corsaro

Forma è sostanza. Appunti su forme della politica e forme di vita

di Rocco Albanese

020 twlnwif“Passa il tempo / sembra che non cambi niente.
/ Questa mia generazione / vuole nuovi valori”.
F. Battiato, Aria di Rivoluzione, 1973

Nessuno ci regalerà niente

Tra pochi giorni si celebrerà a Rimini la nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra. Il congresso fondativo di Sinistra Italiana arriva, però, in un momento caratterizzato da contraddizioni tanto generalizzate quanto profonde. Ed è da un punto di vista generazionale che vale la pena guardare a queste contraddizioni, così come all'apertura di uno spazio politico che aspira ad essere nuovo”.

Appena due mesi fa, il referendum costituzionale si rivelava lo strumento con cui l'81% delle persone tra i 18 e i 34 anni tirava un gigantesco schiaffo all'establishment e al grande bluff renziano. Sarebbe però un errore madornale astrarre, mitizzare e semplificare quel voto generazionale. È vero che esso, per le sue proporzioni, ha assunto la fisionomia di una rivolta. Ma non è men vero che le cifre di questa rivolta sono soprattutto la stanchezza, il disincanto, il risentimento. Come scriveva Gesualdo Bufalino, infatti,  nell’asfissia del sentire, che a gara con l’altra del respiro ci soffocava le fauci, ogni parola grande stingeva, appariva una truffa di adulti. Anche la libertà, anche la verità.

ilpungolorosso

Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa “sovranista” di Eurostop

La redazione di “il cuneo rosso”

In calce una prima risposta  di Giorgio Cremaschi  e una replica di "Il cuneo rosso"

022 zafL’assemblea di Eurostop tenutasi a Roma il 28 gennaio scorso merita due note di commento. Nulla che passerà alla storia, intendiamoci. È solo cronaca. Cronaca di una delle tante forme, in Europa, di accodamento delle sinistre alla tematica, imposta dalle destre iper-nazionaliste, dell’uscita dall’euro e dall’UE come (falsa) via maestra per risolvere i gravi problemi sociali creati dalla crisi del sistema capitalistico. Le tesi presentate a Casalbruciato erano già state presentate nelle precedenti iniziative di Eurostop. Però un paio di cose almeno in parte nuove, ci sono state. Anzitutto l’estrema nettezza con cui è emerso il messaggio politico effettivo di Eurostop, soprattutto grazie all’ospite d’onore del consesso, il magistrato Paolo Maddalena. E poi la violenza verbale, il sarcasmo con cui il mite Cremaschi si è ritenuto in dovere di attaccare ogni prospettiva di lotta che sia fondata su basi di classe, quindi internazionaliste, anziché, com’è l’Ital-exit, su basi democratiche e popolari, e quindi nazionali e nazionaliste.

Il documento preparatorio dell’assemblea e l’intervento introduttivo di Cremaschi hanno come loro termine-chiave la rottura. Rottura con che cosa? Con l’euro e l’UE – la Nato, sebbene nominata, è rimasta molto sullo sfondo; si è parlato ben poco delle guerre Nato, e meno ancora del militarismo e dell’imperialismo italiano. Rottura con “la globalizzazione liberista”: è questo il nemico dal cui dominio affrancarsi, in un processo di “liberazione dal capitalismo liberista”.

micromega

Podemos, vince il “populismo di sinistra” di Iglesias

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

congresso podemos 510“Unità, umiltà”. Queste sono le parole che riassumono il congresso di Podemos che ha sancito una vittoria por goleada di Pablo Iglesias. Una nuova lezione per la sinistra nostrana che alla Spagna guarda da sempre con interesse. El coleta – come viene definito Iglesias per la sua caratteristica pettinatura a coda di cavallo - ha trionfato su tutta la linea. Il partito, che ha compiuto tre anni di vita lo scorso mese di gennaio, chiude con l'era del "marketing elettoralistico" e ritorna nelle strade. Lo sguardo è rivolto, come nei primi tempi, ai movimenti e alle istanze sociali con una novità rispetto ad allora, o meglio con una conferma, che fino all’altro ieri non era certa: l'alleanza politica con Izquierda Unida (IU), il tradizionale partito della sinistra iberica.

