coordinamenta

Neoliberismo medioevale e nuova aristocrazia

di Elisabetta Teghil

file12709 c4e41Il neoliberismo medioevale

Abbiamo già parlato qui del neoliberismo fascista, cioè dei caratteri nazisti e fascisti che informano questa società. Ma questa stessa società ha anche caratteristiche medioevali.

L’agire sociale tollerato è quello che si esprime per corporazioni, associazioni categoriali spoliticizzate, a tutela di interessi specifici di gruppo. Ne sono un esempio le associazioni dei consumatori, ma anche quelle che raggruppano le minoranze sessuali, o i comitati, le organizzazioni che dovrebbero “salvaguardare” le donne come genere oppresso.

Tutto viene ricondotto ad una generica matrice culturale che dimentica la struttura della società e la divisione in classi.

Ognuno così finisce per chiedere tutele e visibilità, riconoscibilità e legalizzazione organizzandosi in un gruppo di interesse. I “centurioni” che accompagnano i turisti al Colosseo, i venditori ambulanti, le sex workers, tutti chiedono albi professionali in cui essere inseriti e riconoscibilità in un gruppo. Vengono così criminalizzate e perseguite tutte le economie marginali e tutti e tutte coloro che non possono essere inquadrate in una categoria o che non vogliono legare la propria vita ad un ambito specifico.

la citta futura

Divisione del lavoro e funzione sociale dell’intellettuale

di Renato Caputo

L’intellettuale potrà realmente contribuire all’emancipazione della società da ogni forma di dominio e sfruttamento soltanto se opererà in funzione del superamento di se stesso. In altri termini, unicamente se rinuncerà ai relativi privilegi dovuti alla propria separazione dal lavoro manuale e dalla propria conseguente subalternità alla classe dominante potrà essere realmente autonomo, critico, e svolgere una funzione progressiva.

8fff24d59ce766ab65e090a401680032 LLa primigenia divisione del lavoro fra lavoratori manuali e lavoratori della mente è in qualche modo fondativa della stessa storia della società umana per come la abbiamo sino a ora conosciuta. Tale originaria lacerazione del corpo sociale è alla base della scissione della società in gruppi sociali, caste e poi classi con interessi divergenti e potenzialmente conflittuali.

Tale divisione del lavoro, da cui è sorto l’intellettuale, ha così caratterizzato in profondità la società umana tanto quanto quella altrettanto primigenia fra i sessi. Essa è certamente alla base dell’eccezionale progresso storico del genere umano, genialmente sintetizzato da Stanley Kubrik in una celebre scena di 2001 Odissea nello spazio, in cui il bastone, usato per la prima volta come strumento da un uomo primitivo, in un arco di tempo relativamente limitato si trasforma nell’astronave proiettata alla “conquista” dello spazio. Allo stesso tempo però – e questo costituisce certamente il lato oscuro del progresso, troppo spesso colpevolmente occultato – esso è stato il prodotto di un incessante conflitto sociale. Quest’ultimo – sviluppatosi in seguito a livello internazionale e che ha strumentalizzato la stessa differenza fra i sessi – si è articolato ora in modo aperto, ora in forma latente, nel caso in cui è stato portato avanti in modo sostanzialmente unilaterale dal gruppo sociale dominante, da sempre interessato al mantenimento della “pace sociale” in funzione di una più agevole salvaguardia dei propri privilegi.

effimera

Capitalismo cognitivo e reddito sociale garantito come reddito primario

di Carlo Vercellone

Dopo la pubblicazione – nella sezione Ecologia Politica di Effimera – dell’importante testo di André Gorz “Pensare l’esodo dalla società del lavoro e della merce“, riteniamo che questo ottimo saggio di Carlo Vercellone possa risultare utile per chiarire il dibattito tra neo-operaisti e lo stesso Gorz sul tema del reddito sociale garantito. Testo tratto da  A. Caillé, Ch. Fourel (a cura di), Penser la sortie du capitalisme, Le scénario Gorz, Le Bord de l’eau, coll. “La bibliothèque du Mauss”, Bordeaux 2013. La versione originale francese è scaricabile in pdf qui: Vercellone_Gorz. Traduzione a cura di Davide Gallo Lassere ed Emanuele Leonardi, che ringraziamo

overconsumption 400x400Nell’evoluzione del pensiero di André Gorz il dialogo con la problematica operaista del general intellect – e con la tesi del capitalismo cognitivo – rappresenta un momento importante sia rispetto alla riflessione sulla crisi del capitalismo che sul modo di pensare la fuoriuscita da esso.

Per capitalismo cognitivo s’intende il passaggio del capitalismo industriale, caratterizzato dall’egemonia del lavoro e del capitale materiale, a una nuova tappa contrassegnata – in estrema sintesi – da due elementi dominanti:

– la dimensione cognitiva e immateriale del lavoro diviene dominante sul piano della creazione di valore e ricchezza, mentre la forma principale di capitale diventa il capitale detto immateriale o intellettuale, concetto che per Gorz rappresenta un vero e proprio ossimoro. Da questo punto di vista, la posta in gioco centrale della valorizzazione del capitale e delle forme di proprietà poggia direttamente sulla trasformazione della conoscenza e del vivente stesso in capitale e in merce fittizia;

–  questa evoluzione s’inscrive in un contesto in cui la legge del valore-tempo di lavoro entra in crisi ed emerge una logica di accumulazione del capitale caratterizzata da ciò che possiamo definire divenire rendita del profitto. Ne deriva una crescente distanza tra la logica della merce e quella della ricchezza che mostra in maniera esemplare “la crisi del capitalismo nelle sue fondamenta epistemiche”.

Occorre precisare che secondo Gorz – e qui troviamo un contributo essenziale alla problematica del capitalismo cognitivo – quest’ultimo “non è un capitalismo in crisi, è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la società”.

sinistra

Tutto un programma di ricerca1

di Raffaele Sciortino

Vi presentiamo un intervento che offre uno sguardo critico sulle principali chiavi di lettura con cui viene tematizzato il nesso tra spazi urbani, forme di accumulazione e lavoro, all’incrocio tra sfruttamento ed estrazione di valore. Compare come contributo nel volume appena pubblicato a cura di E. Armano e A. Murgia, Le reti del lavoro gratuito. Spazi urbani e nuove soggettività, ombre corte, 2016

brain computing small cÈ indubbio che la crisi globale, tutt’altro che chiusa a otto anni dal suo scoppio iniziale, si pone sempre più come prisma attraverso cui scomporre il variegato assemblaggio neoliberista2, ricostruire la sua genealogia troppo spesso data per scontata, ragionare sulla sua tenuta o dissoluzione (in quale direzione?). A maggior ragione ciò dovrebbe valere, in sede analitica e teorica, per l’intreccio tra spazi urbani, finanziarizzazione e forme emergenti di lavoro, che di quell’assemblaggio sono se non il cuore, certo un tassello cruciale. Tutto un programma di ricerca che dovrebbe innanzitutto mettere a verifica le letture esistenti, anche facendole cortocircuitare, per mettere a tema il gioco complesso e aperto tra l’irrompere di nuove dinamiche e il trascinamento o la cronicizzazione di vecchi meccanismi: se e cosa sta cambiando nella “città neoliberale” quanto ai meccanismi di estrazione del valore, alle composizioni del lavoro, alle forme di governance e al loro rescaling3, nonché alle dinamiche della soggettività, quella piegata e rassegnata se non disperata, quella guardinga e opportunista ma inquieta, quella smarrita ma potenzialmente contro.

In attesa di nuove ipotesi, che però difficilmente emergeranno senza l’impulso di pratiche collettive forti e ampie che ad oggi latitano, voliamo basso e proviamo a buttare giù una tipologia (critica) delle letture critiche più diffuse e in qualche modo rappresentative rispetto al rapporto tra spazio urbano “globalizzato”, forme di accumulazione, lavoro. Senza pretesa di esaustività, va da sé, e provando a fare virtù di una competenza solo cursoria nel campo. Se una tipologia, oltre a lavorare sui concetti di un campo, riesce a cogliere qualche nodo di fondo, parte della sua funzione è assolta.

carmilla

Figli di nessuno. Storie conflittuali nell’alta Lombardia degli anni ’70

di Gioacchino Toni

Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu edizioni, Milano, 2016, 336 pagine, € 15,90

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«Credo che la ricchezza principale della nostra piccola esperienza militante fatta in quei paesi di provincia sia consistita nell’essere stati protagonisti di una rottura sociale unica dal dopoguerra in poi, dal punto di vista del voler rompere un assetto sociale, culture, forme esistenziali, modi di essere». S. Bianchi (p. 34)

Il libro di Sergio Bianchi, di cui è uscita nel marzo 2016 questa nuova edizione ampliata di un’ottantina di pagine rispetto all’edizione del 2015, racconta un periodo di storia conflittuale collettiva nell’alta Lombardia a cui ha preso parte in prima persona l’autore a partire dai primi anni ’70. In apertura di volume, Bianchi sottolinea come quelle insorgenze sociali che hanno investito anche la provincia alto-lombarda, originatesi sull’onda lunga del biennio ’68-’69, possono dirsi concluse nei primi anni ’90 con la diffusione in quei territori del progetto leghista.

Se il biennio ’68-’69 può essere visto come momento di detonazione di quell’onda lunga che poi investirà le realtà di provincia descritte nel volume, secondo Bianchi vale la pena spendere qualche pagina sul “pre-sessantotto” di quelle zone, periodo già precedentemente affrontato dall’autore sotto forma di romanzo (La gamba del Felice, 2006) [su Carmilla]. Il capitolo d’apertura di Figli di nessuno ricostruisce le trasformazioni subite dalla provincia a nord di Milano tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’60; quasi un quindicennio di lento ed inesorabile declino del mondo contadino distrutto dalla meccanizzazione della campagna a totale beneficio dei grandi proprietari terrieri e da una mentalità individualista che non ha saputo dar vita a soluzioni associative cooperativistiche.

proteo

Classe lavoratrice, sindacato, storia del Movimento Operaio

Riflessioni sull’oggi

Alessandro Mazzone

08 tofik javadov operai petroliferi1. Il lettore di “Proteo” sa bene che questa rivista a carattere scientifico è, nello stesso tempo, una pubblicazione di classe. Le due cose vanno insieme. Da sempre, lotta di classe dalla parte dei lavoratori vuol dire anche conoscere, rendersi conto del mondo, migliorarsi, emanciparsi. (Cento anni fà, la prima lotta mondiale, quella per la giornata lavorativa di 8 ore, aveva per motto: 8 per lavorare, 8 per riposare, 8 per migliorarci.) - Questo è il lato soggettivo. Il suo sviluppo, nel corso di ormai quasi due secoli, ha portato alla costruzione di organizzazioni economiche (cooperative), sindacali, politiche dei lavoratori; in Italia, a Camere del lavoro, Case del popolo, istituzioni di vita autonoma delle classi lavoratrici, che insieme erano strumenti di lotta e di cultura attiva.

Ma, naturalmente, c’è un lato oggettivo della lotta, che emerge non appena si considera la controparte. Anche la borghesia è mutata profondamente nel tempo, fino a generare un’oligarchia ristretta che oggi, con strumenti economici, politici, culturali (o anticulturali), impone il suo dominio, direttamente e indirettamente, a miliardi di uomini in quasi ogni Paese. E oggi diventa via via più chiaro qualcosa, che in linea di principio è sempre stato vero: che l’oggetto della lotta di classe è sempre stato, fin dai primi confronti parziali, locali, fin dalle Leghe di Resistenza dell’‘800, il modo di organizzare la vita degli uomini associati, la produzione e riproduzione di questa attraverso e mediante il lavoro [1].

blackblog

Il container e l'algoritmo

La logistica nel capitalismo globale

di Moritz Altenried

Con "Il container e l'algoritmo" di Moritz Altenried, do inizio ad una serie di traduzioni di alcuni scritti apparsi in rete che individuano a mio avviso le principali tendenze presenti nell'attuale situazione socio-economica; scritti che non condivido necessariamente in toto, almeno per quanto riguarda presupposti e consclusioni - oppure categorie come quelle del lavoro e della "lotta di classe" ivi utilizzate - ma che tuttavia credo siano nondimeno degne di discussione nel quadro della necessaria emancipazione e fuoriuscita dal capitalismo. Uno sguardo acuto sulla "contraddizione in processo" del "soggetto automatico", così come si svolge economicamente e socialmente nella produzione, nella circolazione e nel consumo, dentro la crisi

img384Voglio cominciare, riportando un'interessante osservazione di Thomas Reifer, secondo la quale oggi Marx comincerebbe Il Capitale sottolineando come la ricchezza delle nazioni contemporanee appaia sempre più come un'immensa collezione di container (Reifer, 2007). Anche se si può obiettare che un container ed una merce fanno parte di due categorie concettuali diverse, questa affermazione provocatoria è molto rivelatrice in quanto evidenzia l'importanza della logistica non solo in quanto industria ma in quanto prospettiva per comprendere il capitalismo contemporaneo.

Di conseguenza, propongo di differenziare tre significati del termine "logistica". In primo luogo, la logistica è un settore industriale o di mercato specializzato nello spostamento di cose che è cresciuta in importanza e che costituisce in quanto tale un oggetto di ricerca affascinante. In secondo luogo, la logistica è diventata in qualche modo una logica - o un dispositivo in senso foucaltiano - che è andata oltre il suo settore in senso stretto e che fonda il capitalismo contemporaneo. Per cui, quest'ultimo può essere compreso come un capitalismo di "catena di distribuzione", per riprendere l'espressione di Anna Tsing (Tsing, 2009). Se ciò è vero, allora la logistica, in terzo luogo, diviene una prospettiva di ricerca. Intendo difendere l'idea che la logistica può servire come una sorta di prisma che ci aiuta a comprendere in maniera critica la trasformazione in corso nel capitalismo globale.

wildcatb

Classe operaia globale: insurrezione o lotta di classe?

iwwIl concetto di “classe” è nuovamente divenuto popolare. Dopo la più recente crisi economica globale, anche i giornali borghesi hanno cominciato a porsi la domanda: “Dopo tutto, forse che Marx non avesse ragione?”. “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty è stato nella lista dei bestseller degli ultimi due anni  – un libro che descrive in modo dettagliato e puntuale come storicamente il processo capitalistico di accumulazione abbia sortito il risultato di una concentrazione di ricchezza nelle mani di una stretta minoranza di possessori di capitali. Per di più, nelle democrazie occidentali le notevoli diseguaglianze hanno provocato un accentuato timore di rivolte sociali. Negli ultimi anni, questo spettro ha ossessionato il mondo – dai disordini di Atene, Londra, Baltimora, fino alle rivolte in Nord Africa, a volte con la cancellazione di governi statali. Come di consueto, in questi tempi di agitazione, mentre una fazione dei detentori del potere invoca la repressione armata, l’altra solleva la “questione sociale”, che si suppone dovrebbe essere risolta attraverso riforme o politiche redistributive.

* * *

La crisi globale ha de-legittimato il capitalismo; la politica dei padroni e dei governi per costringere i lavoratori e i poveri a pagare per la crisi ha alimentato la rabbia e la disperazione. Chi potrebbe ancora contestare il fatto che noi viviamo in una “società classista”? Ma questo che cosa sta a significare?

Le “classi” nel senso più stretto del termine emergono solo con il capitalismo - ma l’appropriazione indebita dei mezzi di produzione, da cui deriva la condizione del proletariato privo di proprietà, non è stato un processo storico eccezionale. L’appropriazione indebita è un ripetersi quotidiano all’interno del processo produttivo: i lavoratori producono, ma il prodotto del loro lavoro non appartiene a loro.

la citta futura

Chi sono i nostri

di Ascanio Bernardeschi

In un mondo del lavoro frammentato e sconfitto come ripartire? Chi e dove sono i nostri referenti di classe? Chi e dove sono i nostri nemici e come riunificare le mille lotte che attualmente non comunicano fra loro? La borghesia sa che le condizioni strutturali inevitabilmente vanno omogeneizzando il mondo del lavoro e cerca perciò di introdurre elementi di divisione sovrastrutturali. Un'inchiesta del collettivo Clash City Workers ci aiuta a capire

dc52d5c5f54b7db2dfd2aae465dc6ccd LLa crisi generale del capitalismo aggrava pesantemente le condizioni del mondo del lavoro. Qua e là assistiamo a momenti di ribellione e di lotta che nessuna forza della sinistra è stata in grado di unificare. Nello scoramento generale stanno facendo breccia le semplificazioni populiste e la peggiore destra xenofoba, mentre la “sinistra” si aggrappa alle mode culturali del momento, dimostrandosi incapace di un'analisi della fase all'altezza delle necessità.

Per cambiare il mondo deve essere posto al centro il nodo della contraddizione capitale/lavoro, ma cos'è oggi il lavoro? Non tutti i proletari sono uguali davanti al capitale. In una realtà volutamente frammentata bisogna capire “dove sono i nostri”.

Clash City Workers, un collettivo “di lavoratrici e lavoratori, disoccupate e disoccupati, e di precari”, si è cimentata in questa impresa e ci offre un prezioso contributo, una sorta di inchiesta sul mondo del lavoro e alcune deduzioni politiche conseguenti.

La lettura di questa indagine è raccomandata a tutti coloro che sono impegnati nelle lotte del mondo del lavoro. In questa sede cerchiamo di riferirne alcuni punti principali.

euronomade

Alcuni appunti sulla riproduzione sociale*

di Alisa Del Re

Attraverso alcuni “appunti” vorrei connettere la necessità di riformulare e chiarire il concetto di riproduzione sociale degli individui associandolo alla necessità di produrre nelle città dello spazio comune perché questo si possa realizzare. Pensare ad uno spazio veramente pubblico e veramente relazionale in cui si possa attivare una visione di genere dei rapporti sociali, associando i saperi “alti” alle pratiche di resistenza sperimentate nella crisi

IMG 21091)        Cosa si intende per “riproduzione sociale”? La riproduzione degli individui è sociale perché comandata o controllata, in un continuo scivolamento tra pubblico e privato.

Intendo parlare della riproduzione degli individui in una società data. Riproduzione sociale contrapposta a individuale, pubblica contrapposta a privata, comandata e sottoposta a regole piuttosto che libera nelle scelte, produttrice di solitudini e frustrazioni al posto di gioiose cooperazioni.

Nelle società occidentali1 la riproduzione degli individui è sottoposta ad un’oscillazione costante tra il sociale e il privato, con il sociale che si presenta sotto forma di comando diretto, organizzato da leggi, dalla spesa pubblica, da costumi, da regole morali, che appiattiscono i desideri e un privato volgarmente idealizzato come spazio di libertà, ma che si svela essere nella gran parte dei casi abbandono, miseria, frustrazione, impotenza, solitudine.

La forma sociale della riproduzione degli individui non è solo il welfare (che nella fase fordista ha funzionato come controllo sulla riproduzione della forza lavoro e oggi è solo l’ombra di una spesa statale ormai ridotta a poca cosa) ma è anche l’insieme delle visioni che le società hanno del rapporto sociale tra i sessi e dello sviluppo, della crescita e della formazione delle persone.

lostraniero

Le nuove servitù e il lavoro intellettuale

di Carlo Formenti

Quella che segue è la trascrizione dell'intervento tenuto nello scorso aprile a Pistoia all'interno del seminario "La cultura di massa dall'emancipazione all'alienazione". Sui numeri 182-183 e 184 abbiamo pubblicato le altre relazioni

Lavoro intellettuale e lavoro manualeIn poco più di trent'anni, dall'inizio degli anni ottanta a oggi, le conquiste di secoli di lotta delle classi subordinate - salari, condizioni di lavoro e di vita dignitose, diritto all'assistenza sanitaria, e alla pensione, ampliamento degli spazi democratici - sono stati spazzati via senza incontrare praticamente resistenza. Voi vivete letteralmente in un altro mondo, rispetto a quello in cui è vissuta la mia generazione.

Forse vi può essere utile apprendere qualche cenno biografico su chi vi sta parlando per aiutarvi a capire. Ho sessantasette anni, non ho visto la guerra, ma ho vissuto altre grandi mutazioni. Quando insegnavo all'università di Lecce, ora sono in pensione, iniziavo sempre il corso con questa breve nota autobiografica, perché sono convinto che non esista alcun sapere, alcuna conoscenza, anche quelle che si pretendono scientifiche, che non sia situata. Parliamo sempre da un punto di vista: appartenenza di genere, di classe, appartenenza a un'epoca storica e alla sua cultura, eccetera... E quindi il mio punto di vista - per quanto io possa essere dotato di autoconsapevolezza critica, capacità di auto-distanziamento o di autoironia - è determinato da tutti questi fattori.

L'età ve l'ho già detta. Ho fatto diversi mestieri perché ho sempre avuto l'abitudine - quando non mi sentivo più a mio agio in un determinato ruolo - di cambiare vita, buttando via quello che oggi si chiama il mio "capitale sociale" per ricominciare da zero. Mio padre era un artigiano di origini contadine nato nel 1903, quindi ha fatto in tempo a vedere la ritirata di Caporetto, i disertori che venivano accolti nei fienili dai contadini del suo paese e, quando venivano trovati dai carabinieri, fucilati sul posto.

blackblog

Lotta senza classe: perché nel processo di crisi capitalista non risorge il proletariato?

di Norbert Trenkle

trenkle4Dalla lotta di classe al declassamento

1. Mentre avanza la precarizzazione della vita, unitamente alla precarizzazione delle condizioni di lavoro, e coinvolge settori sempre più ampi della popolazione, ritorna con forza il discorso sulla lotta di classe, la quale negli ultimi decenni sembra essere quasi scomparsa. Dapprima, data la crescente polarizzazione sociale, questo può sembrare plausibile. Tuttavia, come di solito avviene quando si ricorre a modelli interpretativi ed esplicativi del passato, questi non servono a chiarire il presente. Al contrario di quel che appare a prima vista, le categorie dell'antagonismo di classe non spiegano adeguatamente la crescente diseguaglianza sociale. Né, tantomeno, i conflitti di interessi derivanti da tale diseguaglianza coincidono con quello che, storicamente, è stato designato come lotta di classe.

2. Il grande conflitto sociale che ha modellato in maniera decisiva la società capitalista nel corso di tutto il periodo storico della sua formazione ed imposizione è stato, com'è noto, il conflitto fra capitale e lavoro. In questo conflitto si è espressa l'opposizione di interessi fra le due categorie immanenti alla società produttrice di merci: tra i rappresentanti del capitale che governano ed organizzano il processo di produzione con l'obiettivo di conseguire la valorizzazione del capitale ed i salariati, i quali con il loro lavoro "generano" il plusvalore necessario a questo obiettivo.

conness precarie

Le stesse cose che ritornano

L’Europa e il nostro sciopero contro la miseria del presente

Sciopero dentro e contro lEuropaInsieme a molti altri abbiamo ripetuto che l’Europa è il terreno minimo di lotta. Di fronte agli stati di emergenza, al terrorismo di Daesh, alle guerre dichiarate o semplicemente praticate, dopo le recenti elezioni francesi sembra di essere catturati in un’infinita involuzione europea. Sembra che le stesse cose continuino a ritornare per minacciarci con la loro miseria. Eppure proprio di fronte a tutto questo noi siamo quanto mai convinti che l’unica scelta praticabile sia fare dell’Europa un terreno di scontro diverso da quello che ci vogliono imporre. La scala di tutti i processi nei quali siamo coinvolti è quanto meno europea: la cupa oppressione che grava su di noi non rispetta i confini nazionali, i movimenti sui quali possiamo fare affidamento ci attraversano senza pace. La difficoltà del momento risiede nell’essere all’altezza di queste dimensioni transnazionali. Nessuno oggi può difendere l’Europa realmente esistente, possiamo solo utilizzare questo spazio mobile, solcato da profonde differenze, per costruire un progetto politico di liberazione dal regime globale di sfruttamento, guerra e terrore. Solo dentro l’Europa e contro l’Europa rivela il suo senso politico la proposta lanciata a Póznan di una giornata di scioperi e iniziative coordinate a partire dalla centralità politica del lavoro migrante. Il primo marzo 2016 deve essere l’esperimento su scala europea del nostro sciopero contro la paura. In gioco c’è molto di più di una giornata di solidarietà con i migranti. In gioco c’è la nostra capacità collettiva di rovesciare le miserie del presente.

Lo diciamo chiaramente: dentro alla presente condizione dell’Europa, il lavoro migrante non solo può rendere realmente sociale e transnazionale lo sciopero, ma può anche lanciare un segnale di insubordinazione nei confronti di un regime fatto di xenofobia, razzismo e precarietà.

conness precarie

Paint it red. L’ordine della guerra e il nostro disordine transnazionale

∫connessioni precarie

Paint it Red 259x300Tanto la guerra santa quanto quella democratica pretendono oggi di imporre un principio d’ordine. Entrambe dividono con precisione i campi, chiedono di schierarsi per raggiungere gli scopi stabiliti. Rifiutare l’ordine della guerra non significa però confidare nel pacifismo. Non appare neppure lontanamente possibile ripetere l’esperienza del grande movimento che, dopo l’aggressione all’Iraq nel 2003, era stato addirittura indicato come la seconda grande potenza mondiale. Nonostante la diffusa diffidenza verso la guerra come soluzione, nonostante la scarsa fiducia in coloro che la guerra dovrebbero condurla, contrapporre semplicemente la pace alla guerra in corso appare velleitario e, in fondo, impraticabile. C’è una gran fretta di dichiarare una guerra per la quale gli aggettivi ormai si sprecano. C’è chi, con tutta la sua autorità, dice che è già scoppiata la terza guerra mondiale, c’è chi aggiunge che questa guerra mondiale è guerra civile e c’è chi dice che siamo in presenza della madre di tutte le guerre, la guerra globale. E prima di tutto c’è ovviamente la guerra santa. Il tempo che abbiamo di fronte, però, non è fatto solo di combattimenti, ma anche di una pace segnata dall’oppressione e da linee di confine che si confondono in continuazione dentro le metropoli e sulle strade che le congiungono. Se dunque vogliamo l’opposto di questo tempo, non possiamo chiedere semplicemente la sospensione della guerra, dobbiamo puntare decisamente alla trasformazione delle condizioni che lo rendono possibile. Nonostante i proclami, non siamo nemmeno di fronte allo scontro fondamentale tra principi inconciliabili. Il 13 novembre a Parigi non è stata dichiarata la guerra che rende finalmente evidente i fronti, perché nonostante tutto non è auspicabile consegnare questo tempo alle relazioni tra gli Stati, nelle quali i nemici possono improvvisamente diventare se non amici, almeno alleati. Per noi, invece, questo è decisivo. Dobbiamo individuare con chiarezza i nostri nemici senza guardare ai fronti disegnati da altri.

Non si può dipingere di rosso una porta nera. In questi ultimi giorni molto è stato giustamente detto sul differente peso dei morti, misurando le poche lacrime versate davanti alle stragi sui diversi e distanti fronti di guerra e lo scandalo per l’attacco a una delle più importanti capitali d’Europa.

ilpungolorosso

Europa. Competizione globale e lavoratori poveri

di L. Pradella

wp5La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.

La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.

La crisi sta minando il “modello sociale europeo”, e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri – lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà – è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.

Alcuni critici sostengono che l’austerità è assurda e contro-producente, ma i leader europei non sono d’accordo. Durante l’ultima tornata di negoziati con la Grecia l’estate scorsa, Angela Merkel ha dichiarato: “Il punto non sono alcuni miliardi di euro – la questione di fondo è come l’Europa può restare competitiva nel mondo.” C’è del vero in tutto questo. Quello che la Merkel non dice è che i lavoratori in Europa, nel Sud dell’Europa in particolare, competono sempre di più con i lavoratori del Sud del mondo. L’impoverimento e l’austerità in Europa sono le due facce della stessa medaglia, e riflettono una tendenza strutturale all’impoverimento e profondi cambiamenti dell’economia globale.