La dittatura commissaria in Italia e nelle democrazie occidentali
di Leo Essen
La libertà politica e la sicurezza dei cittadini sono garantite dalla divisione dei poteri. E la divisione dei poteri, stando ai manuali di dottrine politiche – ne prendo due a caso, Chevalier e Galli – è quella descritta da Montesquieu e contempla la balance tra potere giudiziario, esecutivo e legislativo, ai quali si affiancherà il quarto potere: la stampa, o opinione pubblica.
Chevalier è meno appiattito di Galli sul liberalismo, anche se è più infido. Prima di introdurre la questione della divisione dei poteri e della balance, chiarisce che la distribuzione dei poteri avviene tra le varie forze concrete esistenti. Sono le forze e le contro-forze in campo a delineare il governo moderato. La sua natura, dice Chevalier, implica che ci siano poteri intermedi, ovverosia corpi intermedi, contro-poteri e contro-forze. Questi contro-poteri e contro-forze sono le autonomie distribuite nei Parlamenti territoriali, nei ceti, nelle corporazioni, nelle città, nelle giurisdizioni signorili. Sono queste contro-forze particolari che resistono con ostinazione alle indebite invasioni del sovrano, e la resistenza deve essere fatta con il becco e con gli artigli.
La divisione dei poteri non è, per così dire, una divisione astratta. Montesquieu – sin qui la lettura di Chevalier è rigorosa – non distingue tra l’ufficio e l’ufficiale. Il potere non è un istituto, ma è sempre e soltanto una forza concreta, operativa, attuale, storica, dunque plurale. Di fronte all’avanzata del potere astratto del sovranismo assoluto, Montesquieu prende la posizione di quei poteri che resistono a questa avanzata e chiede per essi il giusto riconoscimento e la dovuta autorità, se non autonomia. Un’autorità che il nascente Stato burocratico liberale non vuole riconoscere.
Qualche pagina dopo, ritornando sui propri passi, Chevalier ribadisce l’importanza della divisione dei poteri. Dice che, se la stessa persona o lo stesso corpo esercitasse tutti e tre i poteri, allora tutto sarebbe perduto. Qui avviene un lieve e innocuo slittamento: uno sdoppiamento tra ufficio e ufficiale, tra la forza in campo e l’istituto, tra l’ordine costituito e l’ordine costituente.
Legislativo, giudiziario ed esecutivo – e, con essi, la stampa – sono diventati poteri astratti, cioè istituti. Non sono più forze sociali che spingono e premono e fanno avanzare la storia. Sono ordinamento, costituzione, diritto, legge. Sono posizioni astratte, strutture vuote, cariche che possono, di volta in volta, essere ricoperte da questo o quest’altro soggetto. La cooptazione di Montesquieu tra i padri dello Stato liberale è compiuta.
Bisogna subito chiarire che non si tratta di un mero slittamento teorico. Chevalier riscrive la storia a uso e consumo del liberalismo. Ma è stato il liberalismo stesso a porre le premesse di questa riscrittura. Su questo tema tornerò tra poco.
L’operazione di cooptazione di Galli è più tradizionale, più lineare. Senza tanti giri, e saltando il fatto che Montesquieu era membro di una di quelle contro-forze che si opponevano al nascente Stato burocratico, parla della divisione dei poteri e dà per acquisita la distinzione tra ufficio e ufficiale.
Questa distinzione, come spiega benissimo Carl Schmitt in Dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria – un testo che sta sopra di diverse spanne, di mille spanne, alle raffazzonate storie di Galli e Chevalier – compare nella storia moderna a partire da Machiavelli e Cartesio.
Il Principe di Machiavelli, dice Schmitt, non pretende di fornire giustificazioni morali o giuridiche, ma semplicemente di suggerire la tecnica razionale dell’assolutismo politico. Il problema non è più rispettare il diritto, ma soltanto reperire i mezzi adeguati per ottenere, nel caso concreto, un risultato concreto. Il procedimento potrà essere errato o giusto, ma il giudizio verte unicamente sulla giustezza tecnica delle misure adottate, e cioè sulla loro funzionalità. La misura deve funzionare. La virtù del funzionario, scriverà Jünger, è funzionare.
