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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Andrea Fumagalli: Le pillole amare del Jobs Act

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Le pillole amare del Jobs Act

Andrea Fumagalli

freeskipper-jobs-act1. Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.

2. Berlusconi all’epoca aveva affermato che era sufficiente che un imprenditore su cinque assumesse una persona e immediatamente si sarebbero creati un milione di posti di lavoro. Una banale constatazione che aveva il suo appeal comunicativo (ed elettorale) se il futuro nuovo governo operava a favore dell’economia di mercato e della stessa attività imprenditoriale, in un contesto di espansione economica. E infatti l’argomentazione ebbe il risultato sperato, mettendo in un angolo le scarse contro-argomentazioni dell’allora avversario Achille Occhetto. Peccato che nessuno (e men che meno Occhetto) aveva fatto rilevare che in Italia gli imprenditori non erano 5 milioni, ma solo 400.000 e quindi se uno su cinque (il 20%) assumeva una persona il massimo dell’occupazione possibile era di 80.000 unità. Per imprenditore si intende infatti colui che ha tre gradi di libertà (seppur vincolata): libertà di decidere come, quanto e a che prezzo produrre.

Clash City Workers: C’è qualcuno che può rompere il muro del suono…

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C’è qualcuno che può rompere il muro del suono…

Clash City Workers

Rompere-il-muro-del-suono imagelargeCosì canta Ligabue nel suo ultimo pezzo, scritto proprio pensando alle tante proteste di questi anni… E così dobbiamo cantare anche noi. Perché in questo paese sta succedendo qualcosa. Qualcosa che, nonostante le televisioni di regime, nonostante non abbia ancora molta presenza mediatica, sta riuscendo a rompere il “muro del suono”.

Quel muro che troppo spesso consegna al silenzio la vita di milioni di persone che soffrono e lottano perché hanno perso un lavoro, perché il lavoro non ce l’hanno, perché lavorano troppo e male…

Sta succedendo qualcosa, dicevamo. Scioperi spontanei e tante vertenze attraversano il paese. A Torino migliaia di operai sono scesi in piazza, a Bergamo hanno contestato Confindustria e Renzi, a Terni hanno fischiato le dirigenze sindacali e bloccato le strade (abbiamo fatto riferimento solo a qualche esempio recente, attraverso il nostro sito raccogliamo ogni giorno testimonianze di centinaia di lotte – piccole o grandi – che fioriscono spontaneamente e che aspettano solo di essere messe in connessione). Per non parlare dei movimenti studenteschi che hanno preso le strade il 10 ottobre, il 16 in occasione dello sciopero della logistica, il 24 per lo sciopero del sindacato di base, o delle contestazioni al Governo che da Palermo a Milano sono arrivate a scontrarsi con le forze dell’ordine.

Guido Viale: Occupare le fabbriche?

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Occupare le fabbriche?

di Guido Viale

fabbrica-occupataOccupare le fabbriche, come prospettato giorni fa dal segretario nazionale della FIOM? La manifestazione del 25 ottobre potrebbe essere un punto di partenza. Sarebbe, da un lato, una risposta forte a una politica che non contempla alcuna soluzione credibile per sostenere sia l’occupazione generale che quella delle aziende in via di dismissione. Dall’altro, gli impianti occupati potrebbero diventare un punto di riferimento per aggregare le tante forze disperse nei territori che si oppongono alla devastazione dell’occupazione, dei redditi, dell’ambiente, della scuola, dei beni comuni, dei servizi pubblici, della convivenza civile; di tutte le cose a cui ci obbligano a rinunciare i vincoli europei che Renzi ci impone.

Molte delle imprese medio-grandi in crisi sono il frutto di quegli investimenti esteri che per il Governo dovrebbero far “ripartire” l’Italia e che invece si sono rivelati e si stanno rivelando la fossa dell’apparato produttivo e dell’occupazione del paese: basta ricordare, accanto a quello della AST di Terni, nomi come Alcoa, Sevestal, Jabil, Nokia, Alstom, Maflow e, prossimamente, Ilva (dato che chi la comprerà lo farà solo per mettere i piedi in Europa, acquisirne il mercato e abbandonarla al destino che le è stato assegnato fin da quando ai Riva è stata data mano libera per spremere uomini, impianti e città fino al loro totale esaurimento. E la Fiat (ora FCA) non è da meno.

Peter Kammerer: La fortuna del socialismo nella Germania del novecento

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inchiesta

La fortuna del socialismo nella Germania del novecento

Dibattito sulla storia dei rapporti tra capitale e lavoro

Peter Kammerer

rosa-luxemburg-karl-liebkne1. Cantare

La parola “socialismo” è diventata incomprensibile. Porta con sé e comunica altre cose; ha cambiato contenuto. Che significato può avere la parola “produttori” in un mondo che conosce solo consumatori? L’espressione “proletario” è oggi ridicolizzata, ma sono scomparsi i soggetti, le masse che un tempo venivano così definiti? È ormai senza nome la parte dell’umanità che vive solo grazie a un lavoro dipendente? Dipendente da cosa e da chi? Il concetto di “socialismo” si è svuotato o, meglio, nel suo spazio abbandonato sono vagamente riconoscibili relitti di ogni genere e ad essere esposti in primo piano sono i suoi orrori.

