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La "post-verità" è l'ultima battaglia della retroguardia della postmodernità neoliberista

Note sulla specificità storica delle congiunture ideologiche

di Daniel Späth

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È caratteristico di ciascuna variante della coscienza borghese che subito dopo aver avuto un ruolo egemone si mostri nuovamente superata dal processo storico della costituzione feticista del patriarcato produttore di merci. In questo modo, pertanto, le ideologie mostrano, senza eccezioni, di correggere analiticamente la forma della dissociazione-valore di una data costellazione storica, per poi giocarla contro l'altra epoca della relazione del capitale. Di conseguenza, anche il concetto borghese di critica si limita a questo campo immanente del conflitto, dato che la critica o si riferisce positivamente alla configurazione attuale della dissociazione-valore nel cui nome viene denunciata l'insufficienza delle epoche passate, oppure cerca di idealizzare il passato, a fronte della cui luminosità viene alla luce la decadenza del presente. Sia il quadro di riferimento dell'ideologia di modernizzazione che quello dell'ideologia di decadenza rimangono categorialmente bloccati nella positività della coscienza borghese, facendo sì che in tal modo il concetto stesso di critica venga ridotto ad un assurdo.

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La mutazione neoliberista

di Franco Berardi Bifo

unpaid internship 300x223Un paio di anni fa, l’anno precedente l’EXPO milanese per intenderci, insegnavo a Brera, e il mio corso era dedicato alle questioni della precarietà. Il tema dell’EXPO, e particolarmente del lavoro gratuito che veniva “offerto” ai giovani, era naturalmente al centro delle mie lezioni e delle discussioni in classe. A un certo punto un ragazzo cinese che aveva seguito il mio corso con attenzione, anche se aveva qualche difficoltà con la lingua (ma sai come fanno, mentre tu parli digitano sul cellulare una parola che non capiscono e poi fanno cenno di sì tra sé e sé) prese la parola e mi disse che lui aveva accettato la proposta dell’EXPO. Gli chiesi di spiegare le sue ragioni alla classe, e lui disse una cosa ragionevolissima. Mi disse che lui veniva da un villaggio vico a Shanghai e che la possibilità di “fare un’esperienza come quella” (si espresse proprio così) per lui era un’occasione da non perdere. Mi immedesimai in lui, pensai se a venti anni mi fosse capitato di ricevere dall’EXPO di Shanghai la proposta di lavorare gratis per un po’. Effettivamente per me si sarebbe trattato di un’esperienza talmente sbalorditiva che solo il mio occhiuto dogmatismo operaista avrebbe potuto trattenermi dall’accettare.

Scrive Sergio Bologna in Lavoro gratuito ed economia dell’evento: “A casa, disoccupato, tua madre ti tormenta, ti senti un diverso, mentre se lavori gratis sei normale. L’accettazione del lavoro gratuito dipende perciò anche dal fatto che c’è qualcosa che ricompensa più della retribuzione: la protezione dall’angoscia, dalla solitudine”.

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La nuova ragione del mondo, di Pierre Dardot e Christian Laval

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

di Militant

toro wall streetE’ un libro importante e contraddittorio questo opus magnum uscito nel 2009 in Francia e nel 2013 in Italia, tanto da diventare – come si legge nella quarta di copertina – “opera di riferimento nel dibattito internazionale” sul neoliberismo. E in effetti il corposo libro (500 pagine) si presenta come indagine sulla genealogia, le forme e i contenuti del liberismo dal XVIII secolo ad oggi, attraverso una vasta ricognizione delle principali linee teoriche che hanno ispirato l’attuale “ragione del mondo”, quella razionalità governamentale liberista (per usare il tipico lessico foucaultiano) che oggi dispone non solo i rapporti di produzione, ma la politica e la stessa antropologia dell’uomo contemporaneo. Nonostante gli autori scelgano un’impostazione rigidamente foucaultiana, l’opera riesce a far luce e a smascherare una serie di confusi cliché ideologici che ancora trovano spazio nel dibattito politico sulla natura del liberismo attuale. Primo e più deviante dei quali, quello sul ruolo dello Stato. Vulgata vuole che il liberismo, in una sorta di continuum storico-politico che va dall’800 ad oggi, miri costantemente al ridimensionamento delle funzioni dello Stato, riducendone gli spazi di manovra, puntando a quello Stato minimo di smithiana memoria oggi apparentemente imperante. Niente di più sbagliato, eppure in molti ancora credono alla favoletta dello Stato nazionale che scompare abbattuto dalla marea montante liberista. In realtà, e forse questo è lo specifico più rilevante dell’intera opera di Dardot e Laval:

