
La verità del capitalismo nella sua fase imperiale è resa palese dai trattati di pace, i quali non sono che saccheggi in nome della legge del più forte. In tal modo ogni pace non è che la premessa per una futura guerra, ogni pace è già guerra. Il capitalismo imperiale non conosce che la verità della guerra, con la quale non solo consolida le sue strutture e risolve le crisi di sovrapproduzione, ma specialmente con la guerra perenne il capitalismo rende visibile la sua verità: la violenza dell’accaparramento e del saccheggio sono l’epifenomeno dell’illimitato che lo muove, ogni legge razionale e ogni misura sono polverizzate dal movimento onnivoro del capitale.
Il trattato di Versailles (1919) non fu che la continuazione della guerra che l’aveva preceduta. Keynes ne analizza gli effetti e le novità inaudite profetizzando che la violenza della pace sarebbe stata la madre delle future guerre. Nel trattato il popolo tedesco è privato delle sue proprietà private, l’aggressione alle ricchezze private è il vulnus che contribuirà a portare il popolo tedesco verso il nazionalsocialismo. La violenza subita, l’irrazionalità dei provvedimenti, si trasformerà nella tempesta di fuoco che si abbatterà sull’Europa e sul pianeta. I beni dei tedeschi nelle colonie e nei territori persi vengono espropriati a favore degli alleati, in nessun trattato di pace era stata messa in atto l’espropriazione dei beni privati, il diritto internazionale è così calpestato in nome del plusvalore, l’unica vera legge che guida i destini degli stati e dei cittadini è la rapina per legge e per sistema:
Cambia e continua a mutare – oggi sembrerebbe addirittura smaterializzarsi – la forma della fabbrica. Ma in realtà (e per avere conferma di questa tesi rileggiamo ora il pensiero analitico di Raniero Panzieri, dopo averlo fatto, nelle settimane scorse con quello di Claudio Napoleoni[1]), se sembra cambiare la forma resta invece immutata la norma di funzionamento della fabbrica, cioè: suddividere/individualizzare per poi totalizzare/integrare/connettere ciascuna parte, uomini compresi, in qualcosa di maggiore della semplice somma delle parti prima suddivise.
Una norma appunto sempre uguale, semmai sempre meglio perfezionata, generalizzata e pervasiva/pervadente – applicata all’operaio pre-fordista e poi all’operaio-massa fordista-taylorista come oggi all’operaio massa (o in forma di folla) individualizzato di quella che chiamiamo rete-fabbrica-integrata-globale. Sempre uguale e figlia dell’industrialismo e del positivismo ottocenteschi (e prima ancora, della rivoluzione scientifica), ma soprattutto della totalizzante razionalità strumentale/calcolante che ci domina dall’inizio della rivoluzione industriale al digitale di oggi. Digitale – così come ciò che il neo-operaismo definisce capitalismo cognitivo (Vercellone) o capitalismo bio-cognitivo (Fumagalli: “un concetto del tutto materiale, che nulla ha di etereo o sganciato dalla realtà dei corpi, ma che si incarna proprio nella messa in produzione delle facoltà di vita, dei corpi e della loro trasformazione in parti meccaniche e/o in processi di mercificazione”[2]) – che non rappresenta però un cambio di paradigma e neppure un momento di rottura con il sistema precedente (come pensano i neo-operaisti, ma non solo), ma solo la sua ultima fase evolutiva secondo l’essenza (infra) di tecnica e capitalismo.
Quinto capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz
Nel frattempo nessuno dubita più del fatto (ormai incontestabile anche empiricamente) che le avanzate della crisi degli anni Ottanta e Novanta, associate agli effetti della ritirata dello Stato dalle sue responsabilità sociali e della crociata neoliberale, abbiano provocato la peggiore ondata di impoverimento di massa dalla prima fase del XIX secolo. Tutte le residue speranze, risalenti all’epoca fordista delle ex-regioni coloniali, in uno “sviluppo” autonomo nel quadro del mercato mondiale capitalistico si sono volatilizzate. La maggior parte del cosiddetto Terzo mondo è finita completamente in rovina, da ultimo perfino i pochi paesi del Sud-est asiatico, la cui industrializzazione di recupero sembrava avere avuto successo. In paesi come la Corea del Sud, la Thailandia, l’Indonesia o la Malaysia questa spaventosa disillusione, il brusco allontanamento dalla tavola imbandita del consumo da società pienamente industrializzata, poco dopo esservisi accomodati, si è lasciata alle spalle conseguenze traumatiche. Questa esperienza deve essere ancora più spaventosa negli Stati in via di disintegrazione della ex-URSS e in tutta l’Europa Orientale, dove era esistito per decenni un sistema industriale con tutti i crismi nelle forme del capitalismo di Stato, anche se con un livello di consumo inferiore rispetto all’Occidente. In questi paesi, nel giro di pochi anni, gli standard raggiunti in tutti i settori dell’esistenza sono stati completamente spazzati via. Adesso però anche in Occidente intere regioni e settori della popolazione sempre più ampi stanno sperimentando una discesa altrettanto traumatica nella povertà di massa, partendo per giunta da un livello di vita più elevato. Come molti neoliberali, Orio Giarini e Patrick Liedtke, gli autori del più recente rapporto del “Club di Roma”, riconoscono la crescente povertà di massa globale e la contraddittoria esistenza di una quantità immensa di risorse con parole asciutte:
Stefano G. Azzarà: Il virus dell'Occidente. Universalismo astratto e sovranismo particolarista di fronte allo stato d'eccezione, mimesis, 2020
La pandemia ha fatto emergere le contraddizioni delle società capitalistiche - stremate da decenni di politiche neoliberali all’insegna della guerra ai salari e ai diritti delle classi subalterne, delle privatizzazioni, della deregulation e dello smantellamento del Welfare - che le hanno rese sempre più disuguali. Incapace di immaginare un modello di società diverso e certo della propria eternità, l’Occidente ha creduto che il “virus cinese” colpisse solo i paesi arretrati o ritenuti autoritari e che mai potesse diffondersi nelle efficienti e trasparenti società liberali. Invece di prendere sul serio l’esperienza di altre realtà che hanno gestito meglio l’emergenza grazie alla capacità dello Stato e della politica di guidare l’economia e la produzione subordinando gli interessi privati a quelli della maggioranza, ha negato loro ogni riconoscimento, fino a procurarsi da solo un rischio estremo per eccesso di hybris. A questa incapacità suicida di aprirsi all’altro non è sfuggito il dibattito filosofico: sia le posizioni dirittumaniste astratte ispirate al liberalismo universalista, sia il sovranismo particolarista e populista – che del liberalismo rappresenta non l’alternativa ma una scissione conservatrice – condividono infatti di fronte allo stato d’eccezione il suprematismo occidentale, con il rifiuto di elaborare un universalismo concreto e di pensare una diversa configurazione del rapporto tra individuo, società civile e Stato ma anche dei rapporti tra le nazioni.
