Quello che per gli uni è il Faust di Goethe, per gli altri la Divina Commedia, per altri ancora l’Odissea, per gli Haredim la bibbia, per cristiani vari il vangelo, per i cubani (non solo) il discorso del Che’ all’ONU l’11 dicembre 1964 e per gli italiani dabbene la Costituzione del 1948, per me è Pinocchio.
Senza scherzi. Carlo Lorenzini, datosi il nome de plume “Collodi”, in omaggio al suo bellissimo borgo arrampicato sui contrafforti del pesciatino in provincia di Pistoia, era un militante e combattente del Risorgimento. Protagonista dell’unico momento rivoluzionario a cui, con esito non proprio corrispondente alle aspettative, un popolo abitante per secoli nella serva Italia di dolore ostello aveva saputo dar vita, ha trasfuso la sua coscienza e volontà rivoluzionarie nel capolavoro della letteratura mondiale. Con versioni in circa 260 lingue e il secondo libro più tradotto (il primo essendo l’abbastanza melenso “Piccolo Principe” di Saint Exupéry).
Siamo tutti Pinocchio
Come quello che i ragazzini stanno scrivendo in prima persona in vari paesi del mondo di questi tempi, come in altri delle alte e nobili trasformazioni, Pinocchio è un romanzo di formazione, forse quello che più intimamente si identifica con il percorso dall’infanzia alla maturità e vi riflette fedelmente. Essendo per questo immortale, pur nei mutati luoghi e nomi, rispecchia alla lettera e nello spirito quanto si sta verificando in questi felici giorni nelle piazze del nostro e di altri paesi. Paesi con popoli di colpo ringiovaniti. A dispetto dell’incartapecorita, ma armata, gerontocrazia che pretende di congelare il mondo nel determinismo dell’eterno star fermi.
Un coprifuoco culturale bipartisan
È ormai una denuncia persino ovvia. I vari provvedimenti legislativi varati dal governo Meloni, dal decreto “Rave” del 2022, passando per le Disposizioni per il contrasto dell’antisemitismo approvate al Senato il 4 marzo (in concorrenza con un’iniziativa analoga di esponenti del Partito Democratico), al ddl su “sicurezza pubblica e criminalità minorile” di questo 20 ottobre 2026, rivelano la crescente pressione coercitiva che i cittadini italiani stanno subendo da tempo ad opera del potere politico. Segnalano la restrizione degli spazi di libertà oggi in atto per volontà di un esecutivo che cova in seno una insopprimibile vocazione autoritaria. Ma gli italiani non subiscono soltanto questa forma manifesta e sbandierata di repressione. Sono anche vittime di una forma più soft e invisibile di controllo culturale, di censura politica, di delimitazione e chiusura degli spazi intellettuali. Una sorta di recinzione di ciò che è dicibile e ciò che non lo è. Non da oggi esiste in Italia una vasta e nascosta perimetrazione del discorso pubblico e dell’analisi sociale, una sorta di presidio di politica culturale condotto da intellettuali, docenti universitari, giornalisti, editori, ecc., che ha il suo centro politico e punto di riferimento e di orientamento nel Partito Democratico. Queste figure, che debbono contendere gli spazi della comunicazione a politici e intellettuali di area governativa, o comunque di centro-destra, li occupano stabilmente mettendo in atto una metodica emarginazione di ogni voce radicale e soprattutto classista, di ogni dissonanza antioccidentale, di ogni discorso severamente critico sugli USA, Israele e sull’Unione Europea. E ciò avviene tramite il silenzio o il sabotaggio di libri scomodi, sbarrando l’accesso alle figure non conformi al moderatismo democratico alla TV pubblica, alla Radio, alle varie istituzioni culturali, ai festival, ai premi letterari, e a tutti gli altri luoghi di comunicazione che non siano finiti in mano alle altre forze politiche. Questo accade come pratica normale e sotterranea di esclusione, quando cioè non si scatena invece l’isteria russofobica, che accomuna i democratici alla destra, e che porta a vere e proprie persecuzioni personali, come è accaduto a Elena Basile, Angelo D’Orsi, Pietrangelo Buttafuoco e ad altri nella caccia alle streghe dei putiniani d’Italia.
Un tentativo di rispondere a delle questioni costantemente ostracizzate dai media e da noi stessi
Provo qualche simpatia per Hamas? Ci sono pochi movimenti di resistenza sparsi per il mondo che siano più lontani dalla mia weltanschauung. Ma Hamas è un problema di Lavinia Marchetti, o dei commentatori, studiosi, detrattori, simpatizzanti, o è un problema dei palestinesi? Hamas è un movimento che nasce in un territorio sottoposto a decenni di colonialismo d’insediamento, in una striscia di terra piccolissima con la densità abitativa più alta al mondo. Non può avere, per la sua natura spazio-temporale e ideologica, le stesse caratteristiche dell’EZLN e non può nemmeno tentare la via pacifica, quando in Palestina qualcuno si è arreso è stato spesso mitragliato, potrei citare tantissimi episodi, restiamo agli episodi più recenti, precedenti al 7 ottobre: Jenin e Nablus nel 2002 (Scudo Difensivo) e Gaza nel 2009 (Piombo Fuso, “incidente delle bandiere bianche”) e così via, sono troppi ed esulano da questo articolo. Vale il principio: se ti arrendi o finisci in prigione e non sai se torni, o muori o finisci mutilato. In questa dimensione di terrore continuo, di Apartheid, controllo perpetuo, limitazione di spostamenti, carcerazioni senza accuse, arrendersi, semplicemente, non è possibile e chi ha tentato la via pacifica non ha fatto una bella fine, e metto nell’elenco anche Marwan Barghuthi, il quale sarebbe molto vicino alle idee di resistenza che piacciono a noi occidentali, ma che, come è tristemente noto, è in carcere da 24 anni. Ora davanti a tutto questo il fatto che Hamas ci piaccia o meno diventa un falso problema. La domanda semmai è: Hamas può produrre risultati politici?
