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sinistra

La crisi dell’imperialismo, la guerra e la differenza decisiva del movimento comunista

di Eros Barone

october revolution a column of soldiers demonstrating along nikolsky street under the banner1. Natura sociale e orientamento politico delle correnti nazionaliste: la pseudomorfosi1 di una parte dell’estrema destra

La crescente influenza delle forze nazionaliste e di estrema destra in tutta Europa non è, rispetto al sistema capitalistico, né un dato casuale né un fattore esogeno. Tale influenza è invece strettamente connessa alle esigenze che esprime il potere capitalistico in una congiuntura delle lotte fra le classi in cui le rivalità imperialistiche si acuiscono, i preparativi bellici si intensificano e la crisi organica delle classi dirigenti rende difficile anche ai più consolidati partiti borghesi ottenere il consenso popolare per le proprie politiche. In questa direzione l’ascesa di Alternative für Deutschland, del Rassemblement National in Francia e di Reform UK in Gran Bretagna, insieme con l’esperienza del governo di Giorgia Meloni in Italia, indica cambiamenti significativi nel panorama politico europeo. Tuttavia, lungi dal rappresentare una vera e propria sfida al dominio capitalistico, queste forze offrono ulteriori opzioni politiche ai settori della borghesia che cercano di adattarsi al mutato contesto internazionale.

In effetti, il capitalismo non si limita a creare il malcontento sociale strumentalizzato dall’estrema destra, ma crea anche le condizioni politiche in cui diviene possibile alle forze nazionaliste e reazionarie deviare tale malcontento lontano dalla lotta contro il potere capitalistico. Così, se è vero che l’inasprirsi della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina, lo scontro tra la NATO e la Russia e la lotta per i mercati, le risorse energetiche e le rotte commerciali stanno inasprendo le contraddizioni all’interno dello stesso blocco euro-atlantico, è altrettanto vero che diverse frazioni del capitale europeo manifestano interessi contrastanti riguardo sia alle relazioni con Washington, Mosca e Pechino sia al futuro dell’Unione Europea sia alle spese militari e alle conseguenze delle sanzioni e delle tensioni economiche: interessi e disaccordi che trovano inevitabilmente la loro espressione organica nei sistemi politici degli Stati capitalistici. Si spiega pertanto alla luce di queste contraddizioni che oppongono tra di loro i “fratelli massoni del capitale” la significativa circostanza per cui, contrariamente a quanto è dato desumere dalle semplicistiche analogie storiche con gli anni Trenta del secolo scorso, alcuni partiti dell’attuale estrema destra abbiano guadagnato una crescente influenza criticando certi aspetti della contesa continentale che vedono scontrarsi la NATO e l’Unione Europea con la Russia.

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jacobin

Shaikh, il più grande economista marxista

di Vivek Chibber

Scompare uno dei più brillanti studiosi di Marx, capace di aggiornare la sua lettura del capitalismo e di offrire un’analisi rigorosa, completa e utile alle trasformazioni attuali

Anwar Shaikh jacobin italia.jpgCon la scomparsa di Anwar Shaikh, la comunità intellettuale di sinistra ha perso uno dei suoi membri più dinamici e brillanti. Anwar non era solo una figura di spicco tra gli economisti eterodossi; era il più brillante economista marxista della sua generazione e probabilmente il più importante dai tempi di Karl Marx stesso. Ha fatto più di qualsiasi altro economista contemporaneo per far rivivere la tradizione classica dell’economia politica, associata ad Adam Smith, David Ricardo e Marx. Ha poi applicato tale quadro teorico alle dinamiche di breve periodo analizzate dalla tradizione keynesiana, dimostrando che la teoria economica classica era in grado di analizzare gli stessi fenomeni e di integrarli in un unico quadro onnicomprensivo. E come se non bastasse, ha portato a termine l’arduo compito di rendere operative le categorie marxiste per mostrare come le regolarità empiriche del capitalismo moderno fossero governate dai meccanismi descritti da Marx nei volumi del Capitale. Nella storia dell’economia marxista, è improbabile che ci sia stata un’altra figura che abbia fatto di più per promuovere il suo programma e consolidarlo.

Shaikh nacque a Karachi, in Pakistan, nel 1945. Tuttavia, poiché suo padre era impiegato nel servizio diplomatico pakistano, trascorse gran parte della sua formazione in Medio Oriente, nel Sud-est asiatico e in Turchia. Completò gli studi superiori negli Stati Uniti, laureandosi in ingegneria a Princeton nel 1965 e conseguendo poi un dottorato di ricerca in economia alla Columbia University nel 1973. Si è quindi trovato al centro dei movimenti studenteschi dell’epoca: pacifisti, per i diritti civili e femministi. Come molti degli studenti più talentuosi della sua generazione, si è radicalizzato politicamente nel marxismo e ha dedicato il suo straordinario talento allo sviluppo della teoria economica marxista.

Al centro del suo progetto di ricerca c’era la tesi che il capitalismo sia alimentato dalla continua ricerca di profitti da parte delle imprese. Questa potrebbe sembrare un’affermazione ovvia, ma i modelli teorici dominanti nell’economia eterodossa alla fine degli anni Sessanta non erano adatti a cogliere le dinamiche fondamentali del capitalismo.

