Franco Berardi Bifo: Perché gli artisti? MACAO è la risposta
Mercoledì 16 Maggio 2012 18:33
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 Perché gli artisti? MACAO è la risposta
Written by Franco Berardi Bifo
“perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”.
E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.
In nome del vuoto
Il 5 maggio un gruppo di artisti, architetti, insegnanti e studenti e lavoratori precari della scuola e della comunicazione hanno occupato un edificio chiamato Torre Galfa e l’hanno rinominato Macao. L’edificio è un grattacielo di trentacinque piani, abbandonato da quindici anni.
Dieci giorni dopo l’occupazione, mentre il corpo gigantesco del precariato cognitivo milanese cominciava a stiracchiare le sue membra e a sintonizzarsi con la torre, sono entrati in azione gli esecutori del piano di sterminio finanziario. Il proprietario, noto alle cronache giudiziarie come corrotto e corruttore, ha deciso che quel posto è suo e deve rimanere com’è: vuoto. Tutto deve essere vuoto nella città, perché il capitalismo finanziario ha bisogno di distruggere ogni segno di vita. Le risorse materiali e intellettuali vengono progressivamente inghiottite, annullate, perché i predatori possano espandere la loro insensata ricchezza.
Per la prima volta, occupando la Torre, il movimento è uscito dalla sfera dell’underground e si è proiettato verso l’alto. Non è un movimento di talpe, ma di sperimentatori. Le talpe ora debbono venire fuori, debbono occupare ogni spazio, e contenderlo all’organizzazione di morte che si chiama Banca Centrale Europea.
Artisti che vuol dire?
Perché gli artisti occupano spazi vuoti per restituirli alla collettività? Perché l’arte sembra tanto interessata a farsi attivismo proprio mentre il mercato invade lo spazio dell’arte e riduce l’attività degli artisti a lavoro astratto privo di significato?
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Rodolfo Ricci: 2012, fuga dall'Italia
Mercoledì 16 Maggio 2012 11:02
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 2012, fuga dall'Italia
di Rodolfo Ricci
La Nuova Emigrazione in ripartenza: urgente avviare un confronto per cogliere la sfida del nuovo esodo europeo
I
Nel silenzio complice della maggioranza dei media italiani, sta ripartendo, anzi è già ripartito, un grande flusso di emigrazione dall’Italia. Per la verità esso non si era mai fermato, anche se poteva essere interpretato, fino al 2008, come normale mobilità soprattutto giovanile, che si registrava anche in altri paesi avanzati. Dal 2010 ad oggi, il flusso di espatri è ricominciato con quantità molto significative, di cui è possibile conoscere solo per approssimazione l’entità, visto che la gran parte dei nuovi emigrati, non si iscrive o lo fa con ritardo di diversi anni, all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero.
Ma alcuni dati ed alcune proiezioni lasciano intravvedere che stiamo entrando a grande velocità in una nuova fase della lunga storia dell’ emigrazione italiana nel mondo, incentivata dalle politiche di “riaggiustamento strutturale” estremamente recessive portate avanti dagli ultimi governi e intensificatesi con il Governo Monti.
Era stato lo stesso Monti, d’altra parte, a sottolineare la necessità di una “nuova mobilità internazionale” della forza lavoro italiana, fin dal suo discorso d’insediamento. Un moderno “studiate una lingua e partite” a distanza di 60 anni dal famoso discorso di De Gasperi.
Non che Mario Monti sia un demone, ma nel suo limitato ricettario economico, sa bene che all’interno del quadro della recessione neoliberista che ci imporrà un duraturo declino, l’economia italiana non sarà in grado di utilizzare e di valorizzare le sue risorse, a partire da quelle umane.
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Maurizio Lazzarato: Sovvertire la macchina del debito infinito
Mercoledì 16 Maggio 2012 09:41
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Sovvertire la macchina del debito infinito
Intervista a Maurizio Lazzarato*
Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.
Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?
Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.