effimera

Strike against the machine! Appunti sul presente

di Berlin Migrant Strikers

nazionalismoOuverture

“Dove c’è rivoluzione… c’è confusione… dove c’è confusione un uomo che sa ciò che vuole ci ha tutto da guadagnare.” (James Coburn in “Giù la testa” – 1971)

 “Tu… tu credi che io voglia derubarti? No… no, vedi… no! Non sono io il ladro. Non sono io che chiedo 85 cents per una Coca-Cola, sei tu il ladro! Io sto solo difendendo i miei diritti di consumatore, e riporto i prezzi al 1965…che te ne pare?!” (Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria  follia” – 1993)

I mesi appena trascorsi ci consegnano diversi fatti politici importanti che riguardano il conflitto capitale-lavoro, la produzione di soggettività e l’organizzazione delle lotte anticapitaliste. Fatti che si danno su una scala talmente ampia da meritare uno sforzo di lettura globale; fatti inoltre che parlano in modo così profondo delle trasformazioni presenti da diventare indizi utili a individuare un lavoro politico possibile.

Tra i diversi vogliamo in particolare soffermarci sullo sciopero in nero delle donne polacche che ha incendiato la prateria di un rinnovato conflitto di genere (dall’Argentina all’Italia, finanche negli USA), sullo sciopero dei lavoratori Foodora in Italia e Deliveroo a Londra (a cui seguono le nuove norme in UK contro Uber) ma anche le lotte dei portuali in Svezia e la firma dell’accordo sui magazzini nel settore della logistica in Italia che definisce un campo di battaglia nuovo e più avanzato in una lotta decennale (da confrontare con il deludente accordo dei sindacati confederali dei metalmeccanici).

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Sperimentare il comune

La democrazia e l'offensiva dell'oligarchia neoliberista

Pierre Dardot, Christian Laval

Pubblichiamo un estratto dal nuovo saggio di Dardot e Laval, «Guerra alla democrazia, L’offensiva dell’oligarchia neoliberista», in uscita in questi giorni per DeriveApprodi

03 Chiasmo 1 arteXeconomia 1973 28x21Fa buio. Nel secolo ancora non è mezzanotte, ma quello da poco nato sembra cominciare sotto cattivi auspici: il nazionalismo esacerbato, la xenofobia rivendicata con orgoglio, il fondamentalismo religioso che dichiara guerra, i cui volti più inquietanti assumono la forma di un desiderio di morte, fenomeni che ricordano gli orrori del secolo trascorso nei loro risvolti più tragici.

Nelle diverse varianti del neofascismo contemporaneo, si fanno giorno strane alleanze nelle quali la pressione capitalistica più sfrenata e più criminale si mischia a forme di irredentismo identitario tra le più variegate. La globalizzazione del neoliberismo, lungi dal partorire un mondo pacificato nel commercio, come pretendeva l’irenico Vangelo dei suoi predicatori, è il terreno fertile di uno scontro sanguinoso tra identità, che fa sembrare il fondamentalismo religioso e il fondamentalismo del mercato come due versioni complementari della reazione postmoderna.

Ritorno alle origini, ripiegamento sulla comunità di appartenenza, sottomissione assoluta alla trascendenza: la grande regressione che abbiamo davanti è portatrice di nuovi disastri, c’è da starne certi. La paralisi del pensiero di fronte alle forme più mortifere di questa regressione è tale da farci sembrare un’impresa titanica quella di aprire nuovi possibili, come affascinati dallo spettacolo del peggio. Ma non c’è altra scelta. Anzitutto, occorre guardare con lucidità la condizione alla quale siamo ridotti.

