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Published: 14 November 2017
Created: 14 November 2017
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commonware

Lavoro, non lavoro, gratuità

Su precarietà e rifiuto del lavoro

di Anna Curcio

2e6d64149202e77c321cdaad69e74d24 XLPer affrontare il tema del rifiuto del lavoro e discutere la sua attualità vorrei innanzitutto provare a definire l’oggetto della riflessione, ovvero provare a rispondere alla domanda: di cosa parliamo quando diciamo rifiuto del lavoro? La domanda, tutt’altro che retorica, muove da due esigenze tra loro complementari: la prima, di carattere metodologico, ha a che fare con un’esigenza definitoria che accompagna o dovrebbe accompagnare ogni esercizio analitico; l’altra, su un piano evidentemente differente, risponde a una necessità di carattere politico che intende mettere a critica il vizio lavorista di questa società, compresa la (o meglio a partire dalla) sinistra. Nel senso che resta forte l’esigenza anche a sinistra, tanto che ci si trovi davanti a interlocutori informati tanto che si abbia a che fare con interlocutori non politicamente formati e informati, di sgomberare il campo da quell’idea che associa il rifiuto del lavoro alla pigrizia e a un atteggiamento parassitario sulla società.

In secondo luogo vorrei in queste brevi note provare a discutere di rifiuto del lavoro al tempo della precarietà e del lavoro gratuito, per provare a tratteggiare possibili piste di inchiesta all’altezza delle sfida che le trasformazioni produttive e del lavoro oggi ci pongono.

 

Lavoro e attività

«Credi davvero che il mondo possa funzionare se tutti rifiutassimo il lavoro?»

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Published: 13 November 2017
Created: 13 November 2017
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palermograd

La Rivoluzione d'Ottobre

di China Miéville*

Ottobre rosso1 800X400 800x400L’alba del 25 si avvicinava. Kerensky, disperato, lanciò un appello ai cosacchi «in nome della libertà, dell’onore e della gloria del nostro Paese natio […] per venire in aiuto del Comitato centrale esecutivo del soviet, della democrazia rivoluzionaria e del governo provvisorio, e per salvare lo Stato russo morente».

Ma i cosacchi volevano sapere se la fanteria stesse arrivando. La riposta del governo fu evasiva, e allora tutti, ad eccezione di pochi fedelissimi, risposero che non erano disposti ad agire da soli «facendo da bersagli viventi».

Ripetutamente, in diversi punti della città, il Comitato militare rivoluzionario (Cmr) disarmava senza colpo ferire le guardie fedeli al governo, invitandole semplicemente a tornarsene a casa. Nella maggior parte dei casi, esse obbedirono. Gli insorti occuparono il Palazzo dei genieri semplicemente entrandovi. «Entrarono e si misero a sedere, mentre quelli che erano seduti si alzarono e se ne andarono», secondo un aneddoto. Alle sei del mattino quaranta marinai rivoluzionari si diressero verso la Banca di Stato di Pietrogrado, le cui guardie, del reggimento Semenovsky, si erano dichiarate neutrali: avrebbero difeso la banca da rapinatori e criminali, ma non avrebbero preso posizione tra reazione e rivoluzione, né sarebbero intervenuti. Si fecero allora da parte e lasciarono che il Cmr prendesse il loro posto.

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Published: 13 November 2017
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sebastianoisaia

C’è disagio e disagio!

Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata

di Sebastiano Isaia

classe agiataChe sospendendo il lavoro, non dico per un anno,
ma solo per un paio di settimane, ogni nazione
creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa.
Karl Marx

Amico, non fare il sogno più lungo del tuo conto in banca!
Il Nostromo

Penso che le due citazioni in epigrafe colgano molto bene lo spirito del brillante saggio di Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata (minimum fax, 2017), almeno per quello che ho potuto ascoltare dalla viva voce dell’autore (ero presente alla presentazione del libro fatta al Teatro Coppola di Catania), dalle pagine del libro che circolano sul Web e sulla scorta delle molte recensioni (alcune davvero interessanti, altre assai meno) che hanno avuto per oggetto questo saggio di successo. Ebbene sì, non ho ancora letto il libro.

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Published: 12 November 2017
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gramsci oggi

La rivoluzione d'Ottobre continua

di Bruno Casati

lenin arringa i delegatiL’insurrezione in Russia dell’Ottobre di 100 anni fa fu l’atto conclusivo, liberatorio, di un lungo processo rivoluzionario. Un processo che si apre e si chiude a Pietrogrado, la capitale dell’impero, e poi dilaga nell’immenso paese.

