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Mario Tronti: Lavoro, parola-chiave

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Lavoro, parola-chiave 

di Mario Tronti

Ripartire dal lavoro? Preferisco dire: il lavoro al centro campo. Il campo è l’analisi sociale e l’iniziativa politica. Occorre tornare a “studiare” il lavoro e tornare a farne il terreno privilegiato delle lotte. La fase attuale di crisi capitalistica favorisce il dispiegamento di questa operazione politico-culturale.

Fermiamoci un momento su quest’ultimo punto. Negli anni appena passati, praticamente i tre decenni che stanno alle nostre spalle, ci si era illusi che il capitalismo avesse assunto un assetto definitivo, segnato dalla trionfante globalizzazione neoliberista. Era stata messa in soffitta la lettura marxiana del capitale, non solo come sviluppo, ma anche come crisi. Era stata dimenticata la stessa teoria schumpeteriana dei cicli economici. L’andamento ciclico della produzione/circolazione di capitale - crescita, stagnazione, recessione, ritorno a nuovi livelli, con nuove forme, della crescita - questa è storia, e storia moderna. E si capisce che, in tempi di cancellazione per decreto della storia, si sia potuto commettere questi errori di grammatica.

E l’altro errore, questa volta di sintassi, è che il capitalismo non è solo merce-denaro, e cioè mercato-finanza, ma è, soprattutto, produzione di merci a mezzo di merci, come ci insegnò una volta per tutte un certo Sraffa. Dunque, il lavoro, sì, oggi, ma nella crisi. E la crisi va vista nel duplice aspetto, di maledizione sociale, per il peggioramento che provoca nelle condizioni di vita dei lavoratori, e però di opportunità politica per l’occasione che offre di far ripartire forme di lotta e di organizzazione. Il problema, adesso, sono le garanzie di reddito nelle fasi di mancanza di lavoro. E i vecchi cari ammortizzatori sociali, i vari modi di cassa integrazione, non bastano più: sia per le scarse disponibilità finanziare, private e pubbliche, sia per la presenza delle condizioni di lavoro precario, sommerso, a tempo, e quindi non garantito. L’opportunità politica della crisi è data dal rilancio, ora possibile, di una campagna per la redistribuzione del reddito. La bella parola d’ordine dell’onda giovanile-studentesca “non pagheremo noi la vostra crisi” va ripresa a questo punto dal sindacato generale, a partire dalla grande manifestazione del 4 aprile, e di lì per tutta la stagione, che non si profila breve, di difficoltà strutturali.

Insomma, se il problema del lavoro ritorna centrale, la lotta sul salario ridiventa strategica. È questo il passo di consapevolezza politica che la sinistra deve fare, qui e ora. Se lo fa, riemergerà. Se non lo fa, scomparirà. In questo senso: il lavoro parola-chiave. È un’occasione di crescita della presenza dei lavoratori nella contingenza della crisi capitalistica. Perché è parola che viene da lontano e va lontano. Essa è evocazione di un passato glorioso, di lotte e di organizzazione, in quanto irrompe dalla grande storia del movimento operaio. E non solo questo: perché nel conflitto della parte lavoro contro la totalità del capitale è depositato il meglio della storia moderna. È questo, alla fine, il motivo dell’odio per la storia da parte delle classi dominanti. Ma la parola accenna al futuro, perché le trasformazioni del lavoro scandiscono, oggi come non mai, l’evoluzione umana, assicurano, ancora esse, perfino dentro le crisi, la ricchezza delle nazioni, governano di fatto modernizzazione e globalizzazione. Non è vero che il lavoro è ormai marginale nella vita delle persone, non è vero che i lavoratori sono ormai marginali nel circuito sociale mercato-consumo. Di questo si accorgono, proprio nella morsa della crisi, il singolo individuo, quando viene espulso dal processo lavorativo, e la comunità nazionale e internazionale, quando vede crollare, a livello di massa, la domanda di mercato.

Il lavoro e i lavoratori sono stati marginalizzati nella narrazione  controideologica che ci è stata imposta nel ciclo capitalistico neoliberista, oggi forse proprio anche per questo entrato in crisi. Il lavoro nella produzione di capitale non si può marginalizzare. Ma allora qui si apre, o si riapre, un immenso campo appunto insieme di ricerca e di intervento. Il lavoro è, a questo punto, un campo pluridimensionale. Conta più il fatto dell’articolazione che quello della  concentrazione, più la frammentazione che la ripetizione, più la precarietà che la sicurezza, e viene avanti la creatività accanto all’alienazione, l’intelligenza accanto alla fatica, perfino l’imprenditorialità accanto alla subalternità. È un terreno inedito, e inesplorato, di conricerca intellettuale e sociale, di analisi sociologica, antropologica, psicologica, ed è un terreno di organizzazione nuova, per nuove figure, del conflitto politico. Per sperimentare bene questi terreni, bisogna attrezzarsi di solidi strumenti culturali. E sapere usarli per la pratica delle lotte. Sapendo che chi si reimmerge nel fiume deve nuotare controcorrente.

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[Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi.  Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento]

L’operazione «Idea del comunismo» richiede tre componenti originarie: una componente politica, una componente storica e una componente soggettiva. Cominciamo dalla componente politica. Ovvero da quel che chiamo una verità, una verità politica. A proposito della mia analisi della Rivoluzione culturale (verità politica per eccellenza), un commentatore del giornale britannico «The Observer», si è sentito in diritto di affermare che, alla sola constatazione del mio rapporto positivo con un simile episodio della storia cinese (che per lui, naturalmente, non è stato altro che un caos sinistro e omicida), c’era da congratularsi del fatto che la tradizione empirista inglese avesse «vaccinato [i lettori dell’“Observer”] contro ogni indulgenza verso il dispotismo dell’ideocrazia». Si congratulava, insomma, del fatto che l’imperativo dominante nel mondo odierno fosse «Vivi senza Idea». Per fargli piacere, comincerò quindi col dire che, dopotutto, si può descrivere in modo puramente empirico una verità politica: come una sequenza concreta e databile in cui sorgono, esistono e svaniscono una nuova pratica e un nuovo pensiero dell’emancipazione collettiva. Se ne possono anche fornire alcuni esempi: la Rivoluzione francese tra il 1792 e il 1794, la guerra popolare in Cina tra 1927 e il 1949, il bolscevismo in Russia tra il 1902 e il 1917 e – purtroppo per l’«Observer», anche se non credo che gli altri esempi gli risultino più graditi – la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, almeno tra il 1965 e il 1968. Ciò detto, dal punto di vista formale, cioè filosofico, stiamo parlando in questo caso di procedure di verità, nel senso che ho conferito a questo termine fin da L’essere e l’evento. Tornerò sull’argomento tra poco. Si noti per il momento che ogni procedura di verità prescrive un Soggetto di questa verità, un Soggetto che, anche dal punto di vista empirico, non è riducibile a un individuo.
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