Iglesias è stato rieletto segretario generale del partito con l’89% dei voti. Non aveva sfidanti, questo è certo, ma il dato parla da sé. E la vittoria riguarda anche tutti gli altri documenti votati a Vistalegre II. Per quanto riguarda il documento politico, la madre di tutte le battaglie, Iglesias ottiene il 56% dei voti. Lo sfidante e numero due del partito Íñigo Errejón si ferma al 33,7%, mentre gli anticapitalisti dell’eurodeputato Miguel Urbán e della líder andalusa Teresa Rodríguez portano a casa il 9%. Simili i risultati anche per quanto riguarda l’elezione del Consejo Ciudadano, il maggior organo del partito: 50,7% per la lista di Iglesias, 33,7% per quella di Errejón e 13,1% per quella degli anticapitalisti.

micromega

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

di Carlo Formenti

assemblea podemos 510Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

euronomade

Poteri comunisti

di Sandro Mezzadra

Intervento a C17 – La conferenza di Roma sul Comunismo, 21 gennaio 2017

Sketch192218451. Qual è oggi il potere della parola comunismo? È una domanda che dobbiamo porci alla luce dello straordinario successo di C17, dopo che per giorni, centinaia e centinaia di persone hanno seguito con un’attenzione e una partecipazione stupefacenti una serie di dibattiti in cui il comunismo è stato nuovamente messo in gioco dal punto di vista della storia e della critica dell’economia politica, delle pratiche estetiche e della politica tout court. Si tratta forse di tornare a usare il termine comunismo nei volantini, nei manifesti e nei blog? Non mi pare che sia questo il punto. Quanti tra noi hanno continuato in questi anni a definirsi comunisti lo hanno fatto con la necessaria “sobrietà”, consapevoli del fatto che su quella parola grava il peso di una storia tanto entusiasmante quanto terribile – e che solo nuovi movimenti di massa possono rinnovarne radicalmente il significato, incardinandola nella lotta politica e sociale del XXI secolo. Anche a Roma abbiamo ascoltato appelli alla costruzione di un nuovo “partito comunista” (Jodi Dean), senza che di questi problemi, nonché della nuova composizione del lavoro vivo e delle nuove modalità operative del capitale, si tenesse conto. È facile rispondere che ad esempio in un Paese come l’Italia non si contano i “partiti comunisti”, in litigiosa contesa per il monopolio della corretta linea politica senza che la loro azione faccia in alcun modo avanzare un movimento reale di riappropriazione della materialità del comunismo.

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Chi sono i comunisti?

di Militant

comunismo image[Mesi fa, il collettivo politico di Esc ci chiese di partecipare, con una breve relazione, alla Conferenza sul comunismo – C17 – per celebrare l’anniversario della Rivoluzione. Come direbbe Wu Ming, si trattava di sconfinare abbondantemente dalle nostre “zone di comfort”, tanto politiche quanto culturali. Molte cose, potete immaginare, ci distanziano da *quel* modo di celebrare l’Ottobre. Eppure abbiamo aderito senza problemi. Per due ragioni fondamentali. La prima, coi compagni di Esc c’è (molta) differenza ma c’è altrettanto “riconoscimento” politico. Tra compagni, insomma, ci si confronta apertamente, su tutto, nella condivisione come nello scontro dialettico. La seconda ragione fondamentale è data dalla convinzione che il marxismo ha la forza di confrontarsi con tutto il pensiero umano, non solo con chi ne condivide le premesse. Il marxismo è un pensiero della totalità: non ha paura a confrontarsi col grande pensiero borghese, così come non ha paura di discutere con forme di operaismo post-moderno. Anzi, preferiamo di gran lunga discutere con chi non la pensa come noi, piuttosto che darci ragione a vicenda in sterili dibattiti improduttivi. Il problema non era tanto, allora, “dove” e “con chi” discutere di comunismo, ma “come” essere efficaci in un contesto di reciproca diffidenza. Nel ristrettissimo spazio di dieci minuti (questo il tempo consentito ai relatori) sapersi fare ascoltare diveniva il problema centrale. Speriamo con questa relazione di esserne venuti a capo. Buona lettura].