Si apre nel 1905 in quella che passò come “la domenica di sangue” quando, davanti al Palazzo dello Zar, i soldati massacrarono il popolo inerme che chiedeva pane, pace e libertà. Migliaia i morti e i feriti in quell’eccidio spaventoso voluto dall’autocrazia che da oltre tre secoli opprimeva i cittadini russi che, quel giorno, supplicavano lo Zar, ingenuamente chiedendogli di rinunciare ad essere quel che era (questa prima parte dell’articolo è liberamente estratta da alcune pagine del recente libro di Angelo D’Orsi “1917, l’anno della Rivoluzione” Editore Laterza). Ingenuità del popolo, stolta crudeltà dello Zar. Ma è proprio in quel giorno tragico, che si ripeterà mesi dopo a Mosca, che si avvia la Rivoluzione Russa. Una rivoluzione che non dispone né di una guida, ne di una strategia: è un Movimento. E tale resta anche 12 anni dopo quando, nel Marzo 1917, ancora il popolo di Pietrogrado in rivolta, sempre per il pane, la pace e la libertà, si trova di nuovo schierati davanti i soldati dello Zar che, questa la novità, si rifiutano di sparare e si ammutinano: “la guarnigione della capitale ha issato la bandiera rossa”, così Leone Trotsky nella sua fondamentale “Storia della Rivoluzione Russa”.

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Published: 12 November 2017
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mondocane

Medioriente, quel che si vorrebbe e quel che purtroppo è

Stavolta davvero verso un’altra guerra

di Fulvio Grimaldi

mohamed TrumpPartiamo con una notizia esaltante. Liberata Abu Kamal, città al confine siro-iracheno, dalla vittoria congiunta dell'Esercito Libero Siriano e dalle truppe irachene, esercito e Forze di Mobilitazione Popolare. Una vittoria di altissimo valore simbolico, che vede uniti due paesi che l'imperialismo-sionismo, insieme ai clienti satrapi del Golfo, avevano tentato di distruggere. Un nuovo inizio di unità nazionale araba con il concorso della Russia, dell'Iran e delle forze antimperialiste libanesi. Che questa, per oggi, ci paia l'unica notizia buona non diminuisce la nostra gioia e gratitudine.

E’ un antico vezzo di intellettuali, tra cui carissimi amici di notevole livello teorico, attenti alle profondità degli eventi e, come insegnava Montessori, ai dettagli e alle connessioni (vedere gli alberi nel bosco), quello di cucire un vestito e metterlo addosso al soggetto di cui trattano, convinti che gli stia bene, benché una manica sia corta e le spalle caschino. Succede in particolare da chi scatta dagli stessi blocchi di partenza, anche quando sono cambiati, anche quando non ci sono proprio. Tipo Stati Uniti democrazia liberatrice, o URSS comunque dalla parte di classi e nazioni oppresse.

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Published: 11 November 2017
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blackblog

L'ascesa del denaro al cielo

di Robert Kurz

I limiti strutturali della valorizzazione del capitale, il capitalismo da casinò e la crisi finanziaria globale

HenriDeToulouse Lautrec AtTheMoulinRouge TheDance 1889 90 VR1. Capitale reale e capitale produttivo d’interesse

Delle molte strutture schizoidi del mondo moderno fa parte anche il rapporto contradditorio tra lavoro e denaro. Il lavoro come dispendio astratto di energia umana nel processo di razionalità aziendale, e il denaro come forma fenomenica del "valore" economico così prodotto (cioè di una fantasmagoria feticistica della coscienza sociale oggettivata), sono due lati della stessa medaglia. Nel processo capitalistico autoreferenziale, che consiste in un’accumulazione incessantemente accresciuta di tale mezzo feticistico, il denaro rappresenta o "è" nient’altro che "lavoro morto", al quale l’astrazione reale conferisce l’aspetto di una cosa. L’umano "ricambio organico con la natura" (Marx) è diventato un dispendio di forza-lavoro, astratto e di per sé insensato, proprio perché nella forma feticistica potenziata, cioè nel capitale, il denaro si è autonomizzato di fronte all’attore umano: non è il bisogno umano a regolare il dispendio di energia; al contrario, è la forma "morta" dell’energia spesa, la forma autonomizzata nelle cose, ad aver sottomesso a sé la soddisfazione dei bisogni umani. Il rapporto con la natura, così come i rapporti sociali, sono diventati puri e semplici processi di passaggio per la "valorizzazione di denaro".

