Alberto Burgio: La crisi e la sinistra
Sabato 12 Maggio 2012 16:46
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 La crisi e la sinistra
Alberto Burgio
 Non bisogna rassegnarsi a una «pigrizia fatalistica», perché il pensiero critico in questa fase può giocare una partita cruciale. Per questo è necessario un soggetto politico unitario in grado di scontrarsi su un terreno culturale. Tutte le componenti della sinistra dovrebbero avviare una riflessione, a partire dalla sconfitta dell'ultimo ventennio Si ha più che mai, di questi tempi, l'impressione che avesse ragione Antonio Gramsci nell'indicare nella «concezione fatalistica e meccanica della storia» un preciso sintomo di scarsa autonomia intellettuale. Oggi, di fronte alla drammaticità della crisi e alle preoccupazioni che essa genera, la «pigrizia fatalistica» (sempre Gramsci) domina. Prevale la tendenza a credere che quanto accade sia effetto di forze superiori e incoercibili, il verdetto di un destino avverso. E che, per contro, solo un destino benigno (o «un dio») possa salvarci. Contro questo atteggiamento rinunciatario, figlio di una propensione al pensiero magico dura a morire, il pensiero critico può (deve) giocare una partita cruciale. Non è difficile mostrare come le sorti della sinistra, non solo in Italia, dipendano in larga misura dalla capacità di compiere e diffondere una corretta lettura delle cause della crisi in tutte le sue dimensioni (economica e sociale, politica, «intellettuale e morale»). Se sarà in grado di sradicare il diffuso fatalismo e la rassegnazione che ne consegue, la sinistra svolgerà un ruolo nella prossima fase del conflitto, che si annuncia, già dal prossimo autunno, di estrema asprezza. Altrimenti, contribuirà validamente alla propria sostanziale estinzione.
Questa crisi ha una specificità, che tende a passare inosservata. Come tutte le crisi sistemiche del capitalismo (effetto dell'interazione tra crisi da sproporzione, da tesaurizzazione e di realizzazione), essa si verifica, e semina disoccupazione e miseria, senza che sia avvenuta alcuna catastrofe.
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Guido Viale: Benecomunisti, che orrore
Sabato 12 Maggio 2012 16:31
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 Benecomunisti, che orrore
di Guido Viale
 Propongo di non usare mai più il termine "benecomunista": è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola. Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il "Comune" di cui scrivono Negri e Hardt. Quel "Comune" non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, "operaio massa", "operaio sociale", "moltitudine", per approdare, per ora, al "Comune".
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Karlo Raveli: Un'ALBA al tramonto?
Sabato 05 Maggio 2012 16:57
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 Un'ALBA al tramonto?
Riflessioni operaie sul manifesto italiano per un nuovo soggetto politico
di Karlo Raveli
Quanta energia critica si disperde di nuovo in questo tentativo di ridar vitalità sociale a un congegno parlamentare partitocratico in fase sempre più senile, e probabilmente terminale!
Ma è possibile che si creda ancora di poter scoprire un nuovo soggetto politico – nel senso di regime - valido per riformare questo tipo di istituzioni? Quando ammetteremo che il regime parlamentare del vecchio stato-nazione novecentesco non serve ormai a nient'altro che mantenere in piedi un'ossatura istituzionale capitalista globale, soprattutto metropolitana, proprio quando i principali valori su cui fa perno - la cosiddetta democrazia, in primo luogo, e persino lo stesso lavorismo cristiano-capitalista - si stanno svuotando di quei fondamenti etici e ideologici alienanti che si pretendeva assoluti e da riprodurre all'infinito?
Non c'è più possibilità di una speranza organizzata, come la chiamava Sandro Medici su Il Manifesto, all'interno dei meccanismi politici dell'attuale regime. E anche se si pensasse di averla di nuovo trovata, per un altro tentativo di palazzo, il vecchio stato-nazione novecentesco riuscirebbe sempre ad annullarla con la sua pesantezza, e assorbirla nelle sue inerzie, come ormai avrebbe dovuto insegnarci la storia degli ultimi decenni. Ma soprattutto la nuova fase di centralizzazione del comando istituzionale liberista.
La politica nel regime, e del regime, ciò che stolti - e interessati - si ostinano a chiamare democrazia, non riesce nemmeno più a esercitare quel ruolo di corpo intermedio di cui si parla, ormai totalmente neutralizzata dal potere economico, soprattutto attraverso il controllo finanziario e mediatico globale.
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Giovanni Mazzetti: La rifondazione fallita
Mercoledì 11 Aprile 2012 15:09
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 La rifondazione fallita
Giovanni Mazzetti
Il problema non è se dirsi comunisti, ma come eventualmente provare ad esserlo. È necessario interrogarsi sul fallimento del tentativo di rifondarlo per capire dove si è sbagliato. E non correre dietro a qualsiasi forma di disagio e di opposizione
 Nel 2007 scrissi con Luigi Cavallaro un articolo a quattro mani pubblicato sulla rivista Essere comunisti. Il titolo era "Perché essere comunisti" e rappresentava una risposta critica a Piero Di Siena che poco prima aveva posto, anche se in modo meno aperto, un interrogativo analogo a quello che la Rossanda ha lanciato recentemente sul giornale. Pochi mesi prima ero intervenuto al convegno organizzato anche dal manifesto, i cui atti sono poi stati raccolti dalla Manifestolibri in Rive Gauche. La mia riflessione si intitolava "Affinché la vittoria della sinistra non diventi una iattura". Era il periodo immediatamente antecedente le elezioni nelle quali l'alleanza di centrosinistra, l'Unione, era destinata a vincere, con i miseri risultati che oggi sappiamo e col disastro finale di cui ancora soffriamo le conseguenze.
