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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Giorgio Gattei: Quel capitale pericoloso: tutte le formule di Piketty

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economiaepolitica

Quel capitale pericoloso: tutte le formule di Piketty

Giorgio Gattei

blogdilifestyle e977e038c7c08225ac7baeb170ee9dfe1. Se si fa tanto di arrivare alla fine del Capitale nel XXI secolo (Bompiani, 2014, ma le indicazioni bibliografiche del testo sono dall’edizione inglese) di Thomas Piketty il godimento è assicurato – però che fatica! S’imparano tante cose, tranne forse l’impianto analitico che le regge, che può sfuggire al lettore sommerso com’è da una quantità di grafici e tabelle. Eppure quell’impianto teorico è ben presente a partire dalla conclusione teorica che dice che, quando il tasso di rendimento del capitale (al netto delle tasse) supera il saggio di crescita del reddito, le diseguaglianze economiche aumentano fino a poter risultare «incompatibili con i valori meritocratici e i principi di giustizia sociale su cui si fondano le moderne società democratiche» (p. 26). Infatti, quando «l’imprenditore tende inevitabilmente a diventare un rentier sempre più dominante su coloro che non posseggono altro che il proprio lavoro, il capitale si riproduce più velocemente dell’aumento della produzione e il passato divora il futuro» (p. 571).

Ora questa «contraddizione centrale del capitalismo: r > g» (p. 571), che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913 (a che serve, come fa l’autore, cominciare dall’anno zero d.C.?), salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cfr. fig. a p. 356) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dove la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito:

Lelio Demichelis: La deflazione dei diritti e la rottamazione del dizionario politico

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La deflazione dei diritti e la rottamazione del dizionario politico

di Lelio Demichelis

renzusconiFacciamo un gioco: se la deflazione – come dicono i manuali di economia – è quella fase di contrazione o di stagnazione o di sviluppo nettamente inferiore al normale, della produzione e del reddito, allora oggi (ma in progressione crescente a partire dai primi anni ’80 del ‘900)siamo in piena deflazione politica, civile e sociale. I diritti sociali si contraggono in nome della competitività; la democrazia ristagna sotto il mantra delle larghe intese e della coesione nazionale e del ‘lo impongono i mercati’; i diritti politici e civili sono progressivamente compromessi.

Deflazione. E non recessione. Perché la deflazione – rispetto alla recessione – viene determinata anche dai comportamenti della politica, che appunto producono (consapevolmente o per la reiterazione di un errore) un arresto dello sviluppo. E se questa fase di crisi economica in Europa è l’effetto delle politiche di austerità di questi ultimi anni – politiche lapalissianamente surreali ma in realtà adottate e perseguite con ostinazione in nome della prosecuzione con altri mezzi di quell’ideologia neoliberista che ha portato il mondo (e soprattutto l’Europa) allo sfascio ma che resta saldamente al potere – ebbene era evidente da subito che questa fase sarebbe stata anche l’occasione ulteriore (un’occasione ghiotta, da non perdere) per accentuare ancora di più lo smantellamento dello stato sociale nato nel secondo dopoguerra e per de-democratizzare il capitalismo (ovvero per far regredire il sistema rispetto alla sua fase di democratizzazione avvenuta in quelli che si definiscono come i gloriosi trent’anni).

Carlo Formenti: La riscossa dei tecnoentusiasti del Web

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La riscossa dei tecnoentusiasti del Web

Alcune riflessioni critiche

di Carlo Formenti

Digital-Advisroy-Group-crescita-di-Internet-Italia-638x425Nel 2011 pubblicai un saggio1 nel quale sostenevo la tesi secondo cui la Nuova Economia si fonda sullo sfruttamento del lavoro gratuito di miliardi di utenti della Rete. Un lavoro che innescò meno polemiche di quanto mi aspettassi, perché, evidentemente, avevo sfondato una porta aperta. Infatti oggi quella tesi è ampiamente condivisa, benché se ne traggano conseguenze divergenti sul piano economico, politico e ideologico. Uno dei paragrafi del terzo capitolo si intitolava I guru pentiti rileggono McLuhan e analizzava, fra gli altri, il pensiero di Nicholas Carr, Jaron Lanier e Sherry Turkle, tre autori che, già ardenti fautori della rivoluzione digitale, avevano successivamente maturato una visione più critica degli effetti di Internet su economia, società e cultura.

Oggi i motivi per riflettere sugli effetti indesiderati delle nuove tecnologie sono aumentati esponenzialmente: basti pensare alla messa in opera di quella gigantesca macchina di spionaggio globale di cui siamo venuti a conoscenza grazie all’ex contractor nella Nsa, Edgar Snowden. Tuttavia i pentimenti non sono aumentati; al contrario: fatta eccezione per alcuni casi, come quello di Evgenij Morozov, che ha il merito di avere demolito le tesi che esaltano il ruolo “democratizzante” della Rete, siamo di fronte a una riscossa dei tecnoentusiasti.

