SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Antonio Negri: A proposito del concetto di Stato-nazione

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A proposito del concetto di Stato-nazione

di Antonio Negri*

imag41«Nazione» è stato, per molto tempo, un concetto difficilmente definibile al di fuori di quell’altro concetto che era lo Stato-nazione. Oggi le cose sono molto differenti.

Ma cominciamo dall’inizio, dunque precisamente dal concetto di Stato-nazione. Due elementi gli hanno dato forma: il primo, politico e giuridico, era quello di Stato; il secondo, storico, etnico e culturale, era il concetto di nazione. Tuttavia, è a partire dal concetto di Stato-nazione che la nazione è diventata una realtà, che la forza sovrana ha dato origine alla nazione. Quando parliamo di nazione, dobbiamo sempre ricordare questa genesi. In ogni caso, la «nazione» è un concetto del quale sono stati proposti vari criteri di definizione, con differenti radici ideologiche. Di solito si prova ad afferrarlo sotto tre profili.

In primo luogo, una categoria che comprende i dati naturali, per esempio l’elemento etnico (la popolazione) e l’elemento geografico (il territorio). L’elemento etnico è stato talvolta collegato con l’idea di razza, anche se il concetto di razza non dà luogo che raramente, secondo i teorici della nazione, a un’applicazione biologica. Quando era questo il caso, si trattava – non solo nel caso ignobile del nazismo – di operazioni politiche prive di ogni fondamento scientifico, in ogni caso terroriste, distruttive e aggressive.

La seconda categoria comprende fattori culturali come la lingua, la cultura, la religione e/o la continuità dello Stato. In alcuni casi può esserci una stretta relazione tra la prima e la seconda categoria: il criterio etnico e il criterio linguistico possono, per esempio, confondersi, così come il criterio politico e il criterio religioso.

Walden Bello: «Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

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«Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

Intervista a Walden Bello

«Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo hanno perso molta credibilità e sono dunque sulla difensiva»

PAR43607In parallelo al Ttip, gli Usa stanno negoziando un accordo molto simile con 11 paesi dell'Asia Pacifico, chiamato Trans-Pacific Partnership (Tpp). In occasione del Forum dei popoli Asia-Europa, tenutosi a Milano dal 10 al 12 ottobre, abbiamo incontrato Walden Bello, celebre teorico del movimento anti-globalizzazione, a cui abbiamo chiesto di spiegarci qual è la strategia globale che lega i due trattati.

 

Oggi i negoziati bilaterali e multilaterali, come il Ttip e il Tpp, hanno di fatto sostituito i negoziati all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

Sì, penso che possiamo dichiarare definitivamente conclusa la fase trionfalista della globalizzazione, che ha raggiunto il culmine negli anni novanta per poi entrare in crisi dopo la storica manifestazione contro il vertice dell'Omc di Seattle, nel 1999. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo, rei di aver provocato la peggiore crisi economica dal dopoguerra in poi, hanno perso molta credibilità, e sono dunque sulla difensiva. Possiamo dire che è il concetto stesso di globalizzazione neoliberista ad essere entrato in crisi. Ma ovviamente esistono degli interessi consolidati molto forti che continuano a spingere in quella direzione, e che sono sostenuti dalle élite tecnocratiche e da buona parte del mondo accademico.

 

Quanto ha contribuito il movimento noglobal di fine anni novanta e inizio 2000 a mettere in crisi il paradigma della globalizzazione neoliberista?

Il merito principale è stato quello di aver mandato in frantumi la credibilità e la narrazione trionfalista della globalizzazione corporativa.

Christian Marazzi: The power of fear

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The power of fear

di Christian Marazzi

7b410305-746b-4144-ea9b-3e82ddbde159Con l'intervento di Christian Marazzi proviamo ad indagare cosa accade sui mercati finanziari. La scorsa settimana è stata segnata da violente turbolenze nei mercati finanziari, soprattutto in Europa: fuga di capitali da Grecia e Italia, aumento dello spread, pesanti crolli borsistici. Cosa è accaduto? Da diversi mesi, infatti, l'Europa e i suoi PIIGS sembrano fuori pericolo, Draghi procede, seppur lentamente, verso politiche monetarie timidamente espansive, mentre Francia e Italia rivendicano con maggiore forza autonomia nelle scelte di bilancio. I fatti della scorsa settimana ci ricordano, invece, che la catastrofe non è stata risolta, anzi, e le formule di “austerity espansiva” sono continuamente minacciate dai grandi investitori. DINAMO ha la fortuna di poter proporre una riflessione su questi fatti, poco o nulla commentati dai movimenti, a partire da un articolo di Christian Marazzi. Grazie a Marazzi e al suo editoriale afferriamo non tanto e non solo la natura dell'attacco finanziario, ma anche gli scenari che si aprono (“stagnazione secolare”), la comprensione dei quali è decisiva per rilanciare un conflitto all'altezza dell'epoca.

 

Secondo Naomi Klein, sin dai primi esperimenti nel Cile di Pinochet un tratto distintivo del modo di funzionare del capitalismo neoliberale, e di quello finanziario in particolare, è sempre stato quello di provocare shocks a partire da eventi contingenti, tale da creare situazioni entro le quali imporre la propria logica, a prescindere da qualsivoglia consenso popolare o procedura democratica.

Antonio Mazzeo: Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

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Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

Antonio Mazzeo

arton2057Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).

Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.

