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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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analisi di classe

Clash City Workers: Siamo solo all’inizio! Alcune riflessioni verso (e oltre) lo sciopero generale del 12

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Siamo solo all’inizio! Alcune riflessioni verso (e oltre) lo sciopero generale del 12

Clash City Workers

equilibristaStavolta saremo lunghi. Ma c’è bisogno di ragionare insieme, di dire bene le cose. Siamo infatti a un passaggio cruciale di quest’autunno: cruciale per il Governo Renzi, ma anche per noi. Un passaggio che merita, dunque, tutti i nostri sforzi di comprensione e di azione.

Perché il nostro obbiettivo, come sempre, non è quello di agitarci un po’ per portare qualche (magrissimo) risultato al nostro sindacato, partitino o gruppetto, ma – vale sempre la pena ricordarlo! – vincere. O, se oggi non riesce a vincere, porre le basi, attraverso la lotta, per vincere domani. Bisogna dunque comprendere a fondo questo momento, per sviluppare l’azione più incisivamente possibile e produrre un avanzamento complessivo.

Siamo a un passaggio cruciale, dicevamo. È infatti evidente che il Governo ha puntato tantissimo sul Jobs Act, che ha rappresentato il suo primo e più importante provvedimento (già dal Decreto Poletti), e forse perfino il motivo per cui Renzi è stato messo lì. La centralità della riforma del lavoro nell’operato di questo Governo non è un’invenzione di qualche sindacalista rimasto al Novecento: ci è restituita da ogni TG degli ultimi mesi, dai continui interventi di politici ed economisti sui giornali, dalla stessa crisi capitalistica e dai tentativi alquanto maldestri per “uscirne”.

Questa centralità del Jobs Act, così come la forza dell’attacco, è stata perfettamente compresa dalla nostra classe. Anche se questa riforma del lavoro è in piena continuità con le politiche dei precedenti governi (si pensi ad esempio alla riforma Fornero), l’arroganza di Renzi, i suoi abbracci con Confindustria, hanno rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso.

David Harvey: 'La struttura della città è il prodotto della dinamica capitalista'

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'La struttura della città è il prodotto della dinamica capitalista'

Intervista a David Harvey

A 78 anni è una delle voci più influenti delle scienze sociali nel mondo. Attraverso la geografia, David Harvey ha dato nuova aria al pensiero marxista interpretando le disuguaglianze a partire da un approccio spaziale, mostrando come il capitalismo muove le sue pedine nella città e minaccia di renderla invivibile. Andrà a Valparaíso invitato al Festival Puerto Ideas, e da New York ha conversato con The Clinic su modelli urbani e modelli di rivoluzione: Avverte che “non si può cambiare la città senza forti movimenti sociali”

1141589740 685784ad4ePerché la geografia ha assunto un ruolo da protagonista nella critica al modello economico e sociale?

Il fatto è che oggigiorno molte città del mondo stanno sviluppando comunità isolate, limitando spazi e paesaggi in funzione delle classi sociali, con una violenza molto difficile da contrastare. Lo studio della produzione di spazi, allora, è un prisma di osservazione per intendere come si stiano segregando le classi sociali tra loro.

 

E perché la critica a questa segregazione urbana si trasforma in una critica al capitalismo come tale?

Perché la struttura della città è il prodotto della dinamica capitalista. Parte del problema proviene dall’accumulazione di capitale nelle città, che funzionano come fonti di produzione di denaro. Questa enorme accumulazione di capitale, siccome ha necessità di diventare redditizia, si riversa su investimenti per la produzione di spazi urbani, per la costruzione di condomini e di strutture su grande scala, che successivamente, a loro volta, si trasformano nella struttura di classi, nella forma che prendono le città.

Gabriele Battaglia: Reverse Engeenering. Le trasformazioni della Cina

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Reverse Engeenering. Le trasformazioni della Cina

di Gabriele Battaglia

4574552989 a54b765b8d zPartiamo dalla notizia più recente.

La scorsa settimana, il governo cinese ha introdotto un nuovo livello nella classificazione delle città. Dai quattro precedenti, si passa ora a cinque livelli, con l’istituzione delle chaoda xing chengshi (“super-megacity”), cioè quelle che superano i dieci milioni di abitanti (prima erano semplicemente te da chengshi, cioè “megacity”).