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Published: 11 November 2017
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vocidallestero

USA, un simulacro di democrazia

di John Steppling

Questo articolo di Counterpunch denuncia apertamente gli USA come una democrazia finta, votata al dominio militare e capace di tenere soggiogata o destabilizzare buona parte del mondo. Per affrontare la situazione occorre però riconoscere che questo processo non è nato con Trump, ma è in atto da decenni. Lo stesso Obama, proprio perché godeva di credito tra il popolo, è stato particolarmente efficace nel portarlo avanti con grandi danni per la classe media e immensi guadagni per i ricchissimi

Democrazia fintaNon riesco a ricordare alcun momento storico in cui la cultura USA sia stata così compromessa come oggi dal controllo della classe dominante. Hollywood sforna un film razzista o sciovinista o guerrafondaio dopo l’altro. I notiziari sono completamente controllati dalle stesse forze che dirigono Hollywood. La classe liberale ha completamente capitolato di fronte agli interessi di una élite USA sempre più fascista. Tutto questo non è iniziato con Donald Trump. Quantomeno bisogna risalire a Bill Clinton, e in realtà bisogna andare indietro alla fine della Seconda guerra mondiale. La traiettoria ideologica si è formata sotto i fratelli Dulles (uno ex segretario di stato degli USA e l’altro direttore civile della CIA a partire dagli anni ’50, NdVdE) e il complesso industriale  militare – che rappresenta gli interessi degli affaristi USA ed esprime l’esigenza di egemonia globale. Ma una volta collassata l’Unione Sovietica, il progetto ha accelerato e si è intensificato.

Un’altra origine può essere identificata con l’operazione fallimentare della Baia dei Porci del 1960, o con l’assassinio di Patrice Lumumba da parte della CIA (e del MI6) nel 1961. Oppure con il discorso di Kennedy del 1962 all’Università Americana che chiedeva la fine della “Pax americana”.

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Published: 10 November 2017
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coordinamenta

“Ritorno a casa”

di Elisabetta Teghil

artemodernoSe è doveroso studiare il destino degli ebrei europei a livello locale, regionale e nazionale, sotto la pressione e la persecuzione nazista nei diversi campi di concentramento e di sterminio è altrettanto necessario raccontare delle altre vittime, prigionieri di guerra slavi, zingari, malati mentali, omosessuali perché ci si renda conto che la politica antisemita fa parte di una politica di dimensioni ben più ampie e naturalmente raccontare l’atteggiamento delle popolazioni “legittime”, vale a dire la così detta “gente normale”. Questo perché tutto ciò faceva parte del progetto nazista di rimodellamento razziale del continente, inseparabile dalla volontà di trasformazione economica, sociale e demografica.

La popolazione divenne una variabile in cui i dirigenti nazisti intendevano intervenire trapiantando, sterilizzando, sterminando tutto quanto fosse considerato necessario per garantire ad un popolo “superiore” il “suo spazio vitale” ed un livello di vita ottimale.

Il genocidio non è il frutto avvelenato di un gruppo di fanatici, ma è stato concepito ed è stato possibile realizzarlo con il concorso di tante figure, economisti, sociologi, geografi, demografi, urbanisti, biologi, medici…tutta una pletora di segmenti sociali  che popolavano i livelli intermedi dell’apparato compresi i lavoratori e la gente che viveva intorno ai campi e al loro servizio la cui partecipazione al programma nazista mette in evidenza fino a che punto fu il risultato di contributi diversi spesso parcellizzati che non solo si sono sommati fra loro, ma si sono amalgamati e sono stati portati a sintesi.

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Published: 10 November 2017
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tempofertile

Samir Amin, “La crisi”

di Alessandro Visalli

Captura456Il libro di Samir Amin, “La crisi”, del 2009, il cui sottotitolo è “Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?” conclude per ora la lettura di alcuni testi dell’economista egiziano che ha visto prima il suo testo del 1973 “Lo sviluppo ineguale”, poi il libro del 1999 “Oltre la mondializzazione”, e quello del 2006 “Per un mondo multipolare”. Dieci anni dopo abbiamo letto l’intervento “La sovranità popolare unico antidoto all’offensiva del capitale”, nel quale la pluridecennale riflessione dell’alfiere della liberazione terzomondista e instancabile denunciatore della polarizzazione generata dallo sviluppo capitalista perviene alla determinazione, apparentemente di chiave tattica, di dover far leva sulle lotte nazionali e popolari, punto per punto, dai luoghi più deboli. Il riscatto deve, cioè, pervenire dai luoghi in cui la contraddizione tra la promessa di prosperità e la realtà di assoggettamento e alienazione è più ampia. Ciò che bisogna combattere è una tendenza intrinseca al capitalismo, al quale non è riconosciuta alcuna capacità emancipatoria o di sviluppo delle forze produttive: quella di schiacciare le periferie, creandole come tali. Creandole in quanto periferie, rispetto ai centri dominanti nei quali il capitale si concentra e dalle quali domina, accade che la logica intrinseca della macchina produttiva (di valore) tende quindi continuamente a fare della natura (e degli uomini) risorse e per questo ad estrarle, ad alienarle.

Per contrastare questa tendenza, dice Amin, non bisogna aspettare che una qualche contromeccanica automatica intervenga a salvarci: bisogna prendere il potere. Occorre, cioè, lottare per il potere. Costringerlo a fare i conti con le forze popolari, schiacciate, ma che vogliono rivendicare il proprio.

