Avendo essi avuto una minima eco, raccolgo qui alcuni post recenti da facebook sulla guerra in Ucraina e manifestazioni "pacifiste" per salvarli dalla dispersione
14 febbraio.
Rilanciavo un post del 20 marzo 2022 dove anticipavo conclusioni poi verificatesi.
20 febbraio
Cortocircuiti (apparenti e reali)
La guerra in Ucraina l'hanno voluta vari governi degli Stati Uniti. L'idea parte da lontano, ma diventa più concreta con l'espansione NATO verso est, il colpo di stato di Maidan, le devastazione in Donbass e poi la guerra vera e propria (non per dire che altrimenti in Ucraina sarebbe stato il paradiso terrestre, beninteso, ma ciò non significa non guardare in faccia la realtà).
Sin da Maidan è un processo in cui gli USA scavalcano l'Europa (fuck the UE) e poi via Boris riscavalcano i tentativi di trattativa di Germania e Francia che evidentemente avevano capito l'andazzo.
L'obiettivo primo era rompere la connessione oriente/occidente con la via della seta che arrivava fino in Portogallo; correlatamente distruggere la Germania/Euro/farraginose-ambizioni-imperialiste-europee portandole alla condizione di vassalli stabilita con la fine della II guerra mondiale. Idealmente far crollare la Russia, ma pare irrealistico che si immaginassero di sconfiggerla sul campo (a meno di non fare ben altra guerra ovviamente). Che l'Ucraina e nemmeno l'UE partecipino alle trattative di pace la dice lunga su chi fossero i reali attori.
La definizione dell'orto di casa insomma, che il capitalismo al crepuscolo americano (vale a dire non valorizzante ma depredante) ha bisogno di tenersi ben saldo perché lo deve spolpare.
Allo stesso tempo far paura un po' a tutti: chi sgarra si becca una guerra (via terzi o diretta a seconda dei casi). Il governo US vince anche solo destabilizzando le varie aree, affinché non si organizzino per creare circuiti alternativi al Sacro Graal (il dollaro che trasforma i debiti fuori controllo in risorsa).
I.
Le violente reazioni polemiche con cui politici, intellettuali e giornalisti occidentali di ogni colore ideologico (ad eccezione di qualche minoranza) hanno replicato alle accuse di genocidio allo stato israeliano, sono la conferma che tali accuse – più che fondate – toccano un nervo scoperto, in quanto mettono in questione un mito alimentato e condiviso da tutti i regimi liberal-democratici euroatlantici. Per inciso, che le accuse siano più che fondate non è testimoniato solo dal numero spaventoso di vittime di ogni età e sesso provocate dal terrorismo aereo praticato dal governo di estrema destra di Netanyahu, ma da quei rari intellettuali israeliani che, come Ilan Pappé (1), denunciano da tempo le pratiche criminali del regime sionista.
Di più: lo conferma il significato originario – prima che venisse mistificato da decenni di propaganda ideologica – del termine genocidio, coniato, come ricorda lo storico Leonardo Pegoraro (2), dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin negli anni della Seconda Guerra mondiale. Costui definì genocidio la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico, non riferendosi solo all’annientamento fisico delle vittime, ma anche alla soppressione delle istituzioni di autogoverno, alla distruzione della struttura sociale e della classe dirigente, al divieto di usare la propria lingua, alla privazione dei mezzi di sussistenza, alla criminalizzazione di una determinata fede religiosa, all’umiliazione e la degradazione morale. Mi pare chiaro che molti, se non tutti, questi criteri si applicano ai crimini che vengono quotidianamente perpetrati contro la popolazione palestinese.
Partendo da tale definizione, Pegoraro contesta la testi “unicista” che attribuisce alla Shoah l’attributo di unico evento storico suscettibile di essere definito genocidio. La cultura e la prassi genocidaria, argomenta, esistono fin dalla più lontana antichità, come testimoniato dall’Iliade e (lupus in fabula) dall’agghiacciante invito divino del Deuteronomio che recita: “Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei” (20:16-17).

La riflessione dell'analista italo-inglese sulla rimozione del candidato Călin Georgescu dalle presidenziali rumene
L’alleanza di estrema destra rumena AUR è favorita nei sondaggi in vista delle presidenziali di maggio. Un exploit che si è verificato dopo le manovre dei palazzi di Bucarest, che hanno estromesso dalla corsa elettorale il candidato filo Trump Călin Georgescu. Il 9 marzo, la Commissione elettorale rumena ha escluso Georgescu, sovranista e critico dell’Unione Europea, dalle imminenti elezioni. Un fatto senza precedenti, che segue un evento altrettanto straordinario: l’annullamento, lo scorso novembre, a opera della Corte costituzionale rumena, del primo turno delle stesse elezioni presidenziali, in cui Georgescu era risultato il vincitore. Krisis ha chiesto all’analista Thomas Fazi, acuto osservatore delle dinamiche all’interno dell’Unione Europea, di commentare la débâcle rumena. Secondo Fazi, il caso rumeno segna un pericoloso precedente che potrebbe ripetersi in altri Paesi. E in altri schieramenti politici.
«Il rigetto della candidatura di Călin Georgescu in Romania è un precedente che sarebbe inquietante anche se non avesse visto la partecipazione attiva della UE e di alcuni dei principali governi europei». Non usa mezzi termini, Thomas Fazi. Il saggista italo-inglese, figlio dell’editore Elido Fazi, 42 anni, acuto osservatore delle dinamiche politiche e della sovranità nazionale all’interno dell’UE, commenta quanto sta accadendo in Romania. Il 9 marzo, la Commissione elettorale di Bucarest ha estromesso dalle nuove elezioni presidenziali del 4 maggio Călin Georgescu, il candidato critico dell’Unione europea favorito nei sondaggi.
La guerra, per Israele, è molto più di un atto fondativo, è uno status, una condizione immanente.
Le classi dirigenti sioniste, già molto prima della creazione di Israele, erano consapevoli di rappresentare un corpo estraneo, in Palestina, e solo in virtù della convinzione che quella terra fosse stata promessa loro da dio se ne ritenevano in diritto di occuparla. La consapevolezza di questa estraneità insanabile ha fatto sì che, sin dal primo momento, lo stato ebraico si concepisse – e si attrezzasse – come un organismo plasmato in funzione della guerra. Nella rappresentazione romantica di un socialismo suprematista (riservato cioè ai soli ebrei, escludendo gli arabi) che si realizzava nei kibbutz, il prototipo dell’uomo nuovo era rappresentato – idealmente e iconograficamente – con la zappa e il mitra in spalla. E infatti i primi venticinque anni di Israele sono segnati dalle guerre con i paesi arabi vicini: la guerra del 1948, la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973.