il rasoio di occam

Governare con la crisi

di Pierre Dardot e Christian Laval

Pierre Dardot e Christian Laval dopo la pubblicazione di La nuova ragione del mondo e Del comune pongono ora alla nostra attenzione Guerra alla democrazia, da poco uscito in italiano per DeriveApprodi. Qui ne pubblichiamo il primo capitolo, per gentile concessione della casa editrice, che ringraziamo

guerra democrazia copÈ una storia greca. Una storia che getta una luce singolarmente viva sul nostro presente. Più precisamente, è una commedia di Aristofane andata in scena nel 388 a.C. e intitolata Pluto. Colui che viene indicato con questo nome non è nient’altro che il dio della ricchezza e del denaro1. Che qui si presenta nelle sembianze di un vecchio coperto di stracci, accecato da Zeus, errante per le strade. Mentre in genere Pluto è raffigurato come un cieco, perché distribuisce ricchezza in funzione del caso, sui ricchi come sui poveri, il personaggio della commedia di Aristofane riserva le proprie buone azioni solo ai ricchi, preferendo tra questi truffatori e malfattori. Guarito della propria infermità dalle cure del dio Asclepio, a tutti promette abbondanza. Penia (la povertà) ha un bel da fare nell’obiettare che se i poveri diventassero ricchi, nessuno più lavorerebbe: la promessa della ricchezza universale ha comunque la meglio. Così si festeggia la guarigione di Pluto e la commedia si chiude con «un’apoteosi rovesciata»: una processione solenne si reca all’Acropoli, ritmata da una danza e illuminata dalle torce, per insediare Pluto nell’abside del tempio di Atena e della polis.

 

Oligarchia contro democrazia

Nel trionfo di Pluto la commedia rivela un vero e proprio «mondo a rovescio».

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La scomparsa della sinistra in Europa

Paolo Di Remigio

Il libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa (Imprimatur, 2016), rappresenta un contributo molto importante alla riflessione sul nostro tempo. Pubblichiamo una bella recensione di Paolo Di Remigio, e ci torneremo (M.B.)

arton4983Oltre alla straordinaria padronanza della materia, ciò che colpisce nella ‘Scomparsa della sinistra in Europa’ è la volontà dei suoi autori di conservare un tono pacato. Proprio per questo la storia che il libro racconta ha un effetto ancora più inquietante: è la storia degli ultimi quarant'anni, in cui la sinistra, la rappresentanza dei lavoratori, è diventata esecutrice di politiche economiche contro i lavoratori. I fautori della svolta neoliberale l'hanno scelta perché i lavoratori se ne fidavano; il suo nuovo protagonismo era lo strumento ideale per paralizzarne le reazioni. Così è stata la sinistra a far credere che la svolta verso la nuova politica economica, l'economia dal lato dell'offerta, avrebbe permesso il superamento della fase critica degli anni ’70 e avrebbe avviato l'economia mondiale verso una crescita stabile. L'economia dal lato dell'offerta non poteva fare però nulla di tutto questo.

Lo aveva dimostrato proprio il pensatore più importante della sinistra, Karl Marx, distinguendo tra mercato in generale (sistema mercantile semplice) e mercato capitalistico. Il mercato in generale è lo scambio di equivalenti tra proprietari privati, il mercato capitalistico mette insieme lo scambio di equivalenti tra proprietari e lo scambio ineguale tra capitalista e lavoratore.

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La matrice che ci imprigiona

di Alberto Micalizzi

matrixSiamo imprigionati all’interno di un quasi-mercato manipolato ed etero-diretto da conglomerate ed istituzioni finanziarie il cui obiettivo di fondo è di appropriarsi di risorse dell’economia reale, attualmente di proprietà degli Stati, delle famiglie e delle imprese (vedi mio articolo “Da modelli di sviluppo a meccanismi di appropriazione”).

Ma chi tira le fila di questo sistema? Chi sono i burattinai?

L’architrave del sistema poggia su poche grandi conglomerate definibili come “super-entità” per la forza d’urto, per la trasversalità settoriale e la transnazionalità della sfera d’azione. Tra queste, vale la pena citarne almeno quattro.

• BlackRock, posseduta principalmente da Merrill Lynch (al 49,8%), a sua volta posseduta da Barclays, State Street Corporation, Axa, Vanguard Group e altri. BlackRock gestisce direttamente oltre $5.000 miliardi di capitali, pari a quasi la metà del PIL di tutta l’Eurozona (!).

