Sinistrainrete

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Miguel Martinez: I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero

E-mail Stampa PDF

        Condividi

I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero

Miguel Martinez

I think tank sono nati, negli Stati Uniti, molti decenni fa, con uno scopo di straordinaria ampiezza: ricostruire scientificamente il mondo in funzione degli interessi del capitalismo americano.

Le grandi imprese del paese, ognuna delle quali muoveva un'economia paragonabile a quella di diverse nazioni, hanno delegato a squadre di tecnici il compito di analizzare razionalmente la realtà e trasformarla. Un progetto curiosamente parallelo nel tempo e negli scopi alla grande pianificazione sovietica.
Il think tank non va visto in chiave complottista: la sua è una funzione tecnica, con molta indipendenza, che serve a un vasto complesso di interessi.

Il contesto è lontano da quello feudale italiano, dove simili istituzioni diventerebbero immediatamente ricettacoli di cugini sfaticati di onorevoli e fabbriche di chiacchiere e messaggi trasversali.

Il think tank statunitense, per svolgere bene le proprie funzioni, ha bisogno di libertà: non è una lobby o una semplice emanazione della ditta che lo paga; e come le singole aziende premiano il grafico pubblicitario creativo, anche i think tank cercano continuamente le menti migliori, che si trovano spesso tra i contestatori e i liberi pensatori. Durante la guerra del Vietnam, le aziende che guadagnavano milioni di dollari dai bombardamenti aerei usavano i think tank anche per pagare antropologi, che riferivano correttamente dei fallimenti della politica statunitense di deportazioni forzate di centinaia di migliaia di contadini, strappati alle loro terre e rinchiusi in "villaggi strategici". Ciò che questi contestatori non contestavano era l'obiettivo finale: la vittoria.

Idealmente, i think tank tessono la grande rete che unisce la razionalizzazione della produzione, l'istruzione, la politica, la potenza militare, il controllo dei mercati esteri, l'omologazione dei consumatori mondiali e la regolamentazione del flusso delle merci e del denaro.

In origine, sono quindi più liberal che conservative, dedicandosi ad affermare nel mondo l'ordine che permette gli investimenti e a creare ovunque un ceto medio abbastanza benestante da acquistare le merci statunitensi.

Il lavoro dei think tank è insieme obiettivo e ideologico. I militari non hanno bisogno di pacche sulle spalle, e retorica ma di sapere esattamente quante bombe devono buttare e dove. Ma l'obiettivo dei think tank è anche quello, profondamente ideologico, di creare il consenso di cui ha bisogno il dominio.

Ecco che molti di think tank, sia liberal che conservative, dedicano le loro energie alla promozione delle idee ritenute di volta in volta più utili; gran parte di ciò che ci viene presentato come dibattito intellettuale è piuttosto un prodotto.

Un esempio per tutti. Nel 1988, Allan Bloom, direttore dell'Olin Center for Inquiry into the Theory and Practice of Democracy (che riceve $3,6 milioni di dollari dalla think tank madre, la Olin) invitò un funzionario governativo, di cui diremo il nome solo alla fine, a leggere un discorso in una conferenza. Il discorso venne pubblicato sul National Interest (che riceve $1 milione sempre dalla Olin) il cui editore è Irving Kristol (che riceve $376.000 di stipendio per la sua cattedra universitaria pagata dalla Olin: istruzione, impresa e politica sono inscindibili).

Kristol pubblica tre "risposte" all'articolo del funzionario: una la scrive lui, l'altra la scrive Bloom, che abbiamo già incontrato, una la scrive Samuel Huntington (che riceve$1.4 million dall'Olin Institute for Strategic Studies). Questo finto dibattito viene poi fatto riprendere dai principali media, che così lanciano nel mondo lo sconosciuto funzionario governativo: Francis Fukuyama, e la sua tesi sulla "Fine della storia", che doveva dimostrare che quello statunitense è l'assetto supremo della specie umana.

Qualche abbozzo di think tank esiste anche in Italia, in genere come succursale di quelli statunitensi. Abbozzo, perché difficilmente un politico o un imprenditore italiano darà veramente ascolto a un esperto che gli consiglia la mossa vincente. Probabilmente il più potente è l'Aspen Institute,  cui abbiamo dedicato in passato un certo spazio.

Abbiamo poi parlato dell'Acton Institute,  strettamente legato al sistema di vendite piramidali Amway e diretto da uno dei personaggi più incredibili di cui mi sia capitato di scrivere, il prete Robert Sirico.

L'Acton Institute, al di là delle sue bizzarre radici, veicola un messaggio che possiamo riassumere in questo concetto: il sistema capitalista, in particolare nella sua versione statunitense, è la realizzazione della volontà di Dio in terra.

La Heritage Foundation, probabilmente il più potente di tutti i think tank, inventore della politica di Reagan, ha in Italia una piccola affiliata, l'Istituto Bruno Leoni (IBL), che sostiene di voler difendere la proprietà privata e promuovere la globalizzazione - un paradosso, visto il numero di contadini che il neoliberismo ha privato dei propri beni. Ma evidentemente per proprietà privata, si intende solo quella che supera certe dignitose dimensioni.