Guglielmo Forges Davanzati: Tfr in busta paga: un magistrale esercizio di marketing politico

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Tfr in busta paga: un magistrale esercizio di marketing politico

di Guglielmo Forges Davanzati

lavoratoriLa riforma del mercato del lavoro che il Governo si accinge a varare presenta il contratto unico a tutele crescenti come il superamento della precarietà, e l’anticipazione del TFR in busta paga come un aumento dei redditi dei lavoratori. Ma, in entrambi i casi, si tratta di provvedimenti che si muovono nella direzione opposta a quella annunciata

Il dibattito di politica economica in Italia ha subìto una fortissima accelerazione nel corso dell’ultimo mese sui temi della “riforma” del mercato del lavoro. A fronte del fatto che pressoché tutti i commentatori concordano che non si crea lavoro con un tratto di penna, occorre chiedersi innanzitutto per quale ragione sono state investite tante energie nella diatriba sull’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori (di fatto, peraltro, già superato dalla c.d. riforma Fornero del 2012), e ci si accinge a investirne ulteriori per discutere dei possibili effetti dell’inclusione in busta paga del trattamento di fine rapporto (TFR) e del contratto di lavoro a tutele crescenti.

Al netto della dialettica politica interna al PD che è alla base delle priorità che il Governo intende dare alla sua azione, si può rilevare che la centralità assegnata dal Governo alla riforma del mercato del lavoro rientra in una strategia di respiro non propriamente alto, per la quale, come ha dichiarato il Ministro Poletti, occorre presentarsi a Bruxelles dichiarando di “aver fatto delle cose”. Sembra di capire, indipendentemente dalla bontà di quello che si è fatto, ma a condizione di aver fatto qualcosa che si possa definire una “riforma”.

Enrico Grazzini: Sinistra svegliati, la casa europea brucia

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Sinistra svegliati, la casa europea brucia

di Enrico Grazzini

Il legame strettissimo tra la politica recessiva dell’Unione Europea e quella liberista, iniqua e inconcludente del governo Renzi sembra stranamente sfuggire alla sinistra italiana. Che sulla natura della UE si dimostra ancora illusa sul piano teorico e impotente sul piano politico

illusione-europeista-510Grazie alle istituzioni europee la destra neoliberista, amica intima della grande finanza, provoca continue e drammatiche crisi e, con la complicità (attiva o passiva) delle forze di centrosinistra, genera disoccupazione e povertà. L'Unione Europea svuota la democrazia e abbatte lo stato sociale. Il crollo dell'euro è tutt'altro che escluso. Ma sulla natura della UE gran parte della sinistra si dimostra illusa sul piano teorico e impotente sul piano politico.

Intendiamoci: la sinistra in Europa e in Italia esiste ancora, nonostante sia ormai estremamente minoritaria e confusa, e nonostante che molti credano che il concetto stesso di sinistra (associato a quello di giustizia ed eguaglianza sociale) sia superato e inutile. Purtroppo però la sinistra è imbelle di fronte a questa UE, anche se la UE persegue apertamente lo smantellamento di una qualsiasi cultura progressista e della stessa civiltà europea, storicamente fondata sul conflitto sociale, sui diritti democratici e sul welfare. Sembra insomma che la sinistra faccia di tutto per restare minoritaria e ininfluente.

La sinistra è incline a fare un'opposizione morbida e riverente a sua maestà la UE, considerata sempre e comunque come sacra in quanto supposta “patria dei popoli europei”. Ma questa UE non è la “casa dei popoli”, anzi, opprime i popoli d'Europa. La protesta verso l'Unione Europea – e verso la moneta unica che strangola le economie in tutta Europa e che è diventata il brand ufficiale della UE – cresce, anche se non è ancora diventata maggioritaria.

Luciano Canfora: "Rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo dalla battaglia culturale"

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"Rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo dalla battaglia culturale"

Vittorio Bonanni intervista Luciano Canfora

lucianocanfora-421x300Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, già iscritto a Rifondazione comunista e al Pdci, docente presso l’Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrenti che il panorama italiano può vantare. Quest’anno ha partecipato in qualità di condirettore all’edizione 2014 di FestivalStoria, ospitata presso i locali dell’Università di San Marino, dedicata questa volta al tema “Auri Sacra Fames”. Il denaro, motore della Storia? e che chiude oggi i battenti. A lui abbiamo chiesto di riflettere su questo concetto il quale se per certi versi appare scontato di fatto non trova mai o quasi mai riscontro esplicito nelle discussioni politiche o culturali sia a livello nazionale che internazionale.

 

Professor Canfora, fermo restando che già sappiamo, come sosteneva Marx, che l’economia è la struttura portante della storia dell’umanità, e con essa il denaro e l’avidità dell’uomo, si può intravedere un’epoca dove però questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?

Una storia dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo.

Manlio Dinucci: Il riorientamento strategico della Nato dopo la guerra fredda

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Il riorientamento strategico della Nato dopo la guerra fredda*

di Manlio Dinucci

Questo saggio di Manlio Dinucci ha fatto da base documentale per il suo intervento al convegno 'Come uscire dal Patto Atlantico' (Roma, 11 ottobre 2014)

NEWS 220169La Nato, fondata il 4 aprile 1949, comprende durante la guerra fredda sedici paesi: Stati Uniti, Canada, Belgio, Danimarca, Francia, Repubblica federale tedesca, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Turchia. Attraverso questa alleanza, gli Stati Uniti mantengono il loro dominio sugli alleati europei, usando l'Europa come prima linea nel confronto, anche nucleare, col Patto di Varsavia. Questo, fondato il 14 maggio 1955 (sei anni dopo la Nato), comprende Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Ungheria, Albania (dal 1955 al 1968).