Perché accennare a tutto ciò, pur lasciando da parte una valanga di altri allarmi lanciati a suo tempo? Perché non ci sto all'ennesima ripetizione, di quello che lentamente si sta trasformando in un gioco perverso. Personalmente sono comunista. Ma credo che il ripeterlo e il ripetermelo serva ormai a ben poco. Mi devo piuttosto interrogare sul come sia eventualmente possibile agire oggi in maniera coerente con questo bisogno. Perché nel frangente che stiamo attraversando il comunismo non solo non riesce più ad essere un movimento ma, come dimostra l'interrogativo della Rossanda, stenta addirittura a sopravvivere come bisogno.
Non è detto, infatti, che per il semplice affacciarsi sulla scena sociale un bisogno riesca ad avere un'esistenza reale. Come scriveva Marx sin dal 1843, «una cosa può essere resa necessaria dalla situazione», e alcuni soggetti possono affermare questa necessità, ma l'insieme delle condizioni esteriori possono precluderle «di entrare a far effettivamente parte della vita». In genere, quando ci si riferisce a queste condizioni esteriori le si immagina, opportunisticamente, solo come "forze indipendenti dai soggetti agenti"; nel nostro caso "la forza del capitale globale".
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Andrea Colombo: Piazza Fontana e anni ’70, ma quali trame
Domenica 08 Aprile 2012 11:36
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Piazza Fontana e anni ’70, ma quali trame
Fu lotta di classe e l’abbiamo persa
Andrea Colombo
Le polemiche divampano come se la famosa bomba invece che il 12 dicembre 1969 fosse scoppiata nel 2009, e qualcuno inevitabilmente si chiede: “Ma com’è possibile che un fatto così antico laceri ancora tanto? E magari, nella sala accanto a quella dove si proietta Romanzo di una strage danno il film sulla Diaz, roba di ieri, quasi ancora d’oggi, senza che nessuno ci si accapigli?”
Sarà che quella generazione ormai attempata il vizietto di occupare il centro della scena non lo ha mai perso: ingombranti da incanutiti quanto da ragazzi? Sarà che scannarsi su piazza Fontana, ormai, non fa più male a nessuno mentre la Diaz somiglia a quel che era “all’epoca dei fatti” il 12 dicembre?
O non sarà, invece, che la riposta la offre tra le righe Eugenio Scalfari nel suo articolone, già citato in questo sito da Lanfranco Caminiti? È probabile Lanfranco abbia ragione e che sullo sfondo della diatriba repubblichese ci sia davvero una scontro interno che riguarda ben più attuali faccenduole, tipo l’opportunità o meno di sostenere a spada tratta un governo che finirà per far rimpiangere al Paese Silvio il Puttaniere.
Ma non c’è solo quello. E non c’è solo piazza Fontana. Come li tocchi li tocchi, con gli anni ’70 ti ci scotti. Il motivo è ovvio: capita perché il Paese in cui viviamo è un prodotto di quel che accadde allora, dell’esito del conflitto durissimo che si combatté in quel decennio e dei mai più modificatisi equilibri (anzi squilibri) sortiti da quella vicenda. Degli anni ’70 il presente è ostaggio. Nel senso letterale della parola.
I ragazzi di oggi possono non sapere niente di via Fani o piazza Fontana, ma se tirano un sassetto contro i blindati in piazza san Giovanni si beccano cinque anni di galera, uno sproposito che grida vendetta e che tutti accettano senza muovere un dito, proprio perché ci sono state via Fani e piazza Fontana.
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Rossana Rossanda: Benecomunisti, che passione
Domenica 08 Aprile 2012 10:54
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 Benecomunisti, che passione
di Rossana Rossanda
 Ecco il primo soggetto politico che toglie senz'altro di mezzo il conflitto sociale: è quello proposto dal documento di Firenze e Napoli, pubblicato sul manifesto del 29 marzo e argomentato il giorno dopo da Marco Revelli. Come Revelli, altri amici e compagni vi hanno rapidamente aderito.
È un "soggetto senza progetto". La sua idea di società, alquanto mal ridotta dai traffici di Berlusconi e dalla contabilità di Monti, non va oltre la vasta quanto vaga esigenza di far esprimere in forme dirette la società civile, la quale è fatta di tutto fuorché dallo stato, dalle istituzioni e dagli attori della politica. Da tutti e da ciascuno di noi - padroni e dipendenti, banche e depositari e speculatori, uomini e donne, ricchi e poveri, nord e sud - in quanto messi in grado di esprimersi con la scheda sui loro bisogni e le soluzioni per risolverli. Quindi una democrazia più diffusa, una rete di relazioni svincolata dal ceto politico, non più solo "rappresentativa" di qualcuno ma "partecipata" da cittadini che non rilasciano deleghe.