Una condizione che mi ricorda il mio amore giovanile per il canto popolare tedesco. Dopo la guerra in Germania non c’erano più canzoni innocenti: ogni testo, ogni melodia era compromessa dal nazismo e dai suoi orrori. Come potevo cantare Muss i denn, muss i denn zum Städtele hinaus (“devo dunque lasciare questa città e tu, tesoro mio, rimani”) sapendo che gli ebrei rastrellati dovevano intonare questa canzone nella loro marcia verso la morte? Ci voleva il ’68 per far cantare nuovamente i tedeschi, ma preferivano Bandiera rossa e Bella ciao in lingua italiana. La mia voce era stata liberata già anni prima da Marlene Dietrich. Sentivo su un vecchio disco il suo Muss i denn, muss i denn registrato negli USA nel 1951 come “old german folk song”. E sempre dagli USA nel 1960 Elvis Presley, appena concluso il suo servizio militare in una piccola città della Germania, lanciava verso un successo mondiale la stessa canzone trasformata in Wooden heart.

Thomas Fazi: Il modello dell'Euroeccesso

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sbilanciamoci

Il modello dell'Euroeccesso

di Thomas Fazi

Il surplus europeo delle partite correnti è il più grande surplus mai generato nella storia dei mercati finanziari globali. Un recente rapporto di Deutsche Bank spiega perché questo rappresenta un serio pericolo. Per l’Europa, ma anche per il resto del mondo

resize10Per la Germania, il suo enorme surplus commerciale – il più alto al mondo – è un motivo di orgoglio nazionale. La dimostrazione della superiorità del suo modello economico. Ma, come ormai sostengono anche vari economisti tedeschi (vedi il mio recente articolo sul tema, Germania: il vero malato d’Europa), si tratta di una pericolosa illusione: il “miracolo” delle esportazioni tedesche non è tanto da imputare a una maggiore “produttività” o “efficienza” del sistema tedesco, quanto piuttosto a una ferrea politica di compressione dei salari e della domanda interna che ha permesso al paese di acquisire un vantaggio competitivo rispetto ai suoi partner europei. E al fatto che gli altri paesi del continente non hanno seguito la stessa politica salariale, ma hanno invece mantenuto un livello di domanda tale da poter assorbire le esportazioni tedesche, accumulando così ampi disavanzi commerciali. Anche in virtù di bolle speculative alimentate proprio dal settore finanziario tedesco, che hanno permesso ai consumatori di questi paesi di continuare ad importare prodotti della Germania.

Da cui si evince quanto sia fallace l’idea che il “modello tedesco” possa rappresentare un modello per l’eurozona o per l’Europa nel suo complesso, poiché risulta evidente che esso può funzionare solo se c’è qualcuno che si fa carico di trainare le esportazioni, stimolando la domanda interna.

nique la police: Anacronismi: due Pd che mimano lo scontro accompagnando il declino del paese

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senzasoste

Anacronismi: due Pd che mimano lo scontro accompagnando il declino del paese

nique la police

san giovanni leopoldaCosa è più vecchio nella contrapposizione tra la Leopolda e piazza San Giovanni? Apparentemente, specie in trasmissioni a reti unificate, la manifestazione di piazza San Giovanni, il cui sapore vintage è consapevolmente alimentato da alcuni protagonisti. Ma anche qui occhio allo stile: il vintage è una ricombinazione del passato, una rilettura. Il passato passato, quello che dissolve le mitologie, se si assumessero ancora storiografi che lo leggono, ci racconterebbe storie diverse. Ad esempio, su chi ha realmente conquistato diritti durante l’autunno caldo e nelle stagioni in cui firmare i contratti nazionali significava ottenere davvero qualcosa. Ma il punto più importante qui è un altro: lo scontro Leopolda-San Giovanni non trova affatto la cordata di Renzi come novità, e carico di rottura e il resto come conservazione. O meglio, questo tipo dialettica la troviamo già chiara negli anni ’80, prima ancora dello scioglimento del Pci, in quella che convenzionalmente viene chiamata la sinistra italiana. La stessa mitologia di Apple, ostentata da Renzi in tutte le Leopolde compresa questa da premier, affonda le radici nell’epoca del primo desktop per ampie fasce di consumatori che è del 1981. E qui, magari, invece di fare il primo premier europeo in assoluto a fare da testimonial al capitalismo tecnologico californiano magari Renzi potrebbe sfogliare più attentamente il Financial Times, oltre che a farci le interviste, o farselo raccontare meglio: Iphone 6 e 6 plus, e i prodotti Apple in generale, sono inadatti per il vero mercato smartphone e tablet del futuro, quello indiano. Ma se Renzi ha lo stesso rapporto con l’iconologia statunitense di Alberto Sordi in Un americano a Roma, poco male. Ci si diverte.