“Proprio il mancato riconoscimento dell’altro… ha impedito il riconoscimento della realtà stessa; impedendo al contempo di prendere le necessarie precauzioni ed esponendo l’Occidente a un rischio autoprocurato per eccesso di sicurezza e per presunzione di civiltà: in una parola, per hybris”.
Leggeremo in questo post un serrato dibattito tra un ricercatore indipendente inglese, John Smith, e il famosissimo geografo marxista David Harvey. Smith attacca il libro “La guerra perpetua”[1] nel saggio “Come David Harvey nega l’imperialismo”[2], e la replica dello stesso Harvey al libro di Prabhat e Utsa Patnaik “A theory of imperialism”, che abbiamo già letto[3]. Ci sarà quindi la replica dello stesso Harvey[4] e la controreplica di Smith[5]. Inoltre, per allargare lo sguardo, presteremo attenzione all’intervista a Utsa Patnaik, “Storia agraria e imperialismo”[6] al libro di John Smith, “Imperialism in the Twenty-First Century”, vincitore del “Paul A Baran – Paul M Sweezy Memorial Award”[7], ed alla recensione di Michael Roberts[8].
Cominciamo dalla prima accusa del ricercatore di probabile orientamento trotskista all’anziano geografo. Siamo nel 2018 e John Smith è, in particolare, colpito da una frase del testo nel quale Harvey sembra cedere alla vulgata neoclassica che vede l’imperialismo superato nella fase della mondializzazione. Afferma infatti Harvey che “lo storico drenaggio di ricchezza dall’oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni”. Può sembrare in effetti una descrizione obiettiva. Ed è, di fatto, una descrizione che assumono molta parte dei marxisti occidentali[9] o “euro-marxisti”[10], in coincidenza con buona parte della letteratura economica mainstream. Eppure è di assoluta e palmare evidenza che enormi flussi di profitti sono accumulati dalle società multinazionali, per grandissima maggioranza ‘occidentali’[11], sia in patria sia, in misura maggiore, in opportuni paradisi fiscali.
A due anni dalla scomparsa di Domenico Losurdo (1941-2018), col presente contributo si intende offrire una chiave di lettura inedita, almeno in certa misura, del suo intero itinerario storiografico-filosofico, incentrando quale specifica Kern della pluridecennale ricerca del filosofo italiano la sua riflessione internazionalistica.
La figura di Losurdo come ‘internazionalista’ non si riferisce qui – o almeno non soltanto – ad un significato in chiave normativa, cioè ad un orientamento determinato rispetto alla questione di universalismo e particolarismo; bensì, in chiave metodologica, e nel senso disciplinare del termine viene intesa secondo una complessiva sua rilettura di teorico delle Relazioni Internazionali (di cui è nota la sigla anglosassone: IR), attraverso un bilancio delle sue illuminanti incursioni nelle questioni internazionalistiche.
Alla tradizione delle Relazioni Internazionali, infatti, appartengono, latu sensu, tutti i pensatori che si sono cimentati nella riflessione sui rapporti morali, politici, giuridici inter-statali, anche laddove il loro contributo non appaia consapevolmente collocato all’interno della stessa disciplina politologica internazionalistica e ne risulti anzi estraneo al suo specifico gergo tecnico-disciplinare.
Ne emerge un pensatore che, nella sua straordinaria erudizione e padronanza della letteratura filosofica classica tedesca (in cui certamente è inclusa la tradizione marxista, o meglio dei marxismi), non ha mai cessato di pensare, con rigore filologico e filosofico al contempo, il problema della mediazione tra universale e particolare nella storia umana, quindi la sua concreta tensione non soltanto interna alla società (sul piano domestico), ma anche esterna (cioè sul piano internazionale).

Nota all'incontro del 13 febbraio 2002 nell'ambito del "Cenacolo filosofia e vita" con il prof. Diego Marconi in cui sono svolte alcune brevi considerazioni sul rapporto tra i vari modi di concepire ed avvicinare la filosofia
L'incontro del 13 febbraio u.s. del nostro Cenacolo con il prof. Diego Marconi mi sembra che, al di là dell'immediato interesse che ha senz'altro suscitato nei partecipanti di per sé per l'argomento trattato (il rapporto tra filosofia e scienze cognitive), sia stato molto proficuo anche in quanto, mettendo a confronto la filosofia "professionale" e quella "dilettantesca", ci ha suggerito alcune considerazioni sull'orientamento dell'impegno filosofico del nostro Cenacolo e, più in generale, sullo stato odierno della filosofia.