In secondo luogo, dice Schmitt, l’artista che si accinge a costruire uno Stato deve considerare la massa umana da organizzare in Stato come un oggetto, un materiale da plasmare. È nello spirito del pensiero umanistico considerare il popolo, la massa incolta, la bestia variopinta, come un elemento irrazionale che necessita, perciò, di essere dominato e guidato dalla ratio. Se il popolo è l’irrazionale, non è possibile trattare o stipulare accordi con esso, ma lo si deve padroneggiare con l’astuzia o con la violenza.
L’intelletto non deve scendere a patti, perdersi in ragionamenti, ma semplicemente dettare. Siamo di fronte a una concezione dello Stato assolutamente tecnica e del tutto estranea al diritto inteso come valore autonomo, incondizionato, non subordinato a finalità concrete. Tale concezione non ha alcun interesse per il diritto, ma soltanto per la funzionalità del meccanismo statuale.
Il terzo elemento, dice Schmitt, oltre al razionalismo e alla pura tecnicità, è la dittatura: gli organi dell’esecutivo devono subordinarsi incondizionatamente al buon svolgimento del processo. Questo vale non solo per l’esecutivo per eccellenza, che è l’esercito, dove gli ordini vanno eseguiti, se non ciecamente, con assoluta prontezza; anche l’esecuzione di una sentenza del tribunale non può essere fatta dipendere dal consenso dell’ufficiale incaricato di eseguirla. Non è ammissibile, cioè, che questi abbia la facoltà di vagliare la giustezza di una sentenza avente vigore legale. La regola si estende, del resto, anche fuori dell’ambito della pubblica autorità: il buon funzionamento di qualsivoglia organizzazione diventerebbe impossibile se le persone incaricate dell’esecuzione si arrogassero, per qualunque ragione, il diritto di operare autonomamente interventi o controlli secondo criteri non attinenti alle esigenze del funzionamento tecnico. Diventerebbe un’impresa impossibile anche organizzare la più modesta impresa di trasporti se le persone incaricate di eseguire il trasporto avessero per la merce un interesse diverso da quello, appunto, di trasportarla. Facciamo un altro esempio, dice Schmitt.
Prima di passare all’esempio, e prima di valutare il peso di tutta la logica esemplare che travaglia il discorso di Schmitt, chiarisco questo passaggio centrale.
Il terzo elemento dell’ordinamento liberale emergente è la dittatura. Gli organi dell’esecutivo, gli ufficiali – i funzionari, i burocrati – devono subordinarsi incondizionatamente, assolutamente, al processo. Il processo è un processo tecnico. Cosa vuol dire, in questo contesto, processo tecnico? Vuol dire che l’ufficiale deve operare ciecamente rispetto al contenuto della funzione. Il contenuto gli deve essere indifferente. Il sistema non potrebbe funzionare se l’ufficiale pretendesse di entrare nel merito di ciò che processa. Tra il processo e l’ufficiale non deve stabilirsi alcun legame personale, intimo, particolare. La funzione deve poter essere svolta da chiunque.
Il processo tecnico richiede dunque la scissione tra il funzionario e la funzione, tra l’ufficiale e l’ufficio. Il funzionario incarna un potere generico, che non deriva dalla sua persona, ma dall’ufficio. Il buon funzionamento del processo – il buon governo – richiede la divisione tra funzione e funzionario. Solo questa divisione può garantire uno svolgimento regolare del processo amministrativo.
È evidente, e lo dice lo stesso Schmitt, che questa innovazione non riguarda in primo luogo l’organizzazione dello Stato. Riguarda il buon funzionamento di qualsivoglia affare. È l’intera struttura sociale che si trasforma, assumendo come principio fondante la separazione tra il contenuto e la forma.
Non vi è chi non vede che l’ordinamento liberale emergente replica la divisione tra lavoro astratto e lavoro concreto, tra valore d’uso e valore di scambio, tra tempo della vita e tempo astratto e vuoto dell’orologio; non vi è chi non vede come, in questa lotta tra l’Ancien Régime e il nuovo Stato liberale emergente, il proletario intercambiabile, indifferente verso ciò che produce, si appresti a sostituire l’artigiano delle corporazioni, il lavoratore legato a doppia mandata al contenuto di ciò che produce, sia in termini di sapere-fare sia in termini di potere effettivo di realizzare nella cosa lo scopo prefissato.
