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Alberto Bagnai: Più Europa (e meno Spagna). O no?

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Più Europa (e meno Spagna). O no?

di Alberto Bagnai

Vi ho parlato in un post precedente di un economista eterodosso, un certo Pesce (o almeno così lo chiamavano a Roma), che in un convegno scientifico passato alla storia come il mountain workshop (il seminario della montagna), del quale sta per ricorrere il duemillesimo anniversario, disse una serie di cose di grande attualità, che via via abbiamo commentato in questo blog. Ieri alcuni lettori, chi in forma privata (per non perdere il posto di lavoro), chi in forma pubblica, mi hanno segnalato questo articolo di Repubblica, e le parole immortali di Pesce mi si sono stagliate davanti agli occhi: a fructibus eorum cognoscetis eos.

Eh già! Perché per valutare appieno la portata di questa ennesima riedizione del mantra “più Europa”, più che entrare (o rientrare) nel merito di cosa sia una zona valutaria ottimale, occorre e basta scorrere la lista dei firmatari, e contare le menzogne, le pure, semplici, sfacciate, incontrovertibili menzogne (nel senso di sovvertimenti e presentazioni distorte della realtà fattuale consegnataci dalle statistiche) sulle quali i firmatari basano i loro argomenti.

Il più noto dei firmatari, il professor Prodi, ha spinto molto perché l’Italia entrasse nell’euro, sostenendo che questa misura avrebbe avuto grandi vantaggi per noi. Ora che l’euro si rivela insostenibile, ci viene a dire però che comunque non ne usciremo perché esso fa comodo... non più a noi (come diceva prima), bensì alla Germania! Una dichiarazione surreale, di cui ci sorprende non tanto il contenuto, che a noi è assolutamente ovvio (abbiamo spiegato più volte come e perché le asimmetrie dell’euro avvantaggiano alcuni paesi a danno di altri, ponendo le basi per la disgregazione economica, sociale, culturale e civile di questo continente), quanto la disarmante sfacciataggine.
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Paolo Massucci: La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

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La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

di  Paolo Massucci*

Inserendoci nel dibattito attuale sulla cosiddetta “crisi dell’Euro” ci proponiamo, pur senza pretesa di completezza, di coglierne alcuni punti essenziali, per poter ampliare il ragionamento al di là della preponderante informazione massificata, basata su ”l’ideologia del mercato”, fuorviante per una effettiva comprensione del processo storico sottostante.

Si tratta evidentemente di un compito ostico, soggetto ad errori e fraintendimenti e certamente parziale e provvisorio, in quanto si tenta di “afferrare” una fase della storia in tumultuoso corso di svolgimento, il cui terreno sembra continuamente “muoversi sotto i piedi”. L’attuale crisi appare comunque di proporzione “storica”: è in atto un profondo e drammatico processo di riorganizzazione del sistema capitalistico, il cui esito purtuttavia non può essere né noto né certo.

Siamo vicini al collasso del sistema capitalistico? Al momento è poco probabile, mentre siamo di fronte, almeno in Europa, ad una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, nel segno della scomparsa dei modelli cosiddetti “democratici” del funzionamento della politica e dei modelli cosiddetti “sociali” di redistribuzione delle ricchezze, la scomparsa dunque dei diritti, pur parziali, conquistati dai lavoratori nel secolo scorso. Ma lo scenario futuro rimane imprevedibile.

Quale è il principale fattore di questa incertezza, di questa instabilità, di fronte alle politiche economiche imposte dai poteri dei grandi azionisti dei capitali finanziari? Esso è, in ultima analisi, la possibilità e la capacità di reazione della società stessa (la classe lavoratrice in senso ampio), è l’imprevedibilità della storia, il fattore uomo, cioè la libertà dell’agire umano, la “risposta all’azione”.
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Andrea Terzi: Chi salverà l’Europa dall’euro?

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Chi salverà l’Europa dall’euro?

Andrea Terzi*

Dopo gli articoli apparsi sull’Economist e sul Washington Post e il reportage di Repubblica, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il dibattito in corso, e che si può riassumere più o meno così:

 

La crisi dell’euro non è un problema della moneta unica europea, che invece ha dimostrato di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto interno ed estero, grazie alla BCE. È piuttosto un problema di alcuni stati che hanno fallito su due fronti: la competitività e l’equilibrio dei conti pubblici. In altre parole, se fossimo tutti come la Germania l’area dell’euro godrebbe di ottima salute. Per quei paesi che hanno fallito, e che possono ancora rimboccarsi le maniche per evitare di uscire dall’euro, la ricetta è una sola: austerità e riforme strutturali, e quindi sacrifici fino a quando le riforme non daranno i loro frutti. È un cammino non breve, né facile, ma è l’unico percorribile: solo riducendo sprechi e costi di produzione (anche attraverso una minor tutela del lavoro dipendente) si riacquisterà la competitività che consentirà di creare nuovi posti di lavoro.