Ezio Bonsignore: Giù nel Calderone? La nuova Guerra Fredda

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riv.ital.difesa

Giù nel Calderone? La nuova Guerra Fredda

a cura di: Ezio Bonsignore

Le nazioni scivolarono oltre l’orlo, giù nel calderone bollente della guerra, senza la minima traccia di timore o di sgomento…”David Lloyd George, Primo Ministro del Regno Unito (1916-1922)

sfondo abbonamentiTra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, con l’approssimarsi del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, molti commentatori e analisti tracciavano dei paralleli tra l’intrico di rivalità imperialiste, opposti revanscismi e velenosi nazionalismi che portò l’ Europa al suicidio nel 1914, e il crescente rischio di conflitti tra i paesi rivieraschi del Mare della Cina Meridionale per il controllo delle preziose risorse naturali della regione. Questi paralleli partivano tutti dal presupposto che situazioni del genere riguardassero, appunto, soltanto dei paesi remoti ed “estranei”, mentre l’ Occidente poteva tranquillamente continuare a condurre il suo modello brevettato di imprese militari neo-colonialiste (vedasi “interventi umanitari”, “operazioni di appoggio alla pace”, “guerra al terrorismo”, “responsabilità di proteggere”), senza correre alcun rischio diretto.

Ma poi è venuta la crisi dell’Ucraina (più esattamente, “in” Ucraina) a ricordarci che pur se le cause profonde delle guerre “vere” risiedono sempre nelle rivalità strategiche, economiche e geopolitiche tra le Potenze, Lloyd George aveva ragione: la scintilla che dà fuoco alla polveri viene spesso fornita da gravi errori di calcolo, terribili passi falsi, totale incapacità di comprendere le motivazioni dell’avversario e di prevederne le reazioni e, soprattutto, arrogante convinzione della propria assoluta superiorità – hubris, per dirla con i Greci. Questo è ciò che avvenne ai paesi europei nel 1914, e questo è dove siamo oggi: sull’orlo del calderone bollente della guerra.

Giuliano Cappellini: Art. 18 e dintorni

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marx xxi

Art. 18 e dintorni

di Giuliano Cappellini*

LavoroA quali condizioni del lavoro si riferiscono le riforme di Renzi?

Se nel nostro paese gli imprenditori si fossero conformati da molto tempo ad una prassi di rispetto della dignità del lavoratore e, dunque, non usassero l’arbitrio nei licenziamenti individuali, si potrebbe pensare che l’articolo 18 è una norma obsoleta che potrebbe essere cancellata, non foss’altro che per rispetto ad una categoria (gli imprenditori) di cittadini coscienziosi. Ma la realtà è un’altra ed il degrado raggiunto nei rapporti reali di lavoro dovrebbe essere ormai monitorato da un’apposita indagine conoscitiva parlamentare, sia perché l’ultima1 si riferisce alle condizioni del lavoro subordinato di circa 50 anni fa, sia perché senza un’indagine conoscitiva, la riforma Renzi che cancella l’art. 18 sembra rispondere solo ad una paranoia ideologica.


Spunti per ricomporre un quadro da una lista largamente incompleta

Volendo, tuttavia, ricostruire il quadro delle condizioni di lavoro nel nostro paese, i molti ma dispersi dati su quelle odierne e anche le evidenze empiriche, per la grande varietà dei casi che presentano, suggeriscono che sarebbe meglio non cercare definizioni sintetiche, categorie tipologiche cui assegnare delle cifre statistiche.

Marco Bascetta: L’economia politica della promessa

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manifesto

L’economia politica della promessa

Marco Bascetta

Il lavoro gratuito è uno dei pilastri che consente l’accumulo di profitti e rendite nell’università, nei media, nell’editoria. Tutto in cambio del miraggio di un futuro migliore

5046fc23e6e6fb4f0a50d3c9f8d1f9fb.jpg 1171891105Tra la poli­tica e la pro­messa vi è un rap­porto di imme­diata con­ti­guità quando non di pura e sem­plice sovrap­po­si­zione. Un pro­gramma poli­tico, nel cre­pu­scolo della rap­pre­sen­tanza e nella sta­gione del lea­de­ri­smo ram­pante, non è in fondo altro che una sequenza di pro­messe dispo­ste lungo un per­corso che dovrebbe con­durre alla loro rea­liz­za­zione. Ma se ci spo­stiamo sul ter­reno dell’economia, man­te­nen­doci fedeli ai suoi prin­cipi, è un’altra dimen­sione a occu­pare il cen­tro della scena: quella della scom­messa, della pre­vi­sione sul futuro. Un’attesa di gua­da­gno, di espan­sione, di cre­scita che com­porta però una buona dose di azzardo. Un rischio che cor­ri­sponde a un valore. Quanto mag­giore è il rischio tanto mag­giore sarà il gua­da­gno se le cose doves­sero andare per il verso giu­sto. È in rife­ri­mento a que­sta dimen­sione, svi­lup­pata oltre­mi­sura dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, che è stata coniata l’espressione capitalismo-casinò.

Anche se, con­tra­ria­mente a quanto accade nelle case da gioco, a pagare la «mala­sorte» e ad accu­mu­lare i gua­da­gni rara­mente saranno le stesse per­sone. Tut­ta­via, quando la scom­messa eco­no­mica viene spesa sul mer­cato poli­tico pre­fi­gu­rando la ricon­qui­sta della «com­pe­ti­ti­vità» e del benes­sere, il rilan­cio dell’occupazione, dei con­sumi e dei red­diti, si ritorna per via diretta al lin­guag­gio della pro­messa. Le incer­tezze dell’azzardo scom­pa­iono d’incanto per lasciar posto alla ras­si­cu­rante sicu­mera della poli­tica, imper­mea­bile a qual­si­vo­glia indi­ca­tore nega­tivo. L’ottimismo è un dovere patriot­tico anche se non sem­pre con­di­viso dai mer­cati. Come che sia, in poli­tica così come in eco­no­mia, la pro­messa agi­sce da fat­tore pro­dut­tivo di con­sensi, di inve­sti­menti o di entrambi. La ven­dita del futuro rende denaro immediato.

