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Published: 05 July 2018
Created: 05 July 2018
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nicol.forcheri

“Flat tax”, “reddito di cittadinanza”, immigrazione e austerity

Chiarimenti sui temi caldi del momento

di Nicoletta Forcheri

horatier davidUna campagna denigratoria basata sulle solite fake news è stata scatenata da una opposizione fittizia che non fa onore alla democrazia e che, arrampicandosi sugli specchi, ha passato al setaccio l’intervento di insediamento alle camere di Conte, pur di trovare appiglio, non su quanto è stato detto, ma addirittura sulle parole non pronunciate (“mancava Nazione o Patria, mancava Scuola, mancava Pace, mancava Banca”!), per scagliarsi in un processo alle intenzioni tanto più veemente quanto più periclitante laddove il concetto era stato comunque compiutamente espresso, anche in assenza della parola.

Sulle espressioni presenti, però, ce ne sono 2 che richiedono chiarimenti: flat tax e reddito di cittadinanza. Queste espressioni sono ingannevoli, e per onor del vero, questa volta non sono i giornalisti che le hanno stravolte, sono gli uffici stessi dei partiti, rispettivamente Lega e M5S ad averle ideate e propagandate! Come dire, un modo per prestare il fianco alle facili accuse di “populismo”, parola per la verità completamente sdoganata dal Premier Conte. Chapeau!

Ma sono espressioni improprie in quanto “il reddito di cittadinanza” dei pentastellati è un semplice sostegno al reddito dei lavoratori disoccupati e suboccupati, conformemente a quanto avviene in tutti i paesi europei tranne in Grecia, sarebbe quindi meglio chiamarlo “assegno di disoccupazione” e assegno di “integrazione al reddito dei suboccupati”, del resto sancito dalla Costituzione.

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Published: 04 July 2018
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micromega

La cravatta di Tsipras. Quale morale dalla crisi greca?

di Sergio Cesaratto

tsipras merkel 510Ma che piccola storia ignobile che mi tocca raccontare…

“Atene respira” recitava il titolo de il manifesto del 23 giugno, l’agitprop di Tsipras in Italia. La Grecia “comincia a tornare ad essere padrona del proprio destino” scrive Roberto Musacchio su FB (22/6) che proclama che “serve una battaglia di liberazione dell'Europa”, in linea con Alfonso Gianni, sempre su il manifesto, secondo cui la “questione del debito non è solo greca o italiana, ma riguarda gli equilibri e il futuro dell’Europa e a tale livello va complessivamente affrontata”. Insomma, la Grecia ce l’ha fatta, ora cambiamo l’Europa. Purtroppo le cose non stanno così e tali enunciazioni sembrano le cronache di quel giornalista di Saddam che proclamava la vittoria coi carri americani dentro Bagdad.

 

Atto primo - Dalla tigre greca alla crisi e al primo “salvataggio”

Vale la pena ricapitolare un po’ l’accaduto di questi dieci o vent’anni. Com’è tradizionale per i paesi in ritardo, negli anni dell’euro pre-crisi la piccola Grecia ha fondato la sua crescita sull’indebitamento estero. Come abbiamo più volte spiegato (Cesaratto 2018), tassi di cambio fissi favoriscono i prestiti centro-periferia. Così fu nel gold standard, così è stato nell’euro. Tale modello andava benissimo alla mercantilista Germania (e alla Francia) che poteva così disporre di un piccolo ma prezioso mercato per le proprie esportazioni (e infatti la Merkel andava a braccetto con Karamanlis, il primo ministro greco di centro-destra nel 2004-9). A differenza della Spagna, dove era una bolla edilizia a guidare la crescita, in Grecia era soprattutto la spesa pubblica ad assolvere a questo compito. La crisi da indebitamento scoppia nel 2009-10, quando il socialista Papandreu rivela il conti falsificati dalla precedente amministrazione in un contesto minato dalla grande recessione.

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Published: 04 July 2018
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la citta futura

Chi sono i sovranisti-costituzionalisti e cosa vogliono veramente

di Alessandra Ciattini

Mondializzazione e sovranismo: due strategie per mantenere in vita il sistema capitalistico?

e78b6e4955151aa3823cbab8d711db2b XLScrive il sociologo francese Jean-Claude Paye su Voltairenet.org che lo scontro tra i democratici e la maggioranza dei repubblicani può essere interpretato come il “conflitto tra due tendenze del capitalismo statunitense, quella portatrice dei valori della mondializzazione e quella che sprona per rilanciare lo sviluppo industriale di un paese economicamente in declino”. Questo conflitto nasce per il fatto che negli ultimi vent’anni, a causa della grave crisi della Russia e dell’arretratezza della Cina, gli Stati Uniti sono stati l’unica superpotenza, ruolo ormai messo in discussione dal risorgere e dall’avanzamento dei paesi rivali. Questo cambiamento di situazione richiede da parte degli Stati Uniti un ripensamento della strategia internazionale, se vogliono rimanere sempre al vertice, come pretende la loro classe dirigente.

La scelta adottata da Trump è quella di rilanciare il suo paese in declino, deindustrializzato a causa della libera circolazione dei capitali e della mondializzazione neoliberale (imposte e volute dalle loro transnazionali), portando avanti politiche di carattere protezionistico – come si è visto negli ultimi tempi –, mandando in frantumi le istituzioni multilaterali (per esempio, il ritiro dalla Commissione dei diritti umani), cercando di stabilire trattati bilaterali, che beneficino l’economia statunitense (come sostiene Alberto Negri); inoltre, come vari analisti scrivono, tentando di ridurre il disavanzo commerciale con la Cina e con la Germania, favorendo il ritorno dei capitali fuggiti e finanziando il rinnovamento delle infrastrutture deteriorate da anni di abbandono.

Sebbene Trump si proponesse misure più energiche, non ha potuto fare di più che beneficiare i redditi più elevati [1], tendenza inaugurata da Reagan, e agevolare il ritorno dei capitali detassati, per fare un favore alle transnazionali, che andranno ad ingrossare gli investimenti finanziari, non trovando altre possibilità di valorizzarsi.