Antiper: La bella mente e la gelida manina. Strategie competitive e strategie cooperative. Capitalismo vs comunismo

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antiper

La bella mente e la gelida manina. Strategie competitive e strategie cooperative. Capitalismo vs comunismo

di Antiper

orgarhythm-ps-vita 118378 ppJohn Nash è divenuto noto al grande pubblico per essere stato impersonato da Russell Crowe nel film A beautiful mind che racconta la sua vita e la sua sofferenza psichica; Nash, afflitto per molti anni da schizofrenia paranoide, internato, sottoposto ad elettroshock, è stato a lungo convinto di lavorare per la CIA alla decifrazione di messaggi in codice dei sovietici. Un particolare significativo, questo, che parla di un uomo che pensava di aiutare il proprio paese a combattere i comunisti. Eppure, proprio le sue intuizioni a proposito della Teoria dei giochi (che gli sono valse il Premio Nobel per l'Economia nel 1994) possono essere considerate, da un certo punto di vista, un formidabile argomento a favore del comunismo.

Nel film, mentre è al pub con gli amici, Nash espone la sua idea su quale dovrebbe essere la strategia da adottare per fare la corte alle ragazze:

“Adam Smith va rivisto! ...Se tutti ci proviamo con la bionda, ci blocchiamo a vicenda. E alla fine... nessuno di noi se la prende. Allora ci proviamo con le sue amiche, e tutte loro ci voltano le spalle, perché a nessuno piace essere un ripiego. Ma se invece nessuno ci prova con la bionda, non ci ostacoliamo a vicenda, e non offendiamo le altre ragazze. È l'unico modo per vincere.

Umberto Romagnoli: La vertigine neoliberista

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inchiesta

La vertigine neoliberista

Il datore di lavoro è più uguale del suo dipendente

Umberto Romagnoli

animal farm by damien brUn’autorevole storiografia attribuisce al diritto del lavoro un ruolo di pedagogia di massa sostenendo, non a torto, che avrebbe educato moltitudini di artigiani spiazzati dall’avvento della grande manifattura, e di contadini non più del tutto contadini, all’idea che la cosa più giudiziosa che si potesse fare era quella di smetterla di rincorrere il sentimento di giustizia offeso dalle forme di dipendenza imposte dal capitalismo moderno all’interno di luoghi di produzione estranei agli schemi cognitivi sedimentati nella memoria collettiva delle precedenti generazioni.

Piuttosto, conveniva inventarsi il modo di attrezzarsi per lottare contro la diseguaglianza ridicolizzata da George Orwell: rispetto al suo dipendente il datore di lavoro è “più” eguale. Sia nel momento in cui stipula il contratto sia nella fase di esecuzione del rapporto che ne scaturisce. Per questo, l’orizzonte di senso in cui si è sviluppato il diritto del lavoro del ‘900 era segnato dalla condivisione di un’esigenza propria dei più spaesati e riluttanti protagonisti della rivoluzione industriale: quella di attenuare gli effetti della strutturale asimmetria che è all’origine di una supremazia di fatto nemica del principio di eguaglianza caro alla cultura giuridica (non solo) liberal-democratica.

Adesso, invece, i neo-liberisti non possono sentirne parlare senza farsi prendere dalle vertigini.

Maurizio Sgroi: Usa al bivio

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the walking

Usa al bivio

di Maurizio Sgroi

xi obama cina usa 500La ripresa inconcludente

Negli anni ’30 del secolo scorso gli Usa inventarono il New Deal per uscire dalla Grande Depressione. Negli anni ’10 del nostro secolo, quale sarà la risposta degli Usa alla Grande Recessione iniziata nel 2008? La risposta a questa domanda, attesa da tutto il mondo, servirà a comprendere sul quali strade si incamminerà la resa dei conti ormai imminente fra i grandi creditori e i grandi debitori, appartenendo gi Usa a quest’ultimi.

Finora l’unica voce che ha parlato chiaro è stata quella della Fed, che ha quadruplicato il suo bilancio comprando titoli pubblici Usa e obbligazioni basate su mutui immobiliari per abbassare il tasso di interesse, da un lato, e tornare a dare ossigeno al mercato della finanza immobiliare, che poi è stato quello che ha provocato la crisi, dall’altro. Il governo, di suo, ha contribuito mettendo sul piatto una quantità inusitata di fondi per salvare le banche e il sistema finanziario, oltre ad offrire una generosa garanzia pubblica su parte sostanziosa dei mutui concessi e poi sostanzialmente ha lasciato alla Fed il compito di riparare i danni. La speranza era che l’economia, drogata dal credito facile, si rimettesse in piedi da sola.

Joseph Stiglitz: L’età della depressione

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manifesto

L’età della depressione

Joseph Stiglitz

La crisi dell’euro: cause e rimedi. La miscela esplosiva contemporanea: un modello che mescola declino economico e speculazioni della finanza, una produzione ridotta all’osso e controllata dalle grandi imprese, vecchi risparmi familiari che finanziano consumi impoveriti, una società disuguale, frammentata e disorientata

2009-03-27-joseph-stiglitz-reutersNon ho biso­gno spie­gare quanto sia dram­ma­tica la situa­zione eco­no­mica in Europa, e in Ita­lia in par­ti­co­lare. L’Europa è in quella che può defi­nirsi una «tri­ple dip reces­sion», con il red­dito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una reces­sione vera­mente inusuale.

