Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

eticaepolitica

Filosofia e postmarxismo nella ricognizione critica di Giorgio Cesarale

di Mario Reale*

Da Etica & Politica / Ethics & Politics, XXII, 2020, 2, pp. 611-621, ISSN: 1825-5167

indexlk985I

Il lettore che si trovi in mano il libro di Giorgio Cesarale (=GC) A Sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989 (=AS), Laterza Bari-Roma 2019 ha più che mai, per le ragioni che dirò, il diritto di chiedersi: ma val la pena di leggere e anzi studiare un simile testo? La mia risposta a un tal quesito, cui sono giunto in realtà per gradi, è senz’altro positiva, quand’anche la lettura riuscisse contesta di riserve riguardo ad alcuni o molti degli autori interpretati o allo stesso interpretante, che, non al modo di un’estrinseca rassegna ma in forma piuttosto unitaria, presenta i suoi diversi «pensatori critici». La lettura del testo è infatti compensata, risarcita, da molte acquisizioni capaci di avvicinarci, in varie guise, a modi di pensare che si rivelano importanti e utili, se non indispensabili, al bagaglio di chi voglia oggi capire le punte «avanzate» degli studi filosofico-sociali. Già una ricognizione dei pensatori critico-radicali degli ultimi trent’anni non può che essere vista in ogni caso con interesse. In un mondo così lacerato e scisso a parte obiecti e a parte subiecti, privo di una sicura egemonia e anzi di un’egemonia tout court, di stabili connessioni qual è quello in cui oggi viviamo, è di grande importanza, credo, sapere se vi sia un pensiero più profondo e radicale, quasi una guida sicura nella lettura delle carte del nostro tempo, capace di spingersi lontano, di ritrovare nuovi legami e una qualche forma di «unità». Un pensiero in grado, nell’atto stesso, di guardare oltre i significati e le forze dati per intravedere almeno qualche segno del futuro – sebbene senza residui di filosofia della storia, senza forzature identitarie né esiti di irrelato atomismo: con un procedere «dialettico» sì, ma non risolto subito in una grande sintesi conciliativa, calata dall’esterno e passepartout.

 

II

Il lettore deve essere perciò grato a GC per le molte informazioni che il suo libro, albero dai tanti rami, liberalmente fornisce, nonché per l’exemplum offerto circa i possibili modi di eseguire una difficile cucitura di opere anche disparate, per la bravura con cui riesce a stringere singoli autori o libri veramente ardui, riassunti, con un vero e proprio tour de force, in breve e denso discorso, pieno di coerenti significati. Il testo si presta per questa via a un duplice uso: da un lato come un intero, dall’altro come una sorta di Handbook cui ricorrere a proposito di un singolo o di più autori, di uno o più libri. È subito evidente come ciò abbia comportato una gran mole di lavoro, la messa a frutto di numerose competenze: linguistiche e storiche, culturali e filosofiche, economiche e politiche, di teoria e di sociologia critica, e così via; così come, extensive, abbia richiesto la lettura di moltissimi testi, scritti in diverse lingue: e poiché ogni inclusione comporta esclusioni sono stati necessari molti libri per stabilire quelli da includere in AS. Il racconto di GC offre così una ricca offerta di testi, ben digeriti, di autori che sono conosciuti a volte solo di seconda mano, o per sentito dire, o che sono persino, come a me è capitato, del tutto ignoti (è il caso per esempio di Mbembe). Solo chi abbia fatto qualche volta questo lavoro sa come sia faticoso e difficile render conto della linea conduttrice anche di un solo e difficile libro.

 