Lo scopo del proletario non è nell’oggetto prodotto – l’oggetto gli è indifferente: ciò che per lui conta è solo la paga. Si tratta di uno stravolgimento enorme delle condizioni di produzione. Uno stravolgimento che passa attraverso la standardizzazione delle procedure. Non si realizza nessuna indifferenza del produttore rispetto al prodotto senza una standardizzazione del processo. E la standardizzazione procede attraverso quei salti di astrazione che Adam Smith descrive bene quando parla della fabbrica di spilli.
Sono indifferente al contenuto di ciò che produco, per esempio una pagnotta di pane, quando la procedura della preparazione e le quantità degli ingredienti sono fissate in una ricetta, ovvero in una regola scritta. Non c’è bisogno di assaggiare. Anzi, non si deve assaggiare. La bontà del prodotto non è legata al gusto di chi lo produce. È un frutto della ricetta e del metodo di produzione.
Facciamo un altro esempio, dice Schmitt: supponiamo che un funzionario delle poste debba anche esaminare il contenuto della corrispondenza che gli passa tra le mani. Vorrebbe dire che l’organizzazione tecnica delle poste sarebbe utilizzata per conseguire scopi esterni all’organizzazione stessa, il che ne comprometterebbe il buon funzionamento. In altri termini, in un esecutivo che funzioni come si deve, una volta dati i presupposti necessari perché il processo si metta in moto e vada avanti, non si verificano più intese, accordi o consultazioni con gli organi esecutori.
All’origine dello Stato moderno, dice Schmitt, sta questo orientamento verso la dittatura, caratterizzato dagli elementi appena descritti: razionalismo, tecnicità e primarietà dell’esecutivo. Intendiamo qui per dittatura un tipo di ordinamento che prescinde, in linea di principio, da un’intesa e da una consultazione con chi la deve subire e tanto meno ne attende l’approvazione.
Lo Stato moderno, dice Schmitt, è sorto storicamente da una tecnica pratica (Sachtechnik) nell’ordine politico. Come riflesso teoretico di questo fatto, nasce la dottrina della ragione di Stato, cioè di una massima sociologico-politica tratta dalle necessità imposte dal mantenimento e dall’estensione del potere politico e perciò posta al di sopra di ogni considerazione del giusto e dell’ingiusto. Un corpo di funzionari ben addestrati sul piano militare e burocratico – l’esecutivo – costituisce l’anima di questo Stato, che nella sua essenza è appunto potere esecutivo.
Sotto il lato tecnico, è indifferente per l’esecutivo se porsi al servizio di questo o di quello. La ragione è che le regole del buon funzionamento sono indipendenti dalla natura giuridica del mandante e si basano su una tecnica sociologico-pratica.
I tre elementi dell’emergente Stato liberale – ragione, tecnica e dettato – sono connessi.
La Ragione occupa il posto della legge astratta. Perché astratta?
Nell’Ancien Régime una moltitudine di centri di potere si muoveva seguendo andamenti e regimi differenti. Non erano soggetti a un’autorità centrale. Il Re era un pari tra pari.
Nello Stato liberale emergente vige invece un ordine garantito dalla legge, che si impone come un universale considerato separatamente dalle sue determinazioni concrete. Si tratta di un’istanza generale, separata dal mondo, dal corpo, dalle istanze di fatto e dai contenuti concreti. È separata e deve rimanere separata se vuole sottrarsi all’anarchia della storia.
Voltaire, a proposito dell’organizzazione dell’Ancien Régime, parla di étonnante anarchie, la quale va spazzata via da uno Stato inteso come una macchina amministrativa ben funzionante, da mettere in moto con una spinta dalla sede centrale. Uno Stato, dice Schmitt, che corrisponde all’immagine deistica del mondo di Voltaire, al quale l’intreccio variopinto di autonomie feudali e cetuali appare niente più che uno squallido disordine, in cui il potere è diviso tra istanze intermedie, ognuna delle quali regolata in modo differente.L’aspetto più rivoluzionario del concetto di plenitudo potestatis, di potenza piena e indivisa, dice Schmitt, come allora fu avvertito, appariva nella soppressione dell’idea medievale di una gerarchia fissa di uffici, che si ponevano come diritto inalienabile del loro titolare anche di fronte all’istanza più alta.
La separazione tra un’entità centrale-astratta e una moltitudine disordinata, anarchica e ignorante avanza e prende piede nell’economia, nella filosofia, nella dottrina dello Stato, nell’organizzazione degli affari, nella struttura dello Stato, eccetera.