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machina

Il libro imperdonabile

di Damiano Palano

Operai e capitale sessant’anni dopo

0e99dc 462081c436d644fb9ebe09962c5badc6mv2.pngSessant’anni fa usciva Operai e capitale di Mario Tronti, libro cardine dell’operaismo italiano che ha rappresentato un fondamentale momento di rottura rispetto al marxismo occidentale e alla tradizione marxista-leninista. Damiano Palano torna su quel testo sottolineandone una radicalità spesso attenuata dalle letture successive: non soltanto il rovesciamento del rapporto tra capitale e classe operaia, la centralità della fabbrica come luogo dell’autonomia operaia e il rifiuto del lavoro, ma anche la critica della neutralità della tecnica, della pianificazione socialista e della stessa idea tradizionale di rivoluzione. Un libro che, come scrive Palano, «rimane davvero una delle opere più originali del marxismo della seconda metà del Novecento, oltre che uno dei libri che più hanno inciso sulla cultura italiana dell’ultimo secolo. Un libro che, nel mondo ancora più che in Italia, non cessa di conquistare nuovi lettori e che, a dispetto del passare del tempo, può essere riletto ogni volta con occhi nuovi».

* * * *

Negli ultimi anni della sua vita, Mario Tronti ricordò in varie occasioni una regola che aveva imparato a sue spese:

♦ Non scrivete un libro di successo da giovani: non ve lo perdoneranno mai
♦ si rimane per sempre imprigionati in una sola casella.

Si riferiva naturalmente al travolgente successo registrato da Operai e capitale, pubblicato proprio sessant’anni fa, quando Tronti aveva trentacinque anni e faceva il correttore di bozze dell’Enciclopedia universale dell’arte, edita da Sansoni.

Il libro venne stampato dalla tipografia della casa editrice Einaudi il 27 settembre 1966 e qualche settimana dopo arrivò in libreria. L’uscita del volume fu salutata da critiche feroci, in alcuni casi persino astiose, che rivolgevano al libro l’accusa di essere al tempo stesso irrazionalista e idealista.

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Il pianeta Marx finalmente nel cielo come un pianeta. Cronache marXZiane n. 21

di Giorgio Gattei

«marx 3788454 640Bada che non ti chiedo di testimoniare ciò che ritieni falso,
che sarebbe peccato, ma di testimoniare
falsamente ciò che credi vero –
il che è azione virtuosa perché supplisce alla
mancanza di prove su qualcosa che certamente
esiste o è accaduto»
(U. Eco, Baudolino, 2000)

1. Quindi ci sono i fatti, ma ci sono anche le rappresentazioni mentali che ci facciamo di quei fatti secondo una relazione che Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus (1921) ha ridotto a semplici assiomi: «1. Il mondo è tutto ciò che accade. 1.1. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose… 2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti… 3.1. L’immagine logica dei fatti è il pensiero», una successione dove la parola più intrigante nel finale è “logica”, dato che la rappresentazione mentale dei fatti, che sono sempre complicati e confusi, deve presentarsi sintetica, coerente e soprattutto astratta per mostrarsi efficace, come ad esempio la parola “cane” che, rispetto all’animale, non abbaia e non morde, sebbene possa far male se usata come insulto.

Se questo è il modo di rappresentarsi i fatti nella mente, l’analogia più plausibile è quella con le mappe geografiche, le quali sono utili, arrivando ad esempio in una città sconosciuta, per muovercisi dentro senza aggirarsi inutilmente. Eppure tutti sappiamo che le mappe sono ingannevoli dato che sono rappresentazioni approssimative e soprattutto ridotte (perfino la mirabolante mappa a scala 1:1 ordinata dall’imperatore in un celebre racconto di J.L. Borges, non poté far altro che sovrapporre una immagine cartacea bidimensionale ad un territorio tridimensionale, così che alla fine risultò tanto scomoda che «le generazioni successive, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che quella mappa enorme era inutile e non senza empietà l’abbandonarono alla inclemenza del sole e degli inverni» (J.L. Borges, Del rigore della scienza, in Storia generale della infamia, 1954).

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perunsocialismodelXXI

Spunti per una discussione del pensiero di Domenico Losurdo

di Carlo Formenti

mjeurbh7A partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso la cultura delle sinistre europee ha subito un processo di “americanizzazione”, in ragione del quale le teorie, l’ideologia e i valori della New Left d’Oltreoceano hanno progressivamente rimpiazzato la tradizione del pensiero rivoluzionario di Lenin, Mao e altri leader rivoluzionari, fondato sulle esperienze dell’Ottobre 1917 e della vittoria del Partito Comunista Cinese del 1949. In termini storici questo processo è stato relativamente rapido. Se nella prima metà dei Settanta gran parte dei gruppuscoli nati dall’ondata di lotte iniziata nel 1968 si dichiaravano “marxisti-leninisti” e i grandi Partiti Comunisti occidentali, a partire da quello italiano, pur condannando l’estremismo dei movimenti in questione, non avevano ancora ripudiato le proprie radici storiche, nella seconda metà del decennio le tappe della mutazione si susseguono a ritmo incalzante: dalle dichiarazioni di Berlinguer, che proclama l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e dichiara si sentirsi garantito dell’adesione dell’Italia alla NATO, al dissiparsi delle simpatie delle sinistre radicali nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, frettolosamente accusata si avere avviato un processo di restaurazione del capitalismo dopo le riforme del 1978; dal divorzio fra critica sociale e “critica artistica”, per usare la formula con cui due sociologi francesi1 battezzano la separazione fra lotte per i diritti sociali e lotte per i diritti individuali e civili che caratterizza i nuovi movimenti “single issue”, come femminismo ed ecologismo, alla trionfale celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che accomuna destre liberali e militanti della sinistre “radicali”; dalla trasformazione del PCI in un clone dei Democratici USA al ripudio delle lotte antimperialiste dei popoli del Sud del mondo, liquidate come nazionalismo “terzomondista”.

