SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Mauro Casadio: Oltre il 12 aprile

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Oltre il 12 aprile

Dare identità al nostro blocco sociale e un volto al nemico

Mauro Casadio*

Abbiamo scelto di “far abbassare la polvere” dopo la manifestazione, gli scontri e l’acceso dibattito che c’è stato sul 12 Aprile per fare una valutazione della situazione più oggettiva, più distaccata. La scelta nasce dall’esigenza di gettare uno sguardo più lungo e più profondo sugli eventi che attraversiamo, altrimenti si corre il rischio di seguire la via indicataci dalla cultura egemone, la quale basa tutto sugli eventi e la loro rappresentazione, ma che il giorno dopo rapidamente vengono dimenticati e rimpiazzati da altri eventi che seguiranno esattamente la stessa parabola e conclusione.

Per fare questa operazione di “cultura” politica non si può prescindere dalla dinamica di come si è arrivati al 12 Aprile. Balza agli occhi di tutti e si impone nelle valutazioni politiche il confronto con le giornate del 18 e del 19 Ottobre, ma non possiamo fare questo confronto se si prescinde da come si sono prodotte quelle giornate e quali conseguenze hanno avuto già dal giorno dopo.

Quelle giornate sono state l’effetto di almeno cinque mesi di confronti e relazioni che sono sfociate in due manifestazioni separate temporalmente ma unite politicamente dall’accampata a San Giovanni fatta tra il 18 al 19, in cui tutte le espressioni di classe e antagoniste, politiche, sociali e sindacali nazionali, si sono sentite in “dovere” di intervenire nei dibattiti e nei diversi momenti di confronto organizzati.

Lanfranco Binni: I cecchini della libertà

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I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

Arriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

Robert Kurz: La teoria di Marx, la crisi e l'abolizione del capitalismo

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La teoria di Marx, la crisi e l'abolizione del capitalismo

Domande e risposte sulla situazione storica della critica sociale radicale

Intervista a Robert Kurz*

Cosa distingue questa crisi dalle precedenti?

Il capitalismo non è l’eterno ritorno ciclico dell’identico, ma un processo storico dinamico. Ogni grande crisi si incontra a un livello di accumulazione e di produttività superiore a quelle del passato. Quindi, la questione della gestibilità o non gestibilità della crisi si pone in forma sempre nuova. I precedenti  meccanismi di soluzione perdono validità. Le crisi dell’ottocento furono superate perché il capitalismo ancora non aveva coperto tutta la riproduzione sociale. C’era ancora spazio interno per lo sviluppo industriale. La crisi economica mondiale degli anni ’30 rappresentò una rottura strutturale a un livello di industrializzazione molto più elevato. Essa fu dominata grazie alle nuove industrie fordiste e grazie alla regolazione keynesiana, il cui prototipo furono le economie di guerra della seconda guerra mondiale. Quando l’accumulazione fordista urtò contro i suoi limiti, negli anni ‘70, il keynesianismo sfociò in una politica inflazionaria, sulla base del credito pubblico. La cosiddetta rivoluzione neoliberale, intanto, spostò solo il problema dal credito pubblico ai mercati finanziari. Lo sfondo era una nuova rottura strutturale dello sviluppo capitalista, causato dalla terza rivoluzione industriale della microelettronica. Su questo livello qualitativamente differente di produttività non fu più possibile sviluppare alcun terreno di accumulazione reale.

Leonardo Mazzei: Fiscal compact: come stanno veramente le cose?

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Fiscal compact: come stanno veramente le cose?

Leonardo Mazzei

Sono o no una realtà i 50 miliardi annui di sacrifici per i prossimi vent'anni?

Ci vediamo costretti a tornare sul tema del Fiscal compact. Del resto, repetita iuvant. Il fatto è che c'è chi sta lavorando a far credere che il Fiscal compact non sia un problema, come se gli eurocrati di Bruxelles l'avessero messo lì per scherzo, un modo per intimidire ma senza fare sul serio. Purtroppo non è così, checché ne dicano governanti disonesti e giornalisti superficiali.

La cosa è troppo importante per lasciare spazio alle rassicuranti leggende del mainstream, spesso rilanciate a casaccio nel mare magnum del web, magari anche solo per assoluta ignoranza della materia. E' troppo importante perché qui sono in gioco il futuro dell'economia nazionale, le prospettive occupazionali, l'accentuazione del massacro sociale in corso.