Provo a rispondere a molte obiezioni che mi sono state fatte. Quando si parla di Hamas si crea una specie di dissonanza: perché ne parli? Ti metti nei casini. Parla di Palestina e genocidio, ma non di Hamas ecc ecc. Ma parlare di Palestina e genocidio senza parlare di Hamas sarebbe come parlare di resistenza italiana senza dire che imbracciarono un fucile per uccidere gli oppressori.
Perché ti rifiuti di condannare Hamas?
Il problema non è rifiutarsi di condannare Hamas. Anche questo è un falso problema.
Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo“, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo.
Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi si affermi, è più probabile che assisteremo a un’altra fase del capitalismo che incorporerà elementi di diversi di essi.
Questa transizione potrebbe durare fino alla metà del secolo. È improbabile che il capitalismo muoia facilmente nel breve o medio termine, eppure non può sopravvivere indefinitamente nella sua forma attuale. La trasformazione economica e politica è diventata inevitabile e il mondo intero ne sta vivendo le difficoltà.
La transizione porterà nuove alleanze e collaborazioni in evoluzione, insieme a mosse diplomatiche e militari che spesso si contraddicono a vicenda.
La ricerca di equilibri temporanei nella politica globale riflette le molteplici crisi che affliggono l’economia mondiale. I dati relativi al primo semestre del 2026 offrono un quadro rivelatore.
Secondo il rapporto periodico Prospettive e Statistiche del Commercio Globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume degli scambi commerciali globali ha superato le aspettative, crescendo del 3,5% nonostante le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente. Le catene di approvvigionamento si sono adattate alle interruzioni nei mercati dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.
Sebbene le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente siano diminuite di circa il 24% su base annua nel primo semestre del 2026 e le esportazioni di gas naturale liquefatto siano calate del 47%, l’aumento delle spedizioni da altri fornitori ha limitato il calo globale al 6% per il petrolio greggio e a solo l’1% per il gas naturale liquefatto.
Uno degli espedienti retorici più frequenti per giustificare il flusso di soldi e di armi che l’Unione Europea invia a Kiev, è che, al di là degli episodi di defezione, gli ucraini nel loro complesso starebbbero ancora dimostrando la volontà di resistere all’invasione russa. L’espediente retorico in oggetto è uno dei più ricorrenti nel mainstream ed è stato usato da vari opinion maker, da Sallusti a Mieli. In argomenti come questo l’inghippo è che si vanno a comparare elementi materiali e misurabili, come il denaro e le armi, con aspetti vaghi come la “volontà”. Anche ammettendo che tale volontà ucraina esista, ci si potrebbe comunque domandare se essa esisterebbe senza la prospettiva dei finanziamenti e delle armi che arrivano dall’estero.
Un altro dettaglio interessante è che gran parte dei finanziamenti all’Ucraina è sostenuta da eurobond, cioè debiti a carico del bilancio europeo. Ciò significa che il pagamento degli interessi va a carico del contribuente; ovviamente il contribuente più povero, visto che le multinazionali non solo eludono il fisco, ma addirittura ricevono sussidi dai governi e dall’UE. I soldi raccolti con gli eurobond diventano a loro volta dei prestiti per Kiev; ma il pagamento dei debiti contratti in tal modo dall’Ucraina è subordinato al pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Russia. In altri termini, il debito ucraino verso l’UE risulterebbe solvibile soltanto nel caso in cui la Russia fosse indotta a supplicare la resa. Quando la Meloni diceva che stava scommettendo sulla vittoria dell’Ucraina, diceva la verità, nel senso che si puntavano dei soldi su un cavallo e che quei soldi sarebbero tornati indietro soltanto se il cavallo avesse vinto.
La guerra che Israele e gli Stati Uniti hanno scatenato contro l’Iran il 28 febbraio è in una fase di tregua, non è finita. I combattimenti su larga scala si sono interrotti, la diplomazia è in stallo ed entrambe le parti si stanno preparando per la prossima fase. Per capire perché i combattimenti riprenderanno presto, dobbiamo comprendere le motivazioni dei due governi che li hanno iniziati. Nessuno dei due vuole la pace. La leadership israeliana mira al dominio sul Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti cercano di preservare il proprio dominio sul mondo. Il semplice fatto di enunciare questi obiettivi sottolinea che entrambi i governi operano in un mondo di illusioni.
La leadership politica israeliana è ossessionata dalla convinzione che la sopravvivenza di Israele dipenda dalla sua supremazia militare sul mondo arabo e dalla sottomissione permanente o dall’eliminazione del popolo palestinese. Questa convinzione è una forma di follia collettiva, eppure è la dottrina che governa la politica israeliana. I leader israeliani non riescono ad accettare che la pace sia a portata di mano. Nell’Iniziativa di pace araba del 2002, gli Stati arabi hanno offerto a Israele la piena normalizzazione in cambio di uno Stato palestinese entro i confini del 1967, e quell’offerta è ancora valida. La pace non può essere costruita sul genocidio a Gaza né sull’odio verso il popolo palestinese e sulla volontà di cacciarlo dalla propria terra. Eppure questa è la strada che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scelto, e ora la persegue apertamente nella sua campagna elettorale, insieme ai suoi alleati «nazional-religiosi», tra cui Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che strumentalizzano la religione al servizio dell’odio e dell’uccisione.