Si potrebbe obiettare che, prima di colonizzare l’Europa, la cultura della New Left era stata a sua volta plasmata dalla French Theory2 e da un pensiero marxista occidentale ridotto a virtuosismo verbale, arte di cui Antonio Negri3 è stato il massimo interprete. Senza dimenticare l’influenza che la Scuola di Francoforte4 aveva esercitato sulle università angloamericane nei decenni precedenti.

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antropocenejpg

La crisi strutturale globale del capitale

di John Bellamy Foster

MR sett26.jpgJohn Bellamy Foster mette in luce le quattro principali caratteristiche che contraddistinguono l'attuale crisi strutturale, originariamente delineate da István Mészáros nel suo Marx's Theory of Alienation. Il capitale, sostiene Foster, si trova in una posizione simile a quella dell'apprendista stregone narrata da Luciano di Samosata: nel vano tentativo di controllare un sistema fuori controllo che egli stesso ha creato, accumula non solo contraddizioni, ma vere e proprie catastrofi con conseguenze su scala globale.

* * * *

Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri...non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della storia, cambiare il mondo.

Hugo Chávez [1]

Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi sopprattutto sulle sue dimensioni economiche:

  1. Il suo carattere universale e non limitato a un solo settore (per esempio, finanziario o commerciale, o relativo a un particolare settore della produzione, o che tocchi un tipo o l'altro di lavoro, con i gradi specifici di abilità e di livello di produttività).

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politicanuova.png

Forum WAPE 2026: l’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia

di Alessandro Lucchini

image0 5.jpegIl Forum internazionale dell’economia politica marxista

Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.

Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.

 

“Salvare Smith dal neoliberismo”

Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.

Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.

Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.

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lanatra di vaucan

Modernizzazione e povertà di massa

di Robert Kurz

3196569375 41af9b04b4 b.jpgPresentiamo qui il primo capitolo della sezione I de Il libro nero del capitalismo di Robert Kurz, un testo di notevole impatto, uscito in Germania nel 1999, che suscitò sin da subito un grande interesse. L’edizione italiana è in preparazione oramai da più di un decennio, e speriamo che la pubblicazione di questo primo capitolo possa rappresentare un viatico per sbloccare questa faticosa impasse.1

Il libro nasce anche come contraltare all’allora imperante narrazione sulla fine del comunismo,2 dopo che, dall’89 in poi, sembrava che gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale propri del pensiero comunista fossero ormai stati sconfitti dalla storia stessa (e, quindi, da riporre in soffitta o, meglio ancora, gettare in un più moderno inceneritore).

Robert Kurz aveva già risposto, da par suo, a questa lettura miope ed univoca, con un altro testo di grande spessore, Il collasso della modernizzazione.3 Qui Kurz metteva in chiaro come il crollo dei socialismi reali dell’est non rappresentasse la sconfitta degli ideali comunisti, e insieme la fine della possibilità non solo di progettare, ma financo pensare una uscita dal sistema del capitale, ma, proprio al contrario, un segnale significativo e quantomai pericoloso di crisi del sistema-mondo capitalistico, di cui i regimi dell’est, presuntamente “alternativi” ad esso, facevano parte a pieno titolo.

La possibilità di un “altro” dal capitalismo, dunque, permane. Anzi oggi, più che possibile, questo “altro” appare essere sempre più necessario, nella misura in cui il capitale, nella sua folle quanto scomposta corsa verso un accumulo di valore sempre più improbabile, devasta letteralmente i continenti, lasciando più che mai dietro di sé morte e distruzione, persino anche negli una volta (apparentemente) sicuri e intoccabili centri capitalistici di un occidente sempre meno benestante.

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chartasporca

Che cosa vuole davvero il comunismo?

Una parola che fa paura, per spiegarla brevemente ai ragazzi

di Lavinia Marchetti

Marx and Engels.jpgPoche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.

Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.

 

1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO

Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.

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mondorosso

Rudd, il marxismo di Xi Jinping e Palantir

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Il pensiero di Xi Jinping, letto perfino da osservatori anticomunisti come Kevin Rudd e dagli strateghi tecnologici di Palantir, mostra la centralità del marxismo, della pianificazione e della direzione politica nel successo storico della Cina contemporanea

jbkjbjkKevin Rudd è un politico australiano che è stato primo ministro dal 2007 al 2010 e nuovamente nel 2013. Apertamente anticomunista, egli è in ogni caso lucido e intelligente e pertanto in grado sia di leggere con cura la relazione tenuta da Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, al XX Congresso del Partito tenutosi nell’ottobre 2022, sia di analizzarla con onestà, a differenza dei finti tonti della sinistra occidentale anticinese [1].

In quell’occasione, Rudd aveva, tra le altre cose, evidenziato che il termine “lotta” compariva alcune decine di volte nella relazione di Xi Jinping, e alla sua giusta osservazione si può subito aggiungere come vi siano anche una dozzina di aperti riferimenti, sempre nel rapporto del segretario del Partito Comunista Cinese, rispetto al marxismo, al materialismo dialettico e a quello storico: estratti che demoliscono ancora di più la favoletta sul Partito Comunista Cinese che “finge” di essere comunista e marxista.

