Giovedì 23 Maggio 2013 18:38
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Eurozona, quelli che “la benzina aumenterà settanta volte sette…”
di Alberto Bagnai
Tira una brutta aria nelle roccaforti del Pude (Partito Unico Dell’Euro), aria di imminente smobilitazione. Le crepe nel muro di gomma sono sempre più evidenti, il dibattito è aperto perfino nel paese che, per i più ingenui, avrebbe meno interesse ad aprirlo (la Germania), l’opposizione all’Eurss si fa, da scientifica, politica, e in paesi più democratici del nostro fa incetta di voti. Questa, peraltro, è un’altra fonte di preoccupazione, visto che lo spazio politico della verità tecnica (l’euro è insostenibile) è stato improvvidamente lasciato alle destre più becere da chi ha ucciso il dibattito a sinistra (in Italia il Pd).
Ma è proprio quando la fine si avvicina, che si manda in prima linea la carne da cannone. Le unità di élite (si fa per dire) meglio risparmiarle: chi scaltramente e per tempo ha dimostrato di avere un po’ di cervello, tornerà poi utile per negoziare al tavolo della pace, forte di un opportunistico “io l’avevo detto”.
Illuminante in questo senso la puntata di “La vita in diretta” del 2 maggio scorso, condotta da un ottimo Marco Liorni. Una puntata che ha raggiunto vette di umorismo involontario grazie alle uscite di due estremi difensori dell’euro.
Giovedì 23 Maggio 2013 17:52
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La “rottura” della cittadinanza
di Sandro Mezzadra
Étienne Balibar ha perfettamente ragione: dobbiamo “porre da subito il problema di una rifondazione dell’Unione, in vista della costruzione di un’altra Europa”. Dovremmo essergli grati per aver messo in corsivo sia “da subito” sia “rifondazione”. Si deve agire ora, e quest’azione non può dare per scontata né l’esistenza delle forze politiche da mobilitare, né le coalizioni sociali capaci di sostenere una simile mobilitazione, né le energie intellettuali da attivare, né i canali e le strutture istituzionali da assumere come riferimento.
Serve, su ciascuno di questi livelli, una campagna costituente, che sappia trasformare forze e istituzioni esistenti, crearne di nuove, incanalare lotte e “indignazione” sociali verso l’obiettivo di “costruire un’altra Europa”, producendo al tempo stesso nuovi linguaggi politici e immaginari culturali. Una campagna costituente, dicevo: non una campagna per un’“assemblea costituente”, per la quale mancano attualmente tutte le condizioni. Penso a un progetto di durata decennale, in grado di reinventare radicalmente lo spazio europeo, la sua posizione in un mondo tumultuosamente in trasformazione, le sue istituzioni e la sua cittadinanza sulla base di una nuova coniugazione di libertà e uguaglianza. E’ necessario aggiungere che una simile reinvenzione non può che essere allo stesso tempo una reinvenzione della sinistra in Europa? Se la sinistra ha un futuro in questa parte del mondo, sono convinto che questo futuro non possa che essere costruito su scala continentale.
Dovremmo essere consapevoli della dimensione globale delle sfide di fronte a cui ci troviamo oggi in Europa.
Giovedì 23 Maggio 2013 15:03
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Berlino, Roma e i dolori del giovane euro*
di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta
I guai dell’Eurozona originano da una grave anomalia: l’essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il bluff delle ‘triple A’. Se la moneta comune salta, un’Italia senza timoniere rischia la deriva
1. La zona euro detiene un invidiabile primato storico: è l’unica area monetaria imperniata su un paese creditore, la Germania. Si tratta di una condizione assolutamente anomala: mai, prima d’ora, si era data una moneta a circolazione plurinazionale costruita attorno a un paese strutturalmente esportatore, perché la funzione del fulcro di un sistema monetario è creare liquidità, non drenarla. Tale funzione viene normalmente assolta mediante il commercio: importando beni e servizi altrui e stampando moneta per pagare le importazioni, il paese economicamente egemone alimenta la massa monetaria della sua zona d’influenza, fornendo così il carburante degli scambi e degli investimenti. Ciò presuppone, però, un deficit commerciale quasi permanente e una certa tolleranza, da parte del paese in questione, per l’inflazione e le oscillazioni del tasso di cambio.