Così l’Europa ha perso la metà di un decen­nio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è infe­riore a quello del 2008, prima della crisi; se si estra­pola la serie del Pil euro­peo sulla base del tasso di cre­scita dei decenni pas­sati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l’Europa sta per­dendo 2000 miliardi di dol­lari l’anno rispetto al pro­prio poten­ziale di crescita.

Oggi abbiamo a dispo­si­zione una grande quan­tità di dati sull’impatto delle poli­ti­che di auste­rità in Europa. I paesi che hanno adot­tato le misure più dure, ad esem­pio chi ha intro­dotto i mag­giori tagli al pro­prio bilan­cio pub­blico, hanno avuto le per­for­mance peggiori.

Non solo in ter­mini di Pil, ma anche in ter­mini di defi­cit e debito pub­blico. Era un esito pre­vi­sto e pre­ve­di­bile: se il Pil decre­sce anche le entrate fiscali si ridu­cono e que­sto non può far altro che peg­gio­rare la posi­zione debi­to­ria degli stati.

Piotr: Ukr-ISIS Crisis: caos sistemico e caos sistematico

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megachip

Ukr-ISIS Crisis: caos sistemico e caos sistematico

di Piotr

L'Impero è ogni cosa e il suo contrario, un buco nero che tutto inghiotte, dagli ecologisti ai nazisti, dagli islamofobi agli jihadisti. C'è del metodo

news 217701Sulla Stampa on-line è stato pubblicato un articolo sui bombardamenti statunitensi in Siria.

L'articolo è anonimo. Peccato, perché non abbiamo modo di chiedere all'autore se ignora le cose, oppure non le capisce o infine se è semplicemente un oscuro redattore di veline preparate altrove.

Analizziamo solo due passaggi e si capirà il perché della nostra curiosità.

«Dopo tre giorni di offensiva in Siria, più di 350 persone (tra cui civili compresi donne e bambini), sono stati uccisi dalle bombe sganciate dalla coalizione arabo-sunnita guidata dagli Stati Uniti e da quelle - assai più note ai siriani - sganciate dai caccia del regime di Damasco. Nella regione di Idlib, i bombardamenti sono stati condotti quasi all'unisono da caccia della coalizione arabo-occidentale e da velivoli militari russi di Damasco».

Notiamo due punti che nell'economia informativa dell'articolo hanno puramente il ruolo di messaggi subliminali.

a) Le bombe sganciate dai caccia del "regime di Damasco" sarebbero "assai più note ai siriani".

Sottotesto: A Damasco c'è un dittatore (regime) sanguinario che non fa altro che sganciare bombe sul proprio popolo.

Sergio Ferrari: Quali riforme di struttura per uno sviluppo negli anni 2000?

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paolo s labini

Quali riforme di struttura per uno sviluppo negli anni 2000?

di Sergio Ferrari

6a00d83451654569e200e54f74a9a88834-500wiLa questione del mancato sviluppo economico dell’Italia in termini di reddito, di qualità del reddito e di corretta distribuzione dello stesso reddito, sembra trovare con il tempo una attenzione crescente rispetto a quella dedicata alla crisi economica internazionale, che pur investe anche il nostro Paese. Questa maggiore attenzione è certamente dovuta all’aggravarsi della situazione della nostra crisi e dalle smentite sul suo superamento ormai puntualmente confermate dai consuntivi statistici con i quali è pur necessario misurarsi. Una questione, questa dei preventivi/consuntivi, che da sola potrebbe sollevare seri dubbi sulle capacità – non solo nazionali – di mettere sotto controllo e correggere le condizioni che regolano lo sviluppo. I dati ben noti sull’andamento  dell’occupazione accentuano, ovviamente, la preoccupazione per l’andamento di una prolungata dinamica negativa sul piano sociale della nostra economia. Tuttavia tale attenzione non è ancora arrivata a esprimere una interpretazione politica ed economica alternativa rispetto a quella offerta dagli attuali detentori dell’opinione pubblica, fermi a una concezione “neoliberista”. Una visione dell’economia, in base alla quale il libero mercato sarebbe in grado, se svincolato da ogni ingerenza pubblica, di assicurare il pieno impiego delle risorse disponibili, ivi compreso il lavoro, non in grado di fornire una spiegazione accettabile dell’attuale crisi e, quindi, tanto meno in grado di elaborare una terapia. Ed è così che essa sta ora vivendo una fase di difesa attiva facendosi forte dei pulpiti e delle cattedre da tempo occupate a livello nazionale e internazionale.

