SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Andrea Ventura: Dall'Homo oeconomicus al fascismo finanziario

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

cronache laiche

Dall'Homo oeconomicus al fascismo finanziario

Federico Tulli intervista Andrea Ventura

enrico quarto 10L'inganno del Pil, il miraggio della felicità. La grave crisi economica che da anni attanaglia i cosiddetti Paesi avanzati affonda i suoi colpi senza soluzione di continuità provocando disoccupazione, iniquità sociale, clamorosi fallimenti e crack finanziari. Sin dai primi evidenti segnali di collasso (generalmente individuati nella truffa dei mutui subprime elaborata negli Usa oramai quasi 10 anni fa) la soluzione invocata in maniera praticamente univoca dagli economisti più in voga è la crescita. Questo nonostante negli ultimi decenni essa si sia legata a squilibri crescenti e di diversa natura: distribuzione del reddito sempre più disuguale, alterazione degli equilibri ambientali, perdita del legame tra aumento del Prodotto interno lordo e qualità della vita.

Sono molti gli elementi che chiamano pertanto a una riflessione su quale crescita debba essere cercata, superando l'idea che non sia necessario qualificarla e che i danni da essa provocati - quando non è pensata in modo armonico con il sistema in cui si inserisce - siano inevitabili e da affrontare separatamente.

Per orientarci in questo complesso scenario Cronache Laiche ha rivolto alcune domande ad Andrea Ventura, ricercatore presso la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" dell'Università degli Studi di Firenze, curatore con la collega Anna Pettini, della raccolta di saggi Quale crescita. La teoria economica alla prova della crisi (L'Asino d'oro edizioni, 2014). Un volume che, con un linguaggio chiaro, concreto ed efficace, intreccia questioni centrali per il dibattito teorico - come la natura dei bisogni e la loro distinzione dalle esigenze, il tempo libero, la moneta, il ruolo degli economisti - con i temi dello sviluppo storico e dell'impegno politico.

Guido Grassadonio: Yvon Quiniou, "Retour à Marx"

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

consecutio temporum

Yvon Quiniou, "Retour à Marx"

di Guido Grassadonio

MARXPubblicato in Francia nel 2013 dalla casa editrice Buchet-Chastel, Retour à Marx, di Yvon Quiniou, si colloca nel filone della “Marx renaissance”, dialogando in particolare con quell’area di studi marxologici e marxisti rappresentata da J. Bidet e L. Sève.

L’idea di fondo del volume è a primo acchito tutt’altro che originale: rianimare il marxismo come filosofia e come teoria/prassi politica, sulla spinta della crisi economica di vaste proporzioni che sta investendo l’occidente capitalistico, mettendo in discussione ordinamenti politici e idee da tempo sedimentate. E per fare questo, l’operazione teorica da compiere dovrebbe essere un, appunto, ritorno a Marx del marxismo, purificato dall’influenza nefasta del “cosiddetto” socialismo reale, fino a giungere a un superamento critico dello stesso leninismo.

YQ presenta il suo libro non come un testo “accademico”, ma come orientato a un pubblico il più possibile aperto; contemporaneamente il testo non ha però solo un orientamento didattico, ma propone alcune tesi di fondo e si colloca a pieno titolo all’interno del dibattito odierno attorno a Marx.

La tesi principale del testo è riassumibile in questa maniera: il comunismo è un’ipotesi tutt’altro che demolita dai fatti e nei fatti e, anzi, non ha ancora avuto alcuna esperienza “reale”, per motivi per lo più (ma non totalmente) comprensibili a partire dalle stesse teorie di Marx; solo “un’impostura semantica” ha potuto far credere che degli Stati socialisti/comunisti siano esistiti. La situazione attuale, poi, suggerirebbe sempre più la necessità morale di una svolta comunista in Occidente.

Alfonso Gianni: Contro l’austerità per il primato dei diritti nella Costituzione

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

micromega

Contro l’austerità per il primato dei diritti nella Costituzione

di Alfonso Gianni

Con la riforma dell’art 81, il Parlamento italiano si è assunto la storica responsabilità negativa di espungere la teoria keynesiana dalla nostra Carta. Per contrastare tale provvedimento è necessaria una mobilitazione dal basso: se il referendum rischia l’inammissibilità, ci sarebbe la strada della proposta di legge di iniziativa popolare...

austerita-510Per cercare di apporre una foglia di fico su quello che stavano facendo, i sostenitori dell’inserimento nella nostra Carta del principio del pareggio di bilancio lo hanno chiamato “equilibrio tra le entrate e le spese”. Ma la sostanza rimane quella. Per la prima volta nella nostra Costituzione è stato posto un vincolo cogente sulla spesa pubblica, tale da mutilare una delle funzioni essenziali di uno Stato - la manovra di bilancio - e contraddire un filone fondamentale del pensiero economico del Novecento, quello che sostiene la necessità di aiutare lo sviluppo economico attraverso congrui e intelligenti investimenti pubblici e di farlo proprio nei periodi di crisi, anche in deficit.

In sostanza con quell’atto il parlamento italiano si è assunto la storica responsabilità negativa di espungere la teoria keynesiana dalla nostra Costituzione. A farlo è stata una maggioranza composita ed ibrida, guidata da Mario Monti. Dove non era giunto il neoliberismo nelle sue formulazioni classiche susseguenti al celebre manifesto di Mont Pelerin del 1947 e nelle sue espressioni politiche più coerenti è arrivato un governo, quale quello presieduto da Mario Monti, definito “tecnico”, che secondo alcuni avrebbe dovuto rappresentare una semplice transizione da Berlusconi verso una “democrazia normale”.