Questa è stata la condotta dell’Inghilterra, specialmente tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando Londra reinvestiva sistematicamente i proventi delle colonie alimentando il commercio mondiale e tamponando i guasti provocati dall’aggressivo mercantilismo statunitense, in una fase in cui Washington era impegnata ad affermarsi sui mercati internazionali. Questa è stata la posizione degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra, una volta rilevato il testimone dal Regno Unito: prima con il Piano Marshall, che schiuse l’enorme mercato nordamericano all’esangue industria europea; poi, dopo l’abbandono unilaterale del sistema di parità aurea – reso insostenibile proprio dalla crescita degli scambi transatlantici – con la creazione di moneta.
Non è questo il caso della Germania: paese che ad oggi mantiene una percentuale di esportazioni sul pil (50%) superiore persino a quella della Cina, ma che in virtù della sua statura economica si è sempre trovato al centro delle dinamiche europee d’integrazione commerciale (prima) e monetaria (poi).
Mercoledì 22 Maggio 2013 18:41
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Benvenuti alle Termopili
Wu Ming
 E così il 26 maggio la cittadinanza bolognese andrà a votare. Referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private. Alla cittadinanza viene chiesto di esprimere un parere su quale sia la forma “più idonea” di utilizzo dei finanziamenti comunali per garantire “il diritto costituzionale all’istruzione dei bambini e delle bambine”: dare oltre un milione di euro alle scuole pubbliche comunali e statali (A) o continuare a darlo alle scuole paritarie private (B). Un piccolo caso locale che ha attirato l’attenzione da tutta Italia per il forte valore simbolico (qui la prima e la seconda puntata) e che, comunque andrà a finire, ha già messo in evidenza un dato innegabile: un comitato di poche decine di volontari è riuscito a far tremare i colossi dai piedi d’argilla che saturano lo spazio politico italiano, ritrovandoseli tutti contro, dal Pd alla Cei.
Con il passare delle settimane, il clima in città è andato surriscaldandosi a causa dei toni assunti dall’amministrazione comunale e dal sindaco Merola, a ogni uscita pubblica sempre più nervoso e offensivo nei confronti dei referendari. Il refrain dura da mesi, ma ultimamente è diventato un disco rotto: ideologici, strumentalizzati, estremisti, nemici della scuola, nemici dei bambini, discriminatori, e chi più ne ha più ne metta.
Mercoledì 22 Maggio 2013 18:31
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 Berlusconiani Vs Antiberlusconiani: solito spettacolo penoso
di Diego Fusaro
 In questi giorni si è per l’ennesima volta riproposto l’osceno spettacolo che tiene da vent’anni prigioniera la politica italiana: quel penoso conflitto tra berlusconiani e antiberlusconiani che continua a ottundere le menti, illudendole che il solo vero problema del nostro Paese sia l’incarcerazione del Cavaliere o, alternativamente, la sua santificazione in terra. Uno spettacolo patetico e, insieme, disgustoso. Se mai è possibile, per i motivi che subito dirò, l’antiberlusconismo è più spregevole dello stesso berlusconismo.
Il berlusconismo non è un fenomeno politico. È, semplicemente, l’economia che aspira a neutralizzare la politica, riconfigurandola – avrebbe detto von Clausewitz– come la continuazione stessa dell’economia con altri mezzi. Non ha nulla a che vedere con il fascismo, con buona pace della sinistra perennemente antifascista in assenza integrale di fascismo.
Il berlusconismo è osceno, perché è di per sé oscena la dinamica, oggi dilagante, della reductio ad unum operata dalla teologia economica, ossia di quell’integralismo economico che aspira a ridurre tutto all’economia, alla produzione e allo scambio delle merci. Il berlusconismo ne rappresenta l’apice, aggiungendo a questa oscenità pittoreschi elementi da commedia all’italiana su cui è pleonastico insistere in questa sede. Ma l’antiberlusconismo è ancora più osceno.
