Details
Published: 31 December 2018
Created: 31 December 2018
Hits: 2759
Print Friendly, PDF & Email

ubure

1977. Il conflitto, la musica

di Ubu Re

maxresdefault 20865Quando lo straordinario è vissuto come ordinario allora vuol dire che la rivoluzione è in atto.

Massima del "Che" che bene si addice allo "stato d'animo" dei protagonisti del movimento del ‘77, l'anno della grande rivolta. Ma il '77 è anche l'anno più occultato, più rimosso. Sul versante del potere istituzionale la rimozione ormai decennale esprime il timore di riaffrontare i contenuti di un movimento con caratteristiche irriducibilmente rivoluzionarie.

Il ‘77 non fu come il '68. Il '68 fu contestativo, il '77 fu radicalmente alternativo. Per questo motivo la versione ufficiale definisce il ‘68 come buono e il ‘77 come cattivo, infatti il '68è stato recuperato, mentre il ‘77 è stato annientato. Per questo motivo il '77, a differenza del '68 non potrà mai essere un anno di facile celebrazione.

Eppure la rimozione del movimento del '77 è stata operata anche dai suoi stessi protagonisti. Migliaia di persone hanno interiorizzato gli effetti catastrofici del terrorismo repressivo dello stato, annullando insieme alla memoria di quel vissuto anche la loro identità antagonista.

Al di sopra di queste due rimozioni "volontarie", l’effetto azzeratore della memoria sociale prodotto dal gigantesco mutamento delle tecnologie comunicative. Ma nonostante tutto questo, le domande poste dall'ultimo movimento di massa antistituzionale in Italia restano attuali perchè irrisolte. “Quale sviluppo per quale futuro?”fu la domanda principale, semplice e terribile nel sintetizzare “l’intuizione” del vivere quel momento come il crinale di un passaggio di trasformazione epocale, reso esplicito dalla crisi e dall'esaurirsi delle regole di relazione e organizzazione e sociale basate sul sistema industriale.

Read more ...

Details
Published: 30 December 2018
Created: 30 December 2018
Hits: 3203
Print Friendly, PDF & Email

paroleecose

Ritorno alla «filologia»? 

Su Said, Agamben e altra critica universitaria

di Claudio Giunta

IMG 15391.

A un certo punto del romanzo Passa la bellezza di Antonio Pascale il protagonista racconta di come una sua vocazione giovanile sia stata repressa e spenta da un insegnante in nome di Valori più elevati.[1] In seconda media, scrive Pascale,

non facevo altro che disegnare i templi greci. Quell’ordine perfetto, il susseguirsi dei colonnati, simmetria, prospettiva. Avevo una professoressa che appendeva i miei disegni al muro. Poi un giorno, in classe arrivò don Tobia. Professore di religione. Uno strano, diverso. La giacca poggiata sulla spalla, il colletto bianco slacciato. Entrò, si guardò intorno, fissò i miei disegni e disse:

«Che ve ne fate?».

Rimanemmo tutti zitti.

«Che ve ne fate, dico, di questi templi greci? Questa perfezione, a chi la portate? Lo sapete che la perfezione si può solo guardare? È fredda, una cosa morta. Se andate in Africa, ai poveri cosa gli date? I templi greci? Che se ne fanno? Provate con l’immagine di Cristo sulla croce, ecco, provate con quell’immagine di sofferenza, vedrete come reagiscono: si identificano, capiscono che Cristo li aiuterà a portare la loro croce».

A me quel discorso un po’ mi convinse, anzi smisi anche di leggere miti e leggende greci.

Poi un giorno don Tobia prende da parte il narratore e gli fa una proposta:

Era convinto che avessi la vocazione e aspettassi solo l’occasione di farmi prete. Lui, l’occasione, me la stava dando.

Ricordo bene cosa successe quando gli dissi che non ci pensavo proprio: mi guardò e sorrise, va bene. Ma era un sorriso molto tirato. L’avevo deluso. Mai più visto don Tobia.

Questa storia di punizione e di redenzione ricorda un po’ quello che è successo nel campo degli studi letterari a metà del secolo scorso.

Read more ...

Details
Published: 30 December 2018
Created: 30 December 2018
Hits: 2532
Print Friendly, PDF & Email

tempofertile

Circa Marco Bertorello, “A chi è utile la sinistra pro border?”

di Alessandro Visalli

commento destra azzariti opera di renatoMarco Bertorello che collabora con Il Manifesto, ed è autore di alcuni saggi[1] con Alegre[2], su Jacobin Italia, ha scritto un articolo che si inserisce nel fortunato filone letterario[3] della critica alla critica alle strutture istituzionali e politiche della mondializzazione sulla base di una rivendicazione di sovranità ed autogoverno politico e quindi fondata sulle democrazie costituzionali esistenti. La critica alla critica è concentrata, però, sulla più limitata questione dell’immigrazione e quindi alla ‘questione dei confini’.

Secondo Bertorello, che con analoghi movimenti di pensiero critica la rilevanza dell’uscita dall’Euro, di cui riconosce meccanica e ruolo nella oppressione di classe attuale, e le politiche neokeynesiane, ovvero l’espansione della spesa pubblica con fini di riequilibrio redistributivo, “sigillare i confini dello Stato nazione non è garanzia di solidarietà: sposta la competizione tra gli italiani e tutti gli altri. Al contrario per fermare la guerra tra poveri bisogna riconoscere la composizione dei subalterni”.

Vediamo cosa significa questa frase.

Bertorello attacca direttamente un intervento di Carlo Formenti su “Rinascita!”, che, a sua volta, commentava un articolo su “American Affairs”, nel quale Angela Nagle, collaboratrice di Jacobin America, criticava l’amnesia della sinistra americana circa la posizione storica delle sinistre sull’immigrazione[4].

In questa ‘Matrioska’ di articoli, insomma, che ha alla base il più interessante, Jacobin Italia prende posizione netta, lamentando intanto i toni tranchant dell’articolo di Formenti. Dopo l’apertura ‘democratica’ e conciliante, avvia a sua volta una lettura sommaria dell’articolo della Nagle che ricostruisce correttamente.

Read more ...

Details
Published: 30 December 2018
Created: 30 December 2018
Hits: 1808
Print Friendly, PDF & Email

ilpungolorosso

Per Dante Lepore

di Il pungolo rosso

43734316 10217453158471066Ricordiamo il compagno Dante Lepore con due testimonianze: l’una proviene dall’interno della tendenza internazionalista rivoluzionaria in formazione, ai cui lavori Dante partecipava con impegno assiduo; l’altra proviene dall’interno del Si Cobas di Torino. Di Dante abbiamo ospitato un’analisi sulle cause sistemiche, capitalistiche cioè, della “questione ecologica”. Ci sembra bello ricordarlo segnalando una sua traduzione di un’intervista a John Bellamy Foster (da E-Bulletin N°1446, July 10, 2017).

* * * *

Dante Lepore è morto a Torino, nella notte del 21 dicembre.

Per noi è una grave perdita.

Ma la sua lunga, intensa militanza, fedele alla causa dell’internazionalismo rivoluzionario, è viva. E resterà viva. Perché Dante, pur avendo vissuto le difficoltà, le peripezie, le cocenti delusioni di tutti i compagni e le compagne della sua generazione, ha sempre conservato fresca, giovanile, in sé la passione per la lotta al sistema sociale capitalistico. E questa passione ci ha trasmesso sia con la sua presenza nelle situazioni di conflitto, sia con i suoi scritti.