Per fortuna non siamo i soli ad aver notato la diffusione in rete di alcune interpretazioni rassicuranti sull'applicazione del Fiscal compact. Ecco, ad esempio, come ha reagito su Facebook Marco Passarella, anch'egli evidentemente irritato da certi faciloni:

Clash city workers: Le lotte in Cina, il Manifesto di Confindustria

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Le lotte in Cina, il Manifesto di Confindustria

La mobilità del capitale e quella del conflitto

Clash city workers

Ieri è arrivata dalla Cina la notizia che migliaia di lavoratori di una delle più grande fabbriche di scarpe sono in sciopero dal giorno prima, nel Sud del paese, per il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ben 60 mila operai della Yue Yuen (gruppo che produce scarpe per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma, Timberland), fra cui molti immigrati da altre regioni della Cina, lottano da due settimane per ottenere il riconoscimento della previdenza sociale. La polizia è intervenuta più volte quando i manifestanti hanno cercato di assaltare le vetture dei dirigenti, mentre le grandi multinazionali sono molto preoccupate che lo sciopero possa bloccare l’arrivo delle merci sui mercati occidentali.

Ora, quello che è interessante di questa notizia non è solo che gli operai esistono (anzi: che a livello mondiale gli operai siano la maggioranza dei lavoratori ormai lo dicono anche quei teorici che fino a qualche anno fa li volevano scomparsi e marginali). E non è nemmeno una sorpresa che lottino: come ha dimostrato ad esempio Beverly Silver studiando proprio il caso cinese, “laddove va il capitale segue il conflitto”. Nemmeno la forma di lotta ci colpisce: lo sciopero, condito da assalto al nemico di classe e picchetto alla fabbrica, è ancora un’arma utilissima nelle mani dei lavoratori.

Maurizio Sgroi: Esercizi di retorica sul DEF

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Esercizi di retorica sul DEF

di Maurizio Sgroi

La retromarcia dell’avanzo primario

Mi sorprendo sempre nel notare il grande consumo di intelligenza e talento che circonda le cose economiche. Cervelli oltremodo eccellenti si cimentano in esercizi astrusi, compilano tabelle e disegnano grafici, al solo fine di convincere qualcuno di qualcosa, in un modernissimo esercizio di retorica.

E poiché questo qualcosa ha a che fare con il denaro, in un modo o nell’altro, ecco che ricevono un’attenzione ormai quasi più a nessuno riservata. Sicché finisce che gli economisti, o i semplici compilatori di tabelle e grafici, diventino delle piccole star.

La seduzione dell’economia è il modo contemporaneo col quale celebriamo l’antica e immutabile seduzione del denaro, a ben vedere.

Ed è comprensibile che tutto ciò, specie in tempi di crisi, germini una pletora di popolazioni economaniache.

Oggidì gli studiosi/esperti/appassionati/doscenti/discenti di cose economiche nel nostro paese è probabile abbiano superato per numero quelli che una volta compilavano formazioni e strategie della nazionale di calcio.

Slavoj Žižek, Hegel e "Meno di niente"Giacomo Babuin:

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Slavoj Žižek, Hegel e "Meno di niente"

Giacomo Babuin

Slavoj Zizek è senz’altro un personaggio singolare, acuto, spregiudicato e senz’altro, filosoficamente, “controverso”. Controverso, nel senso che nel panorama filosofico attuale i giudizi sullo sloveno sono quanto meno contrastanti. Chi lo annovera come uno dei più validi e pungenti critici dell’ideologia del nostro tempo vede nelle sue analisi una geniale sintesi di psicanalisi strutturalista (Lacan), marxismo (Lukàcs, Althusser), dialettica idealista (Hegel) e pensiero della differenza e ripetizione di matrice “postmoderna” (Deleuze, Derrida). Chi lo critica, anche aspramente, vede le sue opere come ciarle che disinnescano la critica rendendola una sorta di divertimento colto da “radical chic” di sinistra in cui si alterna la critica sociale alla decostruzione della cultura di massa (film, romanzi, ecc.) senza mai giungere a un vero programma di superameno dell’esistente. Tra i sostenitori di questa tesi vi è anche Diego Fusaro che però sembra non voler distinguere nella sua analisi (comparsa in rete pochi mesi fa) del “fenomeno Zizek” gli aspetti più propriamente speculativi del pensiero dello sloveno dal “personaggio-Zizek” in quanto tale: infatti a più riprese, particolarmente nel passato, il “gigante di Lubiana” (così come viene descritto dalle note sulle copertine delle sue opere) si è lasciato andare ad interviste in cui, più che la sua carica critica nei confronti del capitalismo mondiale, ha mostrato l’intenzione di apparire simpatico (cosa che è indubbiamente), diventando un personaggio pubblico a tutti gli effetti, oscurando di fatto la cosa più importante, cioè il suo pensiero,