In filosofia, Cartesio introduce la divisione tra res extensa e res cogitans, una divisione che si ripete nell’ordine giuridico. Si afferma una nuova idea di legge, dice Schmitt, che doppia la filosofia cartesiana, soprattutto nella versione mediata da Malebranche. Un’idea che ha avuto la massima importanza per la filosofia politica francese.
La teoria cartesiana, secondo la quale Dio non ha che una volontà generale e alla sua natura ripugna il particolare, si traduce sul piano politico nell’idea che lo Stato possa attribuire valore di legge soltanto a regole generali e astratte, mentre il caso singolo può essere risolto unicamente per via di sussunzione sotto la legge generale e non immediatamente per legge. Questo concetto di legge, commisto con diverse altre idee, acquista un peso particolare in Rousseau.
Montesquieu, invece, dimostra quanto le sue idee politiche siano lontane da un astratto razionalismo. Un razionalismo che introduce un dispotismo della legge.
La celebre frase in cui Montesquieu, dice Schmitt, pone accanto al legislativo e all’esecutivo un terzo potere, quello giudiziario – un potere però che deve essere, in certo senso, invisibile e nullo – sembra potersi ricollegare al razionalismo della volontà generale di Rousseau e significare che il giudice è soltanto un funzionario che applica la legge al caso singolo: un essere inanimato, ciò che il recente movimento del libero diritto ha chiamato automa di sussunzione.
Si può tuttavia suggerire un’altra interpretazione, dice Schmitt, meglio rispondente allo spirito e al contesto sia del sesto capitolo sia dell’intero libro di Montesquieu.
Non esiste per Montesquieu alcun dispotismo della legge, così come l’ha postulato il razionalismo francese nel XVIII secolo.
Prima di chiarire questo punto – dirimente nell’interpretazione manualistica di Montesquieu – mi soffermo sulle implicazioni di questa nuova ondata binaria.
Con il primo movimento si pone una legge astratta. L’Illuminismo, dice Schmitt, considerava lo Stato non diversamente da come la metafisica deistica considerava l’universo. La fonte della legge deve, di principio, rimanere fuori dal mondo.
Rousseau lo scrive chiaramente nel Secondo discorso: Cominciamo dunque con lo scartare tutti i fatti. Non si tratta di stabilire storicamente come stanno le cose. Ciò su cui si basa il Discorso è l’uomo in quanto tale – l’uomo generico, nessun uomo in particolare. Nello stesso modo procederà Kant, quando, mettendo da parte l’io empirico e psicologico, monterà la Critica della ragione su un io logico, astratto, astorico.
Non si tratta, tuttavia, di un passaggio che matura soltanto nella dottrina politica o nella filosofia. Il passaggio al tempo astratto e vuoto dell’orologio matura nella proletarizzazione. L’invenzione della cambiale, che segna la scissione tra il valore ideale e il valore effettivo, l’invenzione della partita doppia, eccetera, maturano insieme alla divisione tra ufficio e ufficiale, alla divisione tra Corpo e Mente. È un’onda che avanza e si allarga e trasforma l’intero contesto. Investe le professioni e i modi di pensare, il modo di produrre e il modo di alzarsi la mattina, di fare colazione, di recarsi al lavoro, e il lavoro stesso, che da saltuario e stagionale, ritagliato sulle esigenze professionali, del territorio e del tempo atmosferico, diventa prestazione oraria, dispendio di mera forza-lavoro; investe la stessa produzione, che da artigianale, legata alla mano e all’ingegno di chi eroga la prestazione, diventa produzione seriale, standardizzata, accelerata uniformemente e ugualmente dall’imprigionamento e dall’erogazione bilanciata delle forze motrici naturali.
Questo specifico operaio, con la sua storia, le sue capacità, la sua biografia, eccetera, non interessa nessuno. Interessa solo il fatto che egli sia un generico erogatore di forza, di potere di fare e di muovere le cose. Le caratteristiche individuali sono irrilevanti. La sua storia è irrilevante, le sue conoscenze sono irrilevanti. La provenienza è irrilevante, il suo radicamento è irrilevante. Conta solo il principio generico della sua forza, una forza che viene erogata e misurata in tutti allo stesso modo, allo stesso titolo. Persino la natura inanimata viene razionalizzata, e i fiumi deviati, incanalatali e costretti a rilasciare quanti di energia cinetica per le centrali idroelettriche.