Riccardo Realfonzo: La favola dei superprotetti

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economiaepolitica

La favola dei superprotetti

Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia

Riccardo Realfonzo

articolo-18-cosa-cambia1. Ridurre le tutele non aumenta l’occupazione

Il governo intende procedere con il Jobs Act introducendo il contratto unico a tutele crescenti: una nuova tipologia contrattuale che potrebbe semplificare la normativa sul lavoro se si accompagnasse alla cancellazione della selva di contratti a termine e a una revisione degli ammortizzatori sociali. La questione più controversa è se questa nuova riforma debba o meno portare a una riduzione della precarietà del lavoro e, in particolare, se si debbano confermare – una volta che il lavoratore abbia maturato il massimo delle tutele – i livelli di protezione garantiti oggi dal contratto a tempo indeterminato, incluso il principio del reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa prescritto dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Esponenti del governo e alcuni studiosi ritengono che l’obbligo di reintegro generi una sorta di superprotezione dei lavoratori a tempo indeterminato, responsabile di accentuare il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè la compresenza di lavoratori superprotetti e lavoratori precari (non protetti), e sia quindi dannoso per gli investimenti e per l’occupazione.

Ma questa tesi suscita forti opposizioni. Proviamo allora a valutare dati alla mano la qualità delle analisi e delle proposte del governo. A questo scopo, facciamo ricorso al famoso database messo a disposizione dall’OCSE per calcolare l’Employment Protection Legislation Index (EPL), che misura il grado di protezione generale dell’occupazione previsto dall’assetto normativo-istituzionale di ciascun Paese.

Guglielmo Forges Davanzati: L’articolo 18, la moderazione salariale e la recessione

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micromega

L’articolo 18, la moderazione salariale e la recessione

di Guglielmo Forges Davanzati

“Quanto più la depressione procede e con essa si accentua il disagio dei capitalisti, tanto più veemente si fa la reazione di questi contro gli operai, la resistenza alle loro pretese, la riduzione violenta dei salari” (Achille Loria, 1899).

Renzi-e-il-nodo-art.18La definitiva abolizione dell’art.18 è destinata a intensificare la recessione. L’ulteriore indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, riducendo i salari, accentua il circolo vizioso che va dalla compressione della domanda interna alla caduta dell’occupazione e del tasso di crescita della produttività del lavoro. L’evidenza empirica smentisce la convinzione secondo la quale la moderazione salariale favorisce l’aumento delle esportazioni e, per questa via, l’aumento dell’occupazione.

Non è l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a frenare la crescita economica in Italia e a tenere alto il tasso di disoccupazione. Non lo è perché la sua applicazione interessa una platea ristretta di lavoratori e perché è già stato, di fatto, superato con la c.d. riforma Fornero; non lo è perché le scelte di assunzione delle imprese non sono motivate da presunte ‘rigidità’ della normativa a tutela dei lavoratori, ma semmai dalle aspettative di profitto (e, dunque, dalla dinamica della domanda aggregata); non lo è – soprattutto – perché è ormai ampiamente provato che non è la deregolamentazione del mercato del lavoro ad accrescere l’occupazione. Per contro, vi è ampia evidenza empirica che mostra che all’aumentare della flessibilità del lavoro – misurata dall’EPL (Employment protection legislation) – l’occupazione non aumenta. Ancora più certo, sul piano empirico, è il fatto che la flessibilità riduce i salari.

Quarantotto: Il saggio "consiglio dei saggi" e la via italiana al ...rilancio dell'occupazione

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orizzonte48

Il saggio "consiglio dei saggi" e la via italiana al ...rilancio dell'occupazione

di Quarantotto

art.18Epigrafe di Mauro Gosmin:

"Ciao Quarantotto, un saluto a tutto il forum. Io credo che siamo all'interno di una follia collettiva paragonabile solo a quella delle due grandi guerre. Leggevo oggi su Voci Dall'Estero che anche nella ricca Germania due lavoratori su tre guadagna meno del 2000. 

Ora ditemi con questi dati, come è possibile che all'interno della CGIL, in particolar modo i loro quadri, si difenda questa Unione in modo fideistico, religioso ed ultraterreno. 

Non c'è verso di fargli capire che l'UEM è stata fatta per permettere ai paesi forti di colonizzare i paesi deboli, e all'interno dei singoli paesi per favorire il grande Capitale a tutto discapito del Lavoro e dei diritti acquisiti. 

Qui secondo me non è più un problema Economico/Giuridico/Storico, ma un problema che investe la Psichiatria. Perchè tanti nostri concittadini ai quali viene sottratto redditi/diritti/futuro si sono innamorati del loro carnefice e nulla scalfisce questo amore, nemmeno la condizione dei propri figli disoccupati e privi di futuro?"