Secondo la MMT, le ragioni della crisi non sono affatto queste, né le ricette sul tavolo dell’Europa (e dell’Italia) hanno una qualche possibilità di successo. E in considerazione del fatto che l’Europa, tra summit, annunci della BCE e nuovi trattati, entra ormai nel terzo anno della “sua” crisi, può essere utile esaminare alcune proposizioni neo-cartaliste e valutare le proposte per l’Europa che se ne possono trarre. Si tratta, d’altra parte, di proposte condivise da un più ampio fronte di economisti di formazione keynesiana e postkeynesiana, con i quali la MMT condivide alcuni principi di fondo.

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Andrea Fumagalli: Lezioni di default dalla crisi greca

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Lezioni di default dalla crisi greca

di Andrea Fumagalli

A più di una settimana dalla conclusione della ristrutturazione del debito greco, può essere utile, a mente più serena, ripercorrere e valutare le tappe che hanno portato ad un vero e proprio default controllato.

Il 9 marzo scorso si è chiuso l’operazione di scambio (swap) di titoli di Stato greci che ha coinvolto i creditori privati. Da un punto di vista tecnico, la maggior parte degli investitori istituzionali e privati, che hanno dato la propria adesione, hanno accettato di cambiare i propri titoli con nuovi titoli di minor valore: in particolare, i vecchi titoli di stato sono stati scambiati con:

  • a. nuove obbligazioni con scadenze comprese fra il 2023 e il 2042 dal valore nominale complessivo pari al 31,5% dei titoli originariamente in possesso (quindi una svalorizzazione del 68,5%);
  • b. un warrant (titolo finanziario particolare) emesso dalla repubblica ellenica con importo nominale pari al 31,5% (quindi una svalutazione ancora del 68,5%) e scadenza nel 2042 che darà diritto al pagamento di interessi annuali nel caso in cui la Grecia dovesse osservare il previsto percorso di crescita del Pil.
  • c. nuovi titoli zero coupon emessi dall’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) con scadenze a 12 e 24 mesi aventi un valore nominale pari al 15% (perdita dell’85%).

In conclusione si è trattata di una riduzione del valore dei titoli di stato greci mediamente pari al 73% del valore nominale. Il risultato è stato un taglio netto del debito greco privato da 206 a 107 miliardi di euro, pari a più di un terzo del debito complessivo.

Tale riduzione ha prevalentemente interessato le grandi banche europee. L’adesione degli istituti di credito all’offerta di concambio è stata, comunque, massiccia. Le 450 aziende rappresentate dalla Institute for International Finance hanno accettato tale taglio su un patrimonio complessivo vicino ai 110 miliardi di euro.

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Riccardo Bellofiore: Recensione a Titanic Europa di Giacchè

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Recensione a Titanic Europa di Giacchè

di Riccardo Bellofiore

Vladimiro Giacché inizia il suo libro Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti editore, Roma 2012, 14 euro) in modo fulminante, citando il film di John Landis Blues Brothers. Più precisamente la scena dove Jake (John Belushi) incontra la ex fidanzata da lui lasciata sola all’altare, minacciosamente armata di fucile d’assalto M16, intenzionata ad una resa dei conti finali. Jake inanella una serie di scuse palesemente infondate, una più dell’altra. Così, ci dice Giacché, è per la lettura delle cause della crisi che ci è stata rifilata in questi anni. Non è uno dei pregi minori di questo libro agile, che si legge d’un fiato per la scrittura limpida e la chiarezza delle argomentazioni, il fatto di smontare la narrazione dominante: una narrazione che come nel caso di Jake - Giacché non lo dice, ma lo fa capire – è risultata miracolosamente convincente. Un’altra vera e propria ‘fabbrica del falso’. Sicché, passata la fase più grave della tormenta 2007-2009 ci si illuse di esserne fuori, mentre ora si va profilando una seconda immersione, forse ancora più grave, nella Grande Recessione. Se non il rischio di scivolare in un nuovo Grande Crollo, come negli anni Trenta del secolo scorso.

Chi è alla ricerca di una descrizione aggiornata dell’evoluzione della crisi, dalla prima fase centrata sugli Stati Uniti, alle risposte di politica economica che hanno spostato il debito dai soggetti privati allo Stato, al presente incubo europeo, trova qui, per così dire, il libro più breve, succoso, e intrigante: anche perché Giacché è sempre attento alle questioni teoriche sottostanti, e alle implicazioni di politica economica. Giacché ha, ai miei occhi, un solo competitore, forse adesso un po’ datato, perché precedente la deriva per cui l’esplodere del debito sovrano ha messo in questione l’esistenza stessa dell’euro, e precedente la crisi europea come moltiplicatore della crisi globale: il libro di Paul Mason, Meltdown: The End of the Age of Greed, Verso 2008 (in italiano: La fine dell’età dell’ingordigia. Notizie sul crollo finanziario globale, Bruno Mondadori, 2009).

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