Qui il diritto si congiunge con l’economia politica. E il razionalismo si lega alla fisiocrazia. La capacità lavorativa, staccata dai mezzi di produzione e dagli oggetti prodotti, diventata merce, necessita di essere misurata. In quanto la capacità lavorativa è merce, scrive Marx nelle Teorie I, è essenziale determinarne il valore. Su questa base sorge la differenza tra il valore e la valorizzazione, tra uso e scambio.
Fondamento dell’economia politica moderna, dice Marx, è la concezione del valore della capacità lavorativa come qualcosa di fisso, come una grandezza data. Il minimo del salario costituisce il perno della dottrina dei fisiocratici.
C’è un salario minimo che vale per ogni lavoratore. Le differenze non contano. Se prima ognuno, nel proprio ceto, nella propria corporazione, nella propria città, nel proprio feudo, era misura di se stesso, si dava autonomamente la misura, adesso la misura è generica. Si applica a tutti. È una legge. È la legge naturale dell’economia che i fisiocratici pongono al centro dell’economia politica.
La forma del valore si stacca dal contenuto. Non importa chi tu sia, da dove tu venga e quanto tu sia bravo: un’ora del tuo lavoro equivale a un’ora del tuo collega.
Senza avere idee chiare sulla natura del valore in generale, dice Marx, i fisiocratici furono in grado di concepire il valore della capacità lavorativa come una grandezza determinata. Essi capirono e stabilirono che la differenza tra valore e valorizzazione non dipende dal fatto che il valore sia presupposto grande o piccolo.
I fisiocratici trasferiscono l’origine della ricchezza dalla circolazione alla produzione immediata, stabilendo il principio fondamentale secondo cui è produttivo soltanto il lavoro che crea questa ricchezza aggiuntiva.
Il valore trova un punto unico di scaturigine: il lavoro. Il lavoro è al centro, conquista una pienezza di potere, una plenitudo potestatis.
Sulla scia dei fisiocratici, nel manifesto della rivoluzione borghese, Sieyès potrà scrivere che il lavoro è tutto e il resto è niente. Che cosa occorre perché una nazione viva e prosperi?, scrive in Che cos’è il Terzo Stato? Occorre il lavoro, risponde. E chi lavora? Il Terzo Stato.
Tra Montesquieu e l’Illuminismo, dice Schmitt, esiste una tensione che ha un fondamento reale nel conflitto storico tra l’autogoverno conservatore dei ceti – cioè il potere statuale indiretto, mediato da numerose corporazioni autonome – e la burocrazia dell’apparato centralizzato, che interviene direttamente in qualsiasi punto dello Stato.
Montesquieu era membro di un Parlamento territoriale. Turgot, il più importante sostenitore fisiocratico dell’assolutismo illuminato, proveniva dalla carriera di intendente.
I poteri che non rientrano nella legge e che non derivino da essa non sono niente, sono annullati; i lavori che non derivano dalla legge di valorizzazione non sono niente, sono annullati, non sono produttivi; il tempo che non è misurato dall’orologio è tempo perso, non è niente; la ricchezza non contabilizzata, che non rientra nella statistica e nel PIL, non è niente, è annullata.
Ciò che non è razionale, scrive Hegel nella Fenomenologia, non ha verità alcuna. Ciò che non è concettualmente concepito, non è. Mentre la ragione parla di un altro da ciò che essa è, in effetti parla solo di se stessa; essa, perciò, così facendo, non esce fuori di se stessa.
La libertà che così avanza è una libertà astratta, che non si misura su nient’altro che su se stessa. Se prima si mostravano e si contrapponevano le forze concrete delle corporazioni, degli stati, dei ceti, dei parlamenti locali, e ogni posizione aveva una sua legittimità, una differenza dall’altra, una sua ragione e un suo titolo, ora si dispiega una volontà generale, di fronte alla quale ci sono individui singoli, forze-lavoro individuali che sono tali solo e soltanto in quanto sono riconosciute dal potere che si esprime come volontà generale. Sono da sole e da sole, singolarmente, contano se vengono contate – ecco fatta la democrazia!