* * * *

Fra le tante sciagure connesse alla crisi economica, almeno una conseguenza positiva: dal novero delle teorie politiche comprensibili, non trovano più posto le derive culturali tipiche di certo marxismo post-moderno.

euronomade

Chi sono i comunisti?

di Toni Negri

fontaine1BNSono quelle donne e quegli uomini che aprono le forme della vita alla liberazione dal lavoro e sviluppano le condizioni di una lotta rivoluzionaria continua a questo fine e così inventano e costruiscono istituzioni radicalmente democratiche – che possiamo chiamare istituzioni del comune.

Meglio detto, i comunisti sono coloro che uniscono rivoluzione politica e liberazione dal lavoro, istituzione comune ed emancipazione della produzione della vita dal comando capitalista.

Prima di argomentare questa definizione lasciatemi fare qualche precisazione a proposito di alcune tesi che si pretendono rifondatrici di un discorso comunista, mentre invece – a mio parere – tolgono la stessa possibilità di parlare di comunismo.

 

1. Ci sono in primo luogo tesi che destoricizzano e dematerializzano, unitamente all’idea del potere, quella di comunismo.

Sono spesso concezioni abbarbicate al passato, all’ideologia del “socialismo reale” e non riconoscono quanto il mondo del capitale e le lotte di liberazione siano oggi mutati. Altre volte poi ci sono compagni che, pur riconoscendo il mutamento, nella contemporaneità, della composizione tecnica del lavoro vivo (rispetto a quella dell’industrialismo) rifiutano tuttavia di tradurla in un’idea adeguata di composizione e di organizzazione politiche.

alfabeta

Speciale C 17

Nello speciale:  

Francesco Raparelli, Comunismo o il segno del possibile

Franco Berardi Bifo, Stelle granchi astronavi e comunismo

Commento di Ennio Abate

* * * *

017Comunismo o il segno del possibile

Francesco Raparelli

Migliaia di persone, per cinque giorni di fila, hanno letteralmente invaso i dibattiti di C17 – La conferenza di Roma sul comunismo, tanto a Esc quanto alla Galleria Nazionale. In migliaia hanno attraversato la mostra Sensibile comune(presso La Galleria Nazionale), alla conferenza connessa. Un successo straordinario, destinato a lasciare il segno. Successo ancora più potente se si concentra l'attenzione sul tema: il comunismo. Una parola dimenticata, offesa, impronunciabile, maledetta, che ancora non smette di attirare l'odio delle penne forcaiole, d'improvviso riconquista la scena. E la scena esplode di corpi, di controversie e di passioni. Sarebbe accaduta la stessa cosa se si fosse deciso di parlare d'altro? Magari temi radicali, ci mancherebbe, omettendo però la parola comunismo? La risposta è netta: no.

Obiezioni facili, soprattutto per chi parla e scrive prima di vedere o preferisce parlare senza aver visto dal vivo, senza aver toccato l'evento: “una riunione di nostalgici, affollata sì, ma favorita dal centenario”; “la solita sinistra extraparlamentare italiana, tanti ma sconfitti”.

linterferenza

Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?

Fabrizio Marchi

conferenza comunismo c17 1 400x290

“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.

sinistra

Comunismo, avanguardie e raggiri intellettuali

Appunti di una osservatrice perplessa sulla C17

V.F.

TheParty 300x300A distanza di cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre si è da poco conclusa la “Conferenza di Roma sul comunismo”, evento attesissimo dal titolo eloquente quanto generico. E proprio questa genericità è stata rivendicata come punto di forza dagli organizzatori, i quali hanno sottolineato la presenza di una grande «varietà di tradizioni teoriche», descrivendo la conferenza come «un evento che rompe la consuetudine di movimento di organizzare incontri tra simili, interni a correnti politiche omogenee».1 Nel tentativo di tracciare un bilancio tempestivo di questi cinque giorni di intenso dibattito culturale ciò che emerge in primo luogo è invece la sensazione di essersi trovati davanti a un pluralismo soltanto apparente: i relatori, tutti (o quasi) più o meno vicini alle istanze della sinistra di movimento, hanno mostrato una certa conformità di fondo nel modo di porre i problemi e nelle tematiche affrontate.