Riportiamo alcune di queste citazioni tratte dalla relazione congressuale di Xi Jinping, per non lasciare spazio a dubbi:

“Abbiamo istituito e sostenuto un sistema fondamentale per garantire il ruolo guida del marxismo in ambito ideologico”.

“Il marxismo è l’ideologia guida fondamentale su cui si fondano e prosperano il nostro Partito e il nostro Paese”.

“La solida guida teorica del marxismo è la fonte da cui il nostro Partito trae la sua ferma convinzione e che gli consente di cogliere l’iniziativa storica”.

“Adattare il marxismo al contesto cinese e alle esigenze dei tempi è un processo di ricerca, rivelazione e applicazione della verità”.

“I comunisti cinesi sono profondamente consapevoli che solo integrando i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche e la raffinata cultura tradizionale della Cina, e solo applicando il marxismo dialettico e storico, possiamo fornire risposte concrete alle grandi questioni poste dai tempi e scoperte attraverso la pratica, e possiamo garantire che il marxismo conservi sempre il suo vigore e la sua vitalità”.

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antropocenejpg

Marx e l'economia circolare

di Benjamin Selwyn

MR mag26 1.jpgOggi, molti usano il termine "economia circolare" per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell'economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.

Un tempo concetto di nicchia, l'economia circolare è diventata una parola d'ordine, alimentata dall'ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su: estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata... I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale - l'olio di pirolisi - che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

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linterferenza

Il comunismo come speranza infranta. Ma la storia continua

di Antonio Castronovi

735859245 10239158405812983 4954178058908553482 n.jpg“L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi; la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale; però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse”. (Karl Marx, dalla “Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel”).

 

La sconfitta, le delusioni, i tradimenti.

Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. E’ soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visti protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversati.  Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.

Capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei suoi fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.

Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.

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perunsocialismodelXXI

Quelli che la Cina non è socialista

di Carlo Formenti

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale perché la Cina è socialista, ma è come descrivere il rosso ai ciechi

la via cinese al socialismo.jpgNell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3).

In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto ad esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese.

Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione.

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sinistra

Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista

di Carlo Di Mascio

Hegel Lenin 20.JPGL’idealista non è chi nega l’esistenza del mondo esterno, così come il materialista non è semplicemente chi lo riconosce. Idealista è chi non vuole, non è in grado o non riesce a fare dell’esistenza del mondo esterno il punto di partenza della sua teoria della conoscenza. Al contrario, il materialista è colui che pone il riconoscimento dell’oggettività di questo mondo esterno (natura e storia) come fondamento di tutta la sua teoria della conoscenza, sviluppando su tale premessa la risoluzione di tutti i problemi legati alla conoscenza mediante la pratica e l’esperimento. Pertanto, il nucleo centrale della filosofia, intesa come scienza, è dato dal problema della teoria della conoscenza, cioè del rapporto della coscienza (includendo pensiero, psiche e scienza) con il mondo esterno. Ecco perché Lenin equipara la logica dialettica alla teoria della conoscenza, utilizzando questi termini come sinonimi a tutti gli effetti.

E. Ilyenkov, Sulla relazione di N. P. Dubinin

 

1. La critica di Hegel a Kant. Le forme e le leggi della logica come rispecchiamento del mondo oggettivo

Nei Quaderni Filosofici Lenin giunge ad affermare che «la logica coincide con la teoria della conoscenza»1. Si tratta della nota tesi formulata in relazione all’analisi della critica a Kant, come esposta nella Scienza della Logica, e che Hegel avanza opponendosi in particolare alla concezione puramente formale della logica sostenuta da Kant, secondo cui il suo oggetto sarebbe dato dalle forme del pensiero considerate solo in sé stesse, cioè indipendentemente dalla loro connessione con la realtà oggettiva: «Vien dichiarato [da Kant] per un abuso che la logica, che dovrebbe essere semplicemente un canone del giudicare, venga riguardata come un organo per la produzione di vedute oggettive.»2. Kant, in altri termini, avrebbe escluso dalla logica il problema di come accostarsi alla verità - «Kant si limita ai «fenomeni» […] l’ideale kantiano è fenomeno, non è oggettivo in sé»3 - laddove la logica dialettica, comportando l’ineludibile «inseparabilità» [Untrennbarkeit] di pensiero ed essere, di forma e contenuto, di teoria e prassi, di mediazione e immediatezza, di uomo e natura, ne garantirebbe gli strumenti logici per riuscire a coglierla4.

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sinistra

Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo

di Salvatore Bravo

Lenin legge Pravda 660x400Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste, poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia ed attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.

Rifondare il comunsmo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carrriere e redditi personali. Lo sguardo di Costanzo Preve su tali “figure di sistema”, non è “moralistico”, ma ha la capacità critica di palesarne la “funzione di resistenza al nuovo e di conservazione dello stato presente”. L’egemonia culturale delle oligarchie capitalistiche necessita degli “oratores”, i quali diffondono il “verbo del capitalismo”. Gli oratores sono “gli ultimi uomini descritti da Nietzsche”, essi hanno nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. L’unica legge perversa a cui obbediscono è la difesa dei loro interessi personali, essi vendono il loro “capitale culturale” alle oligarchie plutocratiche in cambio di “servili privilegi”, pertanto “lavorano” per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa.