Dovendo scegliere un punto di partenza per affrontare la questione ritengo che sia opportuno che ci si soffermi brevemente sul concetto di filosofia quale si è venuto consolidando nei secoli e, più particolarmente, quale è stato sinteticamente illustrato alla voce "Filosofia" del "Dizionario di filosofia" di Nicola Abbagnano (alla quale rinvio chi volesse ulteriormente approfondire la questione de qua).
Alla suddetta voce l'Abbagnano propone, come momento supremo di sintesi delle varie modalità con cui la filosofia si è manifestata quale "creazione originale dello spirito greco e condizione permanente della cultura occidentale" (ma, malgrado il riferimento ad una peculiare civiltà, la definizione presentataci mi pare che si mostri in grado di fare in qualche modo riferimento anche a modalità meditative proprie di altre civiltà), la definizione illustrata nell'Eutidemo platonico, secondo cui la filosofìa è l'uso del sapere a vantaggio dell'uomo. La filosofia è dunque la scienza nella quale coincidono il fare ed il sapersi servire di ciò che si fa (Eutid., 288e - 290d). Platone osserva che a nulla servirebbe possedere la scienza di convertire le pietre in oro se non ci si sapesse servire dell'oro; a nulla servirebbe la scienza che rendesse immortale se non ci si sapesse servire dell'immortalità; e via dicendo.
In seguito alla Grande Depressione che colpì, in primo luogo, i paesi economicamente più sviluppati come gli Usa, la stragrande maggioranza della popolazione cadde nel panico e nella disperazione, ma soprattutto fu pervasa dalla rassegnazione. Non ci furono le rivolte che abbiamo visto pochi giorni fa e che sono scaturite dall’uccisione di G. Floyd, rabbia e frustrazioni non trovarono uno sfogo immediato, cosicché quando le organizzazioni dei lavoratori provarono ad alzare la testa fu troppo tardi, infatti si trovarono la strada sbarrata dai caporali, dai capitalisti e dal loro braccio armato rappresentato dalla malavita organizzata. In realtà, il sindacato dei lavoratori americani, ancor prima di essere messo fuori gioco, provò ad arginare il dilagare della disoccupazione, infatti il 20 luglio 1932 il consiglio direttivo della American Federation of Labor (uno dei più importanti sindacati statunitensi), riunitosi ad Atlantic City, fece una richiesta formale al Presidente Hoover per fissare un incontro tra le organizzazioni imprenditoriali e i sindacati, allo scopo di trovare un accordo per una settimana lavorativa di 30 ore.
La sintesi di questa mediazione trovò uno sbocco nella proposta di legge del senatore dell’Alabama Hugo L. Black, alla fine del 1932. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale, che si ebbe con l’approvazione al Senato, fu stroncato con l’ascesa di Roosvelt, il quale sposò le preoccupazioni e le angosce delle classi imprenditoriali, per le implicazioni rivoluzionarie del provvedimento, pertanto affossarono il disegno di legge alla Camera.
Al contrario di quello che accade oggi, negli Usa, in quel periodo storico, ci sono una serie di grandi imprese che si prodigano alla sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro, per far fronte alla disoccupazione, tra queste ricordiamo: la Kellogg’s, la Sears, la Standard Oil e la Hudson Motors.
… Quanno c’è ‘a salute c’è tutto
Basta ‘a salute e un par de scarpe nove
Poi girà tutto er monno
E m’accompagno da me
Tanto pe’ cantà- (E.Petrolini 1932) Nino Manfredi 1970
La lucidità di pensiero è stata destabilizzata da un virus, il Covid-19. Improvvisamente (quasi) tutti e tutte tre mesi fa, sinistra di classe compresa, sono stati colti/e dalla paura della malattia e del contagio. Il <qui si muore> è stata la risposta secca e anche violenta a qualsiasi tentativo di analisi e di riflessione sulla propaganda terroristica e sul controllo asfissiante messo in atto dal sistema di potere a cui non si è mai accompagnata, guarda caso, nessuna indagine degna di questo nome sulle cause reali e sulle ragioni della propagazione del virus soprattutto in Lombardia. C’è in ballo la salute, la salute è la cosa più importante è stato il refrain di questi mesi.
Ma che cos’è la salute? Cosa significa essere in salute, mantenersi in salute? La salute fisica e mentale, poi, sono inscindibili e sono il risultato dell’equilibrio del nostro essere. Non stiamo qui ad indagare posizionamenti e teorie, ci perderemmo nei meandri di una discussione senza fine ma sicuramente la salute non è legata ad una specifica malattia piuttosto dipende dalla qualità della vita e anche della morte in quella che sembra una contraddizione ma non lo è. E la qualità della vita proprio perché non dipende dalla presenza o dall’assenza della malattia non è altro che il rapporto intercorrente tra i nostri desideri e la possibilità di realizzarli, tra il nostro senso della vita e la rispondenza reale che a questo senso viene data.
‘E’ l’economia, stupido’. Questo è stato l’impudente, ottimista slogan elettorale di Bill Clinton nel 1992. Lo slogan sembrava sintetizzare la Weltanschauung prevalente di un ordine neoliberista, una versione volgarizzata dell’”egoismo illuminato” ereditato dall’economia politica classica. Più di un quarto di secolo dopo, in mezzo al collasso neoliberista, nulla potrebbe essere maggiormente l’opposto. L’egoismo illuminato, da Londra a Mumbai, non domina più. Non è l’economia, stupido.