È un rapporto di potere che invece di partire dall’eguaglianza dello scambio, parte dall’ineguaglianza della relazione creditore-debitore, che è immediatamente sociale: l’economia del debito non fa distinzione tra salariati e non-salariati, tra occupato e disoccupato, tra lavoro materiale e immateriale, siamo tutti indebitati. Nello stesso tempo è una dimensione immediatamente mondiale, che agisce e comanda trasversalmente alle divisioni tra paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti. Il credito/debito è stata l’arma fondamentale della strategia capitalistica dopo gli anni ’70, che ha spiazzato completamente il terreno della lotta di classe sul livello sociale e mondiale, col quale attualmente abbiamo ancora difficoltà a confrontarci.
Vorrei riprendere un argomento che non ho utilizzato nel libro perché viene da quel grande reazionario che è Carl Schmitt e che comprende il problema della proprietà . Il ragionamento mi è stato molto utile per pensare il potere della moneta, anche se Schmitt non parla di quest’ultima. Ogni ordinamento politico-economico è costruito e organizzato a partire da tre principi che sono tre diversi significati della parola “nomos”. Questi stessi tre principi sono alla base dell’economia del credito/debito.
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Sandro Moiso: Un’aspra stagione
Martedì 15 Maggio 2012 10:41
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Un’aspra stagione*
di Sandro Moiso
Da molti anni non affido le mie speranza di rinnovamento sociale alle urne elettorali, sia in occasione delle elezioni amministrative che di quelle politiche.
Ciò non toglie però che ogni risultato elettorale debba essere vagliato ed analizzato, anche per il poco che può rivelare dello stato di cose presenti. E, da questo punto di vista, l’ultima tornata elettorale, italiana ed europea, non presenta novità di poco conto… anzi.
Diciamolo subito: c’è poco da gioire per la vittoria di Hollande.
Un candidato anonimo che ha vinto più per l’insofferenza dei francesi nei confronti dell’ormai decotto duo Sarkò-Carlà che per i propri meriti personali.
Un candidato di “sinistra” che sotto il tavolo si prepara a far piedino alla solita cancelliera e che ha già dichiarato che “la TAV è essenziale per lo sviluppo e il rilancio dell’economia europea” ha ben poco di interessante da proporre a chi medita su come uscire positivamente, in termini di classe, dalla crisi attuale. Piace pure a Monti, e quindi alla Trilateral e a Goldman Sachs, che c’è da dire d’altro?
Sì, qualcos’altro da dire forse c’è, ovvero che lo striminzito 51,9% con cui Hollande ha battuto Sarkozy non a caso è stato sventolato come un trionfo non solo dal nostrano PD, ma da tutte le forze interessate a mantenere la dittatura bancaria europea sulla forza lavoro.
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Pasquale Cicalese: Compagni, raccontiamola tutta la storia
Martedì 15 Maggio 2012 10:30
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 Compagni, raccontiamola tutta la storia
di Pasquale Cicalese
“Contemporaneamente alla caduta del saggio di profitto si verifica una diminuzione di valore del capitale esistente, che frena questa caduta e tende ad accelerare l’accumulazione del valore-capitale” K.Marx, Il capitale, Libro III
“Si osservi: per quanto le svalutazioni del capitale esistente che subentrano con le crisi possano anche colpire i singoli capitalisti, esse tuttavia, per la classe dei capitalisti, per il sistema capitalistico, sono una valvola di sicurezza, un mezzo per prolungare la durata di vita del sistema, per attenuare il pericolo che il meccanismo salti. Gli individui vengono perciò sacrificati nell’interesse della categoria”. H. Grossmann, Il crollo del capitalismo.
 Il là ha avuto inizio il 28 aprile scorso; in un’intervista al Corriere della Sera, Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, gruppo tra i più internazionalizzati a livello italiano e con un fatturato prossimo agli 8 miliardi di euro, si scaglia contro la dirigenza italiana, specie quella che parla e opera in campi che non le competono. Bersaglio, Perissinotto, ma si parla a nuora perché suocera intenda. E chi da un ventennio non fa più il suo ”mestiere” è ben altro, porta il nome di Berlusconi, la cui azienda sta subendo una poderosa distruzione di capitale.