Piotr: Il Dottor Stranamore nel deserto

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Il Dottor Stranamore nel deserto

di Piotr

Capire il nuovo puzzle della guerra in Medio Oriente: un gioco pericoloso come lo era l'invasione tedesca della Polonia, stavolta con ISIS e altri giocatori

news 220660Winston Churchill con alcuni minuscoli biplano a elica in poche settimane stroncò una rivolta di milioni di Iracheni. Incidentalmente ricordo che lo statista inglese perorò anche l'utilizzo dei gas, perché, a suo modo di vedere, un conto era non usarli tra i popoli civili d'Europa e un conto era gasare "tribù selvagge" (o i Bolscevichi), cosa da lui ritenuta più che legittima. Chi in Inghilterra si opponeva a questi mezzi era considerato da Churchill un idiota contrario all'uso di "espedienti scientifici". Insomma, un oscurantista contrario al progresso tecnico e scientifico. Questo colui che poi diventò il maggior antagonista occidentale del nazifascismo.

Prima morale: attenzione, molta attenzione, all'uso di dicotomie come "progresso/reazione", "fascista/antifascista", "civile/incivile" e così via.

Dopo questi preliminari passiamo al dunque.

Con tutti i loro bombardieri supertecnologici, e fuorilegge secondo il diritto internazionale, i bombardamenti degli Usa "contro l'ISIS" hanno come bilancio: alcuni edifici preventivamente evacuati dagli jihadisti, alcune distese di deserto, 14 jihadisti, numerose infrastrutture siriane e un numero molto alto di civili. Thierry Meyssan ha calcolato in base alle cifre ufficiali, che parlano di 300 jihadisti uccisi, una media di 13 missioni aeree (tredici!) e un numero imprecisato di bombe e missili per uccidere un singolo jihadista. Il tutto su un terreno dove è praticamente impossibile nascondersi.

Anselm Jappe: Alienazione, reificazione e feticismo della merce

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Alienazione, reificazione e feticismo della merce

di Anselm Jappe

jappe25255b425255dAl tempo della Seconda Internazionale (1889-1914), la teoria di Marx venne trasformata in un'ideologia centrata sulla "lotta di classe" e sulla rivendicazione di una diversa redistribuzione del plusvalore. Da allora, si è continuato ad usare le analisi di Marx essenzialmente con quest'obiettivo: ottenere una maggiore giustizia sociale. Nella sua formulazione classica, il soggetto storico di queste rivendicazioni corrispondeva alla classe operaia, assimilata essenzialmente, in questo caso, al proletariato industriale.

Negli ultimi decenni, tale schema è stato frequentemente applicato in una nuova forma, facendo riferimento ad altre figure dello sfruttamento e del dominio (i poveri del "Terzo Mondo", i "subalterni", le donne). Tuttavia, si può osservare che, in tutti questi casi, non è il vero e proprio contenuto della riproduzione capitalista ad essere messo in discussione, ma piuttosto l'accesso ai suoi risultati. Il valore ed il denaro, il lavoro e la merce non vengono lì concepite in quanto categorie negative e distruttrici della vita sociali. Eppure, era questo che Marx aveva svolto nel nucleo della sua critica dell'economia politica, così come lo aveva sviluppata, soprattutto nella prima sezione del Capitale.

Pierluigi Fagan: La razionalità dell'1%

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pierluigifagan

La razionalità dell'1%

Pierluigi Fagan

p003k9js 640 360Il capitolo 91 del Capitale del XXI° secolo di T. Piketty, si sviluppa come ricerca sulle diseguaglianze specifiche dei redditi da lavoro. Piketty rileva che tali diseguaglianze hanno due caratteristiche: a) si sono prodotte vistosamente nelle società anglosassoni (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia); b) si sono prodotte marcatamente a partire dagli anni ’80.

Questo 1% di super-retribuiti, incide per circa il 18% del totale monte redditi in USA e per circa il 15% nel Regno Unito. In Europa continentale e Giappone, questa incidenza è inferiore e soprattutto non è legata così marcatamente ad un trend temporale. Questi super-retribuiti, comunque meno super, che compongono l’1% delle élite del reddito europeo, esistono dagli anni ’50, poi flettono un po’ ed infine tornano a quelle percentuali dal 2000 al 2010.  I paesi emergenti invece, sempre a livello di 1% più ricco, non arrivano alle percentuali di incidenza degli americani (ma il Sud Africa che ha una forte componente anglosassone, quasi), ma condividono la stessa dinamica temporale, ovvero il rapido e costante incremento a partire dagli anni’80.

