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inchiesta

La fine della gioventù

Come la precarietà del lavoro sta cambiando il mondo

di Paolo Botta

generazioniNegli ultimi decenni il nostro paese, come del resto tutti i paesi della UE, ha posto in essere significativi cambiamenti nelle politiche economiche e sociali che avevano caratterizzato la fase successiva alla seconda guerra mondiale. Ciò ha determinato un consistente riassetto dello status di tutti i principali attori in campo, anche se le trasformazioni più evidenti hanno riguardato l’universo giovanile. In questa nota mi soffermerò su questo segmento di popolazione, cercando di evidenziare i principali mutamenti che lo hanno caratterizzato nel tempo.

 

Come nacque la gioventù

Una volta, in tempi molto lontani, il genere umano si distingueva poco al suo interno rispetto all’età anagrafica. Forse la distinzione più evidente era tra l’infanzia e l’età matura perché presto si assumevano ruoli adulti, che si mantenevano per tutta la vita. La vecchiaia avanzata era il tempo della saggezza e della riflessione e durava poco.

Poi venne la società industriale, ma poco cambiò perché quando si era ancora poco più che bambini si era catapultati in ruoli adulti: gli infanti erano costretti a svolgere lavori faticosi e massacranti più dei padri. In questa situazione non si aveva il tempo di essere quello che oggi chiamiamo comunemente giovane, perché subito si diventava adulti e poi vecchi senza soluzione di continuità.

Ad un certo punto, però, qualcosa cambia. Lo sviluppo della società industriale rende necessario richiedere ad un numero crescente di persone una qualche presenza nella scuola. In passato solo pochissimi eletti potevano intrattenersi per periodi più o meno lunghi negli studi prima di entrare nel mondo del lavoro.

Si trattava di una parte modesta delle classi superiori che utilizzavano precettori o scuole di alta formazione. Per la stragrande maggioranza della popolazione l’ignoranza regnava sovrana. Ma, come dicevo, qualcosa cambia e, gradualmente, si diffonde tra la popolazione l’abitudine ad andare a scuola ed a rimanervi. I motivi sono molteplici e non è possibile richiamarli qui in maniera sistematica. Ma forse tutti possono essere ricondotti ai cambiamenti produttivi avvenuti che hanno richiesto un minimo di competenze di base e in particolare capacità relazionali. La scuola rappresenta un luogo privilegiato per abituare le persone a distaccarsi dalla mera praticità operativa della vita quotidiana e per acquisire il linguaggio necessario per comunicare in contesti in cui si richiede collaborazione e dialogo. Esattamente il contrario di quanto accadeva nella società contadina del passato in cui, ad esempio, i contadini erano sostanzialmente isolati nei campi e vivevano poco in contesti sociali allargati che non fossero la famiglia. A fatica si riusciva a conciliare il lavoro infantile con la scuola e ciò era vero anche per l’istruzione di base.

Il processo di scolarizzazione è stato lento e graduale fino ad un certo punto, per poi esplodere negli anni più recenti. Si è partiti da una frequentazione, all’inizio parziale poi sempre più completa, della sola scuola elementare, per poi passare gradatamente anche a quella media e per raggiungere in tempi recenti quella superiore e accademica. Basti pensare che in Italia ancora la generazione dei nati nei primi dieci anni del secolo scorso in gran parte non raggiungeva il completamento della scuola elementare e arrivare alle terza o quarta classe già rappresentava un ottimo traguardo. Ora abbiamo da poco raggiunto addirittura un’altissima frequenza delle scuole superiori e perfino gli studi accademici iniziano a diffondersi, sebbene con intensità differente nei diversi paesi. La svolta più significativa si è verificata allorquando la frequentazione della scuola media superiore, e in parte dell’università, è diventata una caratteristica di un considerevole numero di persone, certo non tutti quelli appartenenti ad una leva anagrafica, ma indubbiamente un numero consistente.