Si scaglia poi contro i “banchieri” italiani, che si sono dimenticati che cosa significa allocare il risparmio, portando ad esempio il Credito Italiano, allora pubblico…, che accompagnava la sua azienda in giro per il mondo.
Due giorni dopo è la volta della conferenza stampa di Monti. Il messaggio è chiaro: il nirvana è finito…
Resta da capire chi da un ventennio, se non più, ha rincoglionito gli italiani con il nirvana. La risposta al lettore.
Mettiamola così: in questo Paese è in corso quella distruzione di capitale che si verificò nei maggiori paesi industrializzati del nord Europa a seguito della crisi del 1973; allora, questi dismisero capitale scadente per posizionarsi nella fascia alta del valore aggiunto. E chi prese questo capitale scadente? L’Egitto, la Tunisia, la Polonia? Nient’affatto, fu l’Italia.
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Alberto Bagnai: Più Europa (e meno Spagna). O no?
Lunedì 14 Maggio 2012 17:17
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 Più Europa (e meno Spagna). O no?
di Alberto Bagnai
 Vi ho parlato in un post precedente di un economista eterodosso, un certo Pesce (o almeno così lo chiamavano a Roma), che in un convegno scientifico passato alla storia come il mountain workshop (il seminario della montagna), del quale sta per ricorrere il duemillesimo anniversario, disse una serie di cose di grande attualità, che via via abbiamo commentato in questo blog. Ieri alcuni lettori, chi in forma privata (per non perdere il posto di lavoro), chi in forma pubblica, mi hanno segnalato questo articolo di Repubblica, e le parole immortali di Pesce mi si sono stagliate davanti agli occhi: a fructibus eorum cognoscetis eos. Eh già! Perché per valutare appieno la portata di questa ennesima riedizione del mantra “più Europa”, più che entrare (o rientrare) nel merito di cosa sia una zona valutaria ottimale, occorre e basta scorrere la lista dei firmatari, e contare le menzogne, le pure, semplici, sfacciate, incontrovertibili menzogne (nel senso di sovvertimenti e presentazioni distorte della realtà fattuale consegnataci dalle statistiche) sulle quali i firmatari basano i loro argomenti.
Il più noto dei firmatari, il professor Prodi, ha spinto molto perché l’Italia entrasse nell’euro, sostenendo che questa misura avrebbe avuto grandi vantaggi per noi. Ora che l’euro si rivela insostenibile, ci viene a dire però che comunque non ne usciremo perché esso fa comodo... non più a noi (come diceva prima), bensì alla Germania! Una dichiarazione surreale, di cui ci sorprende non tanto il contenuto, che a noi è assolutamente ovvio (abbiamo spiegato più volte come e perché le asimmetrie dell’euro avvantaggiano alcuni paesi a danno di altri, ponendo le basi per la disgregazione economica, sociale, culturale e civile di questo continente), quanto la disarmante sfacciataggine.
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Mario Perniola: Introduzione a "La società dei simulacri"
Lunedì 14 Maggio 2012 17:17
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 Introduzione a "La società dei simulacri"
di Mario Perniola
La società dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori
Ho aspettato trent’anni per ripubblicare questo libro, nonostante le ripetute sollecitazioni di lettori e di editori. Infatti solo ora i fenomeni sociali descritti allora, al loro sorgere, il potere delle organizzazioni criminali e la decadenza del sapere, hanno raggiunto il loro momento culminante.
Si è così verificata un’inversione di tendenza: qualcuno si è finalmente accorto che la distruzione sistematica dell’eredità civile, culturale, morale ed estetica dell’Occidente e dei criteri di legittimazione elaborati attraverso più di due millenni, giova alla diffusione dell’ignoranza e della paura, sulle quali prosperano le mafie e il conformismo consumistico. E comincia ad avere il coraggio di dirlo e trova anche spazio in qualche quotidiano senza essere censurato dal timore dei capo-redattori e dei direttori dei giornali di vendere qualche copia in meno o di dispiacere ai loro padrini politici. Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.