 

Dalla guerra fredda al dopo guerra fredda

Il 9 novembre 1989 avviene il «crollo del Muro di Berlino»: è l'inizio della riunificazione tedesca che si realizza quando, il 3 ottobre 1990, la Repubblica Democratica si dissolve aderendo alla Repubblica Federale di Germania. Il 1° luglio 1991 si dissolve il Patto di Varsavia: i paesi dell'Europa centro-orientale che ne facevano parte non sono ora più alleati dell'Urss. Il 26 dicembre 1991, si dissolve la stessa Unione Sovietica: al posto di un unico Stato se ne formano quindici.

Damiano Palano: Il Novecento «oltre» il Novecento: Mario Tronti

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Il Novecento «oltre» il Novecento: Mario Tronti

di Damiano Palano

capture-20141016-074641-cropNel gennaio 2003, assistendo ai funerali di Gianni Agnelli, Marco Revelli si immergeva tra la folla che sfilava dinanzi al feretro dell’«Avvocato» per ricercare le orme di quella che – ancora pochi anni prima – era stata la «capitale del lavoro», e forse anche l’unica vera «città-fabbrica» italiana. In realtà ben poco era rimasto dei miti dell’industrialismo novecentesco. Il Lingotto, in cui era ospitata la camera ardente, non mostrava più nulla della sua vecchia natura di tempio modernista della produzione. Tra i volti disciplinatamente in fila per rendere il proprio omaggio alla salma, gli operai non erano neppure riconoscibili. E anche il rituale funebre finiva col sembrare abissalmente distante dalla geometria dell’ordine della Fabbrica, assumendo piuttosto i contorni di una manifestazione tardo-ottocentesca. «Non è stato un funerale ‘industriale’», scriveva Revelli, ma un rito «d’ancien régime», «che ha scoperto, sotto la patina del secolo industriale, una Torino di longue durée, radicalmente monarchica nel proprio immaginario collettivo, nella gestualità, nei linguaggi simbolici, nella struttura delle fedeltà e dei comportamenti, popolana più che popolare, cortigiana più che disciplinata». Dinanzi al feretro, veniva così a riemergere un immaginario pre-industriale, tutto costruito su una polarità elementare: «il corpo del sovrano e la folla informe dei ‘suoi’ sudditi», «la ‘persona’ nella quale il corpo sociale si rappresenta e riconosce, e la massa informe di chi senza quel simbolo non sarebbe».

Raffaele Alberto Ventura: L’eterogenesi del lieto fine

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L’eterogenesi del lieto fine

Jane Austen tra teologia ed economia

Raffaele Alberto Ventura

C’è un detto fra i nostri antenati:
che tutte le risoluzioni più insensate e pazze
tornano sempre a nostro vantaggio.
Aristofane, Le donne al parlamento

laurence-in-pride-and-prejudice-laurence-olivier-5123266-1024-768Care amiche di Cosmopolitan, da tempo mi sollecitate perché io risponda alle vostre domande. In amore è opportuno pianificare una strategia? Cosa accade alla divina Provvidenza dopo la morte di Dio? Qual è il rapporto tra Hegel e Darwin, tra la teodicea e la cibernetica, tra Adam Smith, Elisa di Rivombrosa e Terminator? Per rispondere a queste domande apparentemente sconnesse dobbiamo partire da Jane Austen: dal testo, un corpus di esperimenti sociologici in forma di romanzi, e dal contesto, un periodo di transizione da un universo finalistico a un mondo autoregolato. Scopriremo che l’amore è informazione, che i difetti sono la nostra arma migliore e che forse dobbiamo tutto a una centenaria disputa teologica.

Ma cominciamo dal testo, ovvero dal più celebre romanzo di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, pubblicato nel 1813: storia di una ragazza che rifiuta l’avvilente caccia al marito cui si dedicano le sue sorelle e poi finisce per innamorarsi, far innamorare e infine sposare il più ricco dei mariti ricchi, il fascinoso signor Darcy. Si capisce l’attrattiva che può esercitare questa parabola sul pubblico femminile: Elizabeth Bennet è brillante, volitiva, anticonformista, e senza fare nessuna concessione alla sua dignità di donna culturalmente emancipata ottiene comunque il risultato ottimale d’accasarsi e pure bene.

La guerra nella classe. Il disegno di Renzi

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La guerra nella classe. Il disegno di Renzi

intervento-scassaE' diventato da qualche tempo un contenitore senza più idee politiche rilevanti, ma in qualche caso - come accade nei contenitori incapaci di selezionare - vi cade dentro qualcosa di interessante. Parliamo de il manifesto, croce e non più delizia del pensiero critico italiano.

Questa analisi del renzismo, scritta da Aldo Carra, merita di essere letta, ragionata e discussa. Si interseca in molti punto con quanto anche su queste pagine andiamo scrivendo, ma ha il pregio di presentare in forma sistematica considerazioni che altrimenti restano volatili o in ordine sparso. Non ci interessa qui discuterne l'approccio, più descrittivo che "teorico", né proporre suggerimenti analitici differenti. Ci basta evidenziarne il dato direttamente politico, per quanto a ben poco sia ridotta la politica al tempo dell'Unione Europea, perché il modo in cui si esercita il controllo sulla società è una derivata necessaria delle forme in cui si va trasmutando il sistema del capitale multinazionale.

La sintesi finale è anche la chiave interpretativa del disegno renziano: "dalla lotta di classe si scade nell’invidia den­tro la classe".