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sinistra

Ripensare Marx con Costanzo Preve

di Salvatore Bravo

Il Conformista moravia.jpgRipensare Marx, mentre l’occidente brucia tra guerre e conflitti sociali sommersi, è operazione archeologica e di immersione ed emersione, poiché è necessario sfidare, in primis, l’impotenza politica organizzata e pianificata dal sistema, e in secundis, gli strati archeologici che hanno obliato Marx e il comunismo fino a sospingerli verso una marginalità culturale circonfusa da pregiudizi e miti. La sinistra italiana omologata al capitale lo ha rimosso completamente, anzi, dinanzi al nome di “Marx” essa distoglie lo sguardo e guarda verso il presente aziendalizzato unico suo orizzonte. In una realtà di predatori piccoli e grandi le grandi idee e la prassi fanno fatica a essere visibili, ma continuano a esserci, perché l’essere umano è essere metafisico cerca il senso e la prassi. La sconfitta è sempre parziale, perché il capitalismo non è mai assoluto, ma è l’effetto di contingenze storiche dialettizzabili. In questo clima di “tensione silenziosa” tornare a Marx significa attraversare una folta stratificazione di letture e di interpretazioni nella quale il filosofo di Treviri è scomparso o si mostra in modo assai parziale. Gli usi ideologici del pensiero di Marx lo hanno reso un illustre sconosciuto. Le componenti sociali e istituzionali che lo hanno utilizzato puntualmente ne hanno valorizzato tratti organici ai loro bisogni ideologici rimuovendo il senso perennemente rivoluzionario del pensatore. Marx studiò e denunciò non solo la logica padronale e sfruttatrice del potere con i correlati processi di alienazione, ma analizzò i le modalità di riproduzione del capitalismo nelle sue componente strutturali e sovrastrutturali, pertanto il suo fine era insegnare la critica e la prassi. Certo innumerevoli sono le possibilità poste in campo dal filosofo, ma vi sono costanti che rendono il pensatore coerente testimone della lotta politica contro i poteri. Ritornare a Marx, senza mitizzazioni, significa dunque pensare le stratificazioni nelle quali e tra le quali il pensatore si è obliato per essere trasformato in uno strumento per giustificare cricche di potere accademiche e politiche. Per noi che viviamo fuori da tali istituzioni e da ciò che ne resta, forse, sotto questo aspetto il compito è più semplice, poiché non ci sono pedaggi da pagare per uscire dalle “interpretazioni scolpite nella pietra” dei padroni del pensiero.

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maggiofil

Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio

Cronache marXZiane n. 20

di Giorgio Gattei

still life2«La merce è una cosa imbrogliatissima»

(K. Marx, Il Capitale)

1. Così come la reificazione indotta dalla presenza della “forma di merce”, quale connotato universale dei rapporti economici, produce effetti radicali sulla figura del suo produttore (vedi la Cronaca precedente), altrettanto succede per il consumatore che non gode più di un valor d’uso autoprodotto, ma consuma qualcosa che altri hanno prodotto e che ha acquistato sul mercato e la differenza non può non esserci, proprio come «la fame è la fame, ma la fame che viene placata con carne cotta mangiata con forchetta e coltello è una fame diversa da quella che divora carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti» (K. Marx, Introduzione del 1857). È per questo che nel Capitale più non si parla di “alienazione ideologica”, come negli scritti marxiani giovanili, bensì di «feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci». La differenza è decisiva (benché ci sia ancora chi considera i due termini equivalenti) perché, se «l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, nella produzione capitalistica è dominato dall’opera della propria mano». Si capisca bene: un conto sono le alienazioni religiose, politiche o filosofiche che producono nella coscienza le categorie astratte di Dio, dello Stato e della Idea alle quali ci si sottomette nella pratica, ben diverso è invece il caso della merce il cui acquisto è maledettamente concreto e il cui consumo assicura una soddisfazione materiale, che in dottrina si chiama “utilità” e che all’aumentare delle dosi consumate decresce fino al punto limite di massimo godimento della sazietà, che non è affatto illusoria. E così, se ci vuole tanta fede per credere che nell’ostia consacrata sia presente il corpo di Cristo o che la bandiera nazionale rappresenti la Patria o che il partito persegua sempre e comunque l’Idea, nulla occorre per avvertire nel consumo della madeleine di Proust quel sapore di vaniglia che «di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso.

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lacausalitadelmoto

Prefazione al libro di Michele Castaldo “Modo di produzione e libero arbitrio”

di Alessio Galluppi

2G8GBW8 4A settembre del 2023, Colibrì Edizioni pubblicò l’ultimo libro di Michele Castaldo Modo di Produzione e libero arbitrio. Con orgoglio e su richiesta ho contribuito come curatore per la stesura del libro. Qui di seguito c’è la sua prefazione come da pubblicazione originale. Con il sodale Michele non abbiamo mai avuto modo di impegnarci più di tanto per una sua presentazione e diffusione. Altri fatti eccezionali di lì a poco, il 7 ottobre, sarebbero avvenuti focalizzando il massimo delle nostre attenzioni e il nostro entusiasmo. Un entusiamo che non è venuto meno fino a questi ultimissimi giorni, che vedono nella reazione dell’Iran alla aggressione imperialista di USA e Israele un fenomeno storico casuale di magnitudine di immensa portata, ben inserito nel moto causale della crisi generale di un modo di produzione incapace che scuote l’insieme dell’Occidente.