Il successo che ha ottenuto la prima edizione di questo libro, al punto di essere il più citato tra i miei lavori, si è basato spesso su di un equivoco. Infatti la nozione di simulacro è stata per lo più intesa come sinonimo di falsità, d’inganno, di frode e quindi come una teoria della manipolazione mass-mediatica; al contrario, essa è un salvagente per galleggiare nel tempestoso oceano della comunicazione, in cui tutti siamo, volenti o nolenti, immersi. La posta in gioco era la seguente: inutile impegnarsi nella difesa degli intellettuali, nelle tre forme classiche di giornalisti, professori e politici. Già nel 1980 – anzi già dal 1968 - era evidente che la civiltà di cui erano stati i protagonisti stava tramontando: lungo trent’anni, hanno cercato di difendersi con le unghie e con i denti in una società che non aveva più bisogno di loro, sposando via via le opinioni più idiote, purché sembrassero nuove, up-to-date, riformiste, e contribuendo così in modo determinante al totale sfacelo delle loro istituzioni.
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Elena De Marchi: “Il sociale è il privato”
Lunedì 14 Maggio 2012 16:58
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 “Il sociale è il privato”
Elena De Marchi
Qui di seguito alcune riflessioni sull’ultimo libro di Elisabetta Teghil, Il sociale è il privato, Bordeaux, 2012
 Come mai le lotte dei movimenti che si sono generati e diffusi negli anni Sessanta e Settanta, pur avendo ottenuto numerose vittorie e conquiste, non sono riuscite a cambiare qualitativamente in meglio la società e a scardinare il potere della grande borghesia capitalista, che invece negli ultimi vent’anni ha assunto un peso preponderante non solo nella sfera politica ed economica internazionale, ma anche per quello che concerne le scelte individuali e private? Nonostante le donne, gli omosessuali, le trans e qualunque “minoranza” siano stati per così dire accolti nei partiti politici, negli eserciti, nei ruoli chiave economici e in tutte le istituzioni, la società stessa non è infatti più accogliente e più giusta, anzi si assiste a un globale arretramento della qualità della vita, a un controllo sociale sempre più esteso, a una perdita dei diritti conquistati nei diversi ambiti, da quello lavorativo a quello della libertà individuale e dell’autodeterminazione.
Il femminismo, originariamente creativo e dialettico, come si pone di fronte ai cambiamenti in atto? Il fatto che abbia posto preminentemente l’accento sulla visione emancipatoria della donna lo ha in qualche modo reso complice dello stato attuale delle cose?
Elisabetta Teghil affronta tali tematiche in modo molto chiaro e senza esitazioni, in questo suo secondo libro, Il Sociale è il privato (Bordeaux, 2012), una raccolta di lettere inviate alla mailing list nazionale “Sommosse”, che esce a circa un anno di distanza dal suo primo volume, Ora e Qui.
Secondo l’autrice, nella nostra società, al tempo stesso capitalista e neo-liberista, in cui la socialdemocrazia si è fatta destra moderna, i ruoli sessuali, anche quelli definiti come nuovi e ibridanti (transessuali e transgender), il colore della pelle, le culture cosiddette “alternative”, nonché le rivendicazioni di qualsiasi tipo sono utilizzate al servizio della società capitalistica stessa, al fine di creare profitto, senza altresì rimuovere l’organizzazione sessista e classista.
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Sergio Cesaratto: I limiti della Modern Monetary Theory e la sovranità monetaria
Domenica 13 Maggio 2012 15:29
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 I limiti della Modern Monetary Theory e la sovranità monetaria*
di Sergio Cesaratto
 L’assenza di una vera banca centrale Europea che garantisca la liquidità dei debiti sovrani Europei ha aggravato la crisi (anche se non ne è stata la causa), portando a una salita vertiginosa degli spreads sovrani. Come conseguenza del comportamento carente della BCE, secondo De Grauwe (2011: 8-10), il debito pubblico della periferia è passato da un basso ad un elevato livello di rischio, trasformando, a suo dire, una crisi di liquidità in una crisi di solvibilità. Questo non è del tutto corretto, poiché sin dall’inizio i problemi della periferia Europea sono apparsi come problemi di solvibilità, non solo di liquidità, e in effetti sono emersi quando la liquidità era abbondante e gli spreads sovrani ancora bassi. Secondo Wray e i suoi compagni MMT questa abbondanza ha solo ritardato il redde rationem della carente costituzione monetaria dell’Eurozona (EZ), visto che essi attribuiscono una rilevanza quasi esclusiva, nella spiegazione della crisi finanziaria Europea, alla rinuncia ad una banca centrale nazionale sovrana.
