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orizzonte48

«Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio»

La democrazia costituzionale ed i suoi nemici

di Bazaar

GlobalisationslosersIn un interessante articolo, Luciano Capone, giornalista de “Il Foglio”, ci porta nei meandri del pensiero elitista di matrice liberale, regalandoci minuti di autentica estasi intellettuale.

Chiaramente non perché si condivida alcunché dell’elaborazione del giornalista, ma, se si desidera usare una metafora, si può affermare che ci si addentra nell’analizzare l’articolo con lo stesso entusiastico interesse con cui un oncologo esamina una biopsia particolarmente rivelatrice di una forma di cancro; o con l’appassionata curiosità di uno psichiatra che valuta gli effetti particolarmente vistosi di un paziente affetto da grave psicosi.

L’articolo si apre indicativamente così, non con una fenomenologia di fatti, ma con una serie di (pre)giudizi sulle orme della tradizione “elitistico-liberale”:

«Stiamo vivendo in un’epoca storica particolare. Le persone si trovano di fronte a problemi epocali – come la stagnazione economica o l’immigrazione – sono molto arrabbiate perché non vedono una via d’uscita all’orizzonte e in questa situazione vengono preferite le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili a quelle più articolate».

 

1 – Teorema della memoria corta (detto anche l’Alzheimer del liberista, oppure morbo di Al)

Secondo Luciano Capone – senza alcun riferimento al capitalista liberale statunitense, «sfrenato, e a volte persino selvaggio» – quest’epoca storica sarebbe «particolare»; ovvero i fatti sociali che la caratterizzano non sarebbero già conosciuti e studiati da un’abbondante letteratura (Bagnai 2011).

Siamo alla terza (alla terza!) globalizzazione, e gli effetti del «capitalismo sfrenato» – come diceva l’amico di Al, Karl Popper – del liberoscambismo «selvaggio», della deregulation finanziaria, sono dibattuti e discussi almeno dai tempi di Adam Smith.

Che l’unione monetaria avrebbe comportato una «stagnazione economica», ovvero che l’euro avrebbe impresso «un bias deflazionista all’economia mondiale» (R.N. Cooper, 1978), non lo sapevano solo gli economisti in ambito accademico, ma anche coloro che politicamente premevano per l’integrazione europea (Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, 1978).

Se abbiamo la documentata certezza che l’unione monetaria fu una consapevole scelta politica che avrebbe danneggiato il capitalismo industriale (quello soprattutto rappresentato delle PMI non in grado di delocalizzare) e la classe lavoratrice (tramite la compressione dei salari, l’instabilità occupazionale e l’alto tasso di disoccupazione e sottoccupazione), è anche documentato che la scelta del «liberismo sfrenato» accompagnata all’adesione alla «economia sociale di mercato» dei trattati europei, avrebbe usato l’immigrazione per riformare la sociostruttura in senso classista:

«Con l’annunciata costituzione dell’Unione europea, che già oggi vede al suo vertice i grandi paesi d’immigrazione del continente, noi possiamo facilmente prevedere la tentazione della classe dirigente a seguire il modello americano nella costruzione di una società a piramide, a strati etnico-sociali sovrapposti, incomunicabili fra loro, che avrebbero alla loro base gli immigrati dei paesi più lontani, e poi quelli dei paesi “associati” e poi ancora quelli “comunitari”, e in seguito i lavoratori locali e su di loro, man mano, gli altri strati superiori. La classe operaia resterebbe così divisa in tanti tronconi che si distinguerebbero per le loro origini etniche e non per i loro comuni interessi di classe, proprio così come oggi in America.»

Paolo Cinanni, “Che cosa è l’immigrazione" (raccolta di scritti pubblicati tra il 1969 ed il 1973).

Un’analisi già compiuta più volte in questi spazi.

Cosa significa? Che gli studiosi delle scienze sociali hanno poteri divinatori?

No: significa che a scelte politiche corrispondono oggettive conseguenze sulla sociostruttura e sui rapporti di forza che questa permette tra capitale, lavoro ed i ceti creati dai relativi rapporti di produzione.

Deduciamo quindi che, secondo l'articolo in commento, «le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili» sono da decenni quelle che – date determinate decisioni politiche – i massimi esperti di scienze sociali avevano usato per predire le dinamiche sociologiche in atto. Ovvero le dinamiche che, nei fatti, si sono effettivamente realizzate convalidando le determinanti ideologiche e di interesse materiale che erano ab origine ipotizzate nelle analisi e nella costruzione degli scenari previsionali.