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Published: 04 July 2018
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il rasoio di occam

Psicanalisi e rivoluzione

di Felice Cimatti

Nell'ambito del suo meritorio progetto di pubblicazione delle opere di Enzo Melandri, la casa editrice Quodlibet ha recentemente rimesso in circolazione un aureo libriccino, L'inconscio e la dialettica, originariamente uscito per Cappelli nel 1983. La nuova edizione del testo è accompagnata da una “Postfazione” di Felice Cimatti, che qui pubblichiamo per gentile concessione della casa editrice

freud psicanalisi e rivoluzione 499Credere che il prendere coscienza, la
“consapevolizzazione” corticalmente intesa,
sia un atto spontaneo, positivo, tale
da non richiedere spiegazioni, e anzi da
approvarsi senza restrizioni – tutto questo
non è che un pregiudizio spiritualistico
[…]. In tal modo si rischia di rendere
gratuito […] il suo complemento: l’atto
del non voler prendere coscienza, che è
ben altrimenti significativo[i].

Il problema che Melandri affronta in questo saggio è in prima battuta di tipo conoscitivo, cioè ha a che fare non direttamente con un particolare problema empirico, bensì con due questioni connesse: a) il problema di come si possa venire a conoscenza di quel problema e b) come si possa, eventualmente, trattarlo. In seconda battuta Melandri solleva un problema etico, come vedremo nella parte finale di questa postfazione. Il saggio si apre con la formulazione esplicita della questione: «Un problema centrale della dialettica è la questione se l’oggetto del discorso possa essere contraddittorio o no». La dialettica, scrive Melandri nella Linea e il circolo, è il pensiero la cui «formula generale […] potrebbe essere: “né A, né B”» (LC, p. 798). Un oggetto del discorso contraddittorio è invece un oggetto che è contemporaneamente A e non-A. Un oggetto del genere non sembra pensabile in modo sensato. Se però lo si pensa dialetticamente, allora diventa «possibile scappare “tra le corna” del dilemma». In effetti il tentativo di evitare la contraddizione “paralizza” il pensiero, perché appunto lo immobilizza o sulla posizione A o su quella non-A. Sostenere invece «né A, né B» significa, in realtà, che «A e B possono ben rappresentare dei contrari. Ma i contrari […] non sono mai direttamente contraddittori» (LC, p. 802), e questo permette al pensiero di non congelarsi nella contraddizione.

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Published: 03 July 2018
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coniarerivolta

Contro l’ideologia della Flat Tax

di coniarerivolta

avanzatoLega e 5Stelle hanno costruito una fetta consistente del loro consenso sulla base di fumose ed incoerenti promesse di allentamento del giogo dell’austerità europea, che schiaccia l’Italia da quasi un decennio. Nonostante le fanfaronate, negli ultimi giorni il governo gialloverde sta tuttavia mostrando con estrema nettezza il suo vero volto: becero e demagogico nella gestione del fenomeno migratorio, completamente intriso di quell’indigesto misto tra liberismo sfrenato ed adesione disciplinata all’austerità europea sul piano economico. Il Ministro Tria richiama all’ordine ogni velleità, invocando la più stretta e inderogabile disciplina di bilancio ed affermando che fino al 2019 nulla che comporti costi aggiuntivi potrà essere approvato; nel mentre Salvini ed il suo circo di pseudo-economisti e rinnegati rilanciano, pur rimandandone l’entrata in vigore ad un futuro migliore, uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale: la flat tax.

È questo, senza dubbio, il provvedimento più sfacciato ed esplicito nel suo tentativo di effettuare una redistribuzione di reddito dai poveri a favore dei ricchi, un provvedimento che, allo stato attuale, prevedrebbe due sole aliquote fiscali – al 15% e al 20% – per i redditi delle persone fisiche, cui si affiancherebbe un’aliquota unica o doppia (non è ancora chiaro) per tutte le tipologie di reddito di impresa, più bassa sia dell’attuale Irpef che dell’attuale imposta sulle società di capitali (IRES).

Salvini in persona ha provveduto ad esplicitare fuor d’ogni tecnicismo il significato politico e sociale della riforma fiscale che il governo ha in cantiere. Le sue parole, rilasciate pubblicamente alcuni giorni fa sono state chiarissime: “Chi guadagna di più deve pagare meno tasse. Se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, acquista una macchina in più, crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”.

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Published: 03 July 2018
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sbilanciamoci

Tecno-capitalismo o libertà

di Lelio Demichelis

Rompere e cambiare il senso delle parole non è una pratica nuova della grande narrazione di cui il capitalismo ha bisogno per riprodursi. Oggi l’ideologia californiana del platform capitalism si basa su retoriche sulla libertà individuale, della personalizzazione dei consumi e della democratizzazione dei dati

KichwateliLe grandi narrazioni non sono finite, anzi. Sbagliava Jean-François Lyotard quando sosteneva che la loro fine fosse un derivato inevitabile dello sviluppo “delle tecniche e delle tecnologie che a partire dalla seconda guerra mondiale hanno posto l’accento sui mezzi piuttosto che sui fini dell’azione; oppure del rinnovato sviluppo del capitalismo liberale, [che ha liquidato] l’alternativa comunista e valorizzato il godimento individuale dei beni e dei servizi” (in La condizione post-moderna).

Ogni potere in verità – oggi quello di tecnica e di capitalismo, di cui quello populista è un accessorio – vive sempre creando e poi replicando la propria auto-narrazione, funzionale alla diffusione e alla legittimazione del proprio potere; che è potere grazie al sapere linguistico che produce e che oggi passa dalla Silicon Valley e dal capitalismo delle emozioni come fabbriche dell’immaginario collettivo.

Un potere/sapere per produrre/modificare l’antropologia umana, per costruire un uomo nuovo funzionale, ben funzionante e a produttività crescente. L’industria culturale magnificamente analizzata da Horkheimer e Adorno (in Dialettica dell’illuminismo – sempre attuale, anche con YouTube e Netflix – è un’industria della spettacolarizzazione per la distrazione di massa, ma appunto una industria antropologica.

Posto che serve a produrre industrialmente, per l’individuo e per la nuova massa degli individui, le forme/modelli e le norme di vita necessarie e congrue al funzionamento e all’accrescimento illimitato del profitto (per il capitalismo) e del proprio apparato (per la tecnica).

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Published: 02 July 2018
Created: 02 July 2018
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doppiozero

Imperfetto passato

di Stefano Chiodi

marianne 68C’è una crudele ironia nella coincidenza tra il mezzo secolo dal Sessantotto e un’attualità che si colloca al nadir della tensione alla palingenesi personale e collettiva, della radicale espansione della sfera delle libertà e delle possibilità che dell’annus mirabilis fissarono la costellazione simbolica e politica. Risentimento, insicurezza, paura: sono questi all’opposto i segni della nostra attualità, con le sue forme intrattabili di diseguaglianza ed esclusione, i conflitti interminabili, il vuoto di alternative, di fronte ai quali le soluzioni bugiarde dei populismi, con la loro subdola e in apparenza irresistibile manipolazione del discorso pubblico, si presentano come paradossale risposta alla crisi dell’ordine neoliberista e al suo mantra There is no alternative.