Cosa succede a questo punto? Nasce un nuovo e ampio gruppo sociale, quello degli studenti, che pur trovandosi in situazioni differenziate sono accomunati dal fatto di essere impegnati per molti anni negli studi, ossia in una condizione inedita rispetto al passato sia per quanto riguarda la diffusione nella popolazione sia per la durata rispetto al ciclo di vita. Gli studenti esistevano certo anche in un lontano passato, ma si trattava di poche persone, appartenenti a ceti o classi medio-alte, che per un periodo relativamente breve della loro vita erano impegnate negli studi. Ad un certo punto la situazione cambia radicalmente: un numero consistente di persone si trattengono negli edifici scolastici per periodi sempre più lunghi. Nasce un nuovo gruppo sociale che è costituito da persone che appartengono ad una fascia di età che oggi definiremmo giovanile: grosso modo dall’infanzia fino a oltre i 20 anni, anche se in tempi più vicini a noi, come si sa, i percorsi accademici più lunghi e le difficoltà per molti ragazzi di completarli nei tempi prestabiliti, oltre che il tardivo inserimento lavorativo, hanno ampliato sempre di più questa fascia di età fino ai 30 anni circa.

Questo nuovo gruppo sociale ha rappresentato una novità storica di indiscutibile importanza e su di esso iniziano gradatamente a convergere gli interessi dei soggetti sociali e dell’industria dei consumi. Si tratta infatti di persone che, avendo come primario impegno quello di studiare, spesso hanno molto tempo libero non solo per acquisire molti consumi ma anche per svolgere attività ricreative e/o culturali. Il fatto di non aver ancora assunto ruoli adulti impegnativi sia nel lavoro sia nella gestione della famiglia rende gli studenti, rispetto agli altri coetanei che hanno iniziato a lavorare prima, più spensierati, ma anche più entusiasti e caricati emotivamente.

Man mano che questo processo va avanti il bombardamento consumistico e poi mediatico rivolto a costoro si allarga e gradatamente riguarda anche i ragazzi che studenti non sono, o non lo sono più. Ad esempio, la cinematografia con al centro i giovani può riguardare anche non studenti, così come gli stessi consumi iniziano ad avere una valenza di carattere generale e ad interessare piano piano tutti coloro che fanno parte di una leva demografica. Del resto l’esperienza formativa in qualche modo coinvolge tutte le persone, anche se la durata varia molto a seconda dello status di appartenenza e delle attitudini individuali. Tutti passano per un’esperienza scolastica, ma alcuni abbandonano gli studi presto immettendosi sul mercato del lavoro, altri restano nel sistema formativo per periodi più o meno lunghi. Ma tutti sono da considerare giovani, perché non esiste una vera soluzione di continuità nel passaggio dalla scuola al lavoro (o alla disoccupazione) poiché il sistema culturale degli studenti e di coloro che non lo sono più tende ad uniformarsi, soprattutto a livello di costumi e di modi di vita pratica. In conclusione la scolarizzazione di massa con il tempo tende a trasformare la condizione studentesca in condizione giovanile, e questa rappresenta una specificità importante nel contesto sociale contemporaneo.

 

La separazione tra le diverse età della vita

La nascita della gioventù sancisce la separazione tra le diverse età della vita: da un lato la gioventù, dall’altra l’adultità e la vecchiaia, a loro volta distinguibili in segmenti particolari, come i giovani adulti e quelli maturi, gli anziani e i veri e propri vecchi. Questi segmenti rappresentano non solo differenze biologiche, ma anche e soprattutto sociali e culturali.