Militant: I rischi di una nuova estetica del conflitto

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I rischi di una nuova estetica del conflitto

Militant

L’assedio ad un palazzo vuoto, elevato ad emblema feticizzato del proprio malessere, per di più da anni svuotato di concreti poteri politici che non siano la ratifica amministrativa di decisioni economiche prese all’interno delle istituzioni neoliberiste della UE, non può che farci tornare alla mente le giornate di Genova e la successiva discussione politica che qualcuno cercò di intraprendere nel valutare quegli anni e quel movimento. Una delle principali critiche politiche al movimento no-global fu proprio quella di aver edificato il livello simbolico, scenico, mediatico a protagonista assoluto, scalzando ogni dinamica materiale. Sebbene non fosse dentro quella zona rossa che il potere decideva per sé e per le popolazioni subalterne, ogni rivolo conflittuale doveva convergere verso l’assedio del “palazzo” (in quel caso, peraltro, una nave). In quegli anni la dinamica “assediante” fu rivolta contro i famosi “vertici” europei (la stagione dei controvertici), generando quell’accumulazione di forze che vide nelle giornate di Genova il punto culminante. Come andò a finire è storia nota. La sconfitta, politica e non (solo) militare, fu determinata proprio dalla concentrazione di tutte le proprie forze sul livello mediatico-evenemenziale, credendo di giocare alla guerriglia semiotica in un luogo e contro forze che non rappresentavano il vero nemico, ma solo la sua rappresentazione scenica (rappresentazione che comunque si incazzò parecchio e reagì alla vecchia maniera, demolendo pistola alla mano la post-modernità).

F.Chicchi, S.Lucarelli, S.Mezzadra: Forum su Maurizio Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013 (216 p.)

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Forum su Maurizio Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013 (216 p.)

Federico Chicchi, Stefano Lucarelli, Sandro Mezzadra

Domanda: Ne Il governo dell’uomo indebitato (2013) – ma ancor più, in effetti, nel precedente La fabbrica dell’uomo indebitato (2012) – Maurizio Lazzarato lega l’emergere e il consolidarsi delle politiche di austerità al progressivo introiettamento di un senso di colpa legato al debito in quanto dispositivo autoritario di controllo. Prova dell’esistenza pervasiva del debito-colpa sarebbe, secondo il filosofo italiano, l’attuale onnipresenza di richiami all’auto-limitazione, alla cautela, alla circospezione dopo anni di “vita vissuta al di là delle proprie possibilità”. Ritiene che questa chiave di lettura possa risultare utile alla comprensione critica del presente – e alla sua trasformazione? 

Federico Chicchi: Quello che mi convince del lavoro di Lazzarato è la descrizione che l’autore svolge, seguendo le analisi di Deleuze e Guattari, di due modalità, diciamo convergenti e complementari, di cattura e messa a valore della vita da parte del capitalismo neoliberale. Da un lato l’assoggettamento, che fabbrica ideologicamente un soggetto “adeguato” a livello morale e legale (il debitore, appunto), e dall’altro lato l’asservimento, che invece non funziona a livello individuale ma preindividuale e opera attraverso dispositivi tecnici macchinici e automatici, che poco hanno a che fare con la coscienza e la dimensione rappresentazionale e giuridica del soggetto.

Paolo Pini: Il Def e la teoria della “precarietà espansiva”

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Il Def e la teoria della “precarietà espansiva”

di Paolo Pini

La ricetta del Def è un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Una miscela che gioca a favore dei populismi europei e contro l’Europa stessa

Vi sono molti interrogativi e contraddizioni che emergono dal Def 2014 presentato dal Governo Renzi la scorsa settimana (http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/def/). Tra le tante criticità (http://ilmanifesto.it/la-finanziaria-della-continuita-per-il-def-una-sonora-bocciatura/), ci occupiamo qui di un aspetto che riguarda la fotografia del paese che il Def 2014 ci consegna, e le fonti della non-crescita che mette in campo (1).