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Published: 09 November 2017
Created: 09 November 2017
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contropiano2

100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900

di Francesco Piccioni

Karl Marx and Friedrich Engels statue Memento Park 3A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, ci sembra utile accompagnare il ricordo per la prima e straordinaria vittoria duratura della Rivoluzione con una riflessione che non si nasconde quel che è accaduto dopo. Ma che, al tempo stesso, non cade nel vecchio vizio di andare a “trovare l’errore decisivo” nel comportamento di Tizio o Caio o addirittura – come fanno i pentiti di ogni epoca – nell’idea stessa di Rivoluzione. Viene tracciata un’ipotesi di ricerca storiografica, certamente complessa ma almeno all’altezza dell’oggetto.

A voi l’intervento elaborato da Francesco Piccioni per il convegno ‘Il vecchio muore ma il nuovo non può nascere’, a dicembre 2016.

* * * *

Idee per un programma di ricerca

Se si guarda alla storia del movimento comunista, oggi, l’impressione è spesso quella di trovarsi davanti a un deserto di macerie. In cui vagano alcuni fantasmi che, se si incontrano, si mandano a quel paese…

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Published: 09 November 2017
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goofynomics

C'era una volta la favola...

di Alberto Bagnai

Prefazione a Il Pedante: La crisi narrata, Imprimatur, 2017

new york 0(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)

C’era una volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.

C’era una volta la favola, e oggi non c’è più.

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Published: 09 November 2017
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paroleecose

Comunismo interiore

di Francesco Pecoraro

[Cento anni fa, nella notte fra il 6 e il 7 novembre 2017, cominciava la Rivoluzione d’Ottobre]

Bela Kun Memento parkPer molti anni (ancora adesso è così) la Rivoluzione d’Ottobre è stata per me solo un pacchetto dis-articolato di immagini, neanche tanto nutrito, ma molto impressionante, collegato a un pacchetto di parole, frasi, slogan, libri da leggere mai letti, spesso comprati annusati aperti e furiosamente sotto-lineati, magari fino a pagina 15, e poi richiusi per sempre, perché mi sembravano difficili oppure troppo sollecitanti o troppo veri.

Anche la Rivoluzione del ’17 era troppo, troppo di tutto, un troppo inconcepibile, un risultato unico & inaudito & mai più ripetibile: tutto era stato fatto con incredibile fluida semplicità: fare fuori gli avversari interni al partito, fare fuori gli avversari esterni, fucilare lo Zar, porre fine alla guerra e poi, nella mia confusione di allora (e di adesso) diventare gradualmente tutti uguali, nel senso di spartirsi le risorse equamente e secondo giustizia in un processo che avrebbe dovuto condurre una volta per tutte al completamento della Rivoluzione Francese, cioè al regno di Égalité, che però, una volta insediatasi, avrebbe automaticamente comportato la soppressione di Liberté.

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Published: 08 November 2017
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trad.marxiste

Il circuito del capitale

di Tony Norfield

display imageQuesto articolo si basa su un saggio scritto ormai più di trent’anni fa. Saggio che, con alcune modifiche stilistiche minori, una conclusione rivista e qualche aggiornamento alle note, ripropongo qui come contributo alla comprensione del Capitale di Marx. Le note a piè di pagina sono numerose, in molti casi fanno riferimento sia a pagine specifiche di un’edizione del Capitale che alla collocazione precisa di un passo all’interno di un capitolo. Questo al fine di agevolare il lettore nel rintracciare i riferimenti in altre edizioni e nelle risorse online (specialmente l’ottimo Marxist Internet Archive, [per la traduzione italiana, in riferimento al Capitale, si rimanda al sito CriticaMente, n.d.t.]).

Dei tre libri del Capitale di Marx, il secondo, dedicato al processo di circolazione del capitale, è il più trascurato. Laddove ha riscosso una qualche attenzione, come riguardo all’utilizzo degli schemi di riproduzione per analizzare la “trasformazione” dei valori in prezzi di produzione, è stato spesso frainteso [1]. La prima sezione di questo saggio delinea il rapporto metodologico fra i tre libri del Capitale; la seconda affronta in modo più ampio gli argomenti del secondo libro e la sua relazione col primo.

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Published: 08 November 2017
Created: 08 November 2017
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globalproject

L’alternanza scuola-lavoro e la lotta di classe rovesciata

di Danilo Del Bello

genova alternanzaLe ultime mobilitazioni studentesche contro l’alternanza scuola-lavoro hanno avuto una grande risonanza mediatica, anche a livello internazionale, al di là dei numeri di studenti effettivamente mobilitati.

Per quale motivo?

È evidente che in questo caso entra in gioco la centralità della contraddizione tra formazione, lavoro e capitale, la sua qualità strategica per i movimenti, da una parte, per il dominio di classe ordo-liberista dall’altra. Un campo di battaglia fondamentale, su cui è necessario e possibile, ancora una volta, sviluppare autonomia, rapporti di forza, percorsi di liberazione sociale. La posta in gioco è altissima e bene lo hanno compreso i governi liberisti, i media, le nuove forme di comando e sfruttamento del capitale post-fordista, con tutti i suoi apparati egemonici.

