internazionale

Abrogare i voucher è una questione di democrazia e civiltà

Marta Fana

Voucher LavoroIl verdetto della corte costituzionale sui referendum sociali promossi dalla Cgil ha giudicato ammissibili i quesiti riguardanti l’abrogazione dell’istituto dei voucher e l’introduzione della clausola di responsabilità negli appalti per le imprese. Ha invece bocciato il quesito sul ripristino dell’articolo 18. Tra i due quesiti ammessi, quello che ha più fatto discutere è sicuramente il primo: i voucher.

L’accanimento contro l’ipotesi di abolizione dei voucher è stato clamoroso. Tuttavia, a un profluvio di interviste a sostegno dei buoni lavoro, agli scoop sull’utilizzo da parte della Cgil, fa da contraltare un mondo del lavoro sempre più povero e precario, delegittimato della sua funzione sociale e da questo bisogna ripartire quando si discute di voucher.

Occorre andare con ordine: capire da un lato la portata, sul sistema economico e delle relazioni industriali, dell’esplosione dei voucher dopo la loro totale liberalizzazione; dall’altro va fatto un ragionamento complessivo sui voucher per rivelare l’ideologia alla base della loro strenua difesa.

Spesso infatti, oltre alle argomentazioni deboli sul piano fattuale (ne parliamo più avanti), l’esistenza dei buoni lavoro viene assunta non solo come inevitabile di fronte a un’economia che conta tre milioni di disoccupati, ma allo stesso tempo come utile a garantire la flessibilità di cui hanno bisogno le imprese per svolgere il proprio compito di creazione di valore e ricchezza.

valigiablu

Dal sommerso ai robot

Lo stato di salute del lavoro e le sfide che ci aspettano

di Francesco Seghezzi

lavoro italia disoccupazione 990x510Nelle ultime settimane il dibattito politico sul lavoro è stato calamitato dal tema dei voucher, al punto che, immaginando uno straniero che legge per la prima volta le notizie del nostro Paese, potrebbe facilmente pensare che la maggioranza della popolazione italiana venga oggi retribuita mediante buoni lavoro.

Ma, volendo provare a tracciare alcune delle tematiche che il mondo del lavoro dovrà affrontare nel 2017, la prima affermazione da fare è che quello dei voucher è un piccolo problema, piccolissimo, come ci ha ricordato qualche giorno fa la prima nota congiunta sui dati del lavoro prodotta da Istat, Inps, Ministero del lavoro e Inail: i voucher corrispondono allo 0,23% del costo del lavoro complessivo italiano.

Questo non significa che non vi siano casi di abuso e non vi siano settori che colpevolmente utilizzano questo strumento per ridurre il costo del lavoro e le tutele dei lavoratori, ma di certo non siamo di fronte al problema principale del problematicissimo mercato del lavoro italiano.

centrostudieiniz

Per comprendere la natura dello Stato Sociale e la sua crisi

di Giovanni Mazzetti

Quaderno Nr. 1/2017

Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo

la crisi dello stato sociale Abbiamo più volte sottolineato, nei nostri precedenti quaderni, che stiamo attraversando una situazione nella quale prevale uno stato di confusione sociale generale.  La maggior parte di noi non sa infatti che cosa sta succedendo, e anche quando ripete continuamente che “siamo in crisi”, ne ha un’idea vaga, come quelle dei nostri lontani antenati sui terremoti e sulle epidemie.  Né possiamo far affidamento sui responsabili della cosa pubblica che, spesso in coro con i loro stessi oppositori, si ostinano a ripetere vecchi luoghi comuni validi in passato . In molti rinunciano così a cercare un senso della situazione, o si appoggiano sull’ipotesi opportunistica che tutto dipenda da comportamenti devianti di individui malvagi,  che, cercando il loro tornaconto, causano un danno agli altri.

