Luca Michelini: Del "nazionalismo economico" di Giulio Tremonti
Venerdì 18 Maggio 2012 13:26
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Del "nazionalismo economico" di Giulio Tremonti
di Luca Michelini
1. Considero il “liberismo di sinistra”, ovvero l’ideologia post-comunista che in Italia ha innervato la costruzione del Partito democratico, una pseudocultura, per altro del tutto inadeguata a capire e ad affrontare la crisi epocale in corso, anche perché corresponsabile della stessa crisi[1]: è perciò naturale che il testo di Tremonti, La paura e la speranza (Mondadori 2008), mi fosse risultato simpatico.
Avevo abboccato, insomma. Vi avevo scorto un barlume di tentativo di uscire dalle strettoie di una prassi e di una cultura liberista che è sempre stata strumento del dominio che, di volta in volta, il paese capitalisticamente piú avanzato (pervaso da varie forme di “capitalismo di Stato”, che Tremonti poneva in luce: p. 48) ha tentato di imporre al resto del mondo in nome delle ragioni del liberismo[2]. Un dominio ricco di opportunità per i dominati, ma anche di insidie destabilizzanti, sul piano economico, sociale e democratico. Mi incuriosiva che certi ragionamenti uscissero dalla cerchia dei settarismi nostalgici dell’attuale sinistra extraparlamentare e del bonapartismo giacobino postcomunista, passando in pasto all’elettore medio di centrodestra e, probabilmente, anche di centrosinistra. Ché in Italia viviamo, ancora nel 2012 cioè a diverso tempo dall’inizio della crisi, il paradosso (che Tremonti intuisce, perché non inacidito da becero anticomunismo) che il dibattito pro o contro Keynes e pro o contro l’intervento pubblico è affidato alle “tesi congressuali” di Rifondazione comunista[3], mentre le altre forze politiche spesso parlano di tutt’altro. Basti dire che nel Pd i cosiddetti liberal (Veltroni), che hanno letteralmente regalato il governo del paese a un Berlusconi boccheggiante[4] e che in un qualsiasi partito “normale” sarebbero spediti a leccare i francobolli, concentrano il fuoco, fedelissimi adepti del deflazionista Monti, sulle timidissime aperture “socialdemocratiche” di avverse correnti di partito vagamente memori delle lezioni della storia[5].
Del resto i maggiori quotidiani italiani – «Corriere della sera» e «La Repubblica» – e le maggiori case editrici – «il Mulino», a cui è stato affidato il monopolio legale della conoscenza dalle “riforme” (sic!) universitarie –, continuano a propinare imperterriti gli articoli dell’Adam Smith Society[6] e dei nostrani “liberisti di sinistra” [7], nonché filosofie della storia che hanno in uggia la “socialdemocrazia cattocomunista” e la Costituzione[8], e lezioni di anticorporativismo sindacale che cercano di convincere i disoccupati e gli eterni precari che la loro condizione dipende dall’esistenza del famigerato art. 18 dello Statuto dei lavoratori[9].
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Maurizio Lazzarato: Sovvertire la macchina del debito infinito
Mercoledì 16 Maggio 2012 09:41
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Sovvertire la macchina del debito infinito
Intervista a Maurizio Lazzarato*
Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.
Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?
Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.
È un rapporto di potere che invece di partire dall’eguaglianza dello scambio, parte dall’ineguaglianza della relazione creditore-debitore, che è immediatamente sociale: l’economia del debito non fa distinzione tra salariati e non-salariati, tra occupato e disoccupato, tra lavoro materiale e immateriale, siamo tutti indebitati. Nello stesso tempo è una dimensione immediatamente mondiale, che agisce e comanda trasversalmente alle divisioni tra paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti. Il credito/debito è stata l’arma fondamentale della strategia capitalistica dopo gli anni ’70, che ha spiazzato completamente il terreno della lotta di classe sul livello sociale e mondiale, col quale attualmente abbiamo ancora difficoltà a confrontarci.
Vorrei riprendere un argomento che non ho utilizzato nel libro perché viene da quel grande reazionario che è Carl Schmitt e che comprende il problema della proprietà. Il ragionamento mi è stato molto utile per pensare il potere della moneta, anche se Schmitt non parla di quest’ultima. Ogni ordinamento politico-economico è costruito e organizzato a partire da tre principi che sono tre diversi significati della parola “nomos”. Questi stessi tre principi sono alla base dell’economia del credito/debito.
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Maurizio Lazzarato: La svolta autoritaria del neoliberismo
Lunedì 16 Aprile 2012 12:07
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La svolta autoritaria del neoliberismo*
Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario
di Maurizio Lazzarato
L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato. K. Marx, Le lotte di classe in Francia
L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte. Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005
Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.
Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.
Ma al colmo del ridicolo stanno probabilmente i media. L’«informazione» dei telegiornali e i talk-show ci spiegano che «la crisi è colpa vostra, perché andate troppo presto in pensione, perché spendete troppo in cure mediche, perché non lavorate così a lungo e così bene come si dovrebbe, perché non siete abbastanza flessibili, perché consumate troppo.