Tra le “agitazioni studentesche (…) nel liceo in provincia di Foggia contro il fascistume locale dei ‘figli di papà’ e in appoggio alle rivendicazioni bracciantili” di inizio anni ’60 (è lui stesso a parlarne nell’intervista ad Attilio Folliero) e le recenti dimostrazioni e picchetti a cui non è voluto mancare, passa più di mezzo secolo di appartenenza politica e fisica al movimento operaio, alle lotte operaie e proletarie.

Specie negli ultimi decenni, questa appartenenza è stata, per lui, una fonte costante di interrogativi teorici e politici a cui rispondere. Ed ecco che alla nascita del movimento per il salario garantito a Torino, Dante affianca una critica di classe rigorosa, stringente del “reddito universale”, alla fine della quale delle argomentazioni degli epigoni italiani e francesi dell'”operaismo” non resta in piedi assolutamente nulla.

Read more ...

Details
Published: 30 December 2018
Created: 30 December 2018
Hits: 4445
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Di chi è la sovranità monetaria

I trattati europei sono contro gli stati?

di Fabio Conditi

CASTELDELMONTE thumb9Tutte le volte che qualcuno individua soluzioni per uscire dalla crisi economica che siano compatibili con i Trattati Europei, salta fuori qualche esperto in economia, finanza o diritto, che ci tiene a dimostrare che non sono possibili, perchè le norme dei Trattati impongono austerità e sacrifici, e quindi sono sempre e comunque contro gli Stati.

Ho letto con attenzione il testo di Mario Giambelli Gallotti sulla Moneta Fiscale, molto interessante e ben argomentato, che però induce l'autore ad interpretare le norme dei trattati come un qualunque "avvocato difensore" di Mario Draghi.

Sui vantaggi derivanti dall'utilizzo della moneta fiscale, che sono lapalissiani, sono perfettamente d'accordo con Mario Giambelli Gallotti, quindi non è necessario approfondire.

Sul fatto invece che sia possibile emettere una Moneta Fiscale senza violare i trattati, si è già espressa la Banca d'Italia ammettendo che questo strumento, essendo ad accettazione volontaria, non viola i trattati ed è quindi utilizzabile da parte dello Stato. https://www.bancaditalia.it/media/views/2017/moneta-fiscale/index.html L'unica obiezione seria che è stata fatta da Bankitalia, è che questa emissione va comunque conteggiata all'interno del debito pubblico, come avviene già oggi anche per le monete metalliche, dimenticando però che comunque sono un debito ben diverso dai titoli di Stato, perchè non dovendo essere collocati sui mercati finanziari, non sono soggetti al pagamento di un interesse.

In realtà la moneta fiscale non andrebbe conteggiata all'interno del debito pubblico, perchè rappresenta solamente una futura riduzione di tasse.

Bankitalia dimentica che lo Stato già emette una strumento fiscale di riduzione delle tasse, ovvero le agevolazioni fiscali per ristrutturazioni edilizie, arredamenti, caldaie, infissi, ecc..., che da anni sono utilizzate senza essere conteggiate nel debito pubblico, essendo appunto solo una riduzione di tasse futura.

Read more ...

Details
Published: 29 December 2018
Created: 29 December 2018
Hits: 3389
Print Friendly, PDF & Email

rocca logo

Dopo gli errori di Seattle

di Luca Benedini

seattle1999Se tuttora le rivendicazioni sociali, economiche e giuridiche espresse dall’ampio “movimento di Seattle” per un breve periodo – proprio a cavallo tra XX e XXI secolo – appaiono esser state complessivamente centrate e ben calibrate, oltre che condivisibili da una grandissima parte sia del Nord che del Sud del pianeta, che cosa è mai successo, dunque [1]? Com’è possibile che non sia stato ottenuto praticamente nulla e che il movimento stesso, ferito e svuotato dai suoi risultati fallimentari, sia praticamente svaporato in pochi anni?

Il crescente senso di impotenza comunemente sperimentato allora da chi faceva parte di quel movimento o lo appoggiava, e vissuto anche oggi dalle masse lavoratrici di quasi tutto il mondo nella vita sociale, continua ad apparire a molti come qualcosa di praticamente ineluttabile ed irrisolvibile. Tuttavia, la problematica che evidentemente sta alla base di questa situazione era stata già discussa, affrontata e risolta in profondità dal nascente movimento internazionale dei lavoratori nell’Europa della seconda metà dell’Ottocento.

 

C’era già arrivata la prima “Internazionale”

Il cuore di questo confronto risolutivo è stato vissuto probabilmente nei dibattiti e nelle scelte della prima “Associazione internazionale dei lavoratori” (o, più brevemente, “Internazionale”), che ha avuto vita tra il 1864 e il 1876 e che all’epoca – ispirandosi a una «cooperazione fraterna» – è stata una sorta di sommatoria, di stimolo e di coordinamento delle varie organizzazioni messe in piedi dai lavoratori a propria tutela nei diversi paesi che si stavano industrializzando.

In particolare, nel suo Congresso di Losanna del 1867 si deliberò che «l’emancipazione sociale degli operai è inseparabile dalla loro emancipazione politica».

Read more ...

Details
Published: 29 December 2018
Created: 29 December 2018
Hits: 4241
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Il futuro dell'ordine mondiale neoliberista tra trasformazione e resilienza1

di Salvatore Biasco

nwo1. Introduzione

La mia è una riflessione su cosa stia succedendo nell’ordine mondiale della politica e dell’economia, con una domanda in mente: se siamo alla vigilia di una qualche uscita dal regime neo liberale che ha informato questa fase del capitalismo negli ultimi decenni; oppure (ed è la mia tesi) se siamo di fronte a fratture e contraddizioni interne a quel regime, che proprio perché interne, aggiungono elementi al disordine del sistema e aprono dinamiche politiche la cui direzione dipende dalla forza e dalla guida dei movimenti di protesta.

La mia ottica è essenzialmente rivolta al mondo occidentale e a cosa è in gioco per la sinistra. Pur fermandomi sull’ordine economico mi è ben chiaro che si intreccia con tante altre connotazioni del quadro mondiale (militari, geopolitiche, antropologiche, religiose, attinenti al fenomeno migratorio ecc). Dove portino le contraddizioni non si sa. Ma d’altra parte – parafrasando quanto sostiene Streeck2 in una analisi dedicata al capitalismo contemporaneo, quest’ultimo potrebbe autodistruggersi senza che esista un’alternativa. L’ordine liberale potrebbe essere arrivato a un punto critico senza che vi sia all’orizzonte una chiara alternativa.

 

2. Il quadro sintetico di un regime

Il neo liberismo è stato un periodo storico, una fase del capitalismo, una ideologia e un insieme di processi istituzionali e politici. Penso che lo si possa guardare sotto sei profili, sui quali non vado oltre una didascalia riassuntiva perché li suppongo noti:

  1. l’insieme delle politiche (pro mercato);
  2. la pervasività e l’ambito globale della finanza;
  3. la scala planetaria della produzione e del commercio, guidata dalle
  4. multinazionali;

    Read more ...

