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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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analisi di classe

Giorgio Paolucci: Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

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Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

di Giorgio Paolucci

movimento-dei-forconiIl movimento cosiddetto dei forconi inizialmente era costituito soprattutto dai piccoli autotrasportatori, ossia camionisti che, a causa dei continui aumenti del costo dei carburanti, dei pedaggi autostradali, della riduzione dei rimborsi pubblici delle accise e del prolungarsi della crisi, rischiavano seriamente di perdere perfino il loro mezzo di trasporto.

Allora, dopo aver bloccato per diversi giorni la quasi totalità delle attività economiche e ottenuto dal governo Monti qualche agevolazione fiscale e un rimborso delle accise più consistente, le proteste cessarono, avvalorando così la convinzione che esse fossero espressione del disagio contingente di una specifica categoria che con la ripresa economica, allora ritenuta imminente, sarebbe ben presto rientrato.

In realtà, quel movimento, pur con le sue specificità, era la spia di un disagio sociale molto più diffuso e profondo perché le cause che lo avevano determinarlo affondavano le loro radici nella crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e segnatamente nell’accelerazione che essa aveva impresso ai processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, ai processi di mondializzazione dell’economia nonché ai processi di scomposizione sociale innescati dalla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro.

Infatti, la gran parte di questi piccoli trasportatori era formata da ex dipendenti di grandi imprese industriali che per ridurre i costi affidavano ai loro dipendenti la gestione in proprio di alcuni rami della loro attività e, nel caso specifico, il trasporto e la consegna delle merci ai loro clienti.

Sandro Chignola: Padania, Europa

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Padania, Europa

di Sandro Chignola

facchini-corteoTornare sulle lotte che hanno attraversato il settore della logistica e del movimento merci può forse essere utile se al centro del nostro dibattito si pone la questione della trasformazione del sindacato. Per farlo, organizzo questo articolo attorno a tre nodi. Il primo è un reminder. Riguarda una breve cronaca delle lotte. Il secondo mette a tema il recente accordo stretto tra la Federazione dei trasportatori (FEDIT) e i sindacati confederali. Il terzo la lezione che è possibile trarre, in previsione dell’autunno, dal ciclo di lotte appena concluso.

Sottolineare ancora una volta la centralità del settore della logistica nel sistema di accumulazione capitalistico contemporaneo può apparire superfluo. E tuttavia può forse essere interessante non solo ricordare qualche dato, ma metterne a fuoco gli effetti. Tanto la subfornitura quanto la movimentazione merci hanno acquisito una crescente centralità nel deterritorializzarsi dei flussi di produzione. In questione non è solo la crescente rilevanza dei magazzini e delle scorte nella gestione di processo ingegnerizzata dal just in time e direttamente organizzata dalla domanda del mercato, ma l’operatività stessa dello schema che mette a valore la delocalizzazione produttiva, i cuircuiti dell’informazione, le reti della cooperazione diffusa. La logistica attrae e valorizza capitali, traccia per essi nuove rotte, modula secca estrazione di plusvalore assoluto e saldi positivi di plusvalore relativo aiutando ad intrecciare i nodi e a vincere le rigidità e le resistenze nella divisione internazionale del lavoro. Sulla logistica si investe ed essa esce a testa alta dalla stessa crisi del capitalismo globale.

Domenico Moro: Dove sono i nostri

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Dove sono i nostri

Riflessioni su classe, coscienza, politica

Domenico Moro

DSC00042Recentemente è uscito nelle librerie “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della Crisi” (la casa Usher, euro 10), scritto dal collettivo Clash city workers. Si tratta di un libro straordinario, nel senso letterale della parola, cioè di fuori dell’ordinario, sia per i temi che affronta sia per il metodo che adotta. Oggetto del libro è la composizione di classe, ovvero le caratteristiche e la struttura delle classi sociali in Italia. L’attenzione è rivolta in particolare alla classe dei lavoratori salariati (i nostri del titolo), ma, elemento da non sottovalutare, viene dedicato ampio spazio anche al lavoro autonomo ed ai settori intermedi e piccolo borghesi, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita politica italiana. Sono questi temi quasi del tutto ignorati da decenni sia dalla ricerca universitaria (sociologica, politologica ed economica) sia da sindacati e da partiti di sinistra e persino comunisti. L’approccio degli autori non è accademico, visto che l’analisi è dichiaratamente funzionale all’azione, cioè alla ripresa e allo sviluppo della lotta di classe in Italia. “Dove sono i nostri è un libro coraggioso perché rimette al centro del dibattito politico le classi e la lotta di classe senza tacere di farlo in un’ottica di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente e ponendosi questioni enormi ma ormai ineludibili, come la ricomposizione e l’organizzazione della classe lavoratrice. Del resto, chiunque voglia ricostruire una presenza organizzata sindacale e politica di classe nel nostro Paese non può esimersi dal partire da che cosa sono i salariati qui ed ora. Lavori di questo tipo sono un segnale positivo da valorizzare e sviluppare specie nel momento attuale, quando la sinistra di classe e i comunisti vivono il momento di maggiore arretramento dalla fine della Seconda guerra mondiale".