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Rodolfo Ricci: Vogliono ammazzarci tutti?
Sabato 14 Aprile 2012 14:38
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 Vogliono ammazzarci tutti?
di Rodolfo Ricci
Ci propongono un olocausto grauale, una “morte lenta”: bisogna cacciarli via nel migliore dei modi possibili
 L’11 Aprile ultimo scorso, un dispaccio dell’FMI ha chiarito, oltre alla certificazione della recessione e a vari ammonimenti sull’instabilità globale, che la vera spada di Damocle che pende sulla testa del mondo è costituita dall’eccessiva longevità degli anziani nell’Occidente sviluppato. In pratica, l’età media della popolazione, europea in particolare, sta mettendo a serio rischio la sostenibilità del welfare (quindi dei conti pubblici, quindi della finanza mondiale) e dunque bisogna correre ai ripari: non, come il buon senso ci indurrebbe a pensare, reperendo nuove risorse per il rafforzamento dei modelli di welfare, ma, al contrario, legiferando misure che riducano le prestazioni sociali; in tal modo, l’allungamento della vita nell’occidente, sarebbe contrastato con l’allontanamento progressivo dell’età pensionabile, con la diminuzione degli importi pensionistici, insomma con tutta una serie di norme che, strada facendo, consentano di riportare la vita media sotto standard accettabili: assolutamente non oltre gli 80 anni, così pare di capire.
Ho ascoltato la notizia per radio, mentre tornavo dal lavoro, all’interno di una trasmissione radiofonica della sera, “ Tornando a casa”, diretta da una cortese conduttrice, Enrica Bonaccorti, ben nota al pubblico italiano, la quale, complice il suo avvicinarsi alla terza età, non ha resistito e ha sbottato: “ Ma che vogliono? ammazzarci tutti?”
In effetti le argomentazioni fornite dall’ FMI, a prescindere dallo scontato suggerimento “tecnico” di demandare la protezione sociale sempre più i “mercati” e sempre meno al pubblico (parte sostanziale del suo ricettario già fallito miseramente dall’Argentina agli USA e che ha lasciato sul lastrico decine di milioni di pensionati), stimola ben altre riflessioni: gli anziani, come i bambini, gli handicappati, i malati cronici, insomma tutti coloro che sono fuori o ai margini dell’attività lavorativa, costituiscono un vero e proprio peso, la cui sostenibilità, all’interno dei parametri del pensiero unico, è in contraddizione, anzi in opposizione, con gli elementi di competitività e profitto sistemico.
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Giovanna Cracco: Privatizzazioni: il sabba della finanza
Venerdì 13 Aprile 2012 16:29
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 Privatizzazioni: il sabba della finanza
di Giovanna Cracco
 Particolarmente attivo su tutti i palcoscenici mediatici e finanziari, Mario Monti non si è fatto mancare la visita alla sede di Piazza Affari a Milano, il 20 febbraio scorso. Nell’occasione ha buttato lì un’affermazione apparentemente banale, dato lo scenario nel quale veniva pronunciata, in realtà estremamente significativa. La Borsa italiana “è una ricchezza del nostro sistema” ha detto Monti, ma “il numero delle società quotate è inferiore rispetto alle altre realtà europee”, e questo è un problema poiché “una Borsa con un numero più alto di imprese quotate può dare un contributo fondamentale per la crescita”.
Le questioni implicite nella dichiarazione – per i non addetti al lavoro, ché per gli specialisti sono al contrario estremamente esplicite – sono due. Innanzitutto, il legame tra la crescita economica di un Paese e il suo mercato finanziario. Dall’avvento del neoliberismo, da ormai un ventennio, quindi, i tassi economici di uno Stato sono solo marginalmente la rappresentazione della sua economia reale: è il settore finanziario a spingere il Pil, con tutto quel che ne consegue in termini negativi per l’occupazione lavorativa. Il “Rapporto sul mondo del lavoro 2011” pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) – un’organizzazione Onu, e dunque non certo ideologicamente a sinistra – evidenzia che “fra il 2000 e il 2009, la quota degli utili sul Pil è aumentata nell’83% dei Paesi analizzati. Tuttavia, durante lo stesso periodo, gli investimenti produttivi sono stagnanti a livello globale. Nei Paesi avanzati, la crescita degli utili delle imprese, escluse le società finanziarie, si è tradotta in un aumento sostanziale dei dividendi distribuiti (dal 29% degli utili nel 2000 al 36% nel 2009) e degli investimenti finanziari (dal 81,2% del Pil nel 1995 al 132,2% nel 2007)”. Le imprese dunque staccano dividendi agli azionisti anziché reinvestire i profitti nella produzione, e contemporaneamente spostano gli investimenti dal processo produttivo al mercato finanziario – viene dunque da chiedersi se i profitti derivino dalla produzione o dai giochi in Borsa.