I Conservatori di Boris Johnson sono stati rieletti con una grande maggioranza dopo un decennio di austerità e di stagnazione dei redditi, come se Johnson non fosse stato in carica. La sola quasi sua unica promessa era stata di ‘realizzare la Brexit’, un obiettivo per il quale il 60 per cento dei votanti a favore dell’Uscita (Leave) dice che sarebbe felice di vedere danneggiata l’economia. Il 40 per cento afferma persino di essere disposto a perdere il proprio lavoro.
Queste sono minoranze, ma minoranze di milioni, sufficienti a costituire lo zoccolo duro del voto Conservatore. Gli attivisti Tory sono una minoranza ancora inferiore, ma più influente. Quando chiesto loro che cosa sacrificherebbero per ‘realizzare la Brexit’, hanno risposto chiaramente: l’economia, l’unione [Regno Unito] e persino il loro stesso partito.
Molto è stato detto dei votanti a favore della Brexit “ingannati” da promesse di maggior spesa per il Servizio Sanitario Nazionale (NHS), ma la caduta di quell’affermazione non ha danneggiato la Brexit. E in ogni caso non era su questo che la campagna per il Leave era stata condotta.
Un’epidemia è un processo naturale relativamente banale: se ne può morire, certo, ma non più che di mille altre cause. Questo fatto non basta perciò a farne un evento, la cui portata dipende dal modo in cui è percepito, dalle risposte cui dà luogo, dalle ragioni o sragioni che le motivano. La crisi sanitaria mondiale del 2020 rappresenta meno una nemesi della Natura contro società inconsapevoli, che non la rivelazione, e l’intensificazione, di loro aspetti e tendenze. È peraltro il caso di tutte le Grandi Paure note attraverso i secoli: l’Anno mille, la jacquerie nel 1789, la guerra atomica negli anni Cinquanta… Ogni volta, vi sono certo dei fatti reali alla base di tali accessi di angoscia e di panico, ma questi ultimi e i loro effetti obbediscono a logiche proprie, spesso senza comune misura con i dati oggettivi. È così che in siffatte crisi ci troviamo confrontati principalmente a noi stessi, cioè alle società in cui viviamo e che le nostre azioni riproducono, ai loro rapporti di proprietà e di potere, alle loro ideologie e credenze: tutto ciò che costituisce, secondo la tradizione dialettica, la seconda natura, la quale nella specie umana sostituisce la prima, proiettando su questa i propri fantasmi e temendone il ritorno nella penombra dell’orrore mitico.
Si può così supporre che il vero evento sia meno l’epidemia che non il consenso di autorità politiche e sanitarie, di istituzioni statali e sovrastatali, di esperti e comunicatori, verso un lockdown mondiale che Marco D’Eramo definisce sulla «New Left Review» un «esperimento di disciplinamento sociale senza precedenti».1 Attuato con entusiasmo dai decisori e approvato o subito passivamente dalle popolazioni, è forse questo esperimento l’aspetto veramente inaudito di questa crisi, il fatto destinato ad avere delle implicazioni durevoli e profonde.

Prima di entrare nel merito della argomentazione, del contesto, e della valutazione di queste due misure vorrei anticipare qui a grandi linee la valutazione complessiva che emerge.
Il MES ‘pandemico’ o sanitario, nonostante l’assenza di condizionalità ex-ante (eccetto che sulla destinazione dei fondi) presenta insidie rilevanti connesse al suo prevedere una ‘sorveglianza rafforzata’ sulla politica di bilancio dei paesi debitori pienamente incardinata nel quadro normativo dei trattati e quindi in quelle regole di finanza pubblica che hanno già dimostrato la loro disfunzionalità, specialmente in periodi di crisi.
Il Recovery fund proposto dalla commissione presenta una componente estremamente limitata, nel caso dell’Italia, di risorse e ‘a fondo perduto’. Esso ha però il vantaggio importante entro il quadro istituzionale attuale di poter realizzare spese e investimenti pubblici che possono favorire la crescita dell’economia nei prossimi anni, restituendo poi tali risorse in modo dilazionato nel tempo su un orizzonte temporale lungo.
Cosa è cambiato nelle analisi macroeconomiche ‘dominanti’ e istituzionali dal 2008 a oggi
La versione standard dei modelli macroeconomici insegnata sui libri di testo sino al 2008 indicava che politiche fiscali restrittive (di ‘austerità’) hanno effetti negativi nel breve periodo, ma neutrali o positivi nel medio-lungo periodo (in quanto favorirebbero una crescita degli investimenti privati).
Il precedente volume di Thomas Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, aveva una lunghezza di oltre 900 pagine. Quello appena uscito in traduzione italiana, intitolato Capitale e ideologia, consta addirittura di 1.200 pagine.[1] Le biblioteche sono piene di libri ponderosi che tanti citano, ma che quasi nessuno legge integralmente. Le opere di Piketty rischiano di subire lo stesso destino: un’analisi basata sui dati di kindle, documentò che il lettore medio lesse, del libro del 2013, appena 26 pagine.[2] Se però, con determinazione e pazienza, prendiamo in mano questa sua ultima monografia, ci accorgiamo che non è prolissa, poiché ogni suo capitolo, animato da una scrittura densa e nitida, si colloca in un disegno intellettuale unitario. Ancor più, ci accorgiamo che essa merita il tempo della lettura, poiché verte, con argomentazioni sempre pregnanti, su alcuni degli argomenti centrali nelle scienze sociali e nel dibattito pubblico: la natura del sistema economico odierno, i processi di cambiamento storico, le ragioni che giustificano lo status quo nelle comunità umane, la possibilità di realizzare un ordine sociale migliore. Nello spazio di una noterella, non posso affrontare i tanti temi che nel libro s’intrecciano. Procedo piuttosto in maniera schematica: sintetizzo alcune delle principali posizioni dell’autore in sette tesi; dopo l’illustrazione di ciascuna tesi, svolgo qualche commento critico, per concludere con poche considerazioni sull’intero ragionamento.