Sono lavoratori, e il loro prodotto è un bene, solo e soltanto se sono riconosciuti dal potere astratto che si esprime nel denaro. Il denaro esprime l’annichilimento di ogni oggetto d’uso: di fronte ad esso tutti gli oggetti d’uso sono merci, sono posti nell’indifferenza al loro valore d’uso. Sia gli oggetti, sia le persone: vali i soldi che ti misurano. Non se tu, la tua mano, il tuo ingegno, sei i soldi con i quali sei misurato nell’ordine della generale valorizzazione.
Questo è Rousseau, dice Hegel. Questo è il terrore della razionalizzazione.
La società è organizzata, suddivisa in momenti distinti e complementari, in posizioni che si fronteggiano e si legittimano reciprocamente. La volontà generale annichilisce queste differenze, vuole una nazione una e indivisibile. Qui si inserisce la stampa, l’azione pedagogica attribuita alla stampa con la sua dottrina della dittatura illuminata.
Presso i philosophes économistes, i fisiocratici – Quesnay, Dupont de Nemours, Baudeau e Sénac de Meilhan – come del resto nel Système social di Holbach, dice Schmitt, predomina un’idea di fondo che è il risultato della comune avversione per i poteri intermedi storici e della fede comune nel potere di una burocrazia illimitata: con il pensiero naturale, cioè razionalistico e astratto, è possibile sviluppare un ordinamento e una giustizia, a livello politico e sociale, universalmente validi, che spetta poi allo Stato porre in atto.
I fisiocratici, dice Schmitt, ritengono indispensabili una forte monarchia e un vero, cioè legittimo e intelligente, dispotismo per realizzare i loro ideali di libertà e sgombrare il terreno dai poteri intermedi. Lo Stato non ha che da sottomettersi alle leggi dello sviluppo economico; per il resto non vi sono limiti al suo potere.
Una volta che gli uomini abbiano riconosciuto l’ordre naturel, tutto il resto verrà da sé. Tuttavia, fino a che non sarà avvenuto questo riconoscimento, è indispensabile il dominio di un’autorità illuminata che compia l’opera di educazione del popolo con misure anche coercitive, se necessario, giustificate dal fine dell’educazione.
Quando finalmente gli uomini saranno educati all’uso della ragione, si formerà un’opinione pubblica illuminata e capace quindi di controllare il governo molto meglio di qualsiasi istanza costituita.
Un uomo del peso intellettuale e pratico di Turgot, dice Schmitt, non riconosce ai corps particuliers alcuna ragion d’essere quando è in gioco l’utilité publique, che è la legge suprema e non deve avere come controaltare un superstizioso rispetto per qualsiasi tradizione.
Questa concezione politica, dice Schmitt, trovò un nome e una formulazione rigorosa ad opera di Le Mercier de la Rivière nel libro L’ordre naturel et essentiel des sociétés politiques. Chi possiede la conoscenza retta, naturale ed essenziale ha anche diritto di essere despota su colui che non la possiede o vi si preclude.
L’ostacolo più grave per questa egemonia della ragione, dice Schmitt, è dato naturalmente, anche per Mercier, dalle passioni umane. È necessario quindi che esse vengano soggiogate con la forza, perché il diritto di dettare le leggi (de dicter les lois) non basta da solo, senza la violenza fisica, a farle valere. La ragione detta. Il suo dispotismo non mira a rendere schiavi gli uomini, bensì a portare loro la libertà e la cultura autentiche. Dicter les lois positives, c’est commander: e questo implica appunto la force publique, senza la quale ogni legislazione è impotente.
Il dispotismo ha dunque come sua determinazione concettuale, sotto il punto di vista del diritto pubblico, la soppressione della divisione dei poteri. Perché l’azione sia veramente efficace, si sgombra il terreno da ogni ostacolo e si crea un potere irresistibile, une autorité irrésistible.
Unità è la parola d’ordine in questo universo di pensiero: une seule force, une seule volonté, un’unità di evidenza, potere e autorità, il cui dispotismo poggia sulla conoscenza delle vere leggi dell’ordinamento sociale, nel quale l’interesse autentico del sovrano coincide con quello dei sudditi.
Questa dittatura della ragione, dice Schmitt, ha il suo fondamento in una distinzione fra filosofo illuminato e popolo da illuminare.