Christian Marazzi: La nemesi storica del capitale

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

quaderni s precario

La nemesi storica del capitale

Gigi Roggero intervista Christian Marazzi

enrico quarto 03Nonostante che si parli di necessità della crescita, le politiche economiche adottate in Europa sotto l’input tedesco vanno nella direzione opposta e la situazione rimane sempre critica. Christian Marazzi sottolinea come tale situazione prefiguri una sorta di nemesi del capitale. La sconfitta della classe operaia fordista negli ultimi trent’anni si ritorce oggi contro lo stesso capitale, orfano di un rapporto sociale antagonista che ne consentiva comunque la perpetuazione. La desalarizzazone e la decontrattualizzazione del lavoro (in una parola, la precarietà) è oggi infatti la causa principale del cul de sac in cui si dibatte la crisi, soprattutto europea.

***

Un secolo e mezzo fa Marx scriveva che non ci sono crisi permanenti, ma quella che oggi stiamo vivendo sembra averne le caratteristiche. Arrivati al suo ottavo anno, proviamo con Christian Marazzi a farne una periodizzazione, ad approfondire, mettere a verifica ed eventualmente ripensare le analisi che abbiamo fatto a partire dal 2007-2008. Ora qualcuno parla di una fase “post-austerity”: cominciamo con il capire se è davvero così e cosa questa fase significa realmente.

“Siamo nuovamente in una situazione in cui si addensano una serie di elementi di forte crisi, sicuramente nella zona euro ma anche su scala globale. Ciò avviene dopo un periodo durante il quale le politiche monetarie delle grandi banche centrali come la Federal Reserve, la Banca d’Inghilterra e la banca centrale giapponese, con forte iniezione di liquidità, avevano in qualche modo attenuato gli elementi strutturali della crisi.

Alberto Bagnai: La morale della favola irlandese quattro anni dopo

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

goofynomics

La morale della favola irlandese quattro anni dopo

di Alberto Bagnai

le-scogliere-irlandesiNel post dei dieci milioni ho fatto notare che dove era un tempo dileggio e attacco personale si stava stabilendo un confronto costruttivo, basato su fatti osservabili. Questo a destra, perché a sinistra il confronto, come Leonardo ci ha illustrato (e poi ci torneremo) si basa sui sogni, il che lo rende fatalmente meno costruttivo, se non addirittura più distruttivo.

Devo dire che ho una certa nostalgia di un dibattito fact based. Il dibattito dream based, fra l'altro, porta una sfiga ladra: guardate com'è finita al povero Lennon (per fortuna Leonardo ha meno followers, il che abbatte la probabilità che ce ne sia uno sufficientemente sciroccato da abbattere lui)...

Nei miei primi interventi su lavoce.info l'atmosfera era assolutamente professionale, fact based e molto stimolante. Non so se ricordate La morale della favola irlandese. Quando lo pubblicai, i miei colleghi di dipartimento mi guardarono con altri occhi: "Hai pubblicato su lavoce.info!" (be', com'è andata poi lo sapete, comunque se Boeri vuole mandarci un lavoro io glielo pubblico...).

Pasquale Cicalese: La capitolazione finale: l'hausmanizzazione monetaria è compiuta

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

marx xxi

La capitolazione finale: l'hausmanizzazione monetaria è compiuta

di Pasquale Cicalese

“..Se la Germania pretende di continuare a vendere più di quanto compra, e incita addirittura tutta l'Europa a seguirla nell'accrescere gli squilibri globali, o accetta moneta fasulla o il default dei debitori. Ancora una volta, in Europa un altro secolo breve è già cominciato.”. Guido Salerno Aletta, La zavorra parla tedesco, MilanoFinanza 23 agosto 2014.

cina europa bandiereHanno il fuoco sotto il sedere. E gli rode, gli rode tanto. Hanno adottato all’unisono nel 2014 un nuovo verbo: investimenti! Come mai? Operano, secondo loro, dal lato della domanda e dell’offerta al contempo. Ne hanno necessità per un dato: dal 2008 nell’eurozona gli investimenti sono crollati del 20-25%, mai visto dal dopoguerra. Ma, aggiungono, devono essere corredati da “riforme strutturali”, in primis il mercato del lavoro. Sognano, come sognavano nell’estate del 2011. La Germania adottò il Piano Hartz IV del mercato del lavoro nel 2003 con i minijob, la contrattazione aziendale e con una feroce deflazione salariale.

Risultato? La percentuale degli investimenti in rapporto al pil in quel paese non arriva al 18% (esattamente il 17,9%) e lì ci sono 5 mila miliardi di euro di liquidità che non vengono investiti, parcheggiati in depositi e prodotti assicurativi e finanziari a rendimento zero; se lo si rapporta allo stato comatoso dell’economia italiana, dove la percentuale è pari al 17%, ci possiamo rendere conto che sbatteranno contro un muro. Nessuno in Europa ammoderna impianti, aumenta le spese in ricerca e sviluppo, costruisce infrastrutture, investe in alta ricerca: tutti operano in un sistema economico vecchio di almeno 20 anni. In Italia anche peggio: durante le Considerazioni Finali del 2009, quando ancora era governatore della Banca d’Italia, Draghi ebbe modo di affermare che “negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di bassi consumi, bassi salari, bassi investimenti”.