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François Chesnais: I debiti illegittimi
Mercoledì 14 Marzo 2012 15:47
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I debiti illegittimi
Intervista a François Chesnais*
François Chesnais, professore associato di economia all’Università di Paris 13, ha un lungo passato di studioso e militante. È stato membro del partito trozkista e ha partecipato alla nascita, nel 2009, del Nuovo Partito Anticapitalista. È redattore della rivista marxista “Carré Rouge” e consigliere scientifico di ATTAC. Nell’ambito della sinistra radicale francese, Chesnais sollecita una visione il più possibile internazionale della crisi politica e sostiene la necessità d’integrare questione sociale e questione ecologica. I suoi diversi studi sulla mondializzazione si accompagnano a una grande attenzione per i movimenti antisistemici. È in quest’ottica che è opportuno leggere il suo ultimo libro Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, uscito in Francia nel 2011 e tempestivamente tradotto da “DeriveApprodi”. Chesnais non si limita a realizzare un’ennesima analisi della crisi del debito europeo, ma offre uno strumento di prassi politica, elaborando il concetto di “debito illegittimo” e di indagine da parte di comitati cittadini sulla natura del debito pubblico. Sappiamo come, anche in Italia, questi temi siano all’ordine del giorno, grazie al lavoro di economisti come Andrea Fumagalli e alla campagna lanciata da Guido Viale sul “manifesto” a fine dicembre. La campagna internazionale contro il debito illegittimo, promossa dal Forum sociale mondiale di Nairobi nel 2007, è diventata nel frattempo una questione politica cruciale non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per gli ex-opulenti paesi del Nord. Per Chesnais, quindi, questa fase della crisi presenta anche un’opportunità per ricondurre una serie di lotte locali e nazionali ad un fronte comune, capace di attraversare il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.
Vorrei riprendere una riflessione fatta da molti commentatori nel corso di questo periodo: mi riferisco ad esempio all’editoriale di Serge Halimi su «Le Monde Diplomatique» che sintetizza il problema: mentre il capitalismo attraversa la peggior crisi dal 1930, mentre le politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni hanno chiaramente mostrato i loro fallimenti, perché i partiti delle sinistre europee «appaiono muti e imbarazzati» e l’offensiva spetta ancora una volta alle soluzioni della destra: austerità, rigore e azzeramento del Welfare?
Penso che ci sia stato un salto epocale: in un arco di trent’anni abbiamo visto la morte del vecchio movimento operaio con i suoi partiti e i suoi sindacati, con le sue illusioni e le sue menzogne, tanto sul fronte dell’Urss e dello stalinismo quanto su quello della socialdemocrazia, e a dire il vero non ci sono più partiti di sinistra. Si continua a usare questa parola per convenienza e per nostalgia.
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Luciano Gallino: Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo
Domenica 19 Febbraio 2012 09:39
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Tutti gli esuberi del finanzcapitalismo
Giuliano Battiston intervista Luciano Gallino
Pubblichiamo l'intervista a Luciano Gallino apparsa nello speciale sulla Fiom “Democrazia al lavoro”, a cura del manifesto e di Sbilanciamoci, scaricabile da questo sito (vedi link qui sotto)
Nel suo ultimo libro, Finanzcapitalismo, analizza la trasformazione del passato capitalismo produttivo nell’attuale capitalismo dei mercati finanziari. Una trasformazione durante la quale come nuovo criterio guida dell’azione economica viene adottata la massimizzazione del valore per l’azionista. In che termini questo paradigma ha dato vita a una nuova concezione dell’impresa, favorendone quell’irresponsabilità da lei già criticata ne L’impresa irresponsabile?
La concezione dell’impresa è stata trasformata con grande rapidità, non solo sul piano teorico ma anche nella pratica della gestione e del governo delle imprese, soprattutto dopo gli anni Ottanta del Novecento, quando si è passati da una concezione che potremmo definire istituzionale dell’impresa – per cui essa è o dovrebbe essere un insieme di complessi rapporti sociali tra proprietari, dirigenti, dipendenti, fornitori, comunità locali – a una concezione prevalentemente contrattualistica. Secondo quest’ultima concezione, l’impresa viene intesa come un fascio, un insieme di contratti – stipulati con tutti gli attori che concorrono a vario titolo alla produzione – che hanno una precisa data di scadenza e che possono essere, quali più quali meno, rescissi in ogni momento. Si tratta di una delle manifestazioni della flessibilità che il capitale richiede, anzitutto per se stesso, affinché possa sempre arrivare là dove i rendimenti sono maggiori: dal momento che l’impresa non è nient’altro che un fascio di contratti, se una determinata parte contraente non soddisfa più certe esigenze di rendimento, quel contratto può essere eliminato e sostituito con un altro. Questo vuol dire inoltre che le imprese, perlomeno la maggior parte di esse, non hanno più alcun interesse ad essere localizzate in un determinato luogo, città o paese, e che la componente finanziaria diventa predominante anche nell’organizzazione, perché ciò che conta è il rendimento collegato al contratto.