Anche qui si compie la scissione tra l’istituto della stampa – il cosiddetto quarto potere, che rappresenta la ragione astratta, la legge, l’ufficio – e il giornalista, il funzionario pubblico, che è il braccio armato della legge, il prestanome, la testa d’ariete. La sovranità e la dignità rimangono in capo all’ufficio, mentre l’ufficiale si accolla il lavoro minuto, si arma del randello per correggere il popolo bruto, per ridurre le comunità di base a individui intercambiabili, mediamente acculturati, pronti, operativi, servizievoli, rispettosi della legge, annichiliti.
Montesquieu perde, Rousseau vince.
Poi le cose si trasformano, ma ancora al tempo in cui Schmitt scrive questo importante testo giovanile (1920), l’eco della contesa si fa sentire. La stampa e le lettere vengono usate come randelli per educare il popolo. E i giornalisti, quantunque conducano una vita dissipata, tengono il punto e sono funzionali alla diffusione del verbo: la loro virtù è funzionare.
E persino ai nostri giorni si fanno avanti partiti e movimenti politici che interpretano e diventano funzionari della volontà generale, che prometto giustizia e libertà e il campo sgombro dalla corruzione e si sottomettono alla ragione, e costruiscono piattaforme intitolate al padre della volontà generale, al sacerdote della razionalità totale, del legalismo terroristico, del giustizialismo dittatoriale.
Contro tutto ciò Montesquieu ha perso, ma non è sparito. Riaffiora nelle contese tra il mondialismo e il federalismo europeo e le potenze locali, direi tribali, meridionali, refrattarie al razionalismo annichilente della finanza e delle piattaforme informatiche. È la caparbietà di quei pouvoirs intermédiaires, che non sono gli uffici tra i quali è ripartito il potere dittatoriale delle democrazie occidentali – non c’è nessuna divisione del potere nelle democrazie occidentali. Ci sono resistenze, sacche di contro-potere, ma non sono identificabili con gli uffici dei magistrati, dei parlamenti o dei governi, tanto meno con gli studi dei giornalisti.
Schmitt riscrive la storia delle dottrine politiche e rimette Montesquieu nella sua corretta collocazione, ovvero tra la resistenza alla volontà generale, all’Illuminismo, al nascente Stato liberale borghese e capitalista.
Secondo Montesquieu, dice Schmitt, i pouvoirs intermédiaires rappresentano un elemento essenziale del governo monarchico, osservante delle leggi fondamentali. Le leggi non possono fare a meno di un’istanza mediatrice, attraverso la quale il potere statuale fluisca in modo da impedire manifestazioni arbitrarie e inaspettate della volontà dello Stato.
La nobiltà, la giurisdizione signorile e patrimoniale, il clero e le corti giudiziarie indipendenti, fungenti da dépôt des lois, e cioè i parlamenti locali francesi, rappresentano questi ostacoli intermedi allo strapotere dello Stato. Non così, invece, il consiglio del principe, che tende per natura sua a eseguire la volontà del principe nel suo manifestarsi momentaneo, è quindi impossibilitato a rappresentare un dépôt sacré delle leggi fondamentali e ha inoltre lo svantaggio di non essere permanente come le corporazioni intermedie. E infine non gode della fiducia del popolo.
Montesquieu, dice Schmitt, in fondo non fa che riflettere le medesime idee che ricorrono nelle romantrances e per questo si trova in profondo dissenso con l’Illuminismo, con Voltaire come con i fisiocratici, per i quali le corporazioni tradizionali di uffici ereditari – allora li si chiamava con disprezzo «gotici» – erano prive di senso e disturbavano il loro schema razionale.
Per illustrare le sue concezioni, dice Schmitt, Montesquieu utilizza l’immagine della balance, un’immagine abbastanza ricorrente nel XVI e XVII secolo per simboleggiare ogni tipo di perfetta armonia.
Non si capirebbe la dottrina della cosiddetta divisione dei poteri se ci si fermasse su concetti come divisione o separazione e non invece sull’immagine della bilancia. L’idea è quella di congegnare un sistema di controlli, freni e legami scambievoli. Il potere resta il potere: arrestare, frenare, legare sono tutte espressioni ricorrenti nel celebre sesto capitolo dell’undicesimo libro.
L’immagine della bilancia, dice Schmitt, si riferisce principalmente a un’intesa tra Parlamenti locali e Re. Per fare opposizione al Re, e quindi a chi controlla le più importanti leve del potere statuale, c’è bisogno di contro-forze attive e storiche.
