Domenica 25 Luglio 2010 17:33
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Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberistiAntonella Stirati Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore del 27 giugno (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.
Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio[2].
Ultimo aggiornamento Domenica 25 Luglio 2010 17:52
Domenica 25 Luglio 2010 15:30
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Due vie per la decrescitadi Marino Badiale e Massimo Bontempell
Quest’intervento s’inquadra nel dibattito suscitato dalla proposta politica di Serge Latouche che in Italia è stata raccolta e rilanciata da Maurizio Pallante. Proprio con quest’ultimo i due autori sono in disaccordo su un tema tutt’altro che marginale. Pallante propugna il ricorso all’autoproduzione delle reti sociali per contrastare la crisi economica, ritenendo inevitabile la contrazione del welfare, in considerazione della riduzione crescente del Pil, non solo nel nostro Paese. Badiale e Bontempelli, invece, ritengono che l’investimento sociale possa essere salvaguardato da politiche di bilancio più attente al risparmio, innanzitutto su capitoli dannosi e improduttivi, come per esempio la difesa e gli armamenti. La differenza di vedute apre a scenari e proposte politiche assai diverse.
 Questo scritto prende spunto da un articolo di Maurizio Pallante, Decrescita e welfare state: un testo di grande chiarezza, qualità che giudichiamo di grande valore in questi tempi confusi. Proprio la grande chiarezza e l’onestà intellettuale di questo scritto permettono di individuare quelli che giudichiamo “errori” che ci danno l’occasione di iniziare una discussione, che riteniamo importante e urgente, sul fondamento ideale e teorico del movimento della decrescita.
Ultimo aggiornamento Domenica 25 Luglio 2010 16:23
Giovedì 15 Luglio 2010 16:25
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Alla scoperta del morodi Enzo Modugno La crisi economica ha riportato al centro della scena Karl Marx. Tanto che in alcuni recenti volumi la sua analisi è usata per capire il perché la privatizzazione del sapere e il cambiamento delle università in agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza siano una necessità del capitalismo mondiale
Uno stile di discussione «a un tempo spietato e di reciproca stima» caratterizza dal 1991 gli incontri annuali degli economisti e dei filosofi dell'International Symposium on Marxian Theory. Una decina dei loro interventi sono ora pubblicati dalla Città del Sole (Marx in questione, a cura di Riccardo Bellofiore e Roberto Fineschi). Sono molti gli aspetti del capitalismo che l'opera di Marx, un secolo e mezzo dopo, riesce ad interpretare con insuperato rigore: perfino la grande stampa, a proposito della crisi, ha dovuto riconoscerlo. E questo volume ne è un'ulteriore conferma. La logica capitalistica della «produzione snella» per esempio, era già analizzata nel secondo volume del Capitale, come ha mostrato nel suo intervento Tony Smith. E l'inseparabilità della teoria marxiana del valore dal suo versante monetario, esposta da Riccardo Bellofiore, può interpretare i più intimi meccanismi dell'attuale modo di produzione. Questo volume insomma mostra quanto la teoria marxiana sia rilevante anche per l'analisi delle più recenti trasformazioni del modo di produrre.
Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Luglio 2010 22:20
Mercoledì 14 Luglio 2010 21:32
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Socialdemocrazia, attenti ai sedicenti “innovatori”di Emilio Carnevali La nomina di Massimo D’Alema alla presidenza della Feps (Foundation for European Progressive Studies) – network dei think tank e delle fondazioni legate alle principali formazioni della sinistra europea come la Fondation Jean Jaurès, la Friedrich Ebert Stiftung, il Policy Network e la Fundación Ideas – ha rinfocolato nel nostro Paese il mai del tutto sopito dibattito sul presente e il futuro di categorie politiche come il “socialismo democratico”, la “socialdemocrazia”, il “riformismo” (almeno in quei luoghi dove uno straccio di discussione pubblica intorno alle categorie fondamentali del pensiero e dell’agire politico si cerca, con evidente fatica, di mantenerlo in piedi).
