’Unione (150 miliardi di euro che possono essere attinti dai fondi comuni e altri 650 miliardi di possibile debito pubblico nazionale). Ora sorprendentemente tutti scoprono che le nazioni europee si muovono in ordine sparso per potenziare i loro eserciti senza costruire una improbabile difesa comune: in primo luogo la Germania ha ottenuto con un artificio istituzionale di far approvare dal Parlamento della scorsa legislatura, ormai sostanzialmente decaduto, una modifica costituzionale che ha rimosso il vincolo del debito pubblico e permetterà un gigantesco piano di riarmo (circa 400 miliardi di euro) e un forte investimento nelle infrastrutture (altri 500 miliardi di euro).

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Published: 04 April 2025
Created: 29 March 2025
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lantidiplomatico

"Una pace ingiusta e predatoria": il senso di Paolo Mieli per la guerra

“Carestia peste e carbonchio”: come a Bruxelles preparano la guerra contro la Russia

di Fabrizio Poggi*

ekrMFNL JUKSVBÒNGVIl raggiungimento di una prospettiva di pace che fermi il massacro in corso da almeno 11 anni in Donbass e da oltre tre nelle regioni sudorientali ucraine, dove va avanti il conflitto voluto dalla passata amministrazione yankee, insieme a UE e NATO, costituirebbe, per definizione, una «pace ingiusta... una pace predatoria, ostentatamente punitiva». Parola di qualcuno che, pur in età ormai matura, “continua” quella “lotta” iniziata in anni giovanili contro ogni percorso che partisse, a quei tempi, a est dell'Elba; una “lotta continua” rinnovata oggi, come sembra essere il caso del signor Paolo Mieli, contro ogni tragitto che inizi a est del Dnepr. Perché è un assioma: oltre quelle longitudini, socialismo o capitalismo che sia, non possono vivere che “aggressori”, i quali, nel caso odierno, non mirano ad altro che a imporre «un trattamento punitivo per l’Ucraina».

Anche se, a quanto è dato sapere, nel “complotto” russo-americano, non sembra si faccia cenno ad alcuna, doverosa, eliminazione della junta neonazista di Kiev, ma si tratti invece di portarla a un cessate il fuoco effettivo, ammesso che le elezioni chieste da Mosca, con la formazione di un governo temporaneo sotto egida ONU, possano determinare un vero mutamento del regime majdanista, con un qualsiasi “anti”-Zelenskij di facciata. Sono ancora nitide nella memoria le promesse elettorali del nazigolpista-capo, di metter fine alla guerra in Donbass, che gli avevano guadagnato la vittoria su Petro Porošenko.

E l'assioma di cui sopra, si estende oggi ai «prossimi colpi dei russi» che verranno, si dà per scontato, «contro l’insieme degli Stati europei»: cinquant'anni fa, si rideva al cinema con “Mamma li turchi”; oggi c'è ben poco da ridere, non foss'altro che per il tono “serioso” con cui si cerca di convincerci che, mutata la latitudine degli “aggressori”, il pericolo è altrettanto mortale, tanto da dover dotarsi del carosellistico “kit di sopravvivenza”, un bignami del Preparadeness Union Strategy per quei tre giorni che, ci si racconta, sarebbero sufficienti per difendersi dalle atomiche de “li nuovi turchi” iperborei.

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Published: 03 April 2025
Created: 30 March 2025
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acropolis

Karl Marx, critico della “crescita”

di Michele Cangiani

b8 83.jpgLa mercificazione ai fini della valorizzazione del capitale invade nuovi campi della vita sociale: le public utilities, i beni comuni, le scienze, la formazione dell’opinione pubblica, il “tempo libero”. La politica tende a sparire – nel suo significato proprio di organizzazione democratica della società ai fini del benessere dei suoi membri. È la decadenza della democrazia, cioè della libertà “positiva”: della capacità politica degli individui, cioè della loro consapevolezza e della loro possibilità di contare. La devastazione dell’ambiente umano comporta ovviamente una diminuita capacità di percepire, spiegare e contrastare la devastazione dell’ambiente naturale.