Richard Vague: Il problema non è il debito pubblico — è il debito privato

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

vocidallestero

Il problema non è il debito pubblico — è il debito privato

Richard Vague

Su “The Atlantic” Richard Vague conferma che tutte le discussioni sul debito pubblico sono fumo negli occhi: tutte le recenti crisi finanziarie hanno avuto origine nel settore privato, come è molto facile dimostrare. Ma sui media mainstream di questo è vietato parlare, meglio continuare a rispondere alla domanda sbagliata

malato immaginario 1L’ex capo della Fed Alan Greenspan, discutendo sulla crisi finanziaria del 2008, ha scritto che “le bolle finanziarie capitano di tanto in tanto, e di solito con poco o nessun preavviso".

Questa frase è a dir poco fuorviante. Il collasso del 2008 si poteva prevedere. Più in generale, le più grandi crisi finanziarie di questo tipo possono essere previste con buon anticipo – e prevenute, se sai dove andare a guardare. Infatti, c’è un sistema piuttosto semplice per predire queste crisi con un alto grado di affidabilità. E questo sistema suggerisce che l’economia mondiale è in pericolo più di quanto si pensi.

Questa conclusione deriva un’analisi delle crisi finanziarie diffuse nel mondo, partendo dal 19mo secolo, che ho condotto con i miei colleghi e riassunto nel nuovo libro The Next Economic Disaster. La logica della nostra conclusione è evidente nei diagrammi qui sotto.

 Date un’occhiata a questo grafico:

 Crisi del 2007-2008: PIL U.S.A., debito pubblico e debito private (in miliardi di dollari)

l.c.: Obama, Isis e medioriente: il ritorno dell'instabilità costruttiva?

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

infoaut2

Obama, Isis e medioriente: il ritorno dell'instabilità costruttiva?

di l.c.

0bama-iraq-isis-times-cartoonIntroduzione: venti di guerra medio-orientali

Ci risiamo. I venti di guerra tornano a soffiare sul Medio Oriente (in realtà non hanno mai smesso...). Nella notte alla vigilia dell'anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle, Obama ha annunciato la nascita di una vasta coalizione volta a distruggere l'ISIS, l'Esercito Islamico dell'Iraq e del Levante.

A poche settimane dall'uccisione, in mondovisione, di due giornalisti americani rapiti in Siria tra il 2012 e il 2013, gli Stati Uniti si sono impegnati, per bocca del loro presidente, a “guidare un'ampia coalizione con l'intento di mettere fine alla minaccia terroristica di ISIS”. Il piano americano prevede quattro punti fermi.

In primis una campagna di attacchi aerei in Iraq e in Siria (“We will hunt terrorist wherever they are, that means I won't hesitate to take action in Syria as well as in Iraq.”).

In secondo luogo un sostegno in chiave di addestramento, equipaggiamento e intelligence alle forze operanti sul terreno che combattono ISIS (“Train and equip syrian opposition to fight against ISIL. We cannot rely on Assad regime that terrorizes its own people and will never regain legitimacy has lost...”) attraverso un rafforzamento dell'opposizione al regime di Assad come controbilanciamento alle forze di ISIS.

Sebastiano Isaia: Brevi note critiche al "Capitale nel XXI secolo" di Thomas Piketty

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

sebastianoisaia

Brevi note critiche al "Capitale nel XXI secolo" di Thomas Piketty

Sebastiano Isaia

C’è ingegno in questa testa: 
se potesse uscire… (W. Shakespeare).

Marx-on-your-mind-001Scrive Thomas Piketty nel suo ormai celebre (e “monumentale”: 928 pagine nella sua versione italiana recentemente pubblicata da Bompiani) studio sul Capitale del XXI secolo: «La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitalismo e delle disuguaglianze. […] Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale si riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche» (1).

Sorvoliamo sull’«apocalisse marxista», suggestiva locuzione che allude a quell’ideologia crollista elaborata da non pochi zelanti epigoni che con il maestro di Treviri c’entrano assai poco (salvo che non si voglia inchiodare il poveretto a singole frasi di stampo “apocalittico”); chiediamoci piuttosto quando la democrazia e il cosiddetto «interesse generale» hanno avuto «il controllo del capitalismo e degli interessi privati». La mia risposta è: mai.

Come ogni intellettuale borghese che si rispetti, l’economista progressista francese crede – ancora oggi, nonostante tutto – alla sostanziale primazia del politico sull’economico (2), che secondo lui avrebbe caratterizzato i mitici «Trente glorieuse» o «golden age», ossia il periodo che va dal 1945 al 1975. Salvare il “lato buono” del Capitalismo (democrazia, diffusione delle conoscenze e delle competenze) segando gradualmente, attraverso misure economiche tese a colpire la rendita finanziaria (quale inusitata originalità di pensiero!), il lato cattivo di esso, «potenzialmente minaccioso per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondano», è per Piketty una questione di «volontà politica».