• The Vanguard Group Inc., posseduta per l’86% da hedge funds tra cui Price Associates, BlackRock e Credit Suisse, con $3.000 miliardi di capitali in gestione (il doppio del PIL italiano).

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Dopo il social-liberismo​

M. Palazzotto intervista Marco Veronese Passarella

liberalismoNegli ultimi decenni abbiamo assistito all’affermazione di quell'indirizzo politico ed economico, tipico del capitalismo contemporaneo, chiamato “neoliberismo”. Secondo il sentire comune questa fase ha influenzato in senso liberista le politiche economiche dei maggiori produttori al mondo. In realtà si può rilevare, soprattutto in ambito accademico, che la scuola di pensiero che ha influito di più sulle decisioni politiche non è proprio quella liberale: anzi se di pensiero dominante si può parlare, soprattutto nelle scienze economiche, quella che emerge di più è la cosiddetta scuola neo-keynesiana (di cui fanno parte, ad esempio, Blanchard, Krugman, Stiglitz, Mankiew, ecc.). In alcuni tuoi recenti lavori ti sei occupato del “New Consensus” ed in particolare dei modelli DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium). Ci potresti descrivere per sommi capi di cosa si tratta?

È una domanda che tocca molti aspetti critici. Provo ad elencarli e commentarli brevemente. Anzitutto, non darei per scontato che ciò che abbiamo osservato negli ultimi decenni sia interamente ascrivibile al “neoliberismo”. Al fronte neoliberista si è per anni contrapposto un fronte social-liberista, in certe fasi maggioritario, che accarezzava l’illusione di poter gestire la globalizzazione capitalistica ed i connessi processi di finanziarizzazione attraverso la lotta ai monopoli, l’estensione dei diritti civili ed alcune timide politiche redistributive, dato il doppio vincolo posto dal bilancio pubblico e dai conti esteri.

orizzonte48

Finita la sp€ndibilità della bufala della globalizzazione

Inizia la solfa del "protezionismo-brutto"

di Quarantotto

bad samaritansUna necessaria premessa introduttiva.

Trump, appena eletto, su domanda di un giornalista, indica, come futuro segretario del Treasury, Steven Mnuchin: questi ha lavorato per 17 anni a Goldman&Sachs, succedendo al padre in una carriera pluridecennale presso la stessa banca. Tra le esperienze lavorative di Mnuchin anche un periodo presso il Soros Fund Management, nonchè la produzione di film, anche importanti, come la serie X-men e Avatar. 

Secondo Zerohedge, l'alternativa a Mnuchin sarebbe il "JPMorgan CEO Jamie Dimon": sottolinea il blog che milioni di supporters di Trump sarebbero delusi da nomine del genere, e che "l'unica ragione per cui un banchiere diventa segretario del tesoro è quella di poter vendere tutte le proprie stock options, al momento di assumere la carica pubblica, senza dover pagare alcuna tassa".

Siano indicazioni fondate o meno, quel che è certo è che Trump non parrebbe, allo stato, disporre "delle risorse culturali" sufficienti per svolgere, anche solo in parte, un programma che include la reintroduzione del Glass-Steagall, la monetizzazione del debito (riacquistando quello già emesso), nonché il por fine alla stagione dei grandi trattati liberoscambisti.

E' pur vero che ove neppure tentasse di far ciò entrerebbe in conflitto con la base sociale (la working class) che lo ha eletto: ma, in compenso, come sottolinea Politico, si vedrebbe "riabilitato" da Wall Street e godrebbe di solidi appoggi bi-partisan nelle Camere.

Dunque, che sia lui il liquidatore del globalismo finanziario e il paladino del ritorno a economie nazionali meno aperte, rimane un punto interrogativo, una supposizione tutta da dimostrare.