Leonardo Mazzei: Legge di stabilità 2015: confindustriale, liberista e recessiva

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Legge di stabilità 2015: confindustriale, liberista e recessiva

di Leonardo Mazzei

renzi2bmerkel2b1 001E' noto come Mussolini usasse spostare di continuo i pochi ed inefficienti carri armati di cui disponeva per far credere a tutti, e ad Hitler in particolare, di avere un esercito ben più potente della misera realtà che la guerra dimostrerà ben presto.

Passano gli anni, l'Italia non è in guerra, ed al posto del fascista romagnolo c'è solo un fiorentino in odore di massoneria. E, tuttavia, certi vizi paiono davvero immortali. Al posto dei carri armati ci sono ora i miliardi di una manovra economica che ha la stessa credibilità dell'esercito mussoliniano.

Allora Hitler non si fece certo impressionare dal suo alleato italiano, tanto ambizioso quanto subordinato nei fatti. Vedremo ben presto quale sarà la risposta di Angela Merkel, ma il «cambiareverso» all'Europa è ormai soltanto un ricordo a cui nessuno più crede.

 

L'allievo ha superato il maestro

 Il prestigiatore Renzi, fin dal liceo chiamato non casualmente «il bomba», ha da tempo superato il maestro Berlusconi. Con la differenza che mentre al puttaniere di Arcore interessava soprattutto la moltiplicazione dei capelli, a lui piace spararle grosse con gli annunci sui miliardi. Che a tal fine conta e riconta più volte.

Piotr: Dal PD ai nuovi nazisti: la coscienza tramortita dall'Impero

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Dal PD ai nuovi nazisti: la coscienza tramortita dall'Impero

di Piotr

Da Megachip un articolo quanto meno inquietante. Urgono immediate e documentate smentite. Una cosa è rappresentare gli interessi dell'alta finanza internazionale, altro appaltare pezzi del partito ai servizi o a qualche specie di Gladio clandestina.

ucrainaQuando l'ho visto sono rimasto scioccato. È un'esperienza dura vedere questo brevissimo documento filmato di Pandora TV. Ma è un'esperienza necessaria. Oso dire che è obbligatorio guardarlo. Perché ciò che lì accade ci è vicino nello spazio e purtroppo non ci sarà lontano nel tempo. Si tratta del massacro di Odessa.

Invito a non essere bambini e a guardarlo:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=iyOnb2wsEcY

L'avete visto? Bene. Una volta avremmo detto "E' una strage nazista". Esatto! Anche adesso è così. Solo che non lo si può dire. Invece noi che siamo politicamente scorretti lo diciamo e lo motiviamo in modo semplice: sono ben tre i dicasteri di Kiev in mano a esponenti di Svoboda (Pubblica Istruzione, Ecologia e Risorse Naturali, Politiche agricole e alimentari). Inoltre è di Svoboda il vicepremierato e il Consiglio Nazionale Sicurezza e Difesa (che comprende Difesa e Forze Armate - il vicesegretario è sempre un nazista, ma di altra parrocchia). Il ministero della Gioventù e dello Sport è invece in mano all'Assemblea Nazionale Ucraina - Autodifesa del Popolo Ucraino (UNA-UNSO) così come la commissione anticorruzione nazionale.

Il DEF di Renzi

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Il DEF di Renzi

 

 

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Davvero pensate che Renzi ubbidirà alla Merkel?

di Piemme

Non è detta l'ultima, altri ritocchi sono ancora possibili, ma ora sono finalmente chiari i contorni della Finanziaria (Legge di stabilità) che il governo sottoporrà al vaglio della Commissione europea e quindi delle Camere. Essa ci consente di capire con più chiarezza quale sia la politica economica renziana, dunque di dare un giudizio più oculato sul "renzismo".

Sentiamo intanto qual è quello della Confindustria:

«Dietro e davanti l'annuncio del premier Matteo Renzi di una legge di stabilità da 30 miliardi senza aumenti fiscali; la spending review per 16 miliardi; l'abbattimento dell'Irap per 6,5 miliardi; 

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senzasoste

La finanziaria di Renzi? Serve per allargare il terzo mercato obbligazionario al mondo. Quello del debito italiano

di Redazione

Cercare una logica nella bozza, anzi nelle bozze, di finanziaria del governo Renzi significa sicuramente uscire dal surreale politicismo italiano. Di un tipo di surreale per cui si pensa che ogni mossa del governo viene fatta per rispondere alla Camusso, a Bersani, a Berlusconi e ora magari anche a Luxuria nuova re-entry nel set della politica istituzionale. Anche le metafore antropromorfiche abbondantemente usate pure per la politica europea –la Merkel, Juncker, Draghi- ci spiegano poco. La finanziaria è ragion di stato, anzi di governance europea e di mercati globali, e quindi solo gli esempi che vanno ben al di là della metafora dei rapporti tra persone ci fanno effettivamente capire quale posta in gioco ci sia nelle mosse del governo.

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gustavopiga

Il piu’ grande taglio delle tasse della storia dell’uomo sarà recessivo

Qualche chiarimento sulla c.d. manovra

di Gustavo Piga

Non è una manovra che aumenta il deficit di 11 miliardi. Il deficit si riduce, non aumenta. Non è questione da poco, anche perché dicendo che aumenta sembra che abbiamo ottenuto una grande vittoria sull’Europa. Una piccola vittoria l’abbiamo ottenuta nel senso che il deficit sì diminuisce, ma di meno di quanto inizialmente previsto. Mi direte: ma allora come fa il Premier a dire che aumenta il deficit di 11 miliardi. Oh, è un vecchio trucchetto della politica. Ma andiamo per ordine. Che il deficit diminuisca, in valore sia assoluto che percentuale di PIL non lo dico io: lo dice la Nota di Aggiornamento del DEF inviata in Europa (e ancora da scrutinare da parte della Commissione europea). Più precisamente mentre il deficit 2014 si chiude al 3% di PIL e con un valore di circa 48,8 miliardi di euro, quello del 2015 di Renzi è programmato chiudersi – ha deciso il Governo – al 2,9% di PIL, 47,7 miliardi. 1 miliardo in meno, altro che 11 in più. E da dove esce fuori 11 direte?