Il titolo non è arbitrario, ma si capirà meglio alla fine.
Il dibattito intorno alla macchina artificiale mi sembra abbia al fondo un interrogativo fuorviante: sarà davvero in grado questo nuovo aggeggio di superare l’umano? La domanda più importante a me pare invece un’altra: a cosa serve un progetto che programmaticamente vuole disfarsi dell’umano – almeno nella versione che di questa macchina sembra prevalente nel mondo europeo e statunitense – a prescindere se ci riuscirà o meno? A quali logiche di potere risponde? La mia risposta è radicale e sotto molti aspetti irricevibile - me ne rendo conto - ma lo dico lo stesso, come provocazione: sarebbe un progetto da respingere in sé. Per giustificare questa risposta estrema vado un po’ indietro nel tempo e risalgo a Platone, il quale sosteneva che l’uso della scrittura avrebbe gravemente inibito l’uso della memoria. Bene, possiamo dire che avesse del tutto torto? Passare subito a considerare i vantaggi che la scrittura ha apportato all’umanità, accantonando completamente il discorso su ciò che si è perduto, rimuove dalla consapevolezza il fatto che la tecnologia in quanto tale, se distaccata dal piacere dell’esplorazione, è sempre a somma zero su tempi medio/lunghi, perché l’evoluzione di qualcosa s’accompagna sempre alla perdita di capacità precedenti che di solito vengono poi riscoperte in momenti di acutissima crisi, quando – spesso proprio a causa degli effetti distruttivi di qualche tecnologia, specialmente bellica – gli esseri umani si ritrovano rigettati in condizioni di vita precedenti che si pensavano, erroneamente, superate.
Milano, 18 ottobre. Sono molte le sfaccettature che occorrerebbe considerare e analizzare dinanzi all’impetuoso tumulto che si è riversato nelle piazze. D’altronde era da tempo che le contraddizioni sociali, culturali, politiche venivano ad accumularsi soprattutto all’interno di città che diventano sempre più difficili da vivere davvero, come Milano. Città che pretendono di regolare le relazioni sociali solo attraverso le logiche del consumo, dove i progetti di vita sono estremamente costosi e dove le distanze fra i quartieri e la qualità dei servizi presenti nei quartieri si fanno siderali.
Ma c’è una immagine eclatante che forse è più importante delle vetrine rotte, dei minori incappucciati, degli idranti, delle modalità repressive delle forze dell’ordine che non tentano alcuna mediazione. Eccola: un ragazzo scappa e mostra il dito medio. Urla parolacce a un sacerdote. Un prete di sessantacinque anni, sul sagrato di Sant’Alessandro, gli risponde con lo stesso dito. Il video dura pochi secondi. Basta.
Non è semplice cronaca, è una immagine che merita di essere analizzata come fosse una istallazione artistica giocata su una simmetria di emozioni. Ed è anche, a suo modo, una perfetta dichiarazione politica: due solitudini che si riconoscono solo nel gesto. Il resto — le parole, la mediazione, la storia — è venuto meno.
Un tempo, non tanto lontano, la Chiesa italiana sapeva stare sulla soglia. I preti operai in fabbrica negli anni Settanta. Poi quelli che andavano in carcere, negli anni Ottanta, a raccogliere i resti della lotta armata e dell’eroina.
Questo editoriale apparso su Le Monde Diplomatique è importante sul piano strettamente teorico-politico perché, nel bel mezzo di una mobilitazione conflittuale estremamente aspra, in Francia, pone il problema di “dove e come si vuole andare” con il complesso dei movimenti.
E’ una domanda che si impone qualsiasi siano le preferenze politiche o ideologiche (individuali, collettive, di gruppo organizzato, ecc), spaziando dal far crescere sempre esponenzialmente il tono del confronto col governo fino alla canalizzazione politico-istituzionale, ovviamente di estrema sinistra relativamente alla geografia parlamentare.
E qui emerge la prima grande differenza con il nostro paese, perché in Francia una sponda parlamentare seria esiste – La France Insoumise – mentre in Italia no (e con la nuova legge elettorale pretendono di impedire che possa nascere)
Al livello teorico classico è il problema di definizione della strategia del movimento di classe e dei suoi alleati di fase e quindi anche delle tattiche conseguenti, uscendo dalle trappole logiche autocentrate tipiche dello spontaneismo e da quelle del parlamentarismo “senza se e senza ma”.
Il convitato di pietra sono i rapporti di forza complessivi tra le classi in un paese capitalistico avanzato (quindi la questione riguarda tutti i paesi occidentali, il nostro compreso), cui partecipano oggettivamente tutti i soggetti sociali e politici di un paese (oltre che i poteri esterni che hanno un peso sui singoli paesi), andando decisamente al di là della presenza numerica in piazza (un elemento dell’equazione complessiva, ma non certo l’unico né quello decisivo) e rimandando allo Stato come “forza concentrata del dominio di classe“.
Nuove rivolte attraversano l’Europa. Maurizio Lazzarato le rilegge all’interno del quadro mondiale segnato dalla guerra, dalla crisi dell’economia del debito e dal declino dell’egemonia occidentale, mostrando come il conflitto sociale torni a intrecciarsi direttamente con quello tra Stati e con l’economia di guerra. In Francia sono stati i liceali ad aprire una nuova fase della mobilitazione, partita dai territori d’oltremare, passata per le banlieues e arrivata fino al centro delle città, ricomponendo esperienze e soggettività sedimentate nelle lotte dei Gilets Jaunes, della generazione Nahel e contro la riforma delle pensioni. Nel tramonto del macronismo, e più in generale nella crisi del capitalismo finanziario europeo, torna così a porsi una questione rimasta aperta dopo decenni di sconfitte: sarà possibile trasformare questa nuova composizione delle lotte in una vera alternativa politica?
