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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva...
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum. E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa. Provo a spiegarmi meglio. La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è...
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove… Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev. “Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli...
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il...
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il...
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta...
Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito… Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori. Hanno solo un...
Ieri il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran dove si è incontrato con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. In agenda impedire la ripresa di una guerra di larga scala da parte di Israele e Stati Uniti. Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull’onda della telefonata tra Putin e Trump di venerdì 9 ottobre, nella quale i due presidenti hanno parlato anche del conflitto iraniano e perché...
Ma cosa si aspettavano, che una massa di giovani relegati nelle periferie delle cittadelle del lusso, ridotti a eccedenze produttive o a manovalanza precaria, potessero accettare un presente di miseria con l’ascensore sociale non bloccato, ma sbarrato con violenza e un futuro fatto di nulla con la guerra, senza reagire? Chi ha fatto questi calcoli, che non sono calcoli ma diktat dettati dai vertici del potere imperialista finanziario e multinazionale, li ha proprio sbagliati: ma il pilota automatico si sa, non è come le city car di ultima...
19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa...
Prevengo i commenti. Ma perché perdi tempo con Veneziani? Perché ne parli? Per un motivo semplice: l’egemonia. Vi ricordo che queste persone indottrinano anche chi governa; questi discorsi ve li ritroverete in Valditara e Meloni. Vi ricordo che queste persone, alla fine, approvano tagli e finanziarie. Il ruolo degli “intellettuali” è svuotare di senso le rivendicazioni materiali. Leggasi: arrampicarsi sugli specchi e dare la colpa a tutti/e tranne che a se stessi. «La rivendicazione economica è fuorviante», sentenzia Marcello Veneziani dalle...
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma. Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni...
Parliamo delle vetrine, quel velo ideologico del commercio che ci fa salivare come cani di Pavlov al suono della campanella, quella nebbia di cristallo dove si vede e non si vede la reificazione che si incontra/scontra con l’ideologia borghese che critica il sistema finché qualcuno non lo tocca e lo mette sul serio in discussione. Insomma quel vetro che segna il limite tra chi ha e chi non ha, o meglio tra chi è e chi non è. La dinamica del velo che frena la pulsione, lo squarcio dietro al quale non si vuol vedere ciò che quel vetro nasconde:...
La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso. Scene tra il comico e il tragico, con proteste...
“Il tempo”, scrive in L’evoluzione creatrice (1907) il più geniale filosofo della scienza del ventesimo secolo, Henri Bergson, “è invenzione”. In effetti, così prosegue il filosofo francese, “non appena ci si ritrova in presenza della durata vera, si vede che essa significa creazione”; una creazione che coincide con la “vita del reale”. Si tratta di una vita, è questo il punto forse più attuale del libro di Bergson, che evidentemente è molto più ampia di quella che ancora chiamiamo in senso assai più ristretto “vita”. Si tratta di una vita...
Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di...
E’ difficile sottovalutare la portata dell’ingresso in campo degli studenti italiani avvenuto ieri in modo così clamoroso da costringere persino alcuni telegiornali Rai a metterlo come prima notizia. Mentana e La7, i presunti “progressisti” dell’”informazione indipendente”, sono invece riusciti nell’impresa di far peggio della Rai. In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei...
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil. Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo. È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta...
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia. Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope....
La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche...
Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa. Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore...
L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump...
CANDELA (FOGGIA) – Il sit-in è cominciato questa mattina alle cinque. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che presidiano il casello autostradale per Napoli e Pescara con tir e trattori stanno accanto a due pattuglie dei Carabinieri e della Polizia stradale. Nessun ostacolo alle autovetture. Non vengono fatti passare solo i mezzi pesanti. Ma se qualche camionista insiste, lo lasciano andare. «Deve essere una protesta efficace – dicono i manifestanti -. Non dobbiamo permettere che il problema, che è economico e sociale, diventi un problema...
È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale. Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e...
Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni....
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul...
Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con...
Alberto Deambrogio: Nel tuo articolo apparso su Machina, tu utilizzi l’analisi di Fernand Braudel per scardinare l’idea che il capitalismo coincida con la logica della concorrenza o con una semplice estensione dell’economia di mercato, definendolo invece come una strategia monopolistica e statale di puro potere e centralizzazione. Molta sinistra ha sicuramente considerato importanti le teorie ordo-capitaliste o la critica al neoliberismo inteso come “iper-concorrenza”, concentrando rivendicazioni sulla regolazione del mercato. Se accettiamo...
Trump aveva chiesto a Zelensky di cessare gli attacchi alle raffinerie russe “una mezza dozzina di volte negli ultimi mesi a causa dell’impennata dei prezzi del gasolio. Ciò che ne è seguito era prevedibile: Zelensky ha esitato; Trump ha concluso l’accordo” con Putin. Così David Ignatius, sul Washington Post, ha ricostruito quanto avvenuto sabato scorso. Insomma, la decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell’alleato. La frustrazione ha spinto il presidente americano a forzare e, per piegare la...