Tesi 1. Le vicende storiche ben documentate sono in grado di spiegarci come funziona il mondo.
Già nel libro del 2013, Piketty è apparso un ricercatore empirico estremamente preparato, con la propensione, tuttavia, a lasciare sottosviluppata la spiegazione teorica dei fenomeni: le sue due famose “leggi del capitalismo” consistono l’una in una tautologia e l’altra in una formula che non riceve alcuna fondazione, se non il riscontro statistico.[3]
Da alcuni mesi è in corso un dibattito in seno al Partito Comunista che ha coinvolto anche il FGC portando alla sospensione del patto d’azione tra le due organizzazioni. La richiesta di un congresso e la possibilità di svolgere questo dibattito in quella sede sono definitivamente sfumate con la decisione di non rinnovare il tesseramento in blocco a centinaia di iscritti del PC in diverse parti d’Italia, impedendone conseguentemente la partecipazione al congresso. In questi mesi molte delle vicende sono state trattate –spesso da ambo i lati – con semplificazioni. Non essendoci più prospettiva alcuna del dibattito interno richiesto, e ritengo che una parte delle questioni che hanno animato il dibattito siano elementi importanti nella discussione strategica sulla ricostruzione comunista e non costituiscano patrimonio esclusivo degli iscritti o ex iscritti al PC. Sono altrettanto e sempre convinto della necessità che la ricostruzione comunista in Italia si conduca tra lotte reali e serrato dibattito ideologico. Per questa ragione pubblicherò sull’Ordine Nuovo le principali questioni che hanno animato il dibattito in questi mesi. Forse ridare spazio alla politica contribuirà a dare a quel dibattito il livello politico dovuto, sottraendolo al botta e risposta su aspetti secondari per certi versi deleteri. La scelta di partire da questo tema è dettata più che dalla sua individuazione come elemento principale rispetto agli altri, dalla centralità che stanno assumendo nella discussione e nelle reciproche critiche. Non è dunque un ordine di priorità ma di contingenza.
La maggioranza dei lavoratori vota a destra.
La questione può essere riassunta così utilizzando le stesse parole utilizzate da Rizzo in un ufficio politico, che ebbi premura di segnare tra i miei appunti:
Il testo prova a raccogliere l’invito formulato da Giorgio Agamben nel Requiem per gli studenti pubblicato sul “Diario della crisi” il 23 maggio 2020
I.
L’esigenza di una universitas, di cui si presenta qui il programma, si mostra nel momento stesso in cui il pensiero si dà coscienza del proprio rapporto col destino delle università. Queste si presentano oggi come un accumulo di conoscenze che lo studente può acquistare in qualità di cliente, e di cui può servirsi nel mercato del lavoro in veste di competenze.
Il destino storico della trasmissione del sapere come circolazione di merci è preconizzato dal fatto che la conoscenza sia stata concepita, almeno fin dalla modernità, come un avere, una proprietà riposta nella memoria. L’imporsi di una digitalizzazione dell’insegnamento è, pertanto, in linea col primato della conoscenza e della nozione, interamente riproducibili attraverso un algoritmo. Così come l’algoritmo celebra l’ideale grammatico di una divisione finita della lingua in «parti», così la trasmissione di conoscenze sotto forma di podcast sembra realizzare l’ideale pedagogico-farmaceutico di “pillole” o bossoli di conoscenza. Così, di fronte a un mercato delle conoscenze digitali che ne supera di gran lunga le possibilità di circolazione, l’università non ha oggi altro mezzo per sopravvivere se non quello di produrre un grande magazzino di oggetti preconfezionati secondo ogni tipologia e sensibilità. È l’università stessa che, come in una commedia di Menandro, conia i “tipi” della conoscenza. Cosicché ognuno possa estinguere il proprio bisogno di apprendimento, dall’approfondimento alla suggestione, dalla lezione interattiva alla conferenza dall’altra parte del globo. In questa condizione, il professore diventa egli stesso una merce e i suoi dottorandi sono ridotti a pubblicitari.

Fine del lavorismo secolo XIX?
L’iniziativa Stati Popolari potrebbe riuscire a riproporre un reale percorso di lotta anticapitalista, generale e radicale pur tra tutti i condizionamenti attuali, a cominciare dai virus dell’informazione ufficiale. ‘Di sinistra’ inclusa. Superando il populismo neo-fascista ma rimettendo anche al loro posto vari inscatolamenti lavoristi dell’universo operaio, soprattutto per opera di vecchi marx-ismi chiusi tra le stantie inferriate dell’esclusività salariale produttivistica più o meno tutelata. Cioè della storica particolarità del lavoro stipendiato assunto ed innalzato a esclusività strategica operaia, anti-Capitale, dallo stesso cosiddetto “Marx politico” di un secolo e mezzo fa.
