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Reddito di cittadinanza. Tanto rumore per poi finire con il “modello Hartz IV”?

di Giuliana Commisso - Giordano Sivini

Hartz IV disoccupatiIl ministro del Lavoro e vicepremier Di Maio dopo l’incontro con il ministro Hubertus Heil ha riferito le considerazioni del suo omologo tedesco: “Ha detto che finalmente hanno capito che il nostro reddito di cittadinanza non è una misura assistenziale, ma uno strumento di politica attiva per il lavoro, come il loro Hartz IV”.

Hartz IV tiene in povertà milioni di persone in Germania. Dieci anni dopo aver imposto al paese questa legislazione l’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder non aveva negato questa evidenza ma aveva avuto la faccia tosta di sostenere che non sono le sue riforme del mercato del lavoro e dell’assistenza sociale a tenerli in povertà, la colpa è delle imprese che ne fanno uso improprio. EPerò quelle sue riforme trascendevano le imprese; hanno puntato a ristrutturare e rilanciare il sistema produttivo nel suo complesso realizzando la flessibilizzazione degli strati medio bassi del lavoro contando sul fatto che era possibile abbassare i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza perché il sussidio avrebbe realizzato ad un tempo una funzione di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e di ricatto sui lavoratori. La storia di Hartz IV riguarda l’estesa frammentata popolazione di individui legalmente riprodotti sul mercato del lavoro come poveri.

Su Hartz IV si può leggere questa analisi estratta dal libro di Giuliana Commisso e Giordano Sivini, Reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Asterios 2017).

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I pilastri della riforma del mercato del lavoro

Le misure decise da Schroeder furono volte a ridisegnare il sistema di gestione del mercato del lavoro, comprimendo i sussidi di disoccupazione, introducendo il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, e creando occasioni di lavoro attraverso normative che ampliavano il precariato.

L’Agenzia federale per l’impiego venne decentralizzata, furono costituiti i jobcenter, e venne liberalizzata l’intermediazione delegando, in varie forme, il collocamento e le attività formative ad agenzie private o miste, remunerate in base ai risultati. (…)

“E’ bisognoso di aiuto chi non è in grado di provvedere alle necessità del proprio sostentamento e a quello dei suoi congiunti conviventi all’interno dello stesso nucleo familiare né con risorse (reddito e patrimonio) o forze (capacità lavorativa) proprie, né con l’aiuto di terzi”[1].

Spetta ai jobcenter l’accertamento di queste condizioni. Il funzionario incaricato dell’inserimento nel lavoro ha poteri di indagine sulla vita privata della persona e dei suoi congiunti, sulle loro complessive situazioni finanziarie e patrimoniali, “in quanto tutti gli strumenti di risparmio e di reddito interni alla famiglia concorrono a definire la fondatezza della richiesta di contributo”[2]. Il ministro socialdemocratico Andrea Nahles è arrivato a proporre di regolare i rapporti interni alla famiglia, prevedendo che i genitori separati siano tenuti a dichiarare da quale dei due il bambino pernotta per distribuire su questa base il sussidio monetario[3].

Chi richiede il contributo ha l’obbligo di cercarsi un lavoro o di accettare quello che gli viene offerto dal jobcenter, anche se il salario è inferiore a quello dei contratti collettivi di settore[4].

“In linea di principio va accettato ogni tipo di lavoro fatti salvi, ad esempio, comprovati motivi ostativi di natura fisica, mentale, psichica o occupazioni da considerarsi immorali a causa della retribuzione troppo esigua”[5].

Tra i motivi di esonero c’è la necessità di accudire ai figli di meno di 3 anni, di fornire assistenza continua a familiari non autosufficienti, di completare la formazione scolastica. Al di là di questi, il solo modo per sottrarsi all’obbligo del lavoro salariato è dato, provvisoriamente, dall’impegno in una attività formativa, oppure dalla presentazione di un progetto di autoimprenditorialità, che può godere di incentivazioni se preventivamente approvato da terzi sotto il profilo della sostenibilità economica.

Un lavoro salariato qualsiasi è la prospettiva di chi ha bisogno del contributo. “Noi viviamo come schiavi. Per il jobcenter devi essere sempre reperibile. C’è gente che viene chiamata alle 8 per essere ad un colloquio di lavoro alle 9. E se non vai o non ci sei, scatta la sanzione. Alle aziende va benissimo, naturalmente, perché pagano meno gli operai e li fanno lavorare di più. Hanno cancellato lo Stato sociale e l’hanno trasformato in una sovvenzione per le aziende. Lavori a basso costo, senza diritti”[6].