Olympe de Gouges: Vieni avanti, ennesimo cialtrone

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

diciottobrumaio

Vieni avanti, ennesimo cialtrone

di Olympe de Gouges

marx-giornalistaAll’estero ha avuto molta eco il libro di Thomas Piketty dal titolo Il Capitale nel XXI secolo, e c’è da credere che anche in Italia, dove è appena uscito, farà molto discutere senza peraltro essere letto da molti che ne parleranno. Vale la pena acquistare e leggere questo libro di 928 pagine? Dipende da ciò che ci si aspetta e soprattutto se si è disposti a dare retta alle molte fraudolente bugie che racconta, e credere che l’origine della disuguaglianza di reddito sia anche la causa fondamentale delle crisi capitalistiche (e non semplicemente un effetto, per quanto dirompente), e che tale disuguaglianza possa essere ricomposta in qualche modo per via politica, con una tassazione progressiva della ricchezza. Ecco dunque in sintesi la tesi fondamentale di questo ennesimo cialtrone.
 
Dico subito che non m’interessa perdere tempo con tali cialtronate proposte a buon mercato dagli indirizzi e dalle scuole del pensiero borghese. Né sarà tema di questo post – ma di un prossimo – il trattamento che questo Achille Loria del XXI secolo riserva nel suo libro a Marx, volgarizzando e falsificando in modo indecente, nel sesto capitolo, la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, spacciandola anzi per sua, e sostenendo che la legge scoperta da Marx non avrebbe supporto ed evidenza matematica!
 
Va comunque ancora una volta rilevato che in alcun modo la teoria economia borghese, sempre più in crisi, ha interesse a fare riferimento alle leggi concrete e reali di movimento del sistema economico capitalista, perché ciò porterebbe in luce le contraddizioni reali ed oggettive del modo di produzione capitalistico, e ciò sarebbe oltremodo pericoloso dal punto di vista politico e dell’ordine sociale.

Roberto Donini: 1914: l’arte di ripensare l’epoca del grande conflitto europeo

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

linterferenza

1914: l’arte di ripensare l’epoca del grande conflitto europeo

Un saggio di Luciano Canfora

Roberto Donini

112514743-ad5aaf02-2bb5-4468-9909-aea54ddd5f09Avvicinarsi\allontanarsi come in un film

A volte le date e le ricorrenze della Storia, paiono davvero misteriosamente intrecciarsi e l’arte dello storico è rinvenire i capi del nodo. La riedizione del fulminante saggio di Luciano Canfora 1914 (Sellerio), la cui prima uscita è del 2006, ha questa sorte, celebra i 100 anni dell’avvio della grande guerra in presenza di un’Europa sofferente che vede ai suoi bordi l’accendersi di conflitti violentissimi. Nell’indagare meglio i densi di incroci temporali del libretto, partirò da una marginale nota autobiografica.  L’ho letto esattamente nei giorni tra il 28 luglio (bombardamento di Belgrado e inizio della guerra tra Austria e Serbia) e il 2 agosto (inizio della  guerra tra Germania e Francia) 100 anni esatti di distanza e per di più passeggiando tra le residue trincee dell’Adamello-Tonale-Brenta il cosiddetto fronte centrale italiano. Un’ immersione spazio-temporale che forse ha esaltato del testo anzitutto i caratteri cinematografici, o meglio cinetemporali. Infatti il testo ha il pregio narrativo di spostare il lettore nei giorni convulsi del precipitare della crisi (montaggio incrociato serrato tra cancellerie \ il finale del Padrino parte III), poi indietro (flashback) ai presupposti, nella bella epoque, e in avanti, agli scenari della “guerra civile europea” (flashforward). Ovviamente c’è un ritmo e una consistenza diversa tra i movimenti; all’accenno di passato e futuro, succede  il dettaglio dell’attimo fuggente, di quell’estate di “fine Europa”.

Romano A. Fiocchi: La mala ora dell’Ultraliberismo

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

nazione indiana

La mala ora dell’Ultraliberismo

di Romano A. Fiocchi

Viviane Forrester, Una strana dittatura, traduzione di Fabrizio Ascari, TEA, 2003.

georges-vivianeViviane Forrester (qui in uno scatto di Jean-Marc Armani) è morta l’anno scorso. Era di nazionalità francese. E di origine ebraica. Conosceva Georges Perec. Ho saputo di lei grazie a una bellissima videointervista a Perec degli anni Settanta, tuttora reperibile in rete e già citata in un mio articolo cortesemente ospitato da NI. Qui i modi fascinosi della Forrester fanno da contrasto con la voce burbera di Perec, lei in un cappottino scuro con una cintura che le stritola la vita, lui con un montone dal bavero alzato, i capelli e il pizzetto da scienziato pazzo, il suo gesticolare ossessivo. Il video è girato nei pressi di rue Vilin, le prime inquadrature proprio davanti a quello che era stato il negozio di parrucchiera della madre di Perec, deportata e morta probabilmente ad Auschwitz. Dalla descrizione di quei luoghi, oggi completamente stravolti, Perec prende spunto per parlare del suo ultimo libro e per illustrare quello che sarà il suo progetto più grandioso: La vita istruzioni per l’uso. La Forrester sorride, ascolta, fa domande con voce cinguettante, non lo chiama né monsieur Perec, né Georges ma per intero: Georges Perec, dandogli del Voi (che è poi il Lei francese).

Ebbene, mai avrei pensato che una figura tutta delicatezza e femminilità potesse sfoderare gli artigli da leone in un pamphlet pieno di rabbia trattenuta, centottantasei paginette che sono una sorta di “j’accuse” moderno lanciato contro un’intera ideologia: l’ultraliberismo.