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il grande bluff

 Il gioco delle tre carte della Legge di Stabilità (in "Cazzaro style"...)

Stefano Bassi

Guardate...
come vi ho già spiegato ormai l'ItaGlia è in una situazione senza via di uscita,
il punto di non ritorno ormai è stato superato
e non esistono più soluzioni collettive ma solo soluzioni personali/di gruppo.
Dunque sia il "Polo Magico" del Cazzaro sia il "Polo Magico" del (M5S)No-euro
sono solo (pericolose) illusioni, sono solo dei paravento dietro ai quali sceglie di nascondersi chi non vuol vedere, chi spera che tutto rimanga come prima (in primis il suo orticello) e chi non vuole adattarsi.
vedi il mio post: Another Brick (l'ultimo e definitivo) in The (itaGlian) Wall.

Detto questo anche la finanziaria immaginaria del Cazzaro rientra nel solco del quadro sopra descritto:

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vincitori e vinti

La legge di stabilità che destabilizzò il futuro

di Paolo Cardenà

La Legge di Stabilità varata ieri dal Governo e ora al vaglio di Bruxelles, dal lato delle entrate, tra le altre cose, sembrerebbe che preveda l'aumento della tassazione sul risultato di gestione dei fondi pensione, spacciando questa misura per una tassazione delle rendite finanziarie. Cosa che ovviamente non è, in quanto si tassano parte dei flussi di reddito futuri, e non rendite finanziarie.

Quindi, al netto del fatto che si tratta di previdenza complementare, ossia di una parte integrativa del reddito che si avrà (?) in età pensionabile, l'aumento della tassazione sui fondi pensione, con redditi in calo che potranno essere in parte compensati dalla possibilità di ricevere il TFR in busta paga, infliggerà un duro colpo alla previdenza complementare.

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altrenotizie

Renzi, il regalo ai soliti noti

di Fabrizio Casari

La legge di stabilità 2015 presentata dal Presidente del Consiglio è sotto la lente di Bruxelles, dopo aver già ricevuto il plauso di Confindustria e le sviolinate delle corazzate mediatiche che scrivono sottovento. Eppure, dalla lettura della bozza, anche solo focalizzandosi sui titoli, non si capisce da dove arrivi tanta soddisfazione. O, meglio, si capisce benissimo. Detto che una quota parte della manovra è a deficit, emergono diversi aspetti poco rassicuranti.

Si dirà che si deve mettere ordine nei conti. Ah sì? Beh, viene previsto il debito pubblico in aumento, al 133,4% del PIL. Ci sono 835 miliardi di spese e 786 di entrate. Vengono scaricati sulle Regioni 7 miliardi da reperire, con ovvio aumento delle tassazioni locali, per pagare lo sconto Irap di 5. Investimenti pubblici in calo, TFR in busta paga ma con quasi certo aumento dell’aliquota.

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ilsimplicissimus

La manovra pagata con la salute

Anna Lombroso

“La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria, che rappresenta l’80% della spesa regionale, o sui servizi fondamentali, dal trasporto pubblico alle politiche sociali”.  Il giorno dopo la presentazione della Legge di Stabilità, perfino il presidente della conferenza delle Regioni, il renziano Sergio Chiamparino, torna all’attacco del governo. Avvertendo  che i “18 miliardi di tasse in meno” annunciati dal premier sono finanziati per 4 miliardi con tagli  alle Regioni, con 1,2 miliardi  di tagli ai Comuni, con 6 milioni di tagli allo Stato.  Non è un’ipotesi di scuola dei gufi:   nelle bozze della manovra che circolano in queste ore c’è una clausola ‘taglia-sanità’ in base alla quale se le Regioni non troveranno un accordo per ripartire i 4 miliardi di spending review a loro carico interverrà il governo “considerando anche le risorse destinate al finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale”.

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vincitori e vinti

La più grande riduzione di tasse della storia umana

di Paolo Cardenà

"Quella contenuta nella Legge di Stabilità è la più grande riduzione di tasse mai fatta da un governo nella storia della Repubblica in un anno, un grandissimo messaggio che va al cuore degli italiani e delle italiane". Matteo Renzi in conferenza stampa, il 15 ottobre 2014.

 Da Italia Oggi del 17 ottobre 2014:

Aumento dell’Iva spalmato su tre anni per l’aliquota del 22% e in due per quella del 10%. Ritocchi alle accise di benzina e gasolio e il taglio delle detrazioni da 3 mld, contenuto nella legge di Stabilità 2014, e pronto a scattare dal 1° gennaio 2015, rinviato di un anno, dal 2016 e nella misura di 4 mld. È questa una delle sorprese delle bozze di legge della Stabilità 2015.