Sembra una curiosità linguistico-amministrativa, ma in realtà l’istituzione della nuova tipologia, di cui dovrebbero fare parte sei megalopoli, è del tutto funzionale al tipo di urbanizzazione che ha in mente la leadership cinese. Infatti, sia nelle super-megacity sia nelle megacity (quelle sopra i cinque milioni di abitanti) saranno limitati gli ingressi di nuovi residenti, che saranno invece facilitati nei livelli inferiori, cioè nelle città tra i 500mila e cinque milioni di abitanti, molte delle quali sono in fase di costruzione dal nulla.

 

Perché urbanizzazione?

L’urbanizzazione avviene di concorso con altre grandi riforme, varate al terzo plenum del Partito comunista, nel novembre del 2013. Il fatto che in quella sede si sia messo nero su bianco, significa che le riforme erano già in fase di sperimentazione da tempo, fin dalla leadership Hu Jintao-Wen Jiabao, precedente a quella Xi Jiping-Li Keqiang (dal novembre 2012).

Andrea Fumagalli: Il diagramma di flusso della libertà

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Il diagramma di flusso della libertà

Andrea Fumagalli

Il volume collettivo «Gli algoritmi del capitale» affronta il nodo del rapporto degli esseri umani con le macchine all’interno della produzione di ricchezza e della comunicazione on-line. Una discussione a più voci a partire dal «manifesto per una politica accelerazionista»

11-cultura-835422Il rap­porto tra mac­chine e capi­ta­li­smo è stret­ta­mente con­nesso e impre­scin­di­bile. Il capi­ta­li­smo come sistema di pro­du­zione (accu­mu­la­zione) e di orga­niz­za­zione del lavoro (comando) nasce con la nascita della mac­china moderna. L’evoluzione del capi­ta­li­smo si può descri­vere come pro­cesso di evo­lu­zione della strut­tura mac­chi­nica. Gil­les Deleuze nel 1990, in un’intervista con Toni Negri, affer­mava: «Ad ogni tipo di società (…) si può far cor­ri­spon­dere un tipo di mac­china: le mac­chine sem­plici o dina­mi­che per le società di sovra­nità, le mac­chine ener­ge­ti­che per quelle disci­pli­nari, le ciber­ne­ti­che e i com­pu­ter per le società di con­trollo. Ma le mac­chine non spie­gano nulla, si devono invece ana­liz­zare i con­ca­te­na­menti col­let­tivi di cui le mac­chine non sono che un aspetto». «Le mac­chine non spie­gano nulla», diceva Deleuze. A ragione, dal momento che l’evoluzione del capi­ta­li­smo è det­tato dalla dia­let­tica del rap­porto sociale tra mac­china (capi­tale) e lavoro, un rap­porto, come ci ricor­dava il Tronti di Ope­rai e capi­tale in cui il capi­tale (a dif­fe­renza del lavoro) non può pre­scin­dere dal lavoro vivo umano. Ma forse, anche a torto, se ana­liz­ziamo la recente evo­lu­zione del «mac­chi­nico», neo­lo­gi­smo che, svi­lup­pato dal Gil­bert Simon­don e dallo stesso Deleuze, ci è utile per discu­tere cri­ti­ca­mente la pos­si­bile (auspi­ca­bile?) meta­mor­fosi del dive­nire umano delle mac­chine.

 

Giorgio Grappi: Bruxelles e la nuova logistica europea

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Bruxelles e la nuova logistica europea

