Il ministro del Lavoro e vicepremier Di Maio dopo l’incontro con il ministro Hubertus Heil ha riferito le considerazioni del suo omologo tedesco: “Ha detto che finalmente hanno capito che il nostro reddito di cittadinanza non è una misura assistenziale, ma uno strumento di politica attiva per il lavoro, come il loro Hartz IV”.
Hartz IV tiene in povertà milioni di persone in Germania. Dieci anni dopo aver imposto al paese questa legislazione l’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder non aveva negato questa evidenza ma aveva avuto la faccia tosta di sostenere che non sono le sue riforme del mercato del lavoro e dell’assistenza sociale a tenerli in povertà, la colpa è delle imprese che ne fanno uso improprio. EPerò quelle sue riforme trascendevano le imprese; hanno puntato a ristrutturare e rilanciare il sistema produttivo nel suo complesso realizzando la flessibilizzazione degli strati medio bassi del lavoro contando sul fatto che era possibile abbassare i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza perché il sussidio avrebbe realizzato ad un tempo una funzione di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. La storia di Hartz IV riguarda l’estesa frammentata popolazione di individui legalmente riprodotti sul mercato del lavoro come poveri.
Su Hartz IV si può leggere questa analisi estratta dal libro di Giuliana Commisso e Giordano Sivini, Reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Asterios 2017).
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I pilastri della riforma del mercato del lavoro
Le misure decise da Schroeder furono volte a ridisegnare il sistema di gestione del mercato del lavoro, comprimendo i sussidi di disoccupazione, introducendo il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, e creando occasioni di lavoro attraverso normative che ampliavano il precariato.
L’addomesticamento funzionale della Filosofia
Il capitalismo è il regno dell’astratto, trasforma ogni attività vitale in mezzo e non in fine, con l’effetto schizoide di dividere, parcellizzare, strumentalizzare. La Filosofia è anch’essa minacciata, si insegna Filosofia, la si usa, per carriere accademiche. Spesso nel circolo mediatico è solo passerella per gratificare narcisismi primari. La parola bella e ad effetto, la imperante citatologia, la riduce ad ente morto, ad orpello da salotto. Il rischio è che le giovani generazioni la intendano unicamente nella forma astratta, utile per rafforzare le capacità logiche, o come preistoria della scienza.
La società dell’astratto, è il regno dell’omogeneità: ogni ente, come ogni campo di ricerca deve rispondere a funzioni, essere organica al capitale. L’omogeneità omologante è l’epifenomeno della corrente fredda del plusvalore. La passione triste dell’utile astrae e sottrae fino a ridurre ogni manifestazione dello spirito a forma cava senza determinazione e concetto. La Filosofia come forma trasmissiva, senza alcun intento o fine educativo, è la neutralizzazione della stessa, l’anestesia del pensiero.
La Filosofia è prassi, ovvero trasformazione attiva e consapevole di se stessi e della comunità, cura di sé e della comunità. Il fondamento di essa riposa in una scelta, nella passione durevole alla resistenza propositiva. Il pensiero filosofico affonda le sue determinazioni nella carne, in un riorientamento gestaltico grazie al quale il filosofo decide la libertà di esserci contro il potere. Il pensiero, l’adesione ad una corrente filosofica è l’effetto della testimonianza individuale ed irripetibile, ad un modello di vita che si disegna nella carne e che si eleva verso l’universale: filosofare è pensare questa elevazione, senza la quale non vi è che logorroica sequela di parole ripiegate su se stesse.
Mentre ci sono le prime avvisaglie di un rallentamento economico, secondo il governo in soli 6-7 mesi il Paese dovrebbe crescere di 0,6 punti di PIL in più rispetto al quadro tendenziale. E c’è anche il dubbio che le ingenti risorse impegnate eccedano l’effettiva capacità di spesa della pubblica amministrazione
Premessa: politica economica cercasi
La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) del 27 settembre 2018 consegna al Paese le opzioni di politica economica che la compagine governativa intende sostenere. Si esce dalla discussione precaria fatta di promesse, auspici e suggestioni. In altri termini, il NADEF delinea le vere intenzioni del governo.
Lo scenario economico base è cambiato radicalmente rispetto all’inizio dell’anno quando era stato scritto il DEF del governo Gentiloni. Le prospettive di crescita, dei tassi di interesse e l’inasprimento dei dazi, unitamente al rischio di una bolla finanziaria che in molti tentano di scaricare sui Paesi emergenti, condizionano le scelte di politica economica degli Stati.
In Europa la discussione è, se possibile, ancora più complicata. Da un lato ci sono i rigidi vincoli del pareggio di bilancio strutturale e del debito pubblico, dall’altro ci sono le prime avvisaglie di un rallentamento economico che compromette i conti pubblici: meno entrate fiscali, saldi pubblici in crescita in rapporto al PIL – se cala il denominatore tutti gli indicatori di finanza pubblica peggiorano -, crescita della spesa in ragione dei così detti stabilizzatori automatici.
Più precisamente, i saldi di finanza pubblica di aprile non hanno nessun fondamento e sono tendenzialmente peggiorati non per un eccesso di spesa discrezionale, piuttosto per un ciclo economico negativo che potrebbe anche peggiorare se fossero adottate misure pro cicliche. Le prospettive economiche sono, quindi, fragili soprattutto per i Paesi europei che hanno sperimentato la così detta austerità espansiva che ha ridotto il potenziale di crescita e di occupazione come e quanto una guerra; la crisi del 2007 è stata più lunga e profonda di quella del ’29, almeno per l’Italia.