Il presente insomma sembra davvero offrire davvero poche giustificazioni a una commemorazione irrimediabilmente sfasata rispetto alle urgenze che la incalzano. Proprio per questo, anziché giudicare con la fosca e disillusa misura dell’attualità le idee di un anno che si è venuto sempre più trasformando, mano a mano che i decenni si accumulavano, in un evento sbiadito o in un’eredità imbarazzante, potremmo chiedere invece al Sessantotto, liberato dalla zavorra del senno-di-poi, di auscultare il nostro presente, di sondarne le concrezioni avvelenate, di parlarci nella sua lingua. Come guarderebbero i giovani in rivolta del “maggio” un mondo che ha realizzato alcune delle loro aspirazioni più visionarie e rovesciato in una contraddittoria distopia quasi tutte le altre?

Potrebbero magari aiutarci a rendere meno patetico il residuo attaccamento al mito di un Sessantotto ideale eterno, ad esempio, o ad attutire il senso di colpa per il suo fallimento. Oppure a dare ragione a chi, come Tony Judt nel suo ultimo, accorato libro (Ill Fares the Land, Penguin 2010; in italiano, Guasto è il mondo, Laterza 2011), rivendicava lo spazio comune come luogo di una politica orientata alla coesione della comunità, anziché un insieme di singole giuste cause, totalizzanti e astratte, con cui la sinistra occidentale ha mimetizzato la sua sostanziale adesione  al sistema neoliberista.

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Published: 02 July 2018
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la citta futura

Sul populismo di sinistra

di Renato Caputo

È possibile un populismo di sinistra?

Dinanzi ai successi del populismo, ci si interroga
se per tornare a vincere ci sia bisogno del cosiddetto populismo di sinistra

dea98c90b76a36d8a03d39347c874102 XLCome è noto, l’attuale governo italiano si autodefinisce, per bocca del suo stesso presidente e garante del contratto fra le due anime che lo compongono, populista. Quello di Salvini è esplicitamente un populismo di destra, di stampo essenzialmente sciovinista, che contrappone il popolo italiano – occultando così le contraddizioni al suo interno fra le diverse classi sociali – agli stranieri immigrati. In tal modo nasconde la contraddizione oggettiva fra l’interesse dei capitalisti a sfruttare la forza-lavoro, per estrarre il massimo plus-valore, e l’esigenza dei salariati di minimizzare tale sfruttamento.

Ciò favorisce evidentemente la classe dominante, che porta avanti anche inconsapevolmente la lotta di classe dall’alto, semplicemente facendo funzionare senza opposizioni significative il modo di produzione capitalista e le sovrastrutture liberali, che hanno proprio questo fine intrinseco. Anche se tale fondamento, in quanto tale, non appare, anzi, è occultato dal “naturale” carattere di feticcio che assume la merce, il denaro e lo stesso capitale, che non appaiono come prodotti del lavoro salariato, ma degli strumenti per il suo dominio. Inoltre il populismo nazionalista di destra tende a offrire al malessere della maggioranza dei ceti sociali subalterni – che subiscono, senza nemmeno avvedersene, il dominio della classe dominante e la sua lotta di classe condotta in modo sempre più unilaterale dall’alto – un capro espiatorio molto più facile, almeno apparentemente, da combattere, ovvero gli stranieri che aspirano a prendere il loro posto di lavoro, la loro porzione di “Stato sociale” e che, in ogni caso, con la loro semplice presenza rendono il proletario e il sottoproletario italiano più facilmente ricattabili.

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Published: 01 July 2018
Created: 01 July 2018
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sinistra

Appunti per un rinnovato assalto al cielo. I

Riportando tutto a casa

di Paolo Selmi

appunti1“L'intelligence, c'est de chercher dans quelle
mesure on peut mettre un petit peu de raison
dans cette absurdité.”
(Jean-Luc Godard, “Monologue”,
Une femme mariée, 1964)

Premessa

Si narra che, qualche millennio fa, un pensatore cinese di nome Kong(fu)zi (孔(夫)子, o Confucio per gli amici), in un periodo di crisi abbastanza simile all’attuale, se non peggio, inaugurasse la sua proposta politica (non ancora divenuta ideologia e pensiero dominante di un continente) “rettificando i nomi” (zheng ming 正名): “Se i nomi non sono corretti, le parole non corrispondono alla realtà; se le parole non corrispondono alla realtà, gli affari non giungono a compimento”1 … insomma, secondo il pizzetto più famoso e osannato del Paese di Mezzo, nulla si sarebbe mai potuto veramente cambiare se non si eliminano prima le ambiguità di fondo esistenti. Era un atto di grande coraggio allora, quando denunciare un’usurpazione di trono poteva equivalere alla perdita della propria testa; è un atto di grande coraggio oggi, quando palesi atti di arroganza che fanno straccio del diritto internazionale sono auto-legittimati da caratteri di “eccezionalità”2 che valgono solo per uno Stato (e per i lacché di turno), così come quando “fare chiarezza” su una proposta politica di trasformazione socio-economica e possibile transizione al socialismo equivale, sicuramente, a inimicarsi tanti soggetti, alcuni tradizionalmente noti (i primi di cui sopra) e altri, molto probabilmente, ancora considerati “amici”, “alleati”, se non addirittura lao dage (老大哥), “grande fratello maggiore”, al posto del defunto riferimento sovietico.

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Published: 01 July 2018
Created: 01 July 2018
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blackblog

Prefazione a "L'onore perduto del lavoro" di Robert Kurz

di Bruno Lamas

the walking dead 55«"Chi non lavora non mangia" - è questo il comandamento pratico del socialismo» [*1], ha scritto Lenin. «Nella civiltà non c'è spazio per i pigri» [*2], ha scritto Henry Ford. Non è difficile capire come in realtà queste affermazioni non siano vere e proprie minacce di morte. A queste frasi, ne potremmo aggiungere innumerevoli altre, altrettanto o più sinistre, pronunciate da personaggi importanti del secolo scorso, che evidenziano in maniera inequivocabile come l'ex blocco dell'Est e le società capitaliste occidentali, nonostante tutte le differenze, di maggior o minore entità, in realtà erano solamente due varianti di un'unica complessiva forma sociale fondamentale che, sebbene in stato di decomposizione, è anche ancora la nostra: la «Società del Lavoro».