Details
Published: 29 December 2018
Created: 29 December 2018
Hits: 1954
Print Friendly, PDF & Email

carmilla

Superare gli schemi, imparare dai movimenti

di Alessandro Mantovani

Screenshot 20180422 220103La sorpresa

C’è poco da fare, l’entrata in scena dei gilets jaunes (GJ) ha colto tutti di sorpresa, chi più chi meno. Fra quelli più stupiti dobbiamo mettere, oltre alle “autorità”, i marxisti e gli operaisti vecchio stampo: costoro, applicando schemi del passato, non si aspettavano che il primo movimento nazionale di massa contro la “globalizzazione” ed il “neoliberismo” post 2008 scaturisse dalle “classi medie” (sarà chiaro oltre perché ho posto le virgolette a questa espressione). D’altronde lotte recenti importanti, evocatrici e anticipatrici come quelle di Ryanair, Amazon e Google potevano alimentare l’idea che la spallata dovesse iniziare tra i nuovi proletari del XXI secolo nei quali, similmente ai gilet gialli, poco o nulla contano sindacati e partiti tradizionali. I più stupiti di tutti? Quelli secondi cui le classi medie dovevano sparire o quasi, per lasciare il posto ad una bella lotta di classe proletaria pura e dura e, per converso, quelli che pensano superata la legge del valore e attendono un movimento di liberazione della “moltitudine” attestata su richieste altisonanti come “rifiuto del lavoro”, “reddito di cittadinanza”, “beni comuni” e via andando, ben lontani dalle prosaiche istanze “poujadiste” (anti-fiscali e qualunquiste) che hanno inizialmente acceso la miccia del malcontento generale.

Tra quelli meno sorpresi i movimenti NOTAV, NO TAP ecc. in Italia, Bure in Francia, ed altri, già abituati a ragionare in termini di trasversalità e di pluriclassismo all’interno dei territori. Ma sorpresi comunque per la fulmineità, l’ampiezza, la radicalità del movimento GJ, e magari anche qui per la trivialità delle sue rivendicazioni di partenza.

Tale sorpresa, e di conseguenza l’incompletezza o inadeguatezza delle prime analisi del fenomeno sono comprensibili ed inevitabili.

Read more ...

Details
Published: 28 December 2018
Created: 28 December 2018
Hits: 2510
Print Friendly, PDF & Email

coniarerivolta

Ce lo chiede l’Europa: disoccupazione, disuguaglianza e precarietà

di coniarerivolta

Potere al Popolo! ha recentemente lanciato un invito al dibattito ed al confronto sull’Europa, in vista delle elezioni europee del 2019. Accogliamo l’invito e pubblichiamo il nostro secondo contributo sul tema

gilletCosa ci chiede l’Europa lo sappiamo fin troppo bene: con la sua disciplina fiscale ci chiede di tagliare la spesa pubblica in sanità, istruzione, cultura, sicurezza, infrastrutture e di ridurre le pensioni; con il suo modello di economia di mercato ci chiede di competere con i salari di paesi dove lo stipendio mensile lordo non supera 400 euro, di accettare una crescente precarietà del lavoro e dei tempi di vita attraverso le liberalizzazioni, di rinunciare a qualsiasi forma di controllo pubblico sull’economia, dalle grandi reti infrastrutturali ai servizi pubblici locali. Ci chiede, insomma, tutto quello che i Governi degli ultimi 30 anni hanno scrupolosamente realizzato: che partissero da centrosinistra, da centrodestra, oggi addirittura da una piattaforma populista, tutti hanno seguito la stessa direzione, quell’austerità che ha portato in Europa una crisi che in tempi di pace non si vedeva da quasi un secolo. Ma perché l’Europa ci chiede questo?

Le risposte più comuni a questa domanda, affatto banale, sono due. La risposta dell’Europa e degli europeisti è la seguente: in Italia, così come in tutta la periferia europea, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, con un modello di sviluppo incompatibile con la dimensione globale che il progresso tecnico impone ai sistemi produttivi moderni; i sacrifici derivanti dall’abbandono di questa organizzazione sociale obsoleta e insostenibile sarebbero più che compensati dal futuro radioso che l’affermazione di una moderna economia di mercato spontaneamente realizzerà. La risposta di molti euroscettici non mette in discussione gli obiettivi dichiarati dalle istituzioni europee, che sarebbero sempre quelli di garantirci un futuro migliore nel turbinio della globalizzazione, ma critica piuttosto la messa in pratica di questo progetto: secondo alcuni l’Europa sarebbe un grande errore, un’istituzione mal congegnata, un’unione economica incompleta condannata al fallimento dalle teorie economiche sbagliate su cui è disegnata.

Read more ...

Details
Published: 28 December 2018
Created: 28 December 2018
Hits: 1610
Print Friendly, PDF & Email

senso comune

Lo spettro della UE

di Matteo Bortolon

matteo 21. La blindatura

Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro della Unione Europea. A pochi mesi dalle elezioni europee di maggio 2019 pare sempre più probabile che le forze anti-UE facciano il pieno di voti, arrivando forse persino ad insidiare il dominio che le famiglie politiche tradizionali (conservatori del Partito popolare europeo e progressisti) hanno sempre mantenuto sulle istituzioni comunitarie.

A fronte di questo scenario quello che colpisce in Italia è il contrasto fra un lavorio febbrile di riposizionamenti, scissioni e iniziative per costruire liste e un dibattito sui temi assai modesto, quasi inesistente. In pratica le elezioni europee sono considerate come un prolungamento della competizione politica che si svolge a livello nazionale. Persino il contrasto fra le istituzioni comunitarie e la maggioranza di governo non spinge ad una riflessione più approfondita sulla natura degli assetti europei. Nel migliore dei casi si dibatte sulla idea di “Europa”, non su quella reale. La realtà della UE diventa – appunto – spettrale e impalpabile. Un fantasma.

La cosa appare tanto più preoccupante se si considera che solo pochi anni fa, a ridosso della crisi economica del 2007-2008, si sviluppò un certo dibattito circa la forza degli assetti finanziari sulla società e sulla economia reale. Quando dal 2009 il focus si spostò sullo scacchiere europeo, rendendo popolari termini quali spread, rating e simili, fu come se si sollevasse un velo di menzogne che oscurava la realtà di una UE dominata dalle banche e dalla Germania.

Gli anni chiave per l’Italia sono stati 2011-2012 col passaggio dal traballante esecutivo di Berlusconi a quello di Monti, forte della più ampia maggioranza del periodo storico recente, col definitivo, esplicito allineamento del PD alle forze dominanti.

Read more ...

Details
Published: 28 December 2018
Created: 28 December 2018
Hits: 1507
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Di che colore è il tempo che viene con i "gilet gialli"?

di Judith Balso

Ciò che il movimento dei gilet gialli ci insegna sullo stato della Francia, sullo stato dello Stato e sullo stato delle attuali questioni politiche

gilets jaunes facebook twitter internautes dénoncentNell'attuale deserto di ogni condivisione di una vera intellettualità politica, i "movimenti" sono attesi come la salvezza, coccolati come il possibile segno di un sollevamento generale, da parte di tutti coloro che sono rivoltati dallo stato di questo mondo. Perché quelli e quelle in Francia che non hanno conosciuto nessuna grande lotta si vivono attualmente come una sorta di "generazione sacrificata", che la storia avrebbe privato di qualsiasi evento politico – il che acuisce in loro il desiderio di trovare una positività in situazioni in cui le persone dichiarano di muoversi e agire contro un'oppressione.

Questa soggettività richiede una prima discussione.