di Giorgio Grappi

9304HenriCartierBressonIl 6 novembre Bruxelles ha visto la manifestazione più grande da decenni. Come raccontano le cronache, tra gli oltre 150.000 manifestanti molti indossavano tute arancioni da lavoro dei portuali di Anversa – uno dei principali porti dell’UE – e, tra questi, diverse centinaia si sono scontrati per ore con la polizia. La presenza di simpatizzanti di estrema destra tra i portuali e durante gli scontri è stata segnalata da più parti; tuttavia, limitarsi a questa lettura contrapponendo i casseurs ai manifestanti pacifici rischia di non far vedere i motivi della rabbia espressa dai portuali e di ricacciare nell’ombra ciò che accade dentro e intorno ai porti. Vale dunque la pena fare alcune considerazioni sulla loro presenza in piazza e sul loro reiterato protagonismo. Stiamo infatti parlando del cuore dei commerci europei: dai porti passa il 90% del traffico commerciale tra l’UE e il resto del mondo, e il 40% del traffico intra-UE. Il porto di Anversa è in un rapporto di diretta competizione con Rotterdam e Amburgo e in questi porti sbarcano centinaia di migliaia di container provenienti dall’Asia, Cina in particolare, che servono le catene produttive che, dalla Francia all’Europa centrale, includendo la «locomotiva tedesca», arrivano sin nelle zone di nuova industrializzazione dell’Est Europa, Polonia in primis. Questi porti sono i connettori tra l’Europa e il resto del mondo nell’epoca della globalizzazione. Non è un caso che l’area compresa tra questi porti e l’entroterra sia la zona europea a più alta intensità logistica.

Militant: Ancora su Landini e ricomposizione di classe

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Ancora su Landini e ricomposizione di classe

Militant

san-givoanniIl dibattito suscitato intorno alla nostra riflessione sull’eventuale nuovo soggetto politico a sinistra del PD e guidato presumibilmente da Landini non va perso per strada. E’ importante chiarire alcuni passaggi del nostro articolo, e ancor più importante portare avanti una riflessione che per forza di cose non può esaurirsi in poche battute o pochi articoli. Per questo occorre precisare che: non stiamo appoggiando, né idealmente né tantomeno concretamente, alcun soggetto politico riformista o socialdemocratico; non abbiamo alcuna fiducia né in Landini né in quella dirigenza politico-sindacale che probabilmente comporrà il nuovo soggetto politico; la stessa fase politico-economica che stiamo attraversando rende impossibile la nascita di un sincero riformismo progressista, motivo per cui tale eventuale soggetto, anche laddove fosse animato dalle migliori intenzioni, si scontrerebbe con l’impossibilità di qualsiasi “riformismo operaio”. Queste considerazioni, ovvie per quanto ci riguarda, evidentemente vanno rimarcate visti i dubbi emersi dal dibattito seguito all’articolo. Detto questo, è necessario anche portare avanti un ragionamento che non può fermarsi alla mera opposizione al Landini di turno perché riformista, anticomunista e via insultando, perché non è certo oggi la fase in cui tali battaglie ideologiche riuscirebbero ad essere comprese al di fuori di chi le porta avanti, a costruire cioè opinione pubblica.

Clash City Workers: C’è qualcuno che può rompere il muro del suono…

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C’è qualcuno che può rompere il muro del suono…

Clash City Workers

Rompere-il-muro-del-suono imagelargeCosì canta Ligabue nel suo ultimo pezzo, scritto proprio pensando alle tante proteste di questi anni… E così dobbiamo cantare anche noi. Perché in questo paese sta succedendo qualcosa. Qualcosa che, nonostante le televisioni di regime, nonostante non abbia ancora molta presenza mediatica, sta riuscendo a rompere il “muro del suono”.

Quel muro che troppo spesso consegna al silenzio la vita di milioni di persone che soffrono e lottano perché hanno perso un lavoro, perché il lavoro non ce l’hanno, perché lavorano troppo e male…

Sta succedendo qualcosa, dicevamo. Scioperi spontanei e tante vertenze attraversano il paese. A Torino migliaia di operai sono scesi in piazza, a Bergamo hanno contestato Confindustria e Renzi, a Terni hanno fischiato le dirigenze sindacali e bloccato le strade (abbiamo fatto riferimento solo a qualche esempio recente, attraverso il nostro sito raccogliamo ogni giorno testimonianze di centinaia di lotte – piccole o grandi – che fioriscono spontaneamente e che aspettano solo di essere messe in connessione). Per non parlare dei movimenti studenteschi che hanno preso le strade il 10 ottobre, il 16 in occasione dello sciopero della logistica, il 24 per lo sciopero del sindacato di base, o delle contestazioni al Governo che da Palermo a Milano sono arrivate a scontrarsi con le forze dell’ordine.