In breve, Wray sostiene che, fintanto che un paese mantiene una moneta sovrana, cioè mantiene il privilegio di effettuare i pagamenti mediante l’emissione della propria moneta e non promette di riscattare il debito a un qualsiasi tasso di cambio fisso, o peggio, in valuta estera, allora non può andare in default, e la nazionalità dei titolari del debito è irrilevante:
“La variabile importante per loro [Reinhart e Rogoff 2009] è chi detiene il debito sovrano – se creditori interni o esteri – e il potere relativo di questi elettorati si suppone che sia un fattore importante nella decisione del governo di dichiarare default (…). Ciò sarebbe anche legato al fatto che il paese sia un importatore o un esportatore netto. Noi crediamo che sia più utile classificare il debito pubblico in base alla valuta in cui è denominato, e in base al regime di cambio adottato. … noi crediamo che il “debito sovrano” emesso da un paese che abbia adottato un tasso di cambio fluttuante, in valuta non convertibile (nessuna promessa di convertire in oro o in una valuta estera a cui sia ancorato il cambio), non corra il rischio di insolvenza. E questa la chiamiamo moneta sovrana, emessa da un governo sovrano.
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Alberto Burgio: La crisi e la sinistra
Sabato 12 Maggio 2012 16:46
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 La crisi e la sinistra
Alberto Burgio
 Non bisogna rassegnarsi a una «pigrizia fatalistica», perché il pensiero critico in questa fase può giocare una partita cruciale. Per questo è necessario un soggetto politico unitario in grado di scontrarsi su un terreno culturale. Tutte le componenti della sinistra dovrebbero avviare una riflessione, a partire dalla sconfitta dell'ultimo ventennio Si ha più che mai, di questi tempi, l'impressione che avesse ragione Antonio Gramsci nell'indicare nella «concezione fatalistica e meccanica della storia» un preciso sintomo di scarsa autonomia intellettuale. Oggi, di fronte alla drammaticità della crisi e alle preoccupazioni che essa genera, la «pigrizia fatalistica» (sempre Gramsci) domina. Prevale la tendenza a credere che quanto accade sia effetto di forze superiori e incoercibili, il verdetto di un destino avverso. E che, per contro, solo un destino benigno (o «un dio») possa salvarci. Contro questo atteggiamento rinunciatario, figlio di una propensione al pensiero magico dura a morire, il pensiero critico può (deve) giocare una partita cruciale. Non è difficile mostrare come le sorti della sinistra, non solo in Italia, dipendano in larga misura dalla capacità di compiere e diffondere una corretta lettura delle cause della crisi in tutte le sue dimensioni (economica e sociale, politica, «intellettuale e morale»). Se sarà in grado di sradicare il diffuso fatalismo e la rassegnazione che ne consegue, la sinistra svolgerà un ruolo nella prossima fase del conflitto, che si annuncia, già dal prossimo autunno, di estrema asprezza. Altrimenti, contribuirà validamente alla propria sostanziale estinzione.
Questa crisi ha una specificità, che tende a passare inosservata. Come tutte le crisi sistemiche del capitalismo (effetto dell'interazione tra crisi da sproporzione, da tesaurizzazione e di realizzazione), essa si verifica, e semina disoccupazione e miseria, senza che sia avvenuta alcuna catastrofe.
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Guido Viale: Benecomunisti, che orrore
Sabato 12 Maggio 2012 16:31
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 Benecomunisti, che orrore
di Guido Viale
 Propongo di non usare mai più il termine "benecomunista": è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il "Comune" di cui scrivono Negri e Hardt. Quel "Comune" non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, "operaio massa", "operaio sociale", "moltitudine", per approdare, per ora, al "Comune".