Il mondo si suddivide secondo l’età, ma non perchè cessino di esistere le differenze sociali o culturali o di genere. In realtà queste permangono, ma nell’immaginario collettivo iniziano a ridursi. Si incomincia a pensare che le fasi della vita siano determinanti ed essenziali per capire i diversi fattori che compongono la natura umana. L’adolescenza è l’età dei tormenti e dell’insicurezza, la gioventù è un lungo tirocinio verso la vita adulta, durante il quale si impara, si studia, ci si prepara al lavoro, ci si diverte, si fanno le prime esperienze, ecc. L’adultità è l’età della maturità durante la quale si lavora, si mette su una famiglia, si diventa genitori ed educatori dei propri figli, a cui si trasmette il proprio sapere. L’anzianità e la vecchiaia sono le fasi in cui si tramonta e si cede il posto ai più giovani nel lavoro e nella vita. Queste fasi ci sono sempre state, ma in epoca pre-industriale apparivano poco nettamente separate, soprattutto quelle di mezzo, perchè non esistevano ruoli così definiti e così netti mentre invece al contrario esisteva una promiscuità intergenerazionale che livellava, riducendo le differenze. I bimbi erano subito adulti e i vecchi, che erano pochi, stavano sempre con i giovani.

In epoca moderna la razionalizzazione del lavoro e della vita determinano una netta separazione dei ruoli e ciò ha un riflesso a livello di età sia nel lavoro sia nella vita: le maggiori responsabilità riguardano i meno giovani, mentre i ragazzi si trovano in una più o meno lunga dimensione di apprendimento che li prepara all’adultità.

 

Un’eterna gioventù?

La nascita della gioventù porta con sé la definizione delle altre età nel contesto della razionalizzazione tipica del modello economico capitalistico. Ma a un certo punto il modello dell’equilibrio tra le età si blocca e inizia una nuova fase, ancora in corso, in cui si assiste ad un nuovo rimescolamento tra le età. Perché avviene tutto ciò? In passato ad un certo punto i giovani erano inseriti nel mondo degli adulti e ciò avveniva dopo la fine della scuola e l’ingresso, a diverse età, nel mondo del lavoro. A ciò seguiva l’acquisizione di una propria famiglia, il trasferimento in una casa diversa da quella paterna e poi la nascita dei figli.

Questo meccanismo si è inceppato. I giovani, non riuscendo a trovare lavoro o trovando occupazioni precarie e spesso senza futuro, sono costretti a restare eternamente nella condizione di instabilità che caratterizza la loro condizione. Non studiano più, non lavorano o lavorano precariamente, a volte non sono neanche disoccupati pur essendo già usciti dalla scuola, come è il caso dei così detti NEET (Not in Education, Employment or Training), non pensano neppure lontanamente a farsi una famiglia, a sposarsi, ad avere dei figli. Non si tratta ormai più di una condizione transitoria, ma stabile perché spesso queste persone raggiungono i 40 e perfino i 50 anni di età. Di conseguenza la razionalizzazione per età di cui abbiamo parlato precedentemente incomincia a non reggere più.

Se infatti la gioventù è ormai una condizione quasi perenne, non ha più senso parlare né di gioventù né di adultità nè forse neppure di anzianità. Da un punto di vista meramente socio-culturale questa situazione potrebbe apparire anche interessante perché potrebbe opportunamente preludere ad una maggiore promiscuità tra gli uomini con occasioni maggiori di scambio e di arricchimento inter-generazionali. Ma purtroppo così non è. E per un motivo molto semplice: i giovani restano per sempre nella tradizionale condizione giovanile di instabilità senza assumere ruoli adulti. Ma purtroppo non restano tali permanendo nello studio o in una perenne dimensione ludica, bensì in una situazione di precarietà1 che impedisce loro, almeno nella maggior parte dei casi, di assumere ruoli da adulti, perché relegati in attività marginali che non danno sbocchi per il futuro. Questa pessima flessibilità si è ormai ampiamente realizzata, mostrando un volto drammatico che non dà speranza ad alcuno (o solo a pochi)2. Sprecare energie e tempo diventa la norma in un mondo di cronica instabilità. Difficile farsi una famiglia, comprare una casa, far crescere dei figli.