Marco Codebo: Il capitale secondo Thomas Piketty

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Il capitale secondo Thomas Piketty

di Marco Codebo

struttura piramidale"Le differenze sociali non possono fondarsi che sull'utilità comune": è con questa citazione dalla Dichiarazione dei diritti del 1789 che Thomas Piketty inizia Le capital au XXIe siècle (Seuil, 2013), il suo studio sugli ultimi due secoli e mezzo di disuguaglianza sociale. Nel corpo dell'opera lo spirito illuminista dell'incipit è confermato dalla volontà dell'autore di rintracciare un filo razionale all'interno della storia economica, dal rigore con cui costringe sempre l'analisi a misurarsi col dato statistico e soprattutto dalla tensione divulgativa che impone al libro, nella convinzione che condividere il sapere generi una cura più attenta del bene comune.

L'ultimo punto si traduce nell'impianto narrativo che sorregge il testo. Le capital au XXIe siècle fornisce al lettore un'imponente quantità di informazioni (provenienti quasi tutte dai paesi ricchi dell'Occidente, soprattutto Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti), senza però schiacciarlo sotto il peso di una scienza arida e lontana: ci riesce perché il libro è strutturato come un racconto, con una voce narrante, quella paziente ed esplicativa dell'autore, un protagonista, la disuguaglianza, ed una trama che si snoda lungo il filo degli anni che ci separano dalla rivoluzione industriale.

Michel Prigent: Ciao proletariato!

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Ciao proletariato!

di Michel Prigent

La differenza fra la critica del capitalismo moderno fatta da Debord e quella di Moishe Postone, ovvero: i limiti della critica di Guy Debord

debord-figures25255b525255d"I Commentari alla Società dello Spettacolo" di Guy Debord vennero pubblicati a Parigi nel maggio del 1988. Quando, più tardi, vennero pubblicati in Inghilterra, il titolo fu mal tradotto: Malcom Imrie non aveva rimarcato il riferimento a Giulio Cesare. Non si può pretendere tutto da cosiddetti esperti.

Alla fine degli anni 1980, la crisi prolungata nel blocco dei paesi dell'Est e altrove, aveva spinto Debord ad aggiornare la sua critica, ma purtroppo non aveva più l'ispirazione della Società dello spettacolo, nella quale, nel 1967, aveva scritto: "che lo spettacolo moderno era già essenzialmente il regno autocratico dell'economia di mercato pervenuto ad uno status di sovranità irresponsabile"; era stato più tagliente di quello che scriveva nei suoi Commentari, ossia: "il segreto domina questo mondo e per prima cosa come segreto del dominio". Debord aveva dimenticato di rileggere il "Marx esoterico" del Capitale e dei Grundrisse, dove Marx sviluppa la sua critica del valore, mentre Debord rimane fermo nel "Marx essoterico" della lotta di classe. Un errore fatale. Un altro errore è stato quello di dire che non aveva bisogno di cambiare una sola parola del suo libro del 1967, e quindi era insostituibile. In questo modo era arrivato a delle posizioni retrograde, aveva adottato un punto di vista molto "XIX secolo" della storia, che era stato quello di molte persone all'epoca - a sinistra come a destra - cioè a dire un punto di vista poliziesco della storia che poteva essere definita come teoria "complottista" della storia, per farla semplice.

Damiano Palano: Lenin a Pechino?

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Lenin a Pechino?