L'espressione venne coniata da Hanna Arendt - erano ancora gli anni '50 - ma nonostante il suo potenziale radicale, che permetteva che si potesse guardare a quelle che erano le forme comuni al capitalismo ed al socialismo reale, la concezione ad essa soggiacente ebbe ben poca eco nella teoria critica sociale ancora per molto tempo. Ma, agli inizi degli anni '80, cominciava a delinearsi una nuova situazione storica. Nei paesi occidentali più avanzati, la terza rivoluzione industriale della microelettronica stava già facendo degli importanti passi in avanti, e cominciavano ad emergere segni di una disoccupazione strutturale. Nella Germania Occidentale, il nuovo contesto aveva stimolato la nascita di un dibattito relativamente allargato sulla cosiddetta «crisi della società del lavoro» (Krise der Arbeitgesellschaft). Era già il titolo stesso del dibattito, ad essere indicativo di una vaga percezione di una profonda trasformazione strutturale, ma l'incapacità di saper riflettere sui nuovi problemi a partire da una reale comprensione della traiettoria storica del capitalismo, finì per ridurre il dibattito ai suoi aspetti politici, sociologici e culturali della «società post-industriale» e al declino del movimento operaio in quanto soggetto storico, associato alla fine del suo carattere omogeneo, classista e largamente sindacalizzato, ed alla concomitante e crescente eterogeneità ed individualizzazione sociale.

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Published: 01 July 2018
Created: 01 July 2018
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globalproject

Il dispositivo dell'infedeltà

Per una lettura rizomatica dell'opera di Marx

di Vincenzo Di Mino

Per la rubrica “Il pensiero alla radice”, sempre nel solco del bicentenario della nascita di Karl Marx (vedi anche: Leggere Il capitale: Due guide eretiche, di Lorenzo Feltrin), pubblichiamo una rilettura “infedele” dell’opera marxiana fatta da Vincenzo di Mino, partendo da due recenti testi - Marx’s Inferno di William Clare Roberts e Rupturing the dialectic di Harry Cleaver – che stanno già accumulando grande credito all’interno del variegato panorama del marxismo eterodosso contemporaneo

1521573409 e977ce70efc18eb46762e593e91dda94We are the queer
We are the whore
Ammunition
In the class war
(Nofx, The Decline)

Marx, 200 anni dopo: continuità dell’opera o dinamica intermittente degli antagonismi? Intorno a questa domanda, molto è stato detto e prodotto. Si è detto di un Marx storicista, pensatore usato al servizio della Ragion di Stato socialista, teologo del progresso, e di un Marx critico dell’economia poco propenso a occuparsi delle questioni più materialmente politiche, come quelle riguardanti la sfera del potere statale. Si è detto di un Marx codificato nella dinamica ideologica marxista e di un Marx che, grattando sotto la superficie, alla fine era un liberale radicale. Le domande da porsi oggi, però, sono sensibilmente differenti e, abbandonati ai loro destini il campo dell’ideologia pura, dell’appartenenza dottrinaria e dell’appropriazione possessiva della vasta e complessa opera del pensatore tedesco, necessitano di uno slittamento teorico che incroci immediatamente le pratiche di conflitto e trasformazione che attraversano le difficoltà del presente.

Si potrebbe dire, infatti, che ciò che oggi può implementare la possibile messa in campo di differenti processi di conflittualità sociale è una sostanziale infedeltà a Marx, conforme alla famosa XI tesi su Feuerbach: nell’epoca in cui il capitale-mondo estrae valore anche dalle funzioni cognitive e intellettuali della soggettività, interpretare il mondo e operare nei termini di una sua sovversione vengono praticamente a coincidere.

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Published: 30 June 2018
Created: 30 June 2018
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la citta futura

Come uscire dall’Euro in 5 mosse

di Ascanio Bernardeschi

Perché occorre uscire dall’Unione Europea e come farlo salvaguardando gli interessi dei lavoratori

64bbfaf26f556ccaafd5729a1d3e079f XLDopo che anche Lega e Movimento 5 Stelle hanno (obtorto collo?) dichiarato la loro fedeltà all’euro, all’Europa e alla Nato, c’è il rischio che rimanga fuori dai radar la discussione sulla permanenza o meno nella gabbia dei trattati europei. Eppure l'argomento è della massima importanza, dal momento che le regole previste da questi trattati escludono di fatto ogni possibilità di adottare politiche economiche non tanto rivoluzionarie, ma anche timidamente anticicliche. Infatti questa gabbia inibisce la possibilità di manovrare sulla quantità di moneta emessa, di manovrare sui tassi di interesse, di manovrare sui rapporti di cambio, di effettuare politiche di deficit spending, di definire la politica della banca centrale, in barba alla Costituzione, alla sovranità nazionale, agli esiti elettorali.

Tutto ciò comporta deflazione, tagli al welfare, impossibilità di intervenire nell’economia, necessità di privatizzare per fare cassa, peggioramento delle condizioni dei lavoratori e in generale dei proletari, accentuazione delle disparità sia all’interno dei singoli paesi che fra paesi solidi ed economie traballanti. Ne consegue ineluttabilmente che il potere di interdizione e di autodifesa dei lavoratori si vada restringendo e che la disgregazione del mondo del lavoro affievolisca la presa delle tradizionali organizzazioni di classe dei lavoratori. Non c’è da stupirsi, quindi, se il malcontento, laddove la sinistra non ha saputo svolgere un’opposizione efficace a queste politiche, si sia incanalato verso formazioni della destra xenofoba e fascista o qualunquiste (in Italia Lega e 5 Stelle).

L’imbarbarimento della società non è più un pericolo solo ipotetico, ma tangibile, come pure il pericolo di ritorni a regimi reazionari e di crescita dei movimenti più o meno palesemente fascistizzanti.