L’immigrazione occupa ormai da tempo un ruolo cruciale nell’agenda politica, domina le campagne elettorali e incide sul loro esito. Serve infatti a movimenti e partiti per suscitare il clima di allarme sociale necessario a procacciarsi il consenso di una opinione pubblica che si sente minacciata sotto diversi punti di vista. I fantasmi agitati dal marketing della paura sono numerosi, ma quello prevalente, e che fa da cornice giustificativa alla volontà di mettere al bando categorie di persone ritenute inammissibili perché inassimilabili, è di...
Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua a ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e...
C’è un bambino che dorme. Stringe un orsetto senza un occhio, ha una coperta troppo corta e la certezza – che solo i bambini possiedono – che domani esisterà. Questa certezza è la cosa più preziosa che abbiamo. E siamo disposti a spegnerla per un pezzo di terra. Non è sempre stato così. Per secoli l’Europa, con tutte le sue colpe e tra errori e roghi, ha elaborato un’idea altissima e fragilissima: che ogni uomo valga in quanto uomo. Che la vita non sia proprietà del sovrano, della nazione, dell’esercito, della storia; che la vita non sia...
Prima c’è stato un articolo giovedi 8 ottobre del giornale Politico.eu a rivelare che l’Unione Europea “di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe” si stia preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato. Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che...
Pochi giorni fa, dopo l’ennesima notte di bombardamenti su Kiev, il cancelliere tedesco Merz s’è recato in segreto da Zelensky. Un precedente analogo risale al 2022, quando Boris Johnson intervenne per impedire un accordo con la Russia, minacciando il presidente ucraino proprio mentre sembrava disposto ad accettare una soluzione negoziale. Merz sarebbe intervenuto per scongiurare il collasso psicologico di Zelensky e rilanciare un sostegno occidentale sempre più incerto. Ha promesso il proseguimento del riarmo tedesco e 1,3 miliardi di euro...
Alberto Deambrogio: Nel tuo libro riprendi la tesi di Raniero Panzieri sulla non-neutralità della tecnologia, nata negli anni della catena di montaggio e del boom industriale. Se Panzieri oggi potesse osservare la transizione digitale e i moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati al mondo del lavoro, quale aspetto dell’odierno capitalismo delle piattaforme lo sconvolgerebbe di più e quale, invece, considererebbe la logica evoluzione di quanto aveva già previsto? Massimiliano Amato: Credo che Panzieri non si stupirebbe affatto...
Anwar Shaikh è nato a Karachi nel 1945 da una famiglia sindhi. Diplomatosi alla Stuyvesant High School di New York nel 1961 ha poi conseguito una laurea in ingegneria (B.S.E.) presso l'Università di Princeton nel 1965. Dal 1965 al 1967 lavorò per due anni in Kuwait: inizialmente come impiegato bancario e ingegnere, e successivamente, dal 1966, come insegnante di matematica, fisica e scienze sociali presso la Kuwait-American School di Kuwait City. Una volta tornato negli Stati Uniti per studiare economia con Gary Becker, Robert Heilbroner e...
14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all'offensiva. Questa l'atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l'aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d'oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che...
I BRICS e le analoghe aggregazioni del Grande Sud stanno cambiando in meglio l’economia mondiale. E in modi che gli economisti dell’establishment, i vari Draghi, Monti e simili, non hanno neppure immaginato. La stabilità economica del pianeta non viene più prodotta da un egemone occidentale, ma da un insieme di economie che producono stabilità e sicurezza come beni pubblici, a disposizione di tutti. Di cosa sto parlando? Parlo della tenuta della domanda cinese e asiatica durante le ultime recessioni, del freno alla piovra finanziaria...
È da più di un secolo che si parla di Tramonto dell’Occidente, da quando, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, Oswald Spengler scrisse il suo tanto fortunato quanto discusso libro. La Prima Guerra Mondiale è effettivamente lo spartiacque storico: per la prima volta in modo massiccio e organizzato la tecnologia diventò uno strumento decisivo di distruzione e di devastazione. Anche se ancora c’era l’assalto con la baionetta e quella terribile vita stagnava dentro le trincee, dove, come ricorderà genialmente Marc Bloch, ebbero origine le...
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Aporie della giustizia: Marx a lezione da Rawls
di Ernesto Screpanti
Una teoria “marxista” della giustizia incontra grandi difficoltà a criticare il capitalismo. Per questo bisogna fuoriuscirne cercando di porre la libertà a fondamento della giustizia. In questo modo, si evita anche il rischio di un governo universale della ragione imposto forzosamente.
“Le mie riflessioni prendono le mosse da una constatazione di fondo: il marxismo è uno straordinario edificio che, negli ultimi due o tre decenni, ha mostrato tutte le sue crepe, il suo invecchiamento, le sue difficoltà e le sue aporie. Perciò se si vuole provare a valorizzare quell’eredità è necessario impegnarsi in un processo di ricostruzione di lunga lena”. Così Stefano Petrucciani nel suo ultimo lavoro, A lezione da Marx: Nuove interpretazioni, Manifestolibri, Roma 2012, un libro bello e importante.