Questo modello non è quello della Costituzione del 1948, che punta sui partiti come corpi intermedi, mediatori fra cittadini e stato, luoghi di elaborazione degli interessi diversi di una società complessa. I partiti - è la premessa del documento - non godono più di alcuna fiducia degli italiani, chiusi come sono in se stessi e nelle loro diatribe, mancando di ogni trasparenza anche quando, raramente, non sono sospettabili di frodi. Essi costituiscono l'impermeabile e impenetrabile "Palazzo" di pasoliniana memoria, e l'ombra o penombra che vi domina sono il miglior brodo di coltura per germi di ogni tipo. Metterli sotto pressione e controllo dal basso è l'operazione di igiene che si impone, nonché cortocircuitarli quando si può chiamare a un referendum.
Per il "nuovo soggetto" questo - trasparenza e apertura ai cittadini - è il vero problema del paese. Occorre sfondare le mura di quelli che non sono più corpi "intermedi" ma corpi "separati", e come tali non sono in grado né di capire né di comunicare con l'Italia, per cui si prevede un massiccio voltare loro le spalle con l'astensione.
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Marino Badiale: Esorcismi
Giovedì 05 Aprile 2012 13:18
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Esorcismi
di Marino Badiale
È molto istruttiva la lettura dell'editoriale di Marco D'Eramo su “Il Manifesto” del 30 marzo. Ci sembra che esso rappresenti un compendio di tutte le incongruenze della sinistra sui temi dei quali ci occupiamo in questo blog (sovranità nazionale, euro, UE). Per mostrare queste incongruenze, proviamo a sintetizzare alcuni punti del ragionamento di D'Eramo:
1. Le lotte contro le misure antipopolari, che in questo periodo stanno prendendo i vari governi europei, hanno sempre una dimensione nazionale, mai una dimensione europea. 2. Al contrario, l'azione dei rappresentanti politici dell'attuale capitalismo regressivo (volta a “riportare la lancetta della storia a prima del 1929, a cancellare lo stato sociale e abrogare il compromesso fra capitale e lavoro”) ha una dimensione sovranazionale. 3. D'altronde, è un fatto che “l'unica leva di potere cui la sinistra può (…) puntare è il controllo dell'apparato dello stato nazionale”. 4. Inoltre, “l'euro è una moneta unica che paradossalmente ha diviso invece di unire: ha esaltato le differenze e le irriducibilità fra i vari paesi rendendo più difficile concordare le iniziative fra le diverse sinistre”.
Fin qui D'Eramo. Queste analisi sono ampiamente condivisibili. Quali conclusioni trarne? Chi legge questo blog conosce le nostre posizioni: occorre riconquistare la sovranità nazionale, e quindi anche economica, e usare il potere dello Stato per ricostruire la giustizia e la coesione sociale che trent'anni di neoliberismo hanno cancellato.
Come si può intuire (dopotutto, stiamo parlando di un editoriale del “Manifesto”), non è questa la conclusione che trae D'Eramo. La sua conclusione è che “quella nazionalistica è una tentazione illusoria e vana”.
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Luciana Castellina: Non sputiamo sulla nostra storia
Mercoledì 04 Aprile 2012 18:10
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 Non sputiamo sulla nostra storia
di Luciana Castellina
.jpg) Monti, da Tokio, ci fa sapere che lui è popolare, i partiti no, sono solo oggetto di disprezzo. Pirani, solitamente molto politically correct, scrive che il bello del nuovo nostro primo ministro sta nel fatto che è autonomo dalle fluttuazioni parlamentari, dalla dialettica dei partiti e dalle pressioni della società. (Voglio sperare che non si sia reso conto di cosa ha teorizzato). La traduzione a livello popolare del concetto è quanto si sente sempre più ripetere: «A che mi serve la democrazia? Costa troppo. Perché debbo pagare tanti soldi perché una cricca vada a chiacchierare dei fatti suoi in un parlamento?».
A livello alto, invece, nelle istituzioni europee e fra insigni studiosi, si dice che siamo entrati nella post democrazia parlamentare, che i problemi sono ormai troppo complicati per lasciarli a incompetenti istituzioni rappresentative. Ricordo queste cose per avvertire che quando si cominciano a denunciare classe politica e, indifferenziatamente, i partiti in quanto tali, bisogna stare un po' attenti. L'attacco alla democrazia non viene più da bande neofasciste ormai poco più che folcloristiche, ma da una minaccia più raffinata: dall'uso capzioso che ormai apertamente viene fatto dell'oggettivo fastidio, della distanza che si è scavata fra società civile e istituzioni politiche. Cui inconsapevolmente concorre anche il neo anarchismo che percorre ovunque i movimenti.
