SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Andrea Baldazzini: “La nuova ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval

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“La nuova ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval

Andrea Baldazzini

cyborg1Partirò con un’apparente banalità: l’oggetto del presente studio, portato avanti a quattro mani da Laval e Dardot (sociologo il primo, professore di filosofia il secondo), non rappresenta solo il tema filosofico per eccellenza, ma costituisce anche il principio fondante, l’atto costitutivo, dell’intera società occidentale moderna, ovverosia la Ragione. Una Ragione che si è guadagnata la maiuscola conquistando la quasi totalità degli aspetti dell’esistenza individuale e collettiva, per usare un lessico habermasiano, colonizzando tanto la dimensione del ‘sistema’ quanto quella del ‘mondo della vita’ (Lebenswelt). Ma cosa si intende precisamente qui con ‘Ragione del mondo’ e in particolare con l’espressione ‘razionalità neoliberista’? Scopo di questa breve recensione vorrà essere da una parte la chiarificazione del significato di tali termini impiegati in riferimento ad un ambito che solo superficialmente è di carattere economico, dall’altra la messa in evidenza di alcune intuizioni chiave, che permettono una più ampia presa di consapevolezza sulla reale portata, per usare le parole degli autori, della disciplina neoliberista. Difatti, il merito più grande dell’opera è quello di porre la questione del neoliberismo in termini radicali, in termini cioè antropologici. Questo libro non è una scontata critica al capitalismo considerato come ideologia o come semplice sistema economico produttore di disuguaglianza, esso è qui «assunto nel suo essere una realtà sgombra da riferimenti arcaizzati e nel suo essere una matura costruzione storica»1.

Massimiliano Lepratti: Quali alternative al neoliberismo?

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Quali alternative al neoliberismo?

di Massimiliano Lepratti

jobs economist coverNonostante la gravissima crisi attraversata dall'Europa e la fallacia delle ricette neoliberiste finora sperimentate in risposta, il campo delle teorie critiche si mostra incapace di offrire un solido orientamento di politica economica che metta in crisi l'egemonia culturale del neoliberismo e funga da guida per progettare una società egualitaria, inclusiva e sostenibile. Di conseguenza laddove un'ideologia culturalmente egemone non venga contrastata sul suo stesso terreno di teoria capace di dettare le agende, anche i tentativi di politiche alternative tendono a divenire timidi, inclini a mediare al ribasso e a piegarsi ai principi dominanti: l'Italia di Prodi/Padoa Schioppa o (peggio) di Renzi/Padoan ne sono solo alcuni esempi. Eppure i materiali culturali per sostenere la costruzione di un pensiero diverso a sinistra non mancherebbero: i grandi classici (da Smith a Ricardo a Marx) e i classici della dinamica dello sviluppo (ancora Marx, oltre a Keynes, e Schumpeter) continuano ad essere forieri di eccellenti spunti di analisi il cui livello scientifico e la cui capacità di lettura realistica del mondo sono senza dubbio superiori rispetto a quelli che per semplicità qui chiamiamo neoliberisti.

Detto questo, i motivi per cui ci troviamo in questa situazione di subalternità sono molteplici, ma due appaiono più significativi di altri:

1. il pensiero mainstream è in grado senza dubbio di dispiegare una quantità di mezzi culturali tali da spingere verso la minorità le idee alternative: mezzi giornalistici, comunicativi, istruzione – si pensi ai manuali economici studiati nelle università, l'assenza dell'economia politica nelle scuole superiori... - l'insieme di questo fuoco di fila riduce progressivamente da almeno 40 anni lo spazio per pensieri diversi.

Russell Jacoby: Thomas Piketty, il pragmatico dell’utopia light

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Thomas Piketty, il pragmatico dell’utopia light

Russell Jacoby

540964l sag­gio di Tho­mas Piketty Le Capi­tal au XXIe siè­cle è un feno­meno sia socio­lo­gico sia intel­let­tuale. Cri­stal­lizza lo spi­rito della nostra epoca come fece, a suo tempo, The Clo­sing of the Ame­ri­can Mind di Allan Bloom. Quel libro, che denun­ciava gli studi sulle donne, sul genere e sulle mino­ranze nelle uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi, oppo­neva la medio­crità del rela­ti­vi­smo cul­tu­rale alla ricerca dell’eccellenza asso­ciata, nello spi­rito di Bloom, ai clas­sici greci e romani. Ebbe pochi let­tori era par­ti­co­lar­mente pom­poso ma ali­men­tava il sen­ti­mento di una distru­zione del sistema edu­ca­tivo sta­tu­ni­tense, e degli stessi Stati uniti, a causa dei pro­gres­si­sti e della sini­stra. Un sen­ti­mento che non ha affatto perso vigore. Le Capi­tal au XXIe siè­cle (Il Capi­tale nel XXI secolo) si inqua­dra nello stesso regi­stro inquieto, a parte il fatto che Piketty viene dalla sini­stra e che la con­tro­ver­sia si è spo­stata dall’educazione al campo eco­no­mico. Anche in mate­ria di inse­gna­mento, il dibat­tito si foca­lizza ormai sul peso dei debiti di stu­dio e sulle bar­riere suscet­ti­bili di spie­gare le disu­gua­glianze scolastiche.

L’opera tra­duce un’inquietudine pal­pa­bile: la società sta­tu­ni­tense, come l’insieme delle società del mondo, par­rebbe sem­pre più ini­qua. Le disu­gua­glianze si aggra­vano e fanno pre­sa­gire un futuro gri­gio. Le Capi­tal au XXIe siè­cle avrebbe dovuto inti­to­larsi Le disu­gua­glianze nel XXI secolo.