III

Dopo l’introduzione, su cui tornerò, AS si compone di cinque densi capitoli, dove sono ospitati autori che, pur talvolta molto diversi tra loro, sono accomunati sotto gli stessi e rilevanti temi, tra loro in qualche modo connessi. Gli argomenti dei capitoli sono questi: «Crisi e critica del capitalismo»(I); «ll destino della sovranità nell’epoca neoliberista» (II); «Le nuove dimensioni della soggettività» (III); «Tra universalismo e antagonismo: la democrazia difficile» (IV); «Il pluriverso delle identità (V). In tutto sono esaminati ben ventuno autori, con medaglioni che abbracciano per lo più non uno ma parecchi libri. A parte ora l’eventuale discussione sulla congruenza degli scrittori alla rubrica in cui sono iscritti, ci si chiederà: sono troppi? Forse sì, per un libro che non arriva alle duecento pagine. Ma GC non sembra mai sazio della caccia a idee e autori che rispondano al suo scopo, e la compressione del testo con ogni probabilità non è una sua scelta. D’altra parte i polloi costituiscono, come diceva Vico, nella veste di una traversia, un ostacolo per il lettore, anche un’opportunità, una ricchezza. E la domanda pertinente non è tanto se questi autori siano troppi, quanto piuttosto se le cose che GC riteneva di dover dire non siano state costrette da ragioni allotrie in uno spazio eccessivamente esiguo. La mia impressione è che sì gli autori forse sono troppi e, forse, si potevano seguire utilmente anche altre via di organizzazione del libro. Ma, intanto, il lettore non può che apprezzare la ricchezza d’informazioni fornite da AS, render grazie al suo autore per il vero e proprio tour de force cui si è sottoposto, per le competenze messe a frutto, la capacità di sintesi e per la gran mole di libri che ha letto.

 

IV

Anzi, proprio la dovizia di personaggi sembra invitare il lettore ad aggiungere altri autori (o temi) a quelli presenti in AS, o, si capisce, a escluderne altri. Da parte mia, avrei preferito una trattazione più larga delle questioni riguardanti la democrazia, che pure è messa a tema non solo nel capitolo quarto del libro; e quanto agli autori, a esclusione forse di altri, avrei scelto di inserirne qualcuno, anche se talora al margine dei limiti temporali di AS: penso per esempio a Derrida e a Habermas (seppure quest’ultimo come il non per GC del «pensiero critico», negazione che dà significato ad alcuni degli scrittori di AS), o, anche a pensatori che, fuor dei limiti di tempo, sono geneticamente importanti, come poniamo Althusser, per la comprensione di talune opere. Ma simili aggiunte o soppressioni devono tuttavia tener conto del fatto che GC, con intelligenza e coraggio, con fatica e fiducia in sé, ha presentato qualcosa come un «canone» di pensatori «critici», sicché chi con ogni legittimità avanza riserve dovrebbe pur tener conto dell’insieme, già così affollato, degli autori che, esponendosi, AS mette in campo, se non fornire egli stesso un canone diverso.

 

V

Se proviamo ora a chiederci, pur entro lo stesso genere di lavori o di meditate rassegne, di che tipo, di che natura e stile, sia il libro di GC, si deve rispondere, con ogni decisione, che si tratta di un’opera peculiarmente filosofica, cui è sottesa un’ampia conoscenza e consapevolezza teoretica, e anzi una ricerca, per così dire, di filosofia in atto, che si viene cioè hegelianamente svolgendo anche dentro la specificità di saperi aventi statuto diverso e, almeno in apparenza, lontani da suggestioni e istanze filosofiche. Ma, come filosofia è termine oggi così indeterminato da riuscire quasi privo di senso, si deve precisare cosa s’intenda con questo termine. Leggendo il libro di GC, mi son venuti in mente altri libri dedicati, più o meno, al medesimo genere di AS, per esempio: Figures of Dissent di T. Eagleton e Logic of Disintegration o The Limits of Disenchantment e altre opere ispirate alla Radical Philosophy di P. Dews; ma il primo è, alla fine, una sorta di ironico, disperso e scanzonato pamphlet, le mille miglia diverso dalla costante e sistematizzante serietà di AS, mentre i secondi, pur vicino a GC per il frequente riferimento alla filosofia classica tedesca e a pochi altri suoi prosecutori, sono libri di altra stoffa, intelligenti ma di carattere più storicocomparativo. Peculiare invece di AS mi pare, filosoficamente, sia il senso largo dell’indagine, sia la più alta ambizione del lavoro. A dir meglio, nel suo libro, GC viene mostrando le tessere di una sua propria filosofia, e nulla toglie il fatto che una simile ricerca, come filosofia che sta nella storia della filosofia, si costituisca su importanti pagine di Hegel logico.