E se le prime due vedono lo stato ebraico non ancora pienamente assimilato nel sistema di dominio globale statunitense (nel ‘56 fu Washington a imporre lo stop), le successive si svolgono in un contesto che vede Israele non più soltanto come insediamento coloniale europeo, ma come avamposto della potenza egemonica americana.
Da quel momento in avanti, anche grazie ai continui e massicci aiuti statunitensi, la potenza militare israeliana si affermerà come predominante nella regione e, con la guerra del ‘73, si chiude la stagione degli scontri che oppongono Israele ai paesi arabi vicini, mentre si apre quella della Resistenza palestinese, a sua volta segnata da una serie di fasi acute (la guerra del Libano del 1982, la prima e seconda intifada e ripetute guerre nella striscia di Gaza).
A differenza dei paesi arabi, però, che nella prospettiva israeliana costituivano (e in parte costituiscono) una minaccia latente, destinata a manifestarsi ciclicamente, la Resistenza del popolo palestinese si caratterizza – pur all’interno di un andamento oscillante – come una costante, che conoscerà appunto alcune fasi particolarmente acute, ma che non verrà effettivamente mai meno.
Non semplicemente nuovi problemi, ma il problema dei problemi è emerso con la crisi iniziata nel 2007-2008: l’incapacità della società contemporanea di affrontare i problemi, quelli, in particolare, causati dal suo stesso funzionamento. Nonostante gli evidenti fallimenti, sfociati clamorosamente nella crisi, l’ideologia neoliberale sembra piuttosto rafforzata che indebolita. Essa, anzi, benché gli interessi a cui conviene siano solo quelli di una piccola minoranza, tende a determinare non solo la politica economica, ma l’assetto complessivo della società, fin nei suoi fondamenti costituzionali. L’esigenza di riforme antidemocratiche, tipica della trasformazione neoliberista, è chiaramente emersa fin dall’inizio, durante la crisi della fase di accumulazione del dopoguerra.
1. Da una crisi all’altra
È emblematico, al riguardo, il Rapporto alla Commissione Trilaterale[1]. Ed è significativo che un prodromo della svolta neoliberista sia stata la politica adottata da Pinochet in Cile dopo il golpe del 1973, il quale valse come monito per qualunque paese si azzardasse a non adottare la tendenza ‘giusta’ per risolvere la crisi. Nel 1978, in Cina, Deng Xiaoping promosse la liberalizzazione – entro un regime politico illiberale. L’affermazione definitiva delle politiche neoliberiste è avvenuta con i governi Thatcher in Gran Bretagna nel 1979 e Reagan negli Stati Uniti d’America nel 1980, orientati in primo luogo ad abbattere il potere conquistato dai lavoratori e dalle loro organizzazioni. Non senza successo. I bollettini del Bureau of Labor Statistics del Department of Labor degli Stati Uniti documentano la costante diminuzione degli operai e impiegati iscritti ai sindacati: dal 20,1% nel 1983 all’11,1% nel 2014.
In Europa, il "guerrafondaismo" è arrivato al suo culmine.Tutto è cominciato con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza di Trump, hanno deciso che non vale la pena spendere soldi per proteggere militarmente le capitali europee dai potenziali nemici. Trump vuole impedire che gli Stati Uniti paghino la più parte del finanziamento della NATO - la quale fornisce la propria potenza militare - e inoltre vuole mettere fine al conflitto Russia-Ucraina, in modo da poter così concentrare la strategia imperialista degli Stati Uniti sull'emisfero occidentale e sul Pacifico, con l'obiettivo di "contenere" e indebolire l'ascesa economica della Cina. La strategia di Trump ha gettato nel panico le élite dominanti europee, improvvisamente preoccupate che l'Ucraina perda contro le forze russe, e che pertanto tra non molto Putin sarà ai confini della Germania o - come sostengono sia il premier britannico Keir Starmer che un ex capo dell'MI5, sarà «per le strade della Gran Bretagna». Qualunque possa essere la validità di questo presunto pericolo, si è venuta però a creare l'opportunità, per i militari e i servizi segreti europei, di "alzare la posta" e chiedere così la fine di quei cosiddetti "dividendi di pace" che avevano avuto inizio dopo la caduta della temuta Unione Sovietica, e in tal modo avviare ora il processo di riarmo. Kaja Kallas, alta rappresentante della politica estera dell'UE, ha spiegato il modo in cui vede la politica estera dell'UE: «Se insieme non siamo in grado di esercitare abbastanza pressione su Mosca, allora come possiamo affermare di poter sconfiggere la Cina?» Per riarmare il capitalismo europeo, sono stati offerti diversi argomenti: Bronwen Maddox, direttrice di Chatham House, il "think-tank" per le relazioni internazionali che rappresenta principalmente le opinioni dello stato militare britannico, se n’é venuto fuori con l'affermazione che «la spesa per la "difesa" è il più grande beneficio pubblico per tutti, poiché essa è necessaria per la sopravvivenza della "democrazia" contro le forze autoritarie». Ma c'è un prezzo da pagare per difendere la democrazia: «il Regno Unito potrebbe dover prendere in prestito di più per poter pagare le spese per la difesa di cui ha così urgente bisogno.
È il titolo più appropriato per la prossima kermesse europeista dem, se dopo Michele Serra a Roma, fosse Roberto Vecchioni a organizzare a Milano un raduno guerrafondaio di pacifinti, con tutte le corbellerie tutt’altro che “di sinistra” che ha detto dal palco di piazza del Popolo. Ed è dai tempi di piazza Venezia nel 1941 che non si vedeva un’adunata di questo tipo e per un antico scopo che torna in auge su scala continentale.