In caso di rifiuto dell’impiego proposto dal jobcenter, il contributo viene progressivamente ridotto, o sospeso.

“Chi rifiuta ripetutamente un posto di lavoro, una formazione professionale o una iniziativa di inserimento ragionevolmente accettabili deve prepararsi ad accettare una riduzione dell’indennità di disoccupazione II o, se del caso, la cessazione della sua erogazione. In una prima fase di tre mesi il trattamento in denaro può essere ridotto del 30 per cento (…). Il diritto a percepire l’indennità di disoccupazione decadrà in toto se il beneficiario viola i suoi obblighi per tre volte nell’arco di un anno. Per i beneficiari di meno di 25 anni sono previste sanzioni più severe, che comportano la cessazione totale dell’indennità di disoccupazione II già con la seconda violazione dell’obbligo di accettare il lavoro”[7].

Nel 2015 ci sono state più di un milione di sanzioni. Molti credono che una sanzione riguardi solo la persona colpita. In realtà si riflette sulla famiglia, quando c’è un partner o dei bambini che vivono nello stesso nucleo[8].

Ogni assistito ha al jobcenter un referente, che deve essere tenuto informato dei tentativi fatti per trovare lavoro, e dispone non solo di un forte potere di orientamento, ma anche di piene capacità sanzionatorie.

“Non mi deprime il fatto di avere meno soldi. Quello che trovo insostenibile è il modo in cui ci trattano. Sono delle vere e proprie vessazioni. Ho come l’impressione che gli impiegati del jobcenter siano esortati ad imporre sanzioni”[9].

“Volevo cambiar vita e impegnarmi in una attività formativa, ma il mio vecchio agente del jobcenter voleva che restassi candidata per un lavoro in una panetteria: quando ho rifiutato il mio contributo è stato ridotto del 30 per cento per tre mesi”[10].

“Alla signora Barbara, quattro lingue, che ha sempre lavorato come manager amministrativo prima di perdere il lavoro (…) hanno offerto solo proposte di lavoro temporaneo, pagate dal 40 al 60 per cento in meno rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato”[11].

“Le agenzie di lavoro interinale ti buttano fuori subito se il datore di lavoro non ci guadagna. A quel punto sei un disoccupato. L’agenzia ti propone un altro lavoro a tempo determinato, e devi accettarlo qualunque sia, se no scattano le sanzioni (…). Ho fatto la telefonista, la magazziniera… tutti lavori che non c’entrano niente con il mio curriculum. La mia carriera lavorativa è rovinata”[12].

Il sistema ha una forte tendenza verso forme burocratiche e tayloristiche di organizzazione del lavoro con bassi livelli di competenza di chi sta a contatto con il pubblico, il che rende difficile affrontare i frequenti casi delicati[13].

“Hartz IV si basa in modo abbastanza rigido sull’idea di aver a che fare con un ‘normale cittadino lavoratore’, sano e non deviante, di lingua tedesca, con una condotta di vita razionale e comportamenti cooperativi, mobili, capaci di esprimere e comunicare in maniera da corrispondere alle aspettative dei funzionari incaricati del collocamento. Quando i clienti, pur condividendo i valori e le norme della società del lavoro, deviano da questa immagine per atteggiamenti, modelli di comunicazione, parvenze fisiche, modi di esprimersi, allora facilmente cessano di informarsi, si sentono costretti ad agire, non tengono conto dei diritti, ricorrono alle sanzioni”[14].

Soprattutto nei casi difficili i referenti del jobcenter hanno una spiccata tendenza “ad accusare i ‘clienti’ di violare i loro contratti”: è quanto emerge dalle analisi longitudinali svolte in quattro aree tra il 2006 e il 2012[15]. “La maggior parte dei funzionari ritiene che coloro che beneficiano di prestazioni per lungi periodi non vogliano emanciparsi e rinuncino alla loro indipendenza per rimanere nel welfare”. Esaminando i casi, risulta invece che il più delle volte questi beneficiari aspirano ad un lavoro regolarmente retribuito, “anche quando si tratta di un obiettivo completamente irrealistico”.

Tra i referenti qualche eccezione c’è. Inge Hannemann, impiegata in un jobcenter di Amburgo, si rifiuta di applicare le sanzioni, e viene licenziata. Minaccia di ricorrere in tribunale, e le viene proposto di riprendere servizio senza contatto con il pubblico ma rifiuta, incontrando una ampia mobilitazione intorno ad una petizione diretta al Bundestag, che evidenzia la contraddizione tra misure sanzionatorie di sospensione del contributo e la sua funzione di sostegno al minimo vitale[16].