Da un lato, di questi tempi, non sono gli eventi politici che mancano, è il pensiero politico che manca. O meglio, se i movimenti che sorgono sono alla fine così deboli, è perché il pensiero della politica è debole. I più grandi movimenti recenti lo hanno dimostrato: l'Egitto, la Tunisia, le cui forti insurrezioni sono ricadute sotto il controllo dei “partiti dell'ordine”, o persino dell'esercito; la Grecia è stata ammanettata dall'Europa e condotta alla rinuncia da quelli stessi (Syriza) che fingevano di mantenerla in piedi; anche qui in Francia, il movimento contro la legge sul lavoro è stato cieco sullo stato delle questioni al punto da rivendicare ... la legge delle 35 ore, che era stato il cavallo di Troia della flessibilità generalizzata e della distruzione dei diritti del lavoro.

D'altra parte, nessun movimento è in grado da solo di creare una nuova politica. Un movimento rivela lo stato delle politiche esistenti ed è da esse attraversato. Può quindi aprire una nuova congiuntura per tutte queste politiche, ma di per sé non crea una nuova politica. Questo è vero anche per movimenti molto grandi, come quello del maggio 68 in Francia, o come quelli della Primavera araba.

In queste condizioni, la domanda diventa non più a favore o contro i gilet gialli, ma quale congiuntura si apre con questo movimento? Secondo me, quella che si apre è una congiuntura pericolosa e non ci si deve accontentare di parole vuote. Proverò ad elencare alcuni per dire come la vedo.

Read more ...

Details
Published: 28 December 2018
Created: 28 December 2018
Hits: 1671
Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

Recensione del libro di Carlo Galli "Marx eretico"

di Francesco Galofaro

Carlo Galli, Marx eretico, il Mulino, Bologna, 2018, pp. 164, 13,00 euro

karl marx graffiti friedensbruecke frankfurtPerché scrivere l'ennesimo libro su Marx? Forse perché di moda: 43 i titoli dedicati a Marx nel 2018, tra inediti e ristampe. A giudicare dal numero di opere, si direbbe che il marxismo sia vivo, avanzi e conquisti il mondo. Non è stato detto già tutto su Marx? A quanto pare la risposta è no: nella fase politica nuova che si è aperta in Europa e nei Paesi occidentali, alcune caratteristiche del pensiero marxiano mostrano un rinnovato interesse. La nuova situazione spinge a verificare la tenuta della filosofia politica contemporanea. Inoltre, è evidente a tutti l’estinzione della sinistra europea: tanto di quella socialdemocratica, il portiere di notte del condominio liberista europeo, quando di quella radicale, subalterna alla prima e privata del suo spazio politico dal successo di movimenti populisti e della nuova destra sociale.

Se la situazione è questa, il libro di Galli mostra senz’altro un proprio interesse e una fisionomia specifica. Non solo non si tratta di una esposizione introduttiva al pensiero del filosofo di Treviri, ma richiede al contrario la conoscenza di filosofi della politica molto distanti da Marx, come Schmitt e Popper, Derrida e Arendt. E’ un libro difficile. E si pone programmaticamente al di fuori del marxismo: la tesi di Galli è che il marxismo è un effetto della filosofia marxiana, la cui strutturale incompiutezza ha generato una molteplicità di interpretazioni e tentativi di rinchiudere in un sistema un pensiero che ha fatto dell’apertura asistematica il proprio stesso fondamento. Tutto questo non può che rendere questa lettura interessante a paragone dei 'ritorni a Marx' professati da ogni nuovo leader di ogni piccolo movimento pseudomarxista dagli anni '70 ad oggi (tutta gente che ha scritto molto, ha letto poco, e ha compreso ancora meno).

Questa recensione non riassumerà il libro, ma si concentrerà programmaticamente attorno ad alcune parole-chiave: popolo, win-win society, nichilismo, ultimi, decrescita felice, questione nazionale, diritti, incompiutezza. Non che Galli dedichi loro paragrafi o capitoli appositi, ma esse fanno capolino qua e là, a caratterizzare il modo in cui - a parere di chi scrive - attraverso Marx Galli legge il reale contemporaneo.

Read more ...

Details
Published: 27 December 2018
Created: 27 December 2018
Hits: 1746
Print Friendly, PDF & Email

economiaepolitica 

Su austerità e precarietà

Documento della consulta economica per il Congresso FIOM-CGIL 2018

di Riccardo Realfonzo

Sottoinvestimenti, deindustrializzazione e bassa competitività del Mezzogiorno e del Paese. Una vertenza per una nuova stagione di politiche industriali. Riccardo Realfonzo interviene come coordinatore della consulta economica della FIOM al Congresso della FIOM-CGIL tenutosi a Riccione dal 12 al 15 dicembre 2018. L’analisi mostra quale sia stato il drammatico sottofinanziamento delle politiche industriali nel decennio successivo alla crisi scoppiata nel 2008 ed anche gli effetti negativi delle politiche di deflazione salariale. Occorrerebbe una svolta di politiche industriali e del lavoro che è assente nella nuova manovra del governo in carica

fiom cgil bandiera1. Premessa

Questo documento è stato realizzato dalla Consulta economica della FIOM-CGIL (coordinata da Riccardo Realfonzo), a seguito di numerosi momenti di confronto con le segreterie regionali e i lavoratori organizzati dalla FIOM nel corso del 2018 e nel dialogo continuo con la Segreteria Nazionale che ne ha condiviso i contenuti. Emerge la necessità di una nuova stagione di politiche industriali che, a partire dal Mezzogiorno, ponga le basi per un rilancio dell’industria e dell’intero sistema produttivo del Paese, al fine di arrestare i processi di declino in atto e garantire le condizioni per una crescita occupazionale e una più equa distribuzione dei redditi. Le politiche industriali dovrebbero sostanziarsi in una strategia unitaria, sovraregionale, dotata di finanziamenti ben maggiori rispetto a quelli messi in campo negli ultimi anni e dal governo in carica. Una strategia da attuare mediante nuovi investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, un articolato sistema di incentivi e aiuti alle imprese che permetta loro di compiere un salto tecnologico-dimensionale e che le spinga a investire sulla qualità del lavoro, un adeguato sistema di ammortizzatori sociali che sostenga le imprese e i lavoratori nelle fasi di rallentamento della produzione e nelle crisi industriali. Questa nuova stagione di politiche industriali dovrebbe prendere le mosse dalla consapevolezza del drammatico sottoinvestimento pubblico e privato realizzato dal Paese negli scorsi anni, almeno a partire dalla crisi del 2007-2008. Un sottoinvestimento che ha favorito la deindustrializzazione, ha impoverito drammaticamente l’Italia e ha assecondato i processi di distruzione di capacità produttiva innescatisi dopo la crisi, e che a fine 2017 vede il Paese, e in misura ancora più radicale il Mezzogiorno, ancora molto lontano dai livelli di produzione di dieci anni prima.

Read more ...