Sarebbe ste­rile cri­ti­care Piketty per la sua inca­pa­cità di rag­giun­gere obiet­tivi che egli non si era dato. Tut­ta­via, tes­serne le lodi non è suf­fi­ciente.

M.Blyth and E.Lonergan: "Stampare meno, Trasferire di più"

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vocidallestero

"Stampare meno, Trasferire di più"

di  Mark Blyth and Eric Lonergan

Dalla rivista online Foreign Affairs, un interessante studio sul "Quantitative Easing per il Popolo", di cui si è già parlato,  in cui la politica monetaria  si mette al servizio della politica di bilancio, per rilanciare con forza l'economia reale. (senza dimenticare che nell'eurozona il mantenimento della moneta unica impedisce di combattere davvero l'austerità)

tiberius-used-quantitative-easing-to-solve-the-financial-crisis-of-33-adPerchè le banche centrali dovrebbero dare i soldi direttamente ai cittadini

Nei decenni seguenti la II guerra mondiale, l’economia giapponese crebbe così rapidamente e per così tanto tempo che gli esperti dissero che il fenomeno era a dir poco miracoloso. Durante l’ultimo grande boom del paese, tra il 1986 e il 1991, la sua economia crebbe di quasi 1000 miliardi di dollari. Ma poi, in un modo che oggi suona molto familiare, scoppiò la bolla degli asset giapponesi, e i suoi mercati sprofondarono. Il debito pubblico esplose, e la crescita annua rallentò a meno dell’1%. Nel 1998, l'economia si stava contraendo.

Nel dicembre di quell’anno, un professore di economia di Princeton di nome Ben Bernanke sosteneva che i banchieri centrali avrebbero ancora potuto risollevare il paese. Il Giappone essenzialmente stava soffrendo per mancanza di domanda: i tassi di interesse erano già bassi, ma i consumatori non acquistavano, le imprese non chiedevano prestiti e gli investitori non facevano scommesse. Era una profezia auto-avverante: il pessimismo sullo stato dell'economia stava impedendo la ripresa. Bernanke sosteneva che la banca del Giappone doveva agire in modo più aggressivo e le suggeriva di considerare un approccio non convenzionale: dare contanti direttamente alle famiglie giapponesi. I consumatori avrebbero potuto spendere le inattese entrate trainando il paese fuori dalla recessione, facendo aumentare la domanda e i prezzi.

Patrick Boylan: Ci sono ancora speranze in Ucraina?

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Ci sono ancora speranze in Ucraina?

di Patrick Boylan

Nonostante la tensione per la voce infondata dell'invasione russa, appaiono perfino remoti segnali di fine ostilità in Ucraina: speranza o chimera?

NEWS 214232Da mesi i media denunciando “l'aggressione di Putin” contro l'Ucraina ed ora fanno vedere una controversa pistola fumante: presunte foto satellitari di blindati russi (ma senza le coordinate GPS).  Quattro voci autorevoli, invece, ci invitano a ripensare la narrazione ufficiale. Infatti, in Ucraina c'è anche la NATO (ma non si vede): vuole installare i suoi missili sulla frontiera russa, fermare il multipolarismo e ripiombarci nel bipolarismo della Guerra Fredda.  Gli eventi in Ucraina ci riguardano dunque tutti -- e da vicino. Cerchiamo allora di capirli meglio.

Lo scorso primo luglio, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato USA e uomo politico notoriamente di destra, ha stupito tutti con un articolo sul Washington Post in cui chiedeva la cessazione delle ostilità tra le parti nell'est dell'Ucraina e tra Washington e Mosca. “Basta con la demonizzazione di Putin e la politica dello scontro, bisogna trattare” ha ammonito Kissinger ( originale in inglese - resoconto in italiano ).

Poi, nel mese di agosto, sono apparsi altri tre articoli sull'Ucraina dello stesso tenore, tutti scritti da esponenti autorevoli dell'establishment europeo e statunitense:

Ritratto di un cacciatore di malware

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sciocca coerenza

Ritratto di un cacciatore di malware

061411hackersA prima vista Nex sembra un ragazzo come tanti. Taglio di capelli alla moda, un paio di sneakers sgualcite ai piedi e in tasca uno smartphone che estrae di tanto in tanto per controllare la mail. Ci incontriamo un pomeriggio di luglio a Bologna in un bar che si affaccia su piazza Verdi, nel cuore della zona universitaria. Sono passate poche ore dalla fine di Hackmeeting 2014 – il raduno delle controculture digitali, tenutosi presso il centro sociale XM24 – e i muri dei portici circostanti sono ancora tappezzati delle locandine pubblicitarie dell’evento.

Anche Nex vi ha preso parte, con un talk che ha fatto il tutto esaurito: nel buio della sala, spezzato soltanto da un fascio di luce irradiato da un proiettore, 150 persone si sono accalcate per ascoltare in religioso silenzio i suoi “racconti di sorveglianza digitale”. Due ore densissime, in cui l’hacker ha snocciolato gli episodi più significativi relativi agli ultimi due anni della sua vita. Anni vissuti pericolosamente, in prima linea contro l’industria del malware, ovvero contro quelle aziende private (come la tedesca Gamma International o l’italiana Hacking Team) che producono virus, spyware e software malevoli in grado di infettare qualsiasi dispositivo digitale – dagli smartphone ai personal computer – e metterne sotto controllo le comunicazioni. Una merce, com’è facile immaginare, richiestissima da polizie e servizi segreti di tutto il mondo, interessate a monitorare passo passo le attività di militanti politici e giornalisti non allineati.