Ben sapendo che oggi chi si vuole accostare a Marx da marxista non può limitarsi a rileggerlo ma deve in qualche misura tentare di riscriverlo, Petrucciani mette in chiaro sin dalla prima pagina qual è lo spirito del suo approccio: critico, libero e impegnato. Critico, per evitare ogni forma di dogmatismo e scolasticismo; libero, per trarre profitto dai contributi più validi della filosofia contemporanea; impegnato, per rendere la teoria utile nella prassi politica.
Il pensiero comunista post-sessantotto ha modificato radicalmente i metodi e i temi della teoria critica rispetto ai canoni delle vecchie scuole di partito ma anche rispetto a quelli del “marxismo occidentale”, e ha dato vita a due grandi filoni di pensiero altamente innovativi: il marxismo analitico e il marxismo ermeneutico.
Il primo filone affonda le radici nel contrattualismo e nell’utilitarismo di tradizione anglosassone, oltre che nel criticismo kantiano – radici che non sono del tutto estranee alla cultura dei padri fondatori, se si pensa che il giovane Engels individuava in Bentham la fonte filosofica del “comunismo inglese”, e che il giovane Marx almeno una volta ha civettato con l’imperativo categorico. Oggi convergono in questo filone studiosi come Roemer, Cohen, Elster da una parte e Habermas dall’altra. L’altro filone si riallaccia a una tradizione di pensiero realista che fu molto apprezzata da Marx, soprattutto nelle figure di Machiavelli e Spinoza. I marxisti che oggi si muovono in quest’ambito hanno fatto tesoro delle lezioni di Althusser (specialmente l’ultimo), di Foucault, di Derrida, di Ricoeur e di tutto il magma teoretico che ribolle nel mondo della filosofia post-filosofica.
I due approcci divergono radicalmente nelle impostazioni scientifiche e nei metodi di ricerca, tanto che sembrano costituire due paradigmi impossibilitati a comunicare nonostante il comune riferimento a Marx. Divergono anche nell’orientamento politico, ammesso che se ne possa enucleare uno comune a tutti gli esponenti di ognuno dei due approcci. Pur consapevole delle ire che mi attirerò con questa iper-semplificazione, direi che gli analitici propendono per strategie riformiste e gradualiste, gli ermeneutici per una prassi libertaria e radicale.
Petrucciani si colloca inequivocabilmente nel primo filone e anzi ne è uno degli esponenti più importanti, ché pochi come lui sono stati capaci di sviscerare e approfondire le implicazioni filosofiche dell’approccio. E ha molto da insegnare anche a chi non condivide quell’impostazione. In queste note vorrei tentare di rompere il muro d’incomunicabilità, se non altro per mostrare alcune idee che un comunista libertario può apprendere da uno in cerca di giustizia.
Petrucciani si pone il seguente problema: è possibile ricostruire il marxismo come teoria critica del capitalismo fondata su una dottrina universale della giustizia? Sa che se avesse rivolto la domanda a Marx avrebbe ottenuto una risposta negativa. Ma pensa che questa sarebbe un’incongruenza almeno parziale, ché in molte occasioni il Moro ha esibito atteggiamenti eticamente critici verso il capitalismo.
Prendiamo la teoria dello sfruttamento. I lavoratori lottano per rovesciare il capitalismo perché non vogliono essere sfruttati. Se lo sfruttamento è una forma d’ingiustizia, allora lottano per una causa morale? Lottano mossi da un interesse universale? Petrucciani sa che Marx, memore della teoria hegeliana dell’eticità e della connessa critica alla moralità kantiana, direbbe di no, direbbe che i principi di giustizia sono ideologicamente e storicamente determinati, che in un sistema capitalistico il salario “giusto” è quello determinato dal mercato e che non esistono classi universali.
Ma come si fa a fondare una vera critica al capitalismo come sistema d’ingiustizia sociale, se si cade nel relativismo etico? Petrucciani sostiene che i fondamenti morali della critica devono essere universali. Dunque si domanda: quale può essere una valida giustificazione etica della critica allo sfruttamento? Forse potrebbe essere una teoria basata sulle seguenti due proposizioni: 1) solo il lavoro crea valore, 2) solo il produttore di un bene ha titolo legittimo alla sua appropriazione. Senonché entrambe le proposizioni sembrano mal fondate in Marx.