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manifesto

Manovra chiara

Alfonso Gianni

Legge di stabilità . L’ottimismo dell’esecutivo si basa sui numeri ballerini di alcuni capitoli

 Già lo aveva detto Mario Dra­ghi qual­che set­ti­mana fa: «La sola poli­tica mone­ta­ria non basta di fronte alla gra­vità della crisi». Poi aveva aggiunto che ci vogliono riforme pro­fonde per rilan­ciare la cre­scita. Que­sta seconda parte dell’affermazione è stata giu­sta­mente letta come una ulte­riore pesante intro­mis­sione della Bce nell’ambito delle scelte di poli­tica eco­no­mica dei sin­goli paesi e, nel caso nostro, come una mano d’aiuto al governo Renzi impe­gnato a distrug­gere ciò che resta del diritto del lavoro.

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cambiailmondo

Renzi continua a sbagliare (e anche i mercati lo sanno)

di Alfiero Grandi

L’aspetto curioso ed inquietante della situazione è che, sia mettere in discussione seriamente la politica di austerità dell’Europa, che tuttora è dominante, sia limitare l’iniziativa per tentare di ottenere qualche miliardo di margine, sempre premettendo dichiarazioni impegnative sul rispetto del 3 % da parte dell’Italia, cambia poco agli occhi dei mercati e delle “signorie” che decidono quando è il momento del pollice verso e quindi puntano su un aumento dello spread.

La convinzione che bastasse attaccare l’articolo 18, aumentare la precarietà attraverso il tempo determinato, mettere nell’angolo i sindacati per tenere a bada i mercati finanziari e ammorbidire le risposte dei conservatori europei è semplicemente destituita di fondamento.

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Fabrizio Napoleoni: Meglio Caino

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ilreietto

Meglio Caino

Fabrizio Napoleoni

000125375Sono passati più di 6 mesi dal colpo di stato in Ucraina, il conseguente insediamento di un governo antirusso con palesi affiliazioni neo-naziste. Sono passati mesi dalle visite delle delegazioni Statunitensi in Ucraina e dalle visite guidate offerte ai governanti Ucraini presso la Casa Bianca, al cospetto del premio Nobel Obama. Le intercettazioni in cui la diplomatica USA mandava letteralmente “a fare in culo” l’Europa per il lassismo e l’esitazione a determinare gli esiti del governo Ucraino, sono già nel dimenticatoio. Come pure gli incontri della delegazione USAID di fronte a imprenditori Ucraini, sotto l’egida di uno sponsor disinteressato, la Chevron.

La Crimea è ormai annessa alla Russia, illegalmente secondo la Nato, ma lecitamente secondo il 97% dei votanti del referendum largamente votato dalla popolazione che in Crimea, al contrario di Europei e Statunitensi, ci vive. E sono passati ormai mesi da quando il figlio di Joe Biden, vice presidente degli USA, si è insediato dell’ufficio legale di una delle più importanti aziende del settore energetico Ucraino. Sono passati ormai mesi da quando abbiamo saputo, dai nostri allineatissimi media, dei cecchini del governo (eletto) Ucraino che uccidevano più di 100 manifestanti; salvo poi scoprire, inclusa la nostra Lady Ashton, che i cecchini non erano affatto governativi ma affiliati “oscuri” del gruppo Maidan. Mesi sono passati dalla strage di Odessa, in cui i manifestanti filo-russi hanno ricevuto un “caloroso” benservito dalle milizie Maidan a supporto del governo insediato; col benestare USA ovviamente, ed Europeo s’intende. E sono passati mesi dall’abbattimento dell’aereo di linea Olandese; aereo abbattuto dalle contraeree dei ribelli filorussi, così ci diceva la Casa Bianca prima ancora che l’aereo fosse caduto al suolo.

Giorgio Gattei: I marxisti e la Grande Guerra

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I marxisti e la Grande Guerra

di Giorgio Gattei (*)

Prima-guerra-mondialeUna pace “per sempre”: da Kant a Angell.

La guerra è brutta – e chi lo nega! Però la si fa – e come si spiega? Frutto della straordinaria stagione illuministica europea lo scritto di Immanuel Kant Per la pace perpetua (1795) si era posto il compito ambizioso di trovare la maniera di por fine a tutte le guerre, e per sempre. Alle spalle dell’opuscolo stava quasi un secolo di “guerre di successione” in cui i regnanti avevano trascinato i popoli europei in micidiali conflitti per garantirsi questa o quella ascesa al trono (guerra di successione spagnola: 1701-1714; guerra di successione polacca: 1733-1738; guerra di successione austriaca: 1740-1748 e perfino quella che le monarchie avevano appena scatenato contro la giovane Repubblica francese poteva esser vista come l’ennesima guerra dinastica per rimettere Luigi XVI sul trono di Parigi). Davanti a questo fatto evidente la soluzione avanzata da Kant risultava la più semplice possibile perché a suo dire, ad impedire le guerre, sarebbe bastato che a deciderle fossero coloro che più di tutti le sopportavano, e cioè i popoli stessi.

In effetti, a partire dalla Querela pacis (1517) di Erasmo da Rotterdam, erano stati avanzati diversi progetti di “pace universale”, ma tutti avevano il difetto di rivolgersi al buon cuore dei prìncipi affinché deponessero le loro aggressività.