Tramontata la politica dell’economia del benessere, è in auge quella del benessere dell’economia: una politica asservita al fine della valorizzazione capitalistica, la quale, tuttavia, non cessa di essere compromessa dalle sue stesse contraddizioni e da un ambiente – umano e naturale – gravemente danneggiato e potenzialmente ostile. La guerra è parte integrante di questo quadro. Le guerre sono tanto confacenti alla “crescita” quanto disastrose per l’ambiente.

Sommario: L’ecologia nel materialismo di Marx, Adattamento o collasso, La società del denaro, Marx nell’epoca neoliberale

* * * * *

L’ecologia nel materialismo di Marx

La questione ecologica – cioè il problema del rapporto fra l’esistenza umana socialmente organizzata e l’ambiente naturale – s’impone ai nostri giorni in modo sempre più evidente.

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Published: 03 April 2025
Created: 29 March 2025
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ilpungolorosso

Il clown e il circo

di A. Bihr, J.M. Heinrich, R. Pfefferkorn, Y. Thanassekos

OIP 4A dispetto del titolo, ironico e scanzonato, l’articolo di Alain Bihr, J.M. Heinrich, R. Pfefferkorn e Y. Thanassekos tratta di una questione molto importante: la guerra NATO/Russia in Ucraina e la sua possibile sospensione. Diciamo “sospensione”, non “pace”, perché quest’ultima, intesa come un’organica conclusione del conflitto, ci sembra largamente irrealistica, se non impossibile. Quello che si va prospettando è dunque un congelamento delle attività belliche, che asseconda gli interessi immediati sia della Russia che, sul versante opposto, degli USA, capofila dello schieramento occidentale.

Il testo collettivo che pubblichiamo ha il pregio di sottolineare alcuni punti importanti, tanto “ragionevoli” quanto mistificati e sommersi dalla martellante propaganda di guerra USA/NATO/UE e dalla russofobia isterica di cui è intrisa: primo fra questi, quello che qualifica la guerra tuttora in corso come un conflitto fra Russia e Nato, e non fra Russia e Ucraina. A seguire, gli autori richiamano alcune delle principali contraddizioni della propaganda occidentale: tale è, ad esempio, la tesi circa la pretesa intenzione di Mosca di invadere i paesi confinanti e addirittura l’Europa occidentale, nonostante, dopo tre anni di guerra, essa sia riuscita a conquistare, con notevoli sforzi, appena un quinto del territorio ucraino. E che dire dello stridente contrasto fra gli strepiti odierni sulla mancanza di sufficienti mezzi militari per contrastare la Russia e la ribadita volontà di sostenere lo sforzo bellico di Kiev affinché riconquisti i territori perduti?

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Published: 03 April 2025
Created: 28 March 2025
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crs 

Prontezza e panico. L’Europa senza ombrello

di Stefano Lotti

Il ReArm Europe/Readiness 2030 nei fatti supporta un nazionalismo militare estremo ed evidenzia il ri-emergere delle forze centrifughe europee finora sopite dall'ombrello statunitense e dalla guerra fredda. Ora l’Europa si risveglia come un insieme di singole potenze, che potenze non sono più e la cui reputazione non è certo adamantina fuori dai propri confini

ombrello 2.jpgQual è la realtà della reazione “europea” al veloce cambiamento impresso dalla Casa Bianca alle relazioni internazionali?

Ciò che emerge principalmente è un’incoerenza generale tra le intenzioni dichiarate e la realtà delle posizioni e dei programmi. Questa sorta di dissonanza cognitiva riguarda tutte le opzioni politiche presenti in Europa. Un europeismo che supporta politiche nazionaliste contrasta un nazionalismo operativamente nemico della propria sovranità nazionale, mentre i pochi pacifisti espongono argomenti sparsi e poco pertinenti.

Gli Stati europei sembrano risvegliarsi, dopo ottant’anni di pace, in un mondo in cui sono poco rilevanti, senza rendersi conto di quanto effettivamente lo siano.