Details
Published: 27 December 2018
Created: 27 December 2018
Hits: 2522
Print Friendly, PDF & Email

lanatra di vaucan

Tutto sotto controllo sulla nave che affonda

di Robert Kurz

navecheaffondaSovraccumulazione, crisi da indebitamento e «politica»

A partire dagli anni Settanta sono sempre più numerosi i sintomi di una grave crisi per la riproduzione del sistema globale della merce. Tassi di crescita declinanti o stagnanti, disoccupazione «strutturale» di massa largamente svincolata dal ciclo congiunturale, sia nei paesi sviluppati dell’OCSE che alla periferia del mercato mondiale, la crescita del protezionismo con le avvisaglie ben visibili di una «guerra commerciale» tra gli USA, il Giappone e l’Europa e, non da ultimo, la «crisi del debito» strisciante del Terzo mondo, sono tutte manifestazioni di una crisi ormai impossibile da trascurare, su cui incombe, come se non bastasse, una crisi ecologica su scala planetaria sempre più minacciosa: dal «buco dell’ozono» nell’atmosfera terrestre fino alla distruzione delle foreste equatoriali africane e amazzoniche, dall’espansione delle distese desertiche fino alla contaminazione delle catene alimentari, dalla devastazione dei sistemi ecologici come il Mare del Nord, le Alpi e il Mediterraneo fino all’inquinamento irreversibile del terreno e delle acque potabili etc.

Allo stesso tempo però anche il sedicente «socialismo reale», ex- e pseudo-alternativa dell’ormai devastante sistema della merce – di cui è, in realtà, carne della stessa carne – si dibatte in una crisi ancora più grave, almeno per il momento. Stagnazione e paralisi culturale, una produttività sempre più declinante rispetto all’Occidente, disordini nazionali e separatismi ne sono altrettanti indizi, così come la rapidità della distruzione ecologica, forse l’unico terreno in cui lo «standard occidentale» sia stato non solo raggiunto ma addirittura superato.

Si ha però l’impressione che, «in un modo o nell’altro», ci si debba rassegnare a questi due sistemi in disarmo; l’uomo finisce con l’assuefarsi a tutto, persino alla propria fine.

Read more ...

Details
Published: 27 December 2018
Created: 27 December 2018
Hits: 2038
Print Friendly, PDF & Email

ist onoratodamen

La manipolazione genetica tra barbarie e possibilità

di Mario Lupoli

genoma sequenziare medicina salute DNLe tecnoscienze contemporanee da una parte producono possibilità straordinarie per l’umanità intera, dall’altra rispondono a interessi economici, sociali e politici della società capitalistica, e ne esprimono e riproducono una razionalità cieca e costitutivamente incapace di autoriflessione. La facoltà di porre un argine contro i rischi e le minacce che comportano gli interventi sulla genetica umana, e di cogliere al contempo le opportunità che le scienze possono offrire, rimanda necessariamente a un consapevole controllo di un’umanità socializzata, capace non solo di un’amministrazione generale coerente con gli interessi umani e con gli equilibri del pianeta, ma di assumere un punto di vista e una prospettiva radicalmente altri da quello della razionalità del dominio, troppo spesso assunta come in sé neutra, come se fosse sufficiente liberarla dalle mani borghesi. Una prospettiva riduzionistica e metafisica che compromette uno statuto della teoria comunista all’altezza delle questioni che pone la società contemporanea.

* * * *

L’annuncio della nascita in Cina di due gemelle «con il Dna modificato con la tecnica del taglia-incolla del Dna, la Crispr, in modo da renderlo resistente al virus Hiv»[1], è in attesa di conferme da fonti terze. La notizia sta comunque sollevando dibattiti di portata globale, per le speranze sulle ricadute sanitarie che potrebbe avere e per le preoccupazioni che implicano gli interventi di ingegneria genetica sull’uomo e i possibili programmi di eugenetica.

D’altronde anche le ricerche che si stanno sviluppando nella Silicon Valley sull’immortalità, attraverso la combinazione di robotico, digitale e biologico, rientrano in una tendenza prepotente a oltrepassare in modo visibile i confini di ciò che appare tacitamente lecito alla coscienza comune.

Read more ...

Details
Published: 27 December 2018
Created: 27 December 2018
Hits: 3172
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Pianificabilità, pianificazione, piano

di Ivan Mikhajlovič Syroežin

Capitolo 3 - Condizioni strutturali e informative di realizzazione della pianificabilità (parte I)

selmi000Introduzione di Paolo Selmi

L’uomo celebrato in questa foto, probabilmente rubata perché non in posa, visibilmente preoccupato, attaccato a due telefoni per qualcosa che non va come deve (con il personaggio che cerca di smarcarsi dietro ancor più preoccupato per quello che accadrà nel momento in cui appoggerà entrambe le cornette...), è un mito, una leggenda per un intero popolo, orgoglio di un’intera generazione e finanche visione del mondo: oggi, probabilmente, non dirà niente a nessuno il nome del “progettista capo” (главный конструктор) Sergej Pavlovič Korolëv (pronuncia italiana “karaliòv”, 1907-1966). A lui si deve la fase epica dell’epopea spaziale sovietica, dallo Sputnik (1957) alla prima passeggiata nello spazio (1965), passando per la cagnetta Lajka (1957), il primo cosmonauta nello spazio, Jurij Alekseevič Gagarin (1961), la prima cosmonauta, prima civile, nonché prima operaia nello spazio, Valentina Vladimirovna Tereškova (1963), insieme a una serie di altri record che in questo emisfero difficilmente si ricordano. Non è, ovviamente, un caso (anche se dovrebbe stupire il fatto che così si comportino anche “a sinistra”), così come non sono i record stessi frutto del caso: un Paese che poco più di dieci prima era appena emerso da un conflitto a cui aveva pagato un enorme tributo di sangue (quei venti milioni di morti che nessuno, guarda caso, ricorda) e distruzione, grazie al proprio sistema economico, al proprio modo di produzione, al proprio popolo, al proprio partito, e a un geniale glavnyj konstruktor, aveva compiuto ciò che nessuno avrebbe MAI immaginato potesse compiere.

Questo, ovviamente, dava fastidio: dovevano continuare a mangiare bambini. E dà fastidio ancora oggi: tre film sono usciti recentemente e sempre, guarda caso, con la solita distribuzione ridicola (se mai vi è stata), tipica da repubblica delle banane qual’è la nostra; anzi, già tanto che siano stati doppiati e non censurati nelle scene con troppo rosso, sia pur – ormai – solo coreografico. Stiamo parlando di: Gagarin, primo nello spazio (Гагарин, первый в космосе, Russia, 2013), Il tempo dei primi (Времия первых, Russia, 2017) e Saljut-7 (Салют-7, Russia, 2017).

Read more ...

Details
Published: 26 December 2018
Created: 26 December 2018
Hits: 3287
Print Friendly, PDF & Email

materialismostorico

Domenico Losurdo 1941-2018, in memoriam

di Stefano G. Azzarà* 

Nicolas Poussin Adoration of the Magi WGA18287A chi, per lusingarlo o con sincera ammirazione, gli faceva notare quanto originale e personale fosse il suo modo di pensare, Hegel rispondeva che se mai fosse stato presente qualcosa di esclusivamente personale nel suo sistema, questa cosa sarebbe stata senz’altro sbagliata. È un episodio che Domenico Losurdo era solito raccontare spesso ai propri allievi, per spiegare quale fosse il giusto atteggiamento conoscitivo degli studiosi e in particolare degli storici della filosofia. Ma è anche una citazione che sintetizza in maniera assai efficace il modo di praticare il lavoro filosofico al quale Losurdo stesso ha sempre cercato di attenersi. A differenza di molti altri intellettuali, i quali anche quando parlano del mondo finiscono in realtà per parlare in primo luogo di se stessi e della propria distinzione nei suoi confronti, in Losurdo era infatti assolutamente preminente il rigore dell’oggettività. La volontà pervicace, cioè – radicata in una scelta argomentata sul piano teoretico in favore della “via hegeliana” rispetto alla “via fichtiana” – di concepire tale lavoro come uno sviluppo il più possibile coerente delle determinazioni inscritte nell’oggetto, ovvero nella cosa stessa. L’idea che il movimento storico, la cui comprensione era ciò che gli stava più a cuore, scaturisse non dall’attività produttiva della coscienza che incontra il reale e se ne appropria o lo risolve in se stessa, oppure se ne tiene a distanza e lo deplora per specchiarsi nella propria superiore immacolatezza, ma da una contraddizione che è inscritta già nell’oggettività. In un tessuto ontologico, cioè, che è intrinsecamente lacerato, scisso. Agitato da una conflittualità immanente che con la sua trama tragica costituisce il presupposto del dolore del negativo e che, trasmettendosi semmai al soggetto che se ne fa carico nella relazione, chiama sempre di nuovo all’appello la fatica del concetto.