Tuttavia questa interpretazione costituisce l’ingenua reazione di chi non sa nulla di come intervengono normalmente le trasformazioni sociali.  Coltivando l’erronea convinzione che gli esseri umani sovrastino strutturalmente la propria realtà, credono che normalmente sussista il potere di determinarne l’evoluzione, conformandola alla propria volontà.  E se la loro azione non produce gli effetti sperati, ciò può accadere solo perché la volontà di qualcun altro imprime alle cose quella tendenza di cui si soffre. Ora, la volontà è senz’altro una condizione del cambiamento.

fond.calzariTreb

Contro la disuguaglianza, ripensando il futuro

Luciano Gallino, la responsabilità e la speranza

di Lelio Demichelis

bansky 600x335Un onore, come si dice. Parlare di Luciano Gallino, a quasi un anno dalla sua scomparsa (8 novembre 2015) è un onore per me che l’ho conosciuto, anche se tardi, il mio primo incontro con lui è avvenuto circa vent’anni fa. Non sono quindi un suo allievo nel senso classico e universitario del termine, ma sicuramente lo sono stato – e tale mi considero - per le molte cose che ho imparato da lui e che Gallino mi ha insegnato; lui che, quindi, è stato per me sicuramente un maestro, e uso deliberatamente questo termine ormai diventato fuori moda. Maestro nel senso di colui che parla, dialoga, suggerisce, propone, critica anche e corregge, a sua volta apprezzando e incoraggiando le strade, magari in parte diverse, intraprese poi dall’allievo. Maestro nel senso di avere indicato un percorso divenuto poi in gran parte comune (pur con alcune differenze), per avere condiviso riflessioni, analisi e interpretazioni della realtà. Per me, Luciano Gallino è stato questo – come maestri per me sono stati, in modi e con intensità e con forme diverse, Michel Foucault per quanto riguarda le forme del potere moderno, Günther Anders per le sue riflessioni sulla tecnica, e la Scuola di Francoforte per l’analisi dell’industria culturale, ancora della tecnica come apparato e delle nuove forme di alienazione e di omologazione.

Ma c’è anche altro, che mi lega a Gallino: la sua formazione sociologica era iniziata alla Olivetti, come tutti saprete, all’Ufficio studi e relazioni sociali.

paginauno

Capitalismo digitale

Controllo, mappe culturali e sapere procedurale

di Renato Curcio

Incontro-dibattito sul libro L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, a cura di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2016), presso il Csa Vittoria, Milano, 20 ottobre 2016

amazon digitalLa letteratura sul mondo di internet, sui cambiamenti che la nuove tecnologie digitali stanno generando, è abbastanza vasta. Tuttavia è una letteratura tendenziosa, perché o affronta il problema in maniera molto teorica oppure dal lato dei social network, che in apparenza è quello più diffuso o quello su cui si cerca di attirare maggiormente l’attenzione. Ma questo territorio, pur nella sua importanza – noi abbiamo cercato di farne una lettura con L’Impero virtuale, un lavoro che ha preceduto questo – è un aspetto secondario, perché il vero nodo delle tecnologie digitali è ciò che caratterizza il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario a quello che tutti chiamano capitalismo digitale. Un passaggio interno al modo di produzione capitalistico, e dunque anche al modo di consumo, di conduzione delle mappe culturali, e questo caratterizza una trasformazione sociale profondissima che non coinvolge soltanto alcuni aspetti della vita sociale e comunicativa, ma il nostro modo di essere all’interno della società, alla radice.

Il passaggio dal capitalismo industriale-finanziario – che ha dominato l’Ottocento, il Novecento e l’inizio del secolo attuale, e che tuttora occupa uno spazio consistente del modo di produzione capitalistico, benché in declino – a quello attuale, rappresentato da una oligarchia industriale e produttiva completamente nuova che quindici anni fa non esisteva (aziende come Google, Amazon, Facebook...), è caratterizzato da due tendenze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: una è l’enorme velocità delle transazioni e delle trasformazioni.

paginauno

Lottare nella Gig Economy

Collettivo Clash City Workers

Gig economyCon l’espressione gig economy si indica generalmente un modello economico dove la prestazione lavorativa non è pensata come duratura e continuativa, ma come saltuaria, discontinua, on demand. Ha conosciuto una certa popolarità da un anno a questa parte, anche a causa del suo utilizzo da parte di Hillary Clinton in alcuni discorsi della sua campagna elettorale. Può essere inserita nella vasta famiglia che include anche la sharing economy, e con essa tutti quei termini che negli ultimi anni hanno cercato di definire – più a livello mediatico che sul piano scientifico – forme economiche che si pretendono nuove, ‘oltre’ il funzionamento del sistema capitalistico per come l’abbiamo conosciuto nel corso del XX secolo.