L’impressione generale è che il risultato – più o meno intenzionale – di questa conferenza sia stato quello di svuotare di senso il concetto stesso di comunismo, e di traghettarlo verso una nuova (e radicalmente diversa) prospettiva politica: quella del neomunicipalismo e della democrazia diretta. Attraverso una rilettura selettiva di Marx e Lenin viene giustificata la necessità di impegnarsi nella lotta per l’«autogoverno dei beni comuni», come affermano Dardot e Laval, sempre naturalmente al di fuori e contro lo Stato.

nazioneindiana

Radio Kapital: Per finirla con sinistra\destra

intervista a Jean-Claude Michéa

A cura della magnifica rivista francese Les Inrocks, traduzione di Francesco Forlani

tomb riderIn Contro il Capitale, lei auspica un “pensare con la sinistra contro la sinistra.” Eppure molti intellettuali di sinistra continuano a essere impermeabili, per non dire contrari ai suoi scritti. Si tratta della rottura definitiva di un dialogo possibile?

Se fosse davvero il caso, certamente non è colpa mia! Ovviamente non mi rifiuterei mai di discutere con qualcuno con il solo pretesto che sarebbe “in disaccordo con i miei scritti.” Però dovrebbe trattarsi di un vero dibattito e non di una retata di polizia. Il problema – André Perrin l’ha brillantemente dimostrato nelle sue Scènes de la vie intellectuelle en France – è che l’antica cultura del dibattito è ora in procinto di cedere il posto definitivamente a quella dell’intimidazione e della caccia alle streghe. Oramai uno scrittore si giudica non per quello che ha effettivamente scritto (perfino quando il romanziere in questione è Michel Houellebecq) ma sulla base di oscure intenzioni a lui attribuite o attraverso le strumentalizzazioni “nauseanti” che se ne fanno delle opere. Queste derive preoccupanti – che la dicono lunga, per rimanere in tema, sul sentimento di panico che si è impadronito da una parte delle baronie universitarie e mediatiche – non può che naturalmente portare a giustificare “intellettualmente” le falsificazioni più grossolane e le scorciatoie più sempliciste. Se ne parlo è perché ne so qualcosa a riguardo.

micromega

Referendum, quale lezione per la sinistra radicale?

di Carlo Formenti

904165903 matteo20renzi1Ho resistito all’impulso di commentare a botta calda l’esito del referendum, manifestando la mia gioia per la disfatta di un progetto di “riforma” la cui valenza reazionaria ha pochi precedenti nella storia italiana del secondo dopoguerra (mi vengono in mente la legge truffa e il governo Tambroni). Mi sono trattenuto perché ritengo che l’evento meriti ragionamenti più ampi e approfonditi del cicaleccio mediatico con cui è stato celebrato. Provo ora ad abbozzare una riflessione a mente fredda.

Il primo aspetto di cui va preso atto è il clamoroso fallimento della casta dei comunicatori (giornalisti, sondaggisti, spin doctor) chiamati ad alimentare e sostenere la campagna elettorale renziana: come già avevano dimostrato Brexit ed elezioni presidenziali Usa, la loro capacità di manipolare l’opinione pubblica si è ridotta praticamente a zero, malgrado il ricorso all’arma di dissuasione di massa del terrorismo economico, puntualmente ridicolizzato dalla (mancata) reazione dei mercati. Eppure, mentre i cittadini si sono dimostrati impermeabili a lusinghe e minacce, lo stesso non si può dire per buona parte dei militanti impegnati nella campagna per il No, molti dei quali hanno fino all’ultimo momento temuto di poter perdere, a testimonianza del fatto che anche le componenti politiche più sane di questo Paese hanno smarrito – almeno in parte – la capacità di interpretare gli umori della propria base sociale, sottovalutandone il livello di consapevolezza e la capacità di mobilitazione.

Un secondo aspetto che balza agli occhi è, assieme alla partecipazione di massa al voto, la sua composizione sociale, generazionale e regionale.

socialismo2017

La variante Formenti: un congedo dalla sinistra globalista

Mimmo Porcaro

populismo 2L’ultimo lavoro di Carlo Formenti (La variante populista, Derive e approdi, Roma, 2016) è talmente denso di riferimenti e attraversato da così tante tensioni concettuali – effetto del passaggio dell’autore da un paradigma teorico ad un altro – da costringere chi voglia abbozzarne una recensione ad una drastica semplificazione che punti direttamente all’essenza del testo. E l’essenza si può riassumere in tre tesi.