Gian Paolo Calchi Novati: Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

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Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

di Gian Paolo Calchi Novati

ROMEIn occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

Mauro Boarelli: La “buona scuola” e i cattivi maestri

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La “buona scuola” e i cattivi maestri

di Mauro Boarelli

ballata-copia page 005Il progetto di riforma della scuola del governo Renzi è un documento molto diverso rispetto a quelli sullo stesso tema che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Il linguaggio è agile e fluido, furbo e ammiccante, pieno di riferimenti alle nuove tecnologie e ai social media, infarcito di anglicismi fino al parossismo (non senza qualche involontario effetto comico), tessuto intorno al binomio conservazione/cambiamento – vera e propria chiave di volta dell’approccio manicheo applicato dal nuovo leader all’intero sistema politico e sociale – e imbevuto della retorica della partecipazione (naturalmente da esercitare on line). Questo nuovo linguaggio non può essere liquidato con una battuta e va studiato con la massima attenzione, perché rappresenta una forma del discorso pubblico che sta mandando definitivamente in soffitta ciò che rimane del discorso politico della cosiddetta “prima repubblica”, i cui cascami sono arrivati per forza di inerzia fino ai nostri giorni. In quel mondo, il vocabolario veniva utilizzato come liquido di diluizione per disperdere la sostanza, coltivare il compromesso, marcare una distanza tra il ceto politico professionale e i cittadini, rinviare qualsiasi decisione a un tempo indefinito. Oggi il nuovo linguaggio che con Renzi si insedia ai vertici del potere è, all’opposto, un linguaggio che vuole coinvolgere chi ascolta, dargli fiducia e speranza, mostrare che i tempi per un cambiamento possono essere ravvicinati. È – anche – un linguaggio che occulta la sostanza delle cose che afferma, però questa dissimulazione è fatta di una materia diversa rispetto al passato: non più la mistificazione aperta o la falsa promessa, ma il raffinato illusionismo che incorpora nelle parole un significato opposto a ciò che esse rappresentano nella loro concretezza.

Giovanna Cracco: L’Europa vista da sinistra

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L’Europa vista da sinistra

Giovanna Cracco

europa spine ragazzi bandiera rossaQuando i toni della propaganda sfiorano, anzi invadono, il campo del ridicolo, ricordando quelli del Cinegiornale Luce – al punto da domandarsi chi possa crederci, se il popolo sia davvero così bue o se lo creda tale solo la classe dirigente – significa che c’è un problema. Talmente serio da far venir meno la consueta sicurezza e lasciar trasparire una insolita coda di paglia: “Informare, non influenzare” recita la scritta finale degli spot Rai sull’Europa in onda da aprile scorso. La costruzione stessa dei ‘video promozionali’, l’abbondanza di enfasi, i simboli e i valori richiamati, danno la misura di quanto sia temuto il dissenso dei cittadini verso la Ue – non perché abbia un potere effettivo, ma perché sapientemente cavalcato da alcuni partiti per ottenere voti alle ultime elezioni europee. C’è dunque bisogno di agire sull’immaginario collettivo, costruire un mito, una narrazione epica dell’Unione, aspetto fino a oggi trascurato dalla classe dominante. Si può dire che se finora l’approccio comunicativo della propaganda europea è stato ‘freddo’ – principalmente argomenti economici, volti a sottolineare razionalmente la convenienza, e l’ineluttabilità, di una Ue – ora è divenuto ‘caldo’, con temi che puntano alla sfera emotiva e irrazionale: gli spot evocano i milioni di morti delle due guerre mondiali e legano la nascita dell’Unione a “sessant’anni di prosperità e democrazia ma soprattutto di pace”; richiamano la creazione della Ceca, affermando che “non è nata per ragioni economiche ma per mettere in comune le materie prime degli armamenti e rendere materialmente impossibile un’altra guerra”; citano “l’inno che parla di gioia” e celebrano “l’idea straordinaria di due giovani antifascisti al confino nata sulla piccola isola di Ventotene”.

Gli ultimi selfie del capitale

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corto circuito

Gli ultimi selfie del capitale*

Lo scontro nella civiltà

selfie-capitale-212x300Introduzione

I persistenti venti di guerra nell’est dell’Ucraina, così come il nuovo diretto coinvolgimento americano e francese nello scenario mediorientale, ha spinto molti ad una cauta preoccupazione (del resto le zone interessate restano a debita distanza dalle nostre abitazioni) per un’apparente involuzione dell’umanità tutta verso contingenze che venivano considerate di novecentesca memoria. Inoltre, paragoni e rimandi sono anche facilitati dal ricorrere del centesimo anniversario dallo scoppio della prima guerra mondiale. Come ci ha ricordato Paul Kennedy in un articolo uscito su Internazionale all’inizio di luglio, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo mise in moto una sequenza di eventi destinati ad archiviare tragicamente quel lungo secolo, inaugurato dal Congresso di Vienna, di “sostanziale pace e prosperità per gran parte dell’Europa”. Proprio la trattazione più approfondita di ciò, permetterà  una migliore comprensione del presente.

 

I limiti spaziali all’espansione territoriale ed il primo conflitto mondiale

Il principale obiettivo nell’articolo di Kennedy è comprendere quali siano stati i maggiori responsabili della prima carneficina mondiale del Novecento. La risposta fornita dallo studioso è estremamente chiara: la Germania e le sue difficilmente contestabili mire espansionistiche. Dal nostro punto di vista però, l’articolo contiene un grave errore metodologico: ovvero la trasfigurazione di un epifenomeno (il protagonismo militare tedesco) nella principale variabile indipendente della relazione causale proposta, riassumibile nella semplificata formula il militarismo tedesco ha prodotto la prima guerra mondiale.

Fabrizio Marchi: La Palestina sì, il Donbass proprio non ci piace…

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La Palestina sì, il Donbass proprio non ci piace…

Fabrizio Marchi

donbassLa cosiddetta crisi russo-ucraina o, per meglio dire, il processo di destabilizzazione di quell’area in corso ormai da tempo in seguito al colpo di stato avvenuto in Ucraina che ha portato al potere l’oligarchia locale filo USA e filo UE che non hanno esitato, per lo scopo,  a servirsi delle bande paramilitari nazifasciste di Svoboda e Pravj Sector, ha fatto emergere delle contraddizioni macroscopiche in una buona parte della sinistra cosiddetta “radicale” e anche di quella cosiddetta “antagonista”.