 

VI

Dire ora in modo più determinato come si articoli nel merito il lavoro di AS – a partire dalla «Dottrina dell’Essenza» della Grande Logica hegeliana e quindi dalla filosofia classica tedesca e, tra i filosofi più vicini a noi, direi soprattutto da Adorno – sarebbe veramente lungo, complesso e difficile: per la materia stessa dei singoli autori, meritevole di un’apposita discussione; per la pochezza di chi scrive e perché, soprattutto, da GC il discorso è più spesso lasciato intuire per spӕculumet in ænigmate o appena accennato che non propriamente svolto. Mi limito pertanto solo a dire, quasi come indice ragionato, che la premessa e il discorso di GC poggiano interamente sull’immane potenza del negativo, e quindi sul classico tema del rapporto in Hegel tra intelletto e ragione, dove il primo ha un ruolo strategicamente centrale, insomma sulla dialettica, che necessita di una sorta di dialettizzazione di se stessa, per cui la capacità sintetica dovrebbe mostrarsi volta a volta già nello scavo analitico del negativo, non nella ragione come «terzo», che intervenga con una sorta di effetto salvifico.

 

VII

In generale dunque mi pare che, in una perenne tensione eraclitea, la filosofia che sottostà ad AS consiste in una sorta di attraversamento del Nichilismo, nel rapporto tra negazione determinata e negatività, o, come anche paradossalmente si potrebbe dire, in un movimento dal nulla al nulla attraverso il nulla, dove la ragione, proprio avanzando, fallisce nel suo lavoro di presa sul mondo: un mondo allora in tutti i modi scisso, dove è necessario aver consapevolezza della separazione di forma e contenuto, concetto ed esistenza, ordo idearum e ordo rerum. Ne emergono i tratti di una ragione negativa, storicocritica e insieme ontologica, perché la distinzione di forma e contenuto è letta come pensiero che, formando, diventa contenuto a se stesso e si trasforma nella materia del suo agire, tale cioè che costituisce o «produce» il suo oggetto. Si fa chiaro, per questa via, il debito che GC contrae con la filosofia classica tedesca: non solo Hegel ma anche Fichte e Schelling. E anzi, GC sembra sotterraneamente rivendicare con forza una rivalutazione «idealistica», contro un pigro orizzonte «materialistico», come precondizione così diffusa «a sinistra».

 

VIII

La conseguenza di ciò è facile da trarsi, ed è esposta in AS con ogni precisione: il grande avversario da battere è Kant per via del suo dichiarato dualismo, del «trascendentale» o dell’«oggetto trascendentale» che, costituendo i luoghi da cui la successiva filosofia tedesca prende costitutiva origine e forza polemica, si prolungano fino a noi, convivendo con i modi più consueti di ragionare filosoficamente. In particolare, la bestia nera di AS sembra essere Habermas, che sebbene citato con parsimonia, soprattutto in una puntigliosa nota polemica, sembra costituire una sorta di ombra di Banko, una punta avanzata e autorevole, anche «a sinistra», negli ultimi cinquant’anni, tanto da rappresentare una sorta di vessillo che molti altri copre con le sue insegne, essendo proprio lui il pensatore più caratteristico e più vicino a noi di quell’ormai tramontato «universalismo ancorato nei poteri della ragione ‘europea’, illuministica, trascendentale, dialettica». Non che GC abbia torto nell’insoddisfazione per la mancata critica del capitalismo in Fatti e Norma, pari a quella svolta per il diritto, ma forse è troppo definire gli autori radicali studiati in AS attraverso il loro tratto antihabermasiano e, in ogni caso, l’autore dell’«agire comunicativo» avrebbe meritato un più esplicito cenno storicizzante.

 

IX

Al lettore che in ogni caso, al di là dei miei tentativi di decifrazione della complessa struttura di AS, volesse avere, direttamente dal testo, più lumi in proposito consiglierei anzitutto la lettura delle pagine che GC scrive su Fr. Jameson: felici, benigne rispetto a ciò che abbiamo detto e più ariose, forse perché in esse, del resto secondo una lezione hegeliana, vengono «macinate» più cose, per esempio circa arti e cultura, più esperienze e saperi. In maniera limpida si ritrova qui, con la forte rivalutazione dell’intelletto, il nuovo modo di concepire la dialettica: incessantemente impegnata nella sua opera di scavo, comprendente, senza narcisismi, la sua radicale alterità, priva di univoche identificazioni, avente nomi diversi, con un nucleo nascosto in forme reificate da far emergere e che abbraccia, nella decisività del tempo, anche il preteso nondialettico. Ma per la divaricazione di linguaggio e mondo, il soggetto non può mai in sé ritrovare, nella linearità e nella continuità, l’esperienza totalizzante (o l’«assoluto») della società e della storia. Ricomporre ciò che è stato analiticamente diviso comporta l’abbandono di ogni narcisismo, ogni «improvvisa convergenza del proprio sé con il mondo». Ciò, con un’antimarxiana «ermeneutica positiva», costituisce l’avvio di un cammino guidato da quel «cognitive mapping» che, avvicinamento all’irrappresentabile, solo fornisce dapprima una «rappresentazione situazionale» per poi arrivare, attraverso cerchi concentrici o cornici semantiche, fino alle «istanze più profonde della storia».