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Published: 30 June 2018
Created: 30 June 2018
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economiaepolitica

Ordoliberalismo 2.0 e ordopopulismo

di Lelio Demichelis

populismo 640x488Se volessimo suddividere per fasi[i] la storia del liberalismo economico, il 1938 è sicuramente un anno che sembra fare da spartiacque tra prima e dopo. Perché è in quell’anno che si svolge a Parigi il Convegno (o Colloquio) Lippmann, dal nome dell’americano Walter Lippmann, liberale e autore del celebre L’opinione pubblica e di La giusta società. Convegno che voleva gettare le basi per la nascita del neoliberalismo (o per la rifondazione del liberalismo), facendo incontrare – pur nelle loro differenze e conflitti – il modello neoliberista austro-statunitense (da von Hayek a von Mises a Milton Friedman e la Scuola di Chicago) e quello ordoliberale prima tedesco (da Röpke a von Rüstow, da Erhard a Eucken e altri) e poi europeo (da Einaudi a Monti e Draghi, ai Trattati Ue).

Tuttavia, ciò che chiamiamo neoliberalismo è in realtà sia un’evoluzione (o meglio: una involuzione) del primo liberalismo, sia (e soprattutto) un suo potenziamento finalizzato alla conquista dell’egemonia politica e antropologica (oltre che del dominio). Pianificata mediante la costruzione di un uomo nuovo neoliberale e capitalista, il neoliberalismo così spingendosi – secondo Massimo De Carolis – “a immaginare un meccanismo di civilizzazione davvero alternativo a quello di Hobbes, che non si concepisse più come una negazione dello stato di natura [la guerra di tutti contro tutti, superata con il contratto sociale] ma, all’opposto come un suo progressivo governo dall’interno”[ii], cioè contrattualizzando socialmente questo stato di natura necessario alla competizione economica. Così facendo il neoliberalismo però nega di nuovo la libertà dell’individuo e lo assoggetta, ma in nome della libertà – come scrive Byung-Chul Han[iii] – alle norme e alle forme di organizzazione e di funzionamento del mercato. Perché, come ha evidenziato Michel Foucault in Sorvegliare e punire, già il XVIII secolo ha inventato la libertà ma anche la società disciplinare – che serviva al capitalismo per organizzare il lavoro e creare l’uomo nuovo adatto alla rivoluzione industriale.

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Published: 30 June 2018
Created: 30 June 2018
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inchiesta

La fine della gioventù

Come la precarietà del lavoro sta cambiando il mondo

di Paolo Botta

generazioniNegli ultimi decenni il nostro paese, come del resto tutti i paesi della UE, ha posto in essere significativi cambiamenti nelle politiche economiche e sociali che avevano caratterizzato la fase successiva alla seconda guerra mondiale. Ciò ha determinato un consistente riassetto dello status di tutti i principali attori in campo, anche se le trasformazioni più evidenti hanno riguardato l’universo giovanile. In questa nota mi soffermerò su questo segmento di popolazione, cercando di evidenziare i principali mutamenti che lo hanno caratterizzato nel tempo.

 

Come nacque la gioventù

Una volta, in tempi molto lontani, il genere umano si distingueva poco al suo interno rispetto all’età anagrafica. Forse la distinzione più evidente era tra l’infanzia e l’età matura perché presto si assumevano ruoli adulti, che si mantenevano per tutta la vita. La vecchiaia avanzata era il tempo della saggezza e della riflessione e durava poco.

Poi venne la società industriale, ma poco cambiò perché quando si era ancora poco più che bambini si era catapultati in ruoli adulti: gli infanti erano costretti a svolgere lavori faticosi e massacranti più dei padri. In questa situazione non si aveva il tempo di essere quello che oggi chiamiamo comunemente giovane, perché subito si diventava adulti e poi vecchi senza soluzione di continuità.

Ad un certo punto, però, qualcosa cambia. Lo sviluppo della società industriale rende necessario richiedere ad un numero crescente di persone una qualche presenza nella scuola. In passato solo pochissimi eletti potevano intrattenersi per periodi più o meno lunghi negli studi prima di entrare nel mondo del lavoro.

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Published: 29 June 2018
Created: 29 June 2018
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cominfo

Prospettive della UE, governo Conte e sovranità costituzionale

intervista a Vladimiro Giacchè

Pubblichiamo di seguito un’intervista a Vladimiro Giacchè, economista marxista, a cura di Francesco Valerio della Croce

Suzanne Valadon par Henri de Toulouse Lautrec1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione.

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Published: 29 June 2018
Created: 29 June 2018
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contropiano2

E’ morto Domenico Losurdo, filosofo e marxista

di Rete dei Comunisti - Stefano G. Azzarà*

Pubblichiamo qui il ricordo della Rete dei Comunisti e di Stefano G. Azzarà, che con Losurdo ha studiato e lavorato.

La morte dello studioso, del compagno Domenico Losurdo è una perdita che pesa. Particolarmente in una fase storica, come quella che viviamo, in cui le ragioni dell’alternativa, del riscatto sociale e della liberazione dal lavoro salariato sembrano offuscate e smarrite sotto il peso e la evidente pervasività dell’offensiva borghese.

36310250 10214312247254660 7971513886115364864 nLosurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.

Nei suoi scritti la spinta al mutamento ed alla necessità della rottura rivoluzionaria è sempre presente senza mai dimenticare la storia, l’epopea ma anche la necessità di un bilancio del movimento comunista internazionale e di alcuni suoi grandi interpreti che hanno segnato, in ogni caso, la nostra contemporaneità.

Enormi sono i suoi lavori editoriali e lo studio accumulato nei decenni, sia in Italia e sia in altri paesi. Non a caso Domenico Losurdo è stato apprezzato anche da chi, pur da posizioni teoriche distanti dal marxismo, riconosceva la qualità e la serietà del contributo ideale ed intellettuale di Domenico.

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Published: 29 June 2018
Created: 29 June 2018
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valigiablu

Intelligenza artificiale, filtri e contenuti sui social 

di Fabio Chiusi

“L’odio resterà. A sparire saranno i diritti e le libertà degli individui”

mobile phone 1087845 1920 990x510L’approvazione nelle scorse ore della contestata riforma europea sul copyright da parte del Comitato Affari Legali del Parlamento UE, se confermata in assemblea plenaria, segnerà una rivoluzione copernicana per la creazione e condivisione di contenuti in rete. Se fino a oggi le piattaforme digitali si presumevano non responsabili dei contenuti dei propri utenti, ed erano chiamate a rispondere solo in seguito a segnalazione di contenuti illeciti già pubblicati, da ora saranno costrette a intervenire prima ancora che vengano pubblicati.