Appaiono del resto sempre più come strumenti di difesa terminale del sistema anche recenti dissertazioni di confusione e irretimento etico, teorico e politico a proposito della DIMENSIONE o CLASSE operaia globale. Per esempio attorno all’idea di un presunto ‘quinto stato’ riproposta poco tempo fa in un articolo di Allegri e Ciccarelli del Manifesto, ‘Fenomenologia della classe a venire’. Un 5° stato che, da tipici marxismi di sinistra del sistema, servirebbe come concetto valevole per eclissare il primo ed essenziale elemento classista marxiano, innanzitutto etico ma poi teorico e politico:
l’alienazione o appropriazione particolare, privata, personale e famigliare di naturali od oggettivi Beni Comuni di una società. Da cui sorge lo sfruttamento e guerre e violenze di ogni tipo.

Will I live tomorrow?
Well I just can’t say
But I know for sure
I don’t live today
(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)
“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)
Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria vittoria definitiva della propria classe su quella degli oppressi.
Le notizie di tali eventi hanno fatto rapidamente il giro del mondo e, esattamente come le lotte contro la guerra in Vietnam degli anni Sessanta, hanno infiammato le piazze dei paesi occidentali e di altri continenti.
La forza delle manifestazioni, il timore suscitato dal loro rapido diffondersi, la capacità di risposta politica dimostrata dai manifestanti (in grado di utilizzare tanto la violenza quanto l’abilità di influenzare mediaticamente e politicamente l’opinione pubblica nazionale e internazionale), la strategia messa in atto collettivamente nelle strade e nelle piazze hanno costituito una brutta sorpresa per un potere politico e finanziario che da anni si pensava ormai vincitore nel confronto con i subordinati di ogni colore e credo.
La richiesta improvvisa e radicale dello scioglimento delle forze di polizia o almeno di un loro radicale ridimensionamento e di una sostanziale revisione dell’uso della forza ad esse consentito è stato un passo di portata storica, non soltanto per i movimenti americani ma anche per quelli che in ogni angolo del mondo si oppongono ormai da anni alle violenze poliziesche e, più in generale, dello Stato nei confronti di chi difende, sul fronte opposto, gli interessi di classe, ambientali, di genere e appartenenza culturale e etnica.
A partire da giovedì scorso, si può trovare nelle librerie Apocalisse e Rivoluzione di Giorgio Cesarano e Gianni Collu, appena rieditato in lingua francese dalle edizioni La Tempête. Questo libro è stato scritto nel 1972, in risposta alla pubblicazione del rapporto del Club di Roma sui Limiti dello Sviluppo. Commissionato dal MIT e finanziato dalla Fiat, il rapporto preconizzava una «crescita zero» ed un limite al capitalismo. Alla sua pubblicazione, Cesarano e Collu reagirono con un'analisi tempestiva e sottile di quello che è il modo in cui il capitalismo stava cambiando in quegli anni: le sue nuove armi erano diventate il millenarismo religioso, la colonizzazione dell'individualità e lo sviluppo di un'economia del debito. Allo stesso tempo, veniva proposto anche un rinnovamento dei concetti e dei modi dell'antagonismo rivoluzionario, che non sarebbe più stato il conflitto tra le classi, ma piuttosto la lotta dei corpi della specie umana contro il loro essere messi a morte da parte del processo capitalistico. A tutto ciò che mette in discussione la sopravvivenza stessa della specie, questo libro oppone una certezza: la rivoluzione comincia dai corpi. Giorgio Cesarano, a quel tempo, è stato un autore vicino alla critica situazionista. Egli ha anche partecipato alla fondazione del Gruppo Ludd, del quale, in quest'ambito, ha parlato Anselm Jappe.
I pochi iniziati agli scritti di Giorgio Cesarano formano una comunità segreta. E questo perché sicuramente questo autore ha prodotto un pensiero totale e senza compromessi, profondo e dialettico, scritto facendo uso di una prosa infuocata che non si lascia penetrare con facilità, e che continua, per quanto sotterranea, ad affascinare da quasi cinquant'anni.
Presidente, il 2 giugno 2020, dati gli eventi degli ultimi mesi, è una ricorrenza unica nella storia della Repubblica. Lei come percepisce oggi il rapporto dei cittadini con le istituzioni Repubblicane?
Mi sembra che il rapporto abbia preso una doppia piega. È abbastanza tipico durante le emergenze che i cittadini guardino alle istituzioni, perché sentono il bisogno di essere garantiti. Sicuramente anche il tasso piuttosto alto di popolarità del Presidente del Consiglio dimostra che l’emergenza ha suscitato un forte bisogno di istituzioni. E questa non è una novità: in Italia buona parte dell’antipolitica e della critica delle istituzioni nasce in realtà dal bisogno delle istituzioni, dall’idea che le istituzioni siano inadeguate. D’altro canto c’è una discreta probabilità che nel momento in cui si attenuasse l’emergenza sanitaria e si presentassero le sue conseguenze economiche, il rapporto con le istituzioni tornerebbe ad essere conflittuale e che queste verrebbero sempre più interpretate come ostili.
Le chiedo di proiettarsi invece al prossimo autunno, quando si potrebbe presentare una seconda ondata pandemica a causa delle mutate condizioni climatiche. Secondo lei c’è il rischio di disordini sociali?
Molto dipenderà da come i bisogni economici di una discreta parte della popolazione siano o non siano stati soddisfatti. Se ci fossero gravi momenti di sofferenza economica, fino alla disperazione per certe categorie, e se intervenisse un secondo lockdown, francamente la situazione sarebbe davvero critica. C’è da augurarsi che nessuna delle due ipotesi si avveri, cioè che non sia automatico l’avvento di una seconda ondata della pandemia e che le situazioni di sofferenza dell’economia, e soprattutto di certe categorie, possano essere in un qualche modo sanate.