 

X

Nella ricerca di coerenza, la narrazione di GC non manca tuttavia di incappare talvolta in qualche difficoltà aporetica. Mi limito a segnalarne una. In un mondo e in una soggettività attraversati da profonde scissioni, di cui è necessario aver consapevolezza e sulle quali AS molto insiste, colpisce un po’ che si parli, a proposito soprattutto di Badiou e anche di Žižek (che è un autore per più versi interessante), dell’«idea» o «ipotesi» comunista, nella sostanza ripresa soprattutto dal giovane e ancora alquanto feuerbachiano Marx, come di un importante obiettivo critico, una meta da prefiggersi. Ancorché in parte rielaborata, questa immagine della ricomposta unità del genere umano suppone pur sempre uomini per intero e intrinsecamente sociali à jamais, che hanno ormai vinto tutti i loro limiti, segnati da trasparenza senza ostacoli, in uno stato di grazia riguadagnato perché perennemente dato. In realtà, siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi, troppo complessi, smaliziati e anche désabusés per ritrovare un’innocenza perduta e ripristinabile, contro cui del resto GC non si stanca di mettere sull’avviso. Né importa controbattere, a questo proposito, che gli avversari dichiarati del comunismo, anche a sinistra, manifestino ancor più visibili debolezze.

 

XI

A pensieri difficili (e non del tutto esplicitati) corrispondono di solito ardui e un po’ duri linguaggi. AS è un libro, proprio perché impegnativo e impegnato, che si legge con qualche fatica, costringendo a compiere impervi passaggi, d’alto grado, anche da parte di chi sia filosoficamente acculturato (GC però direbbe senz’altro di cultura «tradizionale»), ma fermo ancora alla «vecchia» ragione europea; e a volte si ha come l’impressione che, con un linguaggio sempre alto e spesso «tecnico», alquanto esoterico l’autore si rivolga piuttosto a un ristretto club che richieda tasse d’iscrizione piuttosto esose. Vi sono tuttavia ragioni che in parte spiegano questo inciampo. Il primo è che, per la tensione filosofica che attraversa l’intero suo scritto, d’altra parte in forma di necessità contenuta, GC tende ad andar subito al cuore più intimo dei problemi, anzi delle poche, vere questioni che a suo parere tessono la tela della filosofia, tralasciando non solo qualsivoglia «presupposto», che di principio riesce sempre «posto», ma altresì appoggi, punti di sosta facilitanti, détours illustrativi. Ed è evidente come proprio là dove c’è più evidente asprezza linguistica, lì si nascondano anche le soglie critiche più avanzate, i luoghi più «fini».

Tacitamente dismesso ogni intento «divulgativo», GC tende a parlare quasi sempre la lingua dei suoi autori, servendosi degli stessi stilemi e delle stesse figure retoriche per ritrovare l’unità speculativa che, nel suo scritto, regga l’intero e le parti, i pensieri trasversali e comuni.

 

XII

Se AS un po’ riecheggia qualcosa dell’antica attribuzione a Eraclito della taccia di skoteinos, l’oscuro, che Hegel riporta con precisione e Adorno studia in riguardo allo stesso Hegel (mentre a noi spetterebbe di giudicarla infine in Adorno, un autore del resto caro a GC), vi sono alcune spiegazioni di ciò. Anzitutto, nel pensaredire, la rottura e i rivolgimenti di concetti che nell’ultimo cinquantennio o poco più sono avvenuti nella realtà si sono riflessi negli autori di AS e non potevano naturalmente non esprimersi anche nel loro linguaggio e in quello del loro interprete; quindi, per la provvisorietà, l’incertezza e la complessità «sperimentale» dei nuovi approcci alla filosofia, che Machiavelli avrebbe detto cifrati, scritti «in pappafico»; infine, per lo sforzo di GC di andar oltre la stessa trama filosofica dei suoi autori radicali, tentando di porre le basi di una sua propria e autonoma riflessione teoretica. E, in aggiunta, ma non per ultimo, conta la stessa afasia, il vuoto di linguaggio, come espressione della rottura di una continuità culturale e dello stesso rapporto di teoria e tempo storico che questi scrittori avvertono alle loro spalle. In effetti, lo sforzo del lettore di comprendere la materia e la logica degli autori di AS riposa in primo luogo sulla consapevolezza di questo strappo e sul disagio che ne consegue: la benevola aspettativa, sempre un po’ da presumere in chi legge, può nascere solo da un’insoddisfazione, almeno, per i modi di pensaredire oggi la realtà che ci circonda.