Se passiamo dal centile (l’1%) al millile (l’1 per mille, quindi la cuspide dell’élite, ovvero lo 0,1%), tutte queste tendenze si confermano ed anzi, si acuiscono. Per il decile (il 10% più retribuito) l’incidenza totale delle loro retribuzioni, corrisponde al 47% del reddito nazionale negli USA, 30%-35% per Francia e Germania che era la stessa percentuale degli anglosassoni prima degli anni’80 cioè prima che iniziasse la divergenza.

Luigi Pandolfi: Partire dal lavoro per rimettere in moto l’economia

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Partire dal lavoro per rimettere in moto l’economia

Luigi Pandolfi

lavoro-usa h partbCrisi, crescita, occupazione. E’ il trinomio che va per la maggiore nell’analisi della “situazione reale” oggigiorno. C’è da chiedersi, però: qual è l’effettiva relazione tra i tre termini? Viene prima la crescita e poi, di conseguenza, l’occupazione oppure è la stessa occupazione che può innescare processi di crescita? Ancora: c’è sempre una correlazione funzionale tra crescita ed occupazione oppure si può avere crescita senza occupazione? Domande non retoriche, che rimandano alla speciale situazione che ha generato la grande crisi in cui ancora siamo immersi ed a questa nuova fase del capitalismo nei paesi cosiddetti avanzati.

Se ci riferiamo, nello specifico, ai paesi Ue o, per ragioni di ulteriore omogeneità fiscale, a quelli dell’Eurozona, non c’è dubbio che diverse politiche pubbliche, espansive, avrebbero potuto, già nel breve periodo, favorire un incremento apprezzabile della ricchezza nazionale, quindi anche dell’occupazione. Ipotesi non scontata, tuttavia, soprattutto se ci si riferisce al recupero dei posti di lavoro persi negli ultimi anni[1] (jobless recovery). Ci sono fattori, come l’innovazione tecnologica, l’aumento della produttività del lavoro, le delocalizzazioni produttive, cambiamenti nella struttura produttiva di un paese indotti dalla stessa crisi, disallineamenti tra domanda ed offerta di lavoro, che, da questo punto di vista, potrebbero agire da freno ad una ripresa occupazionale anche in presenza di una crescita dell’economia.

Dario Corallo: Quella “cosa” chiamata libertà

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Quella “cosa” chiamata libertà

Libertà liberale e libertà socialista

Dario Corallo

GIOVANI-Socialismo-INTTralasciando le varie trasformazioni subite dal concetto di libertà, dall’ἐλευθερία greca di stampo politico e religioso alla libertas e libero arbitrio della tradizione cristiana, quello che intendo prendere in considerazione è il concetto di libertà per come viene inteso oggi, con valore onnicomprensivo: morale, politico, religioso, metafisico ecc. Ma cos’è, precisamente, la libertà?

La posizione del senso comune sostiene che la libertà sia l’assenza di ogni vincolo eccetto uno: la libertà dell’altro. Questa, che sembra essere la concezione più ampia possibile, nasconde in realtà un’enorme serie di limiti. Potremmo dire che si basa, in qualche modo, su un paradosso: per spiegare cos’è la libertà individuale si ricorre al concetto di libertà sociale. I rapporti umani sono, dunque, rapporti necessariamente vincolati e limitati dalla relazionalità stessa.

Questa libertà è, di fatto, quella di soddisfare i propri bisogni: cosa mangiare, bere, come vestirsi, dove abitare. A queste si possono aggiungere una serie di libertà che definirei “passive”, in quanto non richiedono una vera e propria azione sul mondo: libertà di culto, di pensiero ecc.

Queste, che sembrano essere concessioni, mentre rappresentano l’essenza dell’essere umano, sono libertà fasulle. Come si può pretendere la libertà di mangiare, bere, vestirsi quando il sistema economico, e quindi le cause materiali, non forniscono i mezzi per il compimento di questa libertà attraverso l’azione?

Maurizio Sgroi: La banca centrale di MagicWorld

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the walking

La banca centrale di MagicWorld

di Maurizio Sgroi

130518 wanderland poster-2ndNel meraviglioso mondo magico in cui viviamo, dove l’economia cresce (o dovrebbe) illimitatamente, generando redditi altrettanto crescenti capaci di sorreggere consumi possibilmente superiori, s’erge, come un castello incantato, l’altrettanto meravigliosa banca centrale che tale mitologia contribuisce a sostenere con la sua bonomia e le sue sempre prodighe elargizioni.

Qui, in Europa, provincia di MagicWorld, ci arrivano purtroppo soltanto gli echi del suo acuto (e astruso) ponderare, dovendoci accontentare, essendo provincia dell’impero, degli aridi resoconti contenuti nei bollettini ufficiali, come quello che ha ispirato questo post e che qui ho pensato di raccontarvi nel caso, come è accaduto a me, non aveste ancora capito che la banca centrale mondiale c’è già da più di cent’anni. La trovate al 20th Street and Constitution Avenue N.W. Washington, D.C, USA. Si chiama Federal Reserve.

Bontà sua, la banca centrale di MagicWorld è estremamente consapevole del suo ruolo globale e quindi prende molto sul serio le sue responsabilità. Stanley Fischer, vice presidente del board dei governatori della banca, lo ha ripetuto più volte nel corso del suo lungo intervento alla Per Jacobsson Foundation (“The Federal Reserve and the global economy”), andato in scena durante l’ultimo meeting annuale del Fmi e della Banca mondiale, l’11 ottobre scorso, sempre a Washington.