“Noi avevamo un potere enorme sulla vita delle persone iscritte al nostro jobcenter”, ricorda Hannemann[17]. “Quando entri nel Hartz IV non ne esci più. Quello che critico è il potere che abbiamo noi del jobcenter. Quando la persona seduta davanti a me non vuole fare quel lavoro, io posso ridurgli il sussidio fino a zero. E non prenderà più un euro. Non potrà pagare l’affitto, non potrà pagare la luce, non potrà comprare da mangiare, non potrà comprare medicine. In poche parole gli tolgo tutto. E’ terribile”.

Spesso i beneficiari si trovano intrappolati in una mobilità circolare.

“Vivo di Hartz IV da otto anni. A volte mi sembra di essere in un carcere a cielo aperto. Ogni euro che spendo lo devo documentare. Tutto viene controllato, verso di me c’è più diffidenza che fiducia. Se non mi presento ad un appuntamento al jobcenter devo immediatamente fare i conti con le sanzioni”[18].

Ma ci sono anche quelli che non ce la fanno.

“Sperimentano due, quattro, dieci o più situazioni lavorative – dalla disoccupazione all’one-euro-job, da qui ad un’occupazione temporanea, poi ad una attività formativa, e alla fine rinunciano al contributo”[19].

ll fenomeno della mobilità circolare è diffuso, e viene considerato “conseguenza di un consolidamento strutturale della dipendenza dal contributo”[20]. Nel 2012 nell’arco di 12 mesi erano uscite dal sistema un milione 970 mila persone e vi erano entrate un milione 760, la metà delle quali in precedenza avevano già ricevuto il contributo. Secondo la confederazione sindacale DGB, circa la metà dei beneficiari ricevono l’aiuto da più di quattro anni, una situazione che si sostanzia nel detto ‘Hartz IV un giorno, Hartz IV sempre’[21].

Nel tentativo di porre fine a questa situazione, il ministro socialdemocratico Andrea Nahles ha proposto di aggiungere alla sanzione della sospensione dell’erogazione una trattenuta su quelle future per chi mantiene arbitrariamente lo stato di bisogno. “Questa somma configurerebbe un debito e, a differenza della sanzione, sarebbe cronologicamente senza fine[22].

 

La precarizzazione del lavoro

L’obbligatorietà di inserimento nell’attività lavorativa è facilitata dalla implementazione di forme di lavoro precario, i mini e i midi job. I mini job prevedono una remunerazione massima di 450 euro lordi mensili; con i midi job il salario è di 850 euro. Ci sono anche gli ein-euro-job, con paga oraria che varia da 1 a 2,5 euro per attività di utilità pubblica, che servono per lo più a dimostrare la disponibilità del beneficiario all’inserimento lavorativo

I mini job sono sette milioni e mezzo, e per oltre quattro milioni e mezzo di persone costituiscono l’unica fonte di lavoro salariato. Sono accessibili con relativa facilità, e vi ricorrono in particolare giovani e donne, che, con un impegno orario ridotto e un salario al di sotto della sussistenza, hanno diritto ad una parte dell’indennità di disoccupazione II e al sostegno aggiuntivo per l’affitto e il riscaldamento.

Se ne fa ampio uso in molti settori. “Secondo voi a un datore di lavoro conviene assumere una persona a tempo pieno, pagandola 1200 euro, più i contributi sociali, o gli conviene assumere tre ‘minilavoratori’, pagandoli in totale 400 x 3 = 1200 euro, ma senza contributi sociali? Dai, che lo sapete! E il bello è che, siccome i mini job sono cumulabili, alla fine non hai nemmeno bisogno di assumere tre persone: basta assumere tre volte la stessa persona!”[23]. Al blog fa seguito una testimonianza. “Sono andato in Germania (quella ricca, alta Baviera) in visita ad un nostro cliente, settore serramenti circa 30 persone. Il reparto produttivo è organizzato in due turni di 4 ore, mattino e pomeriggio; gli operai sono tutti a 450 euro/mese. Costo per l’azienda di una coppia di operai siamesi (8 ore/giorno) 1500 euro/mese. Nella mia azienda la paga base è di circa 1100 euro/mese, con un costo per l’azienda di 2500 euro/mese”[24].

In Germania la riforma ha fatto diminuire il tasso di disoccupazione non perché è stato creato nuovo lavoro ma perché figurano occupati anche i titolari di mini job e di one-euro-job. “Uno dei principali impatti è stato l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e di conseguenza l’incremento dei working poors”[25]. “Con Hartz IV la povertà è stata creata per legge”[26]. Il salario non è sufficiente per vivere, e rende necessaria l’integrazaione pubblica. Questa è la condizione della massa degli Aufstocker, 1,3 milioni, continuamente riprodotta attraverso i jobcenter.