appelloalpopolo

Foucault e il liberalismo

di Paolo Di Remigio

foucault muraleLa sinistra è stata colta di sorpresa dal neoliberalismo; anziché riconoscerlo come un programma criticabile, lo ha scambiato per una svolta storica già accaduta, a cui rassegnarsi, a cui anzi i suoi capi hanno prestato i propri servizi in modo da averne la piccola ricompensa. Il grande merito delle lezioni del 1978-79 di Michel Foucault al Collège de France[1] è di avere colto la natura di programma del neoliberalismo, rintracciandone la doppia radice nell’ordo-liberalismo tedesco della scuola di Friburgo degli anni ’20 e nel successivo anarco-liberalismo americano della scuola di Chicago, e narrandone con grande accuratezza la storia. Chi leggesse il libro potrebbe riconoscere nelle vecchie idee ordo-liberali non solo i principi ispiratori dell’Unione Europea, ma la sua stessa retorica; l’espressione «economia sociale di mercato», infine scivolata nel trattato di Lisbona, è stata coniata là, in polemica con l’economia keynesiana; l’adorazione ordo-liberale della concorrenza si è insinuata nel trattato di Lisbona come definizione della natura fortemente competitiva dell’Unione Europea[2]; la stessa idea di reddito di cittadinanza che trasforma la disoccupazione in occupabilità dei lavoratori ha la sua genesi nella scuola di Friburgo. Dall’anarco-capitalismo americano è invece influenzato, più che il moralismo europeista della competitività, il capitalismo post-keynesiano in generale, che pretende di fare dell’individuo, qualunque sia la sua condizione, un imprenditore, e della sua attività, qualunque essa sia, un’impresa[3].

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Il cupo futuro del capitalismo

di Wolfgang Streeck

q51 m03 05Diversi autori si interrogano, da diverse prospettive, sul futuro del capitalismo. Fra quelli che mantengono una posizione scettica riguardo alla sua possibile sopravvivenza oltre il 21° secolo - o perfino per i prossimi 30 o 40 anni - non si possono dimenticare István Mészáros, Immanuel Wallerstein e Robert Kurz.

Tuttavia, questo post vuole raccomandare la lettura di Wolfgang Streeck, un interessante sociologo tedesco, che pensa a partire da Karl Marx, ma, soprattutto, a partire da Karl Polanyi. La sua tesi centrale è che il neoliberismo, nello spingere verso la competizione come modo di vita, nel trasformare l'individuo in imprenditore di sé stesso, nel mercificare tutte le sfere della vita sociale, mina inesorabilmente le basi morali e sociali dell'integrazione degli esseri umani nella società. Dal momento che l'esistenza del capitalismo dipende da tali basi - ereditate dalle generazioni passate, ma ora violentemente depredate - il tentativo di salvarlo attraverso l'intensificazione neoliberista, porterà, secondo lui, alla sua progressiva disintegrazione. E questa dissoluzione potrà eventualmente essere accompagnata dalla fine dell'umanità stessa.

Si vuole fornire qui la traduzione di un testo che sintetizza un in intervento di Streeck, del 2010, nel corso dell'incontro annuale della “Society for Advancement of Socio-economics” (SASE), nel corso del quale diversi autori hanno discusso intorno alla domanda chiave: "Il capitalismo ha un futuro?"

* * * *

Il manifesto è attaccato al muro e si trova lì già da un bel po' di tempo; siamo noi che dobbiamo saperlo leggere.

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Tempo guadagnato, di Wolfgang Streeck

di Militant

Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, 25 euro

to be Productive produttivitàCon tre anni di ritardo rispetto alla sua pubblicazione, ci troviamo a segnalare un interessante testo di Wolfgang Streeck capitatoci per le mani. Come si legge nell’introduzione, “Tempo guadagnato” è la versione ampliata delle lezioni su Adorno tenute dall’autore nel giugno del 2012 presso l’Istituto di ricerche sociali di Francoforte. Il libro ha il merito di mettere a tema, anche se da un punto di vista non rigidamente marxista, la questione del rapporto tra capitalismo e democrazia alla luce della rivoluzione neoliberista e le trasformazioni dello Stato che ne sono conseguite. La tesi iniziale da cui l’autore muove, e che ci sentiamo di condividere, è che sia possibile comprendere la crisi in cui si dibatte il capitalismo del XXI secolo solo se la si interpreta come il culmine provvisorio di un processo più ampio, un processo che ha avuto inizio alla fine degli anni 60 del Novecento con la fine dei cosiddetti Trente Glorieuses. Prima di aggredire il tema cardine del suo lavoro Streeck fa però i conti con i limiti mostrati dalla “teoria della crisi” elaborata dalla cosiddetta “Scuola di Francoforte” sottolineandone soprattutto l’incapacità di prevedere la finanziarizzazione. Le ragioni di tale incapacità analitica, stando all’autore, sono da ricercare nel modo con cui anche a sinistra venne di fatto accettata l’autodescrizione che l’economia capitalista dava di sé come di un sistema capace di realizzare una crescita stabile e superare definitivamente le sue criticità interne. Nelle teorie di quegli anni le contraddizioni del modo di produzione capitalistico vennero così progressivamente relegate a residuo ideologico di un certo marxismo ortodosso.