Il termine gig viene dall’inglese americano, e indica un lavoretto o, più generalmente, un incarico di durata breve o indefinita. La caratteristica più importante che le aziende operanti nella gig economy si attribuiscono è quella di non avere un rapporto diretto con i ‘dipendenti’ che, infatti, figurano come lavoratori autonomi che collaborano con le imprese. Conseguentemente queste ultime pretendono di presentarsi non come tali, bensì come semplici piattaforme (applicazioni) che mettono in comunicazione la domanda e l’offerta di una determinata merce o di un servizio.

Può essere capitato a molti di noi, di non avere voglia di uscire e di farci portare il cibo a casa, utilizzando una qualche app tra le moltissime che stanno nascendo in questi anni, oppure di ricorrere a Uber per spostarci da un luogo all’altro. Ecco, questi so-no perfetti esempi di gig economy. La questione, tuttavia, è particolarmente intricata, e analizzare alcuni casi concreti potrebbe aiutare a chiarirci le idee.

losmemorato

Il Jobs Act, ovvero del diritto ottocentesco applicato alle dinamiche sociali odierne

(e un P.S. sul tradimento della CGIL)

di Luca Fantuzzi

rivoluzione industriale lavoro minorilePonendosi in prospettiva storica, l'esperienza dei tre governi dell'offensiva neoliberista in Italia (Monti, Letta, Renzi) sarà simboleggiata essenzialmente dalla riforma del mercato del lavoro e di quello pensionistico, prima con la Legge Fornero e poi con il Jobs Act (che della Legge Fornero è sostanzialmente la continuazione e l'inasprimento).

Non ci vuole un particolare sforzo di fantasia nel pensare che i prossimi, invece, saranno gli esecutivi del taglio definitivo del welfare (a compendiarli, immagino una riforma complessiva del Sistema Sanitario Nazionale, che certo sarebbe stata assai più facile se al referendum costituzionale voluto da Renzi avesse vinto il fronte del "sì").

Mi sembra però opportuno spiegare perché il Jobs Act è un simbolo (il che, tra parentesi, ne avrebbe fatto l'idolo polemico ideale per chi, da destra o da sinistra, avesse voluto fare un'opposizione "costruttiva" al partito egemone, ritagliandosi a mio parere spazi elettorali significativi). Il Jobs Act è un simbolo perché - pur composto da una legge delega, da vari decreti delegati e da una pletora di D.M. attuativi - ha una straordinaria unità di intenti, è tutto percorso - dall'inizio alla fine - da un'unica "visione" della funzione del diritto, delle dinamiche economiche, potremmo dire delle modalità di interazione delle diverse forze sociali.

Mi spiego meglio.

brancaccio

Più flessibilità del lavoro crea davvero più occupazione?

Ecco cosa dicono i dati

di Emiliano Brancaccio, Nadia Garbellini e Raffaele Giammetti *

Studi pubblicati dalle principali istituzioni internazionali smentiscono l’idea che le deregolamentazioni del lavoro aiutino a creare occupazione e a ridurre la disoccupazione. La letteratura empirica in materia rivela che la riduzione delle tutele dei lavoratori risulta statisticamente associata non alla crescita degli occupati ma all’aumento delle disuguaglianze