D'accordo quindi con " il manifesto per il nuovo soggetto politico" pubblicato il 29 marzo scorso su questo giornale (e firmato da molti miei amici di cui ho la massima stima) quando dicono che per salvare la democrazia bisogna arricchirla e trovare nuove forme di partecipazione e anche di democrazia diretta. Ma, vi confesso di provare anche molta preoccupazione per il tipo di nuovo soggetto politico di cui si auspica la nascita in sostituzione della forma partito novecentesca.
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Un'altra politica nelle forme e nelle passioni
Venerdì 30 Marzo 2012 12:27
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 Manifesto per un soggetto politico nuovo
Per un’altra politica nelle forme e nelle passioni
Non c’è più tempo
Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.
In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.
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Mimmo Porcaro: #Occupy #Lenin
Mercoledì 28 Marzo 2012 12:59
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#Occupy #Lenin
di Mimmo Porcaro
1. Nella sua Storia della prima repubblica Aurelio Lepre ci offre, fra le molte altre, un’osservazione di particolare interesse: “Il mito della rivoluzione che si diffuse nell’immediato dopoguerra e si consolidò nei due decenni successivi ebbe caratteri del tutto particolari. Si sognò una rivoluzione che avvenisse per impulso esterno (crollo del ‘capitalismo imperialistico’ o definitiva affermazione pacifica del modello sovietico) e non a costo di una terza guerra mondiale e di una guerra civile. Una proiezione di questo sogno fu la vastità dei consensi che riscuoteva anche a livello di massa la teoria della crisi irrimediabile del mondo capitalista, che, si credeva, poteva essere in qualche modo ritardata, ma non evitata. Essa consentiva di ritenere raggiungibile, grazie alla forza dei processi storici, un obiettivo a cui non si voleva rinunciare ma di cui, in concreto, non si vedeva nessuna scorciatoia per arrivarci”. E aggiunge Lepre che lo stesso mito di Stalin aveva, in questo senso, addirittura una funzione tranquillizzante: tanto che Elio Vittorini poteva contrapporre il saggio gradualismo del “piccolo padre” georgiano al rigorismo rivoluzionario di un Lenin.
L’idea che guida le brevi note che seguono è che una tale visione evoluzionistica del superamento del capitalismo o della costruzione del “mondo possibile” si è imposta, con le debite varianti, fino agli inizi del XXI secolo, e che la crisi l’ha resa ormai inservibile, suonando nuovamente l’ora di Lenin.
2. Che un forte evoluzionismo sia il pur velato nume tutelare di quasi tutte le strategie anticapitaliste della seconda metà del vecchio secolo e degli albori di quello nuovo è cosa difficile da negare. La crescita della democrazia progressiva, poi quella del contropotere operaio, poi quella dei soggetti desideranti, infine quella della democrazia partecipata, dell’economia sociale e della moltitudine, tutte a loro modo presuppongono che il capitalismo tenda per propria natura ad estinguersi, o perché intossicato dal lento veleno di una crisi storica, o perché minato dalle nuove relazioni e dai nuovi soggetti che il suo stesso sviluppo è costretto a creare.
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Riccardo Achilli: Il Governo della decrescita (infelice) e l'esigenza di una sinistra unita
Lunedì 26 Marzo 2012 11:28
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 Il Governo della decrescita (infelice) e l'esigenza di una sinistra unita
di Riccardo Achilli
Un Governo privo di qualsiasi idea di crescita e sviluppo
Parliamoci chiaro: nessuno dei provvedimenti che l'attuale Governo Monti ha preso nei quattro mesi della sua esistenza è mirato a promuovere crescita e sviluppo. La riforma del mercato del lavoro è costruita esclusivamente attorno a due obiettivi. Il primo è quello di favorire il calo della spesa previdenziale, quindi contribuire al raggiungimento del pareggio di bilancio reso costituzionalmente obbligatorio, un risultato, questo, che nemmeno Berlusconi e Tremonti avevano potuto conseguire, perché il Pd, che era contro tale vincolo quando al Governo c'era Berlusconi, adesso che spera di racimolare qualche spicciolo di potere con il sostegno al Governo-Monti, è diventato all'improvviso favorevole. Tornando alla spesa previdenziale, l'Aspi costerà 2 miliardi all'anno, mentre la parallela abrogazione della cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale, dell'indennità di mobilità e di quella di disoccupazione comporterà un risparmio di 4,5 miliardi circa, con un beneficio netto per le casse dell'INPS di 2,5 miliardi all'anno (fonte: INPS). Inoltre, l'introduzione dell'imposta di 1,4 punti calcolata sulle retribuzioni dei precari potrebbe valere, secondo le prime stime, un gettito aggiuntivo pari a 700-750 milioni di euro (che peraltro, in assenza di una previsione di reddito minimo garantito, pagheranno i lavoratori, perché le imprese, per pagare l'imposta aggiuntiva, ridurranno di conseguenza le retribuzioni). In complesso, quindi, fra minori spese e maggiori entrate, il bilancio pubblico avrà un beneficio di circa 3-3,3 miliardi di euro all'anno. Il secondo obiettivo è quello di favorire le ristrutturazioni delle imprese, cioè in parole povere, l'espulsione di personale, tramite la più facile flessibilità in uscita.