Certo, ormai molti precari si sforzano di rompere questo circuito perverso, sposandosi lo stesso, facendo anche figli. E questo è un nuovo interessante fenomeno che esprime la grande capacità di adattamento degli esseri umani. Ma in condizioni difficili: sono ancora dipendenti dai genitori, nelle cui abitazioni restano, non potendosi permettere né una casa in proprietà per la preclusione ad avere o a permettersi un mutuo, né in affitto per i costi elevati. In altri termini molti giovani cercano disperatamente di diventare adulti, ma in una situazione di sostanziale subordinazione, con modesti vantaggi dal punto di vista del rapporto intergenerazionale.

Negli anni passati si tendeva a collegare il tema dei giovani a quello delle così dette transizioni verso ruoli adulti. Una volta, quando la gioventù esisteva nella sua pienezza, c’era nella vita una sola transizione importante: quella dalla scuola al lavoro. E ciò avveniva nella maggior parte dei casi una sola volta, anche se si verificava sempre più tardi, diciamo intorno ai 30 anni o poco più. Ora questa unica e definitiva transizione tende a non esservi più perché la fase di inserimento nel lavoro si allunga fino a rappresentare non più un breve percorso prima di aver trovato il lavoro definitivo, ma un tempo lunghissimo della vita. Si potrebbe parlare di più transizioni invece di una che chiude la giovinezza, ma invece si tratta di tante transizioni verso altre collocazioni precarie, assai spesso verso il nulla. Infatti, molte piccole transizioni alimentano l’esistenza di una situazione perenne di instabilità che non caratterizza più solo la gioventù ma anche una gran parte dell’età adulta. Tutto ciò sconvolge la separazione in fasce di età che aveva caratterizzato il periodo precedente.

Tante transizioni in una vita pongono fine alla gioventù in quanto tale, ossia nella sua definizione classica di instabilità, certo, ma temporanea, poiché ora si rimane sempre giovani, ossia instabili e precari, senza mai diventare autonomi.

D’altra parte, la molteplicità delle transizioni ridimensiona anche l’adultità perché si diventa adulti solo biologicamente senza esserlo anche e contestualmente a livello socio-culturale. Di conseguenza anche l’età anziana e la vecchiaia assumono connotazioni diverse rispetto al passato, perché il numero relativo e assoluto dei più vecchi cresce sempre di più, sconvolgendo gli equilibri demografici del passato.

 

Fine della gioventù e promiscuità tra le generazioni

La gioventù per essere tale, con la sua caratteristica di fase della vita dedicata all’apprendimento ed alla crescita, deve avere una durata breve e definita: ad un certo punto deve finire. Le transizioni verso il nulla, ossia tra un lavoro precario e l’altro, dovrebbero essere sostituite da un’unica transizione, quella dalla scuola al lavoro, anche se ciò non dovrà ovviamente escludere apprendimenti ed esperienze formative in tutto il corso della vita. Fin quando ciò non accadrà si assisterà ad un lento declino della gioventù come l’abbiamo definita, con conseguenze drammatiche a tutti i livelli del vivere civile (società, cultura, educazione, ecc.). E in sostanza alla sua fine. Infatti, appare moribonda quella che in epoca moderna è stata definita condizione giovanile, perché i classici fattori che la caratterizzavano storicamente (studio e formazione, la vita in famiglia e negli appartamenti dei genitori, l’inattività o la ricerca del lavoro) stanno gradualmente interessando sempre di più tutte le età (si pensi alla frenetica e assurda uscita/entrata nel mondo del lavoro e della formazione al posto del vecchio lavoro a vita, e ciò può accadere a tutte le età della vita), determinando un oggettivo rimescolamento intergenerazionale.

I mutamenti appena delineati sono talmente significativi e consistenti da determinare l’esigenza di una nuova configurazione del concetto di generazione e di un diverso rapporto tra generazioni. Si potrebbe alternativamente affermare che i giovani, non occupando più ruoli adulti per effetto della loro marginalità dal lavoro (disoccupazione) e della loro precarietà lavorativa (bassi salari, poche o scarse garanzie, impossibilità di fare un mutuo per una casa, di lasciare la famiglia di origine, e quindi di sposarsi, ecc.), restano tali per gran parte della vita, ossia anche allorquando biologicamente non sono più tali, prefigurando la costituzione di nuove figure sociali in cui non solo si assiste ad una frantumazione della vecchia stratificazione ma anche ad un appiattimento (forse sarebbe meglio parlare di identificazione) tra generazioni in relazione a ruoli giovanili che vanno morendo, e ruoli adulti che sono sempre più un miraggio.