Consideriamo per ora soltanto l’aspetto economico. La quota del prodotto lordo europeo nel 2024 è scesa a un modesto 14% rispetto a quella mondiale. Il fatto che gli Stati Uniti discutano apertamente di limitare le proprie basi militari all’emisfero occidentale, ritirandosi quindi da Europa e Asia, non è una boutade dell’amministrazione Trump. Rappresenta un cambiamento degli equilibri di potenza. La stessa quota USA di prodotto lordo è oramai solo del 17% (Stephen Peter Rose, “A Better Way to Defend America”, Foreign Affairs, 14 marzo 2025).

Anche se la potenza economica è soltanto un aspetto della potenza degli Stati, queste derive strutturali cambiano i loro interessi, il loro peso relativo e la sostenibilità delle loro politiche di potenza. L’amministrazione Trump è oggi un riflesso di una deriva strutturale preesistente a cui aderisce in modo pericoloso e imprevedibile.

Stiamo vedendo gli effetti della fine del breve e disastroso “momento unipolare” seguito all’epoca della guerra fredda (John J. Mearsheimer, “Bound to Fail: The Rise and Fall of the Liberal International Order”, International Security, Spring 2019).

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Published: 02 April 2025
Created: 28 March 2025
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machina

La politica dopo il tramonto

Riflessione sul saggio di Anton Jäger

di Andrea Rinaldi

Se la politica moderna si è esaurita, cosa ci ha consegnato la postmodernità? È su questa domanda che s'interroga Andrea Rinaldi nella recensione a Iperpolitica (Not Nero Editions) di Anton Jäger. Invece di crogiolarci nei rimpianti, ci dice l'autore, è fondamentale indagare la nostra società e pensare a un esperimento di politica alternativa

0e99dc 29cf3ee4727341b8b0b818b9e129988fmv2Il sonno della ragione, è risaputo, genera mostri. Il sonno della ragione politica ci ha recentemente consegnato l’uomo più ricco del mondo che saluta il suo pubblico con un braccio teso, in un'esplicita posa nazi-fascista.

A sonnecchiare non è una supposta razionalità assoluta dei buoni, ma la politica per come l’abbiamo intesa nel Novecento. È difatti auto-evidente che il miliardario sotto acidi non sia simile neanche un po’ ai noti dittatori europei a cui fa riferimento. L'avvento del potere di Hitler e Mussolini è avvenuto nel contesto della politica di massa e di una stratificazione sociale meno rigida, cosa che ha permesso a due «ignoti» di arrivare a governare due imperi. Oggi è invero impossibile pensare a uomini di simile influenza che nascono dal nulla della classe lavoratrice: la politica degli attuali anni Venti è legata indissolubilmente al potere economico, alla sua riproduzione e alla sua idolatria. Musk è difatti il figlio dello sfruttamento, della speculazione e del peggior colonialismo occidentale, da cui ha ereditato non solo un capitale senza limiti e un’istruzione d’élite, ma anche la posizione privilegiata da uomo bianco naturalizzato statunitense. E questa posizione la vediamo plasticamente nella sua idea di mondo: razzista, repressiva, liberista, anti-statale, imperialista. Un'idea funzionale ai suoi affari, che confeziona per il grande pubblico richiamando categorie della vecchia politica, come il fascismo.

Riprendendo il saluto romano, l’altro aspetto da sottolineare – di questa iconografia politica dei nostri tempi – è che se Mussolini e poi Hitler avevano costruito il loro saluto su una storia, una simbologia, un’organizzazione, un’ideologia politica, Musk costruisce il suo gesto sul nulla, sull’impeto lisergico di un momento, come un semplice meme, una battuta tra amici: la provocazione di un ragazzino edgy che vuole irritare il professore di sinistra.

È tutto qui, in questa orrenda immagine, il nostro problema. Il nazi-fascismo ci disgusta e ci fa orrore e in questa fase sottolinea ancora, una volta, la morte di una politica fatta di organizzazione, progetto, conflitto, classe, lotta.

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Published: 02 April 2025
Created: 28 February 2025
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volerelaluna

La guerra in Ucraina e le bugie dell’Europa

di Piero Bevilacqua

ANTONIU 1100x578.jpgÈ ormai chiaro come la luce del giorno. Gli attuali dirigenti europei sono sotto l’effetto di una duplice e devastante sconfitta. Hanno perso la guerra contro la Russia, sostenuta con il sangue ucraino e in appoggio subalterno agli USA. E ora si trovano umiliati da una nuova amministrazione americana, che ha cambiato strategia e li tiene lontani da ogni trattativa indirizzata alla pace.