* * * *

Le difficoltà che si incontrano quando si scrive una prefazione a un libro sono molteplici, e anche per questo libro di Michele Castaldo non mancano, uno dei presupposti richiesti per una lettura proficua è quello di avere coscienza della necessità del superamento di questo modo di produzione capitalistico e del suo sistema determinato di sfruttamento dell’uomo nei confronti dell’uomo e della natura. Perché un libro che pone al centro della riflessione il modo di produzione capitalistico e il libero arbitrio? Soprattutto che cos’è il libero arbitrio e quali fattori storici hanno determinato una concezione della storia secondo la quale essa stessa è il risultato dell’azione di quegli uomini che hanno saputo mettere in pratica le proprie intelligenze e la loro forza di volontà, decidendo così sia il loro destino e con esso quello degli altri uomini e anche quello della natura.

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fuoricollana

Come può rinascere il marxismo occidentale

di Domenico Losurdo

In un libro tradotto in molte lingue, Domenico Losurdo denunciava la scomunica inflitta dal marxismo occidentale a quello orientale. L’abbandono di ogni atteggiamento dottrinario e la disponibilità a misurarsi con il proprio tempo sono la condizione necessaria perché il marxismo possa rinascere in Occidente

a975f7fffe3f534e70a3234554906c80 XLL’abbattimento del sistema colonialista-schiavistico mondiale è avvenuto in circostanze tragiche: a Santo Domingo/Haiti lo scontro tra sostenitori e avversari dell’assoggettamento coloniale e della schiavitù ha finito con il configurarsi come guerra totale da una parte e dall’altra. Niente è più facile che metterle sullo stesso piano e contrapporre a entrambe, per esempio, la repubblica nordamericana. Apparentemente i conti tornano, la logica è rispettata: la democrazia degli Stati Uniti celebra la sua superiorità rispetto al dispotismo vigente sia nella Francia di Napoleone sia a Santo Domingo/Haiti di Toussaint Louverture e dei suoi successori. Solo che la realtà è completamente diversa: a lottare contro il paese e il popolo che si erano scrollati di dosso il giogo coloniale e le catene della schiavitù erano congiuntamente la Francia di Napoleone (col ricorso a una poderosa macchina bellica) e gli Usa di Jefferson (col ricorso a un embargo e a un blocco navale miranti esplicitamente a condannare all’inedia i neri disobbedienti e ribelli). Col medesimo formalismo argomenta ai giorni nostri la teoria corrente del totalitarismo. Essa accosta e assimila largamente l’Unione sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler, dimenticando che quest’ultimo, nel portare avanti il suo tentativo di sottoporre a dominio coloniale e schiavizzare gli slavi, si richiamava ripetutamente alla tradizione coloniale dell’Occidente e aveva costantemente ed esplicitamente dinanzi ai propri occhi il modello costituito dall’espansionismo dell’Impero britannico e dall’irresistibile avanzata nel Far West e dalla politica razziale della repubblica nordamericana.

 

Due marxismi e due diverse temporalità

Disgraziatamente, questa lettura del Novecento, che mette sullo stesso piano l’espressione più feroce del sistema colonialista-schiavistico mondiale e il suo nemico più conseguente, è stata fatta propria in misura più o meno ampia dal marxismo occidentale o da non pochi dei suoi esponenti.

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labottegadelbarbieri

Il piccolo vocabolario tematico del pensiero di Marx-Engels

Gian Marco Martignoni intervista il prof. Nicola Angelillo

anekinvrughIntervista di  al  docente di filosofia in pensione. Tra i suoi lavori La filosofia in fiabe e saggi di filosofia, oltre al piccolo manualetto pubblicato recentemente su Marx ed Engels.

* * * *

La prima osservazione che si rileva, leggendo Marx-Engel, è la mancanza di bibliografia.

Non è del tutto vero: la mia bibliografia è costituita da Karl Marx e Friedrich Engels.

Tre anni fa mi sono chiesto: perché non leggere direttamente gli scritti di Marx e di Engels e ascoltare attentamente quello che hanno da dirmi, invece di leggere quello che hanno detto ai loro numerosissimi ed eccellenti lettori?

Tre anni fa avevo 87 anni. Potevo togliermi la soddisfazione di leggere direttamente gli autori che hanno ispirato le piazze rivoluzionarie e le rivoluzioni nel mondo?

Leggendo i manoscritti economico-filosofici del 1844 e il Capitale non avevo una tesi da dimostrare, né un’intuizione nuova da verificare, per le quali avevo bisogno dell’aiuto autorevole dei suoi studiosi. ‹‹Marx-Engels›› non è difatti un saggio, ma un dizionario, in cui racconto i concetti e alcuni dei temi fondamentali del loro pensiero.

Vuoi sapere che cosa è il lavoro?

Apri alle voci in cui si parla del lavoro e saprai che per Marx il lavoro è la realizzazione fisica e spirituale dell’uomo.

Vuoi sapere che cosa è l’uomo?

Apri alle voci corrispondenti e troverai che per Karl Marx l’uomo è natura, è il mondo intero, è natura inorganica e organica prima di diventare uomo e così via. Ho cercato di non frappormi fra Marx e la voce dei suoi scritti e di evitare l’interpretazione delle sue parole.