jobs actLa libertà di licenziamento e le altre forme di deregolamentazione del lavoro favoriscono le assunzioni? Svariati esponenti di governo e del mondo dei media hanno sostenuto che l’aumento dell’occupazione che si è registrato negli ultimi mesi in Italia sarebbe frutto della ulteriore flessibilità dei contratti sancita dal Jobs Act. Questa tesi, come vedremo, non trova riscontri nella ricerca prevalente in materia. Un primo dubbio sulla supposta relazione tra riforma del lavoro e occupazione sorge mettendo semplicemente a confronto i dati ufficiali sull’Italia con quelli relativi agli altri paesi europei. Dall’entrata in vigore del Jobs Act, la crescita dell’occupazione dipendente nel nostro paese è stata molto più modesta rispetto all’aumento medio degli occupati che si è registrato nell’eurozona; nello stesso arco di tempo, inoltre, non si rilevano significativi avvicinamenti dell’Italia alla media europea (dati Ameco Eurostat). In altre parole, paesi in cui negli ultimi due anni non si sono registrati cambiamenti nella legislazione del lavoro, hanno visto crescere l’occupazione decisamente più che in Italia.

L’esito di questa banale comparazione non è casuale. Dopo un ventennio di ricerche dedicate all’argomento, la più influente analisi economica ha escluso l’esistenza di relazioni statistiche significative tra precarizzazione del lavoro e occupazione.

la citta futura

Redistribuire il lavoro

Ascanio Bernardeschi intervista Giovanni Mazzetti

Il sistema capitalistico non è più capace di riprodurre il lavoro e le politiche keynesiane tradizionali non sono in grado di mediare una nuova fase di sviluppo. Serve una rifondazione che non è mai iniziata

giovanni mazzettiNonostante la quotidiana narrazione secondo cui l'uscita dalla crisi sarebbe dietro l'angolo, anzi sarebbe già iniziata, temiamo che essa perdurerà ancora per qualche anno e che forse non abbia ancora espresso il peggio di sé stessa.

Da militanti comunisti riteniamo che ci sia bisogno di un ulteriore sforzo di analisi sulle sue caratteristiche e che uscirne in positivo – e non con i massacri sociali fin qui perpetrati, che poi, è dimostrato dai fatti, aprono la strada alla destra peggiore – non sia possibile senza profonde trasformazioni sociali.

Fra gli strumenti di contrasto all'involuzione sociale assume grande rilevanza la riduzione dell'orario di lavoro. Questo giornale si propone di focalizzare il tema con una serie di approfondimenti [1].

Abbiamo deciso di parlarne con Giovanni Mazzetti, già professore all'Università della Calabria.

Confrontarci con lui ci è sembrata una via obbligata perché ha dedicato gran parte della sua vita a questo tema, pubblicando numerosi saggi in proposito, e perché è il responsabile del Centro Studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro a parità di salario e per la redistribuzione del lavoro complessivo sociale, sul cui sito [2] è possibile trovare materiali preziosi, anche di carattere formativo per i militanti.

la citta futura

Il lavoro è fatica

Una prima riflessione sul nesso fra scuola, lavoro, Carta Costituzionale

di Renata Puleo

lavoro precario 16L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 1 comma 1).

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3 comma 2).

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto (art.4 comma 1).

[…] I non intellettuali non esistono. Ma lo stesso rapporto tra sforzo cerebrale e muscolare-nervoso non sempre è uguale, quindi si hanno diversi gradi di attività specifica intellettuale. […] non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens.

A. Gramsci, Quaderni 4 (XIII);12(XXIX).

[…] Con fatica ne trarrai nutrimento tutti giorni della tua vita […] con il sudore del tuo volto mangerai il pane […].

Genesi, 3-17/19.

