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Copenaghen: un vertice che nasce già morto

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Copenaghen: un vertice che nasce già morto

Infoaut

Unica nota degna d'interesse: proposte e forza dei movimenti!

Parte oggi la Conferenza Mondiale sul Clima Cop15 che si propone "l'ambizioso" obiettivo di diminuire la concentrazione di gas di serra nell'atmosfera alfine di  contenere l'ormai inevitabile aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi, soglia del disastro ambientale planetario. Nelle dichiarazioni ufficiali del Cop 15, si tratta di  "stabilizzare l’ammontare di gas serra emessi nell’atmosfera a livelli che impediscano pericolosi cambiamenti climatici per causa umana". Il summit, il 15° organizzato annualmente dalle Nazioni Unite, proverà - nell'intento ufficiale - a trovare le condizioni per un accordo condiviso tra le 192 nazioni partecipanti all'incontro.

Aldilà dei grossi numeri, la partita si giocherà soprattutto tra le (in)disponibilità delle principali potenze economiche e geo-politiche mondiali a ri-negoziare quote (sic) della propria capacità inquinante.

Da una parte gli Stati Uniti con un Obama che annuncia (a parole) grandi disponibilità al "change", dall'altra i paesi del Bric (nuove potenze emergenti con alto tassi di crescita economica: Brasile, Russia, India, Cina) che chiedono una più equa misurabilità del rapporto tra demografia, tasso di sviluppo e livelli delle emissioni. In mezzo un Europa che non conta niente, dà grandi segnali di disponibilità ma non osa pestare i piedi a padroni lontani (Usa) e vicini potenti (Russia). In fondo un'Africa cui nessuno chiede pareri ma che continua ad essere la principale discarica ambientale e umana di uno sviluppo tutto capitalisticamente orientato.

Ma è subito il mainstream informativo a dis-informare e cambiare le carte in tavola delle responsabilità (reali) e delle soluzioni (impossibili) dentro un sistema di poteri e squilibri globalmente ordinato. Così si dà grande spazio alle aperture statunitensi (molto al di sotto delle necessità effettive) e si mette in croce l'India che smonta ogni pezzo della bozza premettendo: nessun controllo sulle emissioni senza aiuti di un Occidente principale responsabile della catastrofe in atto. Si può dargli torto?


Grande questione, piccola politica


L'impasse evidente del vertice è tutta qui, nello sproporzione tra la grandezza della posta in gioco (non una semplice issue tra le altre) e la pochezza di una politica tutta amministrativa, incapace di porre (e porsi) alla giusta altezza di una sfida che comporta, tra gli esiti nefasti possibili, niente meno che la sopravvivenza della specie umana (e forse della stessa vita tout court!).

Sembra infatti ormai scontato che la conferenza di Copenhagen non si concluderà con un accordo vincolante (come è il protocollo di Kyoto) ma con la stesura di accordi volontaristici e promesse di un ulteriore, inutile vertice internazionale da "consumarsi" entro la fine del prossimo anno.

Dentro questo marasma di buone intenzioni e vaghe promesse, gli unici soggetti in grado di comprendere la e dire qualcosa di più e di diverso saranno ancora una volta i movimenti sociali, che convergeranno in massa alle giornate di protesta, tra contro-vertici di sana contro-informazione e manifestazioni di dissenso ed ancor più necessaria azione diretta.
Non è forse un caso che, sul crinale di passaggio tra XX e XXI secolo, una delle grandi novità del movimento NoGlobal che fece la propria irruzione a Seattle 10 anni or sono fu proprio l'intuizione del nesso inestricabile  che tiene insieme lotta anti-capitalista e questione ambientale.

A Copenaghen andranno in molti/e. Ma molt* di più saranno quell* che dai quattro angoli di un pianeta sotto minaccia di "data di scadenza" terranno gli occhi aperti e le orecchie tese per vedere cosa saranno in grado di fare movimenti e istituzioni, o meglio i movimenti contro le istituzioni.

Perché  c'è un po' di quella battaglia ovunque: nelle lotte indigene che animano i processi costituenti dell'America Latina, nelle resistenze contadine indiane e cinesi contro uno sviluppismo imposto a colpo di Zone Speciali, nelle ragioni di una "piccola battaglia" di territorio come il NoTav, nella colossale e sottaciuta battaglia quotidiana di milioni di abitanti del Sud del mondo contro la giocata in borsa del prezzo delle derrate alimentari su cui si sfamano interi continenti...

Sì, saremo in molt* in questi giorni ad avere gli occhi puntati su Copenaghen!

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La crisi del debito sovrano nell’Eurozona

da un dibattito sulla lista "Marxiana"

a cura di Francesco Macheda

Quali margini possiede la banca entrale europea (BCE) per arginare la crisi del debito sovrano che sta mettendo in serio pericolo l’esistenza stessa dell’eurozona? Che efficacia potrà avere un ipotetico ‘fondo europeo’ volto a garantire gli investimenti degli acquirenti dei titoli a rischio dei paesi maggiormente indebitati? Inoltre, quali potrebbero essere le possibili conseguenze di una politica maggiormente orientata a frenare la speculazione da parte della Bce e quali sono le resistenze politiche che ne frenano l’azione? In ultima istanza, il comportamento della banca entrale europea è minato da una pura cecità politica, oppure vi sono limiti strutturali che ne frenano l’azione?

Il dibattito sottostante svoltosi sulla lista “Marxiana” tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2011 cerca di fare luce su queste problematiche.


Incipit del dibattito: articolo del Wall Street Italia dal titolo “Citigroup: senza l’intervento della Bce, l’Europa rischia il collasso” - 17 novembre

Se la Bce non mette mano al portafoglio, si rischia la catastrofe finanziaria. Potrebbe essere una questione di settimane o addirittura di pochi giorni, ma molto presto rischiamo di assistere inermi al default di Spagna e Italia.

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