Ma le élites del Vecchio Continente hanno preso atto di un’altra e certo più grave sconfitta: l’Unione Europea ha fallito nei sui compiti fondamentali. Il Rapporto Draghi del 2024 ne costituisce la piena certificazione: gli obiettivi di successo competitivo sul piano economico e tecnologico non sono stati raggiunti. USA e Cina ci distanziano di 10 anni. E il bilancio complessivo degli ultimi trent’anni è drammatico: le disuguaglianze sociali in Europa si sono ingigantite; è dilagato il lavoro precario; ampie fasce di ceto medio e popolari si sono impoverite; molte conquiste di welfare del dopoguerra sono state colpite; gli spazi di partecipazione democratica si sono ristretti; i partiti politici di massa sono degradati a cordate elettorali; le formazioni di destra ormai contrastano quasi alla pari (quando non sono già al governo) le forze politiche che avevano fondato l’Unione. La democrazia è minacciata in tutto il Continente.

Di fronte a tale scenario i ceti dirigenti UE cercano di sottrarsi alle loro responsabilità infilandosi in un altro e più devastante errore: il programma ReArm Europe. In verità il progetto persegue vari fini che per brevità qui non indico. Ma esso tenta di fondare la propria legittimità su due colossali menzogne: la Russia ha mosso guerra all’Ucraina per le sue mire imperiali; la Russia minaccia di invaderci. Dunque, documentare la falsità di questa narrazione illumina il progetto di riarmo in tutta la sua fallacia, quale tentativo di una élite colpevole, subalterna e inadeguata, di conservare il potere malgrado il proprio fallimento. Appare ormai evidente che l’Europa può avviarsi a un nuovo corso solo attraverso l’emarginazione del ceto politico che, dopo trent’anni perduti, vuole sfuggire alle proprie responsabilità trascinandoci in una strada di immiserimento sociale e d’imbarbarimento civile. Esponendoci al rischio di una guerra mondiale.

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Published: 02 April 2025
Created: 27 March 2025
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perunsocialismodelXXI

Memorie di Adriano

(l'irrisolvibile dilemma di Trump. Ovvero: come ridurre i confini dell'impero Usa senza dissolverlo)

di Piero Pagliani

Ricevo e pubblico volentieri questo articolo dell'amico Piero Pagliani che tenta di analizzare lo a dir poco fluido scenario geopolitico globale che si prospetta dopo la sconfitta dell'Ucraina e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Uno scenario che vede da un lato l'arduo tentativo degli Stati Uniti di porre fine a una guerra che loro stessi hanno provocato, dall'altro un'Europa sull'orlo di una crisi di nervi che vaneggia di riarmo. (ps. Il titolo è dell'autore il sottotitolo è mio) [Carlo Formenti]

imperatori adottivi adriano.jpgDopo un primo giro di dichiarazioni d'assaggio tra Usa e Russia (Usa: i negoziati sono iniziati. Russia: non ne abbiamo notizia. Usa: Putin accetterà la nostra proposta di tregua. Putin: non accetteremo nessuna tregua se non si eliminano alla radice i motivi della guerra, eccetera) si era arrivati all'accordo per un cessate il fuoco di 30 giorni che riguardava però solo le infrastrutture energetiche. Il Cremlino lo aveva evidentemente accettato pur di concedere uno spazio di manovra al nuovo inquilino della Casa Bianca (e al suo incoercibile narcisismo) per non indebolirlo all'interno e questa sospensione non cambiava nulla per la SMO (Operazione Militare Speciale) che andava avanti spedita.

Due giorni dopo ci avrebbe pensato Zelensky, imbeccato verosimilmente da Londra, il suo custode più stretto, a infrangere l'accordo bombardando un hub energetico in Russia ... ma di proprietà di compagnie statunitensi. Due giorni prima Steve Witkoff, il negoziatore americano, aveva annunciato che in Ucraina ci sarebbero state finalmente le elezioni presidenziali. Trump (il Trump collettivo, bisogna sempre pensare in questi termini) aveva capito che il cocainomane ucraino controllato su un lato dall'MI6 e sull'altro dai neonazisti locali doveva essere definitivamente estromesso dai giochi.