Martedì 21 Maggio 2013 19:04
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La speranza di Maurice
Violenza e marxismo nell’esperienza filosofica di Merleau-Ponty
di Stefano Scrima
La filosofia trionfa facilmente dei mali passati e
dei mali futuri; ma i mali presenti trionfano in lei.
La Rochefoucauld
 12 dicembre 1946, casa Boris Vian. Maurice Merleau-Ponty ha da poco consegnato a Les Temps Modernes1 il saggio intitolato Le yogi et le prolétaire – in sintesi: un rinnovo della fiducia nel marxismo, unica filosofia in grado di competere col reale – confluito successivamente in Humanisme et terreur (1947); lo scritto richiama volontariamente il romanzo di Koestler The yogi and the commissar, giacché ne è la risposta, o meglio, la critica.
Quella sera Albert Camus, incredulo lettore del fresco saggio merleaupontiano, rovesciò tutto il suo sgomento sull’amico Maurice: ai suoi occhi, da quelle macchie d’inchiostro emerge, pericolosa, la giustificazione dei processi di Mosca degli anni Trenta 2, e dunque della violenza del regime comunista russo in nome della rivoluzione. Di qui la rottura fra i due.
Il problema che li divide è pertanto incentrato sull’uso della violenza in politica: è questa necessaria? E se fosse l’unico modo per raggiungere l’agognato stadio finale della Storia – il comunismo vero e proprio –, ottenuto il quale, la violenza stessa potrà assurgere a vago ricordo, a preistoria? Ma per chi non crede al comunismo? Per chi, come Camus, ritiene completamente infondata la “profezia marxista”? Per quest’ultimo tra uomo e mondo vigerebbe una misura, un equilibrio vitale che dev’essere salvaguardato affinché non produca, una volta distorto e manipolato dall’uomo, effetti catastrofici; ma il comunismo, come ogni altro fittizio mondo ideologico 3 (fascismi compresi), è araldo di dismisura: distrugge, dimenticandolo, quest’equilibrio originario.
Martedì 21 Maggio 2013 17:41
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E’ guerra a internet!
Ma venderemo cara la pelle
Arturo Di Corinto
Quattro Anonymous arrestati, il pressing dell’Agcom per regolamentare in senso poliziesco il diritto d’autore, l’insistenza del presidente Boldrini sul tema della violenza nel web, la necessità di leggi speciali per Internet secondo Pietro Grasso, la riproposizione dell’obbligo di rettifica per i blog dentro la legge bavaglio, le 22 denunce per i commenti anti-napolitano del blog di Grillo…. e si potrebbe continuare. Sta succedendo qualcosa.
In una fase della vita del paese dove le larghe intese rendono difficile l’esercizio della critica ma anche trovare appoggio e consenso nei partiti tradizionalmente schierati per la libertà d’informazione, tutti questi indizi messi insieme possono prefigurare l’inizio di una guerra a Internet? Una normalizzazione del web in senso restrittivo? O solo un modo per sviare l’attenzione da altri problemi? Siamo noi ammalati di cospirazionismo? Forse.
Però l’insistenza dei detective della postale nel rimarcare che chi agiva per conto e come Anonymous lo faceva per interesse materiale e non ideologico non convince. Di sicuro è una perfetta psyop (psychological operation) per anticipare le critiche e minimizzare le reazioni di solidarietà verso gli arrestati, allo stesso tempo infangando la presunta purezza di Anonymous.
Lunedì 20 Maggio 2013 19:59
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Luca Basso, “Agire in comune
Antropologia e politica nell’ultimo Marx”
di Oscar Oddi
 Il rinnovato interesse verso l’opera di Marx ha suscitato anche in Italia una nuova produzione di studi critici sul complesso itinerario del pensatore di Treviri, sorta prevalentemente in ambito accademico vista la riduzione ai minimi termini, non solo numerici, delle espressioni politiche e sociali che dovrebbero averlo come riferimento. All’interno di questo filone si colloca l’ultima fatica di Luca Basso “ Agire in comune. Antropologia e politica nell’ultimo Marx”, Ombre Corte, Verona, 2012, pp. 247, € 20,00.