Ma il liberista ha notoriamente la memoria corta: deve sedare il disagio cognitivo e il senso di inadeguatezza intellettuale causati dal veder costantemente i capisaldi della propria fede nel mercato invalidati dalla realtà: la realtà, ovvero ciò contro cui si va a sbattere.

Il liberista brama la fine della Storia perché il diritto all’oblio logora chi non ce l’ha.

Soprattutto quando la coscienza è quella che è (Sicuramente non è il caso del nostro simpatico giornalista).

 

2 – Assioma dell’elitista: qualsiasi fenomeno avverso per le classi subalterne è un complotto di Madre natura. (Potere è potere di non prendersi responsabilità).

Lo smemoratino autore propone quindi un cavallo di battaglia della guerra fredda, un lavoro che un importante autore non proprio di simpatie socialiste come Voegelin definì: «una vergognosa e dilettantesca schifezza»: ovvero “La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper.

Opera in cui Popper ha l’audacia di affermare che i complotti non esistono salvo quelli tramati dai «nemici» della società aperta, ossia dai “nemici” dei liberali: ovvero, se esiste un complotto, è quello cospirato dai socialisti ai danni della grande borghesia liberal e dei rentier. (Che qualcuno chiamò giudaico-bolscevico, ma transeat).

Questa cospirazione ordita contro la “Società aperta” è avallata dal nostro, il quale, infatti, per senso dello Stato… ehm, no, è liberale… per senso civico... meglio…   sentenza che «dove si diffonde una mentalità del genere poi i gruppi sociali tendono a organizzare contro-complotti».

Avete letto bene: se i subalterni non allineati al pensiero unico sono “complottisti”, scopriamo che gli elitisti sono «contro-complottisti» e hanno pure elaborato una “teoria contro-cospirazionista della società”.

Apperò.

Ciò che in realtà negava Popper, era di fatto l’esistenza del conflitto di classe – (Bazaar 2016) – supportando in modo un po’ «dilettantesco» – citando Voegelin – il paradigma epistemologico naturalista sostenendo che la prospettiva del conflitto generi la credenza patogena nei ceti subalterni che questi siano effettivamente subalterni e che, quindi, si possa organizzare la società con una maggior giustizia distributiva, una maggior giustizia sociale (che invece – secondo i liberali – non esiste, la distribuzione del reddito è naturale, e l’unica giustizia deve consistere in quella commutativa, con relativi procedimenti arbitrali). Questa nuova consapevolezza (falsa, stando con il nostro), chiamata coscienza nazionale e di classe, porterebbe «i gruppi sociali» – aka la classe lavoratrice oppressa – ad ordire «contro-complotti», ossia a sindacalizzarsi e ad organizzarsi politicamente per rivendicare politiche socioeconomiche favorevoli ai propri interessi materiali.

Al giovane autore ricordiamo che il padre dell’epistemologia delle scienze sociali moderne rimane effettivamente Karl, ma non Karl Popper – anche se vanta Soros tra i suoi discepoli – ma Karl Marx, che di discepoli non ne ha più da decenni.

Qualcuno, però, la sociologia conflittualista prodotta da ciò che in economia si chiama conflitto distributivo, non se l’è dimenticata.

Lo sguardo di un democratico vero, ossia sociale, ha lo sguardo carico di prospettiva del conflitto. Prospettiva sociologica abbracciata dalla stragrande maggioranza dei nostri padri costituenti.

È difficile quindi leggere le ardite tesi del nostro senza provare gli stessi sentimenti che investivano Voegelin a sentir il vecchio liberale vaneggiare di «teoria cospirativa della società»:

«“Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti”, scriveva il filosofo liberale. Egli però non intendeva dire che nella storia non ci siano mai complotti. 

Anzi, Popper sosteneva che spesso avvengono “tutte le volte che pervengono al potere persone che credono nella teoria della cospirazione” che “sono facili quant’altre mai ad adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione contro inesistenti cospiratori”. In un altro passaggio di “Congetture e confutazioni”, spesso citato da Umberto Eco, Popper era ancora più esplicito: “Quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali. Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Savi Anziani di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria contro-cospirazione”. La Soluzione finale».

Ohibò.

Secondo i liberali che vanno dal moderato Popper, a quelli sfrenati, a volte persino selvaggi, la «disoccupazione e la povertà» sarebbero fatti naturali e non derivanti dal conflitto distributivo e da chi si organizza per “vincerlo” e trarre maggior profitto.