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A.Burgio,A.Gianni: Torniamo a Marx, non andiamo «oltre»
Domenica 18 Marzo 2012 10:15
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 Torniamo a Marx, non andiamo «oltre»
Alberto Burgio, Alfonso Gianni
A sinistra va di moda l'ideologia dell'«oltrismo». Ma se invece riprendessimo le teorie del filosofo di Treviri e di Keynes?
 Pochi giorni fa è comparso, con ovvio rilievo di stampa, un appello italo-tedesco ai rispettivi parlamenti nazionali perché questi ratifichino nello stesso giorno, e comunque prima del Consiglio europeo previsto per fine giugno, il cosiddetto fiscal compact, ossia il nuovo accordo che, dopo il Six Pack e il Patto Euro Plus, intende inferire un nuovo colpo al residuo brandello di sovranità nazionale sui bilanci in favore di una «sovranazionalità» retta da organismi del tutto a-democratici. Naturalmente, secondo i proponenti l'appello, tale ratifica andrebbe accompagnata da una dichiarazione politica «per un nuovo passo in avanti verso una forte Unione politica con un governo federale», ma si capisce che si tratta del fumo che accompagna l'arrosto, visto che lo sciagurato patto rimarrebbe tale e addirittura rafforzato, alla faccia dello stesso Hollande che ha dichiarato l'intenzione, una volta vinte le elezioni francesi, di rinegoziarlo. Il che comporta anche un ulteriore sostegno alla maggioranza bulgara che sta approvando a tappe forzate la revisione dell'articolo 81 della nostra Costituzione per introdurvi l'obbligo del pareggio di bilancio, in modo tale da precludere anche un referendum confermativo.
L'appello in questione è firmato da eminenti personalità, alcune delle quali fanno parte del milieu della sinistra con ambizioni radicali. La giustificazione fornita è che non si può rinchiudersi in una nicchia di opposizione, che bisogna «scendere in campo», che si tratterebbe quindi di stabilire una nuova tappa nella costruzione dell'Europa da aggiustare poi in seguito. Argomentazioni infantili, potremmo dire, se non provenissero da persone assai avvertite e politicamente esperte. Bisogna quindi interrogarsi sulle ragioni che ci hanno condotto sino a questo punto. Perché siamo tornati indietro alla destra hegeliana, per cui tutto il reale (banalmente equiparato all'esistente) appare razionale? Perché si è interiorizzato un principio in virtù del quale ogni atteggiamento oppositivo è in partenza considerato di nicchia nel migliore dei casi, suicida nella maggioranza dei medesimi?
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Carlo Formenti: Il grado zero della teoria rivoluzionaria
Mercoledì 07 Marzo 2012 12:15
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 Il grado zero della teoria rivoluzionaria
Movimenti e organizzazione politica
di Carlo Formenti
 Dalla fine del ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, è la prima volta che assistiamo alla nascita e allo sviluppo, contemporaneamente e a livello mondiale, di movimenti sociali a carattere antagonistico. Le insorgenze dei trent’anni precedenti – a eccezione del ciclo No Global da Seattle a Genova – erano di tipo «single issue» (movimenti studenteschi, lotte per la pace, contro il nucleare, per i diritti delle donne e dei gay ecc.) né hanno mai assunto – se non marginalmente – carattere anticapitalistico. Anche la marea di rabbia e di odio che oggi vediamo montare a livello globale – dalla primavera araba agli indignati di Spagna, Grecia e Israele, da Occupy Wall Street alle lotte degli operai e contadini cinesi e di altri paesi in via di sviluppo – assume solo episodicamente una natura esplicitamente antagonista, ma il radicale rifiuto di mediazioni politiche istituzionali, di ogni forma di rappresentanza, così come le pratiche di autogestione e autoorganizzazione delle lotte e l’identificazione del nemico principale nella finanza globale e nei governi, di destra e di sinistra, che ne incarnano gli interessi, sembrano condurre in tale direzione.
Le cause del processo sono già state ampiamente analizzate, per cui mi limito a richiamarle brevemente, per passare subito dopo al tema centrale di questo intervento. Decenni di controrivoluzione liberista e di finanziarizzazione dell’economia hanno spazzato via il compromesso fra capitale e lavoro fondato sul welfare. Oggi ai proletari (e alle classi medie proletarizzate) non serve leggere Stato e rivoluzione per capire che lo Stato borghese non è cosa che possa servire – anche in minima parte – i loro interessi. Del resto, non esiste nemmeno più una classe borghese capace di delegare alla politica la gestione di un «interesse generale», sia pure inteso come interesse di tutta la borghesia e non di singole frazioni di essa, esistono solo caste politiche che servono – cinicamente e alla luce del sole – gli interessi delle lobby finanziarie.