Read more ...

Details
Published: 26 December 2018
Created: 26 December 2018
Hits: 2160
Print Friendly, PDF & Email

alfabeta

Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario

di Andrea Inglese

inglese manif à Paris 8 novembre 2Questo articolo non si propone di fare la cronaca del movimento dei gilet gialli francesi, ma di provare a pensare la sua originalità, riconoscendolo come una creazione collettiva, e non come la semplice replica di modelli d’organizzazione e lotta già codificati storicamente in seno a istituzioni, partiti, organizzazioni sindacali. Il primo segno evidente d’originalità politica è riscontrabile proprio nella difficoltà che testimoni e commentatori esterni hanno nel situarlo “politicamente”. Non si tratta di prendere qui per buone le ripetute affermazioni di apoliticità degli sparpagliati portavoce del movimento. Sappiamo come la giurata apoliticità sia quasi sempre maschera, nei fatti, di mentalità e rivendicazioni reazionarie. Il punto è che questa presunta apoliticità del movimento ha prodotto nell’arco di un mese di mobilitazione collettiva uno stravolgimento del dibattito mediatico e politico in Francia. Dove da noi le destre populiste e identitarie campano principalmente su due argomenti – le auto blu e i migranti –, i gilet gialli hanno posto in maniera fulminante al centro del dibattito pubblico tre questioni cruciali che non sono certo appannaggio di partiti di destra o di estrema destra: territorio, rappresentanza, salario.

 

Salario

Dal 17 novembre, prima data di manifestazioni non autorizzate e di blocchi del traffico su scala nazionale, non solo i dibattiti, animati dai soliti giornalisti e personalità politiche, si sono moltiplicati in TV e sulla stampa, ma si sono dovuti concentrare sulle rivendicazioni del movimento, che nel frattempo si erano ampliate e radicalizzate. Questo ha comportato anche la comparsa, negli studi televisivi, di persone che ne erano state fino ad allora escluse: uomini e donne dai profili sociali differenti – ma senza legami con il mondo politico, giornalistico o della ricerca universitaria – che si presentavano come portavoce più o meno riconosciuti del movimento.

Read more ...

Details
Published: 26 December 2018
Created: 26 December 2018
Hits: 1325
Print Friendly, PDF & Email

senso comune

Cosa significano i gilet gialli?

di Felix Boggio Ewanje-Epee

Questo testo è un intervento a caldo nella congiuntura politica. Cronologicamente si colloca fra due momenti caldi della mobilitazione detta dei Gilet Gialli, la giornata del 17 novembre 2018, che ha mobilitato su più di 2000 barricate in tutta la Francia più di 280mila persone, e il 24 novembre seguente, un secondo atto di azione di movimento, incentrata su Parigi. 

Fra queste due tappe, iniziative a singhiozzo hanno ritmato le tempistiche politiche, alcune mostrando i lati migliori (tentativi di blocco delle raffinerie), altre i peggiori (espressioni razziste agli sbarramenti, denuncia dei migranti alla dogana). Le note seguenti cercano di comprendere il senso e la portata di tale movimento in un periodo di riflusso del movimento operaio e di debolezza generale delle capacità di mobilitazione delle forze militanti

gilet gialli1. Il movimento dei gilets gialli e la loro eco mediatica e politica indicano una profonda crisi di regime. Tale crisi era in vista da questa estate, quando è scoppiato il caso Benalla, dal quale l’esecutivo ha dovuto affrontare una serie di dimissioni. Evidentemente l’emergere e la diffusione delle attuali mobilitazioni hanno delle ragioni autonome, ma non è un caso fortuito che scoppino  dopo una forte delegittimazione del blocco di potere al governo. Il carattere sociale e politico dei gilets gialli che si possono descrivere (in modo neutro) come “populismo dal basso” corrisponde ad un elemento fondamentale di questo periodo: da una parte l’emergere di vari scandali, della evidenza della corruzione del blocco di potere, dall’altro l’impunità delle classi politiche e la diffusione in tutta Europa di un “degagismo” [neologismo che indica le pressioni per chiedere le dimissioni dei vertici politici, n.d.t] derivante da tale delegittimazione del corpo politico tradizionale. Si tratta di un movimento le cui caratteristiche sono fluide per definizione, il cui carattere inquietante è stato già sottolineato (talvolta a ragione) dalla sinistra sociale e politica. Queste esplosioni popolari con parole d’ordine ambivalenti  e prive di una strutturazione politica o sindacale non potrebbero essere isolate da una crisi generale delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio. Tanto dal punto di vista della capacità di mobilitazione, che delle rivendicazioni raggiunte a favore delle lotte, le organizzazioni sindacali, collettive ed i partiti che si richiamano all’emancipazione sono in un impasse.

Read more ...

Details
Published: 26 December 2018
Created: 26 December 2018
Hits: 1945
Print Friendly, PDF & Email

linterferenza

Conflitto di classe e femminismo: una contraddizione insanabile

di Fabrizio Marchi

6791030 1459909Ho letto questo articolo di Lenny Benbara di Lenny Benbara (un intellettuale della sinistra francese vicino a France Insoumise) pubblicato sul blog di Senso Comune che è un gruppo politico che orbita nei paraggi di “Patria e Costituzione”, l’associazione recentemente fondata da Stefano Fassina.

L’articolo, per chi lo condivide (il sottoscritto, al contrario, per nulla…) ha un pregio, quello di fare uno sforzo sia teorico che politico per superare le divisioni e trovare una credibile sintesi fra le varie anime della sinistra, in particolare fra quella “sovranista”, quella marxista (quel poco che ne rimane) e quella cosiddetta “movimentista” (l’autore fa particolare ed esplicito riferimento ai movimenti femministi ed LGBT).

Benbara (ma mi pare di capire che gli amici e i compagni di Senso Comune sposino le sue posizioni, anche dalla lettura di precedenti articoli pubblicati sul loro blog) ritiene che la contrapposizione fra sinistra marxista ortodossa e quella “movimentista” (femminista, radical, ecologista, Lgbt ecc.) sia ormai destinata ad essere superata, così come ancor più deve essere superata quella fra la “sinistra “sovranista e populista” e quella “movimentista”. E questo non per ragioni meramente tattiche – spiega – ma di merito. Porre la “questione sociale” (cioè di classe) prima e sopra alle altre è sbagliato – soggiunge – così come sarebbe altrettanto sbagliato porre per prima e sopra all’altra quella del femminismo, dei diritti LGBT (che costituiscono il cuore e il mattone fondamentale dell’ideologia politicamente corretta, cioè l’attuale ideologia capitalista dominante, ma di questo Benbara non se ne avvede neanche…). Quindi si tratterebbe di superare quella che lui stesso definisce appunto una sorta di “gerarchizzazione” delle diverse istanze (diritti sociali, sostenuti dai “sovranisti-populisti” e anche dai marxisti, e diritti civili, sostenuti dai “movimentisti”), evitando però la mera sommatoria che sortirebbe solo l’effetto di impoverirle tutte, per lavorare a quella che lui definisce una sorta di “articolazione”.