Marco Bascetta: L’economia politica della promessa

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L’economia politica della promessa

Marco Bascetta

Il lavoro gratuito è uno dei pilastri che consente l’accumulo di profitti e rendite nell’università, nei media, nell’editoria. Tutto in cambio del miraggio di un futuro migliore

5046fc23e6e6fb4f0a50d3c9f8d1f9fb.jpg 1171891105Tra la poli­tica e la pro­messa vi è un rap­porto di imme­diata con­ti­guità quando non di pura e sem­plice sovrap­po­si­zione. Un pro­gramma poli­tico, nel cre­pu­scolo della rap­pre­sen­tanza e nella sta­gione del lea­de­ri­smo ram­pante, non è in fondo altro che una sequenza di pro­messe dispo­ste lungo un per­corso che dovrebbe con­durre alla loro rea­liz­za­zione. Ma se ci spo­stiamo sul ter­reno dell’economia, man­te­nen­doci fedeli ai suoi prin­cipi, è un’altra dimen­sione a occu­pare il cen­tro della scena: quella della scom­messa, della pre­vi­sione sul futuro. Un’attesa di gua­da­gno, di espan­sione, di cre­scita che com­porta però una buona dose di azzardo. Un rischio che cor­ri­sponde a un valore. Quanto mag­giore è il rischio tanto mag­giore sarà il gua­da­gno se le cose doves­sero andare per il verso giu­sto. È in rife­ri­mento a que­sta dimen­sione, svi­lup­pata oltre­mi­sura dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio, che è stata coniata l’espressione capitalismo-casinò.

Anche se, con­tra­ria­mente a quanto accade nelle case da gioco, a pagare la «mala­sorte» e ad accu­mu­lare i gua­da­gni rara­mente saranno le stesse per­sone. Tut­ta­via, quando la scom­messa eco­no­mica viene spesa sul mer­cato poli­tico pre­fi­gu­rando la ricon­qui­sta della «com­pe­ti­ti­vità» e del benes­sere, il rilan­cio dell’occupazione, dei con­sumi e dei red­diti, si ritorna per via diretta al lin­guag­gio della pro­messa. Le incer­tezze dell’azzardo scom­pa­iono d’incanto per lasciar posto alla ras­si­cu­rante sicu­mera della poli­tica, imper­mea­bile a qual­si­vo­glia indi­ca­tore nega­tivo. L’ottimismo è un dovere patriot­tico anche se non sem­pre con­di­viso dai mer­cati. Come che sia, in poli­tica così come in eco­no­mia, la pro­messa agi­sce da fat­tore pro­dut­tivo di con­sensi, di inve­sti­menti o di entrambi. La ven­dita del futuro rende denaro immediato.

La guerra nella classe. Il disegno di Renzi

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La guerra nella classe. Il disegno di Renzi

intervento-scassaE' diventato da qualche tempo un contenitore senza più idee politiche rilevanti, ma in qualche caso - come accade nei contenitori incapaci di selezionare - vi cade dentro qualcosa di interessante. Parliamo de il manifesto, croce e non più delizia del pensiero critico italiano.

Questa analisi del renzismo, scritta da Aldo Carra, merita di essere letta, ragionata e discussa. Si interseca in molti punto con quanto anche su queste pagine andiamo scrivendo, ma ha il pregio di presentare in forma sistematica considerazioni che altrimenti restano volatili o in ordine sparso. Non ci interessa qui discuterne l'approccio, più descrittivo che "teorico", né proporre suggerimenti analitici differenti. Ci basta evidenziarne il dato direttamente politico, per quanto a ben poco sia ridotta la politica al tempo dell'Unione Europea, perché il modo in cui si esercita il controllo sulla società è una derivata necessaria delle forme in cui si va trasmutando il sistema del capitale multinazionale.

La sintesi finale è anche la chiave interpretativa del disegno renziano: "dalla lotta di classe si scade nell’invidia den­tro la classe".