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La quasi totalità dei commenti delle rivolte che cominciano ad attraversare l’Europa (persino in Austria!), sono scritti come se non avvenissero dentro la guerra mondiale «a pezzi», dentro la fase terminale dell’economia del debito e quindi dell’egemonia Usa; dentro un mondo in cui cuoceremo come cotolette sul barbecue; dentro democrazie che armano, finanziano e legittimano un genocidio, lanciando migliaia di bombe e droni contro tutti quelli che non vogliono piegarsi al rinnovato imperialismo e colonialismo armato dell’Occidente.
Proviamo a prendere un po’ di distanze dagli eventi cercando di cogliere il quadro di una lotta di classe che per la prima volta irrompe con intensità dentro la guerra dei padroni: le fond de l’air n’est plus rouge come tra gli anni Sessanta e Settanta, rinvia invece, al colore bruno e nero delle camicie della contro-rivoluzione di un secolo fa, anche se ibridati alle «democrazie» liberali.
Il 17 ottobre, a Roma, si è tenuto un incontro organizzato da Network per il socialismo. Vi sono stati presentati e discussi l’ultimo libro di Barba e Pivetti, La libera marcia del capitale (Rogas, 2026), e la Bozza di programma socialista per l’Italia, elaborata, sulla base di un testo di questi autori, da un gruppo di cui hanno fatto parte Boghetta, Lang, Porcaro, Somma e Turci. Il documento si basa sulla necessità/eventualità di un’esplosione, implosione o uscita dall’Unione Europea e indica proposte per affrontarne i nodi cruciali. Proposte che non riguardano solo un ipotetico futuro, ma che retroagiscono anche sull’attualità. Si tratta della centralità del lavoro e del salario, del controllo dei capitali e delle merci e di uno Stato adeguato a gestire un cambiamento che sarà comunque tempestoso.
L’incontro è stato assai positivo, poiché ha evidenziato condivisioni, proposte aggiuntive, ma anche critiche e difficoltà.
Antonella Stirati e Michele Prospero sono intervenuti su varie questioni di merito. In primo luogo, sono state avanzate proposte specifiche, come l’uso delle partecipate, e integrative, come gli standard di qualità dei prodotti o l’uso di forme di moneta fiscale.
A tal proposito, il problema non sta tanto nelle singole proposte, quanto nel quadro in cui le si colloca. Vale a dire, se siano pensate in quanto compatibili con il quadro unionista oppure inserite in una transizione socialista. In buona sostanza, si tratta di valutare se le proposte siano utili ed efficaci per passare attraverso le crune dell’ago del superamento dell’Unione e determinare una strategia di cambiamento radicale.
Allo stesso tempo, è stato posto il tema della sconfitta del movimento operaio a causa di un capitale divenuto troppo grande con la libera circolazione dei capitali e la globalizzazione. Abbassati i livelli di controllo dello Stato, i conflitti sono stati depotenziati, così come la democrazia. È stato altresì sottoposto a critica il modello della governance, per passare o tornare al governo come ripresa della politica e della democrazia.
4 novembre. All'indomani delle elezioni di medio termine USA, che al Congresso hanno dato la maggioranza ai rappresentanti del Partito democratico, i commenti della stampa “perbene” atlantista italiana mostrano una certa cautela. Non si vuol stravincere, beffandosi apertamente dello sconfitto Trum: dopo intere settimane spese a propagandare le virtù delle scelte europeiste, messe in pericolo da un “erratico sventato” che fa accordi con la Russia, oggi pare volersi quasi celare l'entusiasmo per la prospettiva di un parlamento yankee che – ma questo non si dice – farà vedere “i sorci versi” a quello scapestrato.
Quella stampa “perbene” deve dar conto ai propri lettori europeisti di una reverenza, comunque dovuta, qualunque sia il loro presidente, ai “padri pellegrini” d'oltreoceano, che insegnano democrazia al “mondo civilizzato” e, pur nell'ardore della vittoria, si deve mostrare il bon ton e l'eleganza liberale che non ammette l'aperta umiliazione del perdente. La gioia è quasi irrefrenabile, così come lo erano stati i rimbrotti riservati per settimane a un Trump che si permetteva di osteggiare i “valori europeisti”; ma quella gioia la si contiene. Su La Stampa, l'atlantista Maurizio Molinari parla, oltremodo pacatamente, di «risveglio della democrazia americana», mentre Jacopo Iacoboni si interroga sulla possibile evoluzione della «guerra di Putin all’Ucraina»: insomma, va bene il rispetto per lo sconfitto yankee, ma che quella organizzata, finanziata e fatta proseguire da UE-NATO in Ucraina non sia altro che «la guerra di Putin», va detto. E che diamine.
Le strade, le piazze, le urne elettorali sono tornate in questi mesi e settimane a riempirsi. In Europa e in America, dalla Serbia al Brasile, dalla Spagna a Israele, dalla Francia all’Italia. L’elenco potrebbe continuare. Qualcosa forse è cambiato. Meno sono, sinora, cambiate le parole dei protagonisti di questi movimenti elettorali e sociali e, soprattutto le lenti degli “osservatori”. Entrambi, pur enfatizzando la parola futuro, la sua mancanza, cercano in parole del passato rassicuranti chiavi di lettura. Taluni per esaltare il presente (è tornata la democrazia partecipata, è tornata la lotta di classe), altri per esorcizzarlo (stanno tornando gli anni di piombo). Sbagliano entrambi. O forse no, hanno entrambi ragione. Mantenere aperta la risposta non è semplicemente un atto di doverosa umiltà, è prodromico alla comprensione di quanto sta accadendo e accadrà.