Alessandro Del Ponte: Su “Menti Tribali” di Jonathan Haidt

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il rasoio di occam

Su “Menti Tribali” di Jonathan Haidt

di Alessandro Del Ponte

Come si conquistano i voti di milioni di persone in sei mosse? “Menti Tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione” di Jonathan Haidt (Edizioni Codice) racchiude le istruzioni fondamentali per l’aspirante politico di successo, esaltando il ruolo del ragionamento morale impulsivo, alla base dei nostri giudizi morali e delle nostre scelte in cabina elettorale.

cariddi2Immaginate di essere al ristorante della politica. No, non la buvette del Senato. Si tratta di un posto molto particolare. Non c’è la solita scelta: italiano, francese, cinese, indiano, turco o fusion. Qui si sceglie il partito cui dare fiducia. Se per i cittadini americani il buffet è piuttosto ristretto – democratico o repubblicano? – gli italiani hanno il loro bel daffare nel districarsi tra le scelte culinarie. Da Sinistra a Destra, transitando per la miriade di onorevoli partitini di centro (”Ma cos’è la Destra… Cos’è la Sinistra…” diceva Gaber), il menu è davvero ricco. Come districarsi nella scelta? O meglio, ribaltando la prospettiva: come aggiudicarsi il maggior numero di ghiottoni?

Jonathan Haidt, Professore di Psicologia Morale e Ethical Business alla New York University, ha elaborato il manuale del perfetto politico di successo.

The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion (Pantheon Books: New York, 2012), pubblicato in Italia sotto il titolo di Menti Tribali: Perché le brave persone si dividono su politica e religione (Edizioni Codice: Torino, 2013) è una lettura impegnativa, capace di soddisfare un pubblico avido di stimoli intellettuali. In poco più di 400 pagine dense di citazioni accademiche, l’autore spiega perché le persone sono spesso portate a dividersi su argomenti politici e religiosi, arrivando a difendere a ogni costo posizioni irrinunciabili. Pur non avendo dimensioni e linguaggio da Bignami, Menti Tribali, antesignano del più recente Tribù morali di Joshua Greene, può fare la differenza nel lavoro di un campaign manager, svelando i trucchi necessari per trasformare i presupposti di un flop colossale in un clamoroso successo.

Giorgio Paolucci: Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

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ist onorato damen

Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

di Giorgio Paolucci

movimento-dei-forconiIl movimento cosiddetto dei forconi inizialmente era costituito soprattutto dai piccoli autotrasportatori, ossia camionisti che, a causa dei continui aumenti del costo dei carburanti, dei pedaggi autostradali, della riduzione dei rimborsi pubblici delle accise e del prolungarsi della crisi, rischiavano seriamente di perdere perfino il loro mezzo di trasporto.

Allora, dopo aver bloccato per diversi giorni la quasi totalità delle attività economiche e ottenuto dal governo Monti qualche agevolazione fiscale e un rimborso delle accise più consistente, le proteste cessarono, avvalorando così la convinzione che esse fossero espressione del disagio contingente di una specifica categoria che con la ripresa economica, allora ritenuta imminente, sarebbe ben presto rientrato.

In realtà, quel movimento, pur con le sue specificità, era la spia di un disagio sociale molto più diffuso e profondo perché le cause che lo avevano determinarlo affondavano le loro radici nella crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e segnatamente nell’accelerazione che essa aveva impresso ai processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, ai processi di mondializzazione dell’economia nonché ai processi di scomposizione sociale innescati dalla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro.

Infatti, la gran parte di questi piccoli trasportatori era formata da ex dipendenti di grandi imprese industriali che per ridurre i costi affidavano ai loro dipendenti la gestione in proprio di alcuni rami della loro attività e, nel caso specifico, il trasporto e la consegna delle merci ai loro clienti.

Dino Erba: Non basta trovarli, bisogna capirli!

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Non basta trovarli, bisogna capirli!

Dino Erba

CLASH CITY WORKERS, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi, La Casa Usher, Lucca, 2014. Pp. 202, € 10

parole-famosi-il-pianeta-delle-scimmie-1968-u-L-z7hWpBLeggendo questo libro, sembra di tornare ai primordi del movimento operaio e contadino italiano quando, alla fine dell’Ottocento, gli apostoli del socialismo si prodigavano in inchieste sulla condizione proletaria nelle città e nelle campagne. Gli strumenti di inchiesta erano, allora, apparentemente rudimentali, in realtà erano assai taglienti, poiché si fondavano su quella critica dell’economia politica che, grazie a Marx ed Engels, aveva via via influenzato non solo gli apostoli del socialismo ma pure gli esponenti della cultura economica e giuridica borghese, nonché filosofica. Anche perché il movimento proletario italiano manifestava giovanili energie, con le quali la rampante classe dirigente italiana era costretta a confrontarsi.

Nel corso del Novecento, questa preziosa eredità di conoscenze è stata prostituita al servizio di pratiche riformiste, fasciste, nazional-comuniste e perfino clericali. Infine, quando il gioco si è fattoduro, al tramonto del Novecento, fu sperperata dai pallidi intellettuali al servizio delle ultime mode. Costoro hanno contribuito ad approfondire il vuotopolitico-intellettuale, favorendo l’approdo alla stanca gestione dell’esistente che oggi caratterizza i governi del Bel Paese. Di destra e di sinistra. Secondo i medesimi criteri che caratterizzano i consigli di amministrazione di una SpA.