Abbiamo pubblicato un paio di giorni fa questa interessante, lucida e in larghissima parte condivisibile analisi del nostro amico e collaboratore (nonché dirigente di Risorgimento Socialista), Norberto Fragiacomo sul tema del razzismo, della sua genesi storica e di come questo si sia sviluppato e incistato in diversi contesti storici e sociali fino al giorno d’oggi nelle società (capitaliste) occidentali contemporanee.
Ma il razzismo oggi – si chiede l’autore – è davvero un fenomeno di massa di cui è necessario preoccuparsi e che può addirittura mettere a rischio la tenuta democratica dei vari stati europei oppure è invece un fatto molto circoscritto e ingigantito ad arte dai media controllati dalle elite globaliste liberal-liberiste dominanti in funzione anti-populista?
E perché mai – si chiede sempre Norberto – il sistema capitalista, la cui sola ed unica finalità è la globalizzazione dei mercati (e, naturalmente, il profitto) e la riduzione degli esseri umani a consumatori passivi, sradicati, privi di identità e radici culturali, dovrebbe alimentare un fenomeno che ostacolerebbe di fatto quel processo creando barriere di ordine etnico-razziale? Vale la pena citare testualmente l’autore:
”se lo scopo è la globalizzazione dei mercati e la sostituzione del cittadino con il consumatore indifferenziato allora il razzismo diviene un ostacolo – e una sovrastruttura di cui sbarazzarsi – perché le idee (malsane) che ne stanno alla base mal si conciliano con il disegno di omogeneizzazione progressiva dell’umanità… un obiettivo che con la caduta del muro apparirà finalmente alla portata dell’èlite.
Il Capitale si rivela più antirazzista di Marx ed Engels… ma solo perché il vecchio arnese ne intralcia lo sviluppo!”
Introduzione a Giovani a sud della crisi, a cura di Noi Restiamo e Contropiano
Sono ormai dieci anni che qualunque testo di politica, sociologia o economia, deve necessariamente includere nelle prime righe dell’introduzione il conteggio degli anni di crisi. Dieci anni in cui ogni analisi è stata necessariamente mossa alla luce di una crisi «sistemica» del capitalismo, un periodo di recessione pari solo a quello del 1929 o seguito alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale; dieci anni che hanno visto crolli bancari, la crisi dei mutui e la gente buttata fuori dalle proprie case, l’aumento senza precedenti della disuguaglianza, il risorgere della povertà assoluta nei paesi «sviluppati» dell’Occidente, la fine del sogno della «convergenza» tra i paesi europei più ricchi e quelli più poveri. E per fare fronte a tutto questo i governi hanno risposto con politiche che hanno ulteriormente sviluppato questi problemi: austerità, tagli allo stato sociale, dalla scuola alla sanità alle pensioni, precarizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico.
Se da un lato la situazione socio-economica rimane drammatica per larghe fasce dei settori popolari, non si può non notare come l’economia europea stia entrando in una fase diversa, benché molto instabile. Anche i paesi che hanno sofferto maggiormente cominciano a mostrare segni di ripresa. Fra i paesi mediterranei Spagna e Portogallo mostrano in particolare segni di dinamismo, ma addirittura l’Italia ha cominciato a mostrare dei timidi segnali di ripresa. Per conto suo la Grecia ha appena visto i funzionari della Troika andarsene dopo un vero e proprio commissariamento durato otto anni, benché rimanga legata ai pesanti vincoli post-memorandum.
Finita la crisi usciamo dunque finalmente dall’incubo? Stiamo veramente vedendo «la luce in fondo al tunnel»? Se alcuni indicatori (il PIL, l’occupazione, gli investimenti…) stanno tornando faticosamente ai livelli pre-crisi, la società non è tornata a essere quella del 2007, così come non sono uguali i rapporti economici e di produzione, la situazione geopolitica e le alleanze internazionali.
La Nuova Via della Seta è il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all’antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) è un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di più di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, già autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina.
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1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali?
Della nuova via della seta esistono diverse mappe –che di volta in volta segnalano l’aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale è stata pubblicata nel 2013, mentre l’ultima versione è del dicembre del 2016 e porta alcune novità quali una descrizione più dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell’intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l’Atlantico, così come a est si aprono rotte marittime verso l’Artico e oltre l’Australia. Queste aperture indefinite, così come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell’intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d'azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialità di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici.
Quelle che seguono sono alcune considerazioni su “Economicismo o dialettica? Un approccio marxista alla questione europea”, un saggio pubblicato da Emiliano Alessandroni su “Marxismo Oggi” il 25 agosto 2018 [v. anche qui]. Con esso la rivista intende “aprire una discussione sulla questione europea, e più in generale sulle contraddizioni e i problemi dell'attuale quadro internazionale”. L'interesse per lo scritto è dato non solo dal fatto che Alessandroni è considerato uno degli “allievi” più promettenti di Domenico Losurdo, ma anche dalle sue conclusioni, che lo portano ad affermare la necessità di rigettare “l'eurofobia”, così la definisce, che avrebbe colpito gran parte della sinistra. Nelle righe che seguono cercherò di dimostrare come l'Autore non sia rimasto fedele all'intento espresso nell'apertura del suo lavoro, nel quale denuncia l'indebolimento del “campo della riflessione dialettica” e il “rafforzarsi di prospettive meccaniciste e logiche binarie”. Prima però occorre riconoscere il valore qualitativo del saggio, sia per la cura scientifica, sia per la sua capacità di illuminare su alcuni aspetti della storia contemporanea.