Pietra dello scandalo è stato soprattutto l’articolo di Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei (partner italiana della Feps), pubblicato lo scorso 24 giugno sul Foglio. Diversi esponenti del Partito democratico di provenienza “cattolica” – si segnala in particolare l’interessante contributo di Giorgio Tonini pubblicato sempre sul Foglio il 29 giugno – hanno lamentato la riproposizione da parte di Peruzy di una “piattaforma politica” sostanzialmente antiquata, non adatta a confrontarsi con le sfide che si trovano di fronte le forze progressiste all’alba del terzo millennio.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Luglio 2010 23:24
Martedì 13 Luglio 2010 16:00
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Lo sa il polpodi Augusto Illuminati Quanto reggerà Berlusconi, lo sa forse solo il polpo Paul, l’oracolo infallibile dei Mondiali di calcio. Quel che è certo è che il vistoso smottamento della maggioranza viene di continuo tamponato dai ricatti reciproci delle sue componenti: i finiani minacciano di togliere i numeri quando il pressing berlusconiano si fa insopportabile e poi li restituiscono per evitare una cacciata che li metterebbe in difficoltà, il pagliaccio strizza l’occhio a Casini per sostituire Fini scatenando l’immediato veto dei leghisti, tutte le correnti, spifferi e fondazioni ribollono per assicurarsi posti di potere e ancor più l’immunità giudiziaria, Tremonti cerca di tener duro sul Bilancio (con il caritatevole soccorso di Chiamparino), mentre il premier è terrorizzato dalla ricaduta elettorale del rigore. Di qui il carosello di annunci e retromarce, penultimatum, sparate autoritarie a salve, maldestri traffici curiali, barzellette sul federalismo fiscale, sub-emendamenti e refusi, promesse strategiche destinate alla revoca –come l’abbuono delle multe per le quote latte, fondamentale per la Lega ma già bocciato in sede europea. L’attività legislativa e di governo risulta paralizzata, perfino per le misure ad personam, mentre vanno avanti soltanto le pratiche affaristiche. La voragine aperta dalla soppressione dell’Ici è stata scaricata sull’Imu e gli enti locali l’hanno pure presa con allegria (se ne accorgeranno nel giro di un mese).
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Luglio 2010 16:07
Lunedì 12 Luglio 2010 14:10
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Perché McChristal lo ha fatto Immanuel Wallerstein Il generale Stanley McChrystal, il comandante USA in Afghanistan, ha rilasciato un’intervista alla rivista Rolling Stone in cui lui e il suo staff insultano i leader civili del suo paese. E’ stato allontanato dal suo incarico, per insubordinazione, dal presidente Obama. Anche i difensori di McChrystal hanno detto che le sue osservazioni sono state inopportune e sbagliate. Dato che McChrystal è un uomo eccezionalmente intelligente e molto ambizioso, perché l’ha fatto?
McChrystal ha rilasciato l’intervista in modo da essere costretto a dimettersi. E perché voleva essere allontanato dal suo incarico? Perché sapeva che le politiche che stava perseguendo e difendendo nella guerra in Afghanistan non stavano funzionando, non potevano funzionare. E non voleva essere lui quello additato alla pubblica condanna.
Si consideri la lunga storia che ha portato a questa intervista. La strategia militare che gli Stati Uniti hanno forgiato in Afghanistan e in Iraq è stata inizialmente quella imposta dall’allora Segretario alla difesa USA, Donald Rumsfeld. Era una politica di illimitato machismo: bombarda il nemico da lassù in alto, e non preoccuparti di chi viene ucciso; usa la tortura su quelli che catturi; non consultarti con nessuno, neanche se si tratta dei cosiddetti alleati; occupa il paese, a tempo indeterminato.
Ultimo aggiornamento Lunedì 12 Luglio 2010 14:18
Venerdì 09 Luglio 2010 21:06
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Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globaleGerald Epstein* Articolo in sostegno della Lettera degli economisti italiani contro l'austerity distruttiva nella zona euro
L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione.
Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Luglio 2010 21:17
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Domenica 25 Luglio 2010 16:40
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Intervista a Costanzo Prevea cura di Franco Romanò Nell’ampia intervista che pubblichiamo, s'insiste sui punti nevralgici della Trilogia: Storia dell’etica, Storia della dialettica e Storia del materialismo, scritti dal filosofo torinese e tutti pubblicati dall’editore Petite Plaisance. In essa Preve suggerisce alcune linee per un bilancio teorico del socialismo reale, da lui definito comunismo novecentesco. Prendendo spunto dalla critica di Lucáks al materialismo dialettico e dalla sua positiva intuizione dell’ontologia dell’essere sociale, Preve individua nella sovrapposizione fra dialettica logica e dialettica storica, uno dei motivi della sconfitta comunismo novecentesco, che l’autore vede fortemente inquinato da residui positivisti. In tale contesto Preve interpreta il marxismo come filosofia della prassi e non della natura, interpretazione avanzata per la prima volta da Gentile e fatta propria da Gramsci.