Adam Smith sosteneva che

«Quali siano comunemente i salari dei lavoratori, dipende ovunque dal contratto che abitualmente viene perfezionato tra le due parti, i cui interessi non sono affatto i medesimi. I lavoratori desiderano guadagnare il più possibile, i padroni pagare il meno possibile. I primi sono disposti ad unirsi al fine di aumentare, questi ultimi al fine di diminuire i salari dei lavoratori. […] Non è, tuttavia, difficile prevedere quale delle due parti ottiene, generalmente in tutte le occasioni, il sopravvento nella controversia, e costringe l'altra in conformità dei suoi desiderata. I padroni, essendo meno numerosi, possono unirsi molto più facilmente; e la legge, inoltre, autorizza, o almeno non vieta loro, di associarsi, mentre lo vieta ai lavoratori».

Era il 1776.

Dobbiamo ritenere Adam Smith il padre del complottismo moderno? Un potenziale pensatore in grado di generare tragedie al pari della «Soluzione finale»?

Sicuramente l’abuso del pensiero smithiano ha generato tragedie: quelle causate dal liberismo acritico – a volte, selvaggio! – dei suoi nipotini.

 

3 – Il complotto di chi crede nella democrazia e nella Costituzione del ‘48: fenomenologia dell’anticospirazionismo liberale

Al nostro «pare essere sfuggito di mente» un periodo di almeno due secoli di letteratura scientifica, ma in compenso si ricorda selettivamente che «l’unico reale piano complottista», che consiste in «un piano para-golpista per condurre l’Italia fuori dall’Eurozona» – «tramite l’istituzione di un “Comitato” extracostituzionale», è quello organizzato dai “sovranisti” che prestano la propria professionalità ai partiti di governo di questa legislatura.

Se l’unico “complotto” è quello dei “complottisti” che lavorano per la democrazia e la giustizia sociale su cui questa si fonda, è evidente che, affermare pubblicamente di voler assicurarsi che la Repubblica sia condotta nell’alveo della legalità costituzionale, si trasforma in una cospirazione «para-golpista» per sovvertire la Costituzione in se stessa. Magia.

Il rischio di questo pericoloso sovvertimento potrebbe essere una «Soluzione finale». Il nostro dixit.

«I cospirazionisti, insegna Popper, non sono soltanto pericolosi perché credono ai complotti finti. Ma soprattutto perché, quando arrivano al potere, attuano quelli veri.» Chiosa, raggiungendo il culmine della tipica raffinatezza liberal dell’analisi sociologica.

Possiamo sviluppare così l’assioma: «Un cospirazionista che accede al potere si trasforma in un cospiratore».

(“Cospiratore” contro se stesso, dato che siamo in un regime democratico… almeno che non si ritenga sovversivo far rispettare la Costituzione formale al posto di quella materiale… magari anche a discapito di interessi esteri...)

Possiamo assumere che il nostro, in realtà, da bravo elitista liberale, ci stia parlando per proiezione, ovvero ci stia dicendo che – usando le parole del più rappresentativo tra coloro che si occuparono di sottrarre Banca d’Italia al controllo democratico, Andreatta – il processo di integrazione europea sia stato una «congiura aperta» o – stando con Guido Carli – un «atto sedizioso» configurabile come «un piano para-golpista per condurre l’Italia [dentro l’] Eurozona».

L’esegesi dell’articolo ci dà altri spunti di riflessione: «l’unico reale piano complottista» è quindi quello realizzato «tramite l’istituzione di un “Comitato” extracostituzionale», tipo Commissione Europea che, secondo voci maligne, sarebbe un noto comitato d’affari: il paradiso dei lobbisti «al riparo del processo elettorale», ricordando Monti.

Insomma, il nostro ci dà da intendere che i trattati europei operino extra e contra constitutionem.

Capiamo quindi che le scienze sociali supportano il progresso democratico quando riconoscono la volontà politica delle élite di imporre «disoccupazione e povertà», «la stagnazione economica o l’immigrazione». Tutt’altro che «analisi semplicistiche» che portano a «soluzioni facili».

Anzi, a seguire questa chiave ermeneutica, ipotizzare di lasciare il potere ai liberali, che non possono soffrire il controllo democratico della sovranità popolare, viene da pensare che l’unica soluzione riservata all’Europa dagli “anti-cospirazionisti” sia proprio la soluzione paventata dal nostro: quella «finale».

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