Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 43
Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo
di David Harvey*
La storia dell’ascesa del capitalismo dal periodo feudale in poi in Europa, o dalle varie tradizioni imperiali e civilizzazionali pre-capitaliste altrove nel mondo, è una storia in cui violenza, conquista, rapina, pirateria, espropriazione, frode, sfratti, usura, schiavitù e furto si soffermarono ampiamente insieme alla lenta dissoluzione delle strutture di potere feudali, imperiali e religiose.
Se tali processi fossero legali (autorizzati dallo Stato) o illegali era per gran parte del tempo irrilevante, perché gli accordi istituzionali e di proprietà che avrebbero potuto fornire una certa protezione contro tali pratiche o non esistevano o erano inefficaci. Eppure le reti commerciali e le operazioni capitaliste mercantili (incluso il commercio di persone schiavizzate) erano diffuse e diffuse a partire dal XV secolo. Lampi di quello che sembrava un industrialismo proto-capitalistico si potevano vedere fin dall’inizio nelle Fiandre e a Firenze, insieme al crescente ruolo globale della monetizzazione (facilitato dall’ascesa dell’oro e dell’argento come beni monetari universali).
Lo scambio di forza lavoro contro la crescente massa di entrate (guidata da quelle della Chiesa e dello Stato) significava che le precondizioni erano in atto per l’ascesa e l’impiego del denaro come capitale impegnato nella ricerca del profitto.
Per liberare queste condizioni dalle loro restrizioni sociali e difese religiose era necessaria la separazione di massa del lavoro dall’accesso ai mezzi di produzione (in particolare la terra) e la dissoluzione dei poteri terrieri e religiosi.
Da qui il significato di ciò che Marx chiamava accumulazione ‘primitiva’ o ‘originale’. Questo processo è proseguito con una forza lavoro salariata, separando ampie fasce della popolazione dall’accesso ai mezzi di produzione di base. Portò anche all’ascesa di una classe capitalista agraria che si alleò con capitalisti mercantili e banchieri in quella fase del capitalismo generalmente chiamata capitalismo mercantile.
- Details
- Hits: 53
Se a bloccare Hormuz ora sono gli Stati Uniti
di Gianandrea Gaiani
Non mancano certo i colpi di scena nella guerra in atto nel Golfo Persico dalla fine di febbraio. Dopo il fallimento dei colloqui tra Iran e Stati Uniti in Pakistan e l’annuncio che Washington ha ordinato alla US Navy di sminare lo Stretto di Hormuz, il presidente Trump ha varato per oggi pomeriggio (ora italiana) l’avvio di un’operazione di blocco navale dello Stretto.
Fino a ieri Washington pretendeva di liberare la navigazione a Hormuz (che era libera prima dell’attacco di USA e Israele all’Iran) e oggi si pone l’obiettivo di bloccarla alle navi che trasportano gas e greggio iraniano o che hanno pagato un pedaggio a Teheran per il transito.
Meglio ricostruire le tappe che stanno portando la crisi in Medio Oriente all’ennesimo corto circuito.
Dopo 21 ore di discussioni a Islamabad si sono interrotti i colloqui tra USA e Iran. Il vicepresidente americano JD Vance ha lasciato il Pakistan affermando che “abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia.
La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo. Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”, ha sottolineato Vance precisando che “il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente. Questo è l’obiettivo centrale degli attuali Stati Uniti, ed è ciò che abbiamo cercato di ottenere attraverso questi negoziati”.
Se quindi è il programma nucleare militare iraniano il nocciolo della questione, resta difficile comprendere perché Washington abbia così tanti timori quando è sato il presidente Donald Trump ad affermare nel giugno 2025 e più recentemente fino alla scorsa settimana che con i raids effettuati contro 13.000 obiettivi in territorio iraniano era stato azzerato il programma atomico di Teheran.
- Details
- Hits: 44

Tra il dire e i fare non c'è di mezzo il mare
di Raffaele Tuzio
Prendo spunto dall’articolo sul Rovescio “Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano” dell’”Assemblea contro la guerra” perché tocca alcuni elementi della discussione sull’aggressione all’Iran da un punto di vista “più schierato” sull’importanza della resistenza (anche statale) all’imperialismo e sul nesso di quest’ultima con la necessità/possibilità che si creino le condizioni per la ripresa di un resistenza generale e di classe internazionale al sistema di sfruttamento capitalistico.
Intendo più schierato, come mi suggerisce il titolo, dal punto di vista dell’orbo nel paese dei ciechi antagonisti che invece semplicemente la demonizzano (la resistenza iraniana) pur declamando la propria opposizione alle nefandezze del tecno-imperialismo, rimandando semplicemente “il dire e il fare” a una vera opposizione di classe tout-court. Il classico né con gli uni né con gli altri. Poi c’è anche di peggio in giro. Va dato atto a loro e altri compagni che si mobilitano contro l’aggressione all’Iran e al Libano di operare in un ambiente ostile e refrattario e di cercare di promuovere controcorrente uno schieramento contro il nostro imperialismo. Pertanto le osservazioni che seguono, pur partendo dal loro documento, valgono come riflessioni su interrogativi e problemi che si parano di fronte a tutti coloro che generosamente stanno in questi giorni contrastando quest’infame aggressione.
Evidenziando un tema di discussione mi chiedo e chiedo se si possa scindere il dire e il fare, ovvero come suggerisce l’articolo: “… non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere…”. In altre parole se sia possibile scindere la battaglia per il sostegno alla resistenza (quella che i compagni giustamente vedono come un tutt’uno con quella palestinese etc.), i suoi esiti, le sue “Stalingrado” (il che implica il “dire”, l’espressione pubblica di un sostegno, che è un atto politico concreto) dal nostro “fare” qui. “Solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.”
- Details
- Hits: 68
Il balletto su Hormuz, cercando una via d’uscita
di Francesco Piccioni
Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare a suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.
Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.
Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi e israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.
Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – e “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.
Ha scelto la seconda, per ora. Visto che si era arrivati a un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.
Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.
- Details
- Hits: 72

I negoziati di Islamabad e la bomba di Melania Trump
di Davide Malacaria
A Islamabad si era quasi raggiunto un accordo, “ma quando eravamo arrivati a un passo dal siglare il ‘Memorandum d’intesa di Islamabad’ ci siamo imbattuti nel massimalismo, nel continuo mutare delle regole del gioco e nella chiusura”. Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi.
Parole che indicano quanto avvenuto durante i colloqui, conclusi con Vance che, tornando in patria, ribadiva il massimalismo Usa del prendere o lasciare. Tre le interpretazioni dei fatti. Gli Stati Uniti hanno dato vita all’ennesima farsa, l’apertura a negoziati fasulli: di fatto, una pausa tattica delle ostilità per aver modo ricalibrare le strategie di guerra, guerra che non poteva continuare così come si stava dipanando perché l’Impero stava perdendo.
La seconda interpretazione è che gli Stati Uniti, accecati dalla solita Hubrys, intendessero ottenere per via negoziale quel che non gli era riuscito con le bombe, pretesa che si è scontrata con il muro iraniano, con Teheran intenzionata a ottenere almeno in parte quanto richiesto nella proposta inviata a Washington e da questa accettata. Infine, terza interpretazione, nel corso dei negoziati Trump ha subito tante e tali pressioni alle quali alla fine ha dovuto cedere, mandando all’aria tutto.
Probabilmente è un mix di queste interpretazioni. Probabile che Trump volesse un negoziato che chiudesse la partita, altrimenti non si spiega la furia epica di Netanyahu e dei neoconservatori americani quando ha annunciato la tregua per aprire i colloqui.
- Details
- Hits: 69
Rileggere “Postmodernismo” di Jameson
di Marco Fontana
Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson è tornato in libreria per Einaudi. Forse la scomparsa del suo autore nel settembre del 2024 ha incoraggiato una ripubblicazione che si aspettava da troppo tempo, dato che la versione uscita per Fazi nel 2007 era ormai fuori mercato. Rispetto a quella prima e già ottima edizione è cambiato poco: la traduzione è rimasta quella di Massimiliano Manganelli, la postfazione di Daniele Giglioli è diventata una prefazione arricchita da un’aggiunta, e in copertina una scultura di Jeff Koons ha sostituito una foto di Jeff Wall. Com’è ovvio, invece, molte cose sono cambiate dal 1991, anno di uscita del saggio negli Stati Uniti. E se già la prima traduzione integrale del 2007 arrivava in Italia dopo che il dibattito su questi temi aveva dato i suoi frutti più maturi (Ceserani, Raccontare il postmoderno, 1997; Jansen, Il dibattito sul modernismo in Italia, 2002; Luperini, La fine del postmoderno, 2005), ora questo saggio non solo può sembrare appartenere a un’altra epoca, ma può persino essere percepito come il reperto di una stagione intellettuale esaurita – con il postmoderno che è stato dato per morto e con un marxismo ridotto a pezzo da museo già a partire da quegli anni Novanta in cui diventavano egemoni i metodi destrutturanti della French Theory. E tuttavia, a differenza di tanti altri testi coevi, anche a rileggerlo oggi pare che Postmodernismo non sia per nulla invecchiato male.
- Details
- Hits: 70
Il cavallo di Troia della "Difesa Europea"
di Vincenzo Costa
Rilanciamo questa riflessione che il Prof. Vincenzo Costa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook. Affronta due temi per noi centrali: da un lato, quello della "Difesa europea", uno snodo potenzialmente drammatico per il nostro paese che si potrebbe vedere costretto a sostenere un conflitto con la Russia per volere di Bruxelles, e poi l'alternativa che si sta costruendo in Italia intorno al cosiddetto "campo largo". Riflessioni che meritano di essere lette e dalle quali intavolare un dibattito costruttivo.
* * * *
Niente, io la vedo diversamente da quasi tutti i miei amici.
1) C’è questa tendenza a moralizzare e a sentimentalizzare tutto. Così sembra che il problema sia Trump e le sue uscite demenziali. E allora tutti contro Trump, che essere d’accordo su quello è troppo facile. Ma davvero crediamo che con i democratici sarebbe stato meglio? 70.000 palestinesi sono stati uccisi con Trump o con le bombe inviate dai democratici? La guerra in Ucraina chi la ha voluta? La Siria?
2) Trump è davvero mandato dal signore: c’è un bisogno enorme di sentirsi parte di un noi, e anche se questo “noi” è costruito sul niente va bene lo stesso. Attorno all’essere contro Trump si può costruire un’indignazione che permette di costruire un simulacro di collettività, attorno a un delirio.
- Details
- Hits: 76

Il coraggio degli iraniani
di Emanuele Maggio
Possiamo parlare un attimo del coraggio degli iraniani? Per favore, mi sembra sia qualcosa da ammettere universalmente, anche da parte di sionisti, islamofobi o esportatori netti di democrazia.
Questi sono stati uccisi in serie, su appuntamento, testa dopo testa. Poi ecco subito il ricambio, un morto che cammina, uno che sa che sarà il prossimo, e lo vedi tranquillamente camminare in pubblico nei cortei, con gli occhi sorridenti e la barba pettinata, pronto al martirio. Poi muore e ne arriva un altro identico, all'infinito. Ciò che doveva scoraggiare il morale dell'aggredito ha finito per scoraggiare il morale dell'aggressore.
Da noi è diverso. L'anno scorso Crosetto osò opporsi al sacrificio del nostro Pil per una guerra non nostra, quella ucraina. Il giorno dopo l'aereo governativo in cui viaggiava atterrò d'emergenza per fumo in cabina. Magari fu solo un'assurda coincidenza, ma da quel momento il pover'uomo è irriconoscibile. Non appena gli sfugge qualcosa di compromettente, si affretta su Twitter a scansare ogni equivoco, con gli errori di ortografia di chi digita con mani tremanti.
Draghi due anni fa, in un suo raro momento di onestà, osò proporre sull'Economist linee guida contro l'architettura economica europea a trazione nordica. Un'intervista che ebbe risonanza mondiale. Qualche giorno dopo andò a fuoco una parte della sua villa (questo ebbe meno risonanza). Da quel giorno non rilascia più interviste sull'argomento né accetta incarichi.
- Details
- Hits: 387
Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America
di Mario Sommella
Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.
C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.
Due memorie, nessuna fiducia
Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.
- Details
- Hits: 227
Neoliberismo senza speranza
di Riccardo Boeri
Questo articolo cerca di indagare, a partire da alcuni lavori di Maurizio Lazzarato, in che modo il discorso neoliberale abbia creato le condizioni per l’ascesa della destra nazionalista dopo il suo progressivo svuotamento post-2008. Lazzarato ha sempre espresso un certo scetticismo sulla capacità del concetto di neoliberalismo di catturare l’effettiva configurazione del capitalismo contemporaneo. Nonostante ciò, va messo in luce come questi concetti abbiano creato un'egemonia e siano riusciti a catturare il desiderio di parte delle popolazioni del Nord globale e a cambiare «cuore e anima» delle persone, per dirla con Margaret Thatcher.
A partire dal 2008 il discorso neoliberale ha iniziato a deteriorarsi in puro apparato disciplinare, quello del debito, incapace di giustificare e rendere desiderabile l’accumulazione capitalista nel Nord globale. Su questo solco i nazionalismi di destra hanno piantato i loro topoi e sono riusciti, come sta mostrando Trump, a rendere l’economia un tutt’uno con la guerra, ossia far del dominio imperialista il fine ultimo della concorrenza e dell’imprenditoria. Pur non marcando una novità assoluta nella storia del capitalismo, in cui guerra ed economia sono un tutt’uno sin dagli albori, sicuramente l’uso che Trump fa dello spazio egemonico lasciato vuoto dal neoliberalismo rimane un fenomeno degno di indagine (R.B.).
* * * *
Sulle tracce del discorso neoliberale
- Details
- Hits: 268
Il disfacimento della NATO è frutto dell’incapacità di USA ed Europa di fare i conti con la realtà
di Alessandro Scassellati
Il presidente Donald Trump ha recentemente definito la NATO una “tigre di carta“, aggiungendo che anche il presidente russo Vladimir Putin “lo sa”. Ha detto che “non ne avevamo bisogno, ovviamente, perché non ci ha aiutato per niente”, e ha dichiarato di stare “valutando seriamente” il ritiro degli Stati Uniti dall’alleanza. Ciò fa seguito alla frustrazione per il rifiuto di alcuni membri europei – come Francia, Germania, Spagna e Italia – di partecipare direttamente senza un mandato ONU o una tregua preventiva alle criminali e fallimentari operazioni di combattimento contro l’Iran o di contribuire con le loro flotte militari alla riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali internazionali1. Si sono anche rifiutati di consentire agli Stati Uniti l’uso delle proprie basi militari e dello spazio aereo per operazioni legate al conflitto iraniano (Operation Epic Fury). Una decisione non gradita dagli Stati Uniti considerato che l’Iran è riuscito in larga misura a espellere gli occupanti militari statunitensi dai Paesi del Golfo Persico2. Ma la non disponibilità europea non è stata confermata in un articolo del Wall Street Journal del 23 marzo intitolato “L’Europa sta silenziosamente giocando un ruolo cruciale nella guerra con l’Iran“3. Molti leader dell’UE sono sottoposti a forti pressioni politiche a causa della guerra, profondamente impopolare in Europa, che ha provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e un’inflazione crescente da quando l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio e gas liquefatto mondiale, nonché un quarto dei fertilizzanti e altre materie prime e semilavorati strategici per l’economia globale.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha suggerito che, se la NATO si limita a difendere l’Europa senza un sostegno reciproco agli interessi statunitensi altrove, l’assetto deve essere “riesaminato“. Ha messo in discussione l’alleanza, chiedendo perché gli USA debbano difendere l’Europa se gli alleati negano supporto logistico quando Washington ne ha bisogno. Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, si è rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero difeso gli alleati della NATO in caso di attacco.
- Details
- Hits: 238
Hormuz, la Palestina passa - Visto il bluff del pokerista
di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=7iWCoxHLyZM
https://youtu.be/7iWCoxHLyZM
Se c’è una dimostrazione non occultabile della sconfitta e conseguente disperazione, è la carneficina allestita da Israele in Libano. Dagli stretti di Hormuz, bloccati per tutti i carnefici e loro scherani, passa vincente la Palestina.
Gli accordi Sykes-Picot del 1916, in cui Francia e Regno Unito, frantumando il mondo arabo, si spartirono Medioriente, rotte, ricchezza energetica, accordi consolidati dopo il 1970 dal petrodollaro a garanzia di un flusso perenne, rinnovati nel 2020 da un Accordo Sykes-Picot 2.0 chiamato “Accordi di Abramo”, giacciono in pezzi. Frantumati dal missile iraniano, da quello di Hezbollah, delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, degli yemeniti. Tutti in nome della Palestina.
E Trump, allentatosi il cappio di storielle Epstein messogli al collo da Netanyahu, dalla promessa della fine della civiltà iraniana, in una notte è passato al “Ma su, dai, fate i buoni, aprite quello Stretto”.
La risposta: “Prima piantatela anche in Libano. Per ora dallo Stretto passano la Palestina e i suoi amici della resistenza libanese, yemenita, irachena. E i paesi che non vi leccano il culo. Siete due eserciti nucleari, i più potenti della regione, fate una guerra dopo l’altra, ammazzate innocenti, preferibilmente bambini, come se non ci fosse un domani…e vorreste passare per lo Stretto?”
- Details
- Hits: 206
Per Romano Luperini
È morto nella notte Romano Luperini, maestro e riferimento per diverse generazioni di studiosi, tra cui la mia. Romano è stato un militante politico, uno storico della letteratura, un docente, uno scrittore, un interlocutore dialettico sempre rigoroso e appassionato, grazie alla sua fiducia, citando uno dei suoi studi più noti, nel “dialogo” e perché no nel “conflitto”. I suoi percorsi attraverso i movimenti e gli autori del moderno e del modernismo, categoria, quest’ultima, di cui ha ridefinito con nettezza critica i contorni, restano fondamentali, come tutta la sua produzione saggistica, le monografie sui singoli autori (Verga, Pirandello, Tozzi, tra gli altri) o su categorie e questioni problematiche (il Postmoderno, la critica come ermeneutica, l’allegoria). La sua figura verrà perciò meritatamente ricordata nei prossimi giorni e a lungo termine, ma oggi il cordoglio va naturalmente alla sua famiglia, con un pensiero per tutti quelli che lo hanno conosciuto attraverso le sue lezioni o le sue pagine e hanno avuto il privilegio di condividere con lui anche questi ultimi anni di attività forzatamente ridotta.
- Details
- Hits: 220
Cuba e le lezioni della storia: l’Iran ci insegna che con l’impero non si negozia
di Luciano Vasapollo
C’è una lezione che la storia continua a ripetere, ma che troppi fingono di non vedere: con l’imperialismo non si negozia senza pagarne il prezzo. E spesso quel prezzo è la perdita della sovranità, della dignità, dell’indipendenza.
Lo dimostra oggi, con drammatica evidenza, quanto sta accadendo all’Iran. La pressione militare e politica esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati si inserisce in una lunga sequenza storica: chi ha ceduto, chi ha accettato compromessi al ribasso, è stato progressivamente smantellato. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il copione è sempre lo stesso.
L’illusione è quella di poter trattare da pari a pari. La realtà è che si entra in un meccanismo in cui la trattativa diventa resa, e la resa diventa subordinazione.
Non è un caso che, nel caso iraniano, la resistenza abbia prodotto un esito diverso rispetto ad altri scenari. Quando un Paese non si piega, quando mantiene una capacità di risposta, l’equilibrio cambia. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere un dato politico: la pace non si costruisce sulla capitolazione.
Lo stesso schema lo vediamo applicato contro Cuba. Qui la strategia è più lenta ma altrettanto feroce: un blocco economico criminale, inasprito negli ultimi anni, che mira a strangolare la popolazione e a piegare un progetto politico che resiste da oltre sessantacinque anni.
L’obiettivo è evidente: costringere alla resa un’isola che ha scelto un percorso autonomo, che ha affermato la propria sovranità e che continua a portare avanti un processo di transizione socialista fondato sull’internazionalismo.
- Details
- Hits: 315
Gli Usa di Trump sono il grande sconfitto della guerra contro l’Iran. Israele cerca di sopravvivere con la guerra a oltranza
di Alessandro Volpi
L’attuale situazione della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran suggerisce alcune considerazioni di natura generale.
1) Trump ha clamorosamente perso. Ha scatenato una guerra, insieme al governo israeliano, per tentare di porre argine a una crisi verticale degli Stati Uniti: un debito federale quasi insostenibile e con sempre meno compratori esteri, un debito privato colossale, un dollaro debole e soggetto a una brusca perdita di centralità, una perdurante deindustrializzazione, una bilancia commerciale pesantemente negativa, una posizione finanziaria netta da fallimento. A tutto ciò Trump ha provato a rispondere con dazi e con una guerra imperialistica per garantirsi il monopolio dei combustibili fossili e ha fallito miseramente. Ora deve uscire, rapidamente, da una guerra che gli costa 10 miliardi di dollari al giorno e che non può più permettersi, pressato anche dalla base Maga e da una parte dei suoi elettori costretti a pagare la benzina oltre 4 dollari il gallone e a reggere l’impatto dell’inflazione. Soprattutto nei centri rurali, poi si fanno sentire aumento dei prezzi dei fertilizzanti e una concorrenza internazionale che i dazi non riescono a fermare. Le stesse aziende americane sono stanche di pagare la metà dei dazi incassati dal governo federale, mentre i singoli Stati dell’Unione non sopportano le ingerenze del potere centrale. La fine di Trump è davvero vicina.
2) Hanno perso il trumpismo e i suoi adulatori. E’ evidente che la guerra in Iran ha scatenato un’ondata recessiva con cui stanno già facendo i conti paesi, a cominciare da quelli come l’Italia, il cui governo aveva idolatrato la “nuova visione” del mondo di Trump, aggressiva, intollerante, repressiva ma espressione di un “nazionalismo occidentale” vincente, per usare le parole di Giorgia Meloni: una visione che sta frantumandosi di fronte alla complessità della realtà.
- Details
- Hits: 255
Referendum, perché ha vinto il NO
Alba Vastano intervista Massimo Siclari
“Credo che una maggiore partecipazione al voto sia dipesa dal fatto che vi è stata un’intensa campagna di informazione sul territorio, grazie all’impegno di diverse realtà associative presenti nella società civile. La vittoria del No è stata il frutto anche della maggiore persuasività degli argomenti sostenuti dai diversi Comitati scesi in campo, sia a livello nazionale sia, pur se “a macchia di leopardo”, in diversi piccoli centri. I sostenitori del Sì hanno dato una mano, involontariamente, con messaggi che non mancavano, più volte, di arroganza e che hanno fatto perdere voti” (Massimo Siclari)
Una vittoria imprevedibile quella referendaria che sembra aver dato una spallata ai tavoli del potere facendoli traballare. Potere del Governo che gioca a dadi con la Costituzione beffeggiandola e tentando permanentemente di incassare consensi a gogò da parte di un popolo di elettori stanco e impaurito per un futuro pieno di ombre. Eppure questa volta quel popolo ha detto No. La maggioranza di quel popolo sfiduciato ha alzato la testa, si è ripreso la dignità usurpata da un governo che mira a tutelare solo se stesso e ha tirato via la maschera di finta benevolenza dal volto dei lorsignori venditori di fumo delle destre governative.
La grande novità è che il riscatto è avvenuto anche grazie ai Millennials e alla generazione Zeta che da tempo avevano riposto in fondo al cassetto la tessera elettorale, come gran parte degli elettori Boomer. Perché abbiamo vinto, quando tutto appariva contro, anche per una sfrenata e manipolatoria campagna del Sì, i cui rappresentanti hanno strumentalizzato a loro favore h.24 i media?
Un’analisi della vittoria referendaria ce la offre il professor Massimo Siclari, docente ordinario di diritto costituzionale presso l’Università Roma Tre.
- Details
- Hits: 263
Oltre l’atlantismo: ristabilire rapporti di amicizia con Russia e mondo arabo
di Enrico Grazzini
L’Europa deve sganciarsi da USA e Nato, fare la pace con la Russia e diventare prospera e indipendente
Licenziamo Mark Rutte, il capo della Nato, che vuole trascinare tutti gli europei nelle folli e sanguinarie guerre che Israele e l’America di Donald Trump stanno facendo in Iran e in Medio Oriente; licenziamo anche Ursula von der Leyen, il capo dell’Unione Europea, che sta predicando il riarmo e lo scontro con la Russia come unica via di uscita dalla crisi europea. Licenziamo pure Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, che non vuole accorgersi che Israele e gli Stati Uniti d’America, e non la Russia di Vladimir Putin, rappresentano i pericoli di gran lunga maggiori per la pace del pianeta. Occorre che gli europei prendano finalmente atto che la Nato, come alleanza difensiva militare contro la Russia, è finita e che la Nato, da strumento di difesa dell’Europa, è diventata un problema per la sicurezza europea.
In una recente intervista, il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di riconsiderare l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo che gli europei non hanno appoggiato la guerra che ha scatenato con Israele in Iran, ha risposto: “Oh sì, direi che è assolutamente necessario. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche il presidente russo Vladimir Putin lo sa!”. In un’altra intervista a Reuters, Trump ha ribadito la sua posizione: “(Gli europei) non sono stati amici quando avevamo bisogno di loro. Non abbiamo mai chiesto loro molto… è una strada a senso unico”.
Nella fase post-Nato che si è aperta, i governi europei e l’Unione Europea dovrebbero rivoluzionare completamente la loro politica estera e di alleanze: dovrebbero quindi riconsiderare innanzitutto il loro rapporto con gli USA e con la Russia, con Israele, i Paesi arabi e l’Iran.
- Details
- Hits: 280
La guerra della disperazione
di Fernando Bilotti
[Interrompiamo la serie delle “storie per non dormire”, per tornare momentaneamente a trattare di eventi di stretta attualità. La guerra all’Iran, infatti, a nostro avviso si presta a qualche considerazione interessante.]
E così, il 2026 ha visto già divampare una nuova guerra. Al solito, noi comuni cittadini siamo preda di un’impotente indignazione; ma questo attacco israelo-americano all’Iran, a dire il vero, ancora più che indignazione suscita sconcerto. Infatti gli aggressori sono venuti subito a trovarsi in una situazione segnata da gravi difficoltà, le quali però erano tutte ampiamente prevedibili, ragion per cui di primo acchito non si comprende perché mai abbiano ritenuto necessario lanciarsi in una simile avventura. Per meglio intenderci, passiamo tali difficoltà sinteticamente in rassegna:
1. L’Iran ha dimostrato una rimarchevole capacità di colpire Israele e le basi americane della regione. Ciò è riconducibile a una serie di fattori di cui gli aggressori non erano di certo ignari: da una parte, la notevole produttività raggiunta dalla sua industria bellica (grazie anche alla sua specializzazione in strumenti quali i droni e i missili, realizzabili in tempi e a costi relativamente ridotti) e una dislocazione di fabbriche e installazioni militari tale da renderle difficilmente attaccabili (sono disperse sull’ampio territorio nazionale e ubicate in molti casi sottoterra); dall’altra, la limitata capacità degli USA di difendere se stessi e Israele, dovuta allo svuotamento che hanno subito negli ultimi anni i loro arsenali (stressati dall’impegno su tre teatri: Ucraina, Yemen e Gaza) e alla scomparsa della produzione bellica “in grande serie” che servirebbe per rimpinguarli (i colossi della difesa americana - aziende private che mirano alla massimizzazione del profitto - hanno trovato conveniente specializzarsi in armamenti tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti in quantità limitate e venduti a prezzi elevatissimi). Aggiungiamo che già nel 2025 USA e Israele avevano avuto modo di testare la forza militare dell’Iran, ricavandone un’amara lezione: Trump infatti aveva dovuto porre fine a quel primo conflitto dopo meno di due settimane (millantando un successo inesistente), in quanto quel lasso di tempo era bastato perché Tel Aviv si trovasse a corto di difese antiaeree.
2. L’assassinio di alte personalità dello stato iraniano e la massiccia campagna di bombardamenti non hanno reso la classe dirigente più arrendevole, né hanno spinto il popolo a rivoltarsi contro quest’ultima, ma all’opposto hanno irrigidito la prima e indotto il secondo a stringersi intorno a essa, dimenticando i motivi di malcontento che poco tempo prima avevano ingenerato diffuse proteste.
- Details
- Hits: 247

Prefazione al libro di Michele Castaldo “Modo di produzione e libero arbitrio”
di Alessio Galluppi
A settembre del 2023, Colibrì Edizioni pubblicò l’ultimo libro di Michele Castaldo Modo di Produzione e libero arbitrio. Con orgoglio e su richiesta ho contribuito come curatore per la stesura del libro. Qui di seguito c’è la sua prefazione come da pubblicazione originale. Con il sodale Michele non abbiamo mai avuto modo di impegnarci più di tanto per una sua presentazione e diffusione. Altri fatti eccezionali di lì a poco, il 7 ottobre, sarebbero avvenuti focalizzando il massimo delle nostre attenzioni e il nostro entusiasmo. Un entusiamo che non è venuto meno fino a questi ultimissimi giorni, che vedono nella reazione dell’Iran alla aggressione imperialista di USA e Israele un fenomeno storico casuale di magnitudine di immensa portata, ben inserito nel moto causale della crisi generale di un modo di produzione incapace che scuote l’insieme dell’Occidente.
* * * *
Le difficoltà che si incontrano quando si scrive una prefazione a un libro sono molteplici, e anche per questo libro di Michele Castaldo non mancano, uno dei presupposti richiesti per una lettura proficua è quello di avere coscienza della necessità del superamento di questo modo di produzione capitalistico e del suo sistema determinato di sfruttamento dell’uomo nei confronti dell’uomo e della natura. Perché un libro che pone al centro della riflessione il modo di produzione capitalistico e il libero arbitrio? Soprattutto che cos’è il libero arbitrio e quali fattori storici hanno determinato una concezione della storia secondo la quale essa stessa è il risultato dell’azione di quegli uomini che hanno saputo mettere in pratica le proprie intelligenze e la loro forza di volontà, decidendo così sia il loro destino e con esso quello degli altri uomini e anche quello della natura.
- Details
- Hits: 196
L’onda lunga delle moltitudini d’autunno
di Toni Casano
Quanti padri ha la vittoria referendaria registratasi a ridosso di quest’inizio di primavera? Simbolicamente, in uno con l’immaginario della bella stagione, sembra rifiorire la speranza di una nuova rinascita della gloriosa sinistra istituzionale: è come se si riaprisse la gara del riscatto.
Dopo aver arrancato sulle impervie salite, pare che la squadra sia già pronta sulla linea di partenza per l’avvio dell’ultima tappa, al termine della quale sarà definita la redde rationem elettoralistica tra le maglie nere – fino a ieri in fuga al comando della corsa – e le maglie biancorosate inseguitrice, oggi rinvigorite dall’aggancio della testa del gruppone, pronte a loro volta a lanciare la lunga volata per il rush finale, augurandosi di sferrare il colpo di reni del velocista di razza per tagliare la linea del traguardo per l’agognata conquista della corona d’alloro.
A chiusura dei seggi si sono aperti gli schermi televisivi, dove impazzavano i soliti talk show per seguire lo spoglio referendario, nei quali i dibattiti si facevano sempre più frementi man mano che il risultato delineava con maggior chiarezza l’esito finale. Mentre nell’incertezza iniziale degli instant poll i convenuti rimanevano saggiamente abbottonati dentro gentili schermaglie di intrattenimento.
Con la acclarata e sorprendente vittoria dei NO si apriva, senza più esitazione alcuna, il caravanserraglio del mainstream politicista: qualche intervista raggranellata qui e là fra i colonnelli degli schieramenti avversi, in attesa delle conferenze-stampa dei leader politici (eccezion fatta per la Meloni a cui – come ben sappiamo – gli incontri con la stampa fanno venire l’orticaria.
- Details
- Hits: 369
“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
* * * *
Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
- Details
- Hits: 281
Vademecum sul surreale tweet di Crosetto
di Lorenzo Forlani*
Vi racconto quanto accaduto, perché ha davvero del surreale e finisce per fornirci una diapositiva della tragica situazione – anzitutto cognitiva, e solo dopo politica – in cui ci troviamo.
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
- Details
- Hits: 255
Il lockdown come forma di governo e la ribellione necessaria
di Guido Cappelli
Il momento è arrivato. Come prevedevano quelle sparute “avanguardie” frettolosamente etichettate come “complottisti” ‒ quei pochi che negli ultimi sei anni hanno avvertito del degrado accelerato delle nostre già da tempo periclitanti “democrazie” ‒ torna il lockdown (vale la pena di ricordare sempre che il termine, un anglicismo convenientemente eufemistico che copre una realtà distopica, corrisponde all’italiano “confinamento” e appartiene al lessico carcerario). Questa volta sarà lockdown energetico, annunciato puntualmente dai tristi trombettieri del potere, come il subdolo Open del cinico Mentana.
Non importano i tempi: sarà prima, sarà dopo, ma torneranno (già ci stanno preparando con convenienti dosi di apocalisse imminente) le restrizioni alla mobilità pubblica e privata, la famigerata e distruttiva didattica a distanza, le targhe alterne, le chiusure di locali pubblici, fino ad arrivare ‒ vedrete ‒ al coprifuoco a settembre (se prima l’Iran non ci risolve il problema in altro modo, un tantino più cruento!).
All’orizzonte, i crediti sociali, le quote di carbonio, i lasciapassare per spostarsi. Un’altra sporta di diritti trasformati magicamente in concessioni. Misure che vengono per restare: il commissario europeo all’energia, Jorgensen, ce lo spiattella in faccia:
“Anche se la pace arrivasse domani, in un futuro prevedibile non torneremo alla normalità“.
- Details
- Hits: 254
Perché Trump e Netanyahu hanno perso la guerra in Iran: è la fine del mondo unipolare
di Paolo Ferrero
Il tentativo dell'imperialismo statunitense di uscire dal declino usando la propria potenza militare convenzionale è stato sconfitto. Si tratta di un ottimo risultato, da festeggiare
Se Tel Aviv non riuscirà a far saltare tutto continuando le sue aggressioni al Libano, la guerra illegale di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran si è conclusa con la sconfitta degli aggressori e la vittoria dell’aggredito, dell’Iran. Si tratta di un risultato assai rilevante che segnala e accentua il declino degli Usa e pone le condizioni per un deciso ridimensionamento del ruolo del criminale stato di Israele in Medio Oriente.
Dopo questa sconfitta – che il criminale atteggiamento del governo israeliano può solo aggravare – il mondo unipolare è largamente archiviato e comincia a delinearsi la possibilità che un mondo multipolare si affermi oltre che nella realtà dei rapporti economici anche nella concretezza delle relazioni tra popoli e stati. Si tratta quindi di un risultato assai positivo.
Vediamo brevemente:
1) Nel mondo unipolare che ha seguito li crollo del muro di Berlino gli Usa hanno fatto il bello e il cattivo tempo. In questo contesto hanno allargato la Nato ad est e posto le condizioni per obbligare la Russia alla guerra in Donbass.
2) La guerra in Donbass invece di spezzare le reni alla Russia ha certificato che la Nato non ha una supremazia militare sulla Russia e in secondo luogo – obbligando quest’ultima a cercare canali alternativi al dollaro per vendere le sue materie prime – ha aperto la strada alla dedollarizzazione del commercio mondiale e quindi alla messa in discussione dell’enorme privilegio di cui godono gli Usa dal 1971.
- Details
- Hits: 764
La logica dietro l'irrazionalità della guerra contro l'Iran
di Domenico Moro
Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua a essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.
La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.
Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.
Page 1 of 654
























