La fotografia di un paese che fatica a crescere

Il documento programmatico da un lato fotografa un paese che faticherà assai a crescere negli anni a venire, che al 2018 non avrà recuperato la perdita di 9 punti percentuali di reddito accumulati dall’inizio della crisi, il 2008, e quindi si allontanerà ancor di più dall’Europa continentale che crescerà ben sopra l’1,5%, cioè la crescita media prevista per l’Eurozona. Il Def 2014 prevede una crescita dello 0,8% nel 2014, quando solo a dicembre 2013 era stata fissata dal governo Letta all’1,1%, ma già allora le istituzioni internazionali prevedevano tale scenario dello 0,8%, ed oggi lo hanno abbassato allo 0,6%. Il Def 2014 quindi rivede al ribasso le stime di quattro mesi orsono, ma non quanto altri organismi internazionali fanno, ultimo la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale. Il Def 2014 rivede al ribasso anche le stime per il 2015 e 2016 (1,3% e 1,6% contro il 2% del governo Letta), mentre si spinge ottimisticamente all’1,8% e 1,9% per il 2017 e 2018.

Marxismi e Classi

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Marxismi e Classi

L'affermazione, secondo la quale "la crisi del capitale internazionale è anche la crisi del sistema statale internazionale", così come viene espressa da Sol Picciotto, nel "Dibattito sullo Stato" di "Open Marxism", è un evidente truismo, che, tuttavia, rischia di diventare ambiguo e fuorviante, quando si pensa, o si porta a pensare, che quello che stiamo affrontando non sia un'unica medesima crisi, ma che si possa trattare, invece, di due differenti crisi. Del resto, l'approccio da parte di Simon Clarke allo Stato, avviene nei termini per cui "I nuovi approcci che emergono, conservano l'insistenza socialdemocratica sull'autonomia dello Stato, al fine di sottolineare la specificità della politica e l'irriducibilità della politica ai conflitti economici". Dal momento che per "Open Marxism", il "politico" e "l'economico" sono separati in modo irriducibile, ne consegue che, a livello di mercato mondiale, ci sono due crisi separate in modo irriducibile: una crisi economica capitalista, ed una crisi del "sistema Stato"; dove la crisi del capitalismo sarebbe determinata dalla legge del valore e la crisi dello Stato sarebbe determinata dalla lotta di classe.

Il "difetto" dei marxisti classici del periodo fra le due guerre, nelle parole di Picciotto, sarebbe stato quello per cui "Le contraddizioni dell'accumulazione" sono state troppo spesso pensate come 'leggi economiche' operanti dall'esterno sulle relazioni politiche fra le classi." Ovviamente, l'obiezione pone la domanda: "Dall'esterno di cosa?" La risposta, si limita ad insistere che la "crisi economica" è la crisi di "una forma, storicamente specifica, del dominio di classe".

Quarantotto: Euro-exit concordata o "disordinata", da sinistra o da destra

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Euro-exit concordata o "disordinata", da sinistra o da destra

Una via di composizione ragionata

di Quarantotto

 1. In margine all' "evento" oggettivamente costituito dal convegno di a/simmetrie di ieri, alcune osservazioni legate allo specifico tema, "Un'europa senza euro", che era poi il baricentro su cui si aggiravano l'insieme degli interventi.

La maggior focalizzazione del tema, non a caso, è venuta dal dibattito finale tra gli esponenti politici intervenuti.

Il clima inevitabilmente pre-elettorale ha agevolato prese di posizione (almeno un pò) più stringenti; se non altro perchè in questa fase, nulla si può ancora escludere sull'esito delle elezioni, in termini di composizione delle forze politiche che risulterà dal voto e che potrebbe o meno essere destabilizzante dell'attuale governance deflattivo-finanziaria. 

La stessa evoluzione europea del sentiment sulla moneta unica, rischia infatti di far apparire "cauta", se non superabile dagli eventi, la posizione del, diciamo così, fronte italiano del dissenso.
 
2. Provo a partire da una cosa affermata in quel dibattito da Fassina e che, come ho già detto su twitter, contiene in sè una obiettiva verità: se si guarda all'effettivo contenuto dei trattati, e quindi al disegno consolidato che perseguono, incentrato com'è, fin dallo SME, sul coronamento di un modello socio-economico legato al vincolo monetario "one size fits for all" (con tutte le sue implicazioni), immaginare un'euroexit concordata esigerebbe una convergenza, un'apertura alla revisione dei rapporti di forza, almeno pari a quella della stessa revisione dei trattati.

Elisabetta Teghil: Chi ha paura di essere libera?

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Chi ha paura di essere libera?

di Elisabetta Teghil

Contributo per l’Incontro Nazionale Separato/Seconda parte/ del 13 aprile 2014 “I ruoli, le donne, la lotta armata/ questioni di genere nella sinistra di classe”

La lettura vincente delle stagioni passate avanza pretese di assolutismo e di valore extratemporale mentre non è altro che la manifestazione della verità della classe e del genere dominante.