Per cominciare dobbiamo smettere di essere sordi e ciechi verso i decenni e gli anni che ci hanno preceduto. C’è un sottile, ma inequivoco, quid che lega il voto e le piazze di queste settimane e mesi. Un quid che si chiama sovversivismo. Sovversivismo delle classi dirigenti e sovversivismo delle classi subalterne. Nessun giudizio morale, nessuna condanna etica, è semplicemente storia e cronaca. L’interpretazione e il che fare li lasciamo al lettore. Senza nascondere che le nostre emotive simpatie vanno ai secondi (alle classi subalterne) con i quali saremo egualmente severi come deve essere, si diceva un tempo, un buon padre di famiglia. Senza temere l’impopolarità (Pier Paolo Pasolini).
Le borse crollano.
Il perché è abbastanza chiaro: la clamorosa sconfitta di Trump significa – dal punto di vista dei mercati finanziari – che la totale assenza di regolazione dell’intelligenza artificiale (sostenuta dal tycoon anche a dispetto delle richieste provenienti dagli stessi amministratori delegati di Anthropic, OpenAi, Google, Microsoft, Amazon, ecc) possa ora finire. E con essa anche la corsa senza fine dei titoli azionari delle società protagoniste di questa nuova età dell’oro speculativo.
Il Nasdaq è sceso del 5,52% e ha chiuso in correzione giovedì, con una flessione superiore al 10% rispetto al massimo record del 6 ottobre.
Le azioni di Nvidia (NVDA) sono scese del 9,3%, azzerando i guadagni dell’intero 2026. L’indice dei produttori di chip è sceso del 12,3%, registrando la peggiore giornata del decennio. Le azioni di Tesla e SpaceX, di Elon Musk, sono scese rispettivamente dell’11% e del 9%.
Il Nikkei giapponese è precipitato del 6%, mentre la Borsa di Taiwan registra un calo superiore all’8%. In rialzo invece le Borse indiane. Delhi rimasta indietro proprio sull’intelligenza artificiale, mentre però cresceva velocemente nei settori “maturi”. Il Bombay Stock Exchange e il National Stock Exchange sono perciò entrambi in territorio positivo.
[Ai fini di una più ampia riflessione politica sugli avvenimenti e le rivolte delle ultime settimane, si rende necessaria la ripubblicazione, in versione ridotta e quasi del tutto priva del ricco apparato di note originario, di un saggio di Emilio Quadrelli apparso precedentemente, con il titolo Ri–cominciamo a dire Lenin. Dal “Partito di Mirafiori, al “Partito della banlieue”, in appendice al volume di Gioacchino Toni e Paolo Lago: Spazi contesi, cinema e banlieue, pubblicato dalle edizioni Milieu nel 2024. – S.M.]
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Il presente testo proverà a dire qualcosa intorno alla banlieue utilizzando prevalentemente quella letteratura di riferimento [che] ha provato a leggere e descrivere la banlieue optando per una metodologia di ricerca prevalentemente etnografica. Una metodologia che, chi scrive, in passato ha potuto fare interamente sua avendo sia la fortuna, sia l’intuito di essere nella banlieue parigina nel 2005 e nel 2006. Venendo al presente, avendo a disposizione limitate risorse per scrivere un testo di ricerca mi è sembrato opportuno tentare l’elaborazione di un “testo politico” […]. Un ragionamento, quindi, che assume la banlieue come modello ideal – tipico in grado raccontare qualcosa di essenziale su ciò che caratterizza vita e destini delle masse subalterne contemporanee non solo in Francia. La banlieue come paradigma è ciò che qua si prova a argomentare.
Detto ciò andiamo al sodo e cominciamo con il chiederci, intanto, perché il partito della banlieue?
Parlare del partito della banlieue necessita di alcuni chiarimenti poiché, il farlo, potrebbe essere foriero di non pochi malintesi soprattutto da parte di chi, facendo anche involontariamente proprie le retoriche della borghesia e dei suoi cani da guardia, legge la banlieue come sinonimo di marginalità, eccedenza, lumpen ecc. ecc., ovvero come il luogo per eccellenza di quei mondi sociali, storicamente sconfitti ed espulsi dalla storia in quanto vittime dei processi di modernizzazione.
Stefano Di Bucchianico ricorda Anwar Shaikh, economista della New School che è recentemente scomparso e ne illustra l’eredità intellettuale, che è fondata sulla combinazione di rigore analitico nonché di attenzione ai dati e alla storia del pensiero economico. Al centro della riflessione di Shaikh vi è una articolata interpretazione del funzionamento del capitalismo e delle contraddizioni che ne accompagnano lo sviluppo. Di Bucchianico auspica che il suo lascito intellettuale venga raccolto e valorizzato anche per comprendere nuovi problemi.
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Anwar Shaikh, nato a Karachi nel 1945 e per decenni professore alla New School for Social Research di New York, è scomparso a inizio ottobre. Numerosi sono i ricordi e gli omaggi che via via si susseguono in questi giorni in memoria di un gigante dei nostri tempi, noto soprattutto per i suoi contributi all’economia critica in decine di articoli su riviste internazionali, nonché per la capacità di misurarsi col mainstream, che spiega prezzi e distribuzione del reddito come frutto delle scelte di individui e imprese che massimizzano rispettivamente utilità e profitto.