Leggendo «Utopie letali» di Carlo Formenti

Damiano Palano

IMG00013Nel suo ultimo libro, Utopie letali. Contro l’ideologia postmoderna (Jaca Book, Milano, 2013), Carlo Formenti sembra tornare all’ottimismo dell’operaismo degli anni Sessanta e alla convinzione che l’estensione del capitalismo a livello globale debba produrre il ritorno al ‘classico’ conflitto tra capitale e classe lavoratrice. Proprio per questo Formenti critica le letture che ritengono che il soggetto trainante dei nuovi conflitti sia costituito dalla nuova ‘classe creativa’ prodotta dalla rivoluzione digitale, ma soprattutto attacca quelle «utopie letali» che, nel corso degli ultimi tre decenni, hanno spostato il terreno dei conflitti dal piano ‘materiale’ della contrapposizione tra capitale e lavoro al piano delle rivendicazioni ‘identitarie’ e ‘culturali’. Se questa critica ha merito di riportare l’attenzione sull’importanza dei fattori ‘materiali’, o sul ruolo che i ‘vecchi’ conflitti continuano ad avere anche nel XXI secolo, c’è però un limite nella posizione di Formenti: un limite che riguarda proprio il ruolo della dimensione ‘culturale’, e delle identità collettive, all’interno della «composizione di classe».

 

Ritorno al futuro

Nata proprio mezzo secolo fa, nel 1964, «Classe operaia» chiuse la propria esperienza teorico-politica dopo meno di quattro anni di vita, nel marzo del 1967, con la pubblicazione dell’ultimo fascicolo, che un po’ goliardicamente invitava i lettori interessati a non abbonarsi. Con quel numero si concludeva l’effimera parabola di una delle riviste fondative dell’operaismo italiano.

CortoCircuito Firenze: ClashCityWorker e il balzo di tigre (da fare)

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ClashCityWorker e il balzo di tigre (da fare)

CortoCircuito Firenze

olivetti-pozzuoli1Ancora una recensione, più che meritata, del libro "Dove sono i nostri?", redatto dal collettivo di ClashCityWorkers. Il merito, lo ripetiamo per i sordi, sta nel guardare i processi reali per arrivare a definire anche quelli della "soggettività trasformatrice". Il contrario di quanto proposto rumorosamente - in mancanza di numeri adeguati - da chi ascolta se stesso (e poco altro) sperando che il mondo risponda positivamente.

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Non pensiamo sia eccessivo, riferendosi al testo Dove sono i nostri dei Clash City Workers, parlare del primo, organico, e soprattutto riuscito tentativo di allontanamento dall’auto-inflittosi “Medioevo” politico di quella che un tempo era giornalisticamente considerata la sinistra extra-istituzionale. Per la prima volta infatti, la forza dei numeri si sostituisce al balbettio del senso comune, la consapevolezza di dover giungere ad un’attenta ponderazione su cosa concentrarsi alla tendenza ad aumentare “smaniosamente le iniziative, gettandosi su ogni cosa che si muove” (pag. 10). Per comprendere però con maggiore chiarezza lo straordinario valore teorico del lavoro dei Clash, permetteteci un lungo salto indietro al 1936, anno di elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Studiare in Erasmus per lavorare in un call center

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Studiare in Erasmus per lavorare in un call center

Uno sguardo all'integrazione europea

Pubblichiamo un interessante contributo di uno studente lavoratore italiano in Erasmus a Lisbona. Ci pare che l’esperienza che racconta e le riflessioni che faccia siano decisive per capire, a pochi giorni dalle elezioni europee, qual è il vero volto dell’Unione e dell’integrazione di cui padroni e politici del continente parlano tanto…

00026388Durante la mia esperienza di studente Erasmus a Lisbona ho avuto l'opportunità o, sarebbe meglio dire, la necessità, di lavorare in una delle grandi multinazionali di servizi: la Sitel, azienda che ha seminato di call center diverse città d'Europa e non solo, accaparrandosi commissioni da varie compagnie, marchi e imprese. Nel mio caso specifico si è trattato di fare per tre mesi l'assistenza clienti per il mercato italiano delle carte di credito della Barclays Bank. Cioè, ricevere chiamate dall'Italia, parlando in italiano, per conto della Barclays Bank, ma senza essere in Italia e senza lavorare direttamente per la Barclays Bank.

 

Fare lo stesso lavoro ma avere un lavoro peggiore.

Come è noto, sono molte le cose che si possono denunciare rispetto a questo modello di gestione dei servizi. Nulla mancava a questa azienda delle varie forme di controllo asfissiante di tempi e spazi di lavoro che si possono mettere in campo, attraverso telecamere, monitoraggio costante delle telefonate, porte che per mezzo dell'apertura con l'impronta digitale sono in grado di identificare in quale stanza si trovi un lavoratore, discrezionalità su tempi di pausa, di uscita e giorni liberi, e tutte quelle cose che oramai nell'immaginario di molti lavoratori identificano il sistema dei call center, nonostante non siano certo pratiche esclusive di questo comparto.