Questo è un contributo sul nesso fra la Carta Costituzionale e i problemi attuali del sistema scolastico italiano, un commento sul concetto di lavoro che emerge dal testo di riforma della scuola, con l’applicazione del comma 33/passim della legge 13/07/15 n 107 cd. La Buona Scuola, e il relativo costituirsi dell’istituto Alternanza-Scuola-Lavoro (ASL).

contropiano2

Europa. Competizione globale e lavoratori poveri

di Lucia Pradella*

"Generazione Erasmus o Working Poor Generation? Ce lo chiedevamo a fine giugno qui, in seguito al risultato della Brexit e del dato del voto giovanile (ben diverso da quanto emergeva dai mega titoloni di certa stampa). Ce lo chiediamo di nuovo oggi dopo la vittoria di Trump, continuando a cercare di capire la nostra pancia per conoscere le risposte di cui abbiamo realmente bisogno." [Noi Restiamo]

working poor 1La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.

La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.

La crisi sta minando il “modello sociale europeo”, e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri – lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà – è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.

Alcuni critici sostengono che l’austerità è assurda e contro-producente, ma i leader europei non sono d’accordo. Durante l’ultima tornata di negoziati con la Grecia l’estate scorsa, Angela Merkel ha dichiarato: “Il punto non sono alcuni miliardi di euro – la questione di fondo è come l’Europa può restare competitiva nel mondo.” C’è del vero in tutto questo. Quello che la Merkel non dice è che i lavoratori in Europa, nel Sud dell’Europa in particolare, competono sempre di più con i lavoratori del Sud del mondo.

eticaeconomia

Dal successo al declino

Le piccole imprese e il paradosso dell’economia della conoscenza

di Ugo Pagano

Ugo Pagano, partendo da un’affermazione di Marcello De Cecco del 2013, riconduce il successo e il successivo declino del modello italiano di piccole imprese al mutamento intervenuto nel contesto in cui viene prodotto, tutelato e utilizzato quel particolare fattore produttivo che è la conoscenza e sostiene che il declino è iniziato quando, in seguito a iniziative del governo americano, la conoscenza da bene pubblico è divenuta, a livello globale, bene privato. Pagano indica anche le implicazioni di policy della sua analisi

Mondo sapiens PerezIn un’intervista a La Repubblica del 2013 Marcello De Cecco così rispondeva al giornalista che gli domandava cosa mancasse all’Italia per essere la Germania:

Intanto una politica industriale. E quindi, a monte, una classe politica in grado di concepirla. Noi siamo stati a lungo, e incomprensibilmente continuiamo ad essere, orgogliosi di un tessuto industriale parcellizzato, quello delle Pmi. Siamo stati così bravi a venderlo – il “capitalismo dal volto umano” e altre scemenze – che anche Clinton veniva a Modena per studiarlo. Salvo poi continuare, loro, a puntare sulla grande industria. Come si può competere nella globalizzazione con unità produttive da una dozzina di persone? Finché potevamo svalutare la lira ha funzionato…

 Per De Cecco svalutazioni della lira e deterioramento della qualità dell’industria italiana erano parte di un circolo vizioso per il quale egli non aveva alcuna nostalgia. Anche per questo, nonostante le sue pungenti critiche alle politiche tedesche, De Cecco rimase sempre dell’idea che l’Italia non dovesse uscire dall’euro e dovesse invece dotarsi di una struttura produttiva adeguata alle sfide globali superando i problemi posti dal nanismo delle sue imprese.

Ma cosa c’è alla radice del declino del  modello italiano  basato sulle piccole imprese? La tesi che sosterrò è che vi è  soprattutto il mutato contesto nel quale viene prodotto, tutelato e utilizzato quel particolare fattore produttivo che è la conoscenza.

effimera

Riflessioni sul caso Foodora*

di Gianni Giovannelli

fodora bici soloI think you will find
When your death takes its toll
All the money you made
Will never buy back your soul