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Alberto Rabilotta: L’ossimoro dei “mercati autoregolatori”
Martedì 14 Febbraio 2012 08:17
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L’ossimoro dei “mercati autoregolatori”
di Alberto Rabilotta*
Ossimoro, nel Dizionario della Lingua Spagnola, significa “combinazione nella stessa struttura sintattica di due parole o espressioni di significato opposto, che da vita ad un nuovo significato: ad es.. rumoroso silenzio”. Un altro esempio (che non figura nel dizionario) è l’espressione “mercati autoregolati”, cioè il sistema neoliberista che per sopravvivere “esige regolarmente l’intervento e la azione coercitiva dello Stato”.
Il Consenso di Bruxelles, come prima il Consenso di Washington
Dal Vertice dell’Unione Europea (UE) che ha avuto luogo a Bruxelles lo scorso 30 gennaio, è uscito un Trattato sulla Stabilità, la Coordinazione e la Governance nell’Unione Economica e Monetaria che, su insistenza della Germania – come segnala il giornale britannico The Guardian – trasforma la Commissione Europea (CE) in un organismo “scrutatore” dei bilanci statali che d’ora in poi verranno redatti dai paesi membri della UE, e la Corte di Giustizia Europea (CGE) nell’istituzione che applicherà il “rigore fiscale” nella zona euro (ZE).
Per dirla più chiara: questo Trattato (che non fa parte dei Trattati della ZE per evitare il processo di ratifica e permette che esso entri in vigore con l’appoggio soltanto di 12 dei 27 paesi della UE) trasforma la CE nell’istanza sovranazionale che deciderà – al posto dei parlamenti – la politica di spesa statale, e la CGE nella “polizia fiscale sovranazionale” che – tornando all’articolo del quotidiano britannico – “può applicare in modo quasi automatico” multe agli Stati che in modo continuo non si attengano alle nuove regole che rendono illegale il deficit fiscale. E il Trattato rende obbligatorio per il 17 paesi della UE – e per quelli che saranno accettati in futuro – l’adozione di legislazioni di emendamenti costituzionali obbligatori per “abolire il diritto dei governi a ricorrere ad eccessivi livelli di debito nazionale”.
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Daniela Ricci: Appropriazione indebita di una lingua e dissimulazione della realtà
Domenica 05 Febbraio 2012 14:30
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Appropriazione indebita di una lingua e dissimulazione della realtà
di Daniela Ricci*
 L’ideologia neoliberista in salsa italiana, nel tentativo di imporsi definitivamente come pensiero unico dominante, sta mettendo in atto una colossale opera di appropriazione indebita della lingua italiana, usando lo strumento linguistico a fini mistificatori.
“All’inizio era il verbo”, potremmo chiamare così questo sfacciato piano di mistificazione sostenuto dai media embedded al servizio delle elites finanziarie, che vuole“ribattezzare” le cose chiamandole non più con il loro nome, ma con vocaboli non pertinenti, proprio al fine di dissimularne la vera sostanza.
Servirsi delle parole per nascondere la realtà significa, di fatto, renderle un semplice involucro, atto a coprire una sostanza che spesso le contraddice. Il tutto per arrivare a propinarci anche l’inverosimile. E’ un vero e proprio sequestro del vocabolario italiano a fini di lucro, dove la posta in gioco è la salvezza di un sistema economico in crisi, quale è quello capitalistico, e degli enormi interessi economici e finanziari ad esso correlati.
Gli albori di questo processo di stravolgimento della nostra lingua furono ai tempi della “guerra umanitaria” in Kossovo , combattuta nel 1999, anche in nome del popolo italiano, nostro malgrado, proprio facendo leva su quell’ossimoro permanente che associa la guerra alla difesa dell’umanità e che consentì al governo D’Alema di aggirare l’articolo 11 della Costituzione, (“L’Italia ripudia la guerra”).
Nel 2001 e nel 2003 e’ stata poi la volta della “guerra preventiva”, dichiarata, anche in nome del popolo italiano, rispettivamente, contro Iraq ed Afghanistan, prima che “il nemico” (Saddam Hussein nel primo caso, Bin Laden, nel secondo) potesse nuocere all’Occidente.
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Paolo Ciofi: Il governo politico dei “mercati” nella versione austera del prof. Monti
Sabato 26 Novembre 2011 21:59
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 Il governo politico dei “mercati” nella versione austera del prof. Monti
Paolo Ciofi
 A Berlusconi, che gli chiedeva di fare il leader di un governo di centro-destra, il prof. Monti avrebbe risposto così: «i mercati vogliono le larghe intese» (Corriere della sera del 12 novembre). Poche parole che in modo folgorante chiariscono il senso della fase che stiamo vivendo: innanzitutto, perché il Cavaliere alla fine sia stato costretto a scendere da cavallo, e perché al suo posto sia asceso l'austero supertecnico eurobocconiano. Già da tempo i "mercati", come ha scritto più volte l'Economist, non si sentivano garantiti da un personaggio giudicato impresentabile, troppo permeabile alle spinte populiste del leghismo, del tutto inabile come uomo di Stato e di governo. E al momento della resa dei conti hanno preteso che il governo Monti raccogliesse in Parlamento il consenso bipartisan di berlusconiani e antiberlusconiani. Come a dire che quando il gioco si fa duro, l'alternanza di governo nei sistemi politici attuali, praticata dentro il perimetro dell'alta finanza che dispone di uomini e cose, comporta una comune chiamata alle armi.