Dietro la seriosità e l’accademicità degli studi e dei saggi con cui si racconta la nostra storia, si celano la unilateralità e la manipolazione  e la falsificazione della stagione del femminismo.

E’ una lettura violenta ed ipocrita che mira, non solo a riscrivere la storia, ma a rimodellarla e, con lei, la nostra coscienza, dimenticando che la coscienza personale non è altro che coscienza sociale.

Il femminismo ha rivelato un mondo nuovo, è stato ed è l’arma della libertà nelle nostre mani.

E’ stato ed è questo o non è niente.

Il patriarcato intimidisce, esige, vieta, minaccia, coltiva la rassegnazione, offusca la coscienza e i desideri delle donne.

Il femminismo rivela il mondo nuovo, smaschera la pretesa del patriarcato di essere eterno ed immutabile. E’ la vittoria sulla paura, è stato ed è coscienza di forza, di rinnovamento, legata al nuovo, al futuro, è una macchina necessaria per sgombrare la strada e permettere il nostro cammino.

Samir Amin: Il progetto eurasiatico si scontra con le politiche imperialiste della Triade

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Il progetto eurasiatico si scontra con le politiche imperialiste della Triade

Samir Amin

1. L'attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell'imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti "la Triade") di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:

- le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;

- il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.

In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove "repubbliche democratiche" di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta "comunità internazionale", a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar.

Domenico Moro: Perchè e come l'euro va eliminato

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Perchè e come l'euro va eliminato

di Domenico Moro

Sono sicuro che l’euro ci obbligherà ad introdurre una serie di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi Strumenti saranno creati.”
Romano Prodi, Financial Times, ottobre 2001

“So bene che il Patto di stabilità è molto stupido, come tutte le decisioni che sono rigide.”

Romano Prodi, Le Monde, dicembre 2002

1. Una crisi di straordinaria gravità perché strutturale

Non ha senso parlare di ripresa economica, di lotta alla disoccupazione, di difesa del welfare e della democrazia in Italia o in Europa senza fare i conti con l’euro e senza assumere una posizione chiara in merito. Né è possibile procrastinare un tale chiarimento perché i dati ci dicono che quella in corso è la crisi economica più grave dal ’29, se non dall’unificazione d’Italia.

Nel 2013 il Pil italiano è risultato inferiore del 7 per cento rispetto al 2007, ultimo anno pre-crisi1. L’indice della produzione industriale, fatto 100 nel 2007, è risultato ancora a quota 75 nel 2013. Eppure, a sei anni dall’inizio delle crisi precedenti, negli anni ’70 e ’90, l’indice era risalito rispettivamente a 105 e a 120 punti rispetto all’indice 100 del rispettivo anno pre-crisi2. Secondo l’ufficio studi di Confindustria, il nostro Paese ha già distrutto un quinto della sua capacità manifatturiera3. Intanto, tra 2001 e 2011 gli addetti alla manifattura sono diminuiti di quasi un milione di unità, pari al -20 per cento4. La perdita di capacità manifatturiera è grave per un Paese come l’Italia che ha un’economia di trasformazione.

Leonardo Mazzei: Ecco svelato l'imbroglio del DEF

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Ecco svelato l'imbroglio del DEF

di Leonardo Mazzei

Al liceo "Dante" i compagni lo chiamavano «il bomba». Soprannome azzeccato come pochi. Certo, presentando il Documento di economia e finanza (DEF), il bomba ha dovuto darsi una calmata: niente slide, né sforature dei vincoli europei, ma tuttavia tante balle da far impallidire perfino il ricordo delle performance del suo amico barzellettiere.

Ha torto perciò Massimo Giannini (La Repubblica del 9 aprile) nel ritenere che l'imbonitore fiorentino stia tornando nel «mondo reale». Non ci sta tornando affatto, che le capacità illusionistiche sono il suo unico piatto forte. Se per una volta è apparso meno irreale del solito è solo perché l'imbroglio sta già tutto nel DEF e nelle sue cifre.

Ce ne occuperemo perciò nel dettaglio. Ma prima è necessaria una premessa: a Renzi oggi interessa solo e soltanto una cosa, il risultato che riuscirà a conseguire alle elezioni europee. Questo obiettivo viene prima di tutto, a questo obiettivo tutto è finalizzato. La sarabanda propagandistica è dunque destinata a continuare, con le mistificazioni populistiche su tagli, rottamazioni, costi della politica, semplificazioni, eccetera. Ma al Renzi populista dedicheremo un apposito articolo, qui ci interessa invece andare a vedere come le trovate propagandistiche del bomba vadano ad intrecciarsi con i vincoli europei. E da questo punto di vista il DEF è un buon banco di prova.