Mimmo Porcaro: Come unirsi contro l’Unione?

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Come unirsi contro l’Unione?

Mimmo Porcaro

Immagine4Uno dei principali problemi di chi vuole uscire dall’Unione europea e dall’Euro è quello di costruire una grande alleanza sociale e politica capace resistere alla dura reazione che i grandi poteri nazionali (ma soprattutto internazionali) non mancherebbero di scatenare di fronte a questo “inaccettabile” gesto di autodeterminazione. Un’alleanza capace, quindi, non solo di guadagnare il consenso politico e morale di milioni di cittadini ed elettori, ma anche di metter mano ad un concreto programma alternativo di rilancio dello sviluppo del paese, base materiale della resistenza contro le iniziative ostili che, almeno in un primo momento, si concretizzerebbero proprio nel tentativo di strangolamento economico. Una simile alleanza non può non prevedere un riavvicinamento di ciò che in questi anni è stato (a volte artificiosamente) separato: e quindi una riunificazione dei diversi spezzoni in cui si è frammentato il lavoro dipendente, ed una nuova relazione tra l’intero mondo del lavoro dipendente ed una parte significativa delle piccole e medie imprese. Questo riavvicinamento si presenta indubbiamente come cosa assai difficile, e richiede decisi mutamenti di atteggiamento sia agli uni che agli altri. Proprio per questo conviene parlarne da subito, e con franchezza, precisando che quanto dirò vale sia nell’ipotesi di una rottura prodotta dal nostro paese che nell’ipotesi di una rottura subita: le turbolenze ed i rischi di regressione in questo secondo caso non sarebbero inferiori (anche per la presenza di una ormai innegabile tendenza alla guerra) alle conseguenze di un nostro scatto di dignità nazionale.

Ennio Abate: Su una mia critica a Israele mediante slogan

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Su una mia critica a Israele mediante slogan

di Ennio Abate

Dal 10 luglio 2014 ho intrattenuto un fitto confronto su quanto sta succedendo a Gaza con diversi interlocutori (in privato, sul sito di «Poliscritture», su FB). Qui replico pubblicamente a un amico ebreo che ha mosso varie accuse-obiezioni (nel testo tra virgolette)  al commento con disegno (sotto) che pubblicai il 25 luglio (qui) . Tengo a precisare che il disegno – del 1984  e mio – era  dedicato alla Shoa [E.A.]

«Quello stato è nato con la forza e la guerra,
la forza e la guerra possono mantenerlo o distruggerlo».
(Franco Fortini, I cani del Sinai, in Saggi ed Epigrammi, p. 407, Mondadori, Milano 2003)

abateCaro…

perché sei rimasto tanto colpito  da scrivermi: «ti accuso di aver usato uno slogan falso e torvo»?

Sarà che in quel titolo sarcastico («Premiata macelleria di Stato israeliana dal 1948») si riassume la mia “ideologia filo palestinese” che mal sopporti? Sarà che ho messo in evidenza unicamente il lato omicida non solo dell’«operazione Margine protettivo» ma dello Stato d’Israele?

Sarà che ho dato peso alla «conta dei morti», operazione che ritieni emotiva e ideologica?

C’è qualcosa che ancora oggi non capisco della tua reazione. Ma, aggirando il tono inquisitorio (da accusatore a imputato) delle domande polemiche che mi hai rivolto, vedrò di dire pacatamente le mie ragioni:

Domanda: « “A che pro” quello slogan?».
Risposta: Allo scopo di esprimere l’insofferenza (non solo mia, per fortuna) per le troppo numerose uccisioni di civili inermi compiute da uno degli eserciti più potenti del mondo ormai da decenni per contrastare dei nemici (prima l’OLP ora Hamas), insidiosi senz’altro ma inconfrontabili alla sua potenza di fuoco. (L’asimmetria  militare è un dato innegabile e non trascurabile quando si valuta quel conflitto).

Sebastiano Isaia: Psicoeconomia, deflazione e altro ancora

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Psicoeconomia, deflazione e altro ancora

Sebastiano Isaia

o.235936Con gli allarmistici articoli dedicati alla deflazione («Incombe l’incubo della deflazione») questa estate abbiamo assistito al più classico dei processi di inversione di causa ed effetto. Un po’ come quando lo stolto attribuisce la causa della sua febbre al termometro, l’innocuo strumento che si limita a registrare l’effetto termico della malattia che tanto lo tormenta (1).

«Per ritrovare una fase depressiva così lunga sul fronte dei prezzi – scriveva Il Corriere della Sera del 12 agosto –, occorre andare indietro di oltre mezzo secolo. Oggi combattiamo contro una recessione recidiva, che sta sfibrando il tessuto produttivo. E perché il calo dei prezzi non è una buona notizia? Non è tanto per il fatto in sé quanto piuttosto per l’effetto che genera sulle aspettative del consumatore. Che aspettandosi ulteriori cali rinvia potenzialmente all’infinito gli acquisti in programma convinto che così facendo risparmierà ulteriormente. Un bel grattacapo per l’economia». Un grattacapo che da sempre ossessiona soprattutto quella che possiamo chiamare psicoeconomia, ossia l’economia politica che ha messo al centro della prassi economica le aspettative: dei consumatori, degli investitori, dei lavoratori, dei creditori e via discorrendo.