L’ottica antimperialista
Quali sono nello specifico i pregi di tale lavoro? Anzitutto la capacità di concentrare l'attenzione sulla contraddizione principale, costituita dalla permanenza dell'Impero statunitense. Fa bene l'Autore a denunciare la “rimozione del Project for the new american century” nella “cultura critica del Vecchio Continente”. Un'accusa che va a colpire soprattutto quei settori della sinistra dimentichi della questione antimperialista. Ciò che avrebbe forse meritato maggiore considerazione è la constatazione del declino di tale Impero, il quale assomiglia ad un vecchio leone ferito che si dimena con impeto furibondo per frenare il proprio deciso tramonto.
L'attuale giubileo di Marx rivela soprattutto una cosa: il crescente conservatorismo di una sinistra che si adatta sempre più allo spirito reazionario del tempo
Alla fine, volgendo lo sguardo al XIX secolo, la sinistra sembra stia sperimentando una qualche rilevanza pubblica, quanto meno nel breve periodo. Karl Marx compie 200 anni - e così tutti i media di rilievo, che di solito, diversamente, legittimano le solite restrizioni, ora stanno pubblicando una qualche forma di apprezzamento. La chiacchiera su Marx - alimentata da un tardo capitalismo in crisi, e che sembra confermare tutti i cliché anticapitalisti dei secoli precedenti - viene accompagnata dalle solite strategie di addomesticamento del teorico critico e che in simili occasioni di solito si colloca al di fuori del mainstream. Particolare rilievo viene dato all'aspetto biografico, all'«essere umano» Marx, come nella produzione ZDF su Karl Marx, che ha caratterizzato l'autore de "L'Ideologia Tedesca" come se fosse un "profeta tedesco" - e questo in piena epoca di populismo di destra. In questo docudrama possiamo sapere molte cose sulla famiglia, sulle sue preoccupazioni per il denaro, sulle morti e sulla «accusa permanente secondo cui Marx era più preoccupato per i suoi studi e per la politica che per i suoi familiari», come viene detto in una recensione. Ma l'opera di Marx - per essere precisi, l'opera che ha fatto di lui un teorico famoso - è stata «assai trascurata» nella produzione della ZDF.
Il Marx della porta accanto
Il tentativo dell'industria culturale di «avvicinare», al pubblico mediatico, Marx come essere umano, si accompagna perciò ad un offuscamento di quello che era il contenuto della sua teoria,in modo che quasi chiunque possa prendere il treno di Marx, Nella maggior parte dei casi, il riferimento a qualcosa che abbia a che fare con la disuguaglianza sociale, la globalizzazione o la crisi del capitalismo, è sufficiente per poter partecipare al chiacchiericcio mediatico.
Quando, da Capitol Hill, Giove decise di farsi Europa
Partiamo da lontano e di corsa. In molti, compreso me, abbiamo spesso ricordato, alla mano di documenti del governo e dell’intelligence Usa e degli esiti che in questi erano racchiusi e programmati, che nella costruzione dell’Europa si sono avvicendati e intrecciati i progetti geopolitici, gli interessi economici, i messaggi culturali e gli assetti sociali che Yalta ha sancito avrebbero dovuto costituire la governance in Occidente. Assetti sociali e interessi economici che avrebbero assicurato al proconsolato borghese europeo una quota di minoranza nell’azionariato delle corporationsanglosassoni e relative banche, in cambio di una rete di protezione economica, militare, culturale che le consentiva di trasferire ricchezza dai suoi popoli e da quelli a compartecipazione coloniale dalla base della piramide alla sua guglia. Si chiamano UE, BCE e Nato. Quest’ultima intesa alla difesa armata della “supercorporation” che il presidente Eisenhower aveva definito “il complesso militar-industriale”.
Complesso che oggi va aggiornato in Stato Profondo Usa, composto dalla costellazione Pentagono, servizi di intelligence e sicurezza, capitale finanziario e media.
Questi ultimi passati da cani da guardia a sorveglianza sullo Stato, a cani da guardia che controllano i propri lettori e spettatori. Media perlopiù agli ordini e nella proprietà degli attori protagonisti del finanzcapitalismo, tipo Jeff Bezos, o Blackrock Inc,o AT&T, tra i più grossi investitori del mondo. Il nostro caporalato proconsolare nella Nato, in cambio di una rete di protezione economica, militare, culturale che le consentiva di trasferire ricchezza dal popolo allo zero virgola qualcosa, si sarebbe reso disponibile a fare da ruota di scorta, palesemente contro gli interessi del continente che gli era stato affidato, all’imperialismo delle potenze vincitrici.
Il modello che i socialisti utopisti proponevano era dato da un'idea di organizzazione in cui tutta la società viene ad essere intesa come una grande lega di famiglie (governata nell’insieme dal trio), suddivisa in minori leghe di famiglie governate dalle compagnie dei maestri, ecc. Accanto a questa organizzazione, quella delle Accademie, e quella del Consiglio di salute. Nessuno può essere eletto se non cede tutti i suoi beni allo stato.
Se si accetta la riforma proposta, conclude il Weitling, al dominio della pura e bruta forza si sostituirà quello del diritto; si eviterà che i doni dell’eloquenza e del bell’aspetto traggano in inganno gli elettori; anch’essi sono « privilegi », ai quali bisogna ovviare; si evitano tutti i personalismi come pure tutti gli inutili dibattiti parlamentari; aumenta lo zelo per il progresso nelle invenzioni e nelle scoperte, nelle arti e nelle scienze; ogni cambiamento di personale nell’amministrazione darà impulso progressivo alla società; e le nuove grandiose idee potranno essere messe rapidamente in atto.