F.Santoianni e G.Chiesa: La via della pace. M5S e altri

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

megachip

La via della pace. M5S e altri

Ci vuole una strada larga, subito

Francesco Santoianni e Giulietto Chiesa

Un botta e risposta fra Francesco Santoianni e Giulietto Chiesa sulla questione ucraina, il tema della pace e le remore del Movimento Cinque Stelle

NEWS 216373Carissimo Giulietto

C'ero anche io, ieri a Napoli, ad applaudire la tua splendida conferenza sull'Ucraina e sulla imminenza di una ancora più devastante guerra. Davvero splendida. Problemi di tempo, non sono potuto intervenire dal pubblico, per cui mi esprimo qui su una tua affermazione e cioè sul Movimento Cinque Stelle unica forza sulla quale potere costruire una mobilitazione contro la guerra. Credo di poter contraddirti con cognizione di causa in quanto, da anni - a differenza di tanti altri compagni che non vogliono "sporcarsi le mani" - stando nel Movimento Cinque Stelle, ho cercato di schiodarlo dal suo sostanziale immobilismo, tentando anche di coinvolgerlo in iniziative contro la guerra.

L'ultimo mio fallimento in ordine di tempo è stata la mobilitazione per Gaza che pure sembrava nel cuore di molti attivisti Cinque Stelle a giudicare dai loro innumerevoli post su Facebook.

Maurizio Donato: Operazione Bird dog

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

economiaepolitica

Operazione Bird dog

Maurizio Donato*

bizoniaLe politiche di riduzione salariale, il ruolo delle valute, il rapporto tra UE e USA sono questioni di attualità eppure non nuove. La loro storia affonda le radici in un periodo lontano e terribile, quello della guerra. L’articolo che segue racconta – in forma sintetica e in parte narrativa – le vicende che portarono all’introduzione nella Germania occupata del nuovo marco tedesco.

 ***

Era da un pezzo che voleva chiederglielo, solo non sapeva come. Joe era – quasi – suo amico, appunto, quasi. E poi in certi casi non sai proprio come farle certe domande, o se farle, ma la curiosità era tanta, erano ore che scaricavano casse su casse.

Che razza di nomi, Bizonia, Trizonia. Era un anno e mezzo prima, poco dopo Natale del ‘47, che aveva sentito per la prima volta quei nomi assurdi, e adesso un ordine ancora più assurdo, e soprattutto segreto, segretissimo.

Solo in pochissimi conoscevano bene la faccenda, e uno di questi era effe gi. Ma io non lo conoscevo; sì, in teoria avrei potuto chiederglielo, ma mi era bastata la sua faccia quando uno dietro di me gli aveva domandato: “Cibo per cani, vero?”

Certo, quella scritta sulle casse faceva pensare ai cani, ma che cavolo, ventimila casse di cibo per cani, e in segreto, poi. Ah, non tornava; armi, sì armi, forse bombe.

Il francese, sì il francese qualcosa doveva sapere, magari più di qualcosa.

Sigaretta?

Gianni Fresu: Il nostro 11 settembre

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

gianni fresu

Il nostro 11 settembre

Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati

Gianni Fresu

immagine romanzo-di-una-strage-500x333L’11 di settembre è una data marchiata col sangue sul calendario, oggi tutti la associamo all’attacco alle torri gemelle, ma fino al 2001 era l’esempio più lampante di cosa fosse capace una politica folle come quella messa in atto dal Governo degli Stati Uniti d’America nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. L’11 settembre del 1973 non è un unicum di questa storia, prima c’era stato il 31 marzo 1964 in Brasile, dopo il 24 marzo del 1976 in Argentina. Ma la “guerra sucia” non fu confinata agli esotici paesaggi dell’America Latina. Negli stessi anni e con la medesima regia, essa fu combattuta con uguale intensità anche in Italia e solo per un puro caso non celebriamo un nostro 11 settembre, in compenso nessuno di noi può dimenticare la data del 12 dicembre 1969.

La storia italiana del dopoguerra – con le limitazioni alla propria sovranità e l’interdizione ad una normale dialettica politica – è stata spesso interpretata alla luce del concetto di «democrazia bloccata». Tale concetto, in gran parte dei casi, è stato ricondotto esclusivamente ai condizionamenti imposti dal fronteggiarsi sul piano internazionale dei due blocchi contrapposti e alla conseguente articolazione interna di tale scontro, veicolata dai due grandi partiti di massa italiani: la DC e il PCI. Se tutto questo non può che trovare puntuale conferma sul piano storico, esso costituisce solo una parte, seppur quella predominante, delle cause di ingessatura democratica del paese.

Evgeny Morozov: Contro i mastini di Silicon Valley

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

manifesto

Contro i mastini di Silicon Valley

Evgeny Morozov

«L’economia della condivisione» più che un’alternativa ai colossi della Rete è la forma più innovativa dell’industria basata sull’acquisizione e vendita dei dati personali. Una parola d’ordine populista che trova un alleato negli studiosi che denunciano i pericoli allo sviluppo cognitivo rappresentati dalla tecnologia

30cultNel bagno con­nesso, lo spaz­zo­lino da denti inte­rat­tivo lan­ciato quest’anno dalla società Oral-B (filiale del gruppo Procter&Gamble) è una star: inte­ra­gi­sce senza fili con il nostro cel­lu­lare men­tre, sullo schermo, un’applicazione segue secondo per secondo le fasi della puli­zia dei denti e indica gli angoli della cavità orale che meri­te­reb­bero mag­giore atten­zione. Abbiamo stro­fi­nato con suf­fi­ciente vigore, pas­sato il filo inter­den­tale, raschiato la lin­gua, risciac­quato il tutto?