Clash City Workers: Cosa si dicono i padroni quando parlano dell’economia italiana?

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Cosa si dicono i padroni quando parlano dell’economia italiana?

Clash City Workers

094656790-1969f231-bc35-4a7a-9c90-93f42f445ceeComprendere i cambiamenti della forma del sistema capitalistico non è un esercizio puramente intellettuale, ma il punto di partenza per impostare un intervento politico. La questione infatti è comprendere dove e in che condizioni vive e lavora la classe e, allo stesso tempo, come organizzare un’entità frammentata e impalpabile in una forza politica capace di innalzare i propri interessi. Da questo punto di vista è essenziale capire in che direzione sta marciando l’Italia (dentro l’Unione Europea), a quale modello di sviluppo il governo Renzi sta presiedendo, che progetti le classi dominanti hanno per il proletariato?

Una indicazione di metodo che ci siamo dati è di non scordarci mai di fare i conti con l’elaborazione e le indicazioni della borghesia. Per i padroni è necessario studiare con attenzione cosa accade agli investimenti che effettuano in ogni parte del mondo, dovendo anticipare le tendenze e crearsi le condizioni per sempre maggiori profitti. Di conseguenza, leggere i loro programmi e le loro aspettative permette di cogliere alcune direzioni verso cui è opportuno rivolgersi, per non restare impreparati.

A questo proposito, Il Sole 24 Ore del 9 maggio contiene in rapida sequenza tre articoli davvero chiari. Il tema è «Le vie della ripresa» e l’oggetto sono le relazioni tra governo, Europa e imprese. Il titolo è lapidario: «L’Italia sia leader industriale». La frase è un virgolettato del premier Renzi, che a Genova durante la sottoscrizione dell’accordo strategico tra Ansaldo Energia e Shanghai Electric ha annunciato le linee della politica industriale italiana.

Militant: Il coraggio di cambiare paradigma per una nuova stagione politica

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Il coraggio di cambiare paradigma per una nuova stagione politica

Utopie Letali di Carlo Formenti

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image0425255b625255dCon la caduta dei socialismi reali nell’89 e la conseguente scomparsa o ridimensionamento dei partiti comunisti legati a quell’esperienza, la sinistra – soprattutto italiana – è stata egemonizzata di fatto da un insieme di teorie e suggestioni definite, per necessità di sintesi, post-operaismo. Un insieme politico in realtà abbastanza eterogeneo, ma che ha saputo ricostruire una narrazione conflittuale di fronte alla sconfitta storica del movimento operaio e delle sue avanguardie politiche degli anni ottanta. Per meglio dire, il post-operaismo è figlio diretto di quella sconfitta, e allo stesso tempo la sua rimozione. Nonostante le differenze, anche grandi, insite nei diversi filoni post-operaisti e fra le diverse città, alcuni punti fermi tuttavia sono riscontrabili. Soprattutto, comune alle varie tendenze è la rottura con il Novecento quale secolo del primato del politico e della “parzialità organizzata” in vista di una fuoriuscita dal controllo capitalistico della produzione, in favore di un discorso tendenzialmente interclassista in cui viene esaltata la diretta politicità dei soggetti sociali, che assumono centralità politica non in base al proprio ruolo nella produzione ma piuttosto in base alla propria coscienza di sé e alla loro percezione antagonistica.

Su questa visione delle cose si innesta il discorso foucaultiano del potere pervasivo del capitale non più nella produzione, ma nella vita.

Militant: L’armata dei sonnambuli, di Wu Ming

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L’armata dei sonnambuli, di Wu Ming