In quella che viene considerata come la sua opera più matura (dopo l’abbandono del primitivo comunismo egualitario di tipo babuvista, che lo aveva portato a partecipare all’insurrezione del 1839 a Parigi, dopo le persecuzioni da parte del Bluntschli in Svizzera e prima delle fantasie religiose degli ultimi anni), il Weitling, in sostanza, propone una riforma elettorale su basi corporative ed egualitarie, che dovrebbe servire a permettere la realizzazione delle nuove e grandi idee, fra le quali anche, probabilmente, quella della comunione dei beni. E’ inutile soffermarci più a lungo su questo scritto, e analizzare gli elementi eterogenei, fourieristi e sansimoniani, che ne formano la sostanza; ed è anche inutile sottolineare come permanga in esso l’idea della abolizione della criminalità e di ogni sistema giuridico, e come si riscontri a ogni piè sospinto quello che si può dire, con parola forse anacronistica, l’operaismo del Weitling, cioè la sua avversione per i privilegiati dei talenti naturali, della scienza scolastica, per gli intellettuali, insomma, contro i quali non si stancava mai di predicare.
Il libro di Christopher Lasch fu pubblicato nel 1995, quando il grande intellettuale americano era già morto da un anno, e si presenta come un fondamentale atto di accusa di quel “tradimento della democrazia”, che reca come sottotitolo. Attacca con il piglio di chi si sta separando dalla vita, e può dire tutto, quelle élite che si sono ridotte a separarsi radicalmente dal resto della società e ormai “hanno una visione essenzialmente turistica del mondo”. Più o meno nello stesso anno Richard Rorty, che gli sopravviverà per un decennio abbondante, aveva scritto qualcosa di molto simile, in “Una sinistra per il prossimo secolo”, nel quale accusava il “ceto cosmopolita” di non avere alcun senso di comunanza con il resto della società. Gente che si sente a suo agio solo nei jet, mentre vanno da un posto all’altro [1], e che giudica la middle class come “tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali”. Un ceto, quindi, la cui cifra distintiva è l’arroganza ed il senso di superiorità.
L’attacco, per Lasch come per Rorty, è proprio alle élite culturali, più che a quelle economiche che saranno in particolare attaccate da un altro grande vecchio che ci ha lasciato in quegli anni, Ralf Dahrendorf [2]. Quelle classi intellettuali che si estraniano dagli aspetti materiali della vita e dal mondo della produzione, con la quale sono connessi solo per via del consumo, vivendo alla fine solo in un mondo di “astrazioni ed immagini”.
Christopher Lasch è stato uno storico ed un sociologo di formazione marxista ma poi orientatosi ad una critica sempre più aspra del “progressismo” [3], e alla critica del ‘narcisismo’ [4], senza dismettere, ma anzi approfondendo la sua critica al liberalismo, riprendendo temi populisti e un’attenzione alle strutture tradizionali della società (famiglia inclusa).
I trattati europei e l’euro, imponendo austerità e inibendo l’implementazione di politiche economiche su misura per le necessità dei singoli Paesi, hanno ottenuto il risultato opposto a quello previsto dai decisori politici e dalla dirigenza della Banca d’Italia negli anni’80 e ’90: il debito pubblico italiano è aumentato
Il debito pubblico è in Italia uno dei temi principali, se non il principale, attorno al quale ruotano il dibattito economico e le scelte politiche. Il debito pubblico, giudicato eccessivo, è stata una delle motivazioni per l’adesione all’euro e ai trattati europei, allo scopo di costringere governi e parlamenti a una maggiore disciplina di bilancio, incidendo anche oggi sulle scelte di spesa e di politica economica. La maggior parte del debito pubblico attuale si è formata tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, raddoppiando dal 59,9% sul Pil del 1981 al 124,9% del 1994. Nonostante i vincoli europei alla spesa pubblica, oggi il debito risulta superiore ai livelli dei primi anni ’90, raggiungendo il 131,8% sul Pil contro il 75,7% della media Ue e il 79% della media dell’area euro, ed essendo inferiore in Europa al solo debito greco.
L’obiettivo del presente articolo è capire perché il debito è raddoppiato tra 1981 e 1994 e perché successivamente non si è riusciti a ridurlo in modo significativo e duraturo.

Dopo 13 anni di governo del Partito dei Lavoratori (PT), simbolicamente conclusi dai Mondiali di calcio e dalle Olimpiadi, gli ultimi due anni hanno visto approfondirsi la crisi economica e istituzionale: nel 2016 si è insediato il governo Temer, a seguito del “golpe istituzionale” ai danni di Dilma Rousseff, mentre solo pochi mesi fa è stato incarcerato l’ex presidente Lula (2003-2011): sarebbe stato candidato – largamente favorito nei sondaggi – per le prossime elezioni, che si svolgeranno il 7 ottobre. Il sostituto di Lula (Fernando Haddad) non gode dello stesso sostegno, e i sondaggi restituiscono un quadro completamente rovesciato: il favorito diventa infatti l’ex militare Bolsonaro, già soprannominato “Trump brasiliano”, e dalle posizioni ancor più marcatamente conservatrici e bellicistiche del presidente americano.
In questa cornice, i principali candidati “di sinistra” presentano programmi segnati da forti divergenze, in particolare sul fronte della politica economica; la radice di molte divergenze sta nel giudizio che tali candidati danno sugli anni di governo del PT. La posta in gioco è estremamente alta e l’intervista si conclude con un quadro a tinte decisamente fosche: al momento non si può nemmeno dare per scontato che ci sia una fuoriuscita pacifica da questa situazione di grave crisi economica e istituzionale; non a caso, negli ultimi mesi è esplosa la violenza in alcune città e alcune regioni del Paese, e la presenza dell’esercito tra le strade è ormai sempre più massiccia.