P.Dardot e Ch.Laval: La fabbrica del soggetto neoliberista

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La fabbrica del soggetto neoliberista

di Pierre Dardot e Christian Laval

Dopo aver ricevuto una buona accoglienza oltralpe, è da poco apparso in Italia “La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista” di Pierre Dardot e Christian Laval. In gran parte ispirato all’impostazione di lavoro inaugurata da Michel Foucault, il libro offre una delle più acute ricostruzioni delle vie attraverso cui le idee neoliberiste sono giunte a permeare le pratiche di governo dell’establishment occidentale. In questa sede il lettore troverà, per gentile concessione dell’editore DeriveApprodi, un estratto del capitolo tredicesimo del libro

La-fabbrica-del-soggetto-neoliberista-499La concezione che vede nella società un’impresa costituita di imprese non può non generare una nuova norma soggettiva, che non corrisponde più esattamente a quella del soggetto produttivo delle società industriali. Il soggetto neoliberista in via di formazione – di cui vorremmo ora tratteggiare alcune delle caratteristiche principali – è in relazione con un dispositivo di prestazione e godimento che è l’oggetto di numerose ricerche. Non mancano oggi le descrizioni dell’uomo «ipermoderno», «incerto», «flessibile», «precario», «senza gravità». Queste ricerche preziose, e spesso convergenti, all’incrocio tra psicanalisi e sociologia, rendono conto di una nuova condizione dell’uomo, che si rifletterebbe secondo alcuni fino all’economia psichica stessa.

Da una parte numerosi psicanalisti dichiarano di avere in cura pazienti affetti da sintomi che testimoniano di una nuova era del soggetto. Il nuovo stato soggettivo è spesso rapportato nella letteratura clinica a categorie vaste come l’«era della scienza» o il «discorso capitalista». Il fatto che una prospettiva storica si sostituisca a una strutturale non stupirà i lettori di Lacan, per il quale il soggetto della psicanalisi non è una sostanza eterna né una costante trans­storica, ma l’effetto di discorsi inscritti nella storia e nella società1. Dall’altra, in campo sociologico, la trasformazione dell’«individuo» è un fatto innegabile. Ciò che viene designato il più delle volte con il termine ambiguo di «individualismo» fa riferimento talvolta a mutazioni morfologiche, nella tradizione di Durkheim, talvolta all’espansione dei rapporti mercificati, nella tradizione marxista, tal volta ancora all’estensione della razionalizzazione a tutti i campi dell’esistenza, secondo un filo più weberiano.

Giorgio Paolucci: Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

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Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

di Giorgio Paolucci

movimento-dei-forconiIl movimento cosiddetto dei forconi inizialmente era costituito soprattutto dai piccoli autotrasportatori, ossia camionisti che, a causa dei continui aumenti del costo dei carburanti, dei pedaggi autostradali, della riduzione dei rimborsi pubblici delle accise e del prolungarsi della crisi, rischiavano seriamente di perdere perfino il loro mezzo di trasporto.

Allora, dopo aver bloccato per diversi giorni la quasi totalità delle attività economiche e ottenuto dal governo Monti qualche agevolazione fiscale e un rimborso delle accise più consistente, le proteste cessarono, avvalorando così la convinzione che esse fossero espressione del disagio contingente di una specifica categoria che con la ripresa economica, allora ritenuta imminente, sarebbe ben presto rientrato.

In realtà, quel movimento, pur con le sue specificità, era la spia di un disagio sociale molto più diffuso e profondo perché le cause che lo avevano determinarlo affondavano le loro radici nella crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e segnatamente nell’accelerazione che essa aveva impresso ai processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, ai processi di mondializzazione dell’economia nonché ai processi di scomposizione sociale innescati dalla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro.

Infatti, la gran parte di questi piccoli trasportatori era formata da ex dipendenti di grandi imprese industriali che per ridurre i costi affidavano ai loro dipendenti la gestione in proprio di alcuni rami della loro attività e, nel caso specifico, il trasporto e la consegna delle merci ai loro clienti.

Sandro Chignola: Padania, Europa

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Padania, Europa

di Sandro Chignola

facchini-corteoTornare sulle lotte che hanno attraversato il settore della logistica e del movimento merci può forse essere utile se al centro del nostro dibattito si pone la questione della trasformazione del sindacato. Per farlo, organizzo questo articolo attorno a tre nodi. Il primo è un reminder. Riguarda una breve cronaca delle lotte. Il secondo mette a tema il recente accordo stretto tra la Federazione dei trasportatori (FEDIT) e i sindacati confederali. Il terzo la lezione che è possibile trarre, in previsione dell’autunno, dal ciclo di lotte appena concluso.