Ma c’è di meglio.

Come spiega con fie­rezza il sito che gli è dedi­cato, lo spaz­zo­li­no­ con­nesso tra­sforma il gesto di spaz­zo­lare i denti in un insieme di dati che si pos­sono ren­dere in forma di gra­fico o comu­ni­care ai pro­fes­sio­ni­sti del set­tore. Che sarà di que­sti dati, è ancora oggetto di dibat­tito: ne man­ter­remo l’uso esclu­sivo? O saranno cat­tu­rati dai den­ti­sti pro­fes­sio­ni­sti e per­fino ven­duti a com­pa­gnie di assi­cu­ra­zione? Si aggiun­ge­ranno alla mon­ta­gna di infor­ma­zioni già dispo­ni­bili nel gra­naio di Face­book e Google?

L’improvvisa presa di coscienza che i dati per­so­nali regi­strati dal più banale degli elet­tro­do­me­stici dallo spaz­zo­lino elet­trico al fri­go­ri­fero potreb­bero tra­sfor­marsi in oro ha sol­le­vato cri­ti­che alla logica por­tata avanti dai masto­donti della Sili­con Valley.

Miguel Mellino: David Harvey e l’accumulazione per espropriazione

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

euronomade

David Harvey e l’accumulazione per espropriazione

Qualche considerazione su un’espressione equivoca

di Miguel Mellino

17cd20506f6cc4062b20bd61a178e60577511ca663f399ac0eae46891. L’accumulazione per espropriazione e il nuovo spirito del comando capitalistico

Negli ultimi anni, il concetto marxiano di “accumulazione originaria” è stato oggetto di un rinnovato dibattito (Perelman 2001; Glassman 2006; Bonefeld 2008; Mezzadra 2008; Van Der Linden 2010). Si tratta di uno degli sviluppi più stimolanti di un più ampio processo di ripensamento delle categorie analitiche indotto sia dalle trasformazioni avvenute nei modi dell’accumulazione del capitale globale sin dalla fine degli anni novanta, sia dall’emergere di nuove forme e movimenti di resistenza in tutto il mondo.

E’ innegabile che fenomeni come il progressivo divenire rendita del capitale; l’invasione americana dell’Afghanistan e dell’Iraq; l’emergere della Cina e complessivamente dei cosiddetti BRICS come motori “produttivi” dell’economia mondiale; il boom dell’agrobusiness e del capitalismo “estrattivo” in molti dei paesi dell’ex Terzo mondo e dell’Est Europa; il fenomeno di una precarietà e/o disoccupazione di massa sempre più strutturale; il progressivo indebitamento dei ceti medi occidentali e non solo; la crisi economica che dal 2007 stringe nella propria morsa buona parte dei centri nevralgici dell’attuale capitale globale, così come la provocatoria determinazione dell’amministrazione Obama e dell’UE a perseverare nelle politiche neoliberiste di aggiustamento e di austerity degli ultimi vent’anni;

Lucio Manisco: Obama «l’inetto», perso il controllo, scatena una guerra

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

popoff

Obama «l’inetto»,  perso il controllo, scatena una guerra

di Lucio Manisco

Accusato di inettitudine in patria, Obama rischia di perdere il controllo del Congresso. Il governatore del Texas dice che i terroristi possono essere già arrivati nel suo Stato. E così dichiara una nuova guerra al terrorismo. E l’Italia che fa? Si accoda. Anche se non si sa come

obama-mask-on-bush-war-crimeGravitas, brevitas, l’eco ricorrente della «Cartago delenda» di Catone, anzi del «we shall fight on the beaches» di Winston Churchill ai Comuni contro la Germania nazista: così Barack Obama nel discorso di mercoledì notte alla nazione ed al mondo ha dichiarato guerra all’Isil, la quarta guerra in trent’anni al terrorismo in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti non daranno tregua al barbarico califfato, lo frantumeranno e poi lo distruggeranno In Iraq, in Siria, nello Yemen, in Somalia ed in altre parti del mondo per tutelare la sicurezza del popolo americano. Come? Il Capo dell’Esecutivo non è entrato nei dettagli che arriveranno dopo, ma ha delineato strategia e traguardi di una guerra ad oltranza che si protrarrà oltre i due anni del suo rimanente mandato alla Casa Bianca: estensione dei bombardamenti aerei in corso – droni, F-16 e forsanco B-52 – sull’Iraq e sulla Siria, massicce forniture di nuove armi pesanti all’esercito iracheno e l’arsenale delle democrazie darà man forte anche alle forze irregolari curde (checché ne dica il nuovo governo di Baghdad).

Nessun «boot on the ground» a stelle e strisce, ma il contingente di consiglieri, istruttori e addetti alla Intelligence degli Stati Uniti salirà da 1.200 a 1.775. Le truppe di terra verranno fornite da una formidabile coalizione di quaranta Paesi, dieci europei, tra i quali l’Italia. Il tutto al costo di cinquecento milioni di dollari che incrementeranno un bilancio della Difesa più alto del totale di tutti gli altri bilanci della Difesa di Paesi avversari o amici nel resto del mondo.

