Ci sono due modi con cui usualmente si parla dell’integrazione europea, delle sue finalità, del suo presente, del suo futuro. Un primo modo è quello di demonizzare eventi e vicende che ne sono all’origine. Un secondo è quello di monumentalizzare quegli eventi e quelle vicende. Approcci entrambi sbagliati, forieri di scelte improvvide. Dovrò per forza di cose confrontarmi con entrambi questi due approcci ideologici, ma mi sforzerò di farne venire alla luce un terzo: storicizzare sempre il discorso, parlare dell’Europa reale, dei suoi lati oscuri non meno che dei suoi lati luminosi.
Grande è la confusione sotto il cielo
Oggi questo approccio non è di moda. Grande è la confusione sotto il cielo. E, con buona pace del compagno Mao, la situazione non è affatto eccellente. A noi tocca fare opera di pulizia nell’oceano di propaganda, di bugie e veleni che vengono quotidianamente sparsi. Ci tocca, se desideriamo realmente costruire un’Unione che i popoli europei possano sentire come loro.
Mettetevi comodi, siate pazienti. Alcuni resteranno delusi. Parlerò male della destra, ma sarò critico e sferzante anche con la sinistra. Con la sinistra che flirta con l’Europa retorica, con l’Europa delle anime belle al centro delle fintamente letterarie rappresentazioni di queste settimane. L’Europa da talk show, da cabaret. L’Europa che si pone la domanda sbagliata – perché non siamo stati invitati da Trump al tavolo delle trattative tra Russi e Ucraini? – invece di chiedersi perché non siamo stati noi a convocare quel tavolo il giorno dopo l’inizio della sciagurata operazione militare speciale di Vladimir Putin.




Docente all’Università Bordeaux-Montaigne, specialista di Nietzsche e studiosa di Foucault, Barbara Stiegler è molto presente nel dibattito politico francese, in particolare per le sue riflessioni sul “macronisme”, il sistema di potere legato al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Ha scritto Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico e La democrazia in pandemia. È qui a Biennale Democrazia per parlare delle sue ricerche, che conduce da molti anni, sulla storia del neoliberalismo.



Ciò che sta avvenendo a Gaza non resterà confinato a Gaza, si potrebbe dire, perché è il sintomo di un malessere più generale che sta erodendo la civiltà occidentale. Proviamo a spiegare.
1) “Classi” e scuole nel capitalismo crepuscolare
Si vive in tanti modi, si muore in tanti modi. Dare forma alla propria fine è un modo per ricomporre la forma della propria vita, e per consentire a chi resta di ereditarla senza sfigurarla. Non è da tutti: ci vuole del talento, e il dono del tempo necessario per poterlo fare. 


1. Pur nella cupezza dei tempi, non dovremmo sorprenderci della sorpresa con cui prendiamo atto dell’instabilità mentale delle nostre classi dirigenti. Del resto, queste, ahimè, non sgorgano dal vuoto cosmico (riflessione questa lecita e sconfortante!), essendo esse il riflesso di popolazioni frantumate da deficit etico, propaganda, intorpidimento televisivo e decadimento mentale da smartphones, che sta per telefoni intelligenti! Di tutta evidenza, quando non si ha la cosa, si ha il nome!
Nel cercare di analizzare cosa significhi la netta vittoria elettorale di Trump sia per il suo paese che per il resto del mondo, come è necessario fare, bisognerebbe in primo luogo sbarazzarsi, o almeno mettere da parte, alcune caratterizzazioni che sono state appiccicate al personaggio e che non ci sono d’aiuto per comprendere a fondo la natura del fenomeno. Quale quella di essere un avventurista incline alla violenza in ogni campo; di interpretare il suo ruolo come messianico; di adottare atteggiamenti e dichiarazioni a dir poco sopra le righe; di ostentare il suo corpo ferito in un’immagine ricercata e diventata iconica; di brutalizzare il suo stesso agire politico; o addirittura di essere poco più di un “comico naturale”. In particolare dovremmo essere noi, nativi e abitanti dell’italico stivale, a essere sufficientemente vaccinati da simili devianti interpretazioni, avendo assistito increduli – senza necessariamente rammentare le posture mussoliniane, riportate all’attenzione da ricostruzioni romanzate e filmiche – al nascere e allo svilupparsi del fenomeno, pur ben diverso, del berlusconismo e sapendo quanto ci sia costata l’altera sottovalutazione della sua fondata pericolosità, almeno al suo primo manifestarsi. Ma scorrendo anche autorevoli commenti offerti dal mainstream nostrano sembra riconfermarsi l’acuto detto secondo cui la storia è una ottima maestra, ma non ha scolari.
Non conosciamo gli storici o scrittori contro cui il famoso professore e storico Ernesto Galli della Loggia scaglia i suoi dardi a proposito di una definizione – sua e di suoi colleghi – sul modo di concepire la storia e, ovviamente, di raccontarla, in modo particolare quando si scrive per libri di insegnamento nelle scuole superiori.
Poco tempo fa Mario Draghi, rivolgendosi ai commissari dell’UE, ha lanciato un grido d’allarme – fate qualcosa! (
Il raggiungimento di una prospettiva di pace che fermi il massacro in corso da almeno 11 anni in Donbass e da oltre tre nelle regioni sudorientali ucraine, dove va avanti il conflitto voluto dalla passata amministrazione yankee, insieme a UE e NATO, costituirebbe, per definizione, una «pace ingiusta... una pace predatoria, ostentatamente punitiva». Parola di qualcuno che, pur in età ormai matura, “continua” quella “lotta” iniziata in anni giovanili contro ogni percorso che partisse, a quei tempi, a est dell'Elba; una “lotta continua” rinnovata oggi, come sembra essere il caso del signor Paolo Mieli, contro ogni tragitto che inizi a est del Dnepr. Perché è un assioma: oltre quelle longitudini, socialismo o capitalismo che sia, non possono vivere che “aggressori”, i quali, nel caso odierno, non mirano ad altro che a imporre «un trattamento punitivo per l’Ucraina».