Lungi da me negare l’esistenza di moventi psicologici individuali e di massa nella sfera economica; il mio “materialismo” non è poi così volgare come forse crede qualche lettore dei miei modesti post.

Piotr: Il chiarimento del caos

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Il chiarimento del caos

Perché gli USA usano l'ISIS per conquistare l'Eurasia

di Piotr

Una straordinaria analisi a firma Piotr. Cos'è la Terza guerra mondiale a zone di cui parla il papa. I veri confini del dibattito su ISIS, Di Battista, l'Ucraina, i curdi

news 2135681. I corsari erano dei privati (spesso armatori) che ingaggiavano comandanti abili nella navigazione per perseguire propri interessi in condominio con quelli politici di una potenza che li forniva, appunto, di una "lettera di corsa". Tale lettera li abilitava ad attaccare e saccheggiare navi di altre potenze sotto particolari condizioni (solitamente una guerra).

Le attività dei pirati e quelle dei corsari erano praticamente le stesse. Cambiavano solo le coperture politiche ufficiali. Diversi corsari finirono la loro carriera come pirati, a volte impiccati dagli stessi governi che li avevano ingaggiati.
 
Di fatto i corsari potevano permettersi di fare quelle cose che uno Stato riteneva politicamente e/o economicamente imprudente fare.
 
Una variante molto più in grande ed organizzata erano le Compagnie commerciali dotate di privilegi, come la famosa Compagnia Inglese delle Indie Orientali, che benché totalmente private (la Corona inglese non possedeva nemmeno un'azione delle Compagnie inglesi) avevano il nulla osta per condurre guerre e attività di governo.
 
Corsari e pirati hanno smosso le fantasie romantiche e libertarie di generazioni di persone che invece storcevano il naso per le imprese dei loro mandanti. 
 
Oggi la storia si ripete. In peggio.

Guido Viale: La spending spiana comuni

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La spending spiana comuni

Guido Viale

Anci contro la Spending ReviewSenza soluzione di continuità nel passaggio da Tremonti a Bondi e da Cottarelli a Gutgeld, e da Prodi e Berlusconi a Monti e da Letta a Renzi, la spending review sta planando come un avvoltoio su coloro che ne potrebbero essere i protagonisti, perché sono gli unici a sapere come stanno veramente le cose, e che invece ne sono le vittime: i dipendenti delle amministrazioni pubbliche. L’obiettivo più immediato sono i Comuni, con i quali si va a colpire la democrazia nel suo punto più vitale ma anche più esposto. Vitale perché i Comuni incarnano la tradizione europea dell’autogoverno democratico a base associativa; perché i Comuni e le loro aggregazioni rappresentano la democrazia di prossimità e il possibile punto di applicazione di una democrazia partecipata; perché i Comuni sono tuttora i responsabili dei servizi pubblici locali, cioè di ciò che più direttamente condiziona lo svolgimento della nostra vita quotidiana. 

 
Ma i Comuni sono l’oggetto delle brame di chi governa la spending review proprio perché i sevizi pubblici locali sono l’obiettivo di un saccheggio e di un meccanismo estrattivo messi in moto da un capitalismo che non è più in grado di garantire margini d profitto adeguati con l’investimento nell’industria. E la forma giuridica della società per azioni (Spa), sia interamente pubblica che mista, cioè pubblico-privata - in cui si sono andati costituendo nel corso degli ultimi venti anni quasi tutti i servizi pubblici locali - rappresenta il primo stadio della privatizzazione. Gli affidamenti diretti (cioè senza gara: il cosiddetto in-house) di cui beneficiano li rende particolarmente esposti a questa aggressione. Per svariati motivi.

Karlo Raveli: Verso la metamorfosi completa dell'“operaio” sociale

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Verso la metamorfosi completa dell'“operaio” sociale

Karlo Raveli

marx cortandose las uñas del pieLe riflessioni di Andrea Fumagalli in “Per una metamorfosi della rappresentanza e del conflitto sociale” segnano a mio modo di vedere, anche se non ho una conoscenza esaustiva del processo teorico in corso in Italia, un passo decisivo verso la ricomposizione teorica su/della classe operaia. In sé, visto che il “per sé” è ancora un po' lontanino.

Detto in parole povere, ci stiamo finalmente avviando verso il funerale della “classe lavoratrice”. Anche se nel general intellect è tutt'ora dominante quel linguaggio (come Sistema Operativo) “marxista” ereditato dai primordi della lotta di classe nel capitalismo, quando la classe operaia, classe radicalmente antagonista del modo di sviluppo – che comprende la produzione... - capitalista, venne “scambiata...” con il suo settore lavoratore salariato, industriale oltretutto, con tutte le fatali conseguenze che tutt'ora sopportiamo.

Tant'è che lotta di classe operaia non è ancora, mai soggettivamente, esistita sul pianeta Terra.

Marx indicò in modo definitorio e categorico l'origine e il principio delle classi nell'attuale sistema sociale. È nella contraddizione fondamentale del capitalismo, tra appropriazione privata (sotto tutte le sue forme, le attuali ancor più) e carattere sociale della produzione e attività umana, che prendono corpo i due campi sociali radicalmente antagonisti. Quindi: non solo nello sfruttamento, alienazione e poi coscienza di classe. Il termine operaio, e classe operaia, non comprende solo il suo settore – oggi sempre più minoritario - degli sfruttati salariati, tanto più se fissi e stabili nella struttura produttiva “classica”.