Patrick Boylan: Pacifismo istituzionale italiano: maglia nera del pianeta

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Pacifismo istituzionale italiano: maglia nera del pianeta

Intervista a Patrick Boylan

Alla Manifestazione nazionale "Facciamo insieme un passo di pace" (Firenze, 21-9-2014) è andato come osservatore il nostro Patrick Boylan. Invece di chiedergli un resoconto scritto, abbiamo voluto intervistarlo, in modo che, parlando a tu per tu e a titolo personale, egli potesse esprimersi più liberamente. Non ha avuto peli sulla lingua (25 settembre 2014)

Nato-air-strikesREDAZIONE: Sei andato come osservatore, a titolo personale, alla Manifestazione nazionale Facciamo insieme un passo di pace tenutasi domenica scorsa (21-9-2014) a Firenze, nel magnifico piazzale Michelangelo che sovrasta la città. L'iniziativa è stata indetta dalla Rete della Pace, dalla Rete Italiana per il Disarmo, da Sbilanciamoci e dal Tavolo Interventi Civili di Pace per “dare voce a chi resiste e si oppone in modo nonviolento alle guerre, alle pulizie etniche, alle politiche di guerra, ai regimi dittatoriali, al razzismo, all’apartheid.” Che impressione ti ha fatto?

PATRICK BOYLAN: Terrificante. Un'enorme dispiegamento di mezzi per incanalare nel nulla l'angoscia che provocano nella gente le guerre sempre più vicine a noi: in Afghanistan, in Siria e in Iraq, in Ucraina, in Libia... Tranne per gli interventi sulla Palestina, l'evento sembrava costruito per smorzare le angosce, senza proporre azioni di contestazione – ad esempio, atti di disubbidienza civile che obbligano i manovratori delle guerre ad uscire allo scoperto.

Confesso che, da statunitense, mi sono assai stupito che gli USA non siano stati quasi mai nominati – un primato per una manifestazione contro la guerra nella nostra epoca. Ma non sono stati nominati, o solo raramente, nemmeno i governi presenti e passati italiani e degli altri paesi europei.

Eppure le truppe USA ed europee occupano ancora l'Afghanistan, no? L'aviazione USA ed europea ha devastato con le bombe la Libia ieri e ricomincia a farlo ora in Iraq e in Siria, no? Sappiamo che il conflitto in Ucraina è stato innescato da un golpe armato a Kiev preparato nelle caserme NATO della Polonia, dove venivano addestrate milizie neonazisti ucraine. Quindi sono stati gli USA e gli europei ad innescare il conflitto in Ucraina, no?

Militant: Lo specchietto per le allodole dell’articolo 18

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militant

Lo specchietto per le allodole dell’articolo 18

Militant

licenziamento-Eutelia h partbLa discussione intorno al cosiddetto “jobs act” rischia di essere monopolizzata da una diatriba assolutamente fuorviante, quella cioè sulla presunta conservazione o abolizione dell’articolo 18. Non è quello il centro del discorso, anzi paradossalmente è l’aspetto meno decisivo della riforma proposta. Intendiamoci, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non solo è un perno centrale dei diritti dei lavoratori sul posto di lavoro perché protegge effettivamente i lavoratori dai licenziamenti ingiustificati, ma anche perché li protegge simbolicamente. Senza quel simbolo, vero e proprio argine ideale allo strapotere capitalista anche nei rapporti insiti nella formalità contrattuale, la deriva sarebbe inevitabile. Per intenderci, basta fare un esempio: in Spagna l’abolizione di un vincolo simile all’articolo 18 ha visto non solo l’aumento indiscriminato dei licenziamenti senza giustificato motivo, ma il corrispettivo indennizzo economico al lavoratore licenziato si è mano a mano ristretto fino a diventare una ridicola liquidazione di poche mensilità, anche solo due. Insomma, l’argine dell’articolo 18 permette anche – o forse soprattutto –  il mantenimento di un alto eventuale indennizzo economico per cui potrebbe optare il lavoratore licenziato. L’azienda, cercando di impedire ad ogni costo il reinserimento del lavoratore, con l’articolo 18 è portata a pagare tanto l’eventuale licenziamento.

Lorenzo Battisti: La crescita dell’estrema destra e la fine del mito svedese

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marx xxi

La crescita dell’estrema destra e la fine del mito svedese

di Lorenzo Battisti*

2anAnche se ormai da tempo non corrisponde più alla realtà, per molti italiani l’immagine della Svezia è legata al mito di paese tollerante e solidale, con uno stato sociale avanzato e accogliente verso gli immigrati. Il famoso modello svedese che i socialdemocratici di tutto il mondo indicano come obiettivo.

La cultura popolare, da Stiegg Larsson a Henning Mankell, ci aveva avvertito che la Svezia non corrispondeva più a questo mito e che qualcosa di nero stava crescendo al suo interno. Sarebbe bastata un’osservazione più attenta per vedere i tanti mutamenti di questo paese oltre il mito. Con le elezioni di quest’anno, se non fossero bastate quelle del 2006 e del 2010, questo mito va in frantumi in maniera evidente e clamorosa.


Il social-liberismo trionfa anche in Svezia

Ha davvero dell’incredibile come questa visione mitica della Svezia abbia potuto resistere così a lungo. Il suo crollo infatti è cominciato molti anni fa, quando negli anni ‘70 il Partito Socialdemocratico è prima sceso sotto il 50% ed ha poi perso la guida del governo per la prima volta dopo 40 anni.