Dunque, lavorano tutti o quasi, ma quella che nel 2005 era una massa disoccupata ora è stata spostata sui lavoratori precari. Il loro numero è aumentato costantemente, mentre per lo stesso lavoro il guadagno diminuisce. “La paura di perdere il posto di lavoro è cresciuta, e i lavoratori si tengono stretti anche gli impieghi più desolanti. La paura di Hartz IV e della conseguente povertà e stigmatizzazione sociale sembrano essere più forti anche nel meno dignitoso dei lavori[27].

C’è, tuttavia, chi si ritiene soddisfatto perché la riforma ha abbassato quel ‘salario di riserva’ che il sistema precedente assicurava con i sussidi. “Sebbene sia stato creato un settore a bassa retribuzione, questo si è sostituito alla disoccupazione. Chi prima era costretto a vivere di sussidi pubblici ora ha un reddito proprio, in genere più elevato, che per di più cresce grazie al all’indennità di disoccupazione II”[28], sostiene Hans-Werner Sinn, un economista importante in Germania. “Solo i non addetti ai lavori commentano che, riducendo i salari, le imprese speculano sui sussidi – poiché questa era esattamente la condizione indispensabile affinché la riforma avesse effetto (…). Per i lavoratori tedeschi non fu affatto facile, e le riforme furono percepite come un peso eccessivo, un’insolenza che metteva alla prova l’intera società tedesca. Per quanto siano state dure, guardando al passato sono state un vero toccasana per la Germania, poiché solo grazie a loro il paese è stato in grado di superare la crisi europea”[29].

Germania, dunque, contro lavoratori tedeschi: questa è la posizione di chi valuta positivamente la riforma del mercato del lavoro. E i sindacati? Contro Hertz IV non si erano mobilitati. Gli iscritti sono il 18 per cento, la contrattazione riguarda un terzo delle aziende nella Germania occidentale e il 17 per cento in quella orientale. Questa situazione è anche il frutto di riforme che hanno contribuito ad approfondire la segmentazione tra lavoratori permanenti socialmente integrati e quelli sottopagati, precari, che minano anche il futuro di coloro che si trovano ai livelli più bassi del primo segmento. I posti di lavoro marginali e precari che sono stati implementati nel quadro della riforma fanno concorrenza alle occupazioni ancora considerate regolari e ne abbattono il costo. A questa tendenza, sotto la pressione dei sindacati, il governo ha posto un limite solo a partire dal gennaio 2015, fissando il salario minimo a 8.50 euro lorde all’ora, peraltro con deroghe temporanee ed eccezioni.

Lo stesso Schroeder, con un ritardo di dieci anni, riconosce che qualcosa non va. “Innanzitutto vanno messe a punto delle regole per contenere il settore delle basse retribuzioni, che continua a crescere per colpa delle aziende che hanno abusato di questa opzione e l’hanno sfruttata per contenere il costo del lavoro”[30]. Le basse retribuzioni avrebbero dovuto solo facilitare il reingresso nel mondo del lavoro dei meno qualificati. Anche il ricorso estensivo del lavoro part-time, quello dei mini job, è, per Schroeder, colpa delle aziende. “Intendevamo rendere più agevole la gestione dei picchi di lavoro, Ma se le aziende sfruttano la legge per sostituire una quota portante della forza lavoro, allora ci troviamo di fronte ad un abuso che va fermato”[31].

 

La frattura sociale

“Certo potrei chiedere il sussidio statale, ma non voglio farlo. Mi sentirei una barbona”[32]. Se si rivolgesse al jobcenter rischierebbe lo stigma dell’incapace. “Un destinatario di Hartz IV viene percepito dalla società come un essere inutile. Siamo stigmatizzati. Ma dietro ogni uomo c’è una storia. C’è una ragione per la quale siamo diventati disoccupati. La maggior parte delle persone non riesce a capirlo. E la cosa più assurda è: io non sono disoccupato – ho un lavoro. Ma con il lavoro che faccio non guadagno abbastanza per vivere. Lo Stato mi considera un disoccupato, ma in realtà io non lo sono”[33].