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Dario Gentili: The italian Theory
Sabato 12 Maggio 2012 15:42
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 The italian Theory
Introduzione/Sinisteritas*
di Dario Gentili
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. Antonio Gramsci
1. Italian Theory, Radical Thought, The Italian Difference: negli ultimi anni, diverse sono le formulazioni che intendono sancire la ribalta della filosofia italiana nell’attuale dibattito internazionale . Se le definizioni del fenomeno possono variare, resta tuttavia indubitabile che, nella crisi delle filosofie a diverso titolo riconducibili alla «svolta linguistica» e al postmoderno, è il pensiero di alcuni filosofi italiani a caratterizzare un cambiamento d’egemonia nella filosofia contemporanea. Dalla popolarità, diffusa negli ambiti culturali più disparati , del pensiero di Antonio Gramsci alla biopolitica, passando per il «pensiero radicale» italiano degli anni Settanta, la tentazione di delineare un tratto comune che attraversi e colleghi cinquant’anni di storia della filosofia italiana è forte. Certo, la biopolitica – è essa la candidata più autorevole a rappresentare al momento il paradigma filosofico più influente – non può ovviamente avere una determinazione «nazionale», ma resta il fatto che, proprio in virtù dell’apporto di filosofi italiani, ha conquistato credito internazionale, a ben trent’anni di distanza dalla sua introduzione, da parte di Michel Foucault, nel lessico filosofico. Questo libro si propone allora di ricostruire la genealogia di quel pensiero filosofico italiano a cui, nel panorama internazionale, fa riferimento l’espressione Italian Theory e che, in parte, ha nella biopolitica il suo esito più attuale. Si tratta di una genealogia che non ha affatto lo scopo di sottolineare la nazionalità dei filosofi italiani oggi più influenti, quanto piuttosto di ricostruire un dibattito al crocevia di filosofia e politica – spesso taciuto, sottinteso o misconosciuto – che ha avuto luogo in Italia e che si è intrecciato con la storia recente di questo Paese. Un dibattito che, se non ha di certo nella biopolitica il suo esito predestinato e neppure ne costituisce la premessa necessaria, ne può tuttavia illuminare in controluce questioni che altrimenti difficilmente emergerebbero con chiarezza.
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Lanfranco Caminiti: Insurrezione e narrazione
Venerdì 11 Maggio 2012 16:53
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Insurrezione e narrazione
di Lanfranco Caminiti
Il prossimo anno cade il centenario della pubblicazione de I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello per l’editore Treves di Milano. In realtà, il romanzo – «amarissimo», lo definì lo stesso Pirandello in una lettera a un amico – era in buona parte già uscito a puntate, come spesso accadeva, per il giornale «Rassegna contemporanea» tra il gennaio e il novembre 1909. L’edizione del 1913 risistema l’articolazione dei capitoli, rivede quanto era già stato pubblicato e lo completa. Ancora nel 1931, Pirandello deciderà di intervenire sul testo per una definitiva edizione per Mondadori, che poi è quella che leggiamo oggi. In nessuna delle rivisitazioni Pirandello modifica l’impianto dei personaggi e l’intreccio tra i loro comportamenti e gli eventi e il suo sguardo.
Pirandello inizia a scrivere I vecchi e i giovani nel 1906, e sono passati poco più di dieci anni dalla “materia” del romanzo, che è l’esplosione del movimento dei Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894, cioè tra l’inizio degli scioperi nelle campagne e nelle zolfare – una cosa nuova che mai si è veduta prima – e le stragi di contadini e popolani fino all’instaurazione dello stato d’assedio e la repressione di massa, con l’arresto di tutti i dirigenti dei Fasci e centinaia e centinaia di militanti; lo stesso lasso di tempo che intercorre tra lo scandalo della Banca romana e la crisi del giolittismo, con l’avvento al governo di Francesco Crispi. Dieci anni soltanto. Sembrerebbe perciò un po’ azzardato definire “romanzo storico” I vecchi e i giovani. Qui non si tratta della rivolta degli schiavi di Euno o dei Vespri. Eppure. Non è solo una questione di distanza temporale dai fatti narrati.