Con l’ausilio dei vari manoscritti che la nuova edizione critica delle opere di Marx e Engels (nota come Mega2) sta progressivamente mettendo a disposizione degli studiosi, Basso ripercorre alcuni snodi fondamentali del percorso marxiano tentando di proporne una lettura lontana dai tradizionali canoni. L’obiettivo prefisso è quello di tenere insieme l’oggettività dell’analisi del capitale e la politicità della soggettività di classe, rintracciando la loro relazione anche attraverso le instabilità che la caratterizzano. Per questo Basso intreccia la riflessione del Capitale con gli scritti storici e politici di Marx, così come respinge una lettura “logicista” del Capitale (si veda la scuola “logicista” tedesca, con Backhaus tra i principali esponenti, di cui è uscito in traduzione italiana, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, “ Dialettica della forma di valore”, Editori Riuniti, Roma, 2009, pp. 549), che insiste sul fatto che la riflessione marxiana non scaturisce da dati ricavabili empiricamente. Il rischio di queste interpretazioni, pur con i loro meriti (ad esempio la messa in luce del legame tra valore e denaro), è per Basso quella di fornire una visione “teoreticistica” del Capitale, con relativo depotenziamento della sua politicità.
Lunedì 20 Maggio 2013 18:33
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Il ritorno della "Balena bianca" e la crisi del capitalismo
G. Della Casa e S. Mucci intervistano Luciano Vasapollo*
Governo Letta:"Il ritorno della balena bianca"
Il governo Letta si è definitivamente insediato. Rispetto al governo Monti, di cui lei parla nel libro “Il risveglio dei maiali - PIIGS” e nel libro “Se cento giorni di Monti vi sembrano pochi”, c’è continuità o discontinuità?
“Non c’è assolutamente alcuna discontinuità, è la politica che sta imponendo la Banca Centrale Europea. Questo si può notare anche dalle politiche socio-economiche e dalle scelte operative conseguenti applicate nei mesi appena trascorsi. Di solito, quando un paese è instabile dal punto di vista della governabilità, la speculazione finanziaria lo attacca; ciò è avvenuto con la Spagna, con la Grecia, con l’Irlanda e il Portogallo. Durante questi due mesi di assenza completa dei governi in Italia, non c’è stato alcun attacco speculativo perché si è determinata una stabilità compatibile voluta e studiata a tavolino: ha continuato a governare l’esecutivo di Monti che ha applicato le politiche finanziarie, monetarie ed economiche di carattere neoliberiste volute dalla Banca Centrale Europea, dalla Troika quindi anche dal Fondo Monetario Internazionale e ovviamente dalla Commissione Europea. Parallelamente a questo si stava delineando il quadro necessario di maggiore stabilità in funzione di tale politica di austerità, che poi significa massacro sociale con un attacco senza precedenti al salario diretto, indiretto e differito.
Domenica 19 Maggio 2013 17:47
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Crisi della democrazia e organizzazione dei comunisti*
di Alexander Höbel
1. Movimento operaio, comunisti, democrazia
Perché affrontare insieme i temi della crisi della democrazia e dell’organizzazione dei comunisti? La risposta è in qualche modo scontata. La vicenda storica del movimento operaio, socialista e comunista, è stata strettamente intrecciata allo sviluppo della democrazia, dalle rivoluzioni democratiche del 1848 alla sperimentazione di un modello democratico inedito con la Comune di Parigi, dalle lotte per l’allargamento del diritto di voto e per il suffragio universale all’affermarsi dei partiti di massa socialdemocratici e socialisti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, dal peso crescente che essi acquisirono – si pensi al Psi in Italia in seguito all’introduzione del sistema proporzionale – al modello “democratico-sociale” affermatosi in vari paesi nel secondo dopoguerra; e anche qui con una importanza non secondaria del “caso italiano”, segnato in modo rilevante dalla presenza del Pci, ossia del partito comunista più forte del mondo occidentale, un partito di massa che aveva fatto la sua bandiera proprio del progetto di via democratica al socialismo e che era riuscito a collocare l’idea di democrazia progressiva nella stessa Carta costituzionale1 .