La prima, secondo Petrucciani, è fallace in quanto è basata sulla teoria del valore-lavoro. Su questo punto però mi sembra un po’ precipitoso, e non perché questa teoria sia valida. Il fatto è che a volte Marx dà l’impressione di trattare la prima proposizione come un teorema e di usare il concetto di “lavoro contenuto” per dimostrarlo. Però la dimostrazione si risolve in una petizione di principio. Si dimostra che il plusvalore coincide con il pluslavoro perché si assume che il valore è “lavoro cristallizzato”. Allora tanto vale prendere quella proposizione come un assioma, invece che come un teorema. D’altra parte, se serve per fondare una teoria normativa, deve essere presa come un assioma. In quanto tale non ha bisogno di essere dimostrata. È valida per assunzione, qualunque sia l’unità di misura del valore, e quindi non è inficiata dai vizi analitici del valore-lavoro.
Più interessante la critica alla seconda proposizione. Richiamando argomentazioni elaborate da Gerald Cohen, Petrucciani suppone che essa potrebbe essere fondata su un principio di giustizia più profondo, quello che Robert Nozick, utilizzando un’idea di Locke, ha riformulato nei termini di un assioma di auto-proprietà: per diritto di natura ogni individuo è libero in quanto è proprietario di se stesso. Ebbene, la proprietà di uno stock implica quella del flusso da esso prodotto (il proprietario di un albero lo è dei suoi frutti). Quindi il lavoratore, se è proprietario del proprio “capitale umano”, ha titolo legittimo alla proprietà del suo prodotto e perciò è sfruttato se i capitalisti si appropriano del plusvalore. Ma c’è un problema. Il diritto di proprietà su una cosa implica, tra gli altri, il diritto alla sua alienazione. Dunque il lavoratore dovrebbe avere il diritto di vendersi come schiavo. Il ragionamento non fa una piega, tanto che Nozick, l’ultra-conservatore pseudo-libertario, non ha esitato a riconoscere che la propria teoria della giustizia deve ammettere la legittimità della schiavitù. Ora, che razza di critica universale allo sfruttamento capitalistico sarebbe una che legittimasse la schiavizzazione dei lavoratori?
Petrucciani conclude a malincuore che la teoria dello sfruttamento non può essere trasformata in una critica del capitalismo fondata su principi universali di giustizia. Qui però vorrei venirgli in soccorso. Le sue conclusioni negative derivano da due atti di generosità: quello di seguire Marx nel trattare la prima proposizione come un teorema e quello di seguire Locke nel fondare la seconda proposizione sull’assioma di auto-proprietà. Se fosse stato più cattivo, avrebbe riconosciuto che Marx sbagliava a credere di aver bisogno di dimostrare un teorema quando avrebbe dovuto limitarsi a postulare un assioma (il che, tra l’altro, ci avrebbe risparmiato tutta la farragine dialettica del primo capitolo del Capitale). Di Locke avrebbe potuto notare la fallacia del ragionamento che vorrebbe giustificare il principio di auto-proprietà: se uno schiavo non è libero in quanto appartiene a un’altra persona, allora un uomo è libero in quanto appartiene a se stesso. Ovviamente è un non sequitur, la conclusione corretta dovendo essere: è libero in quanto non appartiene a un altro.
La seconda proposizione però potrebbe essere fondata su un criterio di giustizia distributiva proveniente anch’esso, secondo alcuni, dal diritto naturale: il cuique suum, un principio che è presente in tutta la storia giuridica occidentale (si trova in Simonide, Platone, Aristotele, Ulpiano, Giustiniano, Tommaso, giù giù fino a Di Pietro, Berlusconi e l’Osservatore Romano). E si trova anche in Saint-Simon e Marx: a ciascuno secondo le sue capacità, almeno nella prima fase del comunismo. Dunque la critica moralista dello sfruttamento può essere fondata su una teoria universale della giustizia.
Ma sono sicuro che Petrucciani non gioirebbe per questo aiutino che gli ho dato. Infatti una tale eventuale teoria della giustizia verrebbe a trovarsi in contraddizione con il principio distributivo che Marx attribuisce al comunismo finale: da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni. Cos’è questa roba? Un’altra filosofia morale? Poniamo che lo sia. Ebbene, i suoi fondamenti giuridici sarebbero non meno universali di quelli del cuique suum, derivando non dal diritto naturale bensì niente meno che da quello divino: “adferebant pretia eorum quae vendebant et ponebant ante pedes apostolorum dividebantur autem singulis prout cuique opus erat” (Atti, 4:34-5). I credenti conferivano il valore di ciò che avevano venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli, dopo di che i soldi venivano distribuiti a ciascuno secondo il bisogno. E chi esitasse ad accettare un fondamento cristiano per un principio distributivo comunista, potrebbe riflettere sul fatto che tale principio regola l’allocazione delle risorse non soltanto nei conventi francescani o nella repubblica gesuita del Paraguay, ma anche in qualsiasi famiglia ristretta e in molte comuni anarco-comuniste fondate sull’amicizia.