Read more ...

Details
Published: 25 December 2018
Created: 25 December 2018
Hits: 2399
Print Friendly, PDF & Email

il rasoio di occam

“Fascismo”: il nome e la cosa

di Paolo Favilli

fascismo 4991) L’uso del termine «fascismo» per indicare aspetti tutt’altro che marginali dell’attuale governo a trazione Salvini è al centro di un dibattito fortemente controversistico sul rapporto tra il «nome» e la «cosa». Una discussione che si svolge a diversi livelli: quello degli studiosi di professione, quello degli ex studiosi (personaggi che non fanno più ricerca reale da qualche decennio), quello dei giornalisti «colti» (si sono a suo tempo laureati in storia, ma non hanno mai praticato davvero il mestiere e ignorano del tutto le logiche dell’indagine analitico-epistemologica) e giornalisti-propagandisti tout court. Inevitabilmente questi diversi livelli finiscono per incrociarsi nelle necessità di scelta inerenti all’odierna temperie politica.

Uno dei filoni di questo intreccio, nel negare le possibilità di un’analogia tra il fascismo storico ed elementi caratterizzanti il momento attuale definiti tramite il termine «fascismo», appare interessato, soprattutto, alla banalizzazione di tali fenomeni. E la banalizzazione è un modo particolarmente efficace per immetterci in una «notte in cui tutte le vacche sono nere» e le parole perdono il senso profondo del loro significato, nella storia e soprattutto nella memoria. È ora di sconfiggere «l’egemonia delle parole (il corsivo è mio) della sinistra»[1], ebbe a dire Gianfranco Fini nel momento in cui il «neofascismo», parola certo più adeguata nel contesto di esaurimento del «fascismo storico», cominciava la sua, finora, irresistibile ascesa. Un’ascesa che lo avrebbe portato da una presenza ai margini del sistema politico italiano al centro delle istituzioni, in particolare al centro dell’esecutivo, ed a diventare un aspetto rilevantissimo di tanta parte del «senso comune» degli italiani.

Il nostro presente italiano deve confrontarsi con fantasmi che non si sono dissolti nella dissoluzione del Novecento, ma che anzi, nei modi di quella dissoluzione hanno trovato nuove forme di apparizione, nuove forme di corposa presenza.

Read more ...

Details
Published: 25 December 2018
Created: 25 December 2018
Hits: 2284
Print Friendly, PDF & Email

effimera

Il “mancato approdo” del confronto tra operaie/i e capitale

Nuove e impervie sfide per il mondo del lavoro

di Sergio Bologna

Presentiamo l’ultima versione dell’intervento di Sergio Bologna al convegno di presentazione del numero speciale di «Primo maggio» a Torino, 1 dicembre 2018. Riteniamo le questioni poste di grande rilevanza e per questo sarebbe interessante e utile che su questi temi si potesse sviluppare un dibattito fruttuoso. Una versione precedente del testo è stata pubblicata sul sito di Commonware

s 634f50b0acQuando inizia la letteratura sul “declino” in Italia?

Sarebbe interessante fare una ricerca ad hoc, perché – se non ricordo male – non è stata una qualche corrente “riformista” ad iniziare questo percorso, sono stati ambienti culturali contigui a Confindustria. Un percorso che poi si è incamminato su un terreno dove il tema del “declino” è diventato quasi mainstream al punto da condizionare lo sguardo all’indietro (come dimostra l’Annale Feltrinelli dello scorso anno intitolato l’Approdo mancato). Senza riuscire a temperare tuttavia lo slancio cieco dell’onda mediatica che esaltava le magnifiche sorti e progressive del modello neoliberale e pretendeva piena, incondizionata fiducia in esse.

La classe capitalistica, la cui inettitudine viene continuamente messa in luce dalla letteratura sul “declino”, persevera nella sua autoreferenziale esaltazione della propria missione di classe dirigente, scaricando tutte la responsabilità del “declino” sulla politica.

Ma né gli uni né gli altri, né gli storici o gli analisti del “declino” né il padronato nel suo complesso s’interrogano se sia o meno il caso di rivedere il giudizio dato sui comportamenti antagonistici di classe degli Anni 70, anni di emancipazione e di produzione d’intelligenza operaia. Su quel ciclo di lotte continua invece a pendere il giudizio di condanna come un momento di follìa collettiva, d’insensatezza. Io credo che la lettura di quegli anni dovrebbe rivalutare come chiave interpretativa quella battuta di Mario Tronti, che tanto fece sorridere allora quando fu pronunciata, e cioé che “la lotta operaia impone lo sviluppo capitalistico”. La vicenda Fiat dal 1980 al 2002 è la controprova della giustezza di quella affermazione: là dove la lotta operaia tace, là dove il suo silenzio si fa prolungato, il capitalismo s’infogna in una crisi mortale. Sconfitti gli operai nell’ottobre 1980 e dopo ventidue anni di pace sociale, la Fiat e con essa l’industria italiana dell’auto, erano a terra.

Read more ...

Details
Published: 25 December 2018
Created: 25 December 2018
Hits: 2890
Print Friendly, PDF & Email

rinascita

La pericolosa illusione della moneta fiscale (e complementare)

di Mario Giambelli

moneta543Da qualche tempo alcuni economisti e/o professionisti che si qualificano esperti in economia, finanza, fiscalità, sovranità e moneta propongono, per correggere le disfunzioni dell’Eurosistema, l’introduzione, in forma gratuita ed aggiuntiva, della c.d. “moneta fiscale” [qualunque titolo che lo Stato si impegna ad accettare per l’adempimento di obbligazioni fiscali (tasse, imposte, contributi ai sistemi sanitari e pensionistici pubblici, eccetera), cioè di titoli finanziari che diano diritto a conseguire, dopo un certo numero di anni dalla loro introduzione, sconti fiscali].

Un diritto di riduzione degli importi dovuti a titolo di imposte (quindi un diritto a beneficiare di uno sconto fiscale) metterebbe in atto un’azione di stimolo della domanda aggregata, intervenendo sulle sue varie componenti e rilanciando contemporaneamente consumi privati, spesa sociale e investimenti. Tanto più la manovra venisse indirizzata verso soggetti con alta propensione e necessità di spesa, tanto più elevato sarebbe l’impatto sulla domanda aggregata.

Chi ricevesse Moneta Fiscale beneficerebbe di un immediato incremento della sua capacità di spesa, la rivolgerebbe all’acquisto di beni e servizi, e riavvierebbe produzione e occupazione. L’introduzione della Moneta Fiscale restituirebbe alle economie nazionali le leve d’azione perse con il passaggio alla moneta unica, senza peraltro compromettere (anzi, consentendo di raggiungere) l’obiettivo di stabilizzare in valore le passività statali da rimborsare in euro, e di ridurle costantemente rispetto al PIL.

La Moneta Fiscale sarebbe quindi la soluzione per dare stabilità ed efficienza all’Eurosistema e per risolvere il problema degli altissimi, inaccettabili, livelli di disoccupazione nell’Europa mediterranea. E tutto questo senza chiedere agli stati dell’ex area marco (Germania ma anche Austria e Olanda) neanche un centesimo di trasferimenti fiscali (soluzione alternativa che costerebbe a questi ultimi paesi il 5% del PIL indefinitamente).