Anche in Brasile sembra matura la possibilità di un terremoto politico paragonabile a quello avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, o in Europa con, ad esempio, la Brexit prima, le elezioni francesi e quelle italiane poi. Simile è il discredito in cui versano le istituzioni, comparabile il peggioramento negli standard di vita, simili i tagli ai servizi pubblici e la crisi del welfare state; ancor più esacerbato, infine, il livello del conflitto politico. Per questo, in un certo senso, queste elezioni brasiliane parlano anche di noi, se non altro perché parte di un processo globale che ha investito anche il nostro continente e il nostro Paese.
Da New Europe, l’intervista al professore Sergio Cesaratto, docente di Economia Internazionale all’Università di Siena e nome ben conosciuto all’interno del dibattito critico sull’euro. Il professor Cesaratto spazia a tutto tondo su debito pubblico italiano e la sua sostenibilità, lo spread, le politiche economiche del governo gialloverde e lo scontro che si prospetta tra Italia e Unione europea. Scontro che, nelle sue parole, non sembra poter terminare, a causa della stolidità tedesca, se non con la distruzione di uno dei due contendenti
Il dibattito critico sull’euro è mainstream in Italia. L’attuale governo è una coalizione che comprende le tradizioni politiche sovraniste di sinistra e di destra.
L’economia è l’epicentro della discussione.
Fino all’inizio di questa settimana, il governo italiano ha tenuto fermi i suoi fondamentali impegni su una maggior redistribuzione e un minor carico fiscale. Tutto ciò ha spaventato i mercati, e da maggio 2018 i rendimenti dei titoli pubblici è raddoppiato. Le agenzie internazionali di rating e i mercati stanno esercitando ulteriori pressioni. La Commissione europea richiede, ancora una volta, disciplina fiscale.
In questo clima di tensione, politica e profondamente economica, New Europe ha chiesto aiuto ad un economista per comprendere la mentalità italiana. Sergio Cesaratto (SC) è Professore di Economia Internazionale all’Università di Siena, in Italia. Insegna Economia internazionale e Politica Fiscale e Monetaria dell’Unione monetaria europea (UME). Il suo più recente volume è “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania – Le doppie morali dell’euro” edito da Imprimatur.
Il professor Cesaratto ha contribuito in maniera importante al dibattito post-keynesiano, concentrando l’attenzione sulla teoria della crescita e dell’innovazione, sulle riforme delle pensioni, sull’economia monetaria e la crisi europea. Per questa ragione, è anche una fonte spesso citata in quello che adesso è il dibattito euro-critico, ormai divenuto mainstream in Italia.
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New Europe (NE): Il Giappone ha un rapporto debito-PIL del 250%, la Grecia del 180% e l’Italia del 132%. Perché gli investitori si preoccupano?
Sergio Cesaratto (SC): Naturalmente non esiste un livello naturale del rapporto debito pubblico-PIL. Sono spesso evocati due fattori per valutare la sostenibilità del debito pubblico:
1. la sua denominazione, in valuta nazionale o estera
2. se è detenuto principalmente da creditori nazionali o esteri
La vicenda della nota di aggiornamento del Def, che sfocerà nella legge di stabilità vera e propria, ha rivelato diverse difficoltà della politica istituzionale. Sia quella al governo che quella all’opposizione. Cominciamo da quest’ultima che si rivela, nei suoi differenti volti, sia folcloristica che ostaggio dei poteri finanziari. Certo, quando si parla di folkore impossibile non menzionare Michele Emiliano presidente della regione Puglia, vero Zelig della politica nazionale, che loda, da esponente PD, i lineamenti della finanziaria gialloverde. O Stefano Fassina, passato dal sottosegretariato alle finanze nel governo Letta a posizioni “sovraniste di sinistra” se non di appoggio, perlomeno, di simpatia verso il governo gialloverde. Il vero folklore sta, comunque, in chi, rispetto alle previsioni di deficit del governo gialloverde, spara al rialzo. Da Palazzo Chigi esce una previsione di deficit di 2,4%? Che male c’è, allora, a sparare 3%, o oltre, accusando di timidezza nel deficit spending gli attuali occupanti degli scranni del governo? Oppure a immaginare finanziarie come si trattasse di Disneyland dove, nella strada principale con le luci e i festoni, c’è tutto dal sociale, al Welfare e magari anche la lotta alla tristezza?
Qui forse non sono chiare due cose.
La prima è che, con le previsioni economiche al ribasso e le clausole di salvaguardia dell’Iva da saldare, non è che questo governo, con una previsione di deficit al 2,4% abbia davvero grandi margini di spesa e di investimento. Su questo, probabilmente, certe lodi sul “coraggio” mostrato dai gialloverdi andranno riviste. Per focalizzarsi sull’entità e sul rilievo, difficilmente risolvibili dai gialloverdi, della crisi fiscale dello stato (che tassa sia troppo, ovviamente le cassi subalterne, e troppo poco, i ricchi, ma non trova mai equilibrio sociale e di bilancio).
Recensione a: Richard Baldwin, La grande convergenza. Tecnologia informatica, web e nuova globalizzazione, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 328, 28 euro (scheda libro)
La globalizzazione è un fenomeno complesso, antico e insito nella storia delle relazioni umane. Non è possibile considerarlo nella sua unitarietà, dal momento che in ogni periodo storico si è presentato con una sfumatura diversa. La globalizzazione che oggi conosciamo e che vediamo essere in crisi è diversa da quella di fine Ottocento: verso il 1990 la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) ne ha trasformato i caratteri e il suo impatto sul mondo.