Da questa convinzione nasce la riflessione su Marx, da Preve considerato un filosofo idealista che ha prodotto una teoria strutturalista del modo di produzione capitalistico, servendosi della dialettica hegeliana e applicandola al nuovo oggetto sociale. Critico nei confronti di tutte le correnti di pensiero marxiste che tendono ad allentare il legame fra Marx ed Hegel e a negare l’importanza del concetto di alienazione, Preve considera Marx un pensatore tradizionale che risale alle radici greche della filosofia e reagisce alla mancanza di etica comunitaria del moderno capitalismo, così come il pensiero filosofico greco aveva reagito all’avanzare della società schiavista. Nella parte finale dell’intervista la riflessione filosofica s’intreccia a questioni riguardanti la crisi economica attuale, il venir meno della correlazione dialettica necessaria fra proletariato e borghesia e altri temi di più stretta attualità, come i nuovi soggetti sociali, l’area dei cosiddetti nuovi diritti e le aspettative suscitate dalla presidenza Obama.
Franco Romanò: Nel suo libro Storia dell’etica lei afferma che nessuna etica comunitaria è possibile nella fase attuale dello sviluppo capitalistico, ma solo comportamenti etici individuali basati sul buon senso e che non necessitano di alcuna problematizzazione filosofica; oppure sono possibili etiche settoriali. Perché?
Ultimo aggiornamento Domenica 25 Luglio 2010 17:03
Venerdì 16 Luglio 2010 19:05
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Tra Atene e Pomiglianodi Andrea Catone
Uno spettro si aggira per l’Europa: la crisi del debito sovrano. Negli ultimi mesi la grande crisi capitalistica ha prodotto un nuovo terremoto in Europa. Tutta l’eurozona, compresi i paesi che non hanno ancora formalmente adottato l’euro, ma da esso dipendono, come l’Ungheria, è stata in fibrillazione. È esploso il caso greco, con la minaccia di default dello stato. Gli altri PIGS (i “porci” nello sprezzante acronimo: Portogallo, Spagna, Irlanda) sono anch’essi sotto la spada di Damocle. L’Italia stessa col suo debito pubblico è a rischio.
La crisi greca
La crisi del debito sovrano greco è esplosa non casualmente. Come avevamo osservato sul numero precedente de l’ernesto[1] e come i comunisti greci[2] e altre riviste, marxiste e non solo, hanno messo in luce[3] dettagliatamente, essa è il risultato di uno scontro interimperialistico tra capitali appartenenti ad aree valutarie contrapposte (euro e dollaro). L’attacco speculativo contro l’euro è pianificato oltre Atlantico ai primi di febbraio dagli uomini di Soros Group, Sac Capital, Greenlight Capital, Brigade C., Paulson & Co. Gli hedge funds scommettono pesantemente sul deprezzamento dell’euro per portarlo dai massimi raggiunti a fine 2009 (il 25 novembre 2009 un euro si scambiava a 1,514 dollari) alla parità col dollaro. La Grecia appariva l’anello debole della catena. Il governo conservatore di Costas Karamanlis aveva dichiarato un deficit pubblico nettamente inferiore al 12,7%, ammesso in seguito dal governo socialdemocratico di Papandreu. La potenziale insolvenza dello stato greco è stata il pretesto per il declassamento dei titoli di stato a spazzatura (junk bond). La Grecia era in gran parte indebitata con banche tedesche legate al governo tedesco e garantite dall’asse Merkel-Karamanlis.
Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Luglio 2010 20:32
Mercoledì 14 Luglio 2010 21:47
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Da dove nasce la voglia di manicomiNello Gradirà “Addio Basaglia, tornano i manicomi” titola in cronaca nazionale Il Tirreno di ieri, e dietro questo titolo sembra quasi di vederli sogghignare quei giornalisti che in tutti questi anni hanno lavorato sodo perché tutte le complesse tematiche del disagio e dell’emarginazione fossero ridotti a problemi di sicurezza e ordine pubblico.
Ce li ricordiamo tutti, gli articoli pubblicati in questi mesi, ributtanti per insensibilità e volgarità, del tipo “pazzo scappa e terrorizza un intero quartiere” o “l’ennesima evasione dal decimo padiglione”, come se un reparto ospedaliero, dove si dovrebbe assistere e curare persone che stanno vivendo una momentanea difficoltà, fosse un carcere di massima sicurezza con le torrette di guardia, il filo spinato e i cani lupo.
Li chiamano gli anni di piombo quegli anni ’70 in cui l’Italia sembrava diventato un Paese civile, e in particolare quell’anno d’oro 1978 in cui vennero approvate, oltre alla “Legge Basaglia”, anche la legge 194 sull’aborto e la legge 833 di riforma sanitaria.
Erano leggi approvate sulla spinta di un grande movimento di massa che metteva in discussione anche i rapporti di potere più consolidati: quelli che consideravano la salute come una merce, il corpo delle donne come una macchina da riproduzione e il pazzo come un’inutile peso per la società e per la famiglia.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Luglio 2010 23:24
Mercoledì 14 Luglio 2010 21:13
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Morire di CaldoUgo Bardi
Questa immagine (da ScienceDaily) riassume i risultati di uno studio recente pubblicato sul PNAS. Sono le temperature che potrebbe raggiungere il pianeta in certe ipotesi - estreme ma non impossibili - se il riscaldamento globale continua. Le temperature sono "wet bulb", "a bulbo umido." Per un essere umano, è impossibile vivere a lungo a temperature a bulbo umido superiori a circa 36 °C. In questo scenario la maggior parte del pianeta diventerebbe inabitabile.
La cosiddetta "temperatura di bulbo umido" si misura con un termometro avvolto in una garza bagnata e sottoposto a un flusso d'aria. E' una indicazione di quanto una condizione di calore e umidità è accettabile per gli esseri umani. Il corpo umano ha una temperatura interna di circa 37 °C, quella della pelle è un paio di gradi inferiore. Sudando, si possono sopportare temperature anche alcuni gradi più alte di 36 °C, ma solo se l'aria è secca. Ma se la temperatura di bulbo umido è di 36 °C - o più alta - sudare non serve. E' una questione di termodinamica: non è possibile raffreddare un corpo per evaporazione al di sotto della temperatura di bulbo umido. Più di qualche ora in quelle condizioni e non c'è scampo. E' la morte per ipertermia.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Luglio 2010 23:24
Martedì 13 Luglio 2010 15:51
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Canto e controcanto finaleLucio GarofaloE' sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti "poteri forti", soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc. Si prospetta la transizione gestita da un governo tecnico in grado di fare riforme e approvare una legge elettorale, ma il Paese avrebbe bisogno di un'opzione rivoluzionaria
Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell'Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell'opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti "poteri forti", soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.
Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell'establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema "democratico" in cui ci concedono semplicemente la "libertà" di votarli, ovvero la "libertà" di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare.
Ultimo aggiornamento Martedì 13 Luglio 2010 16:00
Venerdì 09 Luglio 2010 21:18
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Le basi economiche del federalismo leghistadi Domenico Moro * 1. I tre squilibri dell’Italia
Parlare di federalismo vuol dire parlare della Lega, in quanto la tematica del federalismo è strettamente intrecciata con la storia di quel partito. Inoltre, la Lega è centrale nel discorso sull’attacco alla Costituzione, perché il partito di Bossi è una delle forze politiche maggiormente eversive dell’assetto istituzionale derivante dalla Legge fondamentale del ’48. Difatti, la Lega si afferma in concomitanza con la fine della Prima Repubblica, affermandosi al Nord all’inizio degli anni ’90 parallelamente al disfacimento dei partiti di massa, DC e Psi, sotto i colpi prima del collasso del sistema clientelare basato sul rigonfiamento del debito pubblico, e poi delle inchieste di “mani pulite”. Ad ogni modo, il partito di Bossi, è oggi il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento e rappresenta una delle storie di maggior successo politico degli ultimi venti anni, per certi versi maggiore del berlusconismo stesso. Nel 1994 nella prefazione a Il grande camaleonte di Giovanna Pajetta, Gad Lerner sosteneva che la Lega fosse destinata ad essere assorbita dalla Lega “buona”, Forza Italia, appropriatasi di molte tematiche, a partire dall’antipolitica, tipiche del leghismo[1]. Poche previsioni sono risultate meno azzeccate: sedici anni dopo la Lega non solo esiste ma è divenuta un alleato ancora più indispensabile per Berlusconi, sul quale è in grado di esercitare un notevole potere di ricatto. Alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un travaso di voti dal Pdl alla Lega che alle regionali del 2010 è diventato emorragia, portando la Lega da meno di un terzo a circa la metà dei voti del Pdl.
Venerdì 09 Luglio 2010 20:44
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A proposito di Pomiglianodi Vittorio Rieserun samizbar “inevitabile” anche se “lontano”
note di premessa questo samizbar parte “dal punto di vista dell'azienda”, e arriva solo in seguito al punto di vista del sindacato: mi è parso utile “prendere in parola” l'azienda sui suoi obiettivi dichiarati, e vedere se l'accordo concluso era funzionale ad essi; questa prima parte di considerazioni (i primi due paragrafi) è stata scritta prima dell'esito del referendum, ma mi pare resti valida anche ora.
A) dal punto di vista dell'azienda
1. Gli obiettivi dichiarati della Fiat
Dunque, parto prendendo per buona l'enunciazione della Fiat, che vuole mantenere Pomigliano (anche a spese dei polacchi... ma su questo non mi soffermo), investendoci su, a condizione che vengano rispettati certi standards di efficienza, qualità, basso assenteismo, tali da compensare, almeno in parte, l'aggravio del costo del lavoro rispetto ai livelli polacchi.
Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Luglio 2010 22:19
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