In questo breve pezzo proverò a dare alcuni spunti di riflessione su quella che è l’eredità intellettuale di Shaikh, conscio del fatto che una ricostruzione accurata del suo lascito richiederà anni di lavoro a schiere di economisti e storici del pensiero. Basti pensare al suo magnum opus, Capitalism: Competition, Conflict, Crises (2016): quasi mille pagine che raccolgono mezzo secolo di ricerca e che per molti anni a venire saranno una base per discutere di crisi, tecnologia e disuguaglianze.
Il primo aspetto riguarda la sorprendente capacità di muoversi con disinvoltura tra vari ambiti: macroeconomia, teoria del valore, analisi econometriche, storia del pensiero.
Data Center e finanza globale. Grandi fondi e finanza del debito. Le rendite private. Chi costruisce il business e chi ne sopporta i rischi?
Per capire come nasce e come viene realizzato un Data Center (DC), conviene seguirne il percorso fin dall’inizio, partendo dalla società che presenta le richieste di autorizzazione e acquista il terreno sul quale dovrebbe sorgere l’impianto. È questa la società che compare formalmente nelle pratiche amministrative e nel Registro delle Imprese. Ma non è detto che sia anche il vero soggetto economico che sta dietro al progetto.
Molto spesso, infatti, per realizzare un singolo Data Center viene costituita una società apposita, chiamata società veicolo o SPV (Special Purpose Vehicle). È una società creata con uno scopo preciso: detenere il terreno, ottenere le autorizzazioni, realizzare e, eventualmente, gestire quello specifico progetto. In questo modo il progetto viene separato dalle altre attività del gruppo che lo promuove e i suoi rapporti economici e finanziari possono essere gestiti autonomamente.
Ma chi possiede la società veicolo? Anche qui può esserci un altro livello: la SPV può essere controllata da un’altra società, che a sua volta può appartenere a un fondo di investimento, a una multinazionale o a un gruppo societario con sede all’estero. Per capire, dunque, chi c’è realmente dietro un Data Center, non basta fermarsi al nome della società che ha presentato la domanda o comprato il terreno. Bisogna seguire la catena delle partecipazioni societarie, passando dalla società veicolo alla società che la controlla e poi ai suoi proprietari, fino ad arrivare al soggetto, o ai soggetti, che esercitano in ultima istanza il controllo economico. In pratica, bisogna risalire la catena proprietaria fino ai proprietari finali. In termini semplici (si fa per dire), il percorso è questo: il terreno e le autorizzazioni risultano intestati alla società A; la società A è controllata dalla società B; la società B appartiene a un fondo C; e il fondo C è gestito da una grande società finanziaria. Per sapere chi sta realmente dietro al progetto bisogna quindi percorrere tutti questi passaggi, senza fermarsi al primo nome che compare nei documenti.

Un fantasma si aggira per il mondo, ma non è più il fantasma del comunismo. Né si può parlare, neanche vagamente, del fantasma della sinistra. Nessuno sfugge alla verità che, in spagnolo tradizionale, suona così: "un fiume in tempesta, guadagno per i pescatori".
In Francia, Italia, Spagna, Belgio e in molti altri paesi europei, la gente scende in piazza ed esprime una rabbia logica e legittima. Con la fine della Pax Americana e la conclusione del ciclo del cosiddetto Stato sociale, un ciclo basato sullo sfruttamento collettivo del Sud del mondo e guidato (o meglio, condiviso) dall'Anglosfera, le classi lavoratrici europee autoctone si sono viste ridotte al minimo indispensabile e si sentono sconfitte.
Le classi medie, nervo di collegamento necessario tra i proletari e le élite estrattive, si sono ridotte drasticamente a causa delle politiche globaliste e neoliberiste dell'Unione Europea. Le giovani generazioni di europei autoctoni stanno scoprendo, nonostante le manipolazioni subite e le deliberate carenze dei sistemi educativi europei, la truffa di cui sono vittime.
L'attuale percezione di frode porterà, tra qualche anno, alla tragedia. Se oggi un ragazzo lucido, ventenne, intuisce con confusione e ansia che domani vivrà molto peggio dei suoi genitori (senza casa, senza figli, senza un lavoro dignitoso e stabile), quando avrà trenta o quarant'anni, l'ansia, la situazione non sarà più quella di un semplice turbamento: diventerà una tragedia. Intorno a lui, nell'Europa del 2030 o del 2040 (se non verrà prima distrutta da una guerra), la classe medio-bassa europea non vedrà altro che sporcizia, guerre civili etniche, precarietà, repressione e imposizione di religioni e costumi non europei (Islam) o leggi innaturali (ideologia di genere e radicalizzazione LGBTQ+ imposta dalla forza militare).
Tutto ciò si verifica in un clima di estrema precarietà economica, poiché le tendenze attuali sono destinate a peggiorare: mancanza di innovazione, calo della produttività, dipendenza energetica e tecnologica, avversione generale (dovuta a un sistema educativo concepito dagli Stati Uniti, deliberatamente scadente) e sottomissione culturale a una sorta di "islamo-americanismo", di cui già oggi percepiamo i germi.
Uno sciopero generale con manifestazioni in più di 50 città, con circa un milione di persone in piazza che hanno bloccato i porti e le principali arterie, convocato da un’organizzazione sindacale ben diversa da CgilCislUil, è un fatto politico di portata enorme.