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Bordiga, Marx e l’enigma risolto della storia

di Sandro Moiso

Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 20, 35 euro

bordiga jacobin italia 1320x481 1«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!»
(L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)

E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti a una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora dopo la caduta del fascismo e il suo arrivo a Salerno, vedevano nel primo segretario del Pcd’I un valido e indispensabile leader, ma in qualche modo ancor maggiormente danneggiato da molti dei suoi epigoni che si sono spesso divisi tra marmorei difensori di un pensiero ritenuto immutabile e valido per tutte le stagioni e negatori assoluti della validità del suo metodo e delle sue teorie, ritenendole ormai inadeguate per la comprensione del divenire storico e superate nei confronti dell’azione di classe.

Due posizioni queste ultime derivanti entrambe da una concezione specularmente rovesciata dello stesso insieme di scritti e testi estratti dalle riunioni di Partito che mai furono intesi come definitivi dall’autore, ma soltanto come semilavorati di un immane work in progress cui la vittoria della controrivoluzione, non solo di stampo capitalista e fascista ma anche, e forse soprattutto, staliniana, aveva imposto prima di tutto la necessità di restaurare i principi fondamentali destinati a guidare o almeno ispirare le Rivoluzioni a venire.

A più di cinquantacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 25 luglio 1970, il malinteso, se così lo si vuol chiamare, rimane immutato e per questo motivo il lavoro della Fondazione Amadeo Bordiga riveste una notevole importanza per il lavoro certosino svolto nel mettere a disposizione di un pubblico più vasto, e magari nuovo e più giovane, i lavoro prodotti dal comunista napoletano sia nel corso della sua militanza giovanile nel Partito socialista italiano e negli anni in cui fu tra i fondatori e poi segretario del Partito Comunista d’Italia sia, successivamente al secondo conflitto mondiale, come militante del Partito Comunista Internazionalista – «Battaglia Comunista» e dal 1953 del Partito Comunista Internazionale – «Programma Comunista».

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maggiofil

Il pianeta Marx nel dettaglio: la merce come forma generale di scambio

Cronache marXZiane n. 19

di Giorgio Gattei

Annigoni Filosofo1 711x340.jpg«Cos’è un cinico?
Chi conosce il prezzo d’ogni cosa
ma ne ignora il valore»
(O. Wilde, 1893)

 

1. Mercatura. Nello Zibaldone di pensieri, alla data del 31 luglio 1821, Giacomo Leopardi si lamentava perché nel Dizionario degli Accademici della Crusca compariva ancora la parola desueta “mercatura” invece quella moderna di “commercio”: «la Crusca non porta esempio di questa parola, ma se io dirò “Principalissima sorgente di civiltà si è la mercatura”, in cambio di dire il commercio, non solamente non sarò bene inteso né dagli stranieri né dagli italiani, ma sarò deriso dagli uni e dagli altri, e massime da questi». Come che sia, entrambi i termini rinviavano allo scambio di merci tra loro ed era giusto che così fosse perché, nel “fatto” del capitalismo (o Antropocene che dir si voglia), come si è mostrato nella Cronaca precedente il lavoratore è ridotto a essere una merce che si può comprare pagandogli un salario monetario per indurlo a lavorare per altri (Marx è stato perentorio al riguardo, ma soltanto in una noticina (sic!) del Capitale: «quel che dà il carattere all’epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma del lavoro salariato»), così che a maggior ragione saranno merci i prodotti del suo lavoro, che siano beni o servizi, leciti o illeciti, utili o dannosi. Per questo, come continuava la stessa noticina, «la “forma di merci” dei prodotti del lavoro acquisterà validità generale soltanto da quel momento in poi».

La merce, dunque, è il connotato generale del “fatto” del capitalismo, anche se la sua presenza economica è di antichissima data (cfr. A. Appadurai (a cura di), La vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale delle merci di scambio, 2008), ma per secoli rimanendo sporadica e limitata soprattutto ai contatti delle comunità tra di loro.

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machina 

Henri Lefebvre, un marxista sui generis

di Fernando Giaffreda

0e99dc 2952c3bc7f824627a5b55a9bb82f07b7mv2Henri Lefebvre nasce nel 1901 a Hagetmau, dipartimento delle Landes, ma passa l’infanzia a Navarrenx, piccola città a contatto con la realtà basca e ne viene fortemente influenzato. Più tardi lui stesso parlerà di questa terra accavallata su due Stati, Spagna e Francia, ricordando il motto del movimento per l’autonomia dei Paesi Baschi, che era «3+1=1», cioè che le tre province spagnole più quella francese fanno uno Stato.

Madre cattolica e bigotta, padre protestante. Nelle memorie parlerà di quando il padre cucinava una lepre in salmì nel giorno del Venerdì Santo per far dispetto alla moglie. Frequenta il Lycée Louis Le Grand di Aix-en-Provence, nel Midi della Francia, dove presso i Gesuiti, che possedevano la locale scuola, studia filosofia al corso di Maurice Blondel, filosofo cattolico fondatore fra gli altri, con il suo L'Action messo all’Indice dalla Chiesa, della democrazia cristiana francese. Grazie al professore, che faceva obbligo agli allievi di studiare il pensiero di Sant'Agostino, in particolare il Libro decimo delle Confessioni, studia le correnti sotterranee del cristianesimo e la patristica medievale. Gli si apre la strada così al pensiero giansenista e alla filosofia di Pascal, ma già a quindici anni legge per conto suo Nietzsche e Spinoza. Il primo lo folgora e ci vede un poeta. Ha per questo un’adolescenza ricca di cultura, è vivace e frequenta amorevolmente le ragazze del liceo, tanto che il padre superiore gesuita gli spalanca le porte della congregazione per l’adesione all’Ordine e nel frattempo cerca di sapere chi fossero le ragazze con le quali flirtava. Lì Lefebvre perse la fede perché gli sembrava orribile diventare monaco e rivelare la sua vita sessuale.