Questa è la tesi di fondo del prezioso libro di Richard Baldwin, professore di International Economics alla Graduate School di Ginevra, La grande convergenza. Tecnologia informatica, Web e nuova globalizzazione edito da il Mulino. Il libro espone con grande lucidità i meccanismi della globalizzazione, analizzati da Baldwin con una chiave di lettura personale volta a proporre un approccio singolare al fenomeno. In particolare, Baldwin si focalizza sulle differenze tra la cosiddetta vecchia globalizzazione, iniziata nell’Ottocento e caratterizzata dall’abbassamento dei costi dei trasporti, e la nuova globalizzazione, guidata sul finire del ventesimo secolo dalle ICT. Con la prima ha luogo la «grande divergenza» tra i paesi industrializzati del Nord, dove innovazione e sviluppo rimangono concentrati, e il resto del mondo; mentre con la seconda stiamo assistendo, grazie alle delocalizzazioni e al circolare delle idee e del know-how, alla «grande convergenza», con la conseguente crescita e industrializzazione dei paesi che prima erano ai margini dell’economia mondiale e la deindustrializzazione delle nazioni sviluppate.

Introduzione di Paolo Selmi
Cari compagni,
eccoci finalmente al primo capitolo tradotto. Un capitolo “senza formule matematiche”, ma che mi ha dato lo stesso abbastanza filo da torcere rivelandosi, al tempo stesso, altamente stimolante. Syroežin si è dimostrato sin da subito un ottimo capo-cordata, capendo che il nostro passo mai potrà essere il suo ma, al tempo stesso, assumendosi nel concreto di ogni sua parola il compito di portarci fino alla vetta. Il contrappunto continuo del “curatore”, al contrario, si è dimostrato altamente fastidioso, nella sua preoccupazione di adattarne o criticarne posizioni in linea alla vulgata gorbacioviana in essere al momento della pubblicazione postuma di questo lavoro. Per questo me ne sono liberato quasi subito, lasciandolo alla prima fontanella a crogiolarsi in quelli che, di lì a poco, sarebbero stati i primi milioni di dollari intascati da lui e dai suoi amici oligarchi.
Syroežin, tuttavia, scrive per i suoi connazionali, ovvero attacca la salita in medias res. Noi abbiamo bisogno di un minimo di riscaldamento. Prendiamo quindi la nostra macchina del tempo e fermiamo le lancette alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Il Paese dei Soviet si configurava ancora come un’economia a proprietà sociale dei mezzi di produzione, dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era abolito in quanto tutto il plusvalore prodotto attraverso una catena gerarchica di organizzazione della produzione diveniva ricchezza sociale, e dove la produzione era rigorosamente pianificata e non “lasciata all’anarchia del mercato”, come dicevano loro. Il capitolo IX del manuale sovietico di economia politica da me tradotto, è in grado di offrire un panorama più completo per chi volesse approfondire, e ad esso rimando1 .
A una setttimana dalla riunione del Consiglio dei Ministri che ha definito i primi contenuti del Documento di Economa e Finanza (DEF) per il 2019 e dopo giorni di discussione sul come ripartire le risorse e dove trovare modo di finanziare le varie misure, solo oggi (5 ottobre 2018), a una settimana dal termine ultimo per la presentazione del Def (28 settembre), sembrano essere disponibili i numeri che dovrebbero rendere attuative e concrete le proposte di politica economica declamate. Sulla base delle dichiarazioni e dei documenti esistenti, la manovra 2019 dovrebbe valere (il condizionale è d’obbligo) 33,5 miliardi, di cui 27,2 reperiti tramite indebitamento (il rapporto deficit/PIL passa dall’1,6% al 2,4% nel 2019, per poi scendere al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, contrariamente a quanto in inizialmente deliberato). Al netto dei 12,5 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva al 24% (clausola capestro ereditata dal governo Monti, senza che nessuno, destra e sinistra, dicesse alcunché…), il governo dovrebbe avere a disposizione circa 21 miliardi.
Al netto delle spese improrogabili (per la gestione corrente delle funzioni statali), e, notizia dell’ultima ora, al netto di circa 1 miliardo per l’assunzione di circa 1000 nuovi poliziotti (la repressione non sottostà a vincoli di bilancio!), ne rimangono circa 18-19. Tale somma dovrebbe distribuirsi (il condizionale è d’obbligo) nel seguente modo: 6,5 miliardi per il cosiddetto reddito di cittadinanza; 1 miliardo per la riforma dei centro per l’impiego; 1,5 miliardi per portare le pensioni minime a 780 euro mensili, per un totale di 9 miliardi; 7 miliardi per il superamento della riforma Fornero (che dovrebbe interessare tra le 400.000 e le 500.000 persone, a seconda di come la quota 100 viene calcolata); 2 miliardi per l’unica aliquota del 15% a circa un milione di partite Iva per poi estenderla alle imprese (che hanno già beneficiato di ingenti sgravi fiscali sulla decontribuzione, sugli investimenti e sui profitti); 1 miliardo (e non 1,5 come inizialmente dichiarato) per il rimborso dei truffati dalle banche.
Come si ferma lo Spread ? È bastato un “provocatorio” 2,4% di deficit, che lo Spread ha ricominciato a crescere.
Prevedibile come il sole che sorge all’alba.