Ciò che è accaduto il 30 ottobre dovrebbe essere al centro del dibattito per i contenuti rivendicativi della mobilitazione e per le dinamiche che l’hanno prodotto, ma anche per il “cambio” dei paradigmi culturali che si è sviluppato da almeno un anno a questa parte, in particolare tra le giovani generazioni, e che ora sta affiorando con forza.
Significativamente questo dato lo ha colto un giornale come Il Fatto ma non lo ha colto – ed era prevedibile – Il manifesto.
Governo e opposizioni dovrebbero chiedersi, il primo come sia possibile continuare a governare come se nulla fosse con una sfiducia popolare acclarata nelle piazze che hanno gridato a gran voce il celebre coro “Giorgia Meloni devi andartene, vattene, vattene”, le seconde dovrebbero interrogarsi sulla propria incapacità complessiva, a cominciare dai propri organi di informazione e dai corpi intermedi ad essi legati, di essere i vettori dell’unico vero movimento d’opposizione all’attuale esecutivo, un movimento che fino all’ultimo hanno snobbato o apertamente boicottato.
La verifica la si farà a breve con la manifestazione nazionale del 12 dicembre per le dimissioni del governo Meloni.
Un cessate il fuoco può fermare una guerra senza risolvere la disputa che l'ha provocata. Gli eserciti possono interrompere i combattimenti e ritirarsi dalle rispettive posizioni, mentre i territori possono essere amministrati lungo una linea di demarcazione provvisoria. Ma senza un accordo sulla sicurezza reciprocamente accettato, un'intesa rischia di conservare intatte le condizioni che potrebbero portare a un nuovo confronto militare.
È una distinzione che spesso viene trascurata nel dibattito sulla guerra in Ucraina. La linea del fronte è certamente importante, ma altrettanto decisivo è l'ordine militare e strategico che dovrebbe accompagnare la fine delle ostilità. Il dispiegamento delle truppe, l'appartenenza alle alleanze militari e la credibilità delle garanzie di sicurezza determineranno se un armistizio potrà trasformarsi in una pace duratura oppure rappresenterà soltanto una pausa tra due guerre.
La sfida consiste nel conciliare definizioni della sicurezza profondamente diverse, senza negare né la sovranità dell'Ucraina né le preoccupazioni russe in materia di sicurezza. Una proposta che affrontasse soltanto le esigenze di una delle due parti difficilmente potrebbe produrre un accordo stabile.
Le quattro proposte di Jeffrey Sachs: un'unica logica strategica
L'economista americano Jeffrey Sachs ha avanzato quattro proposte tra loro interconnesse: la fine formale dell'espansione della NATO verso est; la neutralità militare permanente dell'Ucraina; la possibilità per Kiev di intraprendere un percorso di adesione all'Unione Europea pur mantenendo il proprio status di Paese neutrale; infine, la definizione di una linea di armistizio che separi l'amministrazione effettiva dei territori dalla questione, ancora irrisolta, della loro sovranità giuridica.
Quanto era prevedibile, la fiumana di 1 milione di italiani, studenti, occupati, disoccupati, portuali, camionisti, agricoltori, pensionati, cittadini in senso pieno, ancora e con ancor maggior entusiasmo in piazza dopo due sabati di proteste criminalizzate, con apposito decreto-sicurezza e invenzione del “mostro” Saher dopo i singoli, gravi, significativi, ma episodici fatti di violenza del 17 ottobre? Probabilmente, una partecipazione così massiccia, in 70 città, non se l’aspettavano neanche gli organizzatori, i sindacati di base Usb il cui sciopero generale di ieri ha fornito l’occasione a tutti di tornare in strada in massa. Perché questa ondata di ribellione, generata anzitutto dall’ingiustizia di scaricare, al solito, i costi del sistema economico e geopolitico sulle classi medio-basse, attraversa categorie, ceti, generazioni. È un insorgere di popolo.
Non di tutto, il popolo, certo. Restano fuori due macro-gruppi, lungo due assi diversi. Da una parte, ovviamente, chi non sente il vertiginoso aumento del costo della vita, quel 25% di redditi medio-alti che, secondo un recente libro dell’economista Piergiorgio Ardeni, fanno da base di consenso al famoso 1% di ultra-ricchi. Dall’altra, soprattutto, chi è tuttora mentalmente inchiodato alla divisione Destra/Sinistra: una moltitudine trasversalmente distribuita, che vede i poveri cristi di destra tifare per il manganello di polizia (è così, fatevi un giro sull’altra piazza, quella dei social…) e i benpensanti, e spesso benestanti di sinistra, sperare che i cortei si traducano in voti al “campo largo” alle elezioni 2027.
Putin è diventato il fantasma evocato per spiegare ogni cosa, ma la sua parabola va letta nella storia russa e nelle contraddizioni europee. Tra eredità zarista e sovietica, multipolarismo e crisi occidentale, il giudizio sul suo modello resta controverso.
Ormai è un gioco virale, come Pokémon. Putin è avvistato in ogni dove, soprattutto dove non te l’aspetti e quando non lo si vede. Come il noto mostriciattolo tascabile. Ha stato Putin qualsiasi cosa accada, anche la più casuale. Anzi, non avendo una spiegazione probante per l’occorrenza proprio lì, si dimostra la sua inquietante presenza.
Putin si insinua ovunque, come il gelido sbuffo dello spiritismo. Per positivo, venendo accolto dai satanisti come un liberatore, ma anche ex negativo, per essere esorcizzato. Persino, in quest’ultimo caso, quando si è disposti a riconoscergli molte ragioni.