Il succo è molto semplice: gli Stati Uniti hanno un evidente ruolo globale, sia perché emettono la moneta internazionale, di fatto se non di diritto, sia perché la loro stazza è capace di riverberare con grande risonanza i propri affari interni all’esterno. La capacità di contagio degli Stati Uniti, stante il combinato disposto delle due caratteristiche, è pressoché infinita.

R.Sidoli, D.Burgio, L.Leoni: Pitagora, Platone e Aristotele: inizia il “triello”

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Pitagora, Platone e Aristotele: inizia il “triello”

di Roberto Sidoli, Daniele Burgio, Lorenzo Leoni

Capitolo primo dal volume Pitagora, Marx e i filosofi rossi in via di pubblicazione (Qui l'Introduzione)

517Asia Minore, area del mar Ionio durante l’ultimo terzo del settimo secolo a.C./inizio del sesto secolo: una serie di città-stato greche, indipendenti e in via di rigoglio economico, iniziano ad utilizzare il nuovo strumento economico effettuato in Lidia della moneta e sviluppano i loro commerci.

I processi di riproduzione socio-politici delle colonie ioniche dell’Asia minore-Mileto Colofone, Clazomene, Efeso, tutte affacciate sul Mar Mediterraneo, oltre alle isole di Samo e di Chio si organizzano in forme politiche controllate da ristretti gruppi aristocratici mentre la loro economia registra un accentuato sviluppo, favorito dall’intensificarsi dei traffici marittimi. Mileto diventa la principale delle città ioniche, per la ricchezza dei suoi palazzi e dei suoi templi, per il fervore delle iniziative commerciali e della ricerca tecnico-scientifica che favorisce la crescita delle condizioni economiche, della cultura e del numero dei cittadini che si dedicano ad attività produttive; aumenta pertanto il numero degli artigiani e dei commercianti e diminuisce simultaneamente quello dei contadini mentre la schiavitù rimane ancora un fenomeno limitato, sebbene proprio in quel periodo a Chio inizia a fiorire il primo mercato internazionale di forza lavoro servile.

Proprio in questo particolare contesto socioproduttivo e politico-sociale sorse la filosofia occidentale e via via si affermò una cultura “laica” che pose a proprio fondamento il giudizio e l’elaborazione razionale, ossia dottrine filosofiche e non mitologie, poetiche e religiose.

Nella ricerca dell’“archè” e nel corso del processo di studio dell’universo, nell’indagine (utilizzando un metodo razionale e a-religioso, a-mitico) del principio unificante e fondante della natura – ivi compresi gli esseri umani – si impegnarono via via i primi filosofi, da Talete a Anassimene, da Anassimandro fino all’agrigentino Empedocle. Essi produssero una sorta di protomaterialismo, nel quale il principio unificante di tutti i processi esistenti era individuato in un particolare elemento materiale (l’acqua per Talete, l’aria per Anassimene, ecc.) che vivificava tutte le cose esistenti: l’ilozoismo diventò per quasi un secolo la corrente egemonica all’interno del neonato pensiero filosofico occidentale.

R.Sidoli, D.Burgio, L.Leoni: Marx, Blade Runner e la filosofia

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Marx, Blade Runner e la filosofia

di Roberto Sidoli, Daniele Burgio, Lorenzo Leoni

Introduzione dal volume Pitagora, Marx e i filosofi rossi in via di pubblicazione

Aristotele Platone Luca della RobbiaPitagora, il geniale filosofo e matematico, un protocomunista?

Aristotele, un sostenitore accanito della schiavitù e della proprietà privata dei mezzi di produzione?

Locke e Voltaire, due filosofi illuministi, allo stesso tempo sostenitori della legittimità della schiavitù e del traffico di schiavi africani verso le colonie europee in America?

Il sofisticato filosofo Martin Heidegger, un pensatore antisemita e anticomunista, capace a volte di scavalcare “a destra” lo stesso nazismo genocida?

Sembrano spunti quasi paradossali, ma la realtà della dinamica reale di sviluppo della filosofia occidentale, da circa 2000 anni e fino all’inizio del nostro terzo millennio, ha riprodotto al suo interno la coesistenza e lotta quasi ininterrotta tra due tendenze principali, alternative tra loro, rispetto ai problemi e alle opzioni politico-sociali: e cioè tra una “linea nera” (partendo da Trasimaco e Aristotele) che accettava e legittimava più o meno criticamente l’esistenza e la riproduzione delle multiformi formazioni economico-sociali classiste (schiavistiche, feudali o capitalistiche) basate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e una “linea rossa” (inaugurata da Pitagora e dalla sua scuola di pensiero) che ha via via effettuato invece una precisa scelta di campo collettivistica ed egualitaria, a favore di rapporti sociali di produzione (e politico-sociali) fondati sulla cooperazione e la fraternità tra gli uomini, le diverse nazioni e i sessi, in assenza di proprietà privata e di sfruttamento tra gli esseri umani, attraverso un percorso multiforme che arriva fino a J. Derrida e A. Tosel passando per Dolcino, Winstanley, Marx, Engels e Lenin, per citare solo pochi nomi.