I critici le chiamano censorship machines, macchine da censura. E hanno ragione: nel nome della tutela del diritto d’autore, si instaura un meccanismo per cui ogni contenuto deve passare il vaglio preventivo di una serie di algoritmi — opachi e ignoti al legislatore come all’opinione pubblica — il cui compito è creare una sorta di barriera all’ingresso alla rete. Se al check-point algoritmico si presenta per esempio un video che, in tutto o in parte, corrisponde a un contenuto protetto sulle liste fornite dai titolari del copyright, allora va bloccato prima ancora della pubblicazione.

Anche se la normativa europea non lo chiama così, si tratta in tutto e per tutto di un sistema di filtraggio. Idea pericolosa in sé, ma che lo diventa ancor più se si pensa che si tratta di un controllo a priori per nulla trasparente, dai contorni vaghi e senza che si comprenda di quali meccanismi di tutela e appello disponga chi si vede rimuovere, e automaticamente, contenuti perfettamente leciti.

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Published: 28 June 2018
Created: 28 June 2018
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sinistra

Considerazioni sul nesso fra teoria e politica nel marxismo italiano degli anni ’70 e ’80

di Eros Barone

marxismo italiano 02L’ortodossia non deve essere ricercata in questo o quello dei discepoli di Marx, in quella o questa tendenza legata a correnti estranee al marxismo, ma nel concetto che il marxismo basta a se stesso, contiene in sé tutti gli elementi fondamentali, non solo per costruire una totale concezione del mondo, una totale filosofia, ma per vivificare una totale organizzazione pratica della società, cioè per diventare una integrale, totale civiltà. […] Una teoria è rivoluzionaria in quanto è appunto elemento di separazione completa in due campi, in quanto è vertice inaccessibile agli avversari. Ritenere che il materialismo storico non sia una struttura di pensiero completamente autonoma significa in realtà non avere completamente tagliato i legami col vecchio mondo.
Antonio Gramsci1

1. Centralità del nesso fra teoria e politica

Le note che seguono mirano per un verso a puntualizzare il nesso tra teoria e politica, così come si è andato configurando in alcuni momenti decisivi dell'elaborazione marxista che hanno contrassegnato l’arco storico degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, e per un altro verso a indicare le condizioni per una possibile ricomposizione di tale nesso nella prospettiva della ripresa di un movimento di classe offensivo. La ricognizione del tema non può che svolgersi lungo i mobili confini, tra scienza e ideologia, di un campo di ricerca attraversato da una lotta specifica tra diverse ed opposte tendenze, espressione strutturale di un livello determinato della lotta di classe, la pratica teorica, a sua volta ‘sovradeterminato’, attraverso una peculiare combinazione di effetti, dagli altri livelli o istanze della totalità complessa costituita dall’insieme base-sovrastrutture-pratiche, cioè dai livelli corrispondenti alla pratica economica e alla pratica politica della lotta di classe.2

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Published: 28 June 2018
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operaieteoria

All’ordine del giorno: partito operaio

di Enzo Acerenza

ocinf 350x350La domanda che poniamo è in questi semplici termini. Siamo ancora operai che si riuniscono come venditori di forza lavoro e tentiamo di venderla al nostro padrone alle migliori condizioni o siamo operai che hanno imparato, per propria esperienza pratica, che il nostro orizzonte non può fermarsi a questa contrattazione: nella migliore delle ipotesi ci garantisce una misera vita normale e nelle peggiori ci colloca fra i milioni di uomini che non sanno come tirare avanti.

Se siamo ancora nella prima condizione basta trovare un sindacato capace di contrattare al meglio la vendita delle nostre braccia e se non c’è occorre costruirlo. Abbiamo delle organizzazioni sindacali completamente allineate alle necessità economiche del padrone, è lui che fa il prezzo, e lui che imposta le condizioni di utilizzo della merce che vendiamo. Quando parliamo di sindacati ci riferiamo ai confederali, questi hanno costruito la loro forza contrattuale sulla disponibilità a sottoscrivere qualunque patto servisse al padrone per garantirsi i profitti e, come qualsiasi commerciante, hanno sostenuto che se non c’è il compratore (il padrone) nessuno compra la merce che, inutilizzata, può andare solo in rovina. Dove cade tutto questo baraccone? Cade nel momento in cui pur avendo un compratore, pur dando completa disponibilità di utilizzo delle nostre braccia, pur accettando un prezzo basso, un salario da fame, il nostro bravo compratore non conosce limite, ci consuma fino all’osso, dove non può intensificare il rendimento orario prolunga la giornata lavorativa, riportando la sua lunghezza ai livelli di cento anni fa. Il consumo della forza lavoro spinto alle estreme conseguenze produce il fenomeno del suo consumo mortale. I morti sul lavoro non sono disgrazie, sono un prodotto specifico della massima spinta al rendimento che il padrone impone nelle sue fabbriche.

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Published: 28 June 2018
Created: 28 June 2018
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sollevazione2

Il trappolone (franco-tedesco)

di Leonardo Mazzei

L'ultima trovata: far decidere ai parlamenti di Berlino e Parigi la politica economica italiana. Non è uno scherzo, è la proposta Merkel-Macron. E poi qualcuno ci chiede perché insistiamo tanto sulla sovranità...

3ee9082be3924c663e5e6c604a5e6587A Berlino stan preparando una trappola. Ed a Parigi gli tengono bordone. Nel mirino - sai che novità! - l'Italia. Il terreno è stato arato fin dall'autunno scorso, con il famoso non-paper di tre paginette col quale Wolfgang Schäuble dette il suo addio all'Eurogruppo. Ora, dopo otto mesi, Angela Merkel proverà a tradurre in pratica le dritte del suo ex ministro. L'occasione sarà quella del vertice europeo della prossima settimana.

«L'ultima trappola di Schäuble in Europa», questo il titolo insolitamente allarmato dell'insospettabile Sole 24 Ore dell'11 ottobre 2017. Insospettabile pure l'autore, Alberto Quadrio Curzio, non esattamente un "populista". Il quale, descrivendo la proposta dell'ormai ex ministro delle Finanze tedesco, parlava già allora di: «un Fondo monetario come "sovrano rigorista"» e di una «minacciosa "gestione ordinata" dei titoli di Stato», concludendo seccamente che «la proposta è da respingere e non solo perché sarebbe micidiale per l’Italia».

Com'era immaginabile quella di Schäuble non era la mera esercitazione di un ministro in disarmo. Tant'è che adesso la cosa si fa seria. Ce ne parla stavolta un altro insospettabile, Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri l'altro. Il fatto è che l'informale non-paperdell'attuale presidente del Bundestag ha ora preso l'ufficialissima forma di una proposta firmata dal duo Merkel-Macron.