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

Militant

L’immaginario culturale consente la costruzione di quella specifica cornice politica nella quale inserire gli avvenimenti di questo mondo, dargli un senso e una prospettiva anche se non pienamente coscienti di tutto il loro portato. Nell’epoca della modernità politica, un qualsiasi contadino analfabeta, un operaio con la licenzia media o un qualunque manovale sfruttato e apparentemente “ignorante”, non avrebbe avuto troppe difficoltà a definirsi e collocarsi socialmente. Non era automatico definire la propria posizione politica o immaginare le soluzioni per la propria liberazione, ma erano immediatamente riconoscibili le condizioni del proprio sfruttamento. Queste figure percepivano chiaramente il proprio ruolo nel mondo. Il proprio ruolo di subalterni. Se qualcuno avesse ancora voglia di leggersi le testimonianze riportate in uno dei principali libri italiani del ‘900, Il mondo dei vinti,  quella massa di contadini senza nome aveva ben chiara, molto più chiara di oggi, la propria condizione di sfruttati: da una parte i lavoratori, chi si alzava la mattina ancora immerso nel buio, dove persino il pane era un lusso, e tirava avanti fino a sera, giorno dopo giorno fino alla morte; dall’altra i padroni, cioè chi traeva profitto da questo lavoro.

Bene, se oggi raccogliessimo le stesse testimonianze, chiedendo le medesime cose non già al contadino illetterato, ma al laureato precario, abituato a ragionare su di sé e sul mondo che lo circonda, fervido lettore di quotidiani e libri, difficilmente avremmo lo stesso genere di risposte.

Clash city workers: Le lotte in Cina, il Manifesto di Confindustria

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Le lotte in Cina, il Manifesto di Confindustria

La mobilità del capitale e quella del conflitto

Clash city workers

Ieri è arrivata dalla Cina la notizia che migliaia di lavoratori di una delle più grande fabbriche di scarpe sono in sciopero dal giorno prima, nel Sud del paese, per il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ben 60 mila operai della Yue Yuen (gruppo che produce scarpe per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma, Timberland), fra cui molti immigrati da altre regioni della Cina, lottano da due settimane per ottenere il riconoscimento della previdenza sociale. La polizia è intervenuta più volte quando i manifestanti hanno cercato di assaltare le vetture dei dirigenti, mentre le grandi multinazionali sono molto preoccupate che lo sciopero possa bloccare l’arrivo delle merci sui mercati occidentali.

Ora, quello che è interessante di questa notizia non è solo che gli operai esistono (anzi: che a livello mondiale gli operai siano la maggioranza dei lavoratori ormai lo dicono anche quei teorici che fino a qualche anno fa li volevano scomparsi e marginali). E non è nemmeno una sorpresa che lottino: come ha dimostrato ad esempio Beverly Silver studiando proprio il caso cinese, “laddove va il capitale segue il conflitto”. Nemmeno la forma di lotta ci colpisce: lo sciopero, condito da assalto al nemico di classe e picchetto alla fabbrica, è ancora un’arma utilissima nelle mani dei lavoratori.

Lanfranco Turci: C’era una volta il riformismo emiliano

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C’era una volta il riformismo emiliano

Un bilancio critico

di Lanfranco Turci

L’esperienza di governo del Pci emiliano del dopoguerra – una socialdemocrazia pragmatica e inconsapevole – ha prodotto frutti eccezionali in termini di benessere, qualità della vita, dinamismo economico e coesione sociale. Ma con la progressiva egemonia del pensiero neoliberale sulla sinistra emiliana e nazionale, questo modello è entrato sempre più in crisi. E oggi è ormai soltanto un lontano fantasma del passato

Premetto per onestà intellettuale verso i lettori di questa nota che essa si conclude esplicitamente con una critica (e per quanto mi riguarda anche un’autocritica) dura ed esplicita della sinistra emiliana e nazionale attuale e di ciò che è stata la vicenda dell’evoluzione dell’eredità del Pci fino al suo esaurirsi sfinito e irriconoscibile nell’attuale PD. Questa fase di trasformazione post- Bolognina è stato anche il tema delle tormentate riflessioni di Giuseppe Gavioli dal ’90 in poi. Trasformazione che Gavioli avrebbe voluto in direzione della cultura della sostenibilità e del New Deal ambientale. Ma quei temi e quegli anni sono già oltre la fase dell’Emilia Rossa e del riformismo del Pci che è l’oggetto di questa relazione.


Riformismo e Emilia rossa

Credo pertanto che si debba subito precisare che per riformismo emiliano qui ci riferiamo a una esperienza strettamente riferita all’Emilia rossa, a quello che è stata l’esperienza di egemonia politica e di governo del Pci emiliano del dopoguerra.

nique la police: Quando arrivano i nostri?

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Quando arrivano i nostri?