 

XIII

In modo incerto e approssimativo, ho cercato fin qui di esporre quel che, con le connesse difficoltà linguistiche, GC implica nel suo libro. Il lettore di queste scarne e malagevoli note non avrà tardato a capire come, un po’ per colpa mia, ma un po’ per la stessa natura del testo, sia difficile dar conto di AS, anche in una discussione piuttosto ampia. Quasi nulla però s’è detto circa il giudizio che l'autore dà di questi elementi d’una probabile teoria. È ben possibile che io abbia sbagliato strada nel cercar di decifrare i segnali sparsi qua e là in AS o che mi sia spinto troppo oltre nel tentativo di dar forma sistematica a spunti di per sé più problematici o sfumati. Ma questo dipende, come si è detto, anche dalla coperta parzialità e dalla frammentarietà con cui in AS si avanzano le tesi «ultime» dell’autore. In ogni caso, per il lettore che avesse curiosità anche di ciò, dirò che, pur entro un forte interesse, nutro non poche riserve (GC direbbe forse anche ispirate da un kantismo «normativista») in merito ai pensieri cui, nel tentativo di stringere la rete di pensieri di AS, ho fatto or ora cenno. Ma avventurarmi oggi anche per questa via, opponendomi alle stesse ipotesi che ho azzardato, m’è parso avventuroso e dangerous. Sono sicuro che in futuro GC non mancherà di illustrare con più esplicita chiarezza le sue posizioni, suscitando con ciò anche una discussione meglio fondata e certa.

 

XIV

Sarebbe però veramente ingiusto se, persino in questi riferimenti molto larghi ad AS, prescindenti cioè dall’esposizione dei singoli autori che ne costituiscono l’anima e la consistente veste, dopo esser stati presi dal problema di decifrazione della filosofia sottesa e operante nel libro, mancheremmo ora di occuparci dell’aspetto «politico», per dir la cosa in generale, comprendente la stessa economia, ossia di ciò in cui il libro per tanto versi e nell'esplicito consiste. Una frettolosa seppur a prima vista non del tutto infondata impressione di lettura potrebbe indurre a dire che il libro di GC è caratterizzato da una sostanziale nota impolitica. Mi preme invece dire che AS merita a parer mio di essere interrogato sul terreno politico e che, sebbene anche qui un po’ sotterraneamente, il libro è percorso da una tensione e una perplessa domanda riconducibili alle questioni politiche. Il problema è piuttosto quello della profonda sfiducia che GC sembra nutrire verso tutte le politiche date e visibili, oggi e nel futuro che sta immediatamente dinanzi a noi, per cui il modo di rispondere positivamente ai problemi, giudicati gravissimi, del nostro tempo sembra consistere in buona sostanza nello scavo che l’intelletto negativamente compie nella realtà: come se il punto più arduo e innovatore della teoria critica coincidesse non già con una soluzione, ma con l’emersione di nuovi e inediti problemi, capaci di segnare un avanzamento dell’intero processo conoscitivo e di emancipazione, con la riapertura di cammini vistosamente ostruiti. Insomma, credo che la difficoltà a scorgere la politicità di AS stia nel fatto che essa, esprimendosi innanzitutto nella capacità di critica, che sempre si estende ad abbracciare aspetti nuovi e diversi della realtà, manca di poste direttamente positive. E, naturalmente, la radicalità della critica è tanto più richiesta, quanto più cupo e destrutturante è il quadro delle cose in cui è chiamata a operare, quasi che la realtà richiedesse soprattutto di essere conosciuta e per questa via salvata, proprio nel senso di sozein ta phainomena.