E' la democrazia del «Senato virtuale» da tempo descritta da Noam Chomsky, altrimenti denominata dittatura del capitale, su cui nel Vecchio continente non si riflette a sufficienza. Ed è la lampante controprova che oggi nel nostro sdrucito stivale come in Grecia, in Europa e nel mondo, i cosiddetti mercati, vale a dire una cerchia assai ristretta di proprietari universali, in prevalenza banchieri e finanzieri, sono in grado di imporre le loro scelte a intere nazioni e a milioni di esseri umani.
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Marco Assennato: La competenza dei tecnici: note su finanza, democrazia e indignazione
Domenica 20 Novembre 2011 18:12
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La competenza dei tecnici: note su finanza, democrazia e indignazione
written by Marco Assennato
Libero mercato e democrazia.
La storia lunga della forma politica europea è arrivata al tramonto. Prendere parte, in questo crepuscolo, è necessario. Ne va delle parole di domani. Tutti i nodi dell’ultimo scorcio di secolo vengono al pettine. A guardare bene è una buona notizia. Dopo saranno tempi nuovi. Certo, il tramonto può far paura, sembra un abisso, un precipitare lento e inesorabile. Come tutti i passaggi radicali, originari. Ma questa è la partita. Radicale, originaria. Coincide e conferma l’idea, la geografia della crisi: prima la Grecia - impedita, fatto enorme, di procedere ad un referendum popolare, che per quanto inadeguato aveva il sapore d’un appello al popolo in ultima istanza, perchè dicesse, prendesse parola sul destino proprio - poi l’Italia, ex-repubblica parlamentare le cui funzioni sovrane a lungo maltrattate, vengono commissariate da tecnocrati già protagonisti della crisi in corso. E la prossima sarà la Francia.
La Francia, non la Spagna, né il Portogallo. Ma la Francia della rivoluzione borghese del 1789, quella di libertà, eguaglianza e fraternità. Il corpo maturo dell’impero finanziario transnazionale si disfa delle vecchie utopie. Demokratía, nasce in Grecia, come dispositivo che consente al dèmos di costruire un caleidoscopio di forme di vita pubblica che ruotano attorno ai concetti di libertà, uguaglianza, trasparenza. Fu a lungo un fantasma per i poteri pubblici, quest’ipotesi di kràtos del démos. Potere coercitivo del popolo sulla cosa pubblica. Tutta la teoria politica greca si è basata sulla necessità di dargli forma e così limitarlo, farlo coesistere con gli altri poteri. La Grecia, perciò, è stata culla delle costituzioni - dispositivi di legge che tentavano questo rigoroso esercizio della forma.
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Riccardo Petrella: Per una comunità europea dei beni comuni
Mercoledì 05 Ottobre 2011 15:21
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Per una comunità europea dei beni comuni
di Riccardo Petrella
 L’Europa è sulla via della disintegrazione. La via d’uscita è nella ricostruzione di una comunità fondata sui beni comuni – terra, aria, acqua, energia, lavoro – sottratti al mercato e affidati alla partecipazione democratica dei cittadini
Si può parlare di disintegrazione europea per una duplice ragione. Primo: la storia degli ultimi 30 anni (a partire dal 1971-73) in Europa è, in generale, la storia di una sempre più marcata regressione rispetto all’obiettivo dell’integrazione politica dell’Europa. Questa appare, nella testa delle attuali classi al potere, più lontana e impossibile di quanto lo fosse agli occhi degli europei di 60 anni fa. Secondo: la sottomissione voluta dai poteri forti dell’Unione europea al neo-totalitarismo capitalista ha disintegrato il tessuto sociale ed economico delle società europee. L’Europa è diventata un arcipelago di tante isole diverse, diseguali, internamente fratturate da forti ineguaglianze e sbattute da venti di esclusione verso l’esterno. Si potrebbe analizzare una terza ragione, la disintegrazione ecoambientale (rapporti esseri umani-natura), ma questa, per quanto estremamente importante per il divenire delle società, va ben al di là del contesto specificamente europeo.
La disintegrazione politica
Le classi dirigenti del secondo dopoguerra crearono nel 1951 la prima «comunità europea» (la Ceca, la comunità del carbone e dell’acciaio), dotata di poteri sovranazionali e mirante alla messa in comune di due risorse industriali chiave di grande importanza strategica per l’economia dell’epoca. In pochi anni, le speranze riposte nella Ceca, e poi nell’Euratom creata sei anni dopo, si infransero di fronte alla resistenza feroce dei poteri forti degli Stati membri (erano solo sei) i quali riuscirono – soprattutto la Francia e meno apertamente la Germania – a boicottare e far saltare de facto la sovranazionalità della Ceca e dell’Euratom.
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Franco Berardi "Bifo": Zapatero ha chinato la testa
Martedì 04 Ottobre 2011 12:30
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 Zapatero ha chinato la testa
written by Franco Berardi "Bifo"
 Che funzione svolgono i partiti della sinistra in Europa?