Giuseppe Allegri: Classi popolari: la "sinistra" prepara la vittoria di Marine Le Pen

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furia dei cervelli

Classi popolari: la "sinistra" prepara la vittoria di Marine Le Pen

Giuseppe Allegri

huguette-belly-il-faut-sauver-le-commerce-non 333224 800x600Il grande dibattito scatenato in Francia dal libro di Christophe Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, un cowboy solitario percorre le lande desolate della sinistra che porterà al potere la destra reazionaria e sovranista del Front National.

***

Classes populaires. Le livre qui accuse la gaucheQuesto il titolo a tutta pagina di Libération del 17 settembre (qui il resto del dibattito).

Mentre così apostrofa il celebre settimanale Marianne della stessa settimana: Le vere fratture francesi: un'opera esplosiva che spiega l'avanzata di Marine Le Pen”. Aggiungendo che c'è un solo libro che devono leggere Hollande, ma anche Valls, Mélenchon, Bayrou, Juppé, Sarkozy. Cioè tutta la classe dirigente repubblicana francese, dai socialisti moderati e al governo (Valls e Hollande) a quelli pseudo-radicali (Mélenchon), fino alla destra gollista ancora in apnea dopo la sconfitta presidenziale (Juppé e Sarkozy).

Qui l'intero dibattito del settimanale Marianne.

Arundhati Roy: Dalla povertà si possono tirare fuori un sacco di soldi

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comedonchisciotte

Dalla povertà si possono tirare fuori un sacco di soldi

Ma anche un paio di premi Nobel (di troppo)

Arundhati Roy

Filantropia e responsabilidade socialA prima vista il mio libro potrebbe sembrare una critica un po' dura, ma nel rispetto di quella tradizione che riconosce il merito ai propri avversari, potrebbe anche essere letto come riconoscimento della visione, della flessibilità, della raffinatezza, e della determinazione incrollabile di un sistema al quale molti hanno dedicato la loro vita, riuscendo con il loro impegno a far sì che questo mondo restasse solidamente nelle mani del capitalismo.

È una storia coinvolgente, forse svanita dalla memoria del mndo contemporaneo, una storia che cominciò negli Stati Uniti all'inizio del XX secolo, quando venne trovata una forma legale - una legge - che istituiva le fondazioni, fu così che la filantropia delle aziende più ricche e potenti) cominciò a sostituirsi al ruolo finora svolto dalle attività missionarie per aprire la strada al capitalismo (e all'imperialismo) e ai sistemi di controllo del sistema. 

Tra le prime fondazioni istituite negli Stati Uniti ci furono la Carnegie Corporation, finanziata nel 1911 con i profitti della Carnegie Steel Company, e la Fondazione Rockefeller, finanziata nel 1914 da JD Rockefeller, fondatore della Standard Oil Company. I più grossi finanzieri del loro tempo.

A.Fumagalli e C.Morini: Articolo 18, che? Renzi, Camusso ma soprattutto noi

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quaderni s precario

Articolo 18, che? Renzi, Camusso ma soprattutto noi

di Andrea Fumagalli e Cristina Morini

arton21218In questi giorni si discute tanto dell’art. 18, un refrain  che a fasi alterne diventa il fulcro della discussione sulle politiche del lavoro in Italia. Si tratta in realtà di una discussione surreale, perchè da tempo in Italia tale questione ha perso di qualsiasi parvenza di realtà. La “verità” è un’altra. L’art. 18 è già morto. Sul suo cadavere si gioca ben altra partita: il controllo diretto sui lavoratori/trici e l’istituzionalizzazione della condizione precaria come paradigma del rapporto capitale/lavoro.

* * * * *

Il dibattito sull’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è già superato nei fatti. La discussione in corso è puramente ideologica, strumentale per entrambe le parti in causa, cioè governo da un lato e sindacati tradizionali (specie la Cgil) dall’altro. Il governo accusa, ideologicamente, i sindacati di essere ideologici e di non occuparsi delle persone, di essersi sempre occupati solo degli occupati e non dei disoccupati, dei (supposti) garantiti e non dei precari (surreale: potremmo, proprio noi, dargli torto?). La Cgil risponde, su un piano altrettanto ideologico, che depotenziare ulteriormente l’art. 18 significa attaccare direttamente i diritti dei lavoratori, così come fece la Thatcher in Inghilterra alla fine degli anni Settanta, oltre 40 anni fa (in un contesto di valorizzazione e organizzazione del lavoro completamente diversi, tocca ricordare).