L’unica differenza è che gli adunanti di allora non erano dei beoti in totale confusione come oggi, e, come i loro capi di allora, Benito in testa, sapevano benissimo che era l’ora di spezzare le reni alla Grecia. Reni, che se ben ricordo, le spezzarono Draghi e gli euroburocrati nel 2015 con una guerra economica nel nome dell'”Europa” che non faceva prigionieri. Era già da allora che si potevano capire gli interessi dominanti e i veri obiettivi delle misure draconiane europeiste che avrebbero potuto colpire ogni paese dell’UE non in linea con i vincoli di bilancio e con le regole tutte improntate a favorire il mercato sopra ogni diritto sociale.
Interessi e obiettivi che sono anche di oggi, e che oggi come allora vengono perseguiti a prescindere da ogni altra questione, di emergenza in emergenza creata ad arte, travalicando anche i patti sociali su cui si sono rette le democrazie liberali novecentesche e avviando l’era dell’autoritarismo liberista euro-autocratico. Ma la massa per lo più vetusta a piazza del Popolo che si è lasciata trasportare dalla retorica marinettiana degli Scurati, dal suprematismo filosofico-letterario dei Vecchioni, dalla pletora di starlette tra Piff, Littizzetto e Jovanotti, con vecchi saggi alla Augias, locomotive gucciniane lanciate contro la giustizia e la pace, una massa da gnocco fritto alle feste de l’Unità trasportata da pullman dell’associazionismo piddino tra CGIL, ANPI, COOP, ecc., ovviamente come “Alice tutto questo non lo sa”. Chi è andato alla kermesse promossa dal produttore di armi che possiede La Repubblica c’è andato credendo di essere alla solita sfilata buonista e c’ha capito punto nulla, fidandosi dei soliti volti televisivi. E invece…
La polemica recente sul Manifesto di Ventotene tra la Presidente del Consiglio Meloni e il Pd riporta quel documento al centro dell’attenzione. Sebbene molta parte della sinistra abbia sempre esaltato il Manifesto come espressione di una posizione progressiva e di sinistra, è invece importante chiarire come il Manifesto rappresenti una posizione regressiva e anti-democratica, che prefigura tutti i problemi da cui è afflitta la Ue odierna. Per questa ragione proponiamo la lettura di ampi estratti dei primi paragrafi del libro di Domenico Moro, “Eurosovranità o democrazia? Perché uscire dall’euro è necessario”, edito da Meltemi
Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.
Tuttavia, i dati statistici non ci restituiscono completamente il quadro europeo. Mai, prima d’ora, si era visto in Europa un tale distacco tra cittadini e sistema politico, con un astensionismo che arriva fino alla metà dell’elettorato. La tradizionale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra è venuta meno, facendo saltare i meccanismi della democrazia rappresentativa. Partiti che hanno fatto la storia dei loro Paesi e dell’Europa, come i partiti socialisti francese, tedesco, spagnolo, olandese e greco, si sono ridotti ai minimi storici e in qualche caso sono scomparsi dalla scena politica. Alle ultime presidenziali francesi, per la prima volta dal dopoguerra, nessuno dei due tradizionali partiti principali, il socialista e il repubblicano, è riuscito ad accedere al ballottaggio. Invece, partiti critici verso l’Ue e l’euro, sono nati o, se già esistenti, sono cresciuti un po’ dappertutto, raccogliendo una quantità di consensi fino ad ora impensabile al di fuori dei classici centro-sinistra e centro-destra.

Discorso tenuto all'Hillsdale College nel luglio 2022 (in blu collegamenti cliccabili)
Salve a tutti, grazie per essere qui e un ringraziamento speciale a Douglas Jeffrey e Matt Bell per avermi invitato a parlare all'Hillsdale College. Spero di chiarire cosa sta accadendo in nome del transgenderismo, perché sta accadendo e chi ne trae profitto. Ho iniziato a fare ricerca su questo tema perché mi sono allarmata per la censura subita da chi cercava di criticarlo. Questo accadeva quasi dieci anni fa. Ciò che è emerso in modo evidente è che veniamo manipolati e surrettiziamente preparati ad accettare cambiamenti radicali nell'evoluzione umana, progettati da coloro che si trovano ai livelli più alti della società e che investono nelle industrie biotecnologiche, farmaceutiche, tecnologiche e finanziarie.
Per prima cosa, situiamoci nel tempo.
Come specie, stiamo iniziando una nuova fase dell'evoluzione umana, che emerge dall'era dell'informazione e del digitale. Il futuro vedrà ulteriori sviluppi nella raccolta di dati umani per costruire sistemi sempre più grandi di intelligenza artificiale e di ingegneria, biotecnologia, transumanesimo e la creazione di sistemi sempre più grandi di realtà virtuale, o realtà sintetiche. Nell'ultimo decennio, tutte le grandi aziende - le organizzazioni internazionali per i diritti umani e quelle non governative, le case di investimento globali, le banche, le istituzioni mediche, gli studi legali, i governi e gli enti educativi - hanno "scoperto" simultaneamente che il mondo naturale e le centinaia di migliaia di anni di evoluzione umana attraverso il dimorfismo sessuale in qualche modo hanno sbagliato. C’è stato un grande errore. Si sta diffondendo l'idea che la scienza abbia scoperto che esistono centinaia, forse infiniti, sessi e che per manifestare il pieno potenziale nell'espressione di questi sessi alternativi, l'umanità abbia bisogno dell'intervento del complesso medico-industriale. Inoltre il complesso medico-industriale è così illuminato da mettere a tacere chiunque ostacoli i suoi sforzi per la diversità di espressione.
Lo scontro fra Trump e Zelensky, e per interposta persona con l’Unione Europea, ha assunto forme inaspettatamente virulente per tutti ed ha fatto emergere la vera questione che nel tempo è stata rimossa nella discussione a sinistra. Ma alla fine ha anche mostrato la natura profonda della contraddizione: quella tra interessi imperialistici divaricanti in Occidente.
Dunque grande è la confusione sotto il cielo e la situazione è eccellente! Ma come interpretare questa improvvisa precipitazione nelle relazioni transatlantiche? Come collocare questa netta discontinuità dentro l’apparente egemonia e dominio mondiale euroatlantico a trazione statunitense, apparentemente irreversibile fino al Novembre scorso?
Le interpretazioni che stanno fiorendo sono molteplici: dalla follia mercantilista di Trump alla influenza della “tech oligarchy” composta dagli uomini più ricchi della terra, dalla subordinazione dei gruppi dominanti dell’UE agli USA al “riscatto militare” che deve sancire l’emancipazione europea da uno Stato non più amico, ma divenuto repentinamente antidemocratico nell’arco di una campagna elettorale.