Infatti, una parte consistente e forse addirittura maggioritaria di queste aree politiche (ormai più culturali che politiche…) sostiene che non bisogna prendere posizione, che non bisogna schierarsi perché saremmo di fronte ad uno scontro inter-imperialistico fra gli USA da una parte e la Russia dall’altra.

C’è del vero anche in questo, sia chiaro. Del resto la Russia di Putin non è certo un modello di socialismo e di democrazia, come ho già avuto modo di spiegare in questo mio articolo pubblicato alcuni mesi orsono su questo stesso giornale:  http://www.linterferenza.info/esteri/un-primissimo-sguardo-sulla-crisi-russo-ucraina/

E’ evidente che la Russia sta cercando di difendere la sua posizione di potenza egemone in quella che è storicamente la sua area di influenza, o meglio, ciò che di quella rimane dal momento che le tre repubbliche baltiche sono già state sottratte al suo controllo da un pezzo, ridimensionandola fortemente.

Roberto Sidoli: Lenin e la prima guerra mondiale

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marx xxi

Lenin e la prima guerra mondiale*

di Roberto Sidoli**

pgm37Il primo conflitto planetario imperialistico non scoppiò nel luglio/agosto del 1914 per errore umano o pura casualità: come ha giustamente notato David Stevenson nel suo libro “La grande guerra” (p. 43), la tesi della guerra per errore “è oggi insostenibile” anche solo tenendo a mente la distanza temporale di più di un mese creatasi nel 1914 tra il celebre attentato di Sarajevo e lo scoppio effettivo delle ostilità sul suolo europeo.

Non fu certo una guerra divampata a “caldo”…

Inoltre la prima guerra mondiale non si sviluppò certo per assenza o scarsità di processi di globalizzazione, di compenetrazione economica tra le nazioni in conflitto, anzi. Sempre Stevenson, lontano anni-luce da qualunque simpatia comunista e marxista, ha sottolineato un punto fermo ormai assodato dalla storiografia contemporanea notando che “gli anni che precedettero il 1914 conobbero livelli di interdipendenza economica che non si ripeterono più fino a ben oltre la seconda guerra mondiale” e al 1960, visto che proprio nel 1913 le esportazioni/importazioni valevano e pesavano per circa un quarto del prodotto nazionale lordo tedesco, britannico e francese di quel tempo (Stevenson, op. cit., pp. 40-41).

Salvatore Palidda: Catastrofi annunciate

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Catastrofi annunciate

Salvatore Palidda

guida-alle-catastrofi-naturali 3587ae56d3d572237772b5ff241769e1La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo. Chiunque abbia studiato con un minimo di onestà intellettuale questi eventi capisce che si tratta di “fatti politici totali”: sono la conseguenza ben prevedibile di un governo della società che sin dal diciannovesimo secolo e sempre peggio durante il fascismo e dal secondo dopoguerra, non ha mai smesso di operare favorendo nei fatti la riproduzione di catastrofi annunciate. Il liberismo che ha trionfato soprattutto dalla fine degli anni Ottanta ha già esasperato e sicuramente non smetterà di aggravare questa prospettiva proprio perché ormai la sinistra s’è convertita alla sua doxa : priorità allo sviluppo economico, priorità ai profitti, priorità alle grandi opere, non ci sono soldi per il risanamento del dissesto idro-geologico, delle situazioni di inquinamento e di gravissimi rischi per la diffusione di malattie oncologiche. Insomma la res publica è più che mai “parola sconosciuta”, lo stesso futuro sostenibile della società e quindi dell’umanità non ha alcuna importanza secondo il paradigma liberista (dell’hic et nunc massimo profitto).

La situazione è paradossale, in apparenza: si potrebbero creare milioni di posti di lavoro se si adottasse un programma di effettivo risanamento dell’assetto urbanistico, delle infrastrutture e di tutte le attività economiche.

Maurizio Sgroi: Verso la legge di stabilità

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the walking

Verso la legge di stabilità

di Maurizio Sgroi

Legge-di-Stabilità-2012-2014I tormenti del 2015

Se il 2014 vi è sembrato un anno orribile per la nostra finanza pubblica, e di sicuro finora lo è stato, potete consolarvi pensando che il 2015 sarà peggio. A meno di miracolistiche quanto improvvise crescite del Pil, il nostro Paese dovrà far fronte alle scadenze impegnative che richiedono le regole della spesa e del debito europeo che dovrebbero obbligarci – e mai condizionale fu più d’obbligo – a importanti correzioni fiscali per rientrare nei dettami europei.

Ora, per non rischiare di essere iscritto d’ufficio al partito dei gufi (splendidi animali, fra l’altro), dico subito che dati e parole di questo post sono estratti esclusivamente dalla nota di aggiornamento al Def che il governo ha presentato poche settimane fa e che sospetto pochi abbiano letto interamente, perdendosi così una splendida lezione di finanza pubblica. Al contrario, io mi sono abbeverato alla fonte di tanta conoscenza, e seppure il retrogusto sia vagamente amarognolo, non può dirsi sia stata fatica sprecata. Al contrario. E’ stata una prolusione all’ampio dibattito che comincerà questa settimana sulla futura legge di stabilità, utile anche a capire chi parla sapendo quello che dice e chi no.

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