Nel discorso di chi governa, la disoccupazione deriva dalla incapacità personale di rapportarsi responsabilmente al lavoro. La traslazione delle cause dell’inoccupazione dalla società ai singoli individui, giustifica e fonda il principio dell’obbligo di lavorare per avere diritto legale alla propria esistenza. Essere occupato o non esserlo dipende dalla propria volontà. Lo Stato offre opportunità di lavoro; chi non le coglie e pretende il diritto all’esistenza commette un abuso. Non si è ancora materializzato in Hartz IV il lavoro coatto senza salario come nel Regno Unito; i jobcenter sono i luoghi di condensazione del lavoro a buon prezzo a cui ciascuno deve obbligarsi come condizione legale della sua propria esistenza.

Frequentando i jobcenter per ottenere il sussidio, nei rapporti costanti e frustranti con i propri referenti, “si è costretti a fare i conti con le difficoltà materiali, con il basso riconoscimento sociale e con il controllo burocratico sulla propria vita quotidiana”[34]. Si viene separati dal resto della società e si interiorizza la convinzione che la propria condizione è al di sotto del livello di rispettabilità sociale. Si creano angosce esistenziali: “Hartz IV fa ammalare”[35]. “Le persone colpite, semplicemente collassano, catturate da una spirale di impotenza causata dalla costrizione e dalla stigmatizzazione, da cui non c’è quasi via d’uscita”[36].

La logica di Hartz IV impone di abbandonare le aspirazioni ad un lavoro che abbia senso e ad una vita che possa motivare la ricerca di una occupazione. Le politiche di ‘attivazione’ al lavoro fin nella terminologia assumono che i disoccupati siano persone passive da obbligare ad attivarsi. Dal disciplinamento al lavoro che nell’epoca della piena occupazione fondava l’etica del lavoro come condizione di coesione sociale, quando il lavoro si fa precario si passa al controllo sul lavoro negando le fratture che si sono prodotte nella società.

La linea di contrasto politico a questo stato di cose si muove, a fatica, con iniziative per l’immediata abolizione delle sanzioni, affinché il salario di sussistenza perda la sua connotazione negativa, e per il diritto di rifiutare un impiego pagato male o non attrattivo. Sul lungo periodo reclama un reddito di base incondizionato quale strumento di emancipazione dalla necessità di vendere la propria forza lavoro a qualsiasi prezzo[37].


Note
[1] Ivi, p. 38.
[2] Doerre K., The German job miracle. A model for Europe?, Rosa Luxemburg Stiftung, agosto 2014.
[3] Aschenbach L., Condannare e colpire: la terza via del welfare in Germania, Economia per i cittadini, s.d.
[4] Boyle N., Schunemann W., cit.
[5] Ministero Federale del Lavoro e degli Affari Sociali, cit., p. 39.
[6] L’inferno della Hartz IV, Intervista, Presa diretta, RAI, 2 marzo 2015.
[7] Ministero Federale del Lavoro e degli Affari Sociali, cit., p. 39
[8] Hannemann I., Hartz IV hilft nicht, es macht nur Angst, Huffington Post, 8 marzo 2016.
[9] huffingtonpost.de., progetto Sanktionsfrei
[10] Thibaut M., Hartz IV, la clef controversée du miracle allemand, Les Echos, 2 febbraio 2015.
[11] L’inferno della Hartz IV, cit.
[12] Ivi.
[13] Promberger M., Nine years of Hartz IV – a welfare reform under scrutiny, Quadernos de Relaciones Laborales, 33, 1, 2015.
[14] Ivi.
[15] Doerre K., cit.
[16] Hannemann I., Die Hartz IV Diktatur. Eine Arbeitsvermittlerin klagt an, Hamburg, Rowohlt, 2015.
[17] L’inferno della Hartz IV, cit.
[18] huffingtonpost.de,,progetto Sanktionsfrei
[19] Doerre K., cit.
[20] Henning D., cit.
[21] Thibaut M., cit.
[22] Aschenbach L., cit.,
[23] Bagnai A., Il modello tedesco e la notte dei cristalli, in Il Tramonto dell’euro, 9 maggio 2013
[24] Ivi.
[25] Szarvas P., Ricca Germania, poveri tedeschi. Il lato oscuro del benessere, Milano, Università Bocconi Editore, 2014, p. 17
[26] Thibaut M., cit.
[27] Hannemann I., Hartz IV hilft nicht… cit..
[28] Sinn H-W., Le riforme strutturali dell’Agenda 2010 sono la strada giusta per tutta Europa?, prefazione a Szarvas P., cit.
[29] Ivi.
[30] Szarvas P., cit., p.18.
[31] Ivi.
[32] Szarvas P., cit.
[33] huffingtonpost.de,,progetto Sanktionsfrei
[34] Doerre K., cit.
[35] Thibaut M., cit.
[36] Doerre K., cit.
[37] Hannemann I., Hartz IV hilft nicht… cit.
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