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Nuove confessioni di un sicario dell'economia

...Questa volta disponibili per la vostra democrazia

Sarah van Gelder intervista John Perkins

Dodici anni fa, John Perkins ha pubblicato il suo libro “Confessions of an Economic Hit Man” (n.d.T. Confessioni di un sicario dell’economia). Oggi dice che “le cose sono di gran lunga peggiorate.”

Sicario economia capitalismo perkins john e1349819938890Dodici anni fa, John Perkins ha pubblicato il suo libro, Confessioni di un sicario dell’economia, che ha scalato rapidamente la lista dei best-seller del New York Times. In esso Perkins descrive la sua carriera basata sul convincere i capi di Stato ad adottare politiche economiche che hanno impoverito i loro Paesi e minato le istituzioni democratiche. Queste politiche hanno contribuito ad arricchire piccoli gruppi di élite locali, nel mentre imbottivano le tasche delle multinazionali a base americana.

Perkins è stato reclutato, dice, dalla National Security Agency (NSA), ma ha lavorato per una società di consulenza privata. Il suo lavoro come economista strapagato senza un addestramento adeguato è stato quello di generare report che hanno giustificato lucrosi contratti per le aziende statunitensi, nel mentre le nazioni più vulnerabili venivano immerse nel debito. I Paesi che non hanno collaborato hanno visto le viti serrate sulle loro economie. In Cile, ad esempio, il presidente Richard Nixon ha notoriamente invitato la CIA a “far urlare l’economia” per minare le prospettive del presidente democraticamente eletto, Salvador Allende.

Se la pressione economica e le minacce non hanno funzionato, Perkins dice, gli sciacalli sono stati chiamati sia a rovesciare che ad assassinare i capi di Stato non conformi. Questo è, infatti, quello che è successo a Allende, con l’appoggio della CIA.

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Rottamare il sapere. Spunti per una rivoluzione culturale

di Paolo Vignola

prima elementareNell’androne del palazzo dove vivo ho trovato un volantino dell’amministrazione comunale con le istruzioni per la raccolta differenziata porta-a-porta, in cui si chiama il cittadino a impegnarsi nell’adempimento dei suoi diritti/doveri e nel contribuire alla riuscita dell’operazione. L’amministrazione a guida Partito Democratico, nel volantino, tiene a sottolineare che si tratta di una vera e propria “rivoluzione culturale”. Niente di strano o di perverso in sé, se non fosse che lo stesso giorno sentivo la ministra dell’istruzione Giannini parlare in termini analoghi, se non identici, a proposito del concorsone degli insegnanti abilitati per la loro messa in ruolo: il governo si sarebbe fatto promotore, a detta della ministra, di un’autentica rivoluzione culturale il cui fine sarebbe quello di realizzare l’apice umano della buona scuola assegnando le cattedre a chi veramente preparato. Le parole della Giannini, come noto, sono da intendersi come una risposta altezzosa di fronte alle numerose e pesanti critiche mossele da quell’ esercito di riserva degli insegnanti precari delle scuole medie superiori che, sebbene abilitati, sono stati respinti ancor prima di passare alla prova orale – i giornalisti hanno parlato, tra l’altro, di “strage degli innocenti”. In particolare, l’anomalia da segnalare immediatamente per far comprendere la misura del problema risiede nel fatto che in molte regioni d’Italia e in molte classi di concorso, sebbene praticamente tutti i partecipanti avessero in precedenza conseguito l’abilitazione (TFA: tirocinio formativo attivo), già gli ammessi alla prova orale erano ben meno dei posti dichiarati disponibili dal ministero – così come del resto, almeno è l’opinione comune, i posti reali sono ben meno di quelli precedentemente dichiarati.