Nicola Villa: La congiura contro i giovani

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La congiura contro i giovani

Nicola Villa

La congiura contro i giovani è un libro radicale e importante che arriva dopo più di dieci anni di studi dal primo libro del suo autore, Il furto. La mercificazione dell'età giovanile (L'ancora del Mediterraneo 2000). Quello di Laffi è un libro radicale per l'estrema consapevolezza, più antropologica che sociologica, su quanto le regole del mercato abbiano mutato il nostro rapporto con le cose e con i consumi. La congiura contro i giovani, è vero, è un libro che capovolge – l'autore direbbe smaschera – il ritornello dei media, degli esperti e dei genitori sulla crisi dei giovani. La crisi è del mondo e della società degli adulti, il rifiuto dell'esperienza, delle menzogne e delle aspettative di questo mondo è una difesa legittima da parte dei giovani.

Per arrivare a demistificare quello che è definito l'ultimo "fotogramma" di una rinuncia a una vita autentica giovanile, Laffi ripercorre tutto il film già visto, dalla culla ai trent'anni, per scoprire che c'è una regia già decisa, una sceneggiatura già scritta che i giovani sono costretti a seguire. Il titolo di questo film potrebbe essere quello del prologo, "nascere in una società assurda", perché già da una nascita sempre più medicalizzata, in realtà anche prima nelle gravidanze dipendenti dalle macchine, il neonato è pedinato da pediatri e medici, è controllato da concetti arbitrari quali norma, media e percentile, è segnato dalla provenienza sociale. Nel nostro paese infatti, tra i più diseguali e con meno mobilità sociale d'Europa, statistiche Istat alla mano, è praticamente impossibile che il figlio di un operaio possa diventare medico o magistrato. L'"ossessivo regime di confronto" in cui è calato il bambino è con la norma, e la norma è il mercato.

Enrico Grazzini: Euro, diamo la parola ai cittadini

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Euro, diamo la parola ai cittadini

di Enrico Grazzini

Sì, lo confesso, sono un euroscettico, anzi di più, sono euro-contro, ma sono anche antifascista e di sinistra. Sì lo confesso: voto lista Tsipras ma sono anche per recuperare la sovranità nazionale per contrastare questa Europa anti-democratica e oppressiva.

Lo stato nazionale non è un ferrovecchio da buttare come suggerisce l'ideologia liberista della globalizzazione. Infatti solo nelle loro nazioni (e certamente non nell'Unione Europea) i popoli riescono a esercitare la democrazia. La democrazia nazionale è nata con decenni di lotte popolari e ha realizzato lo stato sociale. Non buttiamola via, come vorrebbe la destra liberista europea e italiana; difendiamola. Recuperare la sovranità nazionale non significa rincorrere lo sciovinismo nazionalista e xenofobo di Marine Le Pen, o sognare di riscattare improbabili glorie del passato: al contrario, indire dei referendum nazionali su euro e fiscal compact significa decidere per un futuro migliore.

Confesso: sono contro questa Europa che agisce in nome e per conto di una finanza malata e delle banche sovranazionali “troppo grandi per fallire” (ma che sono in grado di fare fallire gli stati più deboli).

Bruno Montanari: Come si configura oggi il potere?

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Come si configura oggi il potere?

di Bruno Montanari

I profondi rivolgimenti che hanno investito l’età contemporanea hanno recato con sé anche la trasformazione del lessico politico-giuridico più tradizionale.  La sequenza territorio – ordine – sistema è stata sostituita da quella di globalità – complessità – equilibrio. All’immagine piramidale del potere si sostituisce quella della rete, trama orizzontale e senza confini, determinata dalla forza dei suoi nodi

1. Il comune cittadino, italiano e non solo, è quotidianamente sommerso da una cascata di notizie, che, per intensità di conseguenze, talora solo potenziali, appare somigliare ad un vero e proprio bombardamento. E del bombardamento, questo affluire incessante di notizie – eventi produce i suoi effetti più scontati: macerie.