Alberto Burgio: L’inchino europeo al capitale privato

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L’inchino europeo al capitale privato

Alberto Burgio

26eco1f01-crisi-austerity-spagna-782451Afferma un cele­bre ada­gio che nella per­vi­ca­cia si annida il demo­nio. Se è vero, le lea­der­ship euro­pee sono pri­gio­niere di potenze infere. Da sette anni inflig­gono ai pro­pri paesi e alle loro eco­no­mie una tera­pia nel segno dell’auste­rity che dovrebbe debel­lare la crisi e rimet­tere in moto la cre­scita. Non solo que­sta cura non ha pro­dotto nes­suno dei risul­tati attesi. Tutte le evi­denze depon­gono in senso con­tra­rio, al punto che sem­pre più nume­rosi eco­no­mi­sti main­stream si pro­nun­ciano a favore di poli­ti­che espan­sive. Ciò nono­stante la musica non cam­bia, nem­meno ora che l’Istituto sta­ti­stico nazio­nale della Ger­ma­nia fede­rale ha reso noti i dati sul secondo seme­stre di quest’anno. Anzi, il man­tra delle «riforme strut­tu­rali» imper­versa più forte che mai.

Insomma, il demo­nio sbanca. O c’è sem­pli­ce­mente un dio dispet­toso che si diverte ad acce­care gente che vuol per­dere. Sta di fatto che a suon di «riforme» l’Europa si sta sui­ci­dando, come già avvenne nel secolo scorso dopo il crollo di Wall Street, nono­stante il buon esem­pio degli Stati uniti roo­se­vel­tiani, che pure di capi­ta­li­smo ne capivano.

Que­sta è una let­tura pos­si­bile. I capi di Stato e di governo e i grandi ban­chieri sta­reb­bero sba­gliando i conti. Per super­bia e pre­sun­zione, forse per inca­pa­cità, come pare sug­ge­rire il mini­stro Padoan par­lando di pre­vi­sioni errate.

Roberto Bugliani: Nota sulla psicoanalisi lacaniana

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Nota sulla psicoanalisi lacaniana

di Roberto Bugliani

lacan-062Questo impegnativo articolo di Roberto Bugliani  – una versione ridotta di un suo vecchio saggio, “Psicoanalisi e idealismo”, pubblicato decenni fa in Le parole di Mefisto, Contraddizione edizioni, Roma 1990 – riprende e sviluppa un suo commento (qui) seguito alla citazione che avevo fatto nell’articolo sui rapporti tra Zanzotto e Fortini di due passi di un saggio di Roberto Finelli (qui).  Le questioni teoriche erano affrontate da Lacan in uno stile caratterizzato sicuramente da una  notevole “oscurità” e complessità di linguaggio, perché egli si rivolgeva innanzitutto agli “addetti ai lavori” (agli psicanalisti accusati di essere diventati «manager delle anime»). Ebbero tuttavia una risonanza notevole nei movimenti seguiti al ’68. Oggi possono parere ancora più ostiche, ma vale la pena di tornarci su e di spenderci un po’ di studio.

Il punto centrale dello scritto di Bugliani è quello allora molto controverso della scientificità della psicanalisi. La sua tesi, vicina almeno nella conclusione a quella di Finelli,   è che Lacan radicalizzi «la negazione d’un qualsiasi nesso tra la ricerca scientifica e la scoperta freudiana». E spezza perciò l’impostazione dialettica del rapporto Io-Es stabilito da Freud: «il discorso lacaniano non solo non intende rafforzare l’Io, ma lo fa addirittura svanire nel “luogo d’essere” (Heidegger amava dire che il linguaggio è la casa dell’essere)». (E.A.)
 
 
“La teoria di Freud [...] resta il nostro filo conduttore”; così esordisce Lacan nel suo seminario Psychologie et métapsychologie del 1954 costituente la “nuova fase” del suo rétour à Freud, in cui definisce “la nozione freudiana dell’io” una vera e propria “rivoluzione copernicana“[1].

Militant: Il dibattito post-comunista sul terrorismo

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Il dibattito post-comunista sul terrorismo

Militant

Terza-guerra-mondiale-COPYRIGHT-AENNE-BLOG-RIP SENZA-AUTORIZZAZIONE-VIETATADavvero interessante il dibattito avvenuto in questi giorni sulle colonne del Manifesto tra Angelo D’Orsi e Giuliana Sgrena. Pur avvenuto su un quotidiano che ancora si definisce “comunista”, pur non essendolo – quotidiano e comunista – da svariati anni, riesce a mettere di fronte due opinioni (apparentemente) opposte, nessuna delle quali riesce ad uscire dal punto di vista borghese di vedere il mondo.

Ad Angelo D’Orsi il compito di aver aperto le danze con un articolo in cui, in buona sostanza, giustificava le parole di Di Battista. Nessuna riflessione fra lotta armata e terrorismo, nessun tentativo di distinguere le ragioni politiche di chi combatte con la forza, solo una parossistica – e molto borghese purtroppo – infatuazione verso il terrorismo in quanto tale, di qualsiasi posizione esso sia. Ora, risulta anche a noi evidente il senso delle intenzioni di D’Orsi, che condividiamo pienamente: non si giudica il terrorismo in base alle liste di proscrizione stilate dall’agenzia di sicurezza statunitense. Il fenomeno terrorista va contestualizzato, interpretato e risolto da un punto di vista politico, non poliziesco. Il problema è che da anni manca un linguaggio politico capace di descrivere pienamente questi concetti, perché per anni queste stesse persone, che oggi giocano a fare i liberali con i terroristi, hanno accomunato ogni forma di lotta di classe che usasse la forza proprio al terrorismo, condannando senza cedimenti gli strumenti dei subalterni alle ragioni della democrazia liberale.