Sottolineare ancora una volta la centralità del settore della logistica nel sistema di accumulazione capitalistico contemporaneo può apparire superfluo. E tuttavia può forse essere interessante non solo ricordare qualche dato, ma metterne a fuoco gli effetti. Tanto la subfornitura quanto la movimentazione merci hanno acquisito una crescente centralità nel deterritorializzarsi dei flussi di produzione. In questione non è solo la crescente rilevanza dei magazzini e delle scorte nella gestione di processo ingegnerizzata dal just in time e direttamente organizzata dalla domanda del mercato, ma l’operatività stessa dello schema che mette a valore la delocalizzazione produttiva, i cuircuiti dell’informazione, le reti della cooperazione diffusa. La logistica attrae e valorizza capitali, traccia per essi nuove rotte, modula secca estrazione di plusvalore assoluto e saldi positivi di plusvalore relativo aiutando ad intrecciare i nodi e a vincere le rigidità e le resistenze nella divisione internazionale del lavoro. Sulla logistica si investe ed essa esce a testa alta dalla stessa crisi del capitalismo globale.

Domenico Moro: Dove sono i nostri

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Dove sono i nostri

Riflessioni su classe, coscienza, politica

Domenico Moro

DSC00042Recentemente è uscito nelle librerie “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della Crisi” (la casa Usher, euro 10), scritto dal collettivo Clash city workers. Si tratta di un libro straordinario, nel senso letterale della parola, cioè di fuori dell’ordinario, sia per i temi che affronta sia per il metodo che adotta. Oggetto del libro è la composizione di classe, ovvero le caratteristiche e la struttura delle classi sociali in Italia. L’attenzione è rivolta in particolare alla classe dei lavoratori salariati (i nostri del titolo), ma, elemento da non sottovalutare, viene dedicato ampio spazio anche al lavoro autonomo ed ai settori intermedi e piccolo borghesi, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita politica italiana. Sono questi temi quasi del tutto ignorati da decenni sia dalla ricerca universitaria (sociologica, politologica ed economica) sia da sindacati e da partiti di sinistra e persino comunisti. L’approccio degli autori non è accademico, visto che l’analisi è dichiaratamente funzionale all’azione, cioè alla ripresa e allo sviluppo della lotta di classe in Italia. “Dove sono i nostri è un libro coraggioso perché rimette al centro del dibattito politico le classi e la lotta di classe senza tacere di farlo in un’ottica di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente e ponendosi questioni enormi ma ormai ineludibili, come la ricomposizione e l’organizzazione della classe lavoratrice. Del resto, chiunque voglia ricostruire una presenza organizzata sindacale e politica di classe nel nostro Paese non può esimersi dal partire da che cosa sono i salariati qui ed ora. Lavori di questo tipo sono un segnale positivo da valorizzare e sviluppare specie nel momento attuale, quando la sinistra di classe e i comunisti vivono il momento di maggiore arretramento dalla fine della Seconda guerra mondiale".

Marco Codebo: Il capitale secondo Thomas Piketty

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Il capitale secondo Thomas Piketty

di Marco Codebo

struttura piramidale"Le differenze sociali non possono fondarsi che sull'utilità comune": è con questa citazione dalla Dichiarazione dei diritti del 1789 che Thomas Piketty inizia Le capital au XXIe siècle (Seuil, 2013), il suo studio sugli ultimi due secoli e mezzo di disuguaglianza sociale. Nel corpo dell'opera lo spirito illuminista dell'incipit è confermato dalla volontà dell'autore di rintracciare un filo razionale all'interno della storia economica, dal rigore con cui costringe sempre l'analisi a misurarsi col dato statistico e soprattutto dalla tensione divulgativa che impone al libro, nella convinzione che condividere il sapere generi una cura più attenta del bene comune.