In realtà, proprio su questo nodo, la formazione della soggettività funzionale ed addomesticata ai nuovi meccanismi di accumulazione ed estrazione di plusvalore si rivela fino in fondo l’essenza della Buona Scuola.

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Published: 08 November 2017
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marx xxi

Costituzione italiana versus architettura attuale della UE

di Andrea Catone

Testo presentato al Forum «Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”», Roma, 13 ottobre 2017

29fc7c0ad3092d7ec8609bf94b85ce44Perché introdurre in questo IV forum europeo dedicato ai rapporti Cina-UE nel quadro della via della seta e della nuova globalizzazione il tema della Costituzione italiana? A prima vista può apparire fuori luogo rispetto al tema centrale. 

In questo forum, gli studiosi italiani intendono fornire agli studiosi cinesi, in una pluralità di valutazioni e analisi, elementi di conoscenza critica sulla Ue, sulla sua crisi attuale e sull’origine di tale crisi. Da parte mia proverò ad individuare una possibile linea che porti ad affrontare in senso progressivo questa crisi. E in questo la Costituzione italiana può fornire una bussola fondamentale.

Che la Ue sia in crisi, che vi siano diversi elementi di criticità nella sua costruzione, credo che sia incontestabile. E credo si possa anche affermare che tale crisi non è contingente o passeggera, ma radicale, insita in profondità nelle radici stesse della costruzione europea. Gli ultimi discorsi trionfalistici sul cammino della Ue con il suo grande allargamento ad est li abbiamo ascoltati nel 2007, quando entrano a far parte della Ue, dopo il folto ingresso del 2004 di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, repubbliche baltiche, gli altri due paesi ex socialisti, Bulgaria e Romania.

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Published: 07 November 2017
Created: 07 November 2017
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contropiano2

“Lavoro mentale e classe operaia”

Le categorie di Marx applicate al capitalismo del XXI secolo

di Paolo Plona

Brookings robotsIl testo che segue, elaborato a partire da “Lavoro mentale e classe operaia” di Guglielmo Carchedi, costituisce il tentativo di sviluppare un punto di vista politico sull’argomento. Per questo abbiamo organizzato la presentazione di tale saggio dentro lo spazio occupato “Ci Siamo”, in via Esterle a Milano, come parte delle attività che vede coinvolta la Rete Solidale insieme ad un gruppo di immigrati arabi e africani, in un percorso di lotta sulle tematiche dell’immigrazione e del lavoro.

Portare questo dibattito all’interno di tale realtà non è stato semplice. Questo ci ha permesso un originale esperimento: provare a parlare, all’interno della scuola popolare di italiano che si tiene in quella sede, di alcune categorie base della teoria marxista, rendendole semplici e comprensibili, adatte ad essere oggetto di un dibattito tra italiani e immigrati. Il tutto tradotto simultaneamente in tre lingue, inglese francese ed arabo. I risultati di questo momento “propedeutico” hanno di gran lunga superato ogni aspettativa. Siamo partiti dall’esempio concreto del bracciante agricolo raccoglitore di frutta, per definire parole come “sfruttamento”, “plusvalore”, “capitalista”, “proletariato”. Da questa base abbiamo parlato degli effetti della meccanizzazione, della competizione al ribasso tra lavoratori, delle delocalizzazioni, dei licenziamenti, dello sciopero e delle lotte.

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Published: 07 November 2017
Created: 07 November 2017
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carmilla

“Devono imparare ad obbedire”

Lo stage: lavoro coatto gratuito en travesti

di Alessandro Mantovani

Rossana Cillo (a cura di), Nuove frontiere della precarietà del lavoro, Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, Venezia, Ed. Ca’ Foscari, 2017, pp.296, free access

9788869480300 0 0 1535 75La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato. Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro.

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Published: 07 November 2017
Created: 07 November 2017
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sicobas

Referendum Veneto-Lombardia: cosa porterà ai lavoratori la vittoria del sì?

Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri
Comitato permanente contro le guerre e il razzismo

zaia maroniDue note sui risultati dei referendum in Veneto e Lombardia, senza ripetere quanto abbiamo già detto in precedenti prese di posizione.