Insomma la “Fine della Storia” sta ottenebrando le migliori menti occidentali, le quali non riescono e non vogliono risalire alle cause strutturali di questa contraddizione, pure manifestatasi già da molto tempo. Anzi rifiutano proprio di affrontarle, limitandosi a “sezionare” in infiniti e noiosissimi dibattiti televisivi o interviste giornalistiche gli aspetti formali, reversibili spesso nell’arco di 24 ore, di carattere politico-etico, di minaccia da parte delle “pericolosissime autocrazie”, oppure di carattere economico contingente.
Anche “a sinistra” non emergono analisi particolarmente brillanti, ondeggiando tra un pacifismo militarista-europeista, alla PD, ed un pacifismo ipocrita come quello dei 5Stelle che al governo avevano votato il finanziamento per le armi all’Ucraina e l’acquisto degli F35, e oggi lucrano elettoralmente sulle contraddizioni del campo largo. Come diceva Totò, adesso si “buttano a sinistra”.
Pubblichiamo il testo integrale della relazione del Prof. Antonio Martone, redattore de L’Interferenza, al convegno dal titolo “Una lettura alternativa della questione di genere. Per una critica di classe del femminismo” promosso da L’Interferenza e dall’Associazione “Uomini e Donne in Movimento” e svoltosi a Roma sabato 15 marzo
Il femminismo di Marcuse
Nel 1974, Herbert Marcuse formulava una riflessione ambiziosa quanto al legame tra femminismo e trasformazione sociale:
“Io credo che dobbiamo pagare per i peccati di una civiltà patriarcale e del suo potere tirannico: la donna deve diventare libera di determinare la propria vita, non come moglie, né come madre, né come amante o compagna di qualcuno, ma come un essere umano individuale. Sarà una lotta fatta di scontri aspri, di tormento e di sofferenza (psichica e fisica)”[1].
Perché Marcuse aveva scritto parole tanto forti contro il patriarcato? Presto detto, per il filosofo tedesco il femminismo non rappresentava soltanto un particolare movimento ma costituiva una forza più generale, potenzialmente rivoluzionaria nella sua capacità di contribuire alla liberazione dell’essere umano nella sua totalità. Nel fermento politico degli anni Settanta, egli vedeva dunque nella lotta per l’emancipazione femminile un elemento inscindibile da un più ampio processo di trasformazione sociale.
Per rinforzare la sua tesi, egli infatti aggiungeva:
“Le potenzialità, gli obiettivi del movimento di liberazione delle donne si spingono però molto al di là di esso, in regioni impossibili da raggiungere nel quadro del capitalismo, e di una società di classe. La loro realizzazione richiederebbe un secondo livello, nel quale il movimento trascenderebbe il quadro nel quale si trova ora ad operare. In questo stadio, ‘al di là dell’uguaglianza’, la liberazione implica la costruzione di una società governata da un differente principio di realtà, una società nella quale la dicotomia costituita tra il maschile e il femminile è superata nei rapporti sociali e individuali tra esseri umani”[2].
Secondo questa prospettiva, pertanto, per la sua stessa dinamica, il femminismo non si esauriva nelle lotte per l’uguaglianza formale, ma doveva mirare a una ridefinizione radicale della società. Al di là del rapporto fra generi, vi era l’essere umano nella sua essenza, ed era questa la vera posta in gioco della rivoluzione femminista.
Il Manifesto di Ventotene è senza dubbio un testo tra i più citati nel discorso pubblico, ma anche tra i meno letti da coloro i quali amano richiamarlo. Questo restituisce la recente lite scomposta tra i dirigenti del Piddì e la Presidente del consiglio: i primi impegnati ad accreditarlo come una celebrazione dell’Europa sociale e democratica, la seconda a stigmatizzarlo come socialista e dunque antidemocratico.
Entrambi sbagliano: il Manifesto di Ventotene è un inno all’Europa neoliberale e il suo estensore più famoso, Altiero Spinelli, un pensatore confuso e opportunista. Tanto che molto probabilmente ci saremmo dimenticati di entrambi, se solo la sinistra storica in crisi di identità dopo l’implosione del blocco socialista non ne avesse abusato per rimpiazzare i punti di riferimenti ideali caduti in disgrazia. È del resto il testo scritto da antifascisti al confino, che qua e là parla di Europa sociale. Non importa dunque se lo fa a sproposito e soprattutto in assenza di riscontri con il complessivo impianto del Manifesto, così come con il percorso politico di Spinelli. È comunque buono a riorganizzare il fondamento ideale della sinistra orfana del socialismo attorno a retoriche vuote e buone per tutte le stagioni, come sono quelle che evocano un non meglio definito europeismo. E buono soprattutto a far dimenticare che esso fa rima con neoliberalismo[1].
Federalismo neoliberale
Il primo riscontro della vicinanza tra il Manifesto di Ventotene e il neoliberalismo lo ricaviamo dalle letture che più hanno ispirato i suoi autori: gli interventi di Luigi Einaudi ospitati sul Corriere della sera tra il 1917 e il 1919 con lo pseudonimo di Junius e gli scritti dei federalisti anglosassoni. Spicca tra questi ultimi Lionel Robbins: un autore di formazione liberale, esponente della Scuola austriaca, i cui testi giungono agli autori del Manifesto proprio da Einaudi.
1. Al posto di una premessa
Robert Musil si è posto questo problema: perché il moderno scienziato, poniamo il fisico relativista oppure il quantistico, non vive all’altezza delle sue teorie? Perché invece di sperimentare la vita come sperimenta le teorie, conduce perlopiù la più sciatta delle esistenze terrene? Per Musil si tratta di una questione etica: nella scienza moderna manca il riflesso etico. Va però osservato che appoggiarsi a una “concezione”, una qualsiasi, e tanto più una concezione etica, è un rimedio peggiore del male. «Avere una concezione, avverte Kierkegaard, […] presuppone una sicurezza e un benessere nell’esistenza pari all’avere su questa terra moglie e figli […]»1.