Una soluzione del conflitto tra il monarca e le istanze intermedie potrebbe essere il crearsi di un’unità prodotta dall’eliminazione dell’un potere da parte dell’altro; nel linguaggio del XVIII secolo si sarebbe parlato di dispotismo, oggi noi diremmo dittatura. L’immagine della bilancia evoca invece un’unità conseguita per via di equilibrio. La cosiddetta divisione dei poteri è quindi nientemeno che uno schema dottrinario.
Questa dottrina, dice Schmitt, non è né repubblicana né monarchica, come spesso sostennero gli apologeti della monarchia del diciannovesimo secolo, e nemmeno si riduce ad un astratto razionalismo, come pensava Konstantin Frantz, che svisò completamente Montesquieu facendone l’antenato spirituale delle tendenze centralizzatrici dello Stato moderno. Per questa dottrina ogni strapotere politico sproporzionato rappresenta il nemico.
Montesquieu lega la dottrina della balance con quella dei corps intermédiaires, per fornire a questi uno strumento contro lo strapotere dell’assolutismo monarchico e dei suoi organi, i ministri e gli intendenti. In questo senso Montesquieu, opponendo i poteri intermedi a quello del re, che dispone di tutte le leve dello Stato e da solo può dirigere l’intera macchina statale, rimane ancorato alla tradizione dello Stato ancora organizzato per ceti.
Prendendo le distanze dal trionfalismo storiografico corrente, dcie Schmitt, Montesquieu non vede un grand’uomo nel cardinale Richelieu, fondatore del potere centralizzato della monarchia francese, e ha anche il coraggio di dichiarare il proprio debito intellettuale verso Boulainvilliers, fautore di feudali teorie della razza. Un coraggio straordinario per un uomo che viveva nella società del diciottesimo secolo.
Dispotismo, per Montesquieu e gli autori da lui influenzati, significa soppressione della giusta balance. Sotto un certo aspetto, anziché di bilanciamento dei poteri, sarebbe stato più corretto parlare di mediazione della plenitudo potestatis. Bisogna evitare che la pienezza di potere nello Stato possa essere applicata in tutto il suo vigore in un solo punto, quale che esso sia; occorre invece che essa sia sempre mediata da un organo apposito, con competenze fisse, da un pouvoir borné, provvisto, insieme ad altri organi ugualmente intermediari, di una competenza che non possa essere sorpresa ad arbitrio.
Che l’organo onnipotente sia una corporazione legislativa o un esecutivo onnipotente o una democrazia diretta, che gli strumenti di questa onnipotenza immediata, i commissari con facoltà illimitate verso l’esterno e assoluta dipendenza verso l’interno, vengano inviati dal Parlamento o dal principe, dice Schmitt, il risultato è sempre il medesimo: la soppressione della libertà civile. Un concetto formale di legge non serve granché a questa dottrina.
Sullo sfondo di questo testo notevole c’è una teoria dello stato di eccezione, della dittatura che non è dittatura commissaria, ma potere costituente, azione e storia formatrice della legge. Una dittatura sovrana, indifferente al diritto, alla norma, alla legge.
Perché dittatura?
Machiavelli definisce come dittatore un «huomo che senza alcuna consulta potesse deliberare et senza alcuna appellagione eseguire le sue deliberazioni». Cioè come un uomo chiamato a intervenire in un caso eccezionale, non previsto e non prevedibile dalle misure adottate e in vigore. Chiamato ad agire senza il sostegno di un progetto o di un programma, di un’idea, di una costituzione, di una legge: alla cieca, a tentoni, d’impulso, creandosi la propria legge.
La decisione determina la situazione giuridicamente rilevante e stabilisce l’azione necessaria per ristabilire l’ordine. La decisione in Schmitt possiede una struttura che può essere definita performativa: essa non rappresenta semplicemente un ordine già esistente, ma contribuisce a costituirlo.
La suggestiva vicinanza con il pensiero anglosassone, con Nietzsche e con i post-strutturalisti ha reso la lettura di Schmitt molto suggestiva. Non sono mancate letture che hanno messo in evidenza il ruolo che la logica esemplare, dunque l’iterazione tecnica, se non tecnologica, gioca nel testo di Schmitt: una logica tecnologica senza la quale tutto l’impianto performativo e decisionista smetterebbe di funzionare.













































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