Il 20 Novembre si terranno le elezioni in Spagna, dopo che il governo a guida socialista ha deciso di rinunciare a condurre a termine la legislatura per le difficoltà di gestione della situazione economica, non prima però di avere avviato una politica di austerità aggressiva, che è già costata riduzioni di stipendio per i lavoratori pubblici, tagli alle diponibilità delle amministrazioni regionali, riduzione del finanziamento per i servizi sanitari, e soprattutto non prima di aver accettato la devastante logica antisociale imposta dalle autorità centrali europee.
Tra tutti i leader della sinistra europea Zapatero è stato quello che ha suscitato negli anni scorsi maggiori speranze. Eletto sull’onda di una mobilitazione popolare che aveva sconfitto la manovra di disinformazione montata da Aznar dopo l’attentato di Atocha, Zapatero aveva saputo in qualche modo essere all’altezza delle attese interpretando il rifiuto della guerra infinita di Bush cui Aznar aveva dato piena copertura politica, e portando a espressione legislativa il rinnovamento prodotto dalle culture gay e dalle culture femministe, iniziando sia pur timidamente un processo di allontanamento dello stato spagnolo dall’asfissiante presenza dei parassiti vaticani. Ma nel momento decisivo, quando si è trattato di esprimere una posizione autonoma sulla questione sociale, di fronte al diktat della classe finanziaria europea le attese sono state tradite.
Quando gli speculatori hanno preso di mira la Spagna, dopo avere attaccato in successione la Grecia l’Irlanda e il Portogallo, quando la classe finanziaria europea ha chiesto ai governi nazionali di piegarsi al ricatto finanziario, facendosi esecutori del progetto di distruzione dei sistemi pubblici, riduzione del salario, uno dopo l’altro i leader politici della sinistra europea hanno capitolato, e hanno accettato di divenire strumenti della più spaventosa rapina mai conosciutanei paesi europei.
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Nicola Casale: Crisi del neo-liberismo o del capitalismo?
Martedì 20 Settembre 2011 15:18
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di Nicola Casale
 Qualcuno già nutriva fiducia che la crisi fosse in via di risoluzione. Alcuni indici sembravano autorizzare la speranza. In particolare la crescita della produzione industriale, mai interrottasi nei “paesi emergenti”, dava segni di riavvio anche in Occidente (Germania e Usa in testa). L’estate, invece, è stata calda. Nuovo violento salto della crisi sul piano finanziario e scomparsa del trend positivo della produzione industriale.
La crisi finanziaria ha aggredito gli stati più esposti sul debito pubblico. Era prevedibile, dopo che, per salvare banche e finanza, s’erano accollati sui bilanci statali giganteschi debiti aggiuntivi (il “cerbero dei conti” Tremonti in tre anni ha incrementato il debito pubblico di 240 miliardi di euro. Dove son finiti se non nelle casse disastratissime delle banche?).
La crisi finanziaria e il rischio di default di qualche stato hanno ri-diffuso il germe della sfiducia ovunque e depresso di nuovo anche quei segnali positivi di timida ripresa della produzione.
Questi eventi dimostrano ulteriormente il carattere sistemico della crisi. Essa non dipende da politiche particolari (il neo-liberismo), corrette le quali il sistema possa tornare sulla strada di una nuova stabile e lunga crescita. Il fatto centrale è che nel mondo circola una massa enorme di capitale fittizio che esige la sua valorizzazione. Questo capitale è frutto degli effetti moltiplicatori dell’ingegneria finanziaria cui è stata lasciata, negli ultimi trent’anni, crescente libertà creativa, ma non solo di essa. Anzi, la creatività finanziaria si è affermata per dare risposta al problema esploso nella sfera della produzione: la sovrapproduzione. Le capacità produttive sparse per il mondo sono divenute pletoriche per il sistema.
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Luigi Vinci: Assiomatica liberista e convenienze di classe
Lunedì 19 Settembre 2011 11:27
amministratore
 Assiomatica liberista e convenienze di classe
Luigi Vinci
 La dottrina economica liberista nella versione della Scuola di Chicago, dominante da una trentina d’anni in Occidente (della quale, nonostante il fallimento sancito dalla crisi del 2008, dalla recessione che ne è seguita e soprattutto, direi, dalla lunga depressione che sta seguendo alla recessione, continuano a essere imbevuti i cervelli di ceti politici di governo, economisti di fama e operatori dell’informazione), si fonda su una serie di assiomi che pretende essere indiscutibili, assolutamente veri, e che i fatti si incaricano invece quotidianamente di mostrare che sono fasulli, producendo l’esatto contrario di ciò che vorrebbero. Valga l’esempio greco: non c’è giorno in cui qualche individuo, governante di qualche paese europeo, economista pluricattedrato, opinionista di fama pluristipendiato, burocrate o tecnocrate incontrollato alla testa dell’Unione Europea, non insista sulla necessità che la Grecia tagli il suo debito pubblico al ritmo che le è stato ferocemente imposto, non solo allo scopo di ottenere quei prestiti che le servono a evitare l’insolvenza dello stato, ma perché finalmente la sua economia riesca a crescere: mentre è di un’evidenza solare che sono questi tagli, massacrando la capacità di spesa della popolazione greca, la causa fondamentale della pesante recessione nella quale la Grecia è precipitata, della riproduzione allargata di condizioni di insolvenza dello stato, della quasi inevitabilità del suo fallimento dichiarato.