Qui però emerge una contraddizione. Una certa teoria della giustizia “marxista” consente di criticare eticamente il capitalismo perché comporta lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti. Un’altra teoria della giustizia sempre “marxista” legittima una distribuzione dei beni che, in base alla prima teoria, deve essere interpretata come un caso di sfruttamento dei capaci da parte degli incapaci (i secondi, se hanno bisogni eccedenti ciò che producono con le proprie capacità, si appropriano di un sovrappiù estratto dal lavoro dei primi). Come se ne esce? Male, molto male. Marx postula che il cuique suum valga solo nella prima fase del comunismo, quando vigono ancora le leggi e l’etica della società borghese, e che il prout cuique opus est valga nel comunismo finale. Il che vorrebbe dire che il capitalismo viene criticato in quanto ingiusto in base a un principio che è ancora borghese, non comunista. Il principio etico superiore invece non potrebbe essere usato per criticare lo sfruttamento capitalistico perché si limiterebbe a sostituire una forma di sfruttamento con un’altra.
Secondo Petrucciani è per uscire da quest’ultimo tipo di difficoltà che Marx ha postulato che il comunismo finale potrà realizzarsi solo quando sarà stata superata la scarsità dei beni e il lavoro sarà diventato il primo bisogno dell’uomo. Nel qual caso bisognerebbe riconoscere che sarebbe alquanto stramba una filosofia della giustizia che può essere messa in pratica solo in un mondo in cui non serve. Infatti nel paese di Cuccagna non c’è bisogno di alcun criterio distributivo.
Conclusione: Marx non è un buon filosofo morale. Petrucciani ne deduce che per fondare una teoria “marxista” della giustizia bisogna cercare al di fuori del marxismo. Ma prima di entrare in questo campo voglio tornare indietro e porre la domanda: non sarà che il Moro non è un buon filosofo morale perché proprio non è interessato ai principi universali della giustizia? Petrucciani lo riconosce onestamente. È proprio così: Marx per lo più rifiuta ogni tentativo di fondare eticamente il socialismo e la critica al capitalismo. Il suo approccio è positivo, non normativo. La sua vuole essere una teoria scientifica della storia e della prassi politica. I principi etici, per lui, non hanno nulla di universale, poiché sono storicamente determinati e conformati dagli interessi. Non solo prevalgono norme morali differenti in diverse epoche storiche, ma accade che perfino in ogni determinata formazione economica esistono etiche contrastanti in funzione degli interessi delle classi in conflitto.
In questo tipo di approccio la teoria dello sfruttamento non serve a criticare eticamente il capitalismo. Serve ad analizzare le sue leggi di funzionamento e di movimento. E il criterio allocativo comunista non definisce il modo in cui beni devono essere distribuiti in un’ideale società giusta, bensì le modalità con cui i beni verranno di fatto prodotti e distribuiti in una società in cui non ci sarà più “scarsità” o qualcosa del genere.
Il che però solleva un altro ordine di problemi. Ha senso postulare una società in cui è stata abolita ogni forma di scarsità? Petrucciani, ragionevolmente, pensa di no. E si domanda quindi come potrebbe essere difeso quel criterio allocativo per usarlo come principio di giustizia senza ipotizzare sovrabbondanza di ogni bene. La risposta che propone è: Solidarietà. Poiché quel criterio di fatto opera già oggi entro ogni comunità fondata sull’amore, allora una società comunista potrebbe essere considerata giusta in quanto basata sulla fratellanza umana. Non a caso Petrucciani tende a rivalutare il Marx romantico degli scritti giovanili e a rifiutare ogni teoria della rottura epistemologica. Ma deve essersi reso conto che questa via d’uscita è piuttosto debole. Perciò non v’insiste molto e preferisce calcare altri sentieri. Il motivo per cui è debole è semplice: l’amore è un sentimento, e quindi non può essere una norma morale. Se lo si impone come regola di comportamento e come criterio distributivo lo si uccide. La solidarietà non può fondare alcuna teoria della giustizia. Una società basata su un obbligo di assistenza verso gli altri, entro un’economia in cui esiste scarsità, potrebbe ben mettere in pratica il criterio “da ognuno secondo le sue capacità e a ognuno secondo i suoi bisogni”. Per farlo, però, dovrebbe imporre il lavoro forzato, visto che i sentimenti di fratellanza non possono essere imposti normativamente.