Tra le macerie c’è chi continua a vivere e chi muore; nella esperienza che investe l’attuale ambiente sociale ciò che appare esser morto è l’idea stessa di società, di opinione pubblica, di diritto, di ordinamento giuridico, di legittimità istituzionale. Appaiono essere morte, cioè, quelle figure concettuali attraverso le quali il pensiero politico della “modernità” aveva stabilizzato la relazione tra gli uomini e il potere, imprimendo all’interpretazione di quest’ultimo una direzione sempre più “funzionale”, sostituendo via via gli aspetti “padronali”. Contemporaneamente, a supporto di una tale direzione, era emerso forte il consolidarsi di una idea di società come “opinione pubblica”, con la quale chi detiene il potere deve fare i conti[1].

Il Novecento, proprio nella sua “brevità”, è segnato da questo movimento di forte interazione tra potere e società, che trova la sua manifestazione, ora pacifica ora tragicamente conflittuale, nelle vicende politiche del secolo e nelle relative manifestazioni giuridico – ordinamentali.

Elisabetta Teghil: Tumore, metastasi, cellule metastatiche…

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Tumore, metastasi, cellule metastasiche…

di Elisabetta Teghil

La lettura corrente presenta Renzi come un bamboccione , un esperto della comunicazione, un gran imbonitore che racconta bugie e fa false promesse e, magari, un Berlusconi in sedicesimo.

Una lettura riduttiva che non va al cuore del problema.

Non si spiegherebbe, altrimenti, come avrebbe fatto a vincere le primarie del partito e a diventarne segretario nonostante dovesse battere la corrente che fa capo al padre padrone del PD, cioè senza giri di parole, a D’Alema.

Quest’ultimo gli aveva ricordato con un linguaggio cifrato che avrebbe potuto farsi male, ma lui ha fatto spallucce ed è andato per la sua strada.

Questo perché Renzi è l’uomo di fiducia di quelli che genericamente si chiamano poteri forti ma che dovrebbero essere chiamati multinazionali anglo-americane.

Questa sì che è la vera anomalia italiana: il partito di riferimento delle multinazionali anglo-americane, per quanto abbia dalla sua media, finanza, iper-borghesia, Servizi e chi più ne ha più ne metta, non riesce a trasformare questa situazione di forza in un successo elettorale.

Marco Revelli: L’argomento di Callicle

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L’argomento di Callicle

Marco Revelli

Contro i professori. Il fascino cupo del carisma ritorna, come extrema ratio, e contrappone l’Azione al Pensiero, il Demiurgo al Riflessivo, il Fare al Pensare. Dall’intellettuale dei miei stivali di craxiana memoria al renzismo di oggi. Un po’ Craxi, un Po’ Berlusconi, con la velocità del prestigiatore

«Certo, Socrate, la filo­so­fia è un’amabile cosa, pur­ché uno vi si dedi­chi, con misura, in gio­vane età; ma se uno vi passi più tempo del dovuto, allora essa diventa rovina degli uomini», tanto più se s’intende ammi­ni­strare la città.

Così dice Cal­li­cle nel Gor­gia, il dia­logo pla­to­nico dedi­cato alla Reto­rica, e aggiunge che «chi si attar­dasse più tempo del dovuto» su quel sapere astratto, e pre­ten­desse di dir la pro­pria sulle cose della Polis, fini­rebbe per infa­sti­dire e intral­ciare, per­ché ine­sperto delle “cose del mondo”: degli “affari” pri­vati e pub­blici, «dei costumi degli uomini nor­mali», tanto da «ren­dersi ridi­colo allo stesso modo in cui si ren­dono ridi­coli i poli­tici quando s’intromettono nelle vostre dispute e nei vostri astrusi ragio­na­menti». E’, il suo, il primo esem­pio – un arche­tipo – di quel disprezzo per la cono­scenza e per i“sapienti” (per gli intel­let­tuali, appunto) che ritor­nerà infi­nite volte nelle zone gri­gie della storia.

Su chi fosse Cal­li­cle si hanno poche infor­ma­zioni. Com­pare come una meteora in quest’unico dia­logo, e poi scom­pare. Di lui si sa solo che era un gio­vane (più gio­vane di Socrate e anche di Pla­tone) molto ambi­zioso. Che mili­tava nel par­tito oli­gar­chico. E che era un sofi­sta nel senso prag­ma­tico del ter­mine, cioè un fau­tore di quell’intreccio tra sapere e affari che si pra­ti­cava nella scuola di Gor­gia (sorta di Cepu dell’età clas­sica), e di quell’idea della Reto­rica come arte della per­sua­sione altrui che teo­riz­zava il pri­mato del Discorso sulla Giu­sti­zia, sfor­nando schiere di pri­mi­ge­nii Ghe­dini ate­niesi.