Ma se a ottobre l'establishment nostrano sembrava deciso a dire no, adesso invece tentenna. Lorsignori comprendono che il cappio franco-tedesco riguarda in qualche modo anche loro, ma l'alternativa è il dilagare del populismo, addirittura il licenziamento della tanto amata Merkel, che Dio non voglia!

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Published: 27 June 2018
Created: 27 June 2018
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la citta futura

Crisi della sinistra, ruolo dei comunisti e restaurazione neo-liberale

Marco Paciotti intervista Stefano G. Azzarà

e3D. Stefano, da anni ti troviamo in prima linea sul fronte ideologico della lotta di classe. Tra gli strumenti che metti a disposizione c’è una rivista, di cui sei fondatore e direttore scientifico: “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”. Un titolo che richiama i fondamenti stessi del marxismo che tra il popolo tutto, non solo quello che lavora solo con le mani, non gode di ottima salute. Da cosa nasce, dunque, l’esigenza di un’iniziativa così controcorrente e qual’è stata la reazione del mondo accademico italiano ed internazionale?

R. In prima linea mi pare troppo. Diciamo dal divano, visto che non faccio più militanza attiva dal 2009, quando sono stato espulso da Rifondazione Comunista…

Il marxismo come materialismo storico, che è una cosa ben diversa dall’economismo oltre il quale molti compagni non riescono ad andare, ha rappresentato un salto nell’evoluzione delle forme di coscienza dell’umanità che dobbiamo considerare irreversibile: come è accaduto dopo la rivoluzione scientifica copernicana, dopo il marxismo nulla può essere più come prima nell’analisi della realtà; chiunque pretenda di capire il mondo senza confrontarsi con esso, sia pure per contestarlo, difficilmente potrebbe essere preso sul serio. Questo vale anche in ambito accademico, dove coloro che vogliano studiare la società e le sue forme espressive non possono evitare, anche volendo, di utilizzare il concetto di classe sociale.

Il materialismo storico tuttavia non è soltanto uno strumentario scientifico ma ha anche una dimensione politica essenziale. In questo senso, per capire il suo stato di salute nella società e nell’accademia noi non possiamo che applicare autoriflessivamente il marxismo a se stesso.

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Published: 27 June 2018
Created: 27 June 2018
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sbilanciamoci

Macroeconomia, mezzo secolo di regresso

di Sergio Bruno

Nell’esegesi del libro di Francesco Saraceno “La scienza inutile”, i limiti di Keynes e alcuni errori che iniziano ad emergere anche tra gli studiosi di stampo neoclassico, dallo scarso peso al contesto di forti disuguaglianze alla sottovalutazione dei “prezzi ombra” di lavoro, beni e servizi

81S7R6oQVXLDi questi tempi, che piovono dal cielo dei governi, pesanti come chicchi di grandine, quasi solo atteggiamenti e decisioni densi di insipienza, mi vien da pensare come, nella prima metà del Novecento, vi sia stata una vera e propria rivoluzione copernicana nella comprensione dei fatti economici, con studiosi capaci di “vedere al di là del velo delle mere apparenze”, come accadde quando fu faticosamente superato il geocentrismo. Allo stesso tempo mi chiedo come negli ultimi cinquant’anni, invece, possa esservi stato in vaste parti della teoria economica un regresso cognitivo altrettanto sorprendente. Ed è interessante pure come tutto ciò, rivoluzione e controrivoluzione, abbia avuto riflessi importanti sulla cultura espressa dalla sfera politica e da quella della comunicazione influente.

La prima rivoluzione mi sembra tanto ovvia quanto ampiamente sottovalutata e per certi versi non pienamente compresa, quanto meno se si pensa che chi conosce bene i rivoluzionari della prima ora in macroeconomia – Robertson, Keynes, Hansen, Lerner- potrebbe fare fatica a vedere la parentela che questi studiosi hanno con quelli, da Pigou a Coase, che hanno posto con grande anticipo le premesse per una critica radicale all’efficienza dei mercati, evidenziando addirittura come il sistema dei prezzi espresso dal libero agire del mercato sia un pessimo indicatore di valori relativi, e quindi fonte di distorsioni sistematiche nell’uso delle risorse.

Molto più arduo per me, e penso per molti, cominciare ad intravvedere le ragioni dell’emergere e del consolidarsi impasticciato della controrivoluzione; ragioni, ben inteso, che vadano oltre all’ovvio intreccio tra il fascino ideologico del mercato e lo strapotere degli interessi a questo fattualmente legati. Tra questi non mi astengo dal segnalare la opulenta circolazione di studiosi tra organizzazioni che si occupano di banche e moneta a livello internazionale e tra tali organizzazioni e l’accademia.

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Published: 27 June 2018
Created: 27 June 2018
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paginauno

Un hobby a cottimo

di Collettivo Clash City Workers

food delivery ft evidenza 2 800x497I raiders da dizionario sono i membri di un commando che agisco veloci nell'assalto, che, insomma, fanno raid. Nelle nostre città: compatti, all'assalto del mercato del food delivery.

I fattorini li conoscono tutti, consegnano di tutto e lavorano per qualcuno di preciso, qualunque mezzo di trasporto usino; i raiders, invece, sono una specie strana, dicono vadano solo in bici perché gli piace e che lavorino per sé. La definizione militaresca li colloca su un altro pianeta fatto di avventura, dedizione, desiderio di conquista, ma la realtà è un'altra.

I riders sono coloro che lavorano per piattaforme come Just Eat, Delive roo, Glovo, Sgnam, Food Pony, Foodora, My Menu consegnando, principalmente in bicicletta, il cibo a domicilio. Anche in Italia i raiders hanno iniziato a organizzarsi come veri lavoratori, anche se le politiche aziendali sono basate sulla tesi che chi lavora nelle consegne tramite app e algoritmi sia nulla più che un 'collaboratore' autonomo, quasi un imprenditore. Nel febbraio scorso il primo sciopero nel bolognese ha bloccato le piattaforme per due ore e costretto alcune compagnie a sospendere il servizio, prima a tratti e poi definitivamente per l'intero turno serale. L'organizzazione è dunque arrivata anche in una media città, dopo che in quelle più metropolitane il percorso di organizzazione è partito da tempo con mobilitazioni significative a Milano e Torino, e qualcosa inizia a muoversi anche a Roma. Man mano che il servizio si estende si estendono anche le mobilitazioni di lavoratrici e lavoratori, anche se si parte da uno squilibrio di potere fortissimo.