La gioventù come categoria sociale autonoma sta terminando, e si sta trasformando in un’eterna gioventù che non ha più il carattere fondamentale della temporaneità ed è invece prevalentemente culturale (non più biologico), o se vogliamo in un’infinita adultità, ma priva dei suoi caratteri di fondo (lavoro stabile, famiglia, figli, casa).

Questo rimescolamento non è ancora esplicito perché le vecchie generazioni con i loro ruoli definiti e garantiti sono ancora sulla scena, ma apparirà in tutta la sua evidenza nei prossimi anni, allorquando gli anziani avranno lasciato del tutto il mondo del lavoro e tutta la popolazione mostrerà inesorabilmente i caratteri della precarietà, anche nel privato, con la mancanza di posizioni affettive solide (non ci si sposa più e si fanno sempre meno figli e tardivamente, trionfano rapporti tra i sessi effimeri e occasionali, spesso di tipo meramente consumistico, ecc.), e con un individualismo frammentario e disperato. A quel punto l’attuale disparità generazionale, che ancora esiste tra vecchi che sono più garantiti e giovani in via di precarizzazione, in tempi relativamente brevi si trasformerà nell’assenza di una significativa distinzione tra generazioni, in un magma sociale indistinto di gruppi sociali subordinati in cui conterà solo la collocazione individuale a prescindere dall’età.

A livello macrosociologico ciò condurrà, ma il processo è abbondantemente già in atto, all’estinzione della stratificazione sociale a rombo che aveva caratterizzato il sistema fordista/keynesiano (ridotta struttura piramidale e crescita considerevole dei ceti medi), a vantaggio di una stratificazione fortemente piramidale in cui la base si fa ampissima (fino a toccare secondo alcuni addirittura il 99% della popolazione) e il vertice sempre più ristretto (interessando secondo molti solo l’1% della popolazione).

Mentre il potere economico e politico, che nel modello fordista e keynesiano appariva più distribuito (tendenzialmente pluralista) a livello sociale, sarà sempre più concentrato in un’élite dominante poco reattiva alle esigenze della società.

Questa “grande trasformazione” ha e avrà sempre di più conseguenze importanti su ogni aspetto della vita sociale, ma colpirà soprattutto il modo in cui abbiamo concepito i processi educativi e relativi alla trasmissione dei saperi e della cultura dei padri e a vantaggio di un mondo fortemente individualizzato in cui la società come fatto collettivo non esisterà più, e così la sua storia, la sua civiltà. Ci troviamo e ci troveremo sempre di più in una sorta di eterno presente in cui tutto si ripete stancamente, assumendo la forma di routine senza identità, senza tradizione.

Il processo, benché non ancora compiuto, è abbondantemente in atto. Gli attuali riti consumistici dei giovani – come: gli aperitivi, i cibi alternativi, i viaggi in economia, le birrette, la vita notturna, ecc. – prefigurano un mondo a-storicizzato in cui non esiste passato, ma neppure il presente che scorre via in cerimonie che non si configurano come anticipo del futuro ma come un momento senza tempo in cui non esiste evoluzione, non esiste autorealizzazione, non esiste cultura, in breve non esiste la vita.

 

Riassumendo

La gioventù non è sempre esistita come categoria sociale. La sua nascita, in epoca moderna, determinò una netta separazione della popolazione in base all’età. Fin quando la condizione giovanile fu in qualche modo rappresentata in base ad un’età precisa, anche se in continuo innalzamento (fino ai 30 anni circa), i giovani rappresentavano quel segmento di popolazione instabile che si preparava a ruoli adulti senza averli ancora, ma che poi prima o poi avrebbe avuto. E ciò accadeva sia nel lavoro sia nella vita privata (avere un lavoro, sposarsi, lasciare la casa paterna erano avvenimenti più o meno contemporanei). Contestualmente anche le altre classi di età avevano una condizione ben definita e un peso demografico abbastanza stabile. L’adultità era quella dei ruoli maturi, la vecchiaia quella del ritiro dal lavoro e della saggezza.