Di che colore è la vita quotidiana mentre penso alla fissione dell’atomo? Che cosa cambia, nelle mie bige giornate, se mi persuado della efficacia del paradosso di Schrödinger? Beh, credo che dovrebbero cambiare parecchie cose. Del resto, una teoria che non investe la vita e la lascia da parte, la chiude tra parentesi, che specie di teoria è? Ecco un problema che Musil, scienziato e matematico, si pone da filosofo. È la ragione (sia detto di passata) per cui scrive l’Uomo senza qualità.
Ma la questione si pone a maggior ragione con il tema in parola: Marx e la rivoluzione. Se da marxista ritengo che tutta la teoria di Marx ruota attorno all’asse della rivoluzione, perché allora mi limito a discuterne nelle riviste e nei convegni anziché scivolare, certo molto problematicamente, anzi disperatamente, verso la soglia della lotta armata? Questo aut-aut, di primo tratto assai rozzo, riguarda più o meno tutte le teorie, ma in modo particolare quelle filosofiche. Althusser lo ha precisato bene: la filosofia è l’aspetto politico di una teoria2. Musil direbbe che la filosofia, e più ancora la narrativa filosofica, è l’aspetto etico di una teoria. In quel che segue non tratterò del conflitto tra etica e politica, tanto meno del madornale equivoco di una politica sottoposta al controllo dell’etica. Etica e politica sono realtà incomponibili. Ma il senso di questa opposizione fondamentale è immanente alla serie delle polarità messe qui in discussione.

Elles ont pâli, merveglieuses,
Au grand soleil d’amour chargé,
Sur le bronze des mitrailleuses
Ā travers Paris insurgé!
Sono impallidite, meravigliose,
nel gran sole carico d’amore,
sul bronzo delle mitragliatrici
attraverso Parigi insorta!
Arthur Rimbaud, Le mani di Jeanne Marie
Nel XIX secolo, le città occidentali divengono lo spazio di amplificazione e di espressione della grande industria capitalistica, il contesto sociale in cui essa raduna e distribuisce i proletari e in cui forgia, attraverso le merci e il consumo, un mondo sociale per i diversi strati della borghesia, modellandone costumi, gusti e ambizioni, e spartendo le tipologie di questi, nonché i mezzi di accesso alle loro condizioni, secondo le gerarchie, più o meno fluide, delle ricchezze e del prestigio. La cosiddetta agglomerazione fece grandi balzi, accrescendo una migrazione rurale che già nel secolo precedente aveva mutato l’aspetto delle città attraverso l’ingrossamento dei sobborghi. Nel XIX secolo la fabbrica segnò il cupo avvenire delle città che, per concomitanti circostanze ambientali e legislative, erano precocemente divenute centri industriali, ma l’irruzione delle fabbriche nelle aree urbane non si limitò ai luoghi che avevano già subito le sconvolgenti alterazioni della contiguità tra miniera e opificio, passato dall’energia idrica al carbone. Tutto il secolo è risucchiato da questa tendenza, e la moltiplicazione degli slums ne è una manifestazione ricorrente e massiccia. Infatti, la fabbrica riduce l’ambiente urbano a un materiale da produzione, facendo ruotare uomini e cose intorno ai suoi scambi con la società che la circonda e che, nei giochi prospettici del panoptismo, si fonde con essa. Fabbriche, ferrovie e slums si avvolgono, allora, in un’unica trama.
Nel suo libro Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di ac
cumulazione Andrea Fumagalli caratterizza l’economia capitalista come un sistema monetario di produzione e non come di semplice scambio. Questo approccio sottolinea la preminenza della produzione e dell’accumulazione rispetto allo scambio e alla realizzazione del valore. Il motore della produzione è l’investimento che rappresenta l’accumulazione privata di capitale e dipende dalle decisioni imprenditoriali capaci di influenzare dinamicamente il progresso tecnologico e l’uso dei fattori produttivi determinando il successo del processo di accumulazione e la distribuzione della ricchezza, sia in termini quantitativi che qualitativi. L’investimento per Fumagalli non si limita a determinare il livello di consumo e risparmio. Esso assume la forma di un biopotere che condiziona il lavoro e, di conseguenza, il controllo sui corpi e sulle menti degli individui. Non si tratta però di un potere assoluto per via del vincolo prodotto da fattori come le modalità di finanziamento e le aspettative sulla domanda finale dei beni. Mentre il finanziamento è un fattore noto a priori, le aspettative sono formulate in condizioni di incertezza e non sono completamente quantificabili, nonostante i tentativi di teorizzarle matematicamente. Queste aspettative, influenzate da variabili psicologiche, sono cruciali per le decisioni imprenditoriali. L’obiettivo dell’accumulazione capitalistica è la generazione di plusvalore monetario, ciò rende l’economia capitalista intrinsecamente monetaria. La moneta, in particolare come moneta-credito, svolge un ruolo centrale in questo processo. Lo studio del capitalismo, quindi, deve considerare i meccanismi di finanziamento, i modi di produzione e la fase di realizzazione, riflettendo il ciclo del capitale monetario descritto da Marx e ripreso da interpretazioni eterodosse keynesiane.
Nel 1975 gli Stati Uniti avviarono un processo di liberalizzazione delle commissioni finanziarie con l’obiettivo di potenziare il finanziamento dell’economia attraverso i mercati azionari.
Dalle promesse elettorali alle ingiunzioni televisive in mondovisione, Trump ritira provvisoriamente – sembra – i dazi a Messico e Canada. Si pone il problema se sappia, anche rivolto a chi gli suggerisce o stila i suoi proclami, di cosa stia minacciando e soprattutto con quali conseguenze potrebbero avviarsi i prodromi di una guerra commerciale che non si sa contro chi alla fine potrebbe ritorcersi. Anche quotidiani Usa scrivono che una guerra sui dazi è una cosa stupida, che la vittoria non potrà essere di nessuno e che a rimetterci sarà solo il lavoro di base in ogni settore produttivo.
Le ultime notizie poi, danno per cancellati i guadagni ottenuti nel post elezioni (bitcoin), per provocate ritorsioni ai dazi del 25% imposti a Messico, Canada e del 20% a Cina, dando un via inflazionistico dagli esiti incerti, proprio negli Usa. La motivazione eufemisticamente “fittizia”, addotta all’imposizione dei dazi, riguarderebbe il flusso di fentanyl che questi Paesi inviano negli Stati Uniti, cui farebbe seguito l’attacco protezionista provocando un’ulteriore ritorsione senza più fine. L’avvio di questa guerra commerciale, per primo solo con l’alleato canadese, ricorda la favola del lupo e dell’agnello di antica saggezza, nel coraggioso belato di Trudeau per non diventare “mai” il 51° Stato americano.