Bob Dylan

Nei giorni scorsi (7-8 ottobre) quasi tutti i quotidiani italiani (cartacei e on line) hanno riportato la notizia di uno sciopero attuato dai fattorini torinesi per rivendicare, contro Foodora, un miglioramento delle loro condizioni lavorative. Evidentemente si trattava proprio di una notizia; e in effetti lo è, non solo per l’accaduto in sé stesso, ma soprattutto per le possibili conseguenze future di una protesta che presenta indubbi elementi di grande suggestione simbolica. Non sarà forse stato davvero il primo scontro di classe nell’ambito della sharing economy, e magari la partecipazione  attiva non avrà raggiunto percentuali altissime; ma questo non toglie che si tratti dell’esordio inatteso, nella scena della comunicazione, di una schiera del tutto nuova. Questa è la società dello spettacolo, e si è così rappresentata ad uso del pubblico una rivolta; questo allestimento virtuale è un fatto ulteriore che si affianca allo sciopero reale. La cronaca di un fatto ha per fine la costruzione di altri accadimenti.

sebastianoisaia

Capitalismo 4.0 tra "ascesa dei robot" e maledizione salariale

di Sebastiano Isaia

kuka blog 1«Dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale?», si chiedeva giusto un anno fa Marco Morello su Panorama. La sua risposta aveva quantomeno il merito della chiarezza (ma solo quello per la verità): «Il cinema ci ha cresciuti suggerendoci che sì, dobbiamo avere paura. E tanta. Era diabolica la rete di Skynet che a ritmo esponenziale apprendeva e, presa coscienza di sé, faceva sfaceli in Terminator. Erano spietati assassini gli androidi di Io, robot, indifferenti e immuni alle sacre (per loro) leggi di Asimov. Persino nel recente Lei di Spike Jonze, favola tragica sull’amore che sboccia tra un uomo solitario e un sistema operativo, un’intelligenza artificiale genera dolore. Ferisce il cuore, la mente, oltre che il corpo. Tradisce l’ubriaco disordine dei sentimenti in nome delle logiche rigide, infinite e imperscrutabili dei bit. L’elenco di esempi, in verità, è sterminato. Tanto quanto i nessi tra grande schermo, letteratura e mondo reale sono semplicistici. Ma stavolta il dibattito non è ozioso, non si riduce a un banale esercizio di stile sulle probabili derive del futuro. D’altronde, sulle trappole dello strapotere di computer burattinai, algidi e crudeli si sono espressi negli ultimi mesi i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà». Tuttavia, è anche possibile che «i principali artefici della tecnologia che è stata e che verrà» leggano la realtà in modo distorto, o addirittura «a testa in giù», così da restituirci un mondo invertito, tale che lo strapotere del Capitale ci viene presentato, a noi che abbiamo una conoscenza appena superficiale della materia che essi invece maneggiano con tanta maestria (la cosiddetta Intelligenza Artificiale), come «strapotere di computer burattinai».

facciamosinistra

Non solo App. Dietro le start up c’è la forza lavoro

di Roberto Ciccarelli

startupLe piattaforme dei servizi on-demand – la cosiddetta gig economy, l’economia dei «lavoretti» – stanno scoprendo l’esistenza dei lavoratori. Questa estate gli autisti di Uber in Inghilterra hanno portato l’azienda davanti al tribunale del lavoro, come i loro colleghi americani. I bikers di Deliveroo hanno protestato a Londra e Parigi contro il piano dell’azienda di spostarli da un pagamento a ora a un altro a consegna. Nella filiale italiana della tedesca Foodora a Torino, i fattorini in bicicletta hanno chiesto un contratto a part-time verticale, il riconoscimento di un salario minimo orario più il costo della consegna.

Come per gli autisti di Uber, anche sulle spalle dei riders grava il costo dell’attrezzatura con cui lavorano: nel primo caso le spese per la macchina e l’assicurazione sono a carico degli autisti, nel secondo i fattorini acquistano la bicicletta e pagano le spese dello smartphone. Se cadono, fanno un incidente o si ammalano, non sono coperti. Se non lavorano, non hanno un sussidio di disoccupazione. Se non rispondono a una chiamata, hanno una valutazione negativa dall’algoritmo e possono essere allontanati dalle zone dove c’è richiesta dei clienti, guadagnando ancora meno. 

QUESTO MODELLO È LA FRONTIERA del cottimo digitale, un taylorismo 2.0, l’estremizzazione della prestazione job-on call: non si paga per il tempo che dai, ma per i lavori che fai.