1) La cultura egemone nella sinistra (e nella stessa sinistra radicale) è ormai parte organica dell’ ideologia delle classi dominanti ed ha la funzione di legittimare la globalizzazione, l’Unione europea ed il nuovo capitalismo esaltandone le presunte potenzialità democratiche e libertarie, e salutando l’indebolimento degli stati come un rafforzamento dell’autorganizzazione sociale. Punta di lancia di questa mutazione della sinistra è la cultura postoperaista che si presenta ormai come autoglorificazione di uno strato superiore del lavoro sociale (il lavoro ad alta qualificazione intellettuale) che ha rotto ormai ogni legame con gli strati inferiori.

2) Il soggetto della trasformazione sociale non deve essere cercato nei punti alti dell’organizzazione capitalistica del lavoro, come suggerisce di fare il postoperaismo, ma piuttosto nei punti più bassi o comunque nei luoghi tendenzialmente esterni alla logica della modernizzazione capitalistica: in ogni caso il soggetto non deve essere dedotto da categorie sociologiche, ma deve essere reperito nel corso di un’analisi concreta di ogni fase storicamente determinata della lotta di classe in una fase determinata;

carmilla

Lotteremo da una generazione all’altra*

di Sandro Moiso

David Gilbert, AMORE E LOTTA. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, a cura di Giacomo Marchetti e Nora Gattiglia, MIMESIS 2016, pp. 400, € 26,00

09clt2gilbertHo appena finito di leggere il libro di Gilbert e un brivido di commozione e, forse, di rabbia mi percorre tutto dalla nuca al resto del corpo. E’, senza ombra di dubbio, una delle testimonianze più sincere e commoventi che sia mai uscita dalla penna di un rivoluzionario. Rivoluzionario inteso nel senso più ampio del termine e, per giunta, condannato alla detenzione ben oltre la fine dei suoi giorni.

Condannato a settantacinque anni di reclusione il 6 ottobre 1983, quando aveva 39 anni, David dovrebbe infatti finire di scontare la sua pena nel 2058, all’età di 115 anni. Basterebbe questa sola considerazione a dimostrare quanto folle, oltre che iniquo, sia un sistema giudiziario, quello statunitense, che si vorrebbe equo e moderno. Ma che nei fatti non lo è e che si dimostra ancora una volta crudele (ai limiti del sadismo oppure addirittura superando gli stessi), classista, razzista e inumano oltre ogni dire.

Condanna arrivata a seguito di una rapina finita male, molto, con alcuni militanti, una guardia giurata e due agenti di polizia uccisi, messa in atto dal BLA (Black Liberation Army) il 20 ottobre 1981 e di un processo che definire “farsa” sarebbe ancora troppo poco. Fatti che costituiscono la trama degli ultimi, terribili otto capitoli delle memorie dell’autore e che hanno segnato in maniera drammatica la sua vita e le sue scelte, non solo politiche.

contropiano2

La sinistra spagnola di fronte al dilemma dell’UE e dell’euro

di Diosdado Toledano*

image84Lo Stato spagnolo, composto da una pluralità di nazioni e popoli, attraversa —a seguito della crisi del bipartitismo che si è alternato al governo negli ultimi 30 anni— un periodo di instabilità politica. Il partito socialista che continua a dirsi di sinistra, assieme al PP e alle formazioni nazionaliste di destra, hanno condiviso le politiche di “risanamento” e di austerità imposte dalla "troika" negli ultimi anni. Per cui preferiamo parlare di sinistre nello Stato spagnolo.

 

L'influenza del passato “franchista” nell’illusione europeista

Sotto la prolungata dittatura fascista in Spagna, le "democrazie" europee, con il loro benessere e i loro diritti sociali, sono state un riferimento per una maggioranza dei cittadini di Spagna. Dopo la morte di Franco e la transizione dalla dittatura alla democrazia, l'incorporazione dello Stato spagnolo alla Comunità economica europea avvenuta il 1 gennaio 1986, ha avuto un ampio consenso sociale. Il sogno del consolidamento della democrazia parlamentare e, soprattutto, di raggiungere il tenore di vita dei paesi europei più sviluppati era quello della maggioranza dei cittadini. Tre anni dopo la moneta spagnola, la peseta, è stata incorporato nel meccanismo del Sistema monetario europeo; nel giugno del 1991, l'accordo di Schengen è stato firmato, e con esso l'apertura delle frontiere; nel 1992 viene firmato il trattato di Maastricht, con i suoi quattro requisiti di convergenza economica, il trattato che dà origine e nome all'Unione europea.