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Published: 26 June 2018
Created: 26 June 2018
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politicaecon

"Chi non rispetta le regole" a Roma

di Sergio Cesaratto

Pubblichiamo la traccia della mia presentazione del libro a Roma in una splendida cornice. Grazie all'amico Alberto e ad Asimmetrie. Splendidi i/le ragazz* di L'intellettuale dissidente. A breve il video a cura di ByoBlu, grazie anche a loro

CenciIl libro nasce da una conferenza a Friburgo, la patria dell’ordo-liberismo tedesco, in cui cercavo di spiegare agli amici tedeschi che le responsabilità del mancato funzionamento dell’euro, almeno dal nostro punto di vista, non erano imputabili solo all’Italia, ma forse soprattutto alla Germania. In un certo senso questa è un’affermazione contraddittoria, in quanto l’euro gli italiani se lo sono cercato e hanno aiutato attivamente a disegnarlo. L’euro è il culmine, a ben vedere, del nuovo regime di politica monetaria ispirato e impostato da esponenti come Andreatta e la sua corte bolognese (Prodi, Onofri, Basevi fino a Enrico Letta), con il contributo fattivo della Banca d’Italia post-Baffi e della crescente influenza bocconiana. Cos’è questo nuovo regime?

Nel libro prendo le mosse un pochino indietro, dal fallimento dell’Italia del miracolo economico nell’incontrare le esigenze di giustizia distributiva e di modernizzazione del Paese. Il tentativo riformista agli inizi degli anni sessanta ci fu, ma fallì presto. Già nel 1963 si udì il “tintinnio di sciabole”, e le prime lotte operaie furono stroncate con la stretta creditizia. Il conflitto riesplose negli anni settanta governato in un qualche modo dal modello inflazione/svalutazione e dall’espansione della spesa pubblica con il livello del debito tenuto sotto controllo da tassi di interesse reali negativi. La stabilità dei prezzi fu simbolo e vittima di un irrisolto conflitto distributivo.

Attraverso lo SME e poi col divorzio (il ben noto colpo di Stato bianco di Andreatta e Ciampi), il nuovo regime intese porre disciplina al sistema. Il modello degli anni ottanta fu però contraddittorio: il combinato disposto della perdita di competitività esterna e del sostegno alla domanda interna da parte di governi che avevano ancora in mente la crescita, e gli elevati tassi che ne conseguirono, fece due vittime, in parte sovrapposte: il debito pubblico e il debito estero.

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Published: 26 June 2018
Created: 26 June 2018
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pierluigifagan

There is no alternative?

di Pierluigi Fagan

51YabGja3kL. SR600315 PIWhiteStripBottomLeft035 SCLZZZZZZZ L’argomento che qui trattiamo è la tesi sostenuta dall’economista e storico americano Robert J. Gordon, nel suo celebre “The Rise and Fall of American Growth” (Princeton University Press, 2016), beneficiato di non so quanti premi editoriali, critiche molto rispettose e giudizi altrettanto ossequianti da parte di K. S. Rogoff e di L. Summers, nonché da premi Nobel quali R. Solow, G.Akerlof e P. Krugman di cui alleghiamo qui una recensione tradotta in italiano. Ammettiamo di non aver letto le 784 pagine dell’originale che pare siano assolutamente godibili per le parti descrittive delle reali condizioni di vita prese con narrativa concreta e circostanziata, tanto quanto per le molte tabelle, indici, statistiche molte delle quali confezionate proprio dall’Autore a supporto della sua inedita tesi. Ci siamo riferiti ad un companion book che ne riassume le tesi (una sorta di Bignami, se ci è consentita l’analogia) ed ai molti articoli su di lui scritti, nonché alle sue conferenze, le TED (qui) ma anche la più estesa conferenza alla LSE di un’ora e mezza (qui). Alle tesi del professore della Northwestern, per quanto inedite e fuori del coro, a chi scrive, non risulta siano state opposte obiezioni forti. Certo poiché la tesi portano ad un certo pessimismo per il futuro ed essendo il futuro impredicibile in via di principio, si può apprezzare la sua ricostruzione storica e poi mantenere out look più ottimisti, ma più che certezze predittive, l’opera di Gordon è secondo noi apprezzabile in senso storico ed in quanto materializzatrice di quel fenomeno che chiamiamo economia, soprattutto per il mondo occidentale e soprattutto ora che la crescita orientale sembra mostrare fenomeni di “grande convergenza” con quella occidentale come abbiamo segnalato già qui.

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  1. Domenico Mario Nuti: L’utopia dell’Equilibrio Economico Generale
  2. Gilles Dauvé: Quando muoiono le insurrezioni
  3. Giulio Palermo: Reddito di cittadinanza: una critica marxista
  4. Fulvio Grimaldi: Atene, le voci dei leader della Resistenza greca
  5. Tomaso Montanari: Il discorso del re
  6. Maria Turchetto: Leggere L'accumulazione del capitale
  7. Giovanni Dall'Orto: “Aiutiamoci a casa nostra”. Migranti, ipocrisie e contraddizioni
  8. Giovanna Cracco: Governo vs Unione europea
  9. Salvatore Perri: Mezzogiorno senza reddito e senza cittadinanza
  10. Leonardo Mazzei: Si può uscire dall'euro: ecco come
  11. Massimo Filippi: Profanazioni del potere
  12. Angelo Zaccaria: Venezuela e post-democrazia autoritaria
  13. Salvatore Prinzi: Il nostro, giovane, Marx
  14. Alessandro Visalli: Frammenti: circa piccole polemiche sulle lettere di Marx (1870)
  15. Marco Calabria: Il mondo altro in movimento
  16. Moreno Pasquinelli: La fatwa di Giorgio Cremaschi
  17. Adriano Cozzolino: La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale
  18. Antithesis: Sull'ecologia del capitalismo
  19. Marco Palazzotto: Una crisi, tante teorie
  20. Il Pedante: Il Ministero della Verità
  21. Alessio Lo Giudice: Pensare la politica nel tempo del disordine
  22. Sergio Cesaratto: Impressioni da Berlino
  23. Italo Nobile: Marx, il liberoscambismo ed alcune interpretazioni
  24. InfoAut: Otto tesi sulla Turistificazione
  25. Focus. Caso Aquarius: che fare ora?

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