Antonio Negri: A proposito del concetto di Stato-nazione

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A proposito del concetto di Stato-nazione

di Antonio Negri*

imag41«Nazione» è stato, per molto tempo, un concetto difficilmente definibile al di fuori di quell’altro concetto che era lo Stato-nazione. Oggi le cose sono molto differenti.

Ma cominciamo dall’inizio, dunque precisamente dal concetto di Stato-nazione. Due elementi gli hanno dato forma: il primo, politico e giuridico, era quello di Stato; il secondo, storico, etnico e culturale, era il concetto di nazione. Tuttavia, è a partire dal concetto di Stato-nazione che la nazione è diventata una realtà, che la forza sovrana ha dato origine alla nazione. Quando parliamo di nazione, dobbiamo sempre ricordare questa genesi. In ogni caso, la «nazione» è un concetto del quale sono stati proposti vari criteri di definizione, con differenti radici ideologiche. Di solito si prova ad afferrarlo sotto tre profili.

In primo luogo, una categoria che comprende i dati naturali, per esempio l’elemento etnico (la popolazione) e l’elemento geografico (il territorio). L’elemento etnico è stato talvolta collegato con l’idea di razza, anche se il concetto di razza non dà luogo che raramente, secondo i teorici della nazione, a un’applicazione biologica. Quando era questo il caso, si trattava – non solo nel caso ignobile del nazismo – di operazioni politiche prive di ogni fondamento scientifico, in ogni caso terroriste, distruttive e aggressive.

La seconda categoria comprende fattori culturali come la lingua, la cultura, la religione e/o la continuità dello Stato. In alcuni casi può esserci una stretta relazione tra la prima e la seconda categoria: il criterio etnico e il criterio linguistico possono, per esempio, confondersi, così come il criterio politico e il criterio religioso.

Walden Bello: «Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

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sbilanciamoci

«Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

Intervista a Walden Bello

«Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo hanno perso molta credibilità e sono dunque sulla difensiva»

PAR43607In parallelo al Ttip, gli Usa stanno negoziando un accordo molto simile con 11 paesi dell'Asia Pacifico, chiamato Trans-Pacific Partnership (Tpp). In occasione del Forum dei popoli Asia-Europa, tenutosi a Milano dal 10 al 12 ottobre, abbiamo incontrato Walden Bello, celebre teorico del movimento anti-globalizzazione, a cui abbiamo chiesto di spiegarci qual è la strategia globale che lega i due trattati.

 

Oggi i negoziati bilaterali e multilaterali, come il Ttip e il Tpp, hanno di fatto sostituito i negoziati all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

Sì, penso che possiamo dichiarare definitivamente conclusa la fase trionfalista della globalizzazione, che ha raggiunto il culmine negli anni novanta per poi entrare in crisi dopo la storica manifestazione contro il vertice dell'Omc di Seattle, nel 1999. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo, rei di aver provocato la peggiore crisi economica dal dopoguerra in poi, hanno perso molta credibilità, e sono dunque sulla difensiva. Possiamo dire che è il concetto stesso di globalizzazione neoliberista ad essere entrato in crisi. Ma ovviamente esistono degli interessi consolidati molto forti che continuano a spingere in quella direzione, e che sono sostenuti dalle élite tecnocratiche e da buona parte del mondo accademico.

 

Quanto ha contribuito il movimento noglobal di fine anni novanta e inizio 2000 a mettere in crisi il paradigma della globalizzazione neoliberista?

Il merito principale è stato quello di aver mandato in frantumi la credibilità e la narrazione trionfalista della globalizzazione corporativa.

Christian Marazzi: The power of fear

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The power of fear

di Christian Marazzi

7b410305-746b-4144-ea9b-3e82ddbde159Con l'intervento di Christian Marazzi proviamo ad indagare cosa accade sui mercati finanziari. La scorsa settimana è stata segnata da violente turbolenze nei mercati finanziari, soprattutto in Europa: fuga di capitali da Grecia e Italia, aumento dello spread, pesanti crolli borsistici. Cosa è accaduto? Da diversi mesi, infatti, l'Europa e i suoi PIIGS sembrano fuori pericolo, Draghi procede, seppur lentamente, verso politiche monetarie timidamente espansive, mentre Francia e Italia rivendicano con maggiore forza autonomia nelle scelte di bilancio. I fatti della scorsa settimana ci ricordano, invece, che la catastrofe non è stata risolta, anzi, e le formule di “austerity espansiva” sono continuamente minacciate dai grandi investitori. DINAMO ha la fortuna di poter proporre una riflessione su questi fatti, poco o nulla commentati dai movimenti, a partire da un articolo di Christian Marazzi. Grazie a Marazzi e al suo editoriale afferriamo non tanto e non solo la natura dell'attacco finanziario, ma anche gli scenari che si aprono (“stagnazione secolare”), la comprensione dei quali è decisiva per rilanciare un conflitto all'altezza dell'epoca.

 

Secondo Naomi Klein, sin dai primi esperimenti nel Cile di Pinochet un tratto distintivo del modo di funzionare del capitalismo neoliberale, e di quello finanziario in particolare, è sempre stato quello di provocare shocks a partire da eventi contingenti, tale da creare situazioni entro le quali imporre la propria logica, a prescindere da qualsivoglia consenso popolare o procedura democratica.