Ad ogni modo non era questa l’idea di Marx. È probabile che la necessità della concisione e il rifiuto di scrivere ricette per l’osteria dell’avvenire abbiano indotto l’autore della Critica del programma di Ghota a esprimersi in modo impreciso quando ha voluto descrivere il comunismo finale. Ora proviamo a dargli credito, una volta tanto. E cerchiamo di essere un po’ più precisi di quanto è potuto essere lui. Non c’è bisogno di ipotizzare sovrabbondanza assoluta di ogni bene e assenza di disutilità in ogni tipo di lavoro. Si potrebbe però supporre che il progresso tecnico avanzi a tal punto che i beni necessari a condurre un’esistenza soddisfacente e una vita sociale decorosa possano essere accessibili a tutti e possano essere attribuiti, ad esempio, con un salario di cittadinanza e con dei servizi sociali gratuiti (i beni pubblici sono distribuiti in base al criterio del bisogno e finanziati in base al criterio della capacità contributiva). Che inoltre i robot riescano a svolgere buona parte del lavoro servile necessario per produrre i beni. Che molti processi lavorativi possano essere trasformati in modo che il lavoro umano divenga un mezzo di autorealizzazione. E che il residuo non automatizzabile di lavoro spiacevole e faticoso possa essere ripartito fra tutti i cittadini in modo da ridurlo a poche ore a settimana. A tal fine si potrebbe usare come motivazione la solidarietà dove possibile e, dove non possibile, il reddito come incentivo. È utopistico? Direi proprio di no. Keynes pensava che un mondo simile sarebbe stato tecnicamente accessibile ai suoi nipoti. Oggi i suoi pronipoti, quelli che non trovano lavoro neanche come precari superflessibili, sanno che un mondo migliore è possibile, ma anche che non si può realizzare nel capitalismo. Per tal motivo, poniamo, lottano per il comunismo. Questi giovani hanno bisogno di una teoria morale per indignarsi? O non hanno piuttosto bisogno di conoscenze scientifiche da poter usare per cambiare il mondo?
Devo ringraziare Petrucciani per avermi aiutato a capire perché la teoria di Marx non può essere riscritta come filosofia della giustizia: come tale, sarebbe piena di aporie. E lo comprendo, anche se non lo seguo, quando sostiene che per rifondare eticamente il “marxismo” bisogna fuoriuscirne. Le fuoriuscite esplorate da Petrucciani sono due, entrambe affollate di marxisti analitici.
La prima, aperta da Brenkert e da Lukes, conduce a rivalutare il Marx filosofo della liberazione e a porre la libertà a fondamento di una teoria “marxista” della giustizia. Ora, che il Moro fosse un filosofo della libertà non c’è dubbio. Questa è, diciamo così, la parola d’ordine che ricorre più frequentemente nei suoi scritti politici, molto più di quella inneggiante all’uguaglianza. E si capisce, dal momento che la stessa cosa accadeva in Hegel. Ciò però dovrebbe metterci in sospetto. Soprattutto negli scritti giovanili il Moro insiste sulla libertà e la intende proprio alla maniera di Hegel. Nella Sacra famiglia ad esempio scrive che un uomo è libero “non per la forza negativa di evitare questo o quello, ma per il potere positivo di far valere la sua vera individualità”. La libertà dell’uomo è la facoltà di autorealizzarsi, di attuare la propria vera essenza umana. L’hegeliano “uomo reale” è l’individuo che eleva la propria particolarità al riconoscimento dell’universalità dello Stato accettando liberamente il ruolo che in esso gli è imposto dalla ragione. Ebbene il giovane Marx si limita a sostituite, nella tesi di Hegel, il concetto di Stato con quello di Comunità, però l’idea di libertà è la stessa. Engels l’avrebbe poi sintetizzata in modo apodittico: libertà è la volontà della necessità.
Petrucciani si attacca a questa concezione giovanile e, utilizzando la dicotomia concettuale di Isiah Berlin, interpreta Marx come un filosofo della libertà positiva, libertà intesa come potere di autorealizzazione. Senonché il Marx maturo supera quella concezione, e la supera innanzitutto perché rifiuta la metafisica dell’essenza umana, dell’ente generico come soggetto universale, e poi perché cerca di capire come potrebbe essere concretamente concepito un modo di produzione in cui il lavoratore è libero, cioè non è fatto oggetto della sottomissione al capitalista. La risposta che trova è: “L’autogoverno dei produttori”, ovvero “lavoro libero e associato […] questo è il comunismo”. E qui siamo proprio lontani da Hegel.
Certo che il Marx maturo non sviluppa una teoria organica della libertà, ed è vero che le sue discussioni dell’argomento sono piuttosto estemporanee e non prive di ambiguità, tanto che un’esegesi attenta potrebbe far emergere più di una definizione di libertà, diciamo: almeno quattro. Una di queste – libertà collettiva come regolazione sociale cosciente della produzione – sembra risentire ancora di un’influenza idealista. Petrucciani ha buon gioco nel sostenere che una tale concezione potrebbe portare a esiti illiberali e utilizza un altro scritto giovanile (Sulla questione ebraica) come pezza d’appoggio per la tesi di un Marx poco sensibile alle problematiche dei pur fondamentali diritti civili. Ma in tal modo si preclude la possibilità di far tesoro di concezioni alternative che pure si trovano in Marx, non ultima quella, riproposta da Gramsci, di libertà come possibilità di scelta.