 

XV

Per venire dunque brevemente alla politica, è da richiamare anzitutto l’attenzione sull’«Introduzione» ad AS. In poche pagine – le sole per altro in cui GC parli in prima persona, distanziandosi dagli autori di cui s’è fatto storico – si delineano le condizioni economiche e politiche, storiche e culturali con cui i pensatori radicali devono misurarsi. In maniera densa e stilisticamente felice, GC fornisce qui un quadro ragionato e oltremodo fosco dello stato delle cose, una sorta di dichiarazione di morte, base comune per le figure e i testi chiamati a testimoni. Dopo i cenni riguardanti i maggiori eventi economici e politici, tra loro incrociati, negli ultimi cinquant’anni, vengono riassunti in sei punti gli elementi caratteristici del nostro tempo: dal capitalismo, dissociato ormai dalla borghesia e svuotato delle sue tradizionali funzioni economiche e «democratiche»; alla fine della cultura e della filosofia universalistiche, con le loro illusioni di presa sul mondo; al regresso dei regimi democratici e alle trasmutazioni del consenso popolare. È la storia di come si sia affermata un’egemonia mondiale neoliberista, dell’economico che ha perso i rapporti con la stessa civiltà liberale. Il quadro è forse troppo e compattamente pessimistico? Forse sì, ma il discorso sarebbe ora troppo lungo da svolgere, mentre, d’altra parte, nella premessa al capitolo primo si dà anche una versione benigna e positiva della stessa diagnosi dei sei punti. Alla fine, tenuto conto di tutto, è difficile non concordare con GC circa il fondo del suo discorso.

 

XVI

Pur denunciando con forza i problemi del nostro tempo, raccolti in un quadro oscuro, GC non mostra nessuna compiacenza per il mondo che descrive, non cede a un clinamen catastrofistico che metta capo a un panorama da Waste Land, stretto in una tessitura all’apparenza impenetrabile; non c’è insomma nel suo libro alcun gusto per una Dekadenzidee. La conclusione del discorso suona anzi così: ma qualcosa «eppur si muove»: è in moto, di nuovo, la forza collettiva che risponde alla cosiddetta complessità allargandola fino a rompere il blocco delle categorie date e mettendo a frutto i «nuclei di senso» maturati nell’ultimo trentennio. La domanda, che non trova più soddisfazione nella pretesa solidità dei saperi che indagano ogni forma di realtà, ponendo in questione i grandi ordinamenti economici e politici, si sposta al margine e ai confini, all’«esterno costitutivo» per esempio dei modi novecenteschi di plasmare l’«organizzazione sociale» al fine di renderne possibile una «stabilizzazione». Può ben darsi che una simile ricerca metta capo a una catena di sfrangiamenti, a una cattiva infinità di confini, ma intanto, per ciò che ora interessa, nel quadro di riferimento vi sono chiaroscuri e un campo di positivo lavoro viene indicato, poiché, di nuovo in esempio, scavando ai margini del capitalismo vi scopriamo molte dimensioni di cui tener conto: le relazioni sociali, interstatali, lo spazio, la democrazia e l’ideologia.

 

XVII

La prima domanda in merito alla soggettiva politicità di AS riguarda la sostanza e il modo di essere di un pensatore radicale. È naturale infatti che, man mano si avanzi nella lettura del testo di GC, venga fatto di delineare, dai tanti autori esaminati, una sorta di silhouette ideale di una simile figura. Quali sono dunque alcune delle caratteristiche e delle competenze più significative di un pensiero critico?