Io penso che in quel momento Zelensky sia diventato veramente un “dead man walking”, come lo definisce l'analista militare russo-statunitense Andrei Martyanov: «Persone come lui vengono eliminate». Ne sono convinto da tempo, per un semplice motivo: sa troppe cose, conosce troppe schifezze e non si lascia in giro chi sa troppo ed è diventato inutile.

Qui non esiste più nessun confine tra legalità e illegalità, tra proibito e ammesso. Nelle alte sfere dell'establishment statunitense e occidentale girano soldi e potere in misure colossali con un controllo democratico che da decenni è ridotto al lumicino.

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Published: 02 April 2025
Created: 01 April 2025
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mondocane

Yemen, una Little Big Horn araba

di Fulvio Grimaldi

fjopaiseytyhDiciamo subito una cosa. Qui non si parla di “ribelli Houthi”. Qui si parla di yemeniti e di governo dello Yemen. “Ribelli Houthi” lo lasciamo dire ai mistificatori, ignoranti o malevoli,

che provano a negare i suoi titoli a una nazione che ha conquistato la sua libertà e sovranità lottando e spendendo sangue. Una lotta impari, ma vinta, contro chi, quinte colonne, sauditi, aeronautica USA, cercava di tornare a imporgli una storica sudditanza coloniale: troppo strategicamente decisiva la sua posizione all’imbocco della più importante via marittima del mondo.

Ansarallah, Partigiani di Dio, è il nome del movimento di liberazione scita, capeggiato da Abdulmalik Badreddin al-Houthi  (da cui “ribelli Houthi”, per pretendere l’illegittimità della loro conquista del potere), che nel corso di tre lustri ha combattuto i tentativi di ricupero colonialista condotti dai sauditi sotto spinta USA e con la complicità di una quinta colonna interna.

So che gli yemeniti mi perdoneranno l’approccio molto gergale, molto confidenziale del titolo. Me lo posso permettere. Lo so, perché tra gli yemeniti e me c’è molta confidenza, appunto, molta amicizia. Sono, loro, intelligenti, ospitali, spiritosi, disposti all’amicizia. Ci ho vissuto per due anni, nello Yemen, ci conosciamo. Sono perlopiù piccoli, masticano per ore il Qat, una foglia che contiene in misura ridotta il principio dell’amfetamina. La masticano perché toglie l’appetito e loro, da secoli, l’appetito non se lo possono permettere. Così un po’ per volta si sono rimpiccioliti. Corpi piccoli, grande spirito.

Sono i più poveri degli arabi, anche se qualcuno ricorda che per i romani erano gli abitanti dell’Arabia Felix. Felix duemila anni fa, prima che gli passassero sopra invasori e spoliatori d’ogni genere, dagli ottomani, ai pirati, a tutti coloro che volevano togliergli la posizione di controllo sul Mar Rosso, come gli inglesi, i peggiori di tutti. A Sanaa, la capitale, ho visto le Mille e una notte, più che a Babilonia, o a Niniveh.

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Published: 31 March 2025
Created: 27 March 2025
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fuoricollana

L’Europa ieri, oggi, domani

di Antonio Cantaro

eu military.jpgÈ tempo di un sano e impietoso esame dei tanti lati oscuri della storia dell’Unione, preludio indispensabile per una azione politica autonoma. Ogni riferimento alla Cina e al nascente universo dei Brics è voluto. Tutto il resto è noia, peggio complicità.

Ci sono due modi con cui usualmente si parla dell’integrazione europea, delle sue finalità, del suo presente, del suo futuro. Un primo modo è quello di demonizzare eventi e vicende che ne sono all’origine. Un secondo è quello di monumentalizzare quegli eventi e quelle vicende. Approcci entrambi sbagliati, forieri di scelte improvvide. Dovrò per forza di cose confrontarmi con entrambi questi due approcci ideologici, ma mi sforzerò di farne venire alla luce un terzo: storicizzare sempre il discorso, parlare dell’Europa reale, dei suoi lati oscuri non meno che dei suoi lati luminosi.

 

Grande è la confusione sotto il cielo

Oggi questo approccio non è di moda. Grande è la confusione sotto il cielo. E, con buona pace del compagno Mao, la situazione non è affatto eccellente. A noi tocca fare opera di pulizia nell’oceano di propaganda, di bugie e veleni che vengono quotidianamente sparsi. Ci tocca, se desideriamo realmente costruire un’Unione che i popoli europei possano sentire come loro.

Mettetevi comodi, siate pazienti. Alcuni resteranno delusi. Parlerò male della destra, ma sarò critico e sferzante anche con la sinistra. Con la sinistra che flirta con l’Europa retorica, con l’Europa delle anime belle al centro delle fintamente letterarie rappresentazioni di queste settimane. L’Europa da talk show, da cabaret. L’Europa che si pone la domanda sbagliata – perché non siamo stati invitati da Trump al tavolo delle trattative tra Russi e Ucraini? – invece di chiedersi perché non siamo stati noi a convocare quel tavolo il giorno dopo l’inizio della sciagurata operazione militare speciale di Vladimir Putin.

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Published: 31 March 2025
Created: 24 March 2025
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tempofertile

Howard Zinn, Storia del popolo americano

di Alessandro Visalli

800px Howard Pyle The Burning of Jamestown.jpgPremessa

Howard Zinn, nato nel 1922 e morto nel 2010, è stato uno scrittore radicale americano newyorkese di inclinazioni socialiste libertarie e provenienza da una famiglia di immigrati ebrei europei (dall’Austria e dalla Siberia). Dagli anni Sessanta prese parte attivamente al movimento per i diritti civili, sia nel ruolo di docente di storia sia in quello successivo di docente di scienze politiche. Prese posizioni coraggiose e personalmente costose contro la discriminazione razziale e la guerra del Vietnam[1].

Il suo testo più famoso, Storia del popolo americano da 1492 a oggi[2], è uno straordinario affresco dell’intera storia degli Stati Uniti, fino ai primi anni di Bush junior, descritta sotto il profilo della storia popolare. Ovvero della storia delle lotte e mobilitazioni popolari e delle diverse forme di oppressione che sono state praticate nella storia del paese. È quindi, e soprattutto, una storia dei dispositivi di controllo sociale e di formazione e dominio delle élites e di formazione e sfruttamento di sempre nuove ineguaglianze e colonie interne. Anzi di controllo proprio rendendo funzionali le ineguaglianze interne tramite il sistematico spostamento su altro della natura economica di queste.

 

La “scoperta”

La storia prende ovviamente le mosse dai viaggi di Colombo, soprattutto del secondo viaggio la cui complessa organizzazione e l’alto costo (ben 17 navi) rendeva necessario garantire l’immediato profitto. Ovvero, chiaramente, aprire un canale di approvvigionamento di schiavi e oro. Colombo tenta di adempiere al mandato, in un paese ricchissimo di risorse naturali ma non sviluppato in senso occidentale, soprattutto garantendo i primi. E quindi occupando militarmente Haiti, che viene selvaggiamente sfruttata e nella quale si attua in poco meno di un secolo un vero e proprio assoluto sterminio. Una popolazione locale stimabile in 250.000 abitanti viene ridotta praticamente a zero, grazie a uno spietato ipersfruttamento in piantagioni intensive.

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Published: 31 March 2025
Created: 23 March 2025
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puntocritico

Ventotene, mito e realtà

di Marco Veruggio

Cosa dice veramente un testo che governo e opposizione tirano ciascuno dalla sua parte e in molti difendono perlopiù, almeno a giudicare da quel che dicono, senza averlo letto né contestualizzato

ventot.jpgIn un’esilarante scena di “Brian di Nazareth” il protagonista del film, fintosi predicatore per sfuggire ai soldati romani che lo considerano un pericoloso militante antimperialista, messosi in salvo, cerca di seminare anche la piccola folla assiepatasi per seguire il suo strampalato sermone. Rincorrendolo questi suoi “adepti” trovano un sandalo perso per strada dal fuggitivo, si convincono che sia un segnale del “maestro” e proseguono in corteo agitando aste e bastoni, in cima ai quali hanno legato i propri sandali, improvvisamente assurti a simbolo di una nuova fede.

La polemica politica del giorno ricorda la scena dei Monty Python: la Meloni inciampa su una citazione ad capocchiam del Manifesto di Ventotene, che l’opposizione raccoglie e trasforma in simbolo delle virtù repubblicane e occasione di imbastire una polemica surreale buona ad allontanare l’attenzione delle cose importanti. A migliaia insorgono a difesa di un libello che, a giudicare da quel che dicono, perlopiù non hanno letto; il dibattito politico riscopre Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e, dopo la manifestazione convocata da Serra con un post riservato agli abbonati di Repubblica, arriva pure il flash mob europeista su un’isoletta raggiungibile dalla terraferma con due corse di aliscafo al giorno o imbarcazione privata: dalla vocazione maggioritaria alla vocazione skipper.

Ciascun contendente, naturalmente, tira Spinelli e Rossi dalla sua parte sorvolando sui due punti fondamentali di quel testo che tutti citano: il modello sociale che vi è delineato e il contesto storico internazionale in cui nasce e si sviluppa il movimento federalista europeo. Perché, scriveva nel 1915 uno che la rivoluzione due anni dopo l’avrebbe fatta sul serio, “se la parola d’ordine degli Stati Uniti repubblicani d’Europa, collegata all’abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica, resta sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato economico” (Lenin, “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, 1915).

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Published: 30 March 2025
Created: 27 March 2025
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lafionda

“Tutti a casa”? Sì, ma prima un bel TSO (Test di Sana Opposizione)

di Alessio Mannino

Immagine WhatsApp 2025 03 26 ore 14.41.31 0a2b527c 2.jpgSolo una sana e consapevole autocritica salva il rivoluzionario dallo stress e dalla coazione catodica. Fra i lettori appassionati di storia del Pci, qualcuno si ricorderà che l’educazione nelle scuole del partito, Frattocchie su tutte, prevedeva il rito sadico dell’autocritica davanti ai “compagni”. In pratica, scontando il gusto cattolico per la confessione, l’allievo era tenuto a dichiarare quanto e perché non si era dimostrato all’altezza dei criteri, allora molto esigenti, in fatto di coerenza e serietà, anche sul piano privato. Non si valutava, infatti, solo il profitto nello studio, ma anche la diligenza, la disciplina, la reputazione. Era un’eredità staliniana che oggi considereremmo ai limiti della violenza psicologica, oltre che di un bacchettonismo un po’ ridicolo. Tuttavia, un indubbio valore formativo lo aveva: abituava il futuro funzionario votato a rappresentare la Causa ad anteporla a sé, ammettendo i propri limiti e difetti e dando agli altri spunti di riflessione a sua volta autocritica. Era un esercizio di autocoscienza di gruppo.

Ai nostri giorni, imparagonabili a quei tempi di partiti-chiese e impegno politico missionario, si è sbracato finendo nell’eccesso diametralmente opposto. Oggi vale tutto e il suo contrario. La sfera politica, intesa latu sensu come spazio pubblico in cui chiunque può intervenire con un semplice post sui social, è diventata una cosa grottesca e tribale, stilisticamente incrociabile tra i raccontini Harmony, l’aruspicina delle proprie viscere e il filmetto splatter dove il sangue scorre rigorosamente virtuale. In un’abissale distanza rispetto a quel remoto addestramento monacale, l’attuale politica, vista sul piano organizzato di leader, associazioni e propaganda, aderisce completamente alle modalità del Marketing, vero e unico Intellettuale Collettivo che di tale degrado rappresenta il motore d’alimentazione. Non si preoccupa minimamente di formare gli elementi attivi, attivisti, quadri, staff, e men che meno gli stessi capi. E per forza: che importanza può avere la preparazione al campo di lotta, se la lotta è filtrata da una cornice che impone i canoni semplicistici di un infantilismo indotto?

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Published: 30 March 2025
Created: 26 March 2025
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guerredirete.png

La Cina progredisce sui chip e sfida le restrizioni

di Cesare Alemanni

brian kostiuk S4jSvcHYcOs unsplash scaled.jpgTra gli anni ’90 e il 2016, all’epoca della iper-globalizzazione a egemonia americana, il mondo ha assistito a un processo di divisione del lavoro su scala planetaria. La specializzazione di distretti industriali e aree economiche nelle attività in cui ciascuna godeva dei maggiori “vantaggi comparati” (in termini di sviluppo, risorse, lavoro o logistica) è stata una dei motori dell’accelerazione tecnologica degli ultimi decenni.

La possibilità di ridurre l’investimento nelle infrastrutture produttive, spostando le lavorazioni in luoghi caratterizzati da costi inferiori (pensiamo alla supply chain asiatica di Apple), ha permesso all’industria dell’hardware di liberare immensi capitali da investire nell’innovazione. Tra i settori che hanno cavalcato più intensamente queste dinamiche c’è quello dei microchip (o semiconduttori): l’oggetto tecnologico alla base di tutte le tecnologie, dal banale termostato ai sistemi di guida delle testate nucleari, dalle batterie dei veicoli elettrici ai server per l’addestramento delle intelligenze artificiali.

 

Il modello delle foundry, le fabless e la divisione del lavoro

Negli ultimi trent’anni, le aziende di chip dal maggiore valore di mercato, quasi tutte americane, hanno iniziato ad appaltare gran parte della loro attività di manifattura all’estero, in paesi come Taiwan e la Corea del Sud, dove hanno trovato personale qualificato (i chip richiedono ingegneri molto formati in tutte le fasi della lavorazione) con un costo del lavoro decisamente inferiore. Ha così preso piede, soprattutto nella regione dell’Indo-Pacifico, il modello delle “foundry”: aziende di manifattura avanzatissima, che fabbricano chip per conto di aziende occidentali, le quali possono così concentrarsi sulla curva dell’innovazione, che nei chip si incarna nella celebre “legge di Moore” (ovvero l’osservazione che il numero di transistor contenuti in un chip raddoppia ogni due anni).

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  1. Roberto Fineschi: Ucraina, "pacifismo" e dintorni
  2. Carlo Formenti: Unicità dell'Olocausto e aberrazione nazista
  3. Thomas Fazi: «In Romania la democrazia è morta»
  4. Enrico Tomaselli: Dalla guerra intermittente alla guerra permanente
  5. Michele Cangiani: Appunti sul neoliberismo
  6. Michael Roberts: Dal Welfare al Warfare: keynesismo militare
  7. Nico Maccentelli: Duci a San Siro
  8. Domenico Moro: La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione
  9. Jennifer Bilek: Big Pharma, Big Tech e le identità sessuali sintetiche
  10. Mauro Casadio: Il crollo dell’illusione euroatlantica
  11. Antonio Martone: La controrivoluzione femminista  
  12. Alessandro Somma: Il Manifesto di Ventotene. Né socialista né sociale: un inno al federalismo neoliberale
  13. Giuseppe Raciti: Una nota su Marx e la rivoluzione
  14. Jacques Bonhomme: Città-merce e lotta di classe in Walter Benjamin
  15. Collettivo Le Gauche: Andrea Fumagalli e lo studio della bioeconomia e del capitalismo cognitivo
  16. Carla Filosa: Dazi e democrazia
  17. Giorgio Monestarlo: Il realismo appassionato di Piero Bevilacqua
  18. Francesco Cappello: Le conseguenze economiche del ReArm Europe
  19. Carlo Formenti: La storia umana è storia del lavoro
  20. Eros Barone: Il rapporto tra spontaneità e coscienza nell’epoca dello “sdoppiamento”
  21. OttolinaTV: Augias, Scurati, Vecchioni: il suprematismo eurocentrico diventa cabaret
  22. Vladimiro Merlin: Chi si rivede! Il buon vecchio Lenin
  23. Salvatore Bravo: “ Speranza forza sociale”
  24. Roberto Iannuzzi: Armare l’Europa per mantenere in sella le sue delegittimate élite politiche
  25. Giulio Chinappi: Sul compagno Stalin

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