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Luigi Cavallaro: Perché non possiamo non dirci comunisti
Sabato 03 Marzo 2012 12:42
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 Perché non possiamo non dirci comunisti
di Luigi Cavallaro
Un ideale al quale la società avrebbe dovuto conformarsi o il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente? Una risposta a Rossanda, Ruffolo, Ciocca, Tronti
.jpg) Non possiamo più dirci comunisti, perché è cambiato il mondo e non abbiamo sufficientemente aggiornato né gli strumenti d'analisi né le proposte: ha scritto così Rossana Rossanda, invocando «un esame di noi stessi» (il manifesto, 18 febbraio).
Giorgio Ruffolo è stato anche più drastico: tranne che in alcune società arcaiche, il «comunismo» non è mai esistito e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa «se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi» (21 febbraio).
Di certo, non era «comunista» quel sistema sociale venuto fuori attraverso mille tragedie dalla Rivoluzione d'Ottobre: anzi, secondo Pierluigi Ciocca (22 febbraio), il «merito storico» del manifesto è proprio quello di averlo capito e denunciato per tempo e con chiarezza. E men che meno aveva a che fare con il comunismo il «keynesismo postbellico» del trentennio 1945-1975, sebbene - rileva ancora Rossanda - la critica che se ne è fatta abbia lasciato spazio solo a «spinte liberiste». E dunque, cosa siamo? E soprattutto, cosa vogliamo?
Se davvero il manifesto vuol essere un giornale capace di tener insieme riformismo propositivo e utopia concreta, sono domande che non possono essere eluse. Ha ragione Mario Tronti (26 febbraio) a suggerire che, se non ci si può più dire comunisti nei tempi brevi, non lo si può più fare nemmeno nel tempo lungo. Anche perché, se le cose stessero così come sostengono Rossanda, Ruffolo e Ciocca (e innumerevoli altri con loro), si dovrebbe far fuori non solo la testatina di questo giornale, ma la stessa testata: troppo legata a Marx, e troppo legato Marx all'idea che il comunismo non fosse «un ideale» al quale la società avrebbe dovuto conformarsi, ma «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».
Vale allora la pena di ricordare che la costituzione materiale dello stato borghese, ovunque vigente all'epoca in cui Marx visse e teorizzò, interdiceva ai pubblici poteri qualsiasi intromissione nell'ambito del processo produttivo: la stessa distinzione fra «politica» ed «economia» non ne era che il precipitato ideologico.
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Alain Badiou: Sovvertire la chiusura del presente
Mercoledì 29 Febbraio 2012 17:19
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Sovvertire la chiusura del presente*
Livio Boni e Andrea Cavazzini intervistano Alain Badiou
Livio Boni e Andrea Cavazzini: Sebbene quest’intervista si prefigga innanzitutto di dare un’idea ai lettori italiani dell’insieme del suo “itinerario”, ci permetta – Alain Badiou – di cominciare in qualche modo a ritroso, non da una ricostruzione genealogica, ma dall’analisi della situazione politica francese da lei stesso consegnata nel suo Sarkozy: di che cosa è il nome? , un saggio-pamphlet che ha avuto un’eco importante in Francia, e che non ha mancato di suscitare un vivo interesse anche in Italia1. Solo in un secondo momento verremo alle Logiques des mondes e all’evoluzione più propriamente infra-filosofica del suo pensiero, nella seconda parte della nostra conversazione.
Lei sostiene che «è effettivamente avvenuto qualcosa» in occasione delle ultime elezioni presidenziali, e che questo qualcosa segna tra l’altro la fine delle categorie stesse che hanno organizzato la vita politica francese dal dopoguerra, ed in particolare la morte dell’“intellettuale di sinistra”2. Possiamo partire da quest’ultimo punto?
Alain Badiou: Alla fine della seconda guerra mondiale, due sono state le forze emergenti, poiché entrambe all’origine della resistenza all’occupazione nazista: i gollisti e i comunisti. Tali forze si intendevano tacitamente su due regole fondamentali: innanzitutto, lo Stato aveva delle responsabilità economiche e sociali, da cui la serie importante di nazionalizzazioni (banche, industria automobilistica, energia…), la pianificazione centralizzata, la previdenza sociale, ecc. In secondo luogo, la Francia non doveva allinearsi integralmente agli Stati Uniti, da cui il patto francosovietico siglato da De Gaulle. Questi due punti di accordo facevano da sfondo alla contrapposizione tra la destra gollista e la sinistra socialista.
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Mario Tronti: Una voce libera, che fortuna
Lunedì 27 Febbraio 2012 17:02
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 Una voce libera, che fortuna
di Mario Tronti
 Rossana Rossanda, da lontano, ripetutamente, ci suggerisce, ci sprona, qualche volta ci sferza. È una fortuna, per tutti noi, avere una tale voce libera, oltretutto cara, di stimolo e di confronto. A volte, come nell'ultimo, «il manifesto» del 18 febbraio, «Un esame di noi stessi», viene avanti un discorso puro e semplice di verità. L'esame di se stessi, il tentativo di raggiungere un'autoconsapevolezza delle proprie ragioni di vita, è una dimensione alta dell'essere umano, purtroppo ancora privilegiata, a disposizione dei pochi che possono permettersela. Dimensione eterna. La modernità l'ha poi declinata e assai complicata nella forma dell'agostiniano inquietum cor nostrum, o nello scetticismo libertino alla Montaigne. E tra Otto e Novecento è andato a cercarla negli abissi insondabili dell'inconscio. Comunque, è indubbio che il fermarsi un momento per chiedersi: a questo punto, chi sono, o che cosa sono diventato, è un buon esercizio di intelligenza di sé e del mondo. Ancora più necessario, e forse più difficile, quando si tratta di dire: chi siamo e che cosa siamo diventati.