Nique la Police: Crocifissioni riprese dallo smartphone

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

senzasoste

Crocifissioni riprese dallo smartphone

Antropologia politica di Isis

di Nique la Police

james-foley-1Già da diverse settimane ci chiedevamo in redazione cosa fosse Isis. Nel frattempo, oltre alla proclamazione dello stato islamico, piovevano immagini di esecuzioni, di decapitazioni, di feroci conflitti tra Siria ed Iraq. Questo articolo, che poi verrà rielaborato in forma di saggio e riversato sul sito academia.edu, cerca di rispondere a diverse domande su Isis al di là della contingenza giornalistica. Il lavoro è diviso in due sezioni. La prima, (Immagine, antropologia e politica di Isis) cerca di fissare delle categorie analitiche di lettura all'interno del concetto di barbaro, di immagine, di antropologia del politico. La seconda (Fonti di Isis)  si occupa di commentare alcune fonti selezionate, video e articoli, prodotte da Isis o che riguardano materiale che tratta questo argomento. L'uso della dizione "Isis" invece che di quella, più corretta di "Is" (Islamic State, stato islamico) è dovuto alla sua maggiore diffusione. E anche alla forte evocatività, dovuta all'omonimia con Isis, la divinità egizia che si narrava proveniente dall'oltretomba. Suggeriamo a chiunque sia interessato a studiare i video linkati di scaricarseli visto che i link cambiano velocemente. A volte anche in poche ore. Per cui per i link che risultano vuoti si consiglia di cercare nella memoria cache di Google. Il materiale che arriva a disposizione di chi legge è comunque significativo.

 Buona lettura e non dimenticate di sostenere i media indipendenti, baluardo dell'analisi di qualità e senza condizionamenti.

Redazione - 9 settembre 2014

Leonardo Mazzei: Commissione UE: vince di nuovo la Merkel

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

sollevazione2

Commissione UE: vince di nuovo la Merkel

di Leonardo Mazzei

Mentre l'Istat dà i numeri del nuovo Pil all'europea, Juncker dà i nomi di chi vigilerà sull'ortodossia austeritaria

jyrki-katainen 590-490Giornate di numeri per l'Europa. Ma anche di nomine. Ieri l'Istat ha sfornato il suo primo compitino per abbellire i conti. Altri ne seguiranno a breve. Oggi è toccato invece a Juncker l'annuncio della composizione dell'esecutivo dell'UE. Occhi puntati sul commissario agli Affari Economici, in pratica il successore del mitico Olli Rehn. Come previsto, sulla ruota di Bruxelles è uscito il nome del francese Pierre Moscovici, che avrà però due supervisori: il ben noto Jyrki Katainen, ed il meno conosciuto ma altrettanto "fidato" (per Frau Merkel, ovviamente) Valid Dombrovskis.

Che relazione c'è tra la notizia della "rivalutazione" del Pil e le nomine europee? In un certo senso nessuna: si tratta di due adempimenti già previsti da tempo, privi di ogni legame diretto od indiretto. Eppure, se ci pensiamo un legame c'è. Ed è quello che spesso tiene insieme sostanza ed apparenza delle cose.

La revisione nominale del Pil, che ovviamente non sposta di una virgola i dati della crisi, quelli della disoccupazione, eccetera, serve a dare un po' d'ossigeno ai decisori politici - illuminante, oltre che patetico, è il caso italiano, immortalato dalle furberie di quart'ordine di un Renzi -, mentre i nomi di Juncker servono a chiarire che la direzione di marcia del mostro eurista non cambia. Appunto, da una parte le apparenze, dall'altra la sostanza.

Sebastiano Isaia: Sulla crisi della democrazia

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

sebastianoisaia

Sulla crisi della democrazia

Un contributo alla critica del regime democratico

Sebastiano Isaia

Quanto più il singolo diventa impotente, tanto più si restringe la giurisdizione della coscienza. La coscienza regredisce (M. Horkheimer, Potere e coscienza).

maltempo-york-295073Leggo da Il Post del 5 marzo 2014: «La “crisi della democrazia” è un tema che negli ultimi tempi è sempre più frequente nelle discussioni sullo stato del mondo e dei suoi paesi, ma anche sempre più banalizzato: una specie di modo di dire che spiega ogni cosa senza spiegare niente». Cercherò, nel modo più stringato possibile, di chiarire il mio punto di vista sul concetto di democrazia e sulla sua prassi, cosicché si possa capire da quale prospettiva approccio il tema in questione, il quale è ormai diventato una sorta di tormentone che ricorda molto da vicino, almeno a chi scrive, un altro evergreen tematico italiano: la crisi del cinema.

Gli intellettuali e i politici antiliberisti (statalisti) di “sinistra” e di “destra” fanno risalire l’attuale «crisi della democrazia» alla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; essi insomma mettono tale fenomeno in una relazione di causa-effetto con la cosiddetta «controrivoluzione neoliberista» che porta i famigerati nomi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. La potente accelerazione del processo di globalizzazione alla fine degli anni Ottanta (crisi della sovranità nazionale, dominio della finanza sulla cosiddetta economia reale) e la crisi economica internazionale che travaglia l’Occidente (soprattutto il Vecchio Continente) dalla fine del 2007 avrebbero poi rafforzato tanto le cause quanto i sintomi di questa crisi, rendendola per certi versi permanente – strutturale.