Antonio Mazzeo: Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

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antoniomazzeo

Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

Antonio Mazzeo

arton2057Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).

Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.

Guglielmo Forges Davanzati: Tfr in busta paga: un magistrale esercizio di marketing politico

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Tfr in busta paga: un magistrale esercizio di marketing politico

di Guglielmo Forges Davanzati

lavoratoriLa riforma del mercato del lavoro che il Governo si accinge a varare presenta il contratto unico a tutele crescenti come il superamento della precarietà, e l’anticipazione del TFR in busta paga come un aumento dei redditi dei lavoratori. Ma, in entrambi i casi, si tratta di provvedimenti che si muovono nella direzione opposta a quella annunciata

Il dibattito di politica economica in Italia ha subìto una fortissima accelerazione nel corso dell’ultimo mese sui temi della “riforma” del mercato del lavoro. A fronte del fatto che pressoché tutti i commentatori concordano che non si crea lavoro con un tratto di penna, occorre chiedersi innanzitutto per quale ragione sono state investite tante energie nella diatriba sull’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori (di fatto, peraltro, già superato dalla c.d. riforma Fornero del 2012), e ci si accinge a investirne ulteriori per discutere dei possibili effetti dell’inclusione in busta paga del trattamento di fine rapporto (TFR) e del contratto di lavoro a tutele crescenti.

Al netto della dialettica politica interna al PD che è alla base delle priorità che il Governo intende dare alla sua azione, si può rilevare che la centralità assegnata dal Governo alla riforma del mercato del lavoro rientra in una strategia di respiro non propriamente alto, per la quale, come ha dichiarato il Ministro Poletti, occorre presentarsi a Bruxelles dichiarando di “aver fatto delle cose”. Sembra di capire, indipendentemente dalla bontà di quello che si è fatto, ma a condizione di aver fatto qualcosa che si possa definire una “riforma”.

Enrico Grazzini: Sinistra svegliati, la casa europea brucia

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Sinistra svegliati, la casa europea brucia

di Enrico Grazzini

Il legame strettissimo tra la politica recessiva dell’Unione Europea e quella liberista, iniqua e inconcludente del governo Renzi sembra stranamente sfuggire alla sinistra italiana. Che sulla natura della UE si dimostra ancora illusa sul piano teorico e impotente sul piano politico

illusione-europeista-510Grazie alle istituzioni europee la destra neoliberista, amica intima della grande finanza, provoca continue e drammatiche crisi e, con la complicità (attiva o passiva) delle forze di centrosinistra, genera disoccupazione e povertà. L'Unione Europea svuota la democrazia e abbatte lo stato sociale. Il crollo dell'euro è tutt'altro che escluso. Ma sulla natura della UE gran parte della sinistra si dimostra illusa sul piano teorico e impotente sul piano politico.

Intendiamoci: la sinistra in Europa e in Italia esiste ancora, nonostante sia ormai estremamente minoritaria e confusa, e nonostante che molti credano che il concetto stesso di sinistra (associato a quello di giustizia ed eguaglianza sociale) sia superato e inutile. Purtroppo però la sinistra è imbelle di fronte a questa UE, anche se la UE persegue apertamente lo smantellamento di una qualsiasi cultura progressista e della stessa civiltà europea, storicamente fondata sul conflitto sociale, sui diritti democratici e sul welfare. Sembra insomma che la sinistra faccia di tutto per restare minoritaria e ininfluente.

La sinistra è incline a fare un'opposizione morbida e riverente a sua maestà la UE, considerata sempre e comunque come sacra in quanto supposta “patria dei popoli europei”. Ma questa UE non è la “casa dei popoli”, anzi, opprime i popoli d'Europa. La protesta verso l'Unione Europea – e verso la moneta unica che strangola le economie in tutta Europa e che è diventata il brand ufficiale della UE – cresce, anche se non è ancora diventata maggioritaria.

Luciano Canfora: "Rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo dalla battaglia culturale"

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controlacrisi

"Rimbocchiamoci le maniche e ricominciamo dalla battaglia culturale"

Vittorio Bonanni intervista Luciano Canfora

lucianocanfora-421x300Classicista di fama internazionale, esponente di spicco della sinistra italiana, già iscritto a Rifondazione comunista e al Pdci, docente presso l’Università di Bari, Luciano Canfora è uno degli intellettuali più prestigiosi e controcorrenti che il panorama italiano può vantare. Quest’anno ha partecipato in qualità di condirettore all’edizione 2014 di FestivalStoria, ospitata presso i locali dell’Università di San Marino, dedicata questa volta al tema “Auri Sacra Fames”. Il denaro, motore della Storia? e che chiude oggi i battenti. A lui abbiamo chiesto di riflettere su questo concetto il quale se per certi versi appare scontato di fatto non trova mai o quasi mai riscontro esplicito nelle discussioni politiche o culturali sia a livello nazionale che internazionale.

 

Professor Canfora, fermo restando che già sappiamo, come sosteneva Marx, che l’economia è la struttura portante della storia dell’umanità, e con essa il denaro e l’avidità dell’uomo, si può intravedere un’epoca dove però questo aspetto ha prevalso più di altri momenti?

Una storia dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo.

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