Ma la smetto subito con queste supponenti considerazioni e passo a vie di fatto. Mi pare che Rossana Rossanda abbia fatto un discorso di questo tipo: ha preso le difficoltà recenti e crescenti del giornale per leggerle come metafora delle difficoltà recenti e crescenti, non di quella sinistra come parola ormai «assai vaga», ma di quella precisa sinistra che ha insistito fin qui a chiamarsi comunista. Ho colto nella voce di Valentino Parlato, quando mi invitava ad intervenire sulla questione, una preoccupazione, che è, penso, di molti compagni e compagne. Che comunisti non ci si possa dire più nei tempi brevi, porta come conseguenza, come ne ha rapidamente dedotto Giorgio Ruffolo, che non ci si possa più dire tali anche nel tempo lungo, quando, come si sa, saremo tutti morti? È un bel problema. Non si risolve qui. Non si risolverà negli anni immediatamente a venire. Lasciamo alle generazioni del XXI secolo la questione aperta.
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Alberto Bagnai: Il manifesto manifesta
Giovedì 26 Gennaio 2012 08:42
amministratore
Il manifesto manifesta
di Alberto Bagnai
.jpg) Ci risiamo. Sul Manifesto di ieri leggiamo il periodico “ accorato appello” del direttore Parlato: ci stanno togliendo i soldi, la decisione è stata presa dagli Uffici della Camera (i politici non ci si sono nemmeno sprecati), che si sono battuti il belino degli appelli del Presidente della Repubblica (liberté, égalité, fraternité), siamo stati condannati, sarà disoccupazione per migliaia di addetti al settore, saremo costretti a chiudere, dopo quarant’anni di lotte per le libertà, gli abbonamenti stanno calando...
Ecco: ferma tutto: gli abbonamenti... Una volta, a sinistra, esisteva un valore che mi sembra definitivamente tramontato: l’autocritica. Forse sarebbe il caso di chiedersi perché gli abbonamenti stanno diminuendo, no? Avrete fatto le vostre analisi. Vi regalo la mia.
Quest’estate il Manifesto ha lanciato un dibattito sulla Rotta d’Europa con un articolo abbastanza fumoso nel quale Rossana Rossanda, fingendo di fare delle domande, dava delle risposte, le risposte che erano dentro di lei, e che, purtroppo, erano per lo più sbagliate. Come si dice a Roma, ci hanno imboccato tutti: una bella passerella di articoli che seguivo distrattamente andando da un rifugio all’altro in Alto Adige, fino a che mi è venuto un travaso di bile a fronte del Vajont di banalità, di “neismo” (neocapitalismo neoliberismo neofinaziarizzazione della neoeconomia), e di ossequio ai mantra della finanza, malamente camuffato da voce critica e di sinistra.
Ossequio che raggiunse il culmine nella stomachevole intervista di Rossanda ad Amato. Chi non l’ha letta se la vada a rileggere (consiglio la versione apparsa sul forum amatoriale piuttosto che quella del Manifesto, perché sul Manifesto prudentemente non vennero consentiti commenti dei lettori).
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N.Klein e Y.Marom: Perché adesso? Quale sarà il prossimo?
Domenica 15 Gennaio 2012 18:38
amministratore

Perché adesso? Quale sarà il prossimo?
Conversazione tra Naomi Klein* e Yotam Marom**
Naomi Klein - Una delle cose più misteriose riguardo a questo momento è: “perché adesso?” La gente ha lottato contro le misure di austerità e ha urlato per un paio di anni contro gli abusi delle banche, facendo essenzialmente la stessa analisi: “Non saremo noi a pagare per la vostra crisi”. Ma non sembrava proprio che acquistasse popolarità, almeno negli Stati Uniti. C’erano dimostrazioni e c’erano progetti politici e c’erano proteste come a Bloombergville. Ma, erano in gran parte ignorate. Non c’era davvero nulla su vastissima scala, nulla che realmente avesse un impatto significativo. E adesso, improvvisamente, questo gruppo di persone in un parco ha fatto esplodere qualche cosa di straordinario. Come lo spieghi, allora, dato che sei stato impegnato in OWS dall’inizio, ma anche nelle precedenti azioni contro l’austerità?
Yotam Marom – Ebbene, la prima risposta è: non ho idea , nessuno ne ha. Ma posso fare delle congetture. Penso che ci siano delle cose che si devono considerare con attenzione quando ci sono momenti come questi. Una sono le condizioni: disoccupazione, debito, sfratti, i molti altri problemi che deve affrontare la gente. Le condizioni sono vere e sono brutte, e non si possono simulare. Un altro tipo di base per questo tipo di cosa è quello che fa la gente che organizza per preparare momenti come questi. Ci piace fantasticare su queste insurrezioni e sugli importanti momenti politici – ci piace immaginare che vengano fuori dal nulla e che sia necessario solo questo – ma queste cose accadono se c’è dietro uno sforzo organizzativo enorme che viene fatto ogni giorno, in tutto il mondo, in comunità che sono realmente emarginate e che affrontano attacchi bruttissimi.