Come che sia, ha ragione Petrucciani: neanche il concetto di “libertà” può essere usato per fondare una soddisfacente teoria marxista della giustizia. Il punto è: come viene usato da Marx? La dicotomia concettuale di Berlin non ci aiuta a capirlo. Peraltro questa dicotomia è stata molto criticata e ampiamente superata dallo stesso pensiero analitico anglosassone. Un fondamentale contributo di MacCallum del 1967 ha aperto un filone di ricerca che, riconosciute le carenze definitorie che stanno all’origine della dicotomia berliniana, ha portato all’elaborazione del più moderno concetto di libertà come facoltà di scelta. Negli ultimi vent’anni poi vari economisti (di orientamento più o meno socialista), come Sen, Pattanaik, Xu, hanno sviluppato formalmente la teoria producendo raffinati teoremi matematici che il Moro avrebbe potuto far propri. Alla luce delle loro concezioni si potrebbero meglio apprezzare certe avanzatissime intuizioni di Marx. E si potrebbe capire che nei suoi scritti politici la libertà è una nozione di tipo descrittivo: serve a individuare le motivazioni che spingono i proletari a lottare per cambiare la propria vita abbattendo il sistema economico che li sottomette formalmente e realmente al capitale.
La seconda strada per rifondare Marx come teorico della giustizia è quella percorsa da quasi tutti i marxisti analitici americani. È una strada che è stata aperta da tre grandi pensatori liberali: Harsany, Rawls e Dworkin. Il secondo, che piace molto a Petrucciani, sviluppa una teoria che combina ecletticamente Kant e Bentham, l’uno per giustificare eticamente l’allocazione dei beni primari (e.g. la libertà), l’altro per giustificare utilitaristicamente quella dei beni non primari (e.g. le patate). Pur polemizzando con Harsany (l’economista che meglio di ogni altro è riuscito a formulare un principio di giustizia universale su basi filosofiche utilitariste), Rawls usa il suo stesso metodo per definire la propria morale economica. Collocati dietro un velo d’ignoranza o in un ipotetico stato originario pre-sociale, tutti gli individui egoisti e razionali sceglierebbero di vivere in un mondo moderatamente egualitario (Harsany) oppure (se hanno un’assoluta avversione al rischio) in un mondo fortemente ugualitario (Rawls). L’universalità della giustizia egualitaria deriva dall’universalità della ragione strumentale: tutti gli uomini razionali, se sono egoisti, avrebbero quelle “preferenze etiche” sulla distribuzione dei beni non primari; nessuno vorrebbe vivere in un mondo competitivo in cui potrebbe nascere disabile o precario. Se si aggiunge kantianamente che anche la razionalità sostanziale è universale, si arriva alla conclusione che tutti gli individui nello stato originario decideranno che pure i beni primari debbano essere distribuiti in modo egualitario. Certo ci si potrebbe domandare che tipo di moralità sarebbe una che nasce dall’egoismo ontologico, e forse Petrucciani si sarà chiesto come conciliare questo tipo di filosofia della giustizia con una concezione della buona società fondata sulla solidarietà.
Ma a me sembra che il problema cruciale sia un altro. Le filosofie morali utilitariste sono molto sensibili alla variabilità degli assiomi. Basta un’ipotesi leggermente diversa, ad esempio sul grado di avversione al rischio degli individui, per avere teorie della distribuzione giusta radicalmente differenti. Nonostante l’universalità della ragione! Per Harsany (che assume una moderata avversione al rischio) sarebbe giusto che chi è dotato di scarse capacità produttive guadagni poco. Per Rawls sarebbe ingiusto. Per Dworkin (che non assume auto-proprietà) sarebbe giusto fornire un’universale assicurazione sociale contro le disabilità naturali. Per Nozick (che l’assume) sarebbe ingiusto far pagare l’assicurazione ai capaci che guadagnano molto.
Il fatto è che ogni teoria della giustizia deve essere fondata su assiomi universali; ma, per quanto è a mia conoscenza, non esiste un solo assioma che sia universalmente accettato. Ora, l’esistenza di una molteplicità di teorie morali non è un problema grave per chi lo affronta nell’ottica hegeliana dell’eticità. In un discorso di etica descrittiva si tratta di spiegare la molteplicità. E la spiegazione di Marx è materialista: esistono etiche diverse perché esistono classi con interessi, preferenze e ideologie contrastanti.
Quel fatto però costituisce un problema serio per i filosofi della giustizia. Le teorie morali sono elaborate nel mondo dell’astrazione, senza tener conto del mondo reale. Ogni filosofo della giustizia elabora la propria e, per definizione, la pone come l’unica giusta, altrimenti non potrebbe considerarla universale. Senonché, quando si confronta con la realtà si rende conto che ne esistono molte, e tutte pretendono di essere universali. E l’unico modo per dar conto della molteplicità è di giudicare erronee tutte quelle diverse dalla propria.