Il capitale e la sua crisi strutturale: un sistema di mediazione da superare
In “Oltre il capitale: verso una teoria della transizione”, István Mészáros sviluppa una critica senza compromessi del sistema del capitale, accompagnata da una strategia politica coerente volta ad aiutare i lavoratori del mondo nelle loro lotte per l'emancipazione. Ci sono innumerevoli contributi presenti nel lavoro. Ciò che forse può essere messo in evidenza in primo luogo è la concettualizzazione del capitale come un complesso di mediazioni di secondo ordine - vale a dire: mezzi alienati e obiettivi feticistici della produzione, lavoro "strutturalmente separato dalla possibilità di controllo", denaro, la famiglia nucleare, il mercato mondiale e le varie forme dello Stato del capitale - che si afferma sulla mediazione di primo ordine dell'attività produttiva, subordinandole gerarchicamente e componendo con esse una dinamica guidata dall'imperativo della "massima estrazione praticabile del pluslavoro”, in un movimento sempre cumulativo, espansivo,"automatico"- nel senso che questo processo si sviluppa senza che la collettività umana sia in grado di controllarlo coscientemente - ed è, oggi più che mai, dispendioso e distruttivo.
All'interno di questo sistema, dice Mészáros, lo Stato non è altro che l'elemento la cui specificità consiste nel promuovere la rettifica - cioè la momentanea "armonizzazione" - dei "microcosmi strutturati antagonicamente" che configurano il capitale.
Si trova all'interno del complesso in questione, partecipando attivamente allo spostamento delle contraddizioni - alcuni dei cosiddetti "limiti relativi" - inerenti a tale sistema. Per questo motivo, afferma il filosofo, è sbagliato prendere lo Stato come un'entità separata dal capitale, in grado di imporre redini e frenare la sua spinta feticista.
Il 28 giugno 2020 ricorreva il secondo anniversario della morte di Domenico Losurdo, insigne filosofo e storico italiano. Scrittore assai prolifico, la sua scomparsa ci ha lasciati privi di una voce severa, capace di giudicare con luminosa coscienza aspetti centrali della storia delle ideologie moderne, mettendo in luce gli aspetti di riscrittura della storia operati dal pensiero contemporaneo liberale e svelandone puntualmente gli imbrogli retorici e le contraddizioni (“Il revisionismo storico. Problemi e miti”,“Controstoria del liberalismo”).
Di questo pensiero Losurdo ha analizzato le tecniche propagandistiche palesando, con rigore, la resa storica, teorica e politica dei movimenti di pensiero deputati allo smascheramento e alla produzione di alternative storiche (“Il linguaggio dell’impero. Lessico dell’ideologia americana”; “La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra”).
Il centro speculativo dell’opera di Losurdo nondimeno si concentra nel superamento dell’idea liberale dell’avvenuta “fine della storia” (Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo), concentrando i suoi sforzi nel delineamento di una “teoria generale della lotta di classe” a partire dai testi engelomarxiani. Teoria, questa, a sua volta inscritta nella più ampia ricostruzione della distinzione tra marxismo occidentale e marxismo orientale – una distinzione che ingloba e supera il mero riferimento geografico e abbraccia aspetti teorici fondamentali (“La lotta di classe. Una storia politica e filosofica”; “Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere”). Questi ultimi due testi, nati dalla viva convinzione dell’autore che la lotta di classe sia la categoria principale che anima la vita pratica, ci spingono a domandarci: che forma assume oggi la lotta di classe? [[1]] E ancora: siamo davvero sicuri di sapere che cosa sia, in sé, la lotta di classe?
L’emergenza COVID-19 ha portato alla ribalta un concetto, quello di “smart working” o “lavoro agile”, che fino a poco prima dell’emergenza interessava una parte minoritaria dei lavoratori.
Come noto, molte attività sono state svolte dai lavoratori – anche su input del Governo – fuori dall’usuale luogo di lavoro (generalmente in casa, data la pressoché totale impossibilità di uscire durante il lockdown). Ciò ha alimentato inevitabilmente un dibattito su questa modalità di lavoro. Se, da un lato, lo smart working può effettivamente mettere il lavoratore nella posizione di avere più tempo libero (si evitano gli spostamenti, si possono utilizzare i tempi morti della giornata lavorativa per svolgere attività utili al lavoratore stesso o al suo nucleo familiare), dall’altro può facilmente condurre ad abusi, soprattutto laddove il passaggio al modello organizzativo basato sul lavoro a distanza avvenga, come è accaduto durante l’emergenza, senza il tempo sufficiente per definire la cornice in cui la prestazione lavorativa deve svolgersi.
Divisi anche gli osservatori. Da un lato, gli ottimisti come Domenico De Masi (sociologo vicino al M5S e, quindi, animato da visioni futuristiche e senza classi sociali, nello stile dei Casaleggio) sostengono che lo smart working sia una specie di pietra filosofale o di macchina del moto perpetuo, grazie alla quale “ci guadagnano tutti”. Dall’altro, il sempreverde Pietro Ichino, che si lamenta della “vacanza pagata al 100%” di cui, secondo lui, avrebbero usufruito i lavoratori pubblici (ma di lui ci siamo già occupati). E, ancora, dal punto di vista dei sindacati, c’è chi sostiene che lo smart working può costituire un nuovo strumento di sfruttamento.

Moreno Pasquinelli, su “Sollevazione”, in due consecutivi articoli[1] è intervenuto in un dibattito tra alcuni autori[2] de “La fionda” e un intervento su questo blog[3]. Oggetto del dibattito era l’azione politica ed i suoi referenti nelle condizioni contemporanee.