Esaminiamo qualche assioma. Il primo non può che essere quello che regge l’intera impalcatura del liberismo: il mercato come il “luogo” del processo economico che porterebbe, a meno sia disturbato dalla politica, all’ottimizzazione degli effetti di questo processo in sede di crescita economica, occupazione, remunerazione del lavoro, diffusione sociale del benessere. Compito dello stato sarebbe di limitarsi a fare da guardiano notturno e, se del caso, da pompiere delle cose dell’economia quando incidentalmente non tornino. In concreto si tratterebbe di operare interventi oculati in sede di quantità di moneta circolante e di tassi di interesse, nel momento in cui vengano a costituirsi situazioni di scarsità di fattori produttivi, spinte inflative, eventualmente crack di istituzioni finanziarie capitalistiche; inoltre in condizioni di caduta produttiva si tratterebbe, sostanzialmente, di lasciar correre.
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Alberto Burgio: Il capitale contro il lavoro
Mercoledì 17 Agosto 2011 16:43
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 Il capitale contro il lavoro
Alberto Burgio
Dalla guerra del capitale contro il lavoro si può uscire soltanto restituendo ai lavoratori reddito, risorse e diritti. Tutto il resto non fa che rafforzare la crisi, semplicemente perché è la crisi. Ma c'è qualcuno, tra i politici, che intenda davvero combatterla? Probabilmente no
 Bisogna resistere alla tentazione di risolvere tutto con la comoda spiegazione della follia. Dio acceca chi vuol perdere, si dice. Così si pretende di spiegare quanto sta accadendo in questi giorni, a cominciare dai principali snodi della crisi finanziaria mondiale. Ma ci si inganna.
Indubbiamente lo scenario è a dir poco paradossale. La ricchezza reale aumenta di anno in anno a dismisura. Mai come oggi il mondo è stato un «gigantesco ammasso di merci». La produttività dei mezzi di produzione è alle stelle. Mai la tecnologia è stata altrettanto sviluppata. Ma, invece di godere i frutti di questo progresso, il mondo «avanzato» si dibatte nella crisi. Registra il dilagare della disoccupazione e il drammatico impoverimento di masse crescenti. E sperimenta il panico, la rivolta, la depressione economica e psichica. Questo film corre sullo schermo globale da tre anni a questa parte, per limitarci a quest'ultima Grande crisi, esplosa negli Stati Uniti a seguito dell'insolvenza dei titolari di mutui e dei crediti facili al consumo. Ma nemmeno l'esperienza di questi tre anni pare avere aperto gli occhi alle classi dirigenti.
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Augusto Illuminati: Dieci divagazioni riottose
Sabato 13 Agosto 2011 19:07
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 Dieci divagazioni riottose
di Augusto Illuminati
 1. Non fidatevi dei predicatori di austerità, delle agenzie di rating, dei ministri al taglio. Stanno tutti covando le uova delle recessione, con faccia allegra o triste secondo l’entità del debito sovrano di loro pertinenza. Ma con l’identico risultato di strozzare lo sviluppo, accrescere la divaricazione fra chi ha e chi non ha, favorire la speculazione finanziaria. Un abbaglio colossale, che replica quello del 1929 pur in condizioni strutturali diverse, e che avrà per conseguenza un cambiamento internazionale di egemonia a favore delle potenze emergenti del Bric.
2. Della “discontinuità di governo, cioè della rimozione di Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. E’ la scusa ufficiale per mollare ogni difesa di classe a favore dell’unità della società civile nella cornice dello Stato tricolore. Agli estremi margini di un Occidente in declino. Sospettiamo che un nuovo governo più centrista e “presidenziale” farebbe ancora di peggio.
3. Di altrettanta molesta irrilevanza risulta la modifica all’art. 41 della Costituzione, che dovrebbe essere sostituito con una “fate quello che cazzo vi pare, se non è espressamente vietato” –ma allora meglio il “vietato vietare” di sessantottina memoria! Introdurre poi un obbligo costituzionale di pareggio del bilancio sembra inutile quanto assurdo, una resa causidica alla logica dell’indebitamento finanziario.
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Claudio Gnesutta: Oltre l'euro
Venerdì 12 Agosto 2011 19:34
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Oltre l'euro
Claudio Gnesutta
 "È altamente plausibile che, rimanendo al di fuori dell’area monetaria europea, il deterioramento sociale sarebbe stato ancora più rapido e incontrollato per il realizzarsi di uno scenario di inflazione-svalutazione esacerbata dalla pressione finanziaria internazionale"
“… il carattere mondiale dell’attuale rivoluzione liberale (…) costituisce infatti un’ulteriore prova che è in atto un processo fondamentale che detta un comune modello evolutivo per tutte le società umane, qualcosa come una storia universale che si muove in direzione della democrazia liberale (corsivo mio)”, così Fukuyama, plaudendo ai risultati sociali e politici del friedmanismo aggressivo, prospettava la fine della storia e le magnifiche condizioni dell’“ultimo uomo”.