 

1. L'esito del voto era scontato, dato che l'intero arco delle forze istituzionali era a favore del Sì (con lievi mal di pancia nel Pd e in Fratelli d'Italia). L'analisi del voto dice che la prospettiva autonomista ha più consenso in Veneto che in Lombardia, più seguito nei comuni minori e periferici che nelle città, e soprattutto nella sola metropoli dell'area (Milano). A favore di questo risultato hanno giocato fattori storici, economici (la crisi ha colpito più duro in Veneto che in Lombardia, e lo scontento sociale è più diffuso) e culturali - le linee di fuga localiste e regionaliste hanno maggiore presa là dove minore è il contatto diretto con il capitalismo globale, e più forte resta la illusione antistorica di poter vivere meglio "chiusi". Almeno in Veneto, poi, hanno avuto il loro peso sul risultato il nettissimo schieramento per il Sì delle strutture della Chiesa cattolica, e un sentimento di rivalsa venetista nei confronti dei 'lombardi' presente dentro la Lega e nelle piccole ma attive aree autonomiste-indipendentiste. Insomma: il passato pesa come un incubo sul cervello dei viventi.

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Published: 06 November 2017
Created: 06 November 2017
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marxismoggi

Un “ponte sull’abisso”. Lenin dopo l’Ottobre

di Alexander Höbel

Rivoluzione di ottobreIn occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre, si sta opportunamente riaprendo la discussione sul significato e il valore storico di quella straordinaria svolta che ha segnato di sé l’intero XX secolo e che si riflette, per alcuni aspetti, a partire dal mutamento dei rapporti di forza tra aree del mondo, sulla nostra stessa contemporaneità.

In questo quadro è essenziale approfondire il significato ma anche i problemi di quella esperienza. Se l’obiettivo della Rivoluzione socialista era quello di sottomettere i meccanismi dell’economia alla volontà cosciente e organizzata delle masse, in vista del benessere collettivo, Lenin fu sempre consapevole della difficoltà di tale sfida, in particolare in un paese arretrato come la Russia del 1917.

La consapevolezza di tale difficoltà andò crescendo nei mesi e negli anni successivi alla presa del potere, senza però trasformarsi mai in una diversa valutazione sulla svolta dell’Ottobre, anzi sempre ribadendo la giustezza della scelta fatta, l’opportunità di aver colto il momento, di aver sfruttato al meglio le possibilità offerte da una eccezionale contingenza storica.

All’indomani dell’Ottobre, Lenin individua come “uno dei compiti più importanti” quello di “sviluppare il più largamente possibile questa libera iniziativa degli operai [...] e di tutti gli sfruttati [...] nel campo dell’organizzazione.

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Published: 06 November 2017
Created: 06 November 2017
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sinistra

Rivoluzione russa e sua mitologia

di Michele Castaldo

Ottobre2Il peggior servizio che si possa prestare a un grande evento sociale, di portata storica, come quello in Russia nei primi anni del XX secolo è di renderlo un mito. I miti la storia li disvela per quel che sono, crollano evidenziando l’imponenza del grande evento.

La rivoluzione russa non comincia nel 1917, ma nel 1861, con la cosiddetta abolizione della servitù della gleba. Si trattava di un’abolizione formale – nel senso che il bracciante agricolo non era più vincolato al diritto di proprietà del padrone del fondo feudale. Sul piano sostanziale però i servi avevano avuto la possibilità di acquistare pezzi di terra – i peggiori ovviamente – e a condizioni capestro sia dallo Stato che dagli ex proprietari. In questo modo i servi divenuti formalmente titolari di un lotto di terra erano costretti a pagare la quota per l’acquisto o allo Stato, o all’ex proprietario, o alle banche che avevano finanziato l’acquisto. Il povero contadino non potendo pagare in moneta era costretto a pagare in natura e dunque lavorava il proprio pezzo di terra il cui raccolto doveva servire per pagare una parte dei debiti; e per pagare l’altra parte dei debiti era costretto – unitamente ai propri familiari a lavorare la tenuta del pomescik, cioè l’ex proprietario. Nel corso degli anni accadde che la gran parte degli ex servi della gleba furono costretti a vendere la terra agli aristocratici o ai contadini ricchi come i kulaki e a essere di nuovo sottomessi al lavoro dei campi come braccianti piuttosto che come servi, questa era l’unica differenza tra la vecchia servitù della gleba e la nuova che si era andata sviluppando.

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Published: 06 November 2017
Created: 06 November 2017
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tempofertile

Lo scontro tra le diverse Europe: due Dichiarazioni

di Alessandro Visalli

favicon e1507322448370Sulla pagina on line “Italia e il Mondo”, è uscito un articolo dal titolo “Due appelli, due Europe” del mio amico Roberto Buffagni nel quale è presente una interessante lettura di due diversi appelli, usciti negli ultimi tempi, nel campo conservatore, sul destino dell’Europa. Sono molto diversi, decisamente opposti: il primo parla di ‘progetto’, il secondo di uno scontro nel quale è in campo il ‘proprio sé’. Il primo è stato scritto da una importante istituzione che ha sede a Bruxelles e finanzia azioni politiche e culturali per la promozione della democrazia, fornendo quelli che chiama “finanziamenti veloci e flessibili”; ne fanno parte politici come Elmar Brok (CDU), Andrej Grzyb (PP), Bogdan Wenta (PPE), Cristian Preda (PPE), Pier Antonio Panzieri (PD), Alexander Lambsdorff (Partito Liberale), Elena Valenziano Martinez-Orozco (PSE), Mark Demesmaeker (conservatori e riformisti) e Tamas Meszerics (Verde ungherese). Il secondo da un gruppo di intellettuali accademici caratterizzati da una netta prevalenza dei filosofi politici e dall’essere conservatori di chiara fama.

