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"Chi non rispetta le regole" a Roma

di Sergio Cesaratto

Pubblichiamo la traccia della mia presentazione del libro a Roma in una splendida cornice. Grazie all'amico Alberto e ad Asimmetrie. Splendidi i/le ragazz* di L'intellettuale dissidente. A breve il video a cura di ByoBlu, grazie anche a loro

CenciIl libro nasce da una conferenza a Friburgo, la patria dell’ordo-liberismo tedesco, in cui cercavo di spiegare agli amici tedeschi che le responsabilità del mancato funzionamento dell’euro, almeno dal nostro punto di vista, non erano imputabili solo all’Italia, ma forse soprattutto alla Germania. In un certo senso questa è un’affermazione contraddittoria, in quanto l’euro gli italiani se lo sono cercato e hanno aiutato attivamente a disegnarlo. L’euro è il culmine, a ben vedere, del nuovo regime di politica monetaria ispirato e impostato da esponenti come Andreatta e la sua corte bolognese (Prodi, Onofri, Basevi fino a Enrico Letta), con il contributo fattivo della Banca d’Italia post-Baffi e della crescente influenza bocconiana. Cos’è questo nuovo regime?

Nel libro prendo le mosse un pochino indietro, dal fallimento dell’Italia del miracolo economico nell’incontrare le esigenze di giustizia distributiva e di modernizzazione del Paese. Il tentativo riformista agli inizi degli anni sessanta ci fu, ma fallì presto. Già nel 1963 si udì il “tintinnio di sciabole”, e le prime lotte operaie furono stroncate con la stretta creditizia. Il conflitto riesplose negli anni settanta governato in un qualche modo dal modello inflazione/svalutazione e dall’espansione della spesa pubblica con il livello del debito tenuto sotto controllo da tassi di interesse reali negativi. La stabilità dei prezzi fu simbolo e vittima di un irrisolto conflitto distributivo.

Attraverso lo SME e poi col divorzio (il ben noto colpo di Stato bianco di Andreatta e Ciampi), il nuovo regime intese porre disciplina al sistema. Il modello degli anni ottanta fu però contraddittorio: il combinato disposto della perdita di competitività esterna e del sostegno alla domanda interna da parte di governi che avevano ancora in mente la crescita, e gli elevati tassi che ne conseguirono, fece due vittime, in parte sovrapposte: il debito pubblico e il debito estero.

Negli anni ottanta, dalla sconfitta operaia alla Fiat, il conflitto di classe, almeno quello tradizionale operai-capitale era sedato; probabilmente non quello che proviene dalla borghesia parassitaria. La svalutazione del 1992 fece, nelle parole del prof. Paolo Onofri, “tirare il fiato” a un’economia esausta. La firma del Trattato di Maastricht da parte di chi, come Guido Carli, aveva consapevolezza piena delle conseguenze, diede la possibilità al “nuovo regime” di riaggiustare il modello anni ottanta rendendolo coerente attraverso l’accoppiata di disciplina esterna e, questa volta, anche interna. Dal 1991 la politica fiscale si fa infatti coerente e restrittiva. Paradossalmente, la liberalizzazione dei movimenti di capitale e gli elevati tassi di interesse portarono il rapporto debito-Pil a esplodere ulteriormente nella prima metà degli anni novanta. Solo con la prospettiva dell’adesione alla moneta unica i tassi cominciano a diminuire e questo aiutò la riduzione di quel rapporto di circa 25 punti percentuali. Vittime del combinato disposto di un tasso di cambio che si fa progressivamente meno competitivo e della disciplina fiscale sono la crescita e, in particolare, la crescita della produttività.

A differenza delle storie che ci raccontano il dott. Carlo Cottarelli e la Banca d’Italia, è nella macroeconomia, nella stagnazione della domanda aggregata, che vanno trovati i semi della stagnazione italiana. Ma questo Aberto sono anni che cerca di spiegarvelo. Anche oggi, senza una ripresa della domanda interna – e sperando che con un euro competitivo quella esterna continui a tirare - non c’è speranza di crescita. Poi si potrà e dovrà agire sull’offerta (cosa che costa soldi poiché non si fanne lo nozze coi fichi secchi).

Una storia di ieri? Forse sì, ma il messaggio per l’oggi che vorrei dare è che il Paese è finito in questa, che ormai molti consideriamo una trappola, per un grave fallimento istituzionale: aver cercato nella disciplina esterna il surrogato di un compromesso sociale interno. Possiamo risalire alle responsabilità, se di una borghesia assai poco illuminata o di un partito comunista non evoluto in uno socialdemocratico, se non più tardi e in forma di farsa (il giovane Salvati propendeva per la prima tesi, il Salvati maturo dà tutta la colpa al PCI). Certo che oggi, se siamo da un lato consapevoli che il Paese ha pagato la disciplina esterna immolando la crescita, il problema di un nuovo compromesso sociale si continua a porre, e in una situazione in cui il tessuto sociale non è più quello fordista, ma è più disperso e disarticolato. Ma il problema di un ridisegno riformista del Paese continua a porsi. Qui lo spazio per la sinistra vi sarebbe. Ma in primo luogo essa dovrebbe discutere delle sue gravi responsabilità sul pregresso. E dovrebbe rimettere il proprio popolo al centro.

Mi sono dilungato su questo proprio perché va mutata l’immagine che vuole noi critici dell’euro solo volti a dare la colpa agli altri, all’euro e alla Germania in particolare. Nel libro si spiega ancora una volta, naturalmente, come l’euro sia stato costruito in violazione di quanto la teoria economica suggeriva – la famosa teoria delle aree valutarie ottimali – ma perfettamente in omaggio alle “nuove” teorie monetariste della necessità di “legarsi le mani” tempestivamente messe a punto dagli economisti bocconiani. Così come si ripercorre la natura del modello mercantilista tedesco che è il vero cancro della stabilità economica europea e mondiale - come ben sintetizzano Guerrieri e Padoan in un passo del 1986 che cito da qualche parte, e come la guerra commerciale con gli USA in cui Berlino ci sta trascinando ulteriormente dimostra.

Nel libro denuncio come la Germania abbia sempre guadagnato nell’euro: prima della crisi sia alimentando le bolle immobiliari nella periferia europea che le spese governative greche alo scopo di incrementare le proprie esportazioni intra-europee; successivamente usufruendo nella crisi dell’euro debole per incrementare quelle extra-europee; e poi godendo di tassi di interesse negativi sul proprio debito pubblico in seguito alla fight to quality prima e alle politiche accomodanti della BCE poi. Fight to quality mentre il debito pubblico italiano veniva lasciato massacrare dall’inerzia della BCE pre-Draghi, mentre la Germania aveva salvato nel 2008 le proprie banche a suon di centinaia di miliardi di euro. Banche speculative e protagoniste della famosa crisi americana dei “mutui subprime”, mentre si vorrebbero ora massacrare le nostre banche, che fanno le banche.

Di esempi di doppia morale nel libro ne ricordo svariati, dal condono del debito di guerra tedesco a fronte della rigidità di Berlino verso i debito altrui. Naturalmente la violazione del gioco più macroscopica è quella della regola che rende una unione monetaria sostenibile: il Paese leader ha l’onore e l’onere di tirare la carretta, sostenendo la propria domanda interna a costo di una inflazione superiore alla media. Mundell nel 1961 predisse chiaramente che la Germania non l’avrebbe mai fatto. Paolo Baffi lo capì, come capì che senza svalutazione esterna, la svalutazione interna ci sarebbe costata cara, disoccupazione e distruzione di capacità produttiva. Le due svalutazioni non sono equivalenti. Un monetarista americano lo capisce benissimo. Un giornalista economico italiano no.

Il punto finale del libro riguarda, naturalmente, la domanda se le regole che l’Ume si è data possono cambiare. Togliamoci in primo luogo di testa una volta per tutte che un’Europa federale progressista sia possibile. I Paesi nordici non la vogliono perché sanno che una maggioranza franco-meridionale imporrebbe loro trasferimenti fiscali verso il sud. Hanno letto Hayek 1939. Bonino-Boldrini no, evidentemente. E poi ve la immaginate la Merkel concedere qualcosa col fiato sul collo dell’AFD e dei democristiani bavaresi (la stessa cosa vale nei riguardi del tema immigrazione sui cui solo gli sciocchi possono pensare a una solidarietà europea). Nel libro spiego la mentalità iper-nazionalista degli economisti tedeschi, vere anime nere dell’ideologia ordo-liberista che permea la mentalità dominante di quel Paese. Noi sappiamo cosa dovremmo fare per sollevare l’Europa, afferma uno dei più noti economisti tedeschi, ma non conviene alla Germania. Chiuso il discorso.

Sulle riforme attualmente in discussione, Schauble col famoso non-paper si è fatto beffe delle pur timide proposte di Macron (un irrilevante fondo europeo anticiclico). Cosa vuole la Germania? Il loro ragionamento è semplice: la stabilità dell’euro si basa sulla disciplina fiscale. Essa è assicurata dalla disciplina dei mercati e dalle regole fiscali. Ambedue non avrebbero funzionato efficientemente. La disciplina dei mercati, che si esplica attraverso i tassi di interesse, va rafforzata minacciandoli che se essi non la esercitano, in caso di salvataggi europei vi sarà una ristrutturazione dei debiti con tagli dei crediti privati. Questo potrebbe portare (come già fece nell’ottobre 2010) a un rialzo dei tassi sul nostro debito. Le regole di bilancio si vorrebbero irrigidite nel senso di sottrarle al giudizio, considerato troppo politico, della Commissione, e assegnate a un Fondo monetario europeo [a un rafforzato EMS, il fondo salva-Stati, secondo le notizie dal vertice franco-tedesco del 19/6] con poteri estremamente intrusivi nei riguardi dei bilanci e delle prerogative parlamentari nazionali [il vertice ha anche varato un piccolo budget anti-ciclico, si tratta di cose ridicole di cui si parla nel libro e in altri interventi]. Il veto italiano alle proposte sul debito dovrebbe costituire una linea del Piave nazionale - ma il manifesto ha goduto della fine del QE, dimostrando la pochezza, anzi la bassezza anti-italiana di gran parte della sinistra. C’è qualcosa che potremmo proporre di alternativo? Già dal 2010 con centinaia di economisti proponemmo l’obiettivo della stabilizzazione del rapporto debito/Pil come target plausibile. Con tassi di interesse sufficientemente bassi (il che richiede un impegno europeo che è l’opposto del terrorismo appena esposto), questa stabilizzazione è coerente con disavanzi primari, dunque con una politica fiscale moderatamente espansiva. Naturalmente il tutto richiederebbe anche politiche fiscali espansive in Germania (che invece persegue un avanzo fiscale) volte anche a evitare il rafforzamento dell’euro e le guerre commerciali frutto dei surplus commerciali tedeschi. Tutto questo è ragionevole, ma la ragione ha cambiato casa e non risiede più in Europa dove è nata. Già nel recente passato fu fatta sloggiare, con gli esiti che conosciamo.

Possibile scontro con l‘Europa, dunque. Questo ci vedrà certamente dalla parte del governo. La sinistra perderà un’altra occasione. Lo appoggeremo criticamente, però, perché questo non è il nostro governo, portatore del riformismo sociale che vorremmo.

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