Non è un problema solo astratto, anzi qui risiede la radice filosofica del dramma di tutte le rivoluzioni fatte in nome della giustizia. Lo si capisce se si riflette sulla relazione tra socialismo e democrazia. Petrucciani ci fornisce tutti gli elementi per affrontare correttamente questo problema, senza però fare il passo decisivo per risolverlo. Sostiene, sulla scorta di vari filosofi che ama (Habermas, Rawls, Bidet), che “il senso normativo del concetto di socialismo non può vivere se non trasfondendosi in quello di una democrazia coerentemente pensata”. Ora, la democrazia implica che ogni individuo possa votare secondo le proprie preferenze personali (così Rawls definisce le preferenze non etiche), le quali sono eterogenee. La maggioranza potrebbe decidere, poniamo, che il bilancio pubblico deve essere in pareggio. Tutti devono rispettare le leggi e i disoccupati dovranno adattarsi. È la democrazia, ragazzi! – Direbbe Monti. Ma cosa accade quando si tratta di decidere su problemi di natura morale (supponendo che quelli fiscali non lo siano)? I cittadini dovranno poter votare secondo le proprie preferenze etiche. E anche queste sono eterogenee, pur pretendendo tutte di essere universali, assolute e moralmente vincolanti.
Qui emergono due difficoltà. La prima è che il governo dei filosofi (della giustizia) potrebbe voler imporre ai cittadini comportamenti contrari ai loro principi etici, ad esempio: tutte le donne devono indossare lo chador, anche quelle che non vorrebbero. Come se ne esce? Petrucciani propone rousovianamente che vengano stabilite delle condizioni imprescindibili della democrazia, delle condizioni riguardanti “ciò che nessuna maggioranza democratica potrebbe mettere in discussione, pena la distruzione della democrazia stessa e la sua trasformazione in dittatura”. Tra queste condizioni rientra, verosimilmente, il principio di laicità dello stato, ovvero la regola secondo cui ognuno deve poter seguire i canoni morali che preferisce. Dunque non ci può essere democrazia in uno stato dominato da cattolici integralisti. O gli omosessuali sono giustiziati o i credenti sono privati del diritto di voto. In entrambi i casi non sono soddisfatte le condizioni fondamentali della democrazia.
Il problema della rivoluzione cui accennavo sopra deriva da questo. Il partito rivoluzionario prende il potere e avvia un processo di trasformazione politica, sociale ed economica sulla base della propria teoria della giustizia. Poniamo che abbia il consenso della maggioranza e facciamo un esempio storico significativo. Il partito dei Piagnoni di Girolamo Savonarola rovescia la signoria dei Medici, restaura la Repubblica e la trasforma in una monarchia elettiva, innalzando al trono Cristo Re. Poi proibisce le scollature degli abiti femminili e altre scelleratezze simili. Infine stabilisce che il diritto di voto venga assegnato a un consiglio ristretto di Migliori. Il popolo approva – diciamo, con un contratto sociale originario – rinunciando una volta per tutte al proprio potere. Si tratta di una democrazia giusta? Presumo che Petrucciani risponderebbe di no, sulla base della propria teoria della giustizia. Tuttavia ciò che rileva è come risponderebbe il filosofo che ha preso il potere. E non c’è dubbio che risponderebbe di sì. Perché? Perché l’adesione a una filosofia morale universale implica l’obbligo di realizzarla. Robespierre era moralmente obbligato nel decretare il terrore, e Lenin nello sciogliere l’Assemblea Costituente. Che bisogno c’è di una vera democrazia quando i Migliori governano in nome della Verità e della Giustizia? Peggio: quando le preferenze etiche del popolo possono essere in contrasto con quelle “universali”?
Come si può uscire da questa difficoltà? Il giovane Marx liberale, sulla scorta della lezione di Spinoza, avanzò una sua proposta nell’articolo Sulle recenti istruzioni della censura in Prussia.
Lo Stato morale impone ai suoi membri le proprie intenzioni […], ma se in una società un organo si vanta di essere possessore unico ed esclusivo della ragione e della moralità dello Stato, se un governo si mette in contrasto di principi con il popolo e crede poi che le proprie intenzioni siano generali e normali, allora la cattiva coscienza della fazione crea leggi sulle tendenze.
Leggi sulle tendenze […] sono leggi del terrorismo quali le inventò la necessità di Stato sotto Robespierre […] Leggi che hanno per oggetto non già un’azione come tale, ma le intenzioni della persona che le compie. [Sarebbe] meglio, come quello zar, far tagliare la barba a tutti i cosacchi, anziché porre come criterio del taglio la mentalità con cui io porto la barba.
Come dire: uno stato etico non può essere democratico; o meglio, una vera democrazia non deve essere governata in nome di una filosofia della giustizia. La proposta del giovanissimo Marx per uscire da quella difficoltà era semplice: “La cura radicale per la censura sarebbe la sua abolizione.” Io personalmente sarei ancora più drastico, e proporrei di includere nelle condizioni imprescindibili della democrazia un articolo che toglie i diritti politici ai filosofi della barba universale.
Ernesto Screpanti è Professore ordinario di Economia politica all’Università di Siena. Fra i suoi libri più recenti Comunismo libertario. Marx Engels e l’economia politica della liberazione (Manifestolibri, 2007).
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
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