Due di esse mi paiono ora più rilevanti. La prima riguarda l’effettiva novità della ricerca, l’oltrepassamento di vecchie analisi, pur preziose, di vie battute, già «trovate», come patrimonio consegnato alla comune coscienza critica, e non elaborate dal nuovo. L’altra, alla prima complementare e simultanea, consiste nell’indicazione di vie e modi dei nuovi soggetti di un’azione praticotrasformatrice, di una più potente e diffusa emancipazione che muti il mondo verso una direzione quanto meno presentita a grandi tratti. Per dire ciò con le parole proprie di GC, si tratterebbe di elaborare e mobilitare qualcosa che sta al di là del «déjà vu» o «déjà vécu», che venga profilando un «nuovo oggetto teorico», con la corrispondente «riconfigurazione delle funzioni e della pratica critica»; nella consapevolezza, per altro, che si è perduta la pretesa di causale necessità tra teoria e praxis, di modo che, per quanto è permesso dall’incertezza e complessità delle situazioni, si può ritrovare radicalità anche in uno solo dei due momenti. Scorrendo il percorso degli autori raccolti in AS non è difficile indicare come essi si collochino rispetto a questi due problemi. In esempio, all’inizio del libro, l’interessante figura di G. Arrighi (di cui GC, oggi con G. Azzolini, è uno dei maggiori interpreti italiani), insieme agli altri studiosi del «worldsystem approach», offre stimolanti contributi alla comprensione del mondo e ai ritmi di egemonia che lo strutturano. Senza che, peraltro, a causa del carattere fondamentalmente storico e diversificante della sua riflessione, tale interpretazione possa offrire indicazioni circa i soggetti e le forze dell’emancipazione, il che toglierebbe rigore al suo stesso sapere. L’opposto forse accade nell’ultimo capitolo (uno dei più nuovi del libro), dove è invece l’affermazione delle nuove identità a prevalere, celando ancora in sé nuove possibilità teoriche.

 

XVIII

Ma è evidente che con queste ultime osservazioni mi sono avvicinato al grande modello di Marx, operante in vario modo negli autori di AS, e anzi, in maniera più determinata, mi sono accostato a un’ispirazione postmarxista. Quest’ultima, anche quando non sia esplicitamente citata, costituisce mi pare uno dei possibili concetti e terminichiave per riassumere i tratti politici del libro di GC. A due riprese si dice in AS che la crisi economica e culturale ha «travolto» la sinistra nella sua «triplice diramazione: socialdemocratica, leninista, postmarxista». Di queste forme, solo l’ultima mi pare che rappresenti per GC una possibilità ancor viva, dal lato teorico e, forse, pratico, sebbene non è chiaro se essa dovrebbe anche farsi carico del significato ideale delle sue altre e più povere sorelle. Ma cosa vuol dire postmarxismo? Come accade al suo fratello maggiore, il «postmodernismo», è una denominazione «liquida», delicata e sdrucciolevole, ché, a volerla fermare, si andrebbe contro la sua stessa utilità. E tuttavia, si deve tener conto non modesto, come talora mi sembra che GC faccia ed esiga, di questa spuria categoria. Per ricordare ora uno dei punti principali di questa nozione, nelle cose il postmarxismo nasce quando si perviene, fuori ormai dal solo Occidente, alla separazione di capitalismo (come sistema mondiale differenziato per divisione geografica del lavoro, con la presenza di spazio, Stato, pluralità di forme di accumulazione, etc.) e forzalavoro; una disgiunzione del resto già presente, paradossalmente, nei Grundrisse di Marx (quando i grandi formano i loro stessi post!), nel famoso Frammento sullemacchine.

Fuoriescono dal postmarxismo, a seguire mi pare GC, i tentativi di pervenire, con accanita ricerca, al «vero» Marx; anche quando AS si occupi di autori che lavorano dentro i testi di Marx, com’è il caso di Harvey e Postone, il resoconto di GC tende sempre a metterne in luce i caratteri di originalità creativa nel porre a frutto un grande patrimonio. E le «integrazioni» marxiane, come le chiama GC, di Polany, così come di Schumpeter e Keynes rientrano anch’esse nel vasto ambito di ciò che chiamerei una «lezione» di Marx: presente e operante come un punto di riferimento cui si può sempre utilmente attingere senza che ciò ostacoli la libera funzione della critica e dell’innovazione e che rimane vitale al di là delle pur giuste critiche che abbia a subire. La distinzione tra verità elaborate dal nuovo o solo «trovate», rientra in modo particolare nell’ambito marxista, e il lettore forse non farà fatica a scorgere, tra gli autori trattati in AS, quelli che indugiano in una tradizionale lettura, ancorché ammantata di nuovi linguaggi; e, a confronto, di soffermarsi sui testi che, più nuovi, anche se in studi appena avviati, possono sostenere il bisogno di conoscenze e di emancipazione di cui oggi s’ha bisogno. Da ultimo, uno dei pregi maggiori del libro, importante e difficile, di GC sta nel fornire tanti stimoli a un esercizio della mente che sappia distinguere e giudicare, trovando sostegni per un duro lavoro di quell’ulteriore ricerca che i tempi impongono.


* Dipartimento di Filosofia, Università di Roma La Sapienza
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
Pin It

Add comment

Submit