SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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sinistra

Integraciòn o muerte! Venceremos?

L'America Latina nel suo labirinto

Daniele Benzi

image0024Introduzione

L’America Latina vive oggi importanti processi di trasformazione politica ed economica e di conflitto sociale relativamente intensi in uno scenario mondiale in cui gli equilibri geopolitici e le dinamiche dell’accumulazione capitalista stanno mutando profondamente. Uno sguardo sommario agli eventi dell’ultimo anno e a quello in corso, anche se probabilmente poca cosa rispetto alle accelerazioni della turbolenza globale, confermerebbe facilmente quanto si dice.

Per questa ragione, andando un po’ più indietro, se è lecito affermare che la «lunga notte neoliberale» – intesa come modello di governo non solo relativo alla sfera economica – sia già passata nella regione, gli avvenimenti del decennio appena trascorso e del nuovo che è iniziato sconsigliano l’uso di prefissi ed etichette generiche destinate senz’altro a non durare nel tempo. Ancora più importante, però, invitano ad essere cauti nella proposizione di analisi e schemi che abbiano la pretesa di fornire una visione compiuta di ciò che sta succedendo sul piano geopolitico e geoeconomico regionale, specialmente per quanto riguarda i processi di integrazione, e sul ruolo presente e futuro dell’America Latina nella difficile transizione del sistema mondiale.

In quattro brevi interventi propongo più modestamente una panoramica ed alcuni spunti di riflessione sulle alternative contraddittorie in campo ed i conflitti da esse innescate. Discuto in questa prima parte alcuni problemi dell’eredità economica, politica e sociale del neoliberismo ancora assai palpabili nei limiti programmatici e difficoltà pratiche dei governi della cosiddetta «svolta a sinistra».

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controlacrisi

Europa, l'euro è irriformabile

Intanto i profitti vanno sempre dalla stessa parte

Domenico Moro

DefaultSono rimasti in pochi a non riconoscere che le misure europee di austerity si sono rivelate quantomeno dannose ed è diventato difficile trovare qualche sostenitore del dogma secondo cui l’austerity produce crescita. Ora, il vero nodo della discussione è diventato un altro: l’Unione economica e monetaria europea (Uem) è riformabile o no? In altri termini, è possibile determinare dall’interno della Uem un cambio di passo, che permetta di risolvere quei problemi che hanno portato al collasso la Grecia e che hanno drasticamente ridotto la base produttiva industriale e impoverito la gran parte della popolazione, aumentando la disoccupazione e i divari sociali nella maggioranza dei Paesi dell’eurozona? Vogliamo provare a rispondere a questa domanda senza farci condizionare da preconcetti, ma basandoci sui nudi fatti. In particolare, vogliamo cercare di rispondere a partire dall’esperienza concreta e dalle speranze, che sono state suscitate, a sinistra, dalla vittoria di Syriza in Grecia e, in ambienti politicamente e socialmente più ampi, dal varo del Quantitative easing da parte della Bce diretta da Mario Draghi.

 

Un governo sotto ricatto

Partiamo dalla Grecia. Il governo greco è stato eletto con il mandato di eliminare la pesante austerity che ha determinato un vero e proprio massacro sociale. Per attuare tale mandato, il governo Tsipras ha intrapreso una strada ragionevole e per niente estremista, quella della rinegoziazione dei vincoli di bilancio con i governi europei, a partire dal più importante, quello tedesco.

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filosofiainmov

Democrazia in Crisi?

di Stefano Petrucciani

Cesar sa mort1. Il disagio e la sfiducia nella democrazia

Ragionare oggi sulla democrazia significa innanzitutto prendere atto di un paradosso. Per un verso, la democrazia sembra ormai porsi, nel ventunesimo secolo, come l’unica forma politica la cui legittimità nessuno o quasi osa più mettere in discussione: la si può interpretare (e la si interpreta di fatto) in modi diversi, certamente anche in modi che noi europei giudicheremmo antidemocratici, ma, in ogni caso, essa viene percepita come un valore politico dai sostenitori delle più diverse visioni ideologiche. D’altra parte, però, almeno in Italia e in Europa, bisogna riconoscere che la democrazia attraversa una fase piuttosto critica, segnata da sfiducia o da disagio, come molti politologi hanno da tempo rilevato1. Appare pertanto necessario interrogarsi su quali siano le cause o le ragioni che determinano questo stato di largamente diffusa insoddisfazione, su quali siano i punti critici attorno ai quali esso si addensa, sui processi sociali e politici ai quali si può far risalire. Il panorama che ci si squaderna davanti, se si prova a ragionare su questo tema, è estremamente variegato e complesso; il tentativo che intendo fare, perciò, è quello di cercare di metterne in risalto alcuni tratti più forti o più caratteristici.

Il tema più eclatante dal quale può essere opportuno partire sembra essere quello della rappresentanza. In prima istanza, infatti, la crescente sfiducia dei cittadini, costantemente rilevata negli ultimi anni da sondaggi e da analisi politologiche, sembra appuntarsi proprio sui consolidati meccanismi della democrazia rappresentativa, a cominciare in particolare dal Parlamento e dai partiti. Che l’insoddisfazione dei cittadini rispetto a questi cardini della vita democratica moderna sia diffusa e crescente è sotto gli occhi di tutti.

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militant

L’anti-marxismo congenito del pensiero post-strutturalista

Militant

img 3556Ci accorgiamo con colpevole ritardo di una pubblicazione illuminante, sebbene dai tratti filosofici marcati e quasi per addetti ai lavori, sul ruolo che il pensiero post-strutturalista francese ha avuto riguardo alla costruzione di un paradigma politico anti-marxista, raccolto da una parte dei movimenti sociali dal ’68 in avanti. Un problema affatto attuale, visto che un certo modus pensandi, per così dire, è ancora alla base dell’azione politica di parte dei movimenti sociali.

Pur non avendo noi particolari competenze filosofiche, il testo di Rehmann, con l’importante prefazione di Stefano Azzarà, chiarisce in che termini il pensiero di Nietzsche, o per meglio dire della triade Spinoza-Nietzsche-Heiddegger, sia stato utilizzato in funzione antagonista e superatrice del pensiero marxista o, anche qui per meglio specificare, della linea di sviluppo che da Hegel porta a Lenin tramite la necessaria evoluzione operata da Marx ed Engels della dialettica hegeliana. Tale ribaltamento ideologico avviene  tramite il lavoro in particolare di due autori ancora oggi presi a modello di un certo “pensiero rivoluzionario”, Deleuze e Foucault, massimi esponenti di quel gauchismo parigino travolto dalle sommosse del maggio francese e per via di queste costretto a convertire parti importanti della propria impostazione filosofica in funzione di un discorso “di sinistra” legittimante quei moti di ribellione. E’ infatti opportuno ricordare, con Rehmann, che Foucault, “impressionato dal movimento del Sessantotto, compie uno spostamento a sinistra che spiazza completamente molti suoi contemporanei. Bisogna tener presente che la sua pubblicazione sino a quel momento di maggior successo, Le parole e le cose, del 1966, a causa del suo aspro regolamento di conti con Marx era stata interpretata da molti come un libro “di destra”.

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badialetringali

Invito all'esodo

Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Federico Dinucci

Preve fusaroIn alcuni siti che seguo sono state pubblicate recentemente dure critiche a Diego Fusaro (qui e qui). Mi sembra che il punto critico cruciale dietro a queste discussioni sia quello del superamento dell'opposizione di destra e sinistra. Mi riservo di intervenire su questo in futuro. Per il momento, penso che possa essere interessante offrire ai lettori qualche documento sull'origine di alcune delle tesi attualmente in discussione. Uno dei luoghi intellettuali nei quali si sono elaborate queste tesi, negli anni Novanta, è stata la rivista "Koinè", stampata a Pistoia dalla casa editrice CRT. Attorno ad essa si radunarono persone diverse per età e percorsi culturali pregressi, ma tutte accomunate dal fatto di aver attraversato, in un modo o nell'altro, il marxismo e la sua crisi, e dal fatto di cercare nuovi modi di impostare la critica intellettuale dell'esistente. Fra queste persone, le più note erano senz'altro Massimo Bontempelli, Gianfranco LaGrassa, Costanzo Preve. Assieme alla rivista, la casa editrice CRT pubblicò in quegli anni molti testi, scritti dalle persone appena nominate e da vari altri collaboratori della rivista. L'insieme di questi testi costituisce, credo, un robusto fondamento per le tesi sul superamento di destra e sinistra.

I due articoli che vi propongo, in varie puntate, non sono stati pubblicati su "Koinè", ma su "Diorama letterario", la rivista di Marco Tarchi, e volevano essere una presentazione a interlocutori esterni delle tesi fondamentali che gli autori andavano elaborando. Il primo articolo, "Invito all'esodo", è stato pubblicato nel numero 150, Febbraio-Marzo 2002, di "Diorama Letterario". Gli autori sono Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Federico Dinucci. (M.B.)

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comedonchisciotte

TTIP e TPP: chi raccoglierà l'ira popolare?

Thomas Fazi intervista Walden Bello

Portrait de Suzanne Valadon par Henri de Toulouse LautrecParallelamente all'accordo commerciale attualmente in discussione con l'Unione Europea (il TTIP), gli USA stanno negoziando un accordo analogo con 11 paesi dell'Asia e del Pacifico: l'accordo TransPacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP). Walden Bello, uno dei critici più importanti della globalizzazione neoliberista delle multinazionali, identifica qual è la strategia globale che sostiene i due trattati. Il giornalista italiano Thomas Fazi l'ha intervistato per il sito web Open Democracy.

 

Thomas Fazi: Oggi gli accordi di libero commercio bilaterali e regionali (o meglio, gli accordi megaregionali, come il TTIP e il TPP) hanno di fatto sostituito i negoziati nel seno dell'OMC. Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

 Walden Bello: Si. Credo che la fase trionfale della globalizzazione, che ebbe il suo zenith negli anni '90 e poi cominciò a decadere dopo le mobilitazioni di Seattle del 1999, sia definitivamente finita.

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lavoro culturale

L’insistenza discreta della guerra civile

di Marco Tabacchini

Una recensione a Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II, 2 di Giorgio Agamben (Bollati Boringhieri, 2015).

1313316 Le siège de lAlcázar de TolèdeVi è un preciso motivo per il quale il recente film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street, ha così faticato a farsi riconoscere come un film di guerra. E questo non tanto per l’assenza pressoché totale di azioni crudeli e morti platealmente somministrate, cose di cui il cinema di genere non è mai stato troppo avaro, e nemmeno per l’abilità con cui le situazioni più ironiche si susseguono, in un vorticoso montaggio, alle scene drammatiche. La difficoltà che lo spettatore prova nel rubricare una simile pellicola tra le più fedeli alla contemporanea declinazione della guerra dipende piuttosto da una radicale incapacità di percepire quest’ultima proprio là dove essa imperversa nelle sue forme non militari, là dove a fatica si distingue non solo da una qualsiasi attività lavorativa, ma perfino da un divertimento consumato tra colleghi o da un godimento individuale. È come se l’aspetto frivolo, perfino triviale, della guerra contemporanea abbia saputo disarmare la nostra capacità di percezione, non più in grado di riconoscerla dietro le innocue apparenze che sempre più spesso essa suole rivestire.

Eppure è lo stesso intraprendente e disinvolto broker a offrire la chiave per una diversa comprensione della sua vicenda: al momento di aizzare contro le potenziali vittime di turno i suoi dipendenti, i suoi «fottuti guerrieri», intimando loro di strozzare i propri clienti con le azioni da vendere, Jordan Belfort non esita a svelare l’aspetto omicida e terroristico del loro impiego, nonché il potenziale distruttivo di quei telefoni neri che, al pari di ogni altro congegno, non sanno funzionare da soli, ma necessitano di essere usati da qualcuno, senza il quale «sono soltanto attrezzi di plastica, come un M-16 carico senza un marine che prema il grilletto».

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infoaut2

Libertà, svastiche e carri armati

Infoaut

D18248 39Pungente, scomoda analisi di Massimo Gramellini su La Stampa: comunismo e nazismo sono la stessa cosa. Questo perché, sebbene l’intento di fondo fosse diverso (“ll dominio di una razza in seguito a stermini di massa” in un caso, “la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo” nell’altro), le “utopie” vanno giudicate sulla base non delle intenzioni, ma delle “applicazioni”; e benché il nazismo abbia, in pochi anni, realizzato molti degli obiettivi che si era prefissato, il comunismo si è rovesciato in un sistema “oppressivo, violento e liberticida” che non è stato da meno. Bene ha fatto il governo ucraino, quindi (questo il contributo dell’opinionista verso il 25 aprile) ad equiparare per legge comunismo e nazismo, giacché “nella storia non esiste traccia di comunismi senza carri armati e polizie segrete”.

Già: esiste nella storia traccia, però, di stati senza carri armati e polizie segrete? A ben vedere, no. Le istituzioni che Gramellini vuole, in negativo, difendere (quelle “democratiche” sotto il cui potere viviamo) possiedono (e usano in continuazione) carri armati senza omettere di spiare i propri cittadini, aumentando anzi la potenza del controllo sociale (vedi le intercettazioni telefoniche e cibernetiche di massa e l’educazione alla delazione e all’abiura portata avanti senza posa dal sistema giudiziario e dalle istituzioni formative).

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cuneorosso

La grande crisi globale e le sue prospettive

Redazione ilcuneorosso

cuneo3A sei-sette anni dalla sua esplosione proviamo qui a fare il punto sulla crisi. Sulla sua genesi, la sua natura, la sua portata, il suo decorso e sui tentativi di farne il punto dipartenza di una nuova era di accumulazione e di sviluppo. Tentativi finora falliti. Ma i capitalisti globali a tutto “pensano” fuorché ad ammettere il loro fallimento. Ciò che hanno in programma, e già stanno mettendo in atto, è un’aggressione intensificata al lavoro e alla natura e nuovi devastanti conflitti per rispartirsi i mercati mondiali. Prendiamone atto per dare loro la risposta che meritano, prima che sia troppo tardi!

 

Spiegazioni superficiali, insufficienti, mistificanti

La grande crisi in corso ha ricevuto spiegazioni differenti e contrastanti. Tralasciamo qui quelle fornite dagli esponenti del neo-liberismo che possono ridursi a pochi chiodi fissi ribattuti in modo ossessivo: le cose non vanno perché in economia c'è ancora troppo stato e poco mercato; ci sono ancora troppi ostacoli alla concorrenza e al libero mercato; ci sono ancora troppe protezioni per il lavoro. Le affronteremo occupandoci delle politiche anti-operai e dei governi europei e italiani che ad essi continuano ad ispirarsi anche dopo l'esplosione della crisi, certi - a ragione, dal "punto di vista" capitalistico - che indichino l'unica via praticabile per uscirne.

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orizzonte48

Città globali e denazionalizzazione-globalizzazione "buona"

La "cosmesi finale"

di Quarantotto

jean francois rauzier yatzer 1I. Che il trilemma di Rodrik sia così facilmente dimenticato, o piuttosto ignorato, a sinistra, è un fatto di cui, in qualche modo mi stupivo  nell'ultimo post.

Poi, interagendo con voi nei commenti, mi è sovvenuta la spiegazione.

Il punto è presto detto: esiste l'idea di una globalizzazione buona, tale perchè:

a) lo Stato abbraccia l'internazionalismo e denazionalizza la sua azione e ciò ne potenzia l'efficienza per qualunque obiettivo voglia raggiungere: questo è un corollario dell'idea che l'internazionalismo (dell'indistinto) sia sempre e comunque cooperativo, (mentre l'assetto di Westfalia sarebbe intrinsecamente "inefficiente");

b) lo Stato ne risulta depotenziato e destrutturato e questo pure - in aggiunta all'internazionalismo che si espande- sarebbe un bene in sè

Forse perchè lo Stato nazionale può essere solo autoritario, fascistoide e guerrafondaio, mentre invece gli Stati de-sovranizzati e filo-globalizzazione, adeguandosi alle privatizzazioni e liberalizzazioni imposte da FMI, UEM e troike varie, sarebbero altamente libertari e progressisti;

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blackblog

Se avete amato la crisi finanziaria del 2008, vi innamorerete della prossima

di Philippe Plassart

crisi finanziariaE' un segnale rivelatore. Alla fine, i mercati non hanno voluto includere il rischio di un default della Grecia. Inebriati dalla liquidità, fanno mostra di un incrollabile ottimismo. Non c'è niente che riesca a scalfire un simile ottimismo, nemmeno le cattive notizie che continuano a susseguirsi. Destabilizzazione della penisola arabica, segnali di rallentamento dell'economia mondiale, ecc., non hanno importanza, l'indice VIX che misura la volatilità dei mercati, ossia il loro grado di stress e di paura, rimane al suo livello minimo. Ben lontano dai picchi raggiunti nel corso della crisi del 2007/2008. "L'idea stessa di rischio sembra essere scomparsa dalla mente degli investitori. Come se avessero sottoscritto presso la Banca Centrale un'assicurazione contro tutti i rischi", ha osservato Christopher Dembik, analista della Banca Saxo. Eppure, c'è qualcosa che non va.

"I mercati azionari vanno al massimo e vedono la vita tutta rosa, mentre l'economia reale continua a dare segni di sofferenza. Qualcosa non torna, qualcuno si sta sbagliando", analizza Véronique Riches-Flores, economista indipendente.

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alfabeta

Che cos’è il Totalitarismo?

Enzo Traverso

Anticipiamo il Post Scriptum di Enzo Traverso alla nuova edizione del suo importante saggio dedicato al dibattito sul Totalitarismo. In libreria a partire dal 22 aprile per le edizioni ombre corte

dictatorLa prima edizione di questo saggio risale a una quindicina di anni fa, un intervallo durante il quale il concetto di totalitarismo ha attraversato una nuova tappa, prestandosi a usi inediti. Il dibattito ricostruito in queste pagine non si è esaurito e nuovi contributi si sono aggiunti agli studi anteriori.

Un utile lavoro “archeologico” ha permesso di riscoprire alcuni testi dimenticati, ma le posizioni già note sono state sostanzialmente riaffermate. Per una sorta di inerzia intellettuale, i Cold Warriors hanno continuato a scrivere libelli anticomunisti, sia rivisitando la storia del Novecento sia tentando incursioni nel presente, alla ricerca di nuovi epigoni dei demoni antichi. Da un lato, alcuni storici collaudati a corto di idee ci hanno spiegato per l’ennesima volta che la chiave di lettura degli orrori del XX secolo risiede nelle ideologie malefiche di fascismo e comunismo; dall’altro, giovani studiosi sensibili alle sfumature sono giunti, dopo un esame approfondito, alla conclusione che “Mugabe e Ben Laden sono più vicini a Mussolini e Lenin di quanto appaia a prima vista”.

È davvero difficile far prova di maggiore sottigliezza analitica. Come un sito musicale online che offre ai consumatori varie rubriche – classica, opera, jazz, rock, world, ecc. –, il “totalitarismo” è diventato una specie di grande magazzino fornito di dipartimenti nei quali catalogare gli innumerevoli nemici della democrazia liberale e della società di mercato, dai classici intramontabili (fascismo, comunismo) ai più esotici dittatori postcoloniali, includendo una sezione di “novità”: Bin Laden, Mahmud Ahmadinejad, Hugo Chavez e, perché no, Evo Morales, ecc.

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sollevazione2

«Acque inesplorate»

di Leonardo Mazzei

I cinque motivi di preoccupazione del capo dell'oligarchia eurista

greece euro crisisMario Draghi non è più tanto sicuro della famosa «irreversibilità» dell'euro. Un dogma sul quale a Bruxelles e Francoforte si è sempre giurato (leggi QUI). Certo, la parolina magica continua ad essere ripetuta, ma con quale convinzione lo ha confessato proprio il numero 1 della Bce. Il quale, parlando ieri a Washington, ha detto che se la crisi greca precipitasse ci troveremmo in «Acque inesplorate».

Naturalmente, Draghi ha minacciato Atene - «dovete fare di più se volete salvarvi» - cercando al tempo stesso di rassicurare il resto dell'eurozona ed in particolare i mercati finanziari - «siamo meglio equipaggiati rispetto al 2012 e 2010».

In cosa consista il «miglior equipaggiamento» è presto detto. In primo luogo, non bisogna scordarcelo mai, il cosiddetto «salvataggio» della Grecia è consistito nell'acquisto dei titoli ellenici detenuti dalle banche degli altri paesi dell'eurozona, al primo posto quelle francesi (5 anni fa esposte per 78 miliardi), al secondo quelle tedesche (con un esposizione nel 2010 di 45 miliardi). In questo modo non si è «salvata» la Grecia, come si pretenderebbe. Si sono invece salvate le banche, trasformando ancora una volta un rischio privato in un aumento del debito pubblico. La conseguenza di questa operazione è che oggi, in caso di default della Grecia, a pagare sarebbero gli stati e non più le banche. In secondo luogo, Draghi si riferisce ovviamente al QE (quantitative easing), uno strumento effettivamente in grado di attenuare le tensioni sui tassi dei titoli del debito pubblico, ma solo entro certi limiti.

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lastampatop

Fu davvero BlackRock a ispirare il "cambio di scena" del 2011 in Italia?

Maria Grazia Bruzzone

La RocciaNera negli opachi intrecci fra fondi di investimento e megabanche che si stanno comprando tutto

blackrock building2Il nuovo Limes su Chi ha paura del Califfo? è in edicola, puntualissimo e subito ripreso da tv e social media.  Meno attenzione è stata data al numero precedente dedicato a Moneta e Impero (l’impero del dollaro, naturalmente) che proponeva, fra gli altri, un pregevole pezzo su “BlackRock, il Moloch della finanza globale”: un “fondo di fondi” americano con 30mila portafogli e $4,100 miliardi di asset ($4,652 secondo l’ultimo dato SEC, dic 2014) che non solo non ha rivali al mondo, ma è una delle 4-5 ‘istituzioni’ che ricorrono tra i maggiori azionisti delle principali megabanche americane, come vedremo. E non solo di queste: era anche il maggior azionista  di DeutscheBank - la banca tedesca che nel 2011 ritirò per prima i suoi capitali investiti in titoli italiani, spingendo il nostro paese sull’orlo del ‘baratro’ e nelle braccia del governo Monti - rivela Limes – nonché grande azionista delle prime banche italiane,   e di altre imprese.   Sull’ influenza politica della RocciaNera non solo a Wall Street ma nella stessa politica di Washington insiste del resto l’articolo (di Germano Dottori, cultore di studi strategici alla Luiss).  

Ma chi è, cos’è BlackRock, a cui l 'Economist ha dedicato una copertina? Come si colloca nel paesaggio finanziario globale?  

  

IL CONTESTO.  E’ quello della finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia.  

Il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil globale dal 1970 al 2010, raggiungendo i $280mila miliardi – solo il 25% del quale legato agli scambi di merci. Mentre il valore nozionale dei ‘derivati’ negoziati fuori dalle Borse ( Over The Counter) a fine giugno 2013 aveva raggiunto i 693mila miliardi di dollari.   Una gran parte sono legati al mercato delle valute. E al Foreign Exchange Market o Forex, si scambiano mediamente 1.900 miliardi di dollari al giorno. Fin qui Limes.  

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converso

Farro per fermare il declino

di Raffaele Alberto Ventura

coverNelle piazze italiane mobilitate da Matteo Salvini ha fatto la sua comparsa la bandiera di una nuova formazione politica, chiamata a puntellare la Lega fuori dal territorio padano: si chiama Sovranità ed è il partito di Simone Di Stefano, numero due di CasaPound. Degli autoproclamati “fascisti del terzo millennio” Sovranità sembra voler incarnare una versione presentabile, per famiglie o magari per governi, “un passo in avanti… un soggetto politico in cui si può interagire senza avere retroterra ideologici” secondo Di Stefano. Ma per capire l’essenziale di questa nuova offerta politica non è necessario ascoltare lunghi discorsi pieni di circonlocuzioni ed eufemismi: il piano dei simboli è già abbastanza ricco di significati, e i “retroterra ideologici” ancora piuttosto presenti.

Se Gianluca Iannone, leader storico del movimento, mantiene il suo look da rockstar in giacca di pelle, SimoneDi Stefano preferisce indossare giacca e camicia, radendosi con cura barba e capelli. E se CasaPound conserva la sua vecchia grafica rossonera, in odore di nazionalsocialismo, Sovranità ha scelto di sostituirla con una più sobria, azzurro e giallo. In politica, i colori hanno ovviamente un senso. Diverse tonalità di blu, che evocano forse la nazionale italiana di calcio, contraddistinguono da vent’anni i partiti di destra parlamentare. Anche in Francia, Marine Le Pen ha trasformato il partito del padre in un “Rassemblement Bleu Marine”. E il giallo? Oltre a segnalare una continuità con l’esperienza giallo-blu de La Destra di Storace, che nel 2008 aveva candidato Iannone al parlamento, che cosa indica il giallo?

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palermograd

Padri e padroni

Scritto da Salvatore Cavaleri

6394172Qualche settimana fa sono stato invitato a tenere un seminario in un liceo di Palermo, all’interno di un corso di storia contemporanea, su «Genova 2001 e il movimento altermondialista». Per la prima volta ho avuto l’occasione di parlare di quegli avvenimenti con un gruppo di ragazzi che all’epoca aveva appena tre anni. Qualcuno aveva già visto il film Diaz, i più informati avevano guardato dei video su Youtube, altri si erano documentati per l’occasione andando a recuperare vecchi articoli. In generale la percezione che avevano di quelle giornate era di «un gran casino»: Diaz, black bloc, Carlo Giuliani, defender, lacrimogeni, tute bianche, cariche, vetrine rotte, auto in fiamme, zona rossa, teste rotte, scudi, Bolzaneto. Quello che per loro non era affatto chiaro era cosa ci fossero andate a fare tutte quelle persone a Genova. Quale fosse il contesto storico in cui si collocavano quelle giornate e quale fosse il loro significato politico. Per questo, pur dando conto di ciò che è successo tra il 19 e il 21 luglio del 2001, ho provato a parlare con quei ragazzi delle ragioni che ci hanno portato a Genova, di quel camminare domandando che imparammo durante gli anni Novanta e dell’attualità di una ricerca quotidiana di altri mondi possibili. Soprattutto, ho voluto parlare dell’importanza di costruire forme di conflitto adeguate al presente, della ricerca di legami in cui essere al tempo stesso singolari e molteplici, orgogliosi delle proprie differenze e in lotta per l’uguaglianza.

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ilconformista

La semplicità non è così semplice

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

A Giovanni, lui dovrebbe sapere perché

by yukoshimizuSpesso si dice che le cose più semplici siano sempre le cose migliori. Che, forse, siano le uniche che meritano di essere perseguite per condurre una vita sana e tranquilla; le sole quindi da cercare, perseverare e valorizzare, sempre. Le cose complicate, al contrario, sono assolutamente da evitare, da rigettare a priori, perché non hanno alcun senso, e perché l’apparente caos che producono – in quel loro tramestio sconclusionato – non è minimamente gestibile, né comprensibile: risulta difficile da declinare nelle nostre singole (e complicate) vite. Per questo motivo, la semplicità fa star bene, non crea problema, ed è sempre comprensibile: la possiamo utilizzare a nostro piacimento quando e come vogliamo: è una cosa immediata.

Sostenendo questo però ci si dimentica, altrettanto spesso, da dove deriva quell’immediatezza; che cosa alimenta quella semplicità così vivida, così facilmente introiettabile, tale da conquistare – con quel suo potente accesso – le nostre percezioni, la nostra gamma di emozioni, e tutto quello che diventeremo una volta averla assimilata, una volta averla assorbita.

Se dimentichiamo cosa c’è dietro – quale sia stato il processo che l’ha portata fino a lì – affinché quella semplicità sia così genuina, così chiara, e si mostri in quel modo così piacevole tale da esaltarci, affascinarci, catturarci in quel suo inconfondibile brio; se non riusciamo ad avvertire cosa veramente la rende tale, probabilmente quella semplicità durerà poco, e sarà semplicemente (!) una semplicità di “facciata”, che subito dopo averla vissuta creerà necessariamente un vuoto interiore, una specie di mancanza, e che andremo a sopperire cercandone ancora, e poi ancora, sempre di più, magari della stessa “semplice” specie.

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vocidallestero

L’euro che divide: lotte nazionali e solidarietà internazionale

di Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli

Due accademici italiani, Del Savio e Mameli, denunciano su Truthout mistificazioni e pericoli del cosiddetto progetto di integrazione europea: l’unione monetaria è stata innanzitutto lo strumento per favorire l’unione degli oppressori (le élite finanziarie e industriali) contro gli oppressi (le classi lavoratrici), nonché il catalizzatore di quegli squilibri di finanza privata che si vorrebbero ora risolvere scaricandone il peso sui contribuenti e sollevando un popolo contro l’altro. È tempo di ritrovare una solidarietà tra gli oppressi, a cominciare però da quella dimensione che già Marx e Mazzini nell’Ottocento dicevano essere quella fondamentale: la dimensione nazionale, entro cui bisogna ricondurre scelte e sovranità. (La citazione di Bagnai a metà articolo sembra giustamente dare credito a chi in Italia — e anche in Europa — ha avviato questo discorso)

euro moneta che affonda acqua euro concetto di crisi 30021193L’euro, così come le politiche e le istituzioni che lo mantengono, hanno avuto un impatto che ha creato profonde divisioni ed è stato distruttivo sull’Europa. Ciò è in forte contrasto con la retorica spesso usata dall’élite politica dell’Unione Europea (UE), secondo la quale la moneta unica sarebbe necessaria per promuovere e migliorare la cooperazione pacifica in Europa.

L’impatto divisivo dell’euro si è manifestato in una quantità di modi diversi. Sottraendo la politica monetaria agli stati nazionali, irrigidendo il sistema dei cambi, e adottando delle politiche che hanno avvantaggiato soprattutto l’economia e i settori finanziari dei paesi economicamente più forti, la moneta unica ha ampliato il divario tra i paesi più deboli (come la Grecia e la Spagna) e i paesi più forti (specialmente la Germania). Ciò ha comportato nei paesi più deboli la distruzione di potenzialità industriali ed economiche, e livelli molto elevati di disoccupazione, rendendoli così ancora più deboli.

Gli accordi all’interno dell’eurozona hanno avvantaggiato soprattutto le élite finanziarie e industriali dei paesi più forti. Specialmente prima della crisi del 2008, queste élite hanno potuto trarre profitti prestando denaro alle banche dei paesi più deboli, finanziando in questo modo il consumo di beni che venivano prodotti dalle loro stesse imprese. Queste élite hanno potuto attingere al vasto bacino di lavoratori qualificati, ma disoccupati, dei paesi economicamente più deboli. Hanno anche potuto acquistare a basso prezzo alcune delle più pregiate attività industriali di tali paesi.

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moneta e credito

Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy e la teoria marxiana del valore*

Claudio Napoleoni

matisse[Affronterò ora la questione dei caratteri generali del volume di Baran e Sweezy, Il capitale monopolistico.] Il volume affronta il problema del realizzo del plusvalore, in riferimento alla forma che il capitalismo assume nella sua fase attuale caratterizzata dalla sempre maggiore diffusione del monopolio. In questa fase i problemi del realizzo assumono una particolare rilevanza. Il plusvalore in questa fase è più grande che nelle fasi precedenti. A seguito dell’acuirsi dei problemi di realizzo il capitale è costretto a cercare sempre nuove vie per raggiungere i suoi scopi. Vengono qui esaminate le vie che il capitale segue per superare queste sue contraddizioni, per la verità assai rilevanti e tali da generare comunque problemi sociali rilevantissimi. Questa fase di sviluppo del capitalismo in definitiva viene ad essere caratterizzata da una crisi immanente, continua, causata da una serie di diseconomie che sono implicite nel sistema economico.

Per economia monopolistica si intende una economia in cui le singole imprese sono in grado di influenzare direttamente i prezzi di vendita. In questa fase le imprese, pur non rinunciando a farsi concorrenza, tuttavia in genere non scelgono la via di farsi concorrenza giocando al ribasso dei prezzi, in quanto ciò da un lato non consentirebbe una vittoria sicura, dall’altro lato causerebbe rilevanti perdite. La tesi che viene respinta in blocco da B. e S. è la tesi che individuerebbe l’esistenza nella moderna industria monopolistica di una figura particolare, il ‘manager’, avente scopi diversi da quelli perseguiti dai padroni delle aziende, che sarebbero quelli della massimizzazione dei profitti. Secondo questa tesi i manager si proporrebbero più che altro di espandere al massimo le dimensioni dell’azienda ricorrendo ad autofinanziamenti cospicui, non distribuendo cioè una gran parte degli utili realizzati dall’azienda. Ruolo simile a quello dei manager avrebbero gli azionisti non direttamente impegnati nella direzione dell’azienda.

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filosofiaenuovisentieri

Sulla creazione politica, critica filosofica e rivoluzione

Un saggio di Emanuele Profumi

di Guido Grassadonio*

klimt111Il volume Sulla Creazione Politica, critica filosofica e rivoluzione, di Emanuele Profumi, edito da Editori Internazionali Riuniti (EIR), si colloca in perfetta continuità con i precedenti lavori dell’autore. Da un lato l’interesse per la filosofia di Cornelius Castoriadis richiama la monografia dedicata al filosofo greco edita da Mimesis nel 2010 (E. Profumi, L’autonomia possibile. Introduzione a Castoriadis, Mimesis, Milano 2010) dall’altro l’interesse per le vicende politiche dell’America Latina ed il Brasile in particolare continua quanto iniziato con Il Passo del gigante. Viaggio per comprendere il Brasile di Lula, edito da Aracne nel 2012.

Essendo, sin dal titolo, un volume manifestamente filosofico, il legame più forte è forse proprio col saggio del 2010. Con una differenza non da poco: Profumi prova ora a staccarsi da Castoriadis. Non nel senso di un’abiura delle tesi del maestro, quanto piuttosto in quello di una elaborazione originale di una propria filosofia politica. Filosofia politica che si radichi sì all’interno del post-marxismo castoriadisiano – con una ripresa evidente di alcune tematiche marxiane e la critica ad altre – sapendo però allo stesso tempo ri-orientare il proprio centro di interesse verso alcuni orizzonti – in particolare l’idea di creazione politica – che muovono oltre Castoriadis.

Un Castoriadis oltre Castoriadis se volessimo risolvere la descrizione con una battuta rievocativa, che sicuramente spiacerà all’autore, non esattamente affine filosoficamente ad Antonio Negri.

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dinamopress

Gli "ideali repubblicani"

Intervista a Jacques Rancière

d65445ae 7294 4a41 893b 81ba646027b5Gli equivoci della campagna Charlie e i frutti avvelenati di un certo “repubblicanesimo” socialista. Gira su vari siti e sintetizziamo da quello originario (OBS, 2 aprile 2015) un’intervista di rilevante interesse del filosofo Jacques Rancière, l’autore della Mésentente e del Maître ignorant.  

 

Tre mesi fa la Francia sfilava in nome della libertà d’espressione, ma le ultime elezioni dipartimentali sono state segnate da una nuova ascesa del Fronte Nazionale. Come analizzate questa rapida sequenza apparentemente contraddittoria?

Non è affatto sicuro che ci sia una contraddizione. Tutti, certo, erano d’accordo nel condannare gli attentati di gennaio e nel felicitarsi per la reazione popolare che è seguita. Ma l’unanimità richiesta sulla libertà di espressione ha implicato una confusione. In effetti, la libertà d’espressione è un principio che governa i rapporti fra gli individui e lo Stato, vietando a quest’ultimo di impedire l’espressione di opinioni avverse. Quello che invece è stato calpestato il 7 gennaio a «Charlie» è un principio ben diverso: il principio che non si spara a qualcuno perché non si ama quanto dice, il principio cioè che regola il modo in cui individui e gruppi vivono insieme e imparano a rispettarsi a vicenda.

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zeroconsensus

Analisi del DEF 2015

di Riccardo Achilli

basta tasse 679x535Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme al Piano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governo nazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva di quella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di vera e propria ripresa, della crescita, che quest’anno dovrebbe attestarsi sullo 0,7%, per poi arrivare all’1,4% nel 2016 ed all’1,5% nel 2017. Tale ipotesi si bassa su una ripresa delle esportazioni, che dal +2,7% del 2014dovrebbero crescere del 3,8% nel 2015 e del 4% in ciascuno dei due anni 2016 e 2017, degli investimenti privati (che dopo il calo di 3,3punti nel 2014 dovrebbero crescere di 1,1 punti nel 2015, e di 2,1punti nel 2016) e dei consumi interni, che dovrebbero crescere dello0,8% nel 2015 (dopo lo 0,3% del 2014) fino all’1,4% nel 2017.Completa questa rosea previsione una riduzione di spesa per interessi sul debito pubblico pari a 0,3 punti di PIL (ovvero, per un risparmio pari a poco più di 4,9 miliardi).

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osserv.anticap

Resistenza somala e disinformazione dell'Impero

di Stefano Zecchinelli

al shabaab i7pg 618x463L’attacco attributo al movimento islamico di Al Shabaab, nel campus universitario di Garissa ( 815 persone ) in Kenya, si porta dietro ben 148 vittime accertate ed una ondata di indignazione da parte del mondo occidentale. L’informazione di regime come sempre è impegnata ad alimentare l’islamofobia ad uso e consumo delle mire neocolonialistiche statunitensi ed israeliane – da sempre interessate a quei territori – ma, in questa circostanza, anche la così detta ‘informazione alternativa’ ha lasciato molto a desiderare. Quindi in questo breve articolo, riportando fonti ed analisi attendibili, cercherò di inquadrare il movimento di liberazione nazionale Al Shabaab in un’ottica più veritiera dando una lettura più contestualizzata ( e spero onesta ) dell’accaduto.

 Prima di tutto è importante capire che cosa è realmente successo in Somalia negli ultimi anni.

Da dopo la caduta di Siad Barre – uomo di fiducia degli occidentali nella guerra contro l’antimperialista governo etiope di Menghistu ( poi deposto nel 1991 ) – la Somalia è stata teatro di scontri e faide fra numerosi signori della guerra. Solo la progressiva costituzione dell’Unione delle Corti Islamiche ( UCI ) impedì il dilagare di questi massacri. Ma cosa sono le Corti Islamiche ? Si tratta di una libera unione di religiosi, giuristi, intellettuali, patrioti che hanno difeso le comunità autoctone dai mercenari colonialisti organizzandosi in strutture comunitarie.

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marxxxi

Trattati europei e democrazia costituzionale

di Vladimiro Giacché

Aristotele Platone Luca della Robbia1. L’idea di società della Costituzione italiana e la priorità del lavoro

Il migliore punto di partenza per affrontare il tema del rapporto tra trattati europei e democrazia costituzionale è partire dall’idea di società che informa la Costituzione italiana.

In termini generali, la Costituzione italiana esprime una delle varianti di quel modello di capitalismo regolato che si afferma nell’immediato dopoguerra in molti paesi e che Hyman Minsky descrisse come il punto di approdo di un processo storico. Il processo per cui – così Minsky - “un sistema che possiamo caratterizzare come un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo marginale, vincolato dal sistema aureo e non governato [small government gold standard constrained laissez-faire capitalism] fu sostituito da un capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante, flessibile grazie al contributo della banca centrale e governato attivamente [big government flexible central bank interventionist capitalism]1.

La necessità di regolare l’attività economica era condivisa dalle tre principali componenti politico-culturali che concorsero alla stesura della nostra Costituzione. Così, per la Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani nei lavori preparatori della Costituzione evidenziò “il problema… di controllare, dal punto di vista sociale, lo sviluppo dell’attività economica, senza accedere totalmente a un’economia collettiva o collettivizzata, e senza d’altra parte lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle, disciplinandole e regolandole al fine di raggiungere determinati obiettivi sociali”2.

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