Il crollo delle borse e il prezzo dei bitcoin che avrebbe dovuto creare una “riserva strategica” di criptovalute negli Usa, segnano un primo risvolto alle risoluzioni di Trump, cui si affiancano i guai alla Tesla e a quelli possibili dei robotaxi e robot del futuro non ancora pronti di E. Musk. Se negli ultimi cinque mesi, in Cina – il più grande mercato del mondo – le vendite delle auto con la T sul cofano sono crollate, come pure la quota di mercato di Tesla in Cina al di sotto del 5%, la cinese BYD di Shenzhen vende a più del 161%.
Per quanto poi concerne l’impatto che le tariffe doganali al 25% in più si avrebbero in Italia dopo il 2 aprile, i settori più colpiti potrebbero essere vini, auto di lusso, yacht e moto, farmaci e componenti elettronici con un costo tra 4 e 7 miliardi di euro (calcolo di Prometeia, istituto di previsioni economiche).
Recensione di Giorgio Monestarlo a «La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione europea» (Castelvecchi, 2025)
Il libro di Piero Bevilacqua è piccolo (per pagine) ma grande per saggezza e radicalità. Bevilacqua è uno storico di razza, attento conoscitore dell’agricoltura e dell’economia italiana, meridionalista e pioniere della storia ambientale.
Collocandosi in una corrente che critica e demistifica l’interpretazione ufficiale della guerra in Ucraina, Bevilacqua in realtà si muove su un piano che non è tanto quello dell’approfondimento geopolitico del conflitto quanto quello di una serrata rilettura della storia statunitense ed europea dal dopoguerra ai giorni nostri. In altri termini, “la guerra mondiale a pezzi” acquista nelle pagine di Bevilacqua il significato di rilevare, in modo chiaro, la natura di un processo storico pluridecennale che è giunto al suo compimento e che coincide in sostanza con il progetto di predominio statunitense edificato, con successi e fallimenti, all’indomani della vittoria sui nazifascisti e della spaccatura con l’Urss, momento cruciale di quella volontà di dominio unipolare che ha mosso con ferrea continuità la politica di Washington. Di qui la netta contrapposizione di Bevilacqua tra la cultura e il sapere che la storia può offrire per formare una coscienza critica degna di questo nome e invece l’informazione giornalistica che, tranne poche eccezioni, risponde non tanto al bisogno di verità ma piuttosto alla creazione del consenso che questo o quel decisore politico o economico di volta in volta impongono come presunto, e in realtà esattamente opposto, interesse generale.
Anche per questo motivo Bevilacqua rivendica il bisogno di storia che attraversa in lungo e in largo la nostra società: la storia spiega la complessità, la storia è in grado di smascherare l’occultamento della verità su cui si regge il potere, occultamento che è tanto più invadente quanto più il potere traballa.
La riconversione bellica, Smantellamento del welfare a vantaggio del warfare
L’Unione europea, che ha già subito la rottura dei rapporti con la Russia imposta dagli USA (si pensi al sabotaggio USA del North Stream) causa prima della incipiente recessione economica, sotto l’ipnosi indotta dalla volontà inglese – che intervengono per sabotare ogni trattativa di pace – e del sistema delle lobby da cui sono governati, piuttosto che riattivare la diplomazia con la Russia, negoziando con essa il ripristino dell’architettura di sicurezza europea, ha varato la risoluzione 0146/2025 che pretende di portare l’Europa in guerra con la Federazione Russa schierandosi incondizionatamente con Kiev, impegnandosi a fornire più armamenti e a revocare i precedenti limiti sull’uso delle armi fornite autorizzando a usarle per colpire in profondità la Russia, rimuovendo le gravi conseguenze inscritte nella nuova dottrina nucleare russa.
Il punto 32 della risoluzione invita esplicitamente gli Stati membri a prepararsi per “le evenienze militari più estreme“ e sottolinea la necessità di ridurre gli ostacoli presenti nelle legislazioni nazionali e dell’UE che potrebbero compromettere le esigenze di difesa e sicurezza europee. Come è noto sono già state proposte modifiche alla legge 185/1990 sul commercio di armi in Italia che mirano a ridurre la trasparenza e i controlli sull’export di armamenti [1].
L’art. 11 dalla Costituzione che ripudia la guerra in generale ed in particolare come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, è, per fortuna, intangibile perché parte dei primi dodici articoli che non possono essere né rimossi né riformabili. Questi articoli sono considerati il cuore della Costituzione e non possono essere modificati nemmeno attraverso il procedimento di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138.
Nel 2025, il debito pubblico italiano in scadenza che dovrà essere rinnovato, ammonta a circa 350 miliardi di euro. Si tratta di titoli di Stato che necessitano di essere rifinanziati per mantenere la stabilità economica del paese.
Premessa
“La guerra è pace la pace è guerra” questo slogan, che Orwell attribuisce all’immaginario regime totalitario che descrive in 1984 non è più un parto della fantasia dello scrittore inglese: la “neolingua”, creata per manipolare le coscienze dei cittadini cambiando il significato di ogni parola nel suo opposto, è ormai la lingua ufficiale dell’Unione Europea lanciata verso la Terza guerra mondiale. Una lingua che non viene più parlata solo dagli oligarchi di Bruxelles, ai quali già dovevamo l’affermazione secondo cui nazismo e comunismo sono un’unica cosa, ma anche dai media, dagli intellettuali e, soprattutto, dai leader politici europei di destra e di “sinistra”, a partire da quei Democratici italiani che, nati dalla conversione del PCI in partito liberale, si sono progressivamente evoluti in ala militante del liberal fascismo europeo, come abbiamo potuto constatare durante la manifestazione dello scorso 15 marzo, dove, fra lo sventolare di bandiere dell’Unione e dell’Ucraina nazista, abbiamo ascoltato inneggiare alla superiorità della civiltà “indoeuropea” (cioè ariana!) del Vecchio Continente, in perfetta sintonia con l'ideologia razzista e suprematista bianca (ribattezzata “democrazia” dalla neolingua).
Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione, almeno qui da noi, non è, come auspicava Mao a suo tempo, eccellente. Al contrario: è pessima, soprattutto per i gruppuscoli neo, post comunisti e per una sinistra radicale che non riescono a organizzare uno straccio di opposizione popolare alla guerra che infuria dall’Ucraina al medio Oriente e che già richiede, se non – finora - un tributo di sangue, pesanti sacrifici in materia di reddito e diritti sociali e civili anche alle nostre latitudini.

1. Il rapporto tra classe sociale e organizzazione politica
La storia dell’epoca borghese dimostra che l’analisi teorica e l’organizzazione pratica della lotta di classe tanto più tendono ad avvicinarsi e a fondersi, quanto più diviene stretto il nesso fra spontaneità e coscienza, fra classe sociale e organizzazione politica. Può accadere allora - come accade nella fase attuale - che il rapporto fra classe sociale e organizzazione politica, tanto per la borghesia quanto per il proletariato, anche se in termini radicalmente diversi, essendo per l’una un problema vitale di conservazione del potere e per l’altro un problema vitale di conquista del potere, diventi un nodo storico che deve essere sciolto politicamente nel breve periodo, a partire sia dallo stato presente dei rapporti sociali sia dal grado attuale di sviluppo delle forze soggettive. Nell’epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, nel periodo del revisionismo e del crollo dei regimi socialisti da esso diretti, ma anche, per quanto concerne l’Italia, nel momento attuale, in cui si manifestano i tipici connotati di una crisi organica delle classi dominanti, un discorso sul partito capace di coniugare il rigoroso modello leniniano con le soluzioni organizzativi offerte dal presente può incidere con forza sulla coscienza politico-ideologica del proletariato e sulla stessa disarticolazione del potere borghese.
La premessa da cui occorre muovere nell'inverare la prospettiva generale, che emerge dalla crisi mondiale del capitalismo, è la distinzione, stabilita da Lenin, tra la lotta economica (che è la lotta contro i singoli capitalisti o contro i singoli gruppi di capitalisti per migliorare le condizioni di lavoro degli operai) e la lotta politica (che è la lotta contro il governo per affermare ed estendere i diritti delle masse lavoratrici). Tale premessa teorica è stata poi concretizzata, attraverso la prassi marxista-leninista della lotta di classe, in una unità indissolubile tra i due momenti.
Socrate, Spinoza, Cartesio e, ancora, Hegel; addirittura Marx: voi, miseri beduini, che vi lamentate tanto perché 16 mila anni fa vi si tagliava la testa nelle miniere del Congo Belga e si infilava su un palo per spaventare le cornacchie, ce li avete avuti? Su, citami lo Shakespeare della Guinea Bissau, il Pirandello dell’Indocina, il Leopardi della Ande: sapete una sega voi, popo’ di lanciatori di banane!
Fino a poco tempo fa, se una qualsiasi persona sprovvista di certificazione dell’ASL si fosse pronunciata in questo modo, sarebbe stata sommersa di insulti ed esposta alla gogna mediatica; sabato scorso, invece, è stata osannata da una moltitudine di ultra settantacinquenni prelevati dalle RSA dalla Coop in cambio di un maxi sconto sul prossimo acquisto di pannoloni monouso. Il palco della manifestazione dei Repubblichini è stata una vera e propria apoteosi di suprematismo eurocentrico, manco fossimo a metà dell’800, una sfilata di vecchi maschi bianchi appartenenti alle finte élite finto-democratiche e finto-progressiste che facevano esattamente quello che i vecchi rincoglioniti hanno sempre fatto: inventarsi un passato idilliaco messo a repentaglio da immaginarie invasioni barbariche. Non poteva che finire così; lo diciamo da anni: l’uomo bianco ha dominato il pianeta per 5 secoli, si è macchiato di ogni forma di crimine e, attraverso il crimine e la violenza, ha rapinato tutti gli altri. E, grazie a questa rapina sistematica, ha nutrito dinastie di Vecchioni, di Serra, di Augias e di Scurati, ai quali veniva concesso il lusso di non lavorare nemmeno mezza giornata in tutta la loro vita in cambio di un po’ di propaganda sulla superiorità del giardino ordinato; e ora che i barbari alla favoletta del giardino ordinato hanno deciso di non prestare più nessuna attenzione, con la complicità di mix di farmaci non sempre dosati alla perfezione (perché non ci sono più le badanti di una volta) non possono che sbroccare male e sparare minchiate orientaliste a casaccio.
Fino al ritorno di Trump andavano per la maggiore varie teorie sul Superimperialismo transazionale, ora il castello di carte è miseramente crollato, le contraddizioni interimperialistiche, che si ritenevano superate tornano prepotentemente al centro della scena.
Da un po’ di tempo in qua, da più parti, si cercava di celebrare il funerale di Lenin, non quello fisico, avvenuto un secolo fa, ma quello politico.
C’era chi sosteneva che il pensiero di Lenin non fosse più attuale, “salvando” solo l’elaborazione sulla Nep, facendo un parallelo tra quella esperienza e il modello attuale del socialismo cinese, senza capire, tra l’altro, che la situazione politica, sociale, internazionale, ecc. dell’Unione Sovietica degli anni ‘20 e quella cinese degli anni ‘80 sono incomparabili.
Senza entrare eccessivamente nel merito, la scelta cinese del socialismo di mercato è nata da un bilancio dell’esperienza cinese nei primi 30 anni di esistenza della Rpc, dalla crisi dell’Unione Sovietica che fu attentamente studiata dal gruppo dirigente cinese, come fu studiata anche l’esperienza della Nep, ma anche quella dell’autogestione Jugoslava, ecc.
Chiudendo questa breve parentesi, che andrebbe sviluppata in uno specifico articolo, torno al tema che intendevo affrontare.
L’ultima versione del “Superimperialismo” fa riferimento alla teoria del 1%, secondo questa teoria meno del 1% della popolazione dei paesi a capitalismo sviluppato, composta da miliardari, principalmente legati al capitalismo finanziario, formerebbe una specie di superclasse transnazionale, ma a predominanza anglo-americana, che determinerebbe le politiche degli Stati nazionali.