Non sembri troppo avventata questa citazione per un tentativo di riflessione sulla domanda cruciale posta da Rossana Rossanda se “non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?” che ha dato l’avvio a questa discussione su Sbilanciamoci.info.
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Guglielmo Forges Davanzati: L’atto di fede dei seguaci dell’austerity
Domenica 10 Luglio 2011 22:19
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 L’atto di fede dei seguaci dell’austerity
di Guglielmo Forges Davanzati
I principali governi dei Paesi Ocse stanno cercando di uscire dalla crisi riducendo la tutela dei diritti dei lavoratori e le garanzie offerte dallo Stato sociale. Si stratta di soluzioni illusorie: la fiducia nella loro efficacia non è molto lontana da un atto di fede.
 Nessun Istituto di ricerca internazionale dispone, al momento, di una previsione ragionevolmente accettabile in ordine ai tempi di fuoriuscita dalla crisi, e le prescrizioni di politica economica sono estremamente discordanti. La linea attualmente prevalente si sostanzia nella riduzione dell’intervento pubblico in economia, e, in particolare, nella riduzione del debito pubblico.
La motivazione ufficiale a sostegno di questa opzione è la seguente. Livelli ‘eccessivi’ di indebitamento in rapporto al PIL possono generare ‘attacchi speculativi’, che, a loro volta, possono determinare il fallimento dei Paesi più esposti alla speculazione perché più indebitati. Questa interpretazione è suscettibile di un duplice rilievo critico.
Primo: la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce l’occupazione, contribuisce a frenare la crescita economica. In tal senso, e soprattutto quando gli investimenti privati non aumentano (come, di norma, accade in periodi di crisi), un minore intervento pubblico in economia si associa a una minore crescita economica. In più, se queste misure sono pensate per ridurre l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, si rivelano controproducenti, dal momento che – riducendosi l’occupazione – si riduce la base imponibile, dunque il gettito fiscale, accrescendo quel rapporto.
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Le “Considerazioni finali” ...e quelle preliminari - Appunti sull’ultimo documento di Bankitalia
Giovedì 30 Giugno 2011 17:17
amministratore
 Le “Considerazioni finali” ...e quelle preliminari
Appunti sull’ultimo documento di Bankitalia
In queste pagine vogliamo condividere alcune riflessioni tratte da alcune nostre riunioni, per provare a capire insieme quello che sta succedendo in Italia in questi ultimi mesi. Ovviamente si tratta solo di spunti, rapidi e imprecisi, e non di un quadro completo della situazione; di una ripresa e una verifica di alcuni “movimenti” che stiamo constatando da tempo a partire da un singolo “tassello” – che però è estremamente significativo.
Abbiamo infatti pensato di discutere le Considerazioni finali di Draghi (governatore della Banca d’Italia in scadenza di mandato, ora candidato presidente alla Banca Centrale Europea) presentate il 31 maggio 2011, perché nel suo intervento – già in “tempi normali” determinante per orientare il capitale ed il mondo politico, ma oggi decisivo per tutti gli attori sociali, che infatti lo hanno continuamente citato – molti aspetti della situazione economica e politica italiana sono sistematizzati ed esposti[1].
Quella di Draghi è una vera e propria analisi di fase dal punto di vista del capitale, che anche noi dovremmo sfruttare per prevedere il futuro, ed in qualche modo giocare di anticipo rispetto allo scenario che si sta delineando. Le sue Considerazioni finali sono insomma le nostre preliminari, e si potrebbe provare a recuperare molti di questi elementi inserendoli però in una lettura della situazione fatta da un punto di vista opposto. Per non combattere contro i fantasmi, o limitarsi ad agire di rimessa, come purtroppo spesso ci accade.
1. Ma perché vale la pena analizzare proprio le Considerazioni? Innanzitutto, anche se Draghi non va in profondità su molti aspetti, fa un quadro chiarissimo della situazione. Ogni parola è pesata, ha un valore, è un segnale per qualcuno. D'altronde ciò è connesso al ruolo ed all’autorità che Draghi interpreta. Bankitalia è forse l'istituzione che meglio rappresenta il capitalismo italiano, perché è quella meno condizionata politicamente. È infatti una necessità del capitalismo quella di dotarsi di strutture in qualche modo “indipendenti” rispetto alle dinamiche politiche di ricerca del consenso e agli interessi di “bottega”, che riesca magari a comporre su un livello più alto le pulsioni e le intenzioni dei singoli capitali[2]. In questo senso possiamo considerare che dalle banche centrali arrivino indicazioni “sincere”, “pure”: chiaramente sta a noi prendere questi elementi e svilupparli, calandoli nel contesto concreto e riscontrandoli nelle singole vicende che di volta in volta irrompono sulla scena come dal nulla (il caso Marchionne, la vicenda Geronzi, il caso FINCANTIERI etc).
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