Read more ...

Details
Published: 25 December 2018
Created: 25 December 2018
Hits: 1602
Print Friendly, PDF & Email

nucleocomunista

Gilet gialli di Francia

Una prima sommaria cronaca politica

di nucleo comunista internazionalista

La nostra gente ne ha piene le balle. Via il governo Macron, via il "governo dei ricchi"

protesta francia eliseoNel movimento di autentica rivolta popolare che come goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato innescato dall’imposizione della tassa “ecologica” sul diesel (ennesima tassa: “per il governo siamo come delle vacche da mungere” si dice fra chi fatica ad arrivare a fine mese e ne ha davvero piene le scatole e dunque, vivaddio, si ribella all’insopportabile stato delle cose) c’è, per il momento, una prima data “spartiacque” che marchiamo nella nostra cronaca politica: il 17 di novembre 2018.

Prima di tale data, il movimento partito dall’iniziativa di alcune donne (fra cui una di colore, capirete subito più oltre il senso della puntualizzazione) che si sono messe a spulciare fra la gragnola di bollette e di relativi aumenti constatando e denunciando che “c’è qualcosa che non va” nell’andazzo delle cose “governato dai ricchi” e personificato dall’odiosa figura del presidente Macron che si tratta di cacciare via, prima di tale data dicevamo, il movimento è stato osservato e marchiato con un misto di supponenza e disprezzo dalla borghesia (dai maitre-à-penser al suo servizio). Un movimento che non è, e non può essere altro, dice la borghesia “illuminata” e “progressista”, che brodo di coltura di massa per la demagogia social-nazionale della Le Pen e delle altre correnti dell’estrema destra. Come il signorotto sapiente, civile, lungimirante che dall’alto guarda in basso lo spregevole e puzzolente popolaccio, rozzo e ignorante al punto di fregarsene dei destini ecologici del mondo ma di badare solo, volgarmente, ai destini delle sue tasche sempre più vuote e ai bassi istinti dettati dal suo stomaco.

(L’iniziativa-innesco primordiale della protesta di queste donne, in qualche modo ci richiama alla mente il ruolo della famosa “cuoca di Lenin”. Cioè la donna di casa che con il suo scrupolo, con il suo semplice criterio razionale è chiamata a far quadrare i conti della famiglia proletaria e che nella nostra prospettiva deve potere verificare, controllare e governare i conti dello Stato!

Read more ...

Details
Published: 24 December 2018
Created: 24 December 2018
Hits: 2642
Print Friendly, PDF & Email

paroleecose

Quattro crisi politiche

di Guido Mazzoni

[Una prima versione di questo intervento è stata presentata al Politecnico di Milano il 17 giugno 2017, nell’ambito di un ciclo di conferenze intitolate Zona Disagio. Progetti di resistenza nella condizione contemporanea organizzata da Florencia Andreola per la rivista di architettura «Gizmo»]

Screenshot from 2018 12 23 22 02 26C’è stato un tempo, fra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta del Novecento, nel quale l’impulso alla metamorfosi, alla storicità, che è consustanziale all’epoca moderna sembrava essersi attenuato o spento. Due formule filosofiche davano forma a questa percezione. Perfettamente coeve, comparivano nei titoli di due libri usciti nel 1992. La più famosa era stata fatta circolare da un politologo americano, Francis Fukuyama, in un libro semplificatorio e tempestivo. Derivava dalle lezioni e dai saggi di Kojève su Hegel e suonava affascinante e lapidaria: la fine della storia[1]. L’altra apparteneva allo scrittore argentino Macedonio Fernandez ed era stata ripresa da Baudrillard: lo sciopero degli eventi[2]. Per tutti gli anni Novanta si è discusso seriamente di fine della storia e di sciopero degli eventi. Oggi può sembrare strano, ma le due categorie, spogliate dalla loro aura paradossale, descrivevano uno stato di cose che venticinque anni fa pareva tangibile: tutto ciò che accadeva, dalla Guerra del Golfo alle guerre etniche nella ex-Jugoslavia, dalla dissoluzione degli Stati africani alla crisi in Giappone, in Sudamerica o nei paesi dell’Europa dell’Est, sembrava incapace di trasformare il modello sociale che dal 1989 in poi aveva conquistato l’egemonia sul pianeta. Uno degli aspetti fondamentali del mondo moderno – l’ingegneria politica, l’idea che sia possibile costruire forme di vita differenti, tutto quello che si lasciava compendiare nella parola Rivoluzione – sembrava non esistere più, o esistere solo in versione privata e pulviscolare. Se nel corso del Novecento il fascismo, il comunismo e la Western way of life si erano contesi il dominio sulle enormi masse umane prodotte dall’esplosione demografica moderna proponendo modelli sociali alternativi e reciprocamente ostili, il secolo si chiudeva con una vittoria netta, simbolica prima ancora che pratica: la forma di vita occidentale fondata sull’economia di mercato, sulla democrazia liberale e sull’individualismo era l’unica legittima e la sola realistica; l’idea che un altro mondo fosse possibile era difesa solo da minoranze velleitarie.

Read more ...

  1. Fulvio Grimaldi: Dubito dunque sono
  2. Pierluigi Fagan: La questione sino-americana o della lunga transizione multipolare
  3. Sandro Mezzadra: Per la critica del capitalismo globale: un progetto “marxiano”?
  4. Sergio Cesaratto e Gennaro Zezza: Farsi male da soli
  5. Alessandro Visalli: “Una formula di moda per edulcorare il nazionalismo”
  6. Tony Norfield, Michael Roberts e Paula Bach: Il punto sulla crisi
  7. Michele Nobile: La Cina e la questione dell'egemonia
  8. Dante Barontini: La crisi europea, lo scontro sociale che cresce
  9. Fernanda Mazzoli: Leggendo«Elogio sì, ma di quale democrazia?» di Giancarlo Paciello
  10. Alessandro Ferrari: Prove tecniche di convergenza gialla
  11. J. A. Kregel: Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale
  12. Giacomo Marchetti: Il discorso di Macron, la risposta di Mélenchon, il futuro del movimento
  13. Giovanni De Matteo: Comunismi paralleli e altri viaggi nell’utopia
  14. Emanuela Fornari: Sul concetto di valore
  15. Francesco Maimone: Global Compact for safe, orderly and regular Migration
  16. Massimo De Minicis: Perché dopo la crisi del 2008 l’agenda neoliberale è ancora dominante?
  17. Franco Romanò: I gilets jaunes e la soggettività al tempo della crisi
  18. Francesco Ciafaloni: La frammentazione del lavoro
  19. Nicoletta Forcheri: Il paradosso del doppio legame UE
  20. Militant: Gilet gialli, rossi e Negri
  21. Fulvio Grimaldi: C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico
  22. Eros Barone: Perché il ’68 è stato sconfitto
  23. Maria Morigi: Valori occidentali, valori cinesi e valori universali
  24. Alessandro Visalli: Fazi e Mitchell, “Sovranità o barbarie”
  25. Il Pungolo Rosso: Il movimento dei “gilet gialli”

Page 369 of 687

  • 364
  • ...
  • 366
  • 367
  • 368
  • 369
  • ...
  • 371
  • 372
  • 373
Web Analytics