Molti discorsi sono quasi sempre aperti dal preambolo del riconoscimento che egli resta pur sempre un aggressore. Capita anche che fieri critici dell’euro-atlantismo mettano le mani avanti, cadendo nel tranello dell’excusatio non petita. Temendo in qualche modo d’essere annoverati tra i suoi seguaci.
Ci si affanna: «Noi non siamo con Putin», che, se non è un criminale, è comunque un monocrate repressore. Soprattutto un post-comunista rinnegato che, ad esempio, è andato a omaggiare Denikin, uno dei capi dell’Armata Bianca, e si perita spesso di muovere critiche a Lenin, mentre ha in Dugin, il filosofo della destra in salsa slava, il suo Rasputin.
Caro vita, guerra all’Iran, tagli alla sanità e un diluvio di denaro miliardario: il voto di metà mandato del 3 novembre consegna ai Democratici Camera e Senato. È la sconfitta politica del trumpismo, non ancora del sistema che lo ha reso possibile.
Il 25 ottobre, dal palco di Port Huron, in Michigan, il presidente degli Stati Uniti ha storpiato per l’ennesima volta il nome di un cittadino americano nato e cresciuto in quello Stato. Lo chiamava «Mohammed», lo definiva un jihadista, sosteneva che sarebbe stato l’unico senatore costretto a passare sotto un metal detector per entrare in aula. Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo, figlio di una famiglia emigrata dall’Egitto, rispondeva che Trump poteva pronunciare il suo nome come gli pareva, tanto dopo novembre avrebbe dovuto chiamarlo senatore. Nove giorni dopo, nella notte tra il 3 e il 4 novembre, El-Sayed ha battuto il repubblicano Mike Rogers ed è diventato il primo musulmano eletto al Senato nella storia degli Stati Uniti.
In quella vittoria c’è quasi tutto il senso di queste elezioni di metà mandato. C’è un presidente che ha trasformato il voto in un plebiscito su se stesso e lo ha perso. C’è un linguaggio d’odio che non ha pagato. E c’è una domanda che riguarda anche noi, dall’altra parte dell’Atlantico: che cosa succede quando milioni di persone, schiacciate dai prezzi, dalla guerra e dai tagli ai servizi, decidono di usare l’unica arma che resta loro in mano?
Prima i fatti, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora in corso di conteggio. Secondo le proiezioni di Associated Press, CNN, CBS e NBC, i Democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Al Senato, dove i repubblicani partivano da un vantaggio di 53 seggi a 47, il Partito democratico ha strappato sette seggi all’avversario: il North Carolina con Roy Cooper, l’Ohio con Sherrod Brown, l’Iowa con Josh Turek, il Kansas con Adam Hamilton, il South Carolina con Annie Andrews, il Texas con James Talarico e il Maine, dove Troy Jackson ha chiuso quasi trent’anni di mandato di Susan Collins. Nella notte l’Associated Press attribuiva ai Democratici almeno 53 seggi. Alcune corse restano aperte, a cominciare dal Mississippi, dove con il 98 per cento delle schede scrutinate il democratico Scott Colom precedeva la senatrice uscente Cindy Hyde-Smith di appena 28 voti.
Dalle proteste europee alla crisi del liberalismo, l’autore di Libercomunismo invita la sinistra a una «razionale e tempestiva radicalità»
«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.
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Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?
Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali.
Monopoli, asimmetrie fiscali, erosione democratica. Considerazioni a partire dal libro di Alessandro Volpi, La finanza è colpevole. Storia e cronache dall’abisso (Einaudi)
Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha subito una metamorfosi profonda, scivolando silenziosamente dall’era del capitalismo produttivo industriale a quella di un’egemonia finanziaria totalizzante. Il baricentro del sistema si è spostato in modo lineare e aggressivo dalla produzione di beni tangibili e dall’economia reale verso una pervasiva finanziarizzazione dei mercati. In questo nuovo assetto, la generazione di valore non è più legata alla creazione di posti di lavoro, all’innovazione tecnologica o alla fornitura di servizi essenziali alla collettività, bensì all’estrazione sistematica e parassitaria di rendite finanziarie. Ci troviamo di fronte a una transizione in cui la finanza si è impossessata del risparmio del nostro Paese e ne ha fatto lo strumento per innumerevoli speculazioni. Questa mutazione antropologica ed economica ha trasformato delle grandi corporazioni in veicoli liquidi finalizzati alla massimizzazione dei dividendi e all’implementazione di pratiche puramente speculative, quali i buyback azionari, subordinando ogni strategia al principio del valore per gli azionisti a brevissimo termine. Il capitale ha cessato di essere un volano per il benessere collettivo e la crescita sociale per tramutarsi in un dispositivo estrattivo globale che drena metodicamente liquidità dai settori produttivi locali per riversarla nei circuiti delle borse internazionali, lasciando dietro di sé territori impoveriti e società frammentate.
La più significativa e inquietante innovazione strutturale di questo scenario risiede nella straordinaria concentrazione di capitale monopolistico nelle mani di pochissimi colossi privati transnazionali. I cosiddetti “Big Three” — BlackRock, Vanguard e State Street — non agiscono più come semplici intermediari del risparmio o gestori passivi di fondi comuni, ma detengono un controllo proprietario e decisionale trasversale senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso una fitta e impenetrabile rete di partecipazioni incrociate, questi mega-fondi gestiscono quote azionarie di blocco e di controllo nelle principali imprese concorrenti all’interno dello stesso settore. Questa configurazione altera radicalmente, fino ad annullarle, le tradizionali dinamiche competitive descritte dai manuali di economia, esautorando i meccanismi del libero mercato a favore di un cartello globale.
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