La prima Dichiarazione chiama all’azione culturale e propagandistica (il campo del proponente) per la “democrazia”, ma intende una specifica connotazione del termine, la seconda ad una battaglia egemonica contro l’utopia di un mondo globalizzato, in cui le nazioni si dissolvano progressivamente in una utopistica unità multiculturale (ovvero, tradotto in termini realistici, siano inquadrate senza resti in un’unità imperiale).

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Published: 05 November 2017
Created: 05 November 2017
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la citta futura

I comunisti e le elezioni

Renato Caputo e Pasquale Vecchiarelli

6c4cb129ac90629cbefdd0ce672c7029 XLI. Delucidazioni a livello concettuale dei compiti dei comunisti in occasione delle elezioni per la selezione del personale volto a dirigere uno Stato imperialista

Da un punto di vista oggettivo le elezioni sono, al contempo, secondo le celebri definizioni di Marx e di Engels, uno strumento per stabilire quale componente della classe dominante avrà per un certo numero di anni la direzione del paese e uno strumento essenziale, un termometro atto a misurare il livello della coscienza di classe. Dal primo punto di vista dunque, nello Stato inteso come sovrastruttura della dominante struttura del modo di produzione capitalistico, le elezioni servono a definire la forma che assume la dittatura della borghesia. In effetti, secondo la nota concezione marxista dello Stato, quest’ultimo rappresenta la forma del dominio a livello strutturale, economico sociale, della classe dominante e del suo blocco sociale sulle classi subalterne. Da tale punto di vista, quindi, la democrazia è effettuale solo all’interno della classe dominante e del suo blocco sociale, mentre nei riguardi delle classi subalterne rappresenta la forma di dominio del nemico di classe.

Perciò appare evidente che il risultato delle elezioni abbia un significato più formale che sostanziale dal punto di vista delle avanguardie delle classi sociali subalterne.

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Published: 05 November 2017
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marx xxi

Per farla finita una volta per sempre con la sinofobia

di Domenico Losurdo

Prefazione al libro di Fabio Massimo Parenti, Il socialismo prospero. Saggi sulla via cinese, Novaeuropa edizioni, 201

cina statualavoroUn nuovo libro sulla Cina? Non ce ne sono già tanti ed essi non crescono a vista d’occhio? Non c’è dubbio: la Repubblica popolare cinese non cessa di attrarre l’attenzione del mondo intero. Dopo aver liberato dalla miseria centinaia e centinaia di milioni persone – un processo per la sua ampiezza e la sua rapidità senza precedenti nella storia – il grande paese asiatico sta ora bruciando le tappe dello sviluppo tecnologico. E ancora una volta, i risultati conseguiti o che si profilano all’orizzonte sono di portata storica: il monopolio dell’alta tecnologia per secoli detenuto dall’Occidente capitalistico, che spesso se ne è servito per assoggettare o tiranneggiare il resto del mondo, sta dileguando; si stanno realizzando le condizioni oggettive per la democratizzazione delle relazioni internazionali, alla quale peraltro continuano ostinatamente ad opporsi l’imperialismo e l’egemonismo.

La rinascita di un paese di civiltà millenaria, dopo la più grande rivoluzione anticoloniale della storia, mette in crisi i luoghi comuni di cui è intessuta la campagna anticinese portata avanti dal potere e dall’ideologia dominanti a livello internazionale. La Cina avrebbe fondato il suo prodigioso sviluppo sullo sfruttamento del lavoro a basso costo? Quante volte ci siamo imbattuti in questo ritornello?

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Published: 05 November 2017
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orizzonte48

Stati Uniti d'Europa e regionalismo

di Quarantotto

image06541. Mi limiterò a fornire alcuni punti di riferimento per orientarsi sulle tensioni cui sono sottoposti gli Stati nazionali e sulle finalità strategiche, cioè perseguite attraverso tappe graduali "tattiche", programmatiche ed efficienti, cui mira la creazione di queste tensioni.

Anche solo partendo dalle fonti qui utilizzate chiunque può effettuare una ricerca e trovare una quantità sterminata di conferme su ulteriori fonti documentali, che rinviano a vicenda nel comporre un quadro altamente coerente e univoco.