A conferma che l’art.1 della Costituzione andrebbe cambiato, come abbiamo scritto durante la crisi istituzionale su Paolo Savona >>>QUI: “L’Italia è una Repubblica non democratica, fondata sulla schiavitù. La sovranità appartiene alla Finanza, che la esercita nelle forme e nei limiti dei mercati finanziari”.
I mercati finanziari hanno i carri armati capaci di sparare miliardi di moneta elettronica creata dal nulla dalle loro banche, non si possono affrontare senza sovranità monetaria e con i piedi incatenati all’enorme palla di ferro del debito pubblico.
Prima bisogna mettere in sicurezza il paese e le ricette le sanno anche i muri, ma non è di questo che vi vogliamo parlare: analizziamo nel dettaglio come si ferma lo Spread anche senza utilizzare la nostra sovranità monetaria e fiscale.
Facciamo finta, una volta tanto, che lo Stato sia come una famiglia e che quindi sia necessario ripagare il debito pubblico, altrimenti l’Italia va in default (ovviamente non è vero!).
Il ricatto del debito pubblico
Giornali, tv, siti web, blog; non c’è forse argomento più dibattuto che non sia il debito pubblico italiano, la sua origine, il suo costo ed i problemi ad esso correlati.
Una riflessione sui bullshit jobs, a partire dal saggio dell'antropologo David Graeber
Con un capitalismo americano che, come il Barone di Münchhausen, è riuscito a sfuggire alle sabbie mobili tirandosi fuori per i capelli, raggiungendo dieci anni dopo la crisi dei subprime quasi la piena occupazione, ci può essere ancora spazio per lamentarsi del lavoro salariato? C’è voluto un antropologo anarchico, lo statunitense David Graeber, per diagnosticare un’epidemia che affligge coloro che sembrano sempre impegnati anche quando non hanno nulla da fare; o quelli che, anziché ringraziare per il fatto di avere uno stipendio, non riescono a ignorare la soffocante sensazione di stare sprecando la propria vita. Non parliamo del lavoro in quanto tale, ma di una specifica occupazione retribuita che “è così totalmente inutile, superflua o dannosa che nemmeno chi la svolge può giustificarne l’esistenza, anche se si sente obbligato a far finta che non sia così”. Sono i bullshit jobs – tradotto con “lavori del cavolo” nel sottotitolo dell’edizione italiana appena uscita per Garzanti – il tema portante di un articolo che cinque anni fa lanciò il pensatore newyorchese trapiantato a Londra nel firmamento accademico e radical, articolo ampliato e sviluppato in un saggio dal titolo omonimo pubblicato nel maggio di quest’anno per Simon & Schuster, e già bestseller.
La tesi del libro è che, in tutte le economie sviluppate, il settore finanziario, avviluppando qualsiasi altro campo, ci ha imprigionato in una rete fittissima di lavori senza alcun valore, trasformandoci da cittadini in sudditi, e imponendo su di noi una vera e propria “violenza spirituale”. Certi lavori sono così inutili che nessuno si accorge se chi se ne occupa scompare. Capita, spiega Graeber, soprattutto nel settore pubblico. Basti leggere un titolo del Jewish Times del 26 febbraio 2016: “Impiegato statale non si presenta al lavoro per sei anni per studiare Spinoza”. Ma vale anche per le multinazionali: “proprio come i regimi socialisti avevano creato milioni di posti di lavoro fasulli per i proletari”, oggi le imprese private stanno “di continuo alleggerendo del superfluo le officine e utilizzando i risparmi che ne derivano per pagare lavoratori ancora meno necessari negli uffici ai piani superiori”.
Negli ultimi tre decenni il funzionamento dei mercati (di tutti i mercati: del lavoro, dei beni, dei capitali) è radicalmente cambiato e la disuguaglianza nei redditi è notevolmente cresciuta praticamente in tutti i paesi avanzati, e certamente in Italia. La disuguaglianza nei redditi disponibili – cioè nei redditi da cui maggiormente dipende il nostro benessere economico – sarebbe cresciuta molto di più di quanto non sia accaduto se l’azione redistributiva dello stato non fosse stata nel complesso efficace; cioè se essa non fosse riuscita a contenere la distanza tra chi sta meglio e chi sta peggio al di sotto di quello che sarebbe stata per effetto della crescita della disuguaglianza nei redditi di mercato che in alcuni paesi, tra cui il nostro, è stata molto marcata.
Questo volume, il primo dei libri del Centro di Ricerca Interuniversitario “Ezio Tarantelli”, è nato da tale osservazione e dalla constatazione che un quota troppo piccola della già non troppo abbondante attenzione prestata alla disuguaglianza economica in generale viene rivolta – ovunque, ed in particolare in Italia – alla disuguaglianza che si genera nei mercati: alla sua altezza, ai meccanismi che la determinano, alla loro corrispondenza con le idee o ideologie prevalenti sul funzionamento del mercato e, in definitiva, con alcuni criteri di accettabilità della disuguaglianza difficilmente confutabili. Non soltanto a questo. Scarsa attenzione viene anche rivolta al modo migliore per contrastare le crescenti disuguaglianze nel caso in cui si decida di farlo e, in particolare, all’appropriatezza di mere politiche redistributive, consistenti in tassazione e trasferimenti.
Le ragioni di questa disattenzione possono, probabilmente, essere largamente ricondotte a due diffuse (e un po’ confuse) idee sulla disuguaglianza che si forma nei mercati che sostanzialmente esentano dal compito di esaminarla a fondo.