Negli ultimi tempi qualcosa cambia. La forte diffusione della disoccupazione e del lavoro precario nel mondo giovanile, determinata dalle politiche liberiste implementate a partire dalla seconda metà degli anni ‘70, ha fatto saltare l’equilibrio precedente, poiché si entra (se si entra) nel mondo degli adulti sempre più tardi, comprimendo significativamente la lunghezza della fase della vita in cui si assumono ruoli adulti e quindi in qualche modo appiattendo i giovani sugli adulti e viceversa. D’altra parte, i giovani non sono più da considerare in senso stretto tali perché la loro condizione non ha più un termine definito: si diventa adulti quasi quando si è ormai diventati anziani. D’altra parte, i vecchi sono tali per periodi lunghissimi e assumono su di loro molti dei ruoli che un tempo erano degli adulti. Insomma si verifica un drammatico rimescolamento che è alla base delle difficoltà di oggi soprattutto per effetto del fatto che va in crisi la trasmissione dei saperi e dei ruoli tipica di una società ordinata per classi di età più rigide.

Di conseguenza la gioventù, intesa nell’accezione classica di condizione instabile ma temporanea, come categoria sociale sta terminando e si sta trasformando in un’eterna nuova gioventù, che è ormai prevalentemente culturale, fondandosi prevalentemente sulla cultura del “giovanilismo” più che su aspetti biologici, o se vogliamo in una infinita nuova adultità, ma purtroppo priva dei suoi caratteri di fondo: lavoro stabile, famiglia, figli, casa.

Grossi cambiamenti stanno caratterizzando le nostre povere società occidentali, non solo l’Italia. Ma non si tratta di qualcosa che porta gioia e nuove prospettive. Si tratta di pura deprivazione senza alternative.

La drammaticità insita nella natura umana non riceve alcun vantaggio da un individualismo innaturale senza tempo, senza storia. La tradizione, certo, non è immutabile ma andrebbe liberamente (ossia senza imposizioni violente) rielaborata da ogni generazione nel rispetto dei suoi parametri di fondo e nell’ottica di un miglioramento (non di un peggioramento come purtroppo è accaduto in passato) che sia diretto al bene dei nostri figli e della nostra specie. Il cambiamento in corso non va in questa direzione. Distrugge senza rielaborare o ricostruire. Ma ciò che è più drammatico è che isola ciascuno di noi dall’insieme di cui facciamo parte, quell’insieme che rappresenta la nostra vera natura, che non può prescindere dal passato per andare verso il futuro. Senza consapevolezza della nostra storia saremo solo individui biologici che vivono solo per consumare cose per lo più inutili sulla base di bisogni indotti.

I giovani sono l’avanguardia di questo processo. Sono i nostri figli a cui è toccato, senza volerlo e forse senza saperlo, l’ingrato compito di aprire la strada ad un mondo in cui conta solo il presente (un presente consumistico), sempre uguale a sé stesso, immutabile, privo di passato (la storia, la cultura, la tradizione) ma anche di futuro, a cui oggi non si può pensare come a un cambiamento costruttivo, se mancano prospettive di vita solide, che invece dovrebbero caratterizzare la nostra esistenza.


Note
1 Sulle diverse tipologie di flessibilità nel mondo giovanile, rinvio a: P. Botta, Valori e flessibilità nell’esperienza lavorativa dei giovani, in “Il Mulino”, n.4, 1998.
2 Su questi temi non possiamo non ricordare le memorabili pagine di Richard Sennett (L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano 1999) e di Luciano Gallino (Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Bari 2009).
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