Elisabetta Teghil: I sogni muoiono nel pomeriggio

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I sogni muoiono nel pomeriggio

Elisabetta Teghil

fine-del-mondoIl 4 agosto 1914 il gruppo parlamentare socialdemocratico al Reichstag, il parlamento tedesco, votò i crediti di guerra. Il fatto suscitò una grande impressione perché l’Internazionale socialista si presentava e veniva percepita e letta come la principale forza politica antimilitarista. Un tratto che la caratterizzava perché la dichiarazione di guerra del 28 luglio 1914 non fu un fulmine a ciel sereno, ma era messa in preventivo da diverso tempo.

Ma le premesse si erano viste quando Rosa Luxemburg pubblicò “L’accumulazione del capitale”. Fu proprio questo lavoro che rivelò lo spessore dei disaccordi che segnavano con una linea di frattura l’Internazionale socialista.

Per Luxemburg le condizioni create dall’imperialismo: lotta per le colonie, competizione fra le grandi potenze, caratteristiche proprie, cannibalistiche e onnivore, del capitalismo, non potevano che sfociare nella guerra accompagnata dallo sviluppo dell’apparato industriale bellico che diventava il volano dell’economia dei singoli paesi. L’opera, pubblicata nel gennaio del 1913, subì forti e scomposti attacchi da tutti quelli che, guarda caso, poi votarono la causa della guerra nei loro rispettivi paesi. In particolare si distinsero Eckstein e Bauer.

Pietro Piro: Il filosofo armato

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Il filosofo armato

Ludovico Geymonat e l'analisi delle sconfitte della Resistenza

di Pietro Piro

È un uomo chi, a un certo punto della propria vita, sa dire di no, e tale no è irremovibile.
Piero Martinetti
Correndo il rischio di scandalizzare bisogna dire così: la gioventù è impazzita nella violenza perché non ne poteva più della sua pace; perché la pace in cui viveva era chiaramente una pace marcia. C’è infatti pace e pace, come c’è violenza e violenza. Ci sono paci morte e paci vive, ci sono violenze stupide e ripugnanti e ci sono violenze meravigliose e creatrici. L’uomo non può vivere senza violenza e così pure la pace delle società. L’importante è scegliere bene l’oggetto per cui si entra in uno stato di collera. Quando l’uomo si sente vivo e non viene invitato ad abbandonarsi a violenze creatrici, ma solo a «stare calmo» e ad «essere saggio», è la vita stessa a fargli perdere la testa.
Abbé Pierre, Lettere all’Umanità. Maggio 1968
 
geymonat1. Un filosofo in armi: Ludovico Geymonat
 
Si fa molta fatica a immaginare il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, appostato dietro un sasso di montagna, con un fucile in mano, mentre cerca di far rallentare una colonna di soldati tedeschi a caccia di partigiani. 
 
Eppure, il filosofo, matematico ed epistemologo italiano, i cui sette volumi della monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico non possono mancare nella biblioteca di ogni uomo di cultura, non solo è stato un partigiano ma è stato anche – a nostro avviso – uno dei più lucidi interpreti del fenomeno della Resistenza e delle cause della sua sconfitta.
 
Riprendiamo le sue analisi dal titolo: Per un’analisi critica della Resistenza (riflessioni che nascono come testo di una conferenza per studenti liceali) contenute nel volume: La società come milizia a cura di Fabio Minazzi edita da Marcos y Marcos, Milano 1989 (il testo è stato anche ristampato nel 2008 dalla casa editrice Città del Sole). 

Andrea Stroscio: Rischiarare le tenebre della politica in Italia

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Rischiarare le tenebre della politica in Italia

di Andrea Stroscio

L’autore discute in questo articolo alcuni dei contributi presenti nel numero uno di Pandora. Puoi scaricare il PDF del numero completo a questo link.

32 Delacroix-la battaglia di nancyCondivido in generale la prospettiva per una critica del presente, per fare uscire la politica dalla sua crisi e per un recupero di autonomia politica della sinistra avanzata da Mario Tronti, in particolare nel suo libro dell’anno scorso e recentemente nel suo articolo sul primo numero di Pandora. La direzione indicata da Tronti ci aiuta a uscire dal disorientamento politico, ad avviare una riflessione collettiva sui primi passi da muovere per una riorganizzazione delle forze in campo e ad arginare la deriva antipolitica in favore di una politica forte e intelligente, che dica parole e pensieri propri, antagonista e autorevole, capace di incidere sulla realtà e di mediazione. Si tratta innanzitutto di stare, come intellettuale, da una parte, che è politica nel senso di una forza collettiva che critica lo stato di cose presente e si organizza per trasformarlo, riferendosi a quel punto di vista. E conseguentemente condivido il percorso parallelamente indicato da Giacomo Bottos su Pandora per riavvicinare teoria e prassi di trasformazione del mondo, per rimettere in contatto politica e centri di riflessione e ricerca, per un modo di parte di stare nei partiti e nei sindacati dei lavoratori e di confrontarsi con l’associazionismo, le aggregazioni, il terzo settore, che li riavvicini e li ripoliticizzi.