Considerazioni sul libro dei Clash City Workers

nique la police

Es irrt der Mensch, so lang er strebt (Goethe)

Curiosamente, mentre leggo il lavoro collettivo dei Clash City Workers (Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi, La casa Usher, Firenze-Lucca 2014) mi arriva un testo, ordinato, di due studiosi dell’Hamilton College di New York (Henry Rutz, Herol Balkan, Reproducing Class: Education, Neoliberalism, and the Rise of the New Middle Class in Istanbul, BerghahnBooks, Oxford-New York, 2013): insomma la questione del ripensamento del concetto di classe, e della sua morfologia reale, finisce sempre per raggiungerti da più parti. Certo, il lavoro di Rutz e Balkan non solo riguarda un’altra classe, quella media, ma anche un altro paese, la Turchia, in un periodo economico molto diverso. Infatti buona parte del lavoro etnografico di Reproducing Class risale al periodo in cui il Pil turco cresceva mediamente del 4% annuo, anni ’90, mentre una parte successiva è del periodo in cui il prodotto interno lordo ha sfondato persino il 7% (metà anni 2000). Eppure il lavoro di Rutz e Balkan, come vedremo, finisce per tornare utile proprio per completare il commento al testo collettivo dei Clash City Workers. Testo che parla, al contrario, non solo delle classi subalterne ma di un paese, come ricordato nell’introduzione, dove sono oltre 150 i tavoli di crisi aperti presso il ministero del lavoro. E in questo scenario la necessità impellente, che muove Dove sono i nostri, è quella di capire il profilo sociologico dei conflitti di classe in Italia.

Giovanna Vertova: La questione di classe è una questione di genere

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La questione di classe è una questione di genere*

Giovanna Vertova

Gli attacchi al mondo del lavoro, da parte del capitalismo globale finanziario, non hanno gli stessi effetti su lavoratori e lavoratrici. Inoltre, per comprendere il fenomeno, occorre distinguere i fenomeni esogeni, che hanno portato all’instaurazione di questo nuovo modello capitalistico, ed i fenomeni endogeni, economici ma anche politicamente voluti e controllati. Per esempio, la trasformazione della Cina e dei paesi del blocco sovietico in paesi ormai capitalistici ha avuto come effetto un raddoppio della forza lavoro mondiale, permettendo così un dumping sociale su scala globale. Questo è stato un fatto esogeno. Al contrario, la finanziarizzazione dell’economia è il risultato di scelte anche politiche. La finanziarizzazione è nata anche perché politicamente si sono permesse “innovazioni” degli strumenti finanziari, la nascita dei derivati, etc. L’amministrazione Clinton ha cancellato il Glass-Stegall Act – la legge bancaria del 1933, introdotta a seguito della crisi del 1929, che prevedeva una netta separazione tra l’attività bancaria tradizionale e quella di investimento – seguendo la logica della de-regolamentazione del settore bancario-finanziario. Anche la liberalizzazione dei movimenti di capitale è stata politicamente fortemente voluta. L’integrazione europea con questo tipo di euro è il risultato di scelte politiche.

Fatta questa premessa, va sottolineato che l’attacco al mondo del lavoro da parte di questo “nuovo” modello capitalistico avviene in un modo diretto ed in uno indiretto.

Carlo Formenti: Perché la lotta di classe è viva

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Perché la lotta di classe è viva

Stefano Laffi intervista Carlo Formenti

Utopie letali. Capitalismo senza democrazia (Jaca book 2013) è l’ultimo libro pubblicato da Carlo Formenti, fra i più seri studiosi e da lungo tempo della mutazione economica e sociale che stiamo vivendo. È un libro scritto sotto un’urgenza particolare, che traspare già dal titolo, ovvero quella di non cadere nella fascinazione di categorie e letture che lanciano la palla oltre l’ostacolo, senza averlo mai davvero superato, bensì di guardare in faccia lo sfruttamento e l’impoverimento che viviamo ogni giorno, chiamandolo col suo nome. Per Formenti non sono i “lavoratori cognitivi” che lanceranno la rivoluzione, non sono i “beni comuni” a cambiare la perdita dei diritti che avanza, non è Internet un contropotere ma uno strumento di controllo in mano al capitale.


Mi pare che il libro voglia rimettere al centro dell’analisi della contemporaneità, e in particolare della profonda ingiustizia sociale che patiamo ogni giorno, la mutazione economica e politica di questi anni. I primi capitoli sono infatti dedicati alla finanziarizzazione e a quella che chiami postdemocrazia. Ci aiuti a capire bene cosa intendi e perché ritieni che da lì si debba partire?

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