Antonio Maria Rinaldi: Renzi sta sbagliando tutto

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

intelligonews

Renzi sta sbagliando tutto

Lucia Bigozzi intervista Antonio Maria Rinaldi

Analisi lucida ma impietosa sul Renzi-chef economico in versione Porta a Porta, con una sintesi estrema: “Siamo in un vicolo cieco”. Nella conversazione con Intelligonews, il professor Antonio Maria Rinaldi, economista e docente di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, svela tutti i nodi che Renzi non ha sciolto. E non solo…

BwMZ7hPCQAArq A.jpglargeQual è la risposta dell’economista Rinaldi alla ricetta anti-crisi di Renzi declinata a Porta a Porta?

Non so da dove cominciare… Facciamo un po’ di chiarezza. Ormai Renzi ci ha abituato a forti annunci poi non supportati da fatti concreti. Anche questo è un modo di fare politica, ma in questo momento in Italia servono cose concrete. Non capisco un aspetto tra i tanti che mi lasciano perplesso.

 

Quale?

Posto che Renzi non è un economista, spero si avvalga della collaborazione e della consulenza di persone che hanno dimestichezza economica. Ecco, non capisco come mai non gli abbiano fatto comprendere in maniera precisa che tutti questi annunci sulla creazione di posti di lavoro come nel caso dei 150mila precari della scuola, non trovano un riscontro oggettivo nella pratica perché impongono di reperire adeguate coperture finanziarie e, oltretutto, non tornano rispetto alle dichiarazioni dello stesso presidente del Consiglio che non più di 48 ore fa ha confermato il blocco dei rinnovi contrattuali per il pubblico impiego perché non ci sono risorse. È oltremodo strano che il fatto che si annunci una riduzione del costo del lavoro. Vorrei che Renzi rispondesse a una mia domanda…

Matteo Pasquinelli: Algoritmi del capitale

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

doppiozero

Algoritmi del capitale

Matteo Pasquinelli

una-fabbrica-di-algoritmi-per-governare-big-data-e-i-social-media------Sharper Analytics analizzare big dataSta per uscire Algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune (Ombre corte, 2014), a cura di Matteo Pasquinelli. Il libro raccoglie i contributi di Franco Berardi "Bifo", Mercedes Bunz, Nick Dyer-Witheford, Stefano Harney, Christian Marazzi, Antonio Negri, Matteo Pasquinelli, Nick Srnicek, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Alex Williams.

Essendo un tema molto dibattuto e di grande valore per tutti coloro che seguono la rubrica di cheFare, abbiamo chiesto all'editore, che ringraziamo, il permesso di pubblicare un estratto dell'introduzione, a firma del curatore.
 
La limousine aveva il pavimento in marmo di Carrara, estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima,
aveva sfiorato con la punta del dito  la bianca pietra stellata. Guardò Chin, abbandonato sul sedile, perso in divagazioni.
“Quanti anni hai?”
“Ventidue. Cosa? Ventidue...”
“Metti in bocca una gomma e prova a non masticarla. Per
uno della tua età, con le tue doti, c’è una sola cosa al mondo
degna di interesse professionale e intellettuale.
“Che cos’è, Michael?”
“L’interazione tra tecnologia e capitale, la loro inseparabilità.”
Don DeLillo, Cosmopolis

La limousine di un miliardario non ancora trentenne procede lentamente per le strade di New York, tagliando l’orizzonte verticale delle torri del capitale finanziario.

Claus Peter Ortlieb: La danza della pioggia

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

blackblog

La danza della pioggia

Un bilancio provvisorio della "eurocrisi" con l'aiuto dei dati ufficiali

di Claus Peter Ortlieb

disoccupati25255b525255dBenché la Germania finora continui a contarsi fra i vincitori della crisi, e la Grande Coalizione continui a godere della stessa popolarità dei governi federali precedenti, e che, secondo un sondaggio condotto nell'aprile 2014, l'80% dei tedeschi si dica "globalmente soddisfatto dello stato del nostro paese", sono apparentemente numerosi quelli che, malgrado tutto, pensano ci sia qualcosa di sospetto, e sentono che il "paradiso tedesco" (secondo la  Wirtschaftswoche del 19 aprile) è minacciato, e che alla fine dei conti toccherà ancora al "contribuente tedesco" pagare per i danni fatti dai paesi europei in crisi. Da qui, l'appello pressante a mettere fine alla crisi senza indugi, e di conseguenza l'avvertimento che rischia di durare ancora un po', fa sì che troviamo nei media sempre più tentativi volti a produrre con la maggior forza possibile degli annunci di fine della crisi - annunci, il cui ottimismo, del resto, si limita spesso al solo titolo, mentre l'articolo vero e proprio ragiona secondo un modo di vedere le cose ben diverso.

"Die Welt", per esempio, intravvede la fine del tunnel il 3 aprile, e titola: "La Grecia si appresta ad effettuare una clamorosa rimonta". Lì pe lì, si crede ad un pesce d'aprile in ritardo, ma velocemente si arriva a comprendere che l'articolo è del tutto serio, salvo che non concerne altro che un aspetto parziale  - ed anche non particolarmente pertinente - della catastrofe greca: "Per evitare un terzo piano di salvataggio, Atene considera il suo ritorno sui mercati finanziari, solo due anni dopo il fallimento. Sarebbe un record", spiega l'occhiello.

Pagina 1 di 158

You are here: