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Al di la’ del salario: l’auto-sfruttamento del capitale umano

di Fabio Mengali

Una non-recensione del libro “Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale” di Chicchi, Leonardi e Lucarelli

assemblylineLa lettura del nuovo libro di Federico Chicchi, Emanuele Leonardi e Stafano Lucarelli "Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale" (Ombre Corte, 2016) risulta preziosa per la comprensione del presente e per iniziare a superare una serie di categorie, analisi e interpretazioni che hanno iniziato a starci scomode quando parliamo di nuove forme del controllo e dello sfruttamento. Cerchiamo di addentrarci nei suoi contenuti, approfittando del confronto diretto con gli autori che è avvenuto all’interno dello Sherwood Festival del 2016, per capire quale posta in gioco mette sul piatto la proposta teorica del saggio.

(Di sotto il video della presentazione)

https://youtu.be/YUk7MU13eck

 

Non solo sussunzione: l’altra logica del capitale per sfruttarci

L’obiettivo del libro è chiaro fin da subito: registrando la permanenza del binomio indissolubile tra plusvalore e sfruttamento nel rapporto di lavoro, gli autori vogliono analizzare adeguatamente la presa del capitale sul lavoro vivo per capirne i nuovi meccanismi di estrazione del valore.

senzatregua

Contro il Reddito di Cittadinanza Universale ed Incondizionato

di Marco Mercuri

Economia Disuguaglianza 1300x680Mentre il MoVimento5Stelle si accredita sempre più come forza di governo, tesse legami internazionali e “normalizza” il suo programma epurandolo dalle misure definite per anni “antisistema e populistiche” dai media (basti pensare al riposizionamento europeista avvenuto a seguito della tournée pre-elettorale di Luigi Di Maio nei salotti che contano tra Roma, Berlino e Londra, per inciso, la stessa che fece Renzi), c’è un fiore all’occhiello del loro programma che sta raccogliendo uno straordinario ed inaspettato consenso divenendo, di fatto, la “scaletta” che consente di salire sul carro del vincitore a gente come Gramellini, Freccero ed altri personaggi della nostrana a-sinistra radical chic. Stiamo parlando del Reddito di Cittadinanza.

In Svizzera il 5 giugno la maggioranza dei cittadini ha bocciato la proposta di modifica costituzionale che avrebbe aperto la strada alla realizzazione di un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato (2500 franchi svizzeri, corrispondenti a circa 2280€). Non passerà molto prima che sentiremo parlare nuovamente di simili tentativi nella vecchia Europa. In molti paesi è già presente una sorta di reddito di emergenza capace di arrivare a soccorso delle vittime della disoccupazione e della precarietà, fenomeni strutturalmente connaturati all’attuale modo di produzione capitalista. Tali misure sono però assimilabili, al netto delle dovute peculiarità, a sussidi di disoccupazione ed altre forme di assistenza “particolare”.

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Oltre la nazione. Sviluppo delle forze produttive e polo imperialista europeo

di Luciano Vasapollo

“Tutto è relativo: ho assolutamente ragione” (A. Einstein)

Intervento al seminario “La ragione e la forza”, del 18 giugno 2016

capitalismo 603x3001. Le scienze economiche sono un fenomeno relativamente recente, almeno paragonato alle altre discipline scientifiche, ma hanno fatto in modo di imporsi come il principale strumento di misurazione della realtà sociale e fondamentale mezzo di controllo e gestione della società stessa.

Le nuove idee nascono come eresie e muoiono come dogmi” affermava Albert Einstein, e l’economia assunta come verità incontrovertibile e come unico motore in grado di produrre benessere sociale sembra incalzare perfettamente questa visione. Questo lavoro ha avuto l’intento di sistematizzare una critica scientifica e metodologica alla politica economica internazionale in chiave, evidentemente, marxista.

L’economia nasce quindi accanto alla fisica, all’astronomia, alla biologia e a tutte le altre scienze galileiane, con l’aspirazione e l’ambizione di portarsi, prima o poi, sullo stesso livello; meta raggiunta, in parte, anche grazie al fatto che nasce nell’ambito della Royal Society in Inghilterra, che dà corpo al progetto di Francis Bacon che vede nella scienza il modo per giungere al governo perfetto, quello che descrive nella Nuova Atlantide, l’utopia di una società guidata dagli scienziati.

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«Una teoria generale del conflitto sociale»

Lotte di classe, marxismo e relazioni internazionali

Matteo Gargani intervista Domenico Losurdo

Rivolgeremo qui alcune domande a Domenico Losurdo, professore emerito presso l’Università degli Studi di Urbino, a partire dalle sue due più recenti pubblicazioni La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma–Bari 2013 (abbreviato “LC” e seguito dal numero di pagina dopo la virgola) e La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014 (abbreviato “SA” e seguito dal numero di pagina dopo la virgola)

arton4983Gargani: Nel marxismo italiano, dal secondo dopoguerra, si possono – con le dovute cautele storiografiche – rintracciare tre filoni fondamentali. Il primo è quello storicista, ossia il canone interpretativo del PCI, impostato nelle sue linee essenziali da Togliatti e ispirato a una lettura di Gramsci quale culmine di un’ideale linea De Sanctis-Labriola-Croce. Il secondo è quello operaista, la cui simbolica data d’inizio può esser fatta risalire alla fondazione nel 1961 della rivista «Quaderni Rossi» e che ha annoverato tra le sue fila personalità differenti per formazione e provenienza politica come Tronti, Panzieri, Asor Rosa, Negri e Cacciari. Il terzo è quello del cosiddetto “dellavolpismo” che, attraverso soprattutto la produzione di della Volpe e Colletti, ha cercato di dare una lettura in chiave scientifica della Critica dell’economia politica di Marx, marginalizzandone la produzione giovanile e accentuandone allo stesso tempo la distanza da Hegel. In che modo ha letto Marx negli anni della sua formazione? Come colloca la sua interpretazione di Marx rispetto a questi tre filoni?

Losurdo: Non metterei sullo stesso piano i tre filoni. Il richiamo a Labriola e ancor prima al Risorgimento non impedisce a Togliatti di mettere l’accento sulla questione coloniale (ignorata da Labriola, che celebra l’espansione italiana in Libia) e di denunciare (con Lenin) la «barbara discriminazione tra le creature umane», propria del capitalismo e dello stesso liberalismo.

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Tornare sui propri passi, ovvero storia e memoria degli anni 70

di Sergio Bologna

Immagine 69“L’autunno caldo è un periodo della storia d’Italia segnato da lotte sindacali operaie che si sviluppa a partire dall’autunno del 1969 in Italia, ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo… I sindacati ufficiali furono condizionati dai Comitati unitari di base (CUB), mentre i governi democristiani che si alternarono in quel periodo (Rumor I e Rumor II) non riuscivano a distinguere le richieste ragionevoli da quelle demagogiche, piegandosi a entrambe pur di arrivare a una pacificazione sociale: i CUB esigevano salari uguali per tutti gli operai in base al principio che «tutti gli stomachi sono uguali», senza differenze di merito e di compenso, concependo il profitto come una truffa, la produttività un servaggio e l’efficienza un complotto, sostenendo invece che la negligenza diventava un merito e il sabotaggio era un giusto colpo inferto alla logica capitalistica”. Ecco alcuni stralci dalla pagina italiana di Wikipedia dedicata all’Autunno caldo. Analisi tratte da libri “astorici” di Montanelli e Cervi ( L’Italia degli anni di piombo, 1991). Una revisione della storia che oggi rischia di diventare dominante.

A partire proprio da questa citazione e dunque da una amara constatazione, martedì 7 giugno 2016, Sergio Bologna ha tenuto alla Casa della Cultura di Milano una bellissima e ricca relazione intitolata “Il lungo autunno: il conflitto sociale degli anni Settanta” – all’interno di un ciclo di incontri curato da Franco Amadori, “L’approdo mancato”.

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L'implosione del "patto sociale" brasiliano

di Marcos Barreira e Maurílio Lima Botelho

103479350 516157228.530x298La vittoria elettorale di Lula e del Partito dei Lavoratori nel 2002 è stata il prodotto del fallimento del modello neoliberista. La stabilizzazione monetaria, nel decennio 1990, non aveva inaugurato una ripresa della crescita; al contrario, aveva avuto come effetto la de-industrializzazione e la disoccupazione di massa. L'aggravarsi della crisi sociale esigeva cambiamenti ed il Partito dei Lavoratori, che aveva portato a termine la sua svolta programmatica, si poteva presentare come unica alternativa di potere realmente capace di attutire lo shock di un processo continuo di svuotamento economico. All'epoca del primo mandato di Lula, tuttavia, un cambiamento nella congiuntura economica mondiale - soprattutto per quel che riguardava i termini internazionali di scambio - aveva permesso una parziale ripresa della crescita. Era stato soprattutto l'aumento dei prezzi delle materie prime, in parte dovuto alla domanda cinese, che aveva consentito il cosiddetto "spettacolo della crescita" ed il "patto sociale" dell'era Lula. L'industrializzazione cinese assorbiva gran parte delle derrate agricole, cementizie e del minerale di ferro brasiliano. La Cina, a sua volta, rimaneva completamente dipendente dal potere di acquisto dei paesi centrali e, mentre il Brasile si era convertito in fornitore di materie prime, l'industrializzazione politicamente indotta del gigante orientale si era trasformata in esportazione unilaterale verso i mercati di consumo sempre più indebitati, in primo luogo gli Stati Uniti.

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Neoliberismo medioevale e nuova aristocrazia

di Elisabetta Teghil

file12709 c4e41Il neoliberismo medioevale

Abbiamo già parlato qui del neoliberismo fascista, cioè dei caratteri nazisti e fascisti che informano questa società. Ma questa stessa società ha anche caratteristiche medioevali.

L’agire sociale tollerato è quello che si esprime per corporazioni, associazioni categoriali spoliticizzate, a tutela di interessi specifici di gruppo. Ne sono un esempio le associazioni dei consumatori, ma anche quelle che raggruppano le minoranze sessuali, o i comitati, le organizzazioni che dovrebbero “salvaguardare” le donne come genere oppresso.

Tutto viene ricondotto ad una generica matrice culturale che dimentica la struttura della società e la divisione in classi.

Ognuno così finisce per chiedere tutele e visibilità, riconoscibilità e legalizzazione organizzandosi in un gruppo di interesse. I “centurioni” che accompagnano i turisti al Colosseo, i venditori ambulanti, le sex workers, tutti chiedono albi professionali in cui essere inseriti e riconoscibilità in un gruppo. Vengono così criminalizzate e perseguite tutte le economie marginali e tutti e tutte coloro che non possono essere inquadrate in una categoria o che non vogliono legare la propria vita ad un ambito specifico.

la citta futura

Divisione del lavoro e funzione sociale dell’intellettuale

di Renato Caputo

L’intellettuale potrà realmente contribuire all’emancipazione della società da ogni forma di dominio e sfruttamento soltanto se opererà in funzione del superamento di se stesso. In altri termini, unicamente se rinuncerà ai relativi privilegi dovuti alla propria separazione dal lavoro manuale e dalla propria conseguente subalternità alla classe dominante potrà essere realmente autonomo, critico, e svolgere una funzione progressiva.

8fff24d59ce766ab65e090a401680032 LLa primigenia divisione del lavoro fra lavoratori manuali e lavoratori della mente è in qualche modo fondativa della stessa storia della società umana per come la abbiamo sino a ora conosciuta. Tale originaria lacerazione del corpo sociale è alla base della scissione della società in gruppi sociali, caste e poi classi con interessi divergenti e potenzialmente conflittuali.

Tale divisione del lavoro, da cui è sorto l’intellettuale, ha così caratterizzato in profondità la società umana tanto quanto quella altrettanto primigenia fra i sessi. Essa è certamente alla base dell’eccezionale progresso storico del genere umano, genialmente sintetizzato da Stanley Kubrik in una celebre scena di 2001 Odissea nello spazio, in cui il bastone, usato per la prima volta come strumento da un uomo primitivo, in un arco di tempo relativamente limitato si trasforma nell’astronave proiettata alla “conquista” dello spazio. Allo stesso tempo però – e questo costituisce certamente il lato oscuro del progresso, troppo spesso colpevolmente occultato – esso è stato il prodotto di un incessante conflitto sociale. Quest’ultimo – sviluppatosi in seguito a livello internazionale e che ha strumentalizzato la stessa differenza fra i sessi – si è articolato ora in modo aperto, ora in forma latente, nel caso in cui è stato portato avanti in modo sostanzialmente unilaterale dal gruppo sociale dominante, da sempre interessato al mantenimento della “pace sociale” in funzione di una più agevole salvaguardia dei propri privilegi.

effimera

Capitalismo cognitivo e reddito sociale garantito come reddito primario

di Carlo Vercellone

Dopo la pubblicazione – nella sezione Ecologia Politica di Effimera – dell’importante testo di André Gorz “Pensare l’esodo dalla società del lavoro e della merce“, riteniamo che questo ottimo saggio di Carlo Vercellone possa risultare utile per chiarire il dibattito tra neo-operaisti e lo stesso Gorz sul tema del reddito sociale garantito. Testo tratto da  A. Caillé, Ch. Fourel (a cura di), Penser la sortie du capitalisme, Le scénario Gorz, Le Bord de l’eau, coll. “La bibliothèque du Mauss”, Bordeaux 2013. La versione originale francese è scaricabile in pdf qui: Vercellone_Gorz. Traduzione a cura di Davide Gallo Lassere ed Emanuele Leonardi, che ringraziamo

overconsumption 400x400Nell’evoluzione del pensiero di André Gorz il dialogo con la problematica operaista del general intellect – e con la tesi del capitalismo cognitivo – rappresenta un momento importante sia rispetto alla riflessione sulla crisi del capitalismo che sul modo di pensare la fuoriuscita da esso.

Per capitalismo cognitivo s’intende il passaggio del capitalismo industriale, caratterizzato dall’egemonia del lavoro e del capitale materiale, a una nuova tappa contrassegnata – in estrema sintesi – da due elementi dominanti:

– la dimensione cognitiva e immateriale del lavoro diviene dominante sul piano della creazione di valore e ricchezza, mentre la forma principale di capitale diventa il capitale detto immateriale o intellettuale, concetto che per Gorz rappresenta un vero e proprio ossimoro. Da questo punto di vista, la posta in gioco centrale della valorizzazione del capitale e delle forme di proprietà poggia direttamente sulla trasformazione della conoscenza e del vivente stesso in capitale e in merce fittizia;

–  questa evoluzione s’inscrive in un contesto in cui la legge del valore-tempo di lavoro entra in crisi ed emerge una logica di accumulazione del capitale caratterizzata da ciò che possiamo definire divenire rendita del profitto. Ne deriva una crescente distanza tra la logica della merce e quella della ricchezza che mostra in maniera esemplare “la crisi del capitalismo nelle sue fondamenta epistemiche”.

Occorre precisare che secondo Gorz – e qui troviamo un contributo essenziale alla problematica del capitalismo cognitivo – quest’ultimo “non è un capitalismo in crisi, è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la società”.

sinistra

Tutto un programma di ricerca1

di Raffaele Sciortino

Vi presentiamo un intervento che offre uno sguardo critico sulle principali chiavi di lettura con cui viene tematizzato il nesso tra spazi urbani, forme di accumulazione e lavoro, all’incrocio tra sfruttamento ed estrazione di valore. Compare come contributo nel volume appena pubblicato a cura di E. Armano e A. Murgia, Le reti del lavoro gratuito. Spazi urbani e nuove soggettività, ombre corte, 2016

brain computing small cÈ indubbio che la crisi globale, tutt’altro che chiusa a otto anni dal suo scoppio iniziale, si pone sempre più come prisma attraverso cui scomporre il variegato assemblaggio neoliberista2, ricostruire la sua genealogia troppo spesso data per scontata, ragionare sulla sua tenuta o dissoluzione (in quale direzione?). A maggior ragione ciò dovrebbe valere, in sede analitica e teorica, per l’intreccio tra spazi urbani, finanziarizzazione e forme emergenti di lavoro, che di quell’assemblaggio sono se non il cuore, certo un tassello cruciale. Tutto un programma di ricerca che dovrebbe innanzitutto mettere a verifica le letture esistenti, anche facendole cortocircuitare, per mettere a tema il gioco complesso e aperto tra l’irrompere di nuove dinamiche e il trascinamento o la cronicizzazione di vecchi meccanismi: se e cosa sta cambiando nella “città neoliberale” quanto ai meccanismi di estrazione del valore, alle composizioni del lavoro, alle forme di governance e al loro rescaling3, nonché alle dinamiche della soggettività, quella piegata e rassegnata se non disperata, quella guardinga e opportunista ma inquieta, quella smarrita ma potenzialmente contro.

In attesa di nuove ipotesi, che però difficilmente emergeranno senza l’impulso di pratiche collettive forti e ampie che ad oggi latitano, voliamo basso e proviamo a buttare giù una tipologia (critica) delle letture critiche più diffuse e in qualche modo rappresentative rispetto al rapporto tra spazio urbano “globalizzato”, forme di accumulazione, lavoro. Senza pretesa di esaustività, va da sé, e provando a fare virtù di una competenza solo cursoria nel campo. Se una tipologia, oltre a lavorare sui concetti di un campo, riesce a cogliere qualche nodo di fondo, parte della sua funzione è assolta.

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Figli di nessuno. Storie conflittuali nell’alta Lombardia degli anni ’70

di Gioacchino Toni

Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu edizioni, Milano, 2016, 336 pagine, € 15,90

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«Credo che la ricchezza principale della nostra piccola esperienza militante fatta in quei paesi di provincia sia consistita nell’essere stati protagonisti di una rottura sociale unica dal dopoguerra in poi, dal punto di vista del voler rompere un assetto sociale, culture, forme esistenziali, modi di essere». S. Bianchi (p. 34)

Il libro di Sergio Bianchi, di cui è uscita nel marzo 2016 questa nuova edizione ampliata di un’ottantina di pagine rispetto all’edizione del 2015, racconta un periodo di storia conflittuale collettiva nell’alta Lombardia a cui ha preso parte in prima persona l’autore a partire dai primi anni ’70. In apertura di volume, Bianchi sottolinea come quelle insorgenze sociali che hanno investito anche la provincia alto-lombarda, originatesi sull’onda lunga del biennio ’68-’69, possono dirsi concluse nei primi anni ’90 con la diffusione in quei territori del progetto leghista.

Se il biennio ’68-’69 può essere visto come momento di detonazione di quell’onda lunga che poi investirà le realtà di provincia descritte nel volume, secondo Bianchi vale la pena spendere qualche pagina sul “pre-sessantotto” di quelle zone, periodo già precedentemente affrontato dall’autore sotto forma di romanzo (La gamba del Felice, 2006) [su Carmilla]. Il capitolo d’apertura di Figli di nessuno ricostruisce le trasformazioni subite dalla provincia a nord di Milano tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’60; quasi un quindicennio di lento ed inesorabile declino del mondo contadino distrutto dalla meccanizzazione della campagna a totale beneficio dei grandi proprietari terrieri e da una mentalità individualista che non ha saputo dar vita a soluzioni associative cooperativistiche.

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Classe lavoratrice, sindacato, storia del Movimento Operaio

Riflessioni sull’oggi

Alessandro Mazzone

08 tofik javadov operai petroliferi1. Il lettore di “Proteo” sa bene che questa rivista a carattere scientifico è, nello stesso tempo, una pubblicazione di classe. Le due cose vanno insieme. Da sempre, lotta di classe dalla parte dei lavoratori vuol dire anche conoscere, rendersi conto del mondo, migliorarsi, emanciparsi. (Cento anni fà, la prima lotta mondiale, quella per la giornata lavorativa di 8 ore, aveva per motto: 8 per lavorare, 8 per riposare, 8 per migliorarci.) - Questo è il lato soggettivo. Il suo sviluppo, nel corso di ormai quasi due secoli, ha portato alla costruzione di organizzazioni economiche (cooperative), sindacali, politiche dei lavoratori; in Italia, a Camere del lavoro, Case del popolo, istituzioni di vita autonoma delle classi lavoratrici, che insieme erano strumenti di lotta e di cultura attiva.

Ma, naturalmente, c’è un lato oggettivo della lotta, che emerge non appena si considera la controparte. Anche la borghesia è mutata profondamente nel tempo, fino a generare un’oligarchia ristretta che oggi, con strumenti economici, politici, culturali (o anticulturali), impone il suo dominio, direttamente e indirettamente, a miliardi di uomini in quasi ogni Paese. E oggi diventa via via più chiaro qualcosa, che in linea di principio è sempre stato vero: che l’oggetto della lotta di classe è sempre stato, fin dai primi confronti parziali, locali, fin dalle Leghe di Resistenza dell’‘800, il modo di organizzare la vita degli uomini associati, la produzione e riproduzione di questa attraverso e mediante il lavoro [1].

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Il container e l'algoritmo

La logistica nel capitalismo globale

di Moritz Altenried

Con "Il container e l'algoritmo" di Moritz Altenried, do inizio ad una serie di traduzioni di alcuni scritti apparsi in rete che individuano a mio avviso le principali tendenze presenti nell'attuale situazione socio-economica; scritti che non condivido necessariamente in toto, almeno per quanto riguarda presupposti e consclusioni - oppure categorie come quelle del lavoro e della "lotta di classe" ivi utilizzate - ma che tuttavia credo siano nondimeno degne di discussione nel quadro della necessaria emancipazione e fuoriuscita dal capitalismo. Uno sguardo acuto sulla "contraddizione in processo" del "soggetto automatico", così come si svolge economicamente e socialmente nella produzione, nella circolazione e nel consumo, dentro la crisi

img384Voglio cominciare, riportando un'interessante osservazione di Thomas Reifer, secondo la quale oggi Marx comincerebbe Il Capitale sottolineando come la ricchezza delle nazioni contemporanee appaia sempre più come un'immensa collezione di container (Reifer, 2007). Anche se si può obiettare che un container ed una merce fanno parte di due categorie concettuali diverse, questa affermazione provocatoria è molto rivelatrice in quanto evidenzia l'importanza della logistica non solo in quanto industria ma in quanto prospettiva per comprendere il capitalismo contemporaneo.

Di conseguenza, propongo di differenziare tre significati del termine "logistica". In primo luogo, la logistica è un settore industriale o di mercato specializzato nello spostamento di cose che è cresciuta in importanza e che costituisce in quanto tale un oggetto di ricerca affascinante. In secondo luogo, la logistica è diventata in qualche modo una logica - o un dispositivo in senso foucaltiano - che è andata oltre il suo settore in senso stretto e che fonda il capitalismo contemporaneo. Per cui, quest'ultimo può essere compreso come un capitalismo di "catena di distribuzione", per riprendere l'espressione di Anna Tsing (Tsing, 2009). Se ciò è vero, allora la logistica, in terzo luogo, diviene una prospettiva di ricerca. Intendo difendere l'idea che la logistica può servire come una sorta di prisma che ci aiuta a comprendere in maniera critica la trasformazione in corso nel capitalismo globale.