“Speranza forza sociale” è un testo che già nel titolo è trasgressivo rispetto all’ordine costituito. Nella gabbia d’acciaio del nostro tempo la “speranza” non è accolta e non è pensata; è stata sostituita con le “merci” che assediano i consumatori. In una realtà pianificata a immagine e somiglianza del consumo illimitato per l’accumulo di risorse finanziarie, anche gli stessi cittadini non sono più tali ma “clienti” sempre più simili a merci prodotte in serie. Nella gabbia d’acciaio l’immensa rete informatica agisce su ogni punto dello spazio (comunità territoriali) e del tempo (coscienze) per fagocitarci e nulla sembra esistere al di fuori della rete. La grammatica del nostro tempo è la disperazione, poiché l’esistenza si sciupa e si dilapida nella violenza e nell’insensato. Eppure l’assoluto (il capitalismo) che incombe ha i suoi punti ottici di resistenza e di azione che dimostrano che la coscienza umana è condizionabile, ma non è determinabile, malgrado le tempeste della storia è “libera”. La libertà è manifesta nel cupo dolore di molti. La resistenza consapevole, anche di un numero esiguo di oppositori all’ordine costituito, dimostra che nella “gabbia d’acciaio” la speranza c’è e le sbarre che appaiono invalicabili sono in realtà miseramente umane e non sono l’assoluto dinanzi al quale bisogna chinare il capo e abdicare a ogni progettualità politica. Nella gabbia d’acciaio non vi è solo la passione triste della resilienza, ma abita anche colui che ancora sa guardare e scorgerà la presenza reale della speranza nel presente. Vi è un contropotere che silenziosamente e lentamente sta avanzando, malgrado i trombettieri abbiano proclamato “la fine della storia”.
Il testo composto da una serie di saggi è dedicato a Gustavo Esteva1 scomparso nel 2022. L’impegno di Gustavo Esteva per la speranza è durato quanto la sua esistenza e l’ha testimoniata con le sue opere e con le sue parole. Gustavo Esteva fu “intellettuale deprofessionalizzato”, ovvero egli da uomo che viveva la speranza, sapeva bene che la speranza non è nell’intellettuale chiuso nel suo ruolo ieratico che indica l’orizzonte verso cui marciare, è pane condiviso, è parola che diviene prassi, solo la coralità del dolore e la progetttualità discussa dal basso può far emergere la dimensione della speranza nella distopia della gabbia d’acciaio.
Mentre l’iniziativa negoziale USA nei confronti di Mosca evidenzia le sue debolezze, l’UE continua ad avvitarsi nella sua spirale autodistruttiva che compromette democrazia e prosperità interna
La proposta di un cessate il fuoco preliminare senza condizioni in Ucraina, avanzata da Washington, e il frenetico tentativo dei vertici europei di organizzare il riarmo del vecchio continente, rappresentano paradossalmente due facce della stessa medaglia: quella di un Occidente in piena crisi strategica, progressivamente logorato dalle crescenti faide interne tra le sue arroganti, quanto incompetenti e corrotte, élite politiche.
L’acceso scontro verbale dello studio ovale fra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky, aveva fatto presupporre l’intenzione di Washington di strappare dure concessioni a Kiev.
La proposta negoziale emersa dall’incontro fra la delegazione USA e quella ucraina a Gedda, in Arabia Saudita, invece segna apparentemente una vittoria di quest’ultima.
L’offerta consiste in un cessate il fuoco di 30 giorni, eventualmente prolungabile e in apparenza senza specifiche condizioni annesse, per avviare negoziati fra le parti finalizzati al raggiungimento di una pace duratura.
L’annuncio ha segnato la ricucitura dei rapporti fra Washington e Kiev deterioratisi in occasione della recente visita di Zelensky alla Casa Bianca, come confermato dalla decisione americana di riattivare l’invio di armi e la condivisione di informazioni di intelligence con l’Ucraina, sospesi solo pochi giorni prima.
L’iniziativa avvantaggia nettamente Kiev, le cui forze armate sono in difficoltà su gran parte del fronte ucraino e in rotta su quello russo di Kursk. Un cessate il fuoco permetterebbe loro di riprendere fiato, ed eventualmente di riarmarsi grazie alla ripresa del flusso di aiuti militari americani.

Pubblichiamo l'introduzione e la postfazione del volume Giulio Chinappi, Vanna Melia, Alessandro Pascale, Pietro Terzan Sul compagno Stalin. Il libro può essere scaricato in formato PDF al seguente link: https://intellettualecollettivo.it/sul-compagno-stalin/
Nel corso del Novecento, poche figure storiche hanno suscitato dibattiti tanto accesi e polarizzanti quanto quella di losif Vissarionovic Dzugasvili, meglio conosciuto come Stalin. L’immagine di Stalin è stata oggetto di numerose interpretazioni, spesso antitetiche: da un lato, un leader capace di trasformare l'Unione Sovietica in una superpotenza industriale e militare; dall'altro, un dittatore associato a repressioni politiche e sacrifici umani. Questo libro, intitolato Sul compagno Stalin, si propone di offrire una prospettiva equilibrata e non agiografica sulla figura di Stalin, ponendo tuttavia particolare attenzione agli aspetti positivi della sua leadership, spesso oscurati da una narrazione dominante che tende a demonizzarlo, equiparando addirittura il comunismo sovietico al nazismo tedesco e lo stesso Stalin ad Adolf Hitler.
Uno degli obiettivi principali di questo libro è contrastare tale forma di revisionismo, oggi sostenuta persino da documenti istituzionali1, che non solo è storicamente infondata, ma rappresenta anche un insulto alle decine di milioni di vite sacrificate dall'Unione Sovietica nella lotta contro il nazifascismo. Non possiamo infatti mancare di ricordare come l'Armata Rossa e l'Unione Sovietica abbiano avuto un ruolo centrale nella sconfitta di Hitler e dei suoi alleati, un contributo senza il quale l'esito della Seconda guerra mondiale sarebbe stato drammaticamente diverso. Ricordare e analizzare questo aspetto è essenziale non solo per rendere giustizia alla storia, ma anche per comprendere l'importanza del modello sovietico nella resistenza contro una delle ideologie più distruttive del XX secolo.
La Seconda guerra mondiale, conosciuta in Russia come la Grande Guerra Patriottica, rappresentò per l’URSS una prova di sopravvivenza nazionale e ideologica.
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