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Rodolfo Ricci: Italia: lo stallo a sinistra e l’alternativa
Venerdì 11 Maggio 2012 16:30
amministratore
 Italia: lo stallo a sinistra e l’alternativa
di Rodolfo Ricci
 Mentre si scatena la guerra di interdizione mediatica, l’Europa resta quasi sospesa di fronte alla tornata dei risultati elettorali franco-greci, con annesso prolungamento italiano. Si attendono le prime mosse di Hollande, si attende il decorso della crisi greca. In Italia, tanto per non fare eccezione, l’eterna ipocrisia della politica nostrana tende a minimizzare o a spostare sulle presunte categorie di destra e sinistra la spiegazione degli eventi. Il crollo avrebbe riguardato e riguarderebbe solo il centrodestra (ed è un dato oggettivo), mentre, sull’altro lato, si tratterebbe di assumere come vittoria l’aver mantenuto percentuali in calo relativo in un panorama completamente rivoluzionato.
Ma se la logica ha ancora qualche valore, come spiegare che a fronte del crollo di un versante non si registri l’avanzata dell’altro, soprattutto in un sistema che fino ad ora si è voluto qualificare come bipolare?
In realtà è sempre più chiaro che sta crollando proprio questo sistema di bipolarità ecumenica che ha sostenuto (e continua a sostenere) le pratiche neoliberiste in salsa italiana, prima di Tremonti & C., oggi di Monti e Fornero.
Ora la questione è che, dei due poli, solo uno (il PD) resterebbe a vigoroso sostegno del governo tecnico, un aggregato ministeriale che non ha forse pari nella rappresentanza dogmatica neoliberista a livello internazionale, insieme alla compagine tedesca di destra impersonata dalla Merkel. Corsi e ricorsi dell’arretratezza teutonica ed italiana.
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Augusto Illuminati: Game over
Venerdì 11 Maggio 2012 16:07
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 Game over
di Augusto Illuminati
1. Il corpo elettorale ha mostrato una mobilità inedita, rivelando tutto d’un colpo i processi che si erano sedimentati sotto pelle negli ultimi mesi. Processi molto scarsamente avvertiti dai sondaggi, o almeno nella tendenza ma non nella dimensione. Aggiungiamo che gli elettori sono stati ancora troppo buoni con gli attori della Seconda Repubblica. Arriveranno altri smottamenti di schede, poi i forconi. 2. La delegittimazione della democrazia rappresentativa dei partiti si è manifestata, oltre che con l’astensione, nella perdita di consenso dei grandi blocchi, impaludati per ragioni di sopravvivenza nella difesa del governo Monti e nella delega ai “tecnici” di quanto i politici non avevano il coraggio di affrontare. Inoltre nella crescita di forze che, in prima battuta, mirano a costruire un’alternativa dentro il sistema ai vecchi detentori del potere –il Movimento 5 Stelle, che ostenta di non essere un partito per non screditarsi, ma si pone a tutti gli effetti come tale. La retorica ignobile sull’anti-politica, gestita in nome della tecnica e del buonvolere dei mercati, ha legittimato, per rabbia reattiva, qualsiasi opposizione, anche la più populista. Monti fa finta di niente, ma la campana ha suonato soprattutto per lui. 3. In tale contesto i partiti della destra e l’infelice Terzo Polo sono crollati (ma la base sociale non ne è certo sparita), pagando gli effetti della crisi sul ceto medio e il prezzo delle pagliacciate di Berlusconi e Bossi. Il PdL corre verso la frammentazione, Berlusconi si defila e Alfano ha la lucidità del capitano Smith sul Titanic. Le scialuppe non bastano e Pisanu e Quagliarello se le sono già accaparrate. La Lega ha dimostrato, nella caduta e negli scandali, la stessa mediocrità che ha avuto nell’esercizio del potere. Gli assassini di migranti e i guerrieri celtici con le corna si sono persi utilizzando i soldi pubblici per acquistare dentiere per Bossi e diplomi fasulli a Tirana – alla faccia della vacanze caraibiche di Formigoni e delle olgettine di Arcore, roba di lusso almeno!
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