 

2. Cominciamo da un passaggio già riportato e tratto da una fonte USA (per quanto "critica"):

C'è un altro aspetto, meno ovvio, del proliferare di istanze separatiste in Europa, di cui ha parlato Karel Vereycken, ex portavoce elettorale di Jacques Cheminade, in un'intervista per Sputnik il 6 ottobre. Per gli irriducibili euristi nella tradizione di Leopold Kohr, un sodale di Winston Churchill, "i grandi stati nazionali europei devono essere frantumati in piccole entità di 5-8 milioni di abitanti, per far sì che la popolazione europea accetti un superstato sovrannazionale UE", ha spiegato Vereycken. "Questo vale sia per la Catalogna sia per molte altre regioni, tra cui le Fiandre, la Scozia e la Lombardia".

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Published: 04 November 2017
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militant

Ricordare pensare agire: 100 anni di Rivoluzione

di Militant

ottobre 17Questo fine settimana si concluderanno le nostre celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’Ottobre. Un ricordo inevitabile e necessario, che è proseguito lungo due linee guida: da una parte, organizzando iniziative specifiche sull’Ottobre – assemblee, art work, dibattiti, lavori editoriali, manifesti, scritte, striscioni; dall’altra, cercando di far vivere il senso della Rivoluzione dentro la nostra attività politica quotidiana. Un tentativo oggi maledettamente difficile vista la profonda inattualità che subisce l’idea stessa di rivoluzione, di cambiamento, di rottura. Sono d’altronde questi i tempi che ci sono stati dati in sorte, e se il presente ha assunto l’aspetto della distopia reazionaria è anche responsabilità nostra. In questo anno si sono accavallati multiformi ricordi della Rivoluzione. Ognuno, inevitabilmente, ha rievocato il suo modo di intendere l’evento centrale del XX secolo. La politica e il giornalismo liberale, forti dello scampato pericolo, ne hanno celebrato la distanza storica ormai (apparentemente) incolmabile, tirando il classico sospiro di sollievo, lasciandosi anzi andare alle concessioni tipiche di chi sa di non avere più niente da temere. La cultura e la politica ancora comunista si è al contrario adeguata all’anniversario inaggirabile. Purtroppo, nel nostro come negli altri casi, si è trattato di celebrare un evento storico disattivato. Il senso della Rivoluzione, ovviamente, vive nelle lotte di classe e non nelle mummificazioni celebrative. Eppure andava celebrata, fosse solo per ostinazione. In tal senso, oltre che invitare tutti a passarci a trovare questo fine settimana, pubblichiamo qui di seguito l’introduzione che il Comitato per le celebrazioni dell’Ottobre ha scritto per la ripubblicazione del piccolo capolavoro di Lukács, Lenin. Un testo, tra i tanti, fuoriuscito dai radar dell’interesse militante, e tuttavia proprio per questo utile a chiarire il significato storico-politico dell’azione di Lenin nella Rivoluzione. Buona lettura.

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  1. Biagio Bossone: John Maynard Keynes: per una politica macroeconomica che funzioni
  2. Patrizia Cecconi: Theresa May rinnova la vergogna della dichiarazione Balfour
  3. Daniele Gambetta: La fabbrica viva e disseminata
  4. Enrico Grazzini: Bankitalia, la svolta necessaria
  5. Michele Spanò: Sull’agio di stare al mondo proprio ora
  6. Karlo Raveli: Apriamo connessioni operaie globali
  7. Pierluigi Fagan: Cina, un fatto fuori teoria
  8. Pier Paolo Poggio: Marx sulla Russia
  9. Gianmarco Pisa: Appunti, in occasione del centenario, sull’attualità dell’Ottobre (1917-2017)
  10. Andra Meneganzin: L’ingegneria del consenso a colpi di socialbots
  11. Stefano G. Azzarà: Rivoluzione in Catalogna?
  12. Guglielmo Forges Davanzati: Lo Stato come datore di lavoro
  13. Sandro Arcais: Il governo delle blatte neoliberali
  14. Sergio Bologna: Lavoro autonomo e capitalismo delle piattaforme
  15. Mimmo Porcaro: Questioni teoriche II
  16. Il Pedante: La dittatura in un click
  17. Bill Mitchell e Thomas Fazi: Ogni cosa che sai circa il neoliberalismo è sbagliata
  18. Sergio Bellucci: La crisi e la Transizione
  19. Loren Goldner: Agli estremi confini del centenario della Rivoluzione d'Ottobre
  20. Pablo Iglesias: Sette considerazioni sulla crisi catalana
  21. Matteo Vegetti: Dopo mondializzazione e globalizzazione, le sfide dell’Europa e degli Stati
  22. Storia della creatività
  23. Sergio Cararo: La “grande paura” della borghesia e la Rivoluzione d’Ottobre
  24. Vincesko: Pensioni: l’estremismo di Bankitalia e Corte dei Conti
  25. Diego Angelo Bertozzi e Francesco Maringiò: Il Partito Comunista Cinese allo specchio

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