Populismo è una parola abusata. L’uso polemico che prevale nella discussione pubblica ha trasformato il termine nell’etichetta che le élites mainstream applicano a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. Ma il concetto rimane ambiguo e controverso anche nella discussione scientifica.1 Il populismo viene generalmente considerato come una strategia di mobilitazione politica che considera come mero formalismo la legittimazione elettorale e promuove una politica della personalizzazione centrata su un leader carismatico capace di concentrare nell’unità della sua persona la “volontà generale”.2 Altre interpretazioni ne mettono invece in evidenza lo “stile politico”3, incentrato sulla polarizzazione fra una comunità del “noi” contrapposta agli altri4 e su un discorso antirappresentanza5, che fa ricorso a soluzioni semplicistiche per risolvere problemi politici complessi attraverso un linguaggio diretto e immediato, che si appella al senso comune della ‘gente’ per denunciare la congiura dei disonesti perpetrata dalle élites economiche, mediatiche, finanziarie e intellettuali6. Altre ancora fanno riferimento a un heartland, e cioè a un nucleo stabile di significati tradizionali7 in sintonia con la destra e la reazione contro la modernità8, o a una thin-centered ideology, una ideologia debole che assume la propria collocazione di destra o di sinistra a seconda dei leader politici, dei paesi e delle circostanze9.
È opinione generalmente condivisa, comunque, che per il populismo la società sia attraversata da una relazione antagonistica fondamentale tra il popolo, concepito come una entità omogenea e indifferenziata, e le élites, considerate come oligarchie autonome e paternalistiche corrotte e improduttive. Il populismo si configura come un “appello” rivolto al popolo “contro tanto la struttura consolidata del potere quanto le idee e i valori dominanti della società”10, poiché le élites vengono accusate di privatizzare le istituzioni politiche per metterle al servizio di una “casta” economica, politica e finanziaria nella quale ci si scambia disinvoltamente ruoli e incarichi11.
Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).
La lettura “tedesca” della crisi
Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione.
1 - Quando il CEO della Siemens, Josef Kaeser, ha annunciato, nel novembre del 2017, che la sua azienda avrebbe tagliato qualcosa come 7.000 posti di lavoro nel mondo, ed avrebbe chiuso diversi siti produttivi in Germania, questo, com'era prevedibile, ha innescato feroci critiche e proteste. La gente si è chiesta perché mai stavano facendo dei tagli nel momento in cui l'azienda realizzava grandi profitti. Le lamentele provenivano da tutti quei settori che ancora una volta sottolineavano come un'azienda si sottometteva ai dettami dei mercati finanziari e degli azionisti, e come non contasse più quel «lavoro onesto» che l'aveva portata al successo. Alcuni giornalisti liberali si sono anche preoccupati del fatto che le scelte del capo della Siemens avrebbero potuto danneggiare la legittimità del sistema capitalista. Sulla "Süddeutsche Zeitung", nel novembre 2017, Detlef Esslinger ha scritto che «se si vuole, in fondo è per le persone che sono alla ricerca disperata di una crescita con l'economia di mercato, il capitalismo, e la globalizzazione, che devi comportarti come Kaeser & Company. Sono loro che stanno promuovendo i peggiori cliché a proposito degli avidi speculatori che non sono mai soddisfatti che i tassi dei mercato azionario siano abbastanza alti.»
In effetti, il caso Siemens evidenzia sia la situazione del lavoro che le relazioni di potere fra lavoro e capitale nell'attuale era del sistema capitalista globale. Ovviamente, negli ultimi trent'anni, le dinamiche dell'accumulazione di capitale si sono spostate in direzione dei mercati finanziari, e ciò ha avuto le sue drastiche conseguenze sulle condizioni di vita e di lavoro nella società. Ma tutto questo non è dovuto all'avidità di alcuni manager, banchieri ed investitori che hanno agito a livello globale.
Prendiamo parola pubblicamente a seguito dell’adesione di Potere al Popolo! Milano alla manifestazione del 30 settembre promossa da “intolleranza zero”.
Come già avvenuto lo scorso 28 agosto in occasione dell’iniziativa dei “Sentinelli”, tali decisioni sono state prese, per la seconda volta, con colpevole fretta e superficialità, e in definitiva con una presa di posizione ancor più grave se si considera che il comunicato d’adesione ad essa, va ancor più in la del presente e preannuncia, a prescindere, altre adesioni ad iniziative con il carattere distintivo come quella di ieri.
Il voto per alzata di mano del coordinamento provinciale provvisorio di Potere al Popolo, ancora una volta, impedisce qualsiasi forma di riflessione o costruzione a percorsi che siano altro rispetto al mantra dell’”unità del popolo della sinistra”. Unità che, lo sottolineiamo, se non si rivolge al blocco sociale, agli sfruttati, ai colpiti dal montare della repressione, al popolo effettivo delle periferie e dell’hinterland della metropoli lombarda, è solo una sgangherata scialuppa per ceti politici di basso cabotaggio e poco più.
Crediamo che la rincorsa ad uno stantio modo di fare politica asservita alla logica del meno peggio e all’illusione di “pesare dall’esterno” non solo sia inutile ma decisamente dannosa. Continuare su questa strada significa uscire dal solco tracciato dalla nascita di Potere al popolo! come momento di discontinuità e rottura con la “vecchia sinistra” ormai identificata come parte del problema.
Non intendiamo cedere sul terreno dell’Antifascismo e dell’Antirazzismo alle strumentalizzazioni di chi fino a ieri lo derubricava ad atteggiamento retrò o lo declinava unicamente come tensione moralistica. E tra i promotori effettivi, quelli sotto mentite spoglie e i nuovi parvenù c’è ne sono, eccome!
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