Il 28 gennaio scorso, l'Istituto Bruno Leoni ha organizzato una piccola conferenza a Roma, per presentare il libro  La politica secondo Darwin. L'origine evolutiva della libertà di un certo Paul Rubin, pubblicato proprio dalla IBL. Paul H. Rubin è stato il principale consulente economico di Reagan, lavora in uno studio di avvocati, è docente di economia e diritto (non di biologia), è ricercatore del think tank Independent Institute ed è socio dell'American Enterprise Institute (25 milioni di dollari ogni anno dalle grandi imprese per promuovere il neoliberismo e interventi armati nel mondo).

Il libro di Rubin è stato presentato da Gilberto Corbellini (docente di Storia della medicina e Bioetica, Università la Sapienza di Roma), Massimo Marraffa (docente di Psicologia della comunicazione, Università degli Studi di Roma Tre), Luciano Pellicani (docente di Sociologia politica, Università LUISS Guido Carli) e Nicola Iannello (Istituto Bruno Leoni). Corbellini, Marraffa e Pellicani -  come Armando Massarenti, che ha  partecipato ad altre presentazioni dello stesso libro - appartengono a una particolare categoria di scienziati che, non sopportando confusi ecologisti e preti ignoranti, finiscono per aggregarsi a giri ancora più bizzarri. Non è affatto detto che i laicisti debbano essere "di Sinistra", anzi...

Leggiamo insieme il comunicato ufficiale dell'evento:
"A 200 anni esatti dalla sua nascita, anche l'Istituto Bruno Leoni ha voluto rendere omaggio a Charles Darwin pubblicando, sul finire del 2009, questo saggio davvero fondamentale di Paul Rubin. Cosa ci insegna Darwin sulla politica? Le intuizioni e gli insegnamenti del padre dell'evoluzionismo sono al centro della ricerca dell'economista statunitense, in questo libro che ambisce a mettere a fuoco una vera teoria evolutiva della libertà. Intrecciando spunti e analisi che muovono dalla biologia, dalla scienza politica e dall'economia, Rubin arriva a sostenere come le moderne liberaldemocrazie occidentali, e soprattutto gli Stati Uniti, siano le società che meglio rispondono alle nostre preferenze politiche di natura evolutiva."
La versione post-razzista del darwinismo sociale di non compianta memoria, insomma.

Il libro, va da sé, non lo leggerà nessuno. Però ci svela il segreto del dominio statunitense.

Mentre tifosi clericali e tifosi laicisti italiani si ricoprono di insulti, i think tank statunitensi, senza urlare parolacce, dicono ai primi che l'Impero esiste per ineluttabile missione divina; e ai secondi, che esiste per ineluttabile forza biologica.

Hits

Commenti

avatar ferdinando sorbo
0
 
 
è il vecchio mistificante errore nel confondere in malafede,evoluzionismo biologico darwiniano e in questi ultimi anni anche la teoria del caos di edward lorenz,trasponendole in campo sociale-economi co.....per gli intellettuali sostenitori di quest'ultima tesi,la teoria del caos funziona anche per descrivere le crisi borsistiche,e quelle capitaliste....marx aveva già spiegato che le cose economiche-soci ali hanno a che fare con il pensiero,e l'agire dell'uomo concreto-storic o-ideologico .....l'evoluzione biologica o la metereologia,o la creazione delle galassie ecc. non hanno niente a che fare con l'agire più o meno consapevole dell'uomo storico-sociale....
Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
URL
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
Cancella
Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
URL
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
 

Vuoi iscriverti alla Newsletter?

Sinistrainrete


Ricevi HTML?

Ultimi articoli

Shinystat

contatti

Per contatti, precisazioni, problemi: tonino@sinistrainrete.info - tonino.g@mclink.it
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner

networked blogs

 
 
Aggregatore rss
http://labs.ebuzzing.it

il referendum non si tocca

Banner

Cerca nel sito

Twitter!

i più letti


Contenuti flash

Uscire o non uscire dall’euro?

di Michel Husson

È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.

Nel frutto c’era il verme. Voler costruire uno spazio economico con una moneta unica ma senza bilancio era un progetto incoerente. Un’unione monetaria monca si trasforma allora in una macchina per fabbricare eterogeneità e divaricazione. I paesi con inflazione più elevata della media perdono competitività, sono stimolati a basare la propria crescita sul sovraindebitamento.

Retrospettivamente, la scelta dell’euro non aveva del resto una giustificazione evidente rispetto a un sistema di moneta comune, con un euro convertibile nei rapporti con il resto del mondo e monete riadeguabili all’interno. L’euro, in realtà, era concepito come uno strumento di disciplina di bilancio e, soprattutto, salariale. Ricorrere all’inflazione non era possibile, per cui il salario diventava la sola variabile adeguabile.

Ad ogni modo, il sistema ha, bene o male, funzionato grazie al sovra indebitamento e, perlomeno nel primo periodo, al calo dell’euro rispetto al dollaro. Questi espedienti, però, erano destinati a esaurirsi e allora le cose hanno cominciato a guastarsi, con la politica tedesca di deflazione salariale che ha portato la Germania ad aumentare le sue quote di mercato, per il grosso all’interno dell’eurozona.
Leggi tutto...