Mi colloco però a un livello di elaborazione meno avanzato, più limitato e incompleto, rispetto alla loro proposta di ricostruzione politica, anche se al contempo e contraddittoriamente avverto, mi sembra più di loro, l’esigenza di un progetto politico collettivo già da subito più concreto.

Giovanna Cracco: Reshoring

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Reshoring

Dietro la reindustrializzazione dell’Europa

di Giovanna Cracco

Coming Home - HH Swiss Machined ComponentsLa crisi dell’economia reale nei Paesi a capitalismo avanzato, seguita alla crisi finanziaria e alla crisi (speculazione) dei debiti sovrani, è stata lasciata andare alla deriva come una nave fantasma. Eppure capitani ce n’erano – la classe dirigente politica ed economica – e ciurma ce n’è sempre in abbondanza – lavoratori, pensionati... cittadini. Si può pensare che chi stabilisce la rotta sia incapace, o sedotto dal canto delle sirene, in questo caso quelle dell’ideologia neoliberista, ma è in genere una risposta di comodo, assolutoria, perché contempla l’attenuante della stupidità che porta con sé quella della buonafede. Ed è difficile credere a quest’ultima quando si leggono le relazioni che i ‘capitani’ si scambiano ai meeting e alle riunioni internazionali.

In tutte le analisi, la ragione della crisi è individuata nella deindustrializzazione messa in atto negli ultimi vent’anni. La globalizzazione, ossia la libera circolazione di merci e capitali che ha permesso la finanziarizzazione dell’economia e la delocalizzazione della produzione nei Paesi a basso costo del lavoro, è stata servita ai cittadini accompagnata dalla tesi secondo cui la chiusura delle fabbriche nei Paesi a capitalismo avanzato rispondeva a una naturale progressione della loro economia verso una struttura di tipo terziario.

Luigi Pandolfi: Togliatti e la democrazia in Italia

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Togliatti e la democrazia in Italia

Luigi Pandolfi

Cinquant'anni fa, il 21 agosto del 1964, moriva a Yalta Palmiro Togliatti. Di seguito un mio scritto sulla strategia del segretario del Pci nel dopoguerra, sul Partito nuovo e la costruzione della democrazia in Italia, tratto dal libro "Un altro sguardo sul comunismo. Teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico" (Prospettiva, 2011).

1.1-Democrazia-Togliatti1Non c'è dubbio che il PCI sia stato, con una certa coerenza almeno fino ai primi anni settanta, parte integrante del movimento comunista internazionale, che aveva nell'Unione sovietica e nell'esperienza della Rivoluzione d'Ottobre, il suo punto di riferimento storico-politico e ideologico, la sua radice fondante. Un'ovvietà, si potrebbe dire.

Altrettanto vero è che, già a partire dai primi anni quaranta, segnatamente con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944, il Partito Comunista Italiano abbia profondamente rinnovato la sua strategia di lungo periodo, ragionando sulla necessità di inserirsi pienamente nel sistema democratico in formazione, adeguandosi sia organizzativamente che culturalmente alla nuova evenienza.

La "svolta di Salerno" non fu un espediente tattico per prendere tempo, in attesa del momento propizio per la rivoluzione, per l'instaurazione in Italia di un regime politico sul modello sovietico. No. Si trattò di una svolta vera, con implicazioni importanti sia sul piano teorico e programmatico che sul piano organizzativo.

L'idea di Togliatti, che alla lunga si rivelerà vincente e di grande forza propulsiva, era quella di costruire nel nostro paese un partito di massa che, sebbene regolato da una forte disciplina interna, avesse la capacità di attrarre sui contenuti della sua politica porzioni molto larghe della società italiana. Un partito che, pur non perdendo la sua natura classista, sapesse coniugare conflitto sociale e politica istituzionale, radicamento municipale e autonoma rappresentanza di classe.

Cristina Morini: La strategia della lumaca

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La strategia della lumaca

Teatro Valle, alcuni appunti

di Cristina Morini

img 16562Che cosa resta di una torre che venga svuotata da chi ci è entrato o di un teatro occupato che decida di disoccuparsi? Che cosa rimane, che cosa si acquista e che cosa, eventualmente, rischia di perdersi nei passaggi? Oppure, ancora: è possibile pensare che il tipo di processo interno all’esperienza abbia condotto, indifferibilmente, sin dal principio, verso l’uscita, ovvero abbia influenzato la conclusione della storia?

La chiusura del caso del teatro Valle i cui occupanti hanno accettato di lasciare lo spazio perché venga “messo in sicurezza” in cambio di “riconoscimento”, al di là degli aspetti tecnici e dei dettagli dell’accordo con il comune di Roma e con il ministero dei Beni Culturali, ci offre l’occasione di fare un breve riepilogo dei ragionamenti sull’esperienza dei teatri occupati e sul lavoro cognitivo già avviate da qualche tempo. Non si tratta di esprimere giudizi di merito o di stilare classifiche tra il bene e il male, il giusto o lo sbagliato, il vero o il falso, ma di azzardare diagnosi da cui distillare qualche possibile insegnamento. Premetto anche che è assai lontano da me, nello scrivere queste note, il desiderio di appoggiare una sorta di estetica della lotta o del conflitto fine a se stesso. Ma devo ammettere subito che ritengo altresì che la vicenda abbia innanzitutto provato che scongiurare il pericolo per via legale non è possibile. Perché la legge, come si sa, non sta mai dalla parte dei deboli.

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