Nel 1920 si trasferisce a Parigi iscrivendosi a filosofia alla Sorbona, dove apprende il razionalismo borghese alla cattedra di Leon Brunschvicg, già allievo del premio Nobel Henri Bergson, e si laurea nel 1925. Durante gli studi, fonda il gruppo dei filosofi con i compagni Paul Nizan, Georges Politzer, Pierre Mohrange , Georges Friedmann e Norbert Guterman, in opposizione e lotta con quello dei poeti (André Breton, Antonin Artaud, Paul Eluard e altri), che poi si denominarono surrealisti, fondando la Centrale surrealista e pubblicando nel 1924 il Manifesto surrealista.

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machina

Fra Comunità e Consigli

Note su Il capitale nell’Antropocene

di Ruggero D'Alessandro

Una riflessione di Ruggero d'Alessandro sul volume di Saito Kohei (Einaudi, 2024)

0e99dc b5f6efb243aa4e68b084cda63ec83423mv2.jpgIl 2024 è un anno in cui l’editoria mondiale si arricchisce di saggi che attualizzano il pensiero di Karl Marx. Come del resto accade sin dalla bolla finanziaria che scuote l’economia mondiale dal 2007 alla prima metà degli anni ‘10.

Non è un caso che si proceda alla rilettura dell’autore di Das Kapital: è un modo per ricordare che quella crisi non è mai stata radicalmente risolta. Diverse voci, fra l’altro, chiariscono che il tardo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per questi aspetti:

  • La crisi è ormai concetto e realtà strutturale;

  • •  meglio sarebbe, in realtà, parlare di «policrisi»: la complessità dell’era global causa l’intreccio inestricabile fra economia finanziaria, produzione industriale, economia virtuale (Silicon Valley), istituzioni politiche, malfunzionamento di democrazia, società, cultura, formazione;

  • il Politico è istituzionalmente dipendente dall’Economico, non esprimendo più gli input della cittadinanza;

  • elezioni, partiti, sindacati, politica attiva sono destinati a finire nella soffitta della Storia;

  • a comandare nei parlamenti, come all’EU, all’ONU sono le lobby, cinghie di trasmissione fra Capitale e partiti;

  • se un milione di cittadini «normali» firma una proposta di quesito referendario poniamo, per fissare limiti severi alle emissioni di gas industriali, qualche lobbista ben introdotto nei corridoi della politica viene profumatamente pagato da finanzieri e industriali per bloccare tutto.

Sempre lo scorso anno esce un libro tradotto in molte lingue e venduto in molti Paesi. Lo firma uno studioso trentottenne, Saito Kohei, già molto considerato per studi e corsi alla Tokyo University in qualità di professore associato.

La tesi di PhD scritta in tedesco (Natur gegen Kapital, Natura contro Capitale) viene discussa nel ‘15 alla berlinese Humboldt Universität. Il lavoro è incentrato sul tema che più appassiona Kohei: il pensiero del tardo Marx sull’ambiente. Da notare l’eterogeneità formativa del giovane studioso: atenei nipponici, statunitensi e germanici (Tokyo e Wesleyan per gli studi di 1°ciclo, Freie per il 2°, Humboldt per il 3°).

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coku

Marx ha vinto Heidegger ha perso

di Leo Essen

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Nell’Austro-marxismo, con autori come Adler e Hilferding, si sviluppa una forma di idealismo in cui lo Stato acquisisce una propria autonomia: la politica determina l’economia e la violenza diventa il motore della storia. Da questa prospettiva nasce la convinzione che, poiché la violenza è cieca e i suoi esiti imprevedibili, uno sviluppo regolato da leggi sia inconcepibile. Ne consegue una rivalutazione del momento soggettivo e individuale, considerato una dimensione irriducibile alla generalizzazione e, quindi, refrattaria sia alla legge sia alla conoscenza scientifica.

Questo orientamento richiama Weber, che cercò l’essenza del capitalismo non nella sua anatomia e fisiologia economica, ma nella pluralità di atteggiamenti mentali e comportamenti umani sintetizzati nella nozione di spirito del capitalismo, ovvero nella calcolabilità che caratterizza l’impresa capitalistica. Così il capitalismo venne identificato con la razionalità e la scienza. Secondo Colletti, si tratta di un modo per catturare alcuni temi del marxismo: la realtà sociale viene ridotta ai significati che i membri della società attribuiscono al mondo.

L’Austro-marxismo, reagendo al positivismo della Seconda Internazionale, sviluppò quindi la teoria dell’autonomia della politica: la politica determina l’economia, e la violenza determina la storia.

Weber, nel tentativo di conciliare criticismo e marginalismo, elaborò il concetto di tipo ideale, cercando allo stesso tempo di confutare e assimilare alcuni nuclei fondamentali del pensiero di Marx. Questa operazione contribuì alla fortuna di giovani marxisti come Lukács, ma ne evidenziò anche i limiti: Weber cercò il capitalismo non nei luoghi indicati da Marx – storia, società, economia, classi – ma negli atteggiamenti mentali e comportamenti che sintetizzò nello spirito del capitalismo, ossia in una generica nozione di calcolabilità tipica della gestione d’impresa. Così il capitalismo finì per identificarsi con la razionalità tecnica della scienza.