L'ultimo punto si traduce nell'impianto narrativo che sorregge il testo. Le capital au XXIe siècle fornisce al lettore un'imponente quantità di informazioni (provenienti quasi tutte dai paesi ricchi dell'Occidente, soprattutto Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti), senza però schiacciarlo sotto il peso di una scienza arida e lontana: ci riesce perché il libro è strutturato come un racconto, con una voce narrante, quella paziente ed esplicativa dell'autore, un protagonista, la disuguaglianza, ed una trama che si snoda lungo il filo degli anni che ci separano dalla rivoluzione industriale.

Michel Prigent: Ciao proletariato!

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Ciao proletariato!

di Michel Prigent

La differenza fra la critica del capitalismo moderno fatta da Debord e quella di Moishe Postone, ovvero: i limiti della critica di Guy Debord

debord-figures25255b525255d"I Commentari alla Società dello Spettacolo" di Guy Debord vennero pubblicati a Parigi nel maggio del 1988. Quando, più tardi, vennero pubblicati in Inghilterra, il titolo fu mal tradotto: Malcom Imrie non aveva rimarcato il riferimento a Giulio Cesare. Non si può pretendere tutto da cosiddetti esperti.

Alla fine degli anni 1980, la crisi prolungata nel blocco dei paesi dell'Est e altrove, aveva spinto Debord ad aggiornare la sua critica, ma purtroppo non aveva più l'ispirazione della Società dello spettacolo, nella quale, nel 1967, aveva scritto: "che lo spettacolo moderno era già essenzialmente il regno autocratico dell'economia di mercato pervenuto ad uno status di sovranità irresponsabile"; era stato più tagliente di quello che scriveva nei suoi Commentari, ossia: "il segreto domina questo mondo e per prima cosa come segreto del dominio". Debord aveva dimenticato di rileggere il "Marx esoterico" del Capitale e dei Grundrisse, dove Marx sviluppa la sua critica del valore, mentre Debord rimane fermo nel "Marx essoterico" della lotta di classe. Un errore fatale. Un altro errore è stato quello di dire che non aveva bisogno di cambiare una sola parola del suo libro del 1967, e quindi era insostituibile. In questo modo era arrivato a delle posizioni retrograde, aveva adottato un punto di vista molto "XIX secolo" della storia, che era stato quello di molte persone all'epoca - a sinistra come a destra - cioè a dire un punto di vista poliziesco della storia che poteva essere definita come teoria "complottista" della storia, per farla semplice.

Damiano Palano: Lenin a Pechino?

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Lenin a Pechino?

Leggendo «Utopie letali» di Carlo Formenti

Damiano Palano

IMG00013Nel suo ultimo libro, Utopie letali. Contro l’ideologia postmoderna (Jaca Book, Milano, 2013), Carlo Formenti sembra tornare all’ottimismo dell’operaismo degli anni Sessanta e alla convinzione che l’estensione del capitalismo a livello globale debba produrre il ritorno al ‘classico’ conflitto tra capitale e classe lavoratrice. Proprio per questo Formenti critica le letture che ritengono che il soggetto trainante dei nuovi conflitti sia costituito dalla nuova ‘classe creativa’ prodotta dalla rivoluzione digitale, ma soprattutto attacca quelle «utopie letali» che, nel corso degli ultimi tre decenni, hanno spostato il terreno dei conflitti dal piano ‘materiale’ della contrapposizione tra capitale e lavoro al piano delle rivendicazioni ‘identitarie’ e ‘culturali’. Se questa critica ha merito di riportare l’attenzione sull’importanza dei fattori ‘materiali’, o sul ruolo che i ‘vecchi’ conflitti continuano ad avere anche nel XXI secolo, c’è però un limite nella posizione di Formenti: un limite che riguarda proprio il ruolo della dimensione ‘culturale’, e delle identità collettive, all’interno della «composizione di classe».

 

Ritorno al futuro

Nata proprio mezzo secolo fa, nel 1964, «Classe operaia» chiuse la propria esperienza teorico-politica dopo meno di quattro anni di vita, nel marzo del 1967, con la pubblicazione dell’ultimo fascicolo, che un po’ goliardicamente invitava i lettori interessati a non abbonarsi. Con quel numero si concludeva l’effimera parabola di una delle riviste fondative dell’operaismo italiano.

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