Questa è la mia replica.
Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti avevano voluto sostenere una tesi profondamente radicata nella lunga ritirata della cultura di sinistra e marxista non solo italiana: che la frattura tra le classi sociali sia ormai superata, a seguito del crollo del “compromesso keynesiano”, ovvero del modo di produzione fordista. Secondo questa visione il proletariato, la classe operaia, non esisterebbe più e comunque non si esprimerebbe come classe distinta dalle classi medie. È dunque a queste ultime che bisogna ormai guardare come orizzonte di ogni azione politica possibile. Si tratta di una tesi di grandissimo successo a partire dal finire degli anni settanta e poi completamente egemone negli anni ottanta e novanta[4]. Sia chiaro, è una tesi che ha avuto grande parte nella ritirata della sinistra antagonista, o di opposizione, nelle ‘terze vie’, diventandone un caratteristico marchio di fabbrica. Ma ha avuto talmente tanto successo da diventare con il tempo un semplice fatto indiscutibile. Talmente indiscutibile che da questo partono sia i due autori de “La fionda”, sia quello di “Sollevazione”, pur nella notevole differenza di posizione politica.
Prendiamo, ad esempio, un famoso testo di Ulrich Beck del 1986:
“… la problematica dell’ineguaglianza ha perso la sua esplosività sociale. Persino di fronte a numeri di disoccupati nettamente oltre la soglia dei due milioni, considerata traumatica fino a pochi anni fa, non ci sono state fino ad ora proteste.
I. Introduzione
L’organizzazione sociale capitalistica, che da decenni si è estesa all’intero pianeta, è ormai entrata in un fase di decadenza necrotica. Essa sta distruggendo, sempre più velocemente, i fondamenti stessi dell’esistenza di ogni società umana: il legame sociale fra gli individui e il legame metabolico fra natura ed umanità. Questa spirale autodissolutiva si tradurrà in un devastante crollo di civiltà, molto probabilmente entro la fine di questo secolo [1]. Sono del tutto convinto che non esista nel nostro mondo nessuna forza sociale capace di incidere su questa traiettoria mortifera, e quindi, in sostanza, che non ci sia niente da fare, se lo scopo che ci si propone è quello di prevenire il crollo della nostra civiltà. Ci si possono però porre altri obiettivi, rispetto ai quali in effetti c’è qualcosa da fare. Credo che uno scopo generale possa essere quello di salvare elementi di civiltà dal crollo futuro. Questo significa in primo luogo creare embrioni di comunità che possano attraversare i tempi bui che ci aspettano, comunità che siano informate dal tipo di valori, idee, riferimenti spirituali che pensiamo necessario provare a salvare. Naturalmente tali comunità dovranno per prima cosa sopravvivere, e non possiamo sapere cosa saranno in grado di trasmettere ai loro discendenti. La creazione di simili “comunità di sopravvivenza” è importante soprattutto per i giovani, che probabilmente vivranno buona parte della propria vita in una situazione di crisi sempre più grave, e per le persone dei ceti medi e bassi, che non avranno nessun’altra risorsa da utilizzare se non la solidarietà e l’aiuto reciproco.
http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/cosa-vuol-dire-socialismo-nel-xxi-secolo/
1) In filosofia, e in politica, c’è questo vecchio problema – il “cominciamento” – ma, a volte, conviene andare per le spicce e farla corta. Come avrebbe detto il Coniglio bianco ad Alice, “se non sai dove cominciare, inizia dal principio, che non sbagli”. Nancy Fraser parte da un haiku di sfida – “socialism is back” – e qui, e da subito, mi sembra che abbia ragione e torto: mixed feelings (l’aggiunta: ma il nodo vero è capire cosa intendiamo o cosa dovrebbe significare oggi socialismo è naturalmente il problema cruciale del saggio, e del presente). In via preliminare, partirei dal rovescio, storicamente. La ritornata dicibilità della parola socialismo nell’ordine del discorso politico attuale è il sottoprodotto di uno shock culturale che forse abbiamo sottostimato. Da una ventina d’anni a questa parte, più o meno (dai tempi di Seattle o di Genova, per capirci) è caduto un interdetto mentale decisivo. Dopo la stagione di Reagan e Thatcher e Bush siamo tornati a parlare, più che di socialismo, di capitalismo e quello che sembrava l’unico orizzonte possibile è letteralmente saltato, imploso, esploso (intendo come grande quadro o ricatto mentale, ipnosi mistica: nei fatti i padroni sono ancora e sempre loro, l’1%). La Grande Crisi Economica Mondiale del 2008 ha aperto gli occhi persino ai gattini ciechi della globalizzazione trionfante postmoderna: il capitalismo – adesso lo vediamo – non è l’unico scenario possibile, né auspicabile per la vita dell’uomo sul pianeta terra (e pure per il pianeta terra stesso, ca va sans dire) e conviene (non è solo bello e idealistico e poetico, ma… conviene) trovargli un’alternativa, e rapidamente. All’orizzonte altrimenti ci saranno soltanto crisi e ancora crisi e disastri, devastazioni, irrazionalità dilagante, catastrofi di ogni tipo, pandemie (nei corpi e nelle menti), e morte e lutti. Con tutto il rispetto per Bernie Sanders o Alexandra Ocasio-Cortez “socialism is back” nel senso che un’alternativa al capitalismo tocca trovarla, e se vogliamo chiamarla ‘socialismo’ (o comunismo) va bene, però – adesso che siamo al guado – bisogna agire e pensare velocemente; adesso, subito.
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