Riccardo Bellofiore: “Come se avesse l’amore in corpo”

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essere comunisti

“Come se avesse l’amore in corpo”

Rileggere i Grundrisse dopo il Capitale

di Riccardo Bellofiore

Il testo è una sintesi della relazione presentata oggi, all’Università di Bergamo, al convegno internazionale “Reading the Grundrisse” (Leggere i Grundrisse), organizzato dal dipartimento di Scienze Economiche, nell’ambito dell’unità di ricerca Prin 2006 (coordinata da Mario Cingoli dell’Università di Milano Bicocca), e promosso dall’International Symposium of Marxian Theory e dalla rivista anglosassone “Historical Materialism”

96-dI Grundrisse sono un testo fondativo. L’enorme manoscritto va preso per quel che è: una frenetica, e geniale, stenografia intellettuale. Un testo pieno di ambiguità che hanno permesso letture contrapposte, caratterizzate ora dall’estremo soggettivismo, ora dall’estremo oggettivismo. A me pare che vadano letti in modo diverso da quello corrente, a “ritroso”, sullo sfondo del Capitale . Non nella sequenza inversa, che si è in qualche modo imposta: i Grundrisse “prima” del Capitale . Il che scivola, prima o poi, negli uni “contro” l’altro.

Nei Grundrisse Marx, che ha già ben chiara la distinzione tra “capacità lavorativa vivente” e il lavoro in quanto tale, come “attività”, si esprime ciò non di meno con grande ambiguità: una ambiguità che scomparirà pressoché del tutto nel Capitale. Marx parla, un po’ sbrigativamente, di scambio del “lavoro” con il capitale, uno scambio in cui il lavoro viene ceduto al capitale, e il capitale ottiene in questo scambio stesso ancora lavoro. Il lavoratore per la sua prestazione ottiene nient’altro che il “valore” di questo “lavoro”. Se si leggono queste frasi a partire dal Capitale , il loro senso si scioglie. Di altro non si parla se non della natura duplice del rapporto sociale tra capitale e lavoro: segnato, da un lato, dalla “compravendita” sul mercato del lavoro della forza-lavoro acquistata dal monte salari; dall’altro, dall'”uso” della forza-lavoro nel processo di produzione.

Valerio Evangelisti: I ribelli del Donbass

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carmilla

I ribelli del Donbass

di Valerio Evangelisti

BandaBassottiPutin “socialista”? Per quanto sembri incredibile, c’è chi pare crederlo veramente, sia tra chi lo appoggia che tra chi lo avversa. Poco importa che al recente Foro Nazionale della Gioventù di Seliger (riunione dei giovani del suo partito) abbia definito “traditori” i bolscevichi che, con la loro rivoluzione, minarono lo sforzo bellico russo nella prima guerra mondiale. Per qualche rottame della disastrata “sinistra radicale” italiana, o per i molti furbi che mascherano da nuova guerra fredda l’attuale, gigantesco scontro economico tra capitalismi per impossessarsi delle aree del mondo ricche di materie prime, Putin è una specie di Lenin (o Stalin, o Breznev) redivivo. Eroe per gli uni, spauracchio per gli altri.

Ciò annebbia ancor più la lettura corrente dei fatti d’Ucraina e della secessione del Donbass. Si tratterebbe di un conflitto tra democratici “europeisti” (a prescindere da un buon numero di fascisti e nazisti nelle loro fila) e “filorussi” (balle, sono russi e basta).

Igor Pelgreffi: Europa: speculazione a tempo

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doppiozero

Europa: speculazione a tempo

Un dialogo tra Slavoj Žižek, Srécko Horvat e Alexsis Tsipras

Igor Pelgreffi

1600 x 1200 ancient greece map 001Con Cosa vuole l’Europa? (2014) Ombre corte prosegue la pubblicazione di testi di Slavoj Žižek: se in Chiedere l’impossibile (a cura di Yong-june Park) uscito a fine 2013, era la riflessione di Žižek nel suo complesso l’oggetto esplorato, in Cosa vuole l’Europa?, scritto assieme al filosofo croato Srécko Horvat, il tema è più direttamente politico.

Sedici brevi interventi, otto a testa: un ping pong fra Žižek e Horvat nel quale gli autori tentano di mettere a nudo le contraddizioni economico-politiche che lacerano l’Europa odierna. Ciò che hanno in comune la bancarotta di Cipro, la necessità della Croazia per l’Europa, l’enigma (lo si insegna tuttora nelle scuole europee) dei Balcani, il caso dell’Islanda, oppure la «marcia turca» (pp. 73-77) è di essere focolai di contraddizione apparentemente marginali, ma in realtà profondamente intra-europei. Nell’impostazione mista tipicamente žižekiana, ossia materialistico-dialettica e psicoanalitica, tutti questi casi sono sia sintomi che reali centri-periferici di sofferenza europea. Ma, contemporaneamente, essi sono anche snodi virtualmente generatori di pensiero antagonista.

Per capire che cos’è l’Europa, l’altro (geografico o simbolico, poco importa) va sempre posto in rapporto dialettico con l’identità, come argomenta Horvat commentando Žižek: «lungi dall’essere l’Altro dell’Europa, la ex-Jugoslavia era piuttosto l’Europa stessa nella sua alterità, lo schermo su cui l’Europa ha proiettato il proprio rovescio rimosso» (p. 28).