A partire dal 1789, l’Europa vede dunque un progresso economico e politico e un costante avanzamento della democrazia (certo, con momenti di arresto e di regresso anche gravi), nel quale il movimento operaio nuota come nel mare che gli è più congeniale.
Sabato 18 Maggio 2013 23:56
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I nani d’Europa e la società dimenticata
di Sergio Bruno
Politici europei e tecnocrati, imponendo l’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa. Come è possibile che la cultura di governo sia divenuta tanto povera e ottusa?
La sera del 6 maggio scorso, Antonio Padellaro, parlando di Andreotti e della sua epoca su “la7”, diceva che se i politici di adesso sono normali quelli di allora erano dei giganti o che, se erano normali quelli... Personalmente riserverei il termine di gigante a personaggi quali Churchill e Roosevelt, quelli che avevano voluto Bretton Woods ancor prima che la guerra terminasse nella convinzione che i conflitti commerciali erano la premessa di quelli armati, e ai padri fondatori dell’Europa, animati da convinzioni simili. Forse la classe politica successiva, quella che ha gestito il periodo del benessere, era un tantino meno gigante, ma sempre fatta di figure che avevano una discreta cultura e comunque il senso dello stato. Evidentemente la statura è andata diminuendo con il tempo, ma era difficile prevedere che si potesse cadere così in basso.
Per additare i perversi protagonisti della finanza negli anni ’50 Harold Wilson parlò dei banchieri svizzeri come gli “gnomi di Zurigo”. Oggi, per dipingere politici europei e tecnocrati che, imponendo la pratica dell’austerità di bilancio, stanno riducendo in ginocchio l’Europa, mi sembra il caso di parlare dei “nuovi nani” della scena politica europea. La loro infima statura culturale, associata a pervicace arroganza, è infatti al di là di ogni possibilità di redenzione, come vorrei di seguito argomentare. L’idea che una società possa organizzarsi, che possa agire attraverso la mano pubblica anche fuori dai tempi di guerra sembra estranea alla sensibilità e al cervello dei nuovi nani.
Sabato 18 Maggio 2013 19:34
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 Il diritto di avere diritti
Carlo Formenti, Stefano Rodotà
Per una replica da Rodotà
Carlo Formenti Bellissimo il titolo – Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012, 433 pp., € 20,00) – del saggio di Stefano Rodotà perché sintetizza perfettamente il nodo centrale attorno acui ruotano i molti temi di un lavoro stimolante e complesso. L’obiettivo di questo articolo, tuttavia, non è recensire il libro, né ricostruirne nel dettaglio i percorsi argomentativi, bensì evidenziarne quelle che mi paiono le tesi più interessanti e, al tempo stesso, metterne in luce alcune aporie per sollecitare repliche e approfondimenti da parte dell’autore. In particolare intendo concentrarmi su quattro punti: 1) Chi è il titolare del «diritto di avere diritti» evocato nel titolo e in che modo può essere fatto valere questo «meta-diritto»? 2) Quanto e come questo concetto può contribuire a tutelare quei diritti sociali che rischiano di essere spazzati via dallo strapotere del mercato? 3) Come si inquadra il tema dei beni comuni nello scenario descritto dal saggio? 4) Come si definiscono i «nuovi diritti» associati all’avvento della rete e quali ostacoli si frappongono alla loro realizzazione?
Partiamo dal primo punto, che a mio avviso è quello che solleva più problemi. Per Rodotà il titolare del diritto di avere diritti è la persona. Attenzione però: per capire il senso che l’autore attribuisce a tale termine occorre andare oltre i confini classici in cui lo rinchiudono le tradizioni del pensiero giuridico, filosofico, sociologico e psicologico.
Venerdì 17 Maggio 2013 12:47
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L'Europa delle banche, Saccomanni e le Supply Side Policies UE
di Quarantotto
Dunque riassumiamo.
Imposta in Europa, di sicuro in Italia, la dottrina delle banche centrali indipendenti, un "gruppo di banchieri" si chiude in una stanza e tira fuori Maastricht.
Cioè (a tacere del resto, che conta però molto meno se conservi la sovranità monetaria e quindi quella fiscale), un'area valutaria (non)ottimale in cui il potere di mettere moneta, per gli Stati aderenti, apparteniene ad una banca centrale indipendente, non correlata ad alcun governo fiscale dell'area stessa. E quindi una moneta unica affidata esclusivamente alle determinazioni di tale banca indipendente circa i tassi e le operazioni sulla liquidità: il tutto, con certezza, nell'ambito di una politica monetaria "credibile" nel senso predicato dai Lucas e dai Sargent, che cioè fosse esclusivamente (nel tempo ciò ha superato per default ogni altro dato normativo dei trattati), volta a garantire la stabilità dei prezzi, cioè a combattere l'inflazione.
Convinti che ciò portasse al costante riequilibrio dei mercati in base alla legge della domanda e dell'offerta, garantendo il livello "naturale" di piena occupazione.
Venerdì 17 Maggio 2013 12:07
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La precarietà delle nostre connessioni
 In questi due anni di ∫connessioni precarie poche cose si sono imposte con il segno violento della novità. Altre cose si sono modificate al punto da richiedere una ridefinizione. Altre ancora sono semplicemente scomparse. Molti, se non tutti i nostri problemi sono rimasti aperti e aspettano ancora di essere affrontati.
La crisi è diventata «il padrone» con il quale milioni di proletari devono fare quotidianamente i conti. Essa ha accelerato processi di precarizzazione investendo tutti i segmenti della forza lavoro. La precarietà è stata così liberata dal suo tratto generazionale, esistenziale, professionale, migrante, diventando una condizione generale. Mentre questo processo si è affermato inesorabilmente, è venuto progressivamente meno il progetto di esprimere un punto di vista precario su una scala quanto meno nazionale. Anche la parola d’ordine dello sciopero precario non è mai riuscita ad andare oltre l’intuizione che pure esprimeva. Con l’eccezione politica dei migranti, lo sciopero precario non c’è stato. Il nesso indiscutibile tra lavoro precario e povertà non ha prodotto in Italia le continue mobilitazioni di massa che da anni ormai vediamo in Spagna, Portogallo e Grecia. Di fronte a questa situazione aumentano comprensibilmente le descrizioni degli stati di necessità più disparati e delle mille oppressioni quotidiane, nella speranza che alla fine la necessità e la repressione diventino davvero uno scandalo. Altrettanto comprensibilmente alle situazioni di lotta aperta viene immediatamente attribuita la caratteristica di modello da espandere o da ripetere. Non è però mai successo che il modello trovasse davvero delle repliche all’altezza.
Venerdì 17 Maggio 2013 11:42
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Una testa ben piena o una testa ben fatta?
Il terzo istruito di Michel Serres
di Marco Dotti
 Nel ventiseiesimo capitolo del primo libro dei Saggi, Michel de Montaigne scriveva: «Non c’è ragazzo delle classi medie che non possa dirsi più sapiente di me, che non so nemmeno quanto basta a interrogarlo sulla sua prima lezione». Che cosa accadrebbe, si chiedeva Montaigne, se a quella lezione si fosse in qualche modo costretti? Non ci si troverebbe – «assai scioccamente», puntualizzava – vincolati a una costrizione ancora più grande? Non saremmo costretti a servirci di «qualche argomento di discorso più generale, in base al quale esaminare l’ingegno naturale dei ragazzi: lezione sconosciuta tanto a loro quanto a me»? Il saggio che Montaigne pone al centro della sua idea di educazione è ricordato soprattutto per un’altra affermazione, che ha assunto il ruolo di massima e come ogni massima ha subito il non sempre fausto destino di essere più citata, che compresa. Montaigne affermava, infatti, che è meglio una testa ben fatta, che una testa ben piena.
Parlando di «tête bien faite» e contrapponendola alla «tête bien pleine» intendeva riferirsi prima di tutti al precettore, all’insegnante e, per estensione, anche al ragazzo che dovrebbe essere assecondato nel desiderio. Altrimenti, scrive, concludendo la propria dissertazione, «non si fanno che asini carichi di libri».
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