Lanfranco Turci: C’era una volta il riformismo emiliano

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C’era una volta il riformismo emiliano

Un bilancio critico

di Lanfranco Turci

L’esperienza di governo del Pci emiliano del dopoguerra – una socialdemocrazia pragmatica e inconsapevole – ha prodotto frutti eccezionali in termini di benessere, qualità della vita, dinamismo economico e coesione sociale. Ma con la progressiva egemonia del pensiero neoliberale sulla sinistra emiliana e nazionale, questo modello è entrato sempre più in crisi. E oggi è ormai soltanto un lontano fantasma del passato

Premetto per onestà intellettuale verso i lettori di questa nota che essa si conclude esplicitamente con una critica (e per quanto mi riguarda anche un’autocritica) dura ed esplicita della sinistra emiliana e nazionale attuale e di ciò che è stata la vicenda dell’evoluzione dell’eredità del Pci fino al suo esaurirsi sfinito e irriconoscibile nell’attuale PD. Questa fase di trasformazione post- Bolognina è stato anche il tema delle tormentate riflessioni di Giuseppe Gavioli dal ’90 in poi. Trasformazione che Gavioli avrebbe voluto in direzione della cultura della sostenibilità e del New Deal ambientale. Ma quei temi e quegli anni sono già oltre la fase dell’Emilia Rossa e del riformismo del Pci che è l’oggetto di questa relazione.


Riformismo e Emilia rossa

Credo pertanto che si debba subito precisare che per riformismo emiliano qui ci riferiamo a una esperienza strettamente riferita all’Emilia rossa, a quello che è stata l’esperienza di egemonia politica e di governo del Pci emiliano del dopoguerra.

Piero Pagliani: Europa, chi?

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Europa, chi?

di Piero Pagliani

1. L’Europa al passaggio di fase della crisi sistemica

Il dibattito riguardo l’Euro e l'Europa non può essere avulso dalle ipotesi di evoluzione della coppia finanziarizzazione-globalizzazione e quindi dallo stato delle condizioni sistemiche mondiali. In secondo luogo non può essere scisso dall’analisi delle attuali caratteristiche economiche, lavorative, culturali e politiche delle classi (caratteristiche quindi sia “strutturali” sia “sovrastrutturali”, per usare una comoda ma a volte fuorviante classificazione). Solo in questo modo si possono analizzare le opzioni sull’Europa in base ai tre criteri minimi con cui dovrebbero essere valutate: la loro ricaduta sull’interesse nazionale, quella sull’interesse di classe e la loro praticabilità politica.

Nel mio libro on-line “ Al cuore della Terra e ritorno ” ho avanzato l’ipotesi che la prossima stagione della crisi sistemica sarà caratterizzata da un processo di definanziarizzazione e deglobalizzazione, o più precisamente di revisione del circolo finanziarizzazione-globalizzazione come si è imposto dal Volcker shock del 1979 in poi. Come ogni ipotesi deve essere continuamente rivista alla luce delle crescenti convulsioni della crisi.

Molto schematicamente, essa deriva dalla teoria del valore di Marx.

Seymour M. Hersh: Siria, i segreti della guerra chimica

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Siria, i segreti della guerra chimica

di Seymour M. Hersh

Dopo l’attacco chimico a Damasco, l’agosto scorso, Obama stava per lanciare un raid aereo alleato contro la Siria, come punizione per avere infranto la “linea rossa” sull’uso delle armi chimiche. Poi, di colpo, il raid fu sottoposto all’approvazione del Congresso, infine annullato dopo la rinuncia di Assad all’arsenale chimico, concordata dalla Russia. Perché Obama s’è tirato indietro? I militari Usa erano convinti che la guerra fosse ingiustificata e potenzialmente disastrosa.

Il ripensamento di Obama si fonda sulle analisi condotte nel laboratorio della Difesa britannica su un campione di sarin usato nell’attacco del 21 agosto. Il campione non corrispondeva ai lotti dell’arsenale chimico siriano noto. L’accusa contro la Siria non reggeva, fu informato lo Stato maggiore Usa. Da mesi i militari e l’Intelligence osservavano con preoccupazione l’ingerenza dei Paesi confinanti, in particolare della Turchia, nella guerra siriana. Che il premier Erdogan sostenesse il Fronte al-Nusra, una fazione jihadista dell’opposizione, e altri gruppi islamisti, era noto. «Sapevamo che alcuni nel governo turco credevano di prendere Assad per le palle, inscenando un attacco col sarin in Siria», dice un ex alto funzionario della Intelligence Usa, aggiornato sui dati attuali. «Così avrebbero costretto Obama a intervenire, memore della “linea rossa”».

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