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Classe operaia globale: insurrezione o lotta di classe?

iwwIl concetto di “classe” è nuovamente divenuto popolare. Dopo la più recente crisi economica globale, anche i giornali borghesi hanno cominciato a porsi la domanda: “Dopo tutto, forse che Marx non avesse ragione?”. “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty è stato nella lista dei bestseller degli ultimi due anni  – un libro che descrive in modo dettagliato e puntuale come storicamente il processo capitalistico di accumulazione abbia sortito il risultato di una concentrazione di ricchezza nelle mani di una stretta minoranza di possessori di capitali. Per di più, nelle democrazie occidentali le notevoli diseguaglianze hanno provocato un accentuato timore di rivolte sociali. Negli ultimi anni, questo spettro ha ossessionato il mondo – dai disordini di Atene, Londra, Baltimora, fino alle rivolte in Nord Africa, a volte con la cancellazione di governi statali. Come di consueto, in questi tempi di agitazione, mentre una fazione dei detentori del potere invoca la repressione armata, l’altra solleva la “questione sociale”, che si suppone dovrebbe essere risolta attraverso riforme o politiche redistributive.

* * *

La crisi globale ha de-legittimato il capitalismo; la politica dei padroni e dei governi per costringere i lavoratori e i poveri a pagare per la crisi ha alimentato la rabbia e la disperazione. Chi potrebbe ancora contestare il fatto che noi viviamo in una “società classista”? Ma questo che cosa sta a significare?

Le “classi” nel senso più stretto del termine emergono solo con il capitalismo - ma l’appropriazione indebita dei mezzi di produzione, da cui deriva la condizione del proletariato privo di proprietà, non è stato un processo storico eccezionale. L’appropriazione indebita è un ripetersi quotidiano all’interno del processo produttivo: i lavoratori producono, ma il prodotto del loro lavoro non appartiene a loro.

la citta futura

Chi sono i nostri

di Ascanio Bernardeschi

In un mondo del lavoro frammentato e sconfitto come ripartire? Chi e dove sono i nostri referenti di classe? Chi e dove sono i nostri nemici e come riunificare le mille lotte che attualmente non comunicano fra loro? La borghesia sa che le condizioni strutturali inevitabilmente vanno omogeneizzando il mondo del lavoro e cerca perciò di introdurre elementi di divisione sovrastrutturali. Un'inchiesta del collettivo Clash City Workers ci aiuta a capire

dc52d5c5f54b7db2dfd2aae465dc6ccd LLa crisi generale del capitalismo aggrava pesantemente le condizioni del mondo del lavoro. Qua e là assistiamo a momenti di ribellione e di lotta che nessuna forza della sinistra è stata in grado di unificare. Nello scoramento generale stanno facendo breccia le semplificazioni populiste e la peggiore destra xenofoba, mentre la “sinistra” si aggrappa alle mode culturali del momento, dimostrandosi incapace di un'analisi della fase all'altezza delle necessità.

Per cambiare il mondo deve essere posto al centro il nodo della contraddizione capitale/lavoro, ma cos'è oggi il lavoro? Non tutti i proletari sono uguali davanti al capitale. In una realtà volutamente frammentata bisogna capire “dove sono i nostri”.

Clash City Workers, un collettivo “di lavoratrici e lavoratori, disoccupate e disoccupati, e di precari”, si è cimentata in questa impresa e ci offre un prezioso contributo, una sorta di inchiesta sul mondo del lavoro e alcune deduzioni politiche conseguenti.

La lettura di questa indagine è raccomandata a tutti coloro che sono impegnati nelle lotte del mondo del lavoro. In questa sede cerchiamo di riferirne alcuni punti principali.