Lelio Demichelis: Tecno-laici e tecno-dissidenti

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alfabeta

Tecno-laici e tecno-dissidenti

Lelio Demichelis

23cultura-sinistra-reuters-903799Basta distinzioni manichee tra tecno-entusiati e tecno-fobici. Basta considerarci dinosauri tecnologici e conservatori e magari anche reazionari solo perché osiamo cercare di far cadere il muro dell’ideologia della rete con un poco di sano pensiero critico. Basta con le retoriche ormai stucchevoli su come è bella la rete, su come è innovativa la rete e magari anche un poco anarchica e molto libertaria, quando è sempre più autoritaria e peggio del Grande Fratello (Big Data&Datagate).

Basta con le presunte rivoluzioni dei social network, fantasia dei tecno-entusiasti e dei tecno-feticisti occidentali per i quali basta cingettare per cambiare il mondo. E basta con le paginate ossequiose sull’internet delle cose e su come sono buoni e bravi gli oligopolisti della rete quando fanno un po’ di filantropia in giro per il mondo. E basta anche continuare a credere che la rete ci liberi dal lavoro e dalla fatica, visto che è accaduto esattamente l’opposto.

È ora di dire – laicamente e illuministicamente: basta! Dobbiamo essere orgogliosamente laici anche verso la nuova religione e la nuova chiesa della rete. Dobbiamo essere dissidenti contro il cyber-totalitarismo e chiedere e pretendere che la rete sia davvero democratica, davvero libera, davvero controllabile da adeguati contropoteri democratici.

Wu Ming: Come difenderci dai tentacoli di #Expo2015?

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giap3

Come difenderci dai tentacoli di #Expo2015?

Dateci una mano!

Wu Ming

tentacles poster 03Premessa: cosa pensiamo di Expo 2015

Riteniamo Expo 2015 – «Nutrire il pianeta. Energie per la vita» – un Grande Evento Deturpante, Insensato e Indecente, preceduto e accompagnato da Grandi Opere Dannose, Inutili e Imposte.

Le inchieste della magistratura stanno rivelando un alto livello di corruzione e una robusta presenza delle mafie nel sistema di appalti e subappalti di Expo 2015. Finora i poteri che vogliono il megaevento sono riusciti a far finta di nulla, dando la colpa all’occasionale «mela marcia», ma a essere marcio è il cesto, la corruzione è insita nella logica del Grande Evento Devastante, Inaccettabile e Idiota.

Come lo stanno tirando su questo baraccone mangiasoldi pieno di fuffa?

Lo tirano su a colpi di deroghe e poteri speciali, come già visto per altre “grandi opere” e “grandi eventi”, dal post-terremoto in Abruzzo al TAV Torino-Lione.

Lo tirano su accaparrando risorse: costerà almeno 10 miliardi di fondi pubblici.

Lo tirano su sfruttando la gente: per tipologie contrattuali e condizioni di lavoro Expo 2015 è stata definita «un vero e proprio laboratorio della precarietà».

Lo tirano su aggredendo i territori, spianando parchi, gettando grandi colate di cemento, progettando nuove autostrade.

Lanfranco Binni: Nell’occhio del ciclone

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il ponte

Nell’occhio del ciclone

di Lanfranco Binni

tromba daria venezia 672-458 resizeSe perfino il più alto pastore della chiesa cattolica parla di terza guerra mondiale in corso, «a pezzi», non ancora globale, e allerta il suo gregge contro i lupi della guerra, gli spacciatori di armi, gli speculatori finanziari, i politicanti corrotti, e cerca di svegliare le sue pecore dal torpore servile e connivente, la situazione del mondo è davvero grave. Non bastano i disastri ambientali del «progresso» capitalistico che stanno distruggendo il pianeta, non bastano le tragedie delle migrazioni forzate di terra in terra in ogni direzione, non bastano le mutazioni antropologiche indotte dal «mercato», a trasformare in scimmie pseudotecnologiche gli esseri umani, a farne macchine per il consumo; tutto questo non basta, servono guerre e grandi devastazioni, per impadronirsi delle risorse energetiche e contenere la sovrappopolazione. E bisogna fare in fretta.

Il quadro geopolitico è drammaticamente chiaro: alla crisi strutturale del capitalismo finanziario, che da tempo ha superato i suoi limiti di «sviluppo sostenibile», l’Occidente statunitense ed europeo (ne fa parte anche Israele) risponde con strategie di aggressione e dominio, disgregando stati, disarticolando assetti istituzionali, intervenendo militarmente (direttamente o per procura) e attraverso le armi delle campagne mediatiche: la distruzione dell’Iraq, le «primavere» arabe per distruggere la Libia e la Siria, per normalizzare l’Egitto, la «primavera» ucraina per allargare ad est la Nato e l’area di «libero mercato» del trattato transatlantico, il massacro di Gaza per fiaccare la resistenza all’occupazione, prevenire gli accordi tra il governo palestinese e la Cina e sabotare l’istituzione di uno stato palestinese.

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