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M.Hardt e A.Negri: La costituzione del comune e le ragioni della sinistra
Giovedì 29 Dicembre 2011 19:11
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La costituzione del comune e le ragioni della sinistra
di Michael Hardt e Antonio Negri
1. Che cosa è stata la sinistra?
C’era una volta il neoilluminismo accademico (Norberto Bobbio ad esempio) che definiva la sinistra come portatrice dei valori dell’uguaglianza, mentre la destra lo sarebbe della libertà . . . ma l’ideale è di tenerle insieme. Queste favole lasciamole a Habermas, l’unico ideologo a perseguirle ancora. Comunque da quando l’egual-libertà è stata fatta propria dalla riforma blairiana del Labour questo progetto è finito nel nulla. Meglio, in catastrofe. In questo momento, infatti, ci troviamo di fronte ad una serie di autocritiche talmente generalizzata da non stupire che se ne siano fatti portavoce persino Pierre Rosanvallon e Anthony Giddens. Di fatto, nel neoliberalismo trionfante la distinzione tra sinistra e destra era divenuta sottile e flessibile. La sinistra difende il Welfare State fino a quando il suo costo non incide troppo sul debito pubblico, cioè sulla volontà di mantenere l’ordine gerarchico della società; e la destra demolisce il Welfare State finché l’ordine pubblico e la sicurezza non siano messi in pericolo. La dimensione monetaria era divenuta fondamentale nel gestire, sotto la maschera dell’egual-libertà, la diseguaglianza sociale. Sul terreno militare la distinzione tra sinistra e destra è divenuta anche più ipocrita: laddove la destra conduce guerre imperiali e occupazioni di terreno, la sinistra contribuisce a queste guerre attraverso bombardamenti umanitari dal cielo. In ogni caso, anche queste distinzioni sono superficiali: al trascendentalismo ideologico della propaganda della destra e della sinistra corrisponde una pratica molto brutale che non fa distinzioni. Si badi bene: questo nostro appiattimento della sinistra sulle pratiche della destra non è davvero caricaturale, anzi non è molto lontano dalla realtà. Comunque s’intenda il concetto di sinistra, non sembra esserci molto spazio per essa nella governance imperiale. Il progetto di un movimento “di lotta e di governo” (vecchio paradigma della sinistra) non funziona più perché, quando ci si confronti alla governance imperiale, la potenza di cattura delle istituzioni è più forte di qualsiasi tentativo di rinnovare l’ordine della società e di democratizzarne l’amministrazione.
Noi non crediamo, tuttavia, che il concetto di sinistra sia divenuto inutile e insensato. Di contro, esso può devenire importante quando sia concepito come potenza costituente.
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Federico Campagna: Al di sopra o al di sotto della legge
Martedì 27 Dicembre 2011 14:42
amministratore

Al di sopra o al di sotto della legge
I movimenti e lo Stato civile di eccezione
Federico Campagna
«Tout le pouvoir aux communes!» Comité invisible
Via via che il Mediterraneo sprofonda nell’ennesima epoca di declino, i governi dell’area fanno sempre più spesso ricorso all’istituto dello stato di eccezione. In seguito ai fatti del 15 ottobre a Roma, il ministro dell’Interno si è affrettato a richiedere «misure straordinarie di emergenza», prontamente seguito a ruota dal partito di Di Pietro. In Grecia, all’alba dello sciopero generale del 15 e del 16 ottobre, il governo socialista di Papandreou non ha esitato a consentire l’intervento della neonata Eurogendfor, la polizia militare europea creata ad hoc nel 2007 per affrontare situazioni di emergenza civile. Sinistramente, l’Eurogendfor non è sottoposta ad alcuna legislazione nazionale e risponde delle proprie azioni solo a un comitato disciplinare interno. Ma un trend simile si è diffuso anche a settentrione del circo delle atrocità mediterranee. Nello scorso agosto, per esempio, il governo britannico ha deliberato il dispiegamento di una forza militare straordinaria per reprimere l’ondata di rivolte e, in seguito, l’attuazione di una vendetta sociale e giudiziaria inaudita nei confronti di chiunque fosse stato coinvolto negli scontri.
Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da pensare, considerando come da sempre i governi democratici non disdegnino di ricorrere a misure eccezionali «nell’interesse nazionale». Allo stesso modo, è ben poco sorprendente ritrovare la sinistra politica e movimentista all’angolo di questo scenario, bloccata nella solita posizione di vittimismo e di recriminazione dell’illegittimità di questi provvedimenti. Da quando ha deciso di assumere il ruolo di voce moralizzante nel panorama politico europeo, la sinistra si è sempre più spesso ritrovata incastrata nel ruolo di testimone «indignato» e impotente dell’uso dello stato di eccezione.
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