Qual è la realtà della reazione “europea” al veloce cambiamento impresso dalla Casa Bianca alle relazioni internazionali?
Il sonno della ragione, è risaputo, genera mostri. Il sonno della ragione politica ci ha recentemente consegnato l’uomo più ricco del mondo che saluta il suo pubblico con un braccio teso, in un'esplicita posa nazi-fascista.
È ormai chiaro come la luce del giorno. Gli attuali dirigenti europei sono sotto l’effetto di una duplice e devastante sconfitta. Hanno perso la guerra contro la Russia, sostenuta con il sangue ucraino e in appoggio subalterno agli USA. E ora si trovano umiliati da una nuova amministrazione americana, che ha cambiato strategia e li tiene lontani da ogni trattativa indirizzata alla pace.
Dopo un primo giro di dichiarazioni d'assaggio tra Usa e Russia (Usa: i negoziati sono iniziati. Russia: non ne abbiamo notizia. Usa: Putin accetterà la nostra proposta di tregua. Putin: non accetteremo nessuna tregua se non si eliminano alla radice i motivi della guerra, eccetera) si era arrivati all'accordo per un cessate il fuoco di 30 giorni che riguardava però solo le infrastrutture energetiche. Il Cremlino lo aveva evidentemente accettato pur di concedere uno spazio di manovra al nuovo inquilino della Casa Bianca (e al suo incoercibile narcisismo) per non indebolirlo all'interno e questa sospensione non cambiava nulla per la SMO (Operazione Militare Speciale) che andava avanti spedita.
Diciamo subito una cosa. Qui non si parla di “ribelli Houthi”. Qui si parla di yemeniti e di governo dello Yemen. “Ribelli Houthi” lo lasciamo dire ai mistificatori, ignoranti o malevoli,
È tempo di un sano e impietoso esame dei tanti lati oscuri della storia dell’Unione, preludio indispensabile per una azione politica autonoma. Ogni riferimento alla Cina e al nascente universo dei Brics è voluto. Tutto il resto è noia, peggio complicità.
Premessa
In un’esilarante scena di “Brian di Nazareth” il protagonista del film, fintosi predicatore per sfuggire ai soldati romani che lo considerano un pericoloso militante antimperialista, messosi in salvo, cerca di seminare anche la piccola folla assiepatasi per seguire il suo strampalato sermone. Rincorrendolo questi suoi “adepti” trovano un sandalo perso per strada dal fuggitivo, si convincono che sia un segnale del “maestro” e proseguono in corteo agitando aste e bastoni, in cima ai quali hanno legato i propri sandali, improvvisamente assurti a simbolo di una nuova fede.
Solo una sana e consapevole autocritica salva il rivoluzionario dallo stress e dalla coazione catodica. Fra i lettori appassionati di storia del Pci, qualcuno si ricorderà che l’educazione nelle scuole del partito, Frattocchie su tutte, prevedeva il rito sadico dell’autocritica davanti ai “compagni”. In pratica, scontando il gusto cattolico per la confessione, l’allievo era tenuto a dichiarare quanto e perché non si era dimostrato all’altezza dei criteri, allora molto esigenti, in fatto di coerenza e serietà, anche sul piano privato. Non si valutava, infatti, solo il profitto nello studio, ma anche la diligenza, la disciplina, la reputazione. Era un’eredità staliniana che oggi considereremmo ai limiti della violenza psicologica, oltre che di un bacchettonismo un po’ ridicolo. Tuttavia, un indubbio valore formativo lo aveva: abituava il futuro funzionario votato a rappresentare la Causa ad anteporla a sé, ammettendo i propri limiti e difetti e dando agli altri spunti di riflessione a sua volta autocritica. Era un esercizio di autocoscienza di gruppo.
Tra gli anni ’90 e il 2016, all’epoca della iper-globalizzazione a egemonia americana, il mondo ha assistito a un processo di divisione del lavoro su scala planetaria. La specializzazione di distretti industriali e aree economiche nelle attività in cui ciascuna godeva dei maggiori “vantaggi comparati” (in termini di sviluppo, risorse, lavoro o